Kitabı oku: «Ben Hur: Una storia di Cristo»
Lew Wallace
Ben Hur: Una storia di Cristo

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066068844
Indice
AL LETTORE
LIBRO PRIMO
CAPITOLO I.
CAPITOLO II.
CAPITOLO III.
CAPITOLO IV.
CAPITOLO V.
CAPITOLO VI.
CAPITOLO VII.
CAPITOLO VIII.
CAPITOLO IX.
CAPITOLO X.
CAPITOLO XI.
CAPITOLO XII.
CAPITOLO XIII.
CAPITOLO XIV.
LIBRO SECONDO
CAPITOLO I.
CAPITOLO II.
CAPITOLO III.
CAPITOLO IV.
CAPITOLO V.
CAPITOLO VI.
CAPITOLO VII.
LIBRO TERZO
CAPITOLO I.
CAPITOLO II.
CAPITOLO III.
CAPITOLO IV.
CAPITOLO V.
CAPITOLO VI.
LIBRO QUARTO
CAPITOLO I.
CAPITOLO II.
CAPITOLO III.
CAPITOLO IV.
CAPITOLO V.
CAPITOLO VI.
CAPITOLO VII.
CAPITOLO VIII.
CAPITOLO IX.
CAPITOLO X.
CAPITOLO XI.
CAPITOLO XII.
CAPITOLO XIII.
CAPITOLO XIV.
CAPITOLO XV.
CAPITOLO XVI.
CAPITOLO XVII.
LIBRO QUINTO
CAPITOLO I.
CAPITOLO II.
CAPITOLO III.
CAPITOLO IV.
CAPITOLO V.
CAPITOLO VI.
CAPITOLO VII.
CAPITOLO VIII.
CAPITOLO IX.
CAPITOLO X.
CAPITOLO XI.
CAPITOLO XII.
CAPITOLO XIII.
CAPITOLO XIV.
CAPITOLO XV.
CAPITOLO XVI.
LIBRO SESTO
CAPITOLO I.
CAPITOLO II.
CAPITOLO III.
CAPITOLO IV.
CAPITOLO V.
CAPITOLO VI.
LIBRO SETTIMO
CAPITOLO I.
CAPITOLO II.
CAPITOLO III.
CAPITOLO IV.
CAPITOLO V.
LIBRO OTTAVO
CAPITOLO I.
CAPITOLO II.
CAPITOLO III.
CAPITOLO IV.
CAPITOLO V.
CAPITOLO VI.
CAPITOLO VII.
CAPITOLO VIII.
CAPITOLO IX.
CAPITOLO X.
Prima Traduzione Italiana
di H. MILDMAY e GASTONE CAVALIERI
MILANO
casa editrice BALDINI, CASTOLDI & C.º
Galleria Vittorio Emanuele 17-80
1900
Milano — Stabilimento Tipografico BASSI & PROTTI, — Via V. Monti, 31
AL LETTORE
Indice
Dopo che il Quo Vadis ha portato una vera rivoluzione nel campo dei romanzi storici, parrà per lo meno ardito presentare al pubblico una nuova opera dello stesso genere sostenendo che, per elevatezza di concetti ispiratori, e per larghezza di erudizione, l'autore di essa non sia meno raccomandabile ed encomiabile dello Sienckievicz. Non facciamo vane parole. Le quattrocento edizioni inglesi, francesi, tedesche, svedesi, rispondono del nostro giudizio. Ben Hur è la produzione meravigliosa di un più meraviglioso ingegno; Lewis Wallace, noto come valoroso ufficiale distintosi nella guerra di secessione, dimorante attualmente a Crowfordsville Indiana (S. U. A.), ex diplomatico, è divenuto uno dei più popolari scrittori dei suo paese; nel volume, Gerusalemme, Antiochia; tutto l'Oriente, a differenza degli altri libri che pongono la scena principale in Roma; costumi e vita del tempo di Cristo, sono magnificamente descritti. Il prologo, l'introduzione del primo libro, benchè traducendo dal testo inglese, sono stati da noi ridotti a proporzioni alquanto più brevi e più conformi all'indole del nostro pubblico, il quale, se non li salterà a piè pari, farà cosa buona, e se ne troverà contento per la bellezza che riscontrerà nei libri seguenti, cui, Prologo e prima parte, sono necessaria seppur lunga preparazione.
I Traduttori
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Ma questa ripetizione della vecchia storia è appunto il fascino più bello del racconto famigliare. Se noi ci ripetiamo sovente dolci pensieri senza provarne noia perchè non permetteremmo ad altri di destarli in noi?
J. Paul Richter — Hesp.
Ve' d'Orïente per le vie, lontani,
attraversando l'aria profumata,
corrono i saggi addotti da le stelle..,
. . . . . . . . . . . . .
Ma già tranquilla era la notte quando
Nacque il Bambino annunciator di pace.
Tacevan l'aure di stupor percosse
e s'acquetavan l'onde a le carezze
dolci de i venti, in murmure soave
narranti nove gioie al cheto mare:
torme d'augelli s'assidean su l'onde
calme, trillando cantici festosi.
La natività di Cristo. — L'Inno — di Milton
LIBRO PRIMO
Indice
CAPITOLO I.
Indice
Jebel es Zubleh è una catena di monti dell'estensione di oltre cinquanta miglia ma così breve in larghezza da figurare sulle carte geografiche come un misero bruco che segua, strisciando, la sua via, dal Nord al Sud. Essa sta, immobile, eretta sulle sue rupi rosse e bianche, guardando verso il disco pallido del sole nascente, e dalle sue vette si scorge solo il deserto dell'Arabia, dove i venti dell'est, così dannosi ai vigneti di Gerico, hanno, fin dai tempi più remoti, creato un campo propizio alle loro orribili battaglie. Le falde della catena del Jebel son ricoperte da uno strato fitto di sabbia lasciatevi dall'Eufrate, e destinate a rimanervi, essendo essa una linea di divisione alle praterie di Moab e Ammon all'ovest, praterìe che, una volta, facevan parte del deserto.
L'arabo si parla in tutto il sud e in tutto l'oriente della Giudea: epperò, in lingua araba, Jebel significa letto d'innumerevoli canali, che, interrompendo la strada Romana — ora un semplice sentiero a paragone di una volta — strada polverosa per i pellegrini siriani provenienti dalla Mecca o diretti ad essa, formavano dei solchi, approfondentisi sempre più nel loro corso, e riversanti i torrenti nella stagione piovosa, nel Giordano, oppure nel Mar Morto.
Da uno di questi canali, e più precisamente da quello che nasce ai piedi del Jebel e si estende in direzione nord-est, si forma il letto del fiume Iablok; per questo letto passava, diretto all'infinita stesa del deserto, di buon mattino, un viaggiatore, cui occorre rivolgere la nostra attenzione.
All'apparenza dimostrava quarantacinque anni, e la sua barba, per l'addietro di un nero castagno, faceva bella mostra di sè fluendo, brizzolata, sul suo petto.
Il suo viso era scuro come cioccolatte, e nascosto da un rosso Kufiyeh, nome dato dai figli del deserto, anche al giorno d'oggi, ai fazzoletti che servon loro da copricapo.
Di quando in quando alzava gli occhi, ed essi erano grandi e scuri. Era vestito con abiti comunissimi nell'oriente, abiti di cui però non può esser fatta una descrizione minuta, perchè egli era nascosto sotto una piccola tenda sul dorso di un dromedario bianco, gigantesco. I popoli dell'occidente forse non si sono ancora abituati a veder i cammelli in assetto per la traversata del deserto. Altre cose, può essere, li avrebbero disinteressati a poco a poco, non questa, per la quale, ogni volta, si sentono massimamente attratti. Anche alla fine di lunghi viaggi, compìti insieme a carovane, anche dopo anni ed anni di permanenza fra i Beduini, i nativi dell'ovest, in qualunque posto si trovino, si fermano ed attendono i cammelli quando sanno ch'essi debbono passare. Il fascino di questi enormi quadrupedi non è nella figura ridicola, nei movimenti poco aggraziati, nel passo silenzioso, o nel camminare pesante: come le navi forman l'ornamento più gentile del mare, così gli animali del deserto sono, per il deserto, l'ornamento migliore. Nel cammello esso ha un misterioso rappresentante, di modo che, mentre noi lo guardiamo, il nostro pensiero si trasporta di riflesso sui misteri che incarna e in ciò consiste il miracolo dell'attrazione inspirataci.
Il quadrupede, che usciva ora dal canale, avrebbe potuto pretendere il solito omaggio dei curiosi. Il colore e l'altezza del corpo, la grandezza del piede, un complesso, non grasso ma muscoloso; un collo lungo, sottile, ricurvo come quello di un cigno; il muso, con uno spazio largo fra gli occhi, e terminato a punta, in modo che un braccialetto femminile avrebbe potuto rinchiuderlo; l'andatura a passi lenti, cauta e sicura; tutto certificava il suo sangue siriano, assolutamente impareggiabile. Portava il solito frontale, che gli copriva la fronte, con una frangia scarlatta, e gli guarniva il collo con delle catene di rame, pendenti, ognuna delle quali terminava con un campanello d'argento dai leggeri tintinnii; però, al frontale, non si accompagnavano le redini per il cavaliere nè la cinghia di cuoio pel servo conducente. La sella, posta sul dorso, era una meraviglia, e presso qualsiasi popolo, che non fosse stato quello dell'Oriente, sarebbe derivata fama d'inventore a chi ne avesse costruita una di simile. Consisteva in due casse di legno, appena lunghe un quattro piedi, bilanciate, e pendenti una per parte; all'interno erano foderate, tappezzate, ed accomodate in modo da permettere al padrone di sedere o di giacere, mezzo sdraiato; sopra tutto questo ammennicolo, poi, era distesa una tenda verde, assai larga di dietro, tenuta ferma da cinghie e da correggie di cuoio strette fra loro da innumerevoli nodi. Così gl'ingegnosi figli di Cush avevano cercato di rendere comoda la via soleggiata del deserto lungo la quale si recavano tanto per loro dovere come per loro piacere.
Quando il dromedario uscì dal canale, che era già giunto allo sbocco, il viaggiatore aveva passato il confine dell'El Belka, l'antico Ammon. Dinanzi a sè egli aveva il sole coperto da vapori di nebbia, e il deserto sterminato; non le regioni delle sabbie in balìa del Simun, le quali eran più lontane, ma la regione ove il verde si fa meno frequente, e dove il terreno è cosparso di ciottoli e di pietre grigie e brune. Qua e là delle acacie languenti, dei ciuffi d'erbe, dei piccoli arbusti. Quercie, rovi, e vari alberelli, eran rimasti addietro, al confine del deserto, quasi allineati, a gruppo, come se fossero venuti fin lì e poi si fossero fermati a guardare l'arida stesa, spauriti, senz'aver il coraggio d'inoltrarsi. Il giorno era alto. Quella parte di strada che era ben mantenuta stava per terminare.
Il cammello sembrava più che mai seguire una direzione costrettovi dalla mano dell'uomo, tanto allungava ed affrettava il passo col muso rivolto all'ampio orizzonte, aspirando l'aria a più riprese per le larghe narici. La lettiga dondolava, si sollevava e s'abbassava come un battello alla mercè delle onde. S'udiva il fruscìo delle foglie secche calpestate e, di quando in quando, un profumo simile all'odore d'assenzio raddolciva l'aria. Allodole e rondini svolazzavano intorno, e pernici bianche s'allontanavano emettendo strani sibili. Meno di frequente una volpe od una iena correvano veloci per venir a studiare gli ospiti intrusi a una relativa distanza.
A destra sorgevano le montagne della catena del Jebel; il velo grigio-perla che le copriva, cambiava, da un momento all'altro, in un colore di porpora che il sole poco dopo rendeva anche più rosso. Sopra le più alte cime un avvoltoio si aggirava, con lentezza, librandosi sulle grandi ali, ma il viaggiatore, rannicchiato sotto alla sua tenda verde, pareva non occuparsi di quanto succedeva all'intorno. I suoi occhi fissi, immobili, sembravano essere in preda ad un sogno. Uomo ed animale procedevano come guidati da una mano invisibile.
Per due ore il dromedario camminò, certo della propria via, rivolto ad oriente. E il viaggiatore non cambiò mai di posizione e non guardò nè a destra nè a sinistra.
Nei deserti le distanze non si misurano a miglia o a leghe, ma a saat (ore) o a manzil (tappe); il saat corrisponde a tre leghe e mezza, il manzil a quindici o venticinque; e il saat è, su per giù, la velocità dei cammelli comuni. Un cammello siriano da trasporto, può, facilmente, compiere in un'ora tre leghe e mezza, e, a gran fatica, competere di velocità col vento ordinario. Il paesaggio, lungo il cammino, subì una completa trasformazione. Il Jebel si stendeva lunghissimo, come un nastro color celeste chiaro. Mucchi d'argilla e di sabbia calcarea si trovavano ad ogni passo. Di quando in quando si vedevano delle masse di pietre basaltiche, sentinelle avanzate della montagna ai confini della pianura. E, infine, stese immense di sabbia, ora piana, ora ammucchiata, ora come divisa in solchi, e simile al fondo d'un mare non molto prima agitato dalla tempesta. Anche l'atmosfera non era più la stessa di poco innanzi. Il sole, già alto, aveva trionfato della nebbia e riscaldata l'aria; pareva che, coi raggi, volesse baciar con dolcezza il viaggiatore sotto la tenda; la terra tutt'all'ingiro era illuminata da una luce biancastra, e anche il cielo aveva degli splendidi riflessi.
Due ore trascorsero senza alcuna sosta e senza mutar direzione. Ormai tutto era sterile ed arido intorno. La sabbia stessa era così indurita e formava una leggiera crosta che si rompeva crepitando ad ogni passo del cammello.
Il Jebel era scomparso in lontananza e pareva di essere nel letto di un oceano sconfinato. L'ombre del cammello e del suo cavaliere, che prima si disegnavano dietro ad essi, ora si riproducevano davanti, e continuavano ad essere le loro uniche compagne. Il viaggiatore però, non vedendo alcuna oasi, si sentiva preso da un forte scoraggiamento. Nessuno, è bene ricordarlo, traversa il deserto per semplice piacere. Chi compie il tragitto, costrettovi dal commercio o da ragioni famigliari, lo compie per sentieri cosparsi di ossa di morti, dimenticate a guisa di tristi emblemi funebri. Tali sono le strade interminabili che disgiungono l'ultima sorgente dalla sorgente più prossima, e pascolo da pascolo. Il cuore del più vecchio sceicco batte forte quando lo sceicco si trova solo nei tratti senza sentiero. Così il nostro amico non poteva certo essere in viaggio per puro divertimento, nè aveva l'aspetto di un fuggitivo poichè non guardava mai dietro a sè. Allorchè uno si trova in una situazione come questa, sente paura e curiosità, ma egli non era nè pauroso nè curioso. L'uomo quando si trova solo, si adatterebbe, in genere, a qualunque compagnia; il cane gli diviene un buon camerata, il cavallo un amico, ed egli non si vergognerebbe di colmarli di carezze e parlar loro d'affetto. Il cammello però non riceveva mai dall'uomo un simile tributo, una carezza, una parola gentile.
A mezzogiorno preciso, il dromedario si fermò, spontaneamente, emettendo un lamento pietoso. Pareva volesse protestare per il peso soverchio e chieder un trattamento cortese e un po' di sonno. Il padrone si scosse come se si destasse dall'aver dormito a lungo. Alzò la tenda del houdah, guardò il sole, esaminò il paese da tutte le parti, minutamente, come per identificare la posizione. Soddisfatto poi dell'esame, respirò a pieni polmoni e scrollò il capo come per dire: «Finalmente! Finalmente!» Un momento dopo incrociò le mani sul petto, chinò la testa e pregò in silenzio. Compiuto questo dovere, si preparò a discendere. Gli uscì di bocca un suono gutturale, famigliare senza dubbio ai cammelli di Giobbe: Ikh! Ikh! cioè il segnale d'inginocchiarsi. Lentamente il cammello ubbidì, prorompendo in un lungo urlo. Il cavaliere, fattosi un punto d'appoggio del magro collo dell'animale, scese sulla sabbia.
CAPITOLO II.
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Il nostro uomo era ammirevole per le proporzioni del corpo, più tarchiato che alto. Slegando la corda di seta che gli stringeva il kufiyeh alla testa, lo cacciò indietro in modo da lasciar completamente scoperto il viso, un viso energico, abbronzito; la fronte era bassa e spaziosa, il naso aquilino, gli occhi fatti a mandorla; i capelli fitti, ruvidi, di un lucido metallico, gli scendevano sulle spalle in molte treccie e gli davano un'aria originale. Assomigliava ai Faraoni o agli ultimi Tolomei: a Mizraim, padre della razza egiziana. Indossava il kamis, camicia di un tessuto di cotone bianco, scendente fino ai piedi, dalle maniche strette, aperta davanti, e ricamata sul collo e sul petto. Sopra questa portava un soprabito di lana marrone, chiamato aba, con sottana lunga, maniche corte, foderato intieramente di stoffa di seta e di cotone ed orlato tutt'all'ingiro da una lista giallo scura. I piedi erano calzati da sandali legati con striscie di pelle morbida. Una fusciacca gli attorniava la vita e fermava il kamis.
Bisogna notare che il viaggiatore dimostrava un gran coraggio, giacchè s'arrischiava solo nella traversata del gran deserto, ch'è ritrovo di leoni, di leopardi e di uomini selvaggi. Non portava con sè alcun'arma, nemmeno il bastone adoperato per guidare i cammelli. Quindi si poteva dedurne la sua missione pacifica: o egli era straordinariamente audace o godeva di una straordinaria protezione.
Le membra del viaggiatore erano indolenzite per il lungo e faticoso cammino; si stropicciò le mani, battè i piedi per terra come per isgranchirli, passeggiò in su e in giù davanti al quadrupede fedele, che s'era sdraiato socchiudendo gli occhi, felice di quel po' d'erba che aveva trovato. L'uomo, ogni tanto, si fermava, facendosi ombra col palmo della mano, e, scrutando in lontananza, il suo volto si rannuvolava come per un disinganno subìto, di guisa che chi lo avesse osservato avrebbe capito com'egli avesse atteso qualcuno e avrebbe nel medesimo tempo provato la curiosità di conoscere il motivo che aveva condotto un viaggiatore in un paese così poco civile. Sebbene ad osservarlo paresse il contrario pure non era da metter in dubbio ch'egli fosse certo dell'arrivo della persona attesa. Nel frattempo si diresse alla lettiga e, dalla cassa opposta a quella ch'egli medesimo aveva occupata, tolse una spugna, un piccolo recipiente d'acqua, e lavò gli occhi, le narici e il muso del cammello. Dalla stessa cassa tolse un panno rotondo, a righe bianche e rosse, un mucchio di bacchette ed un grosso bastone. Quest'ultimo era composto di diversi pezzi posti l'uno dentro l'altro, i quali, poi, uniti insieme, formavano un bastone più alto della sua persona. Dopo aver piantato il bastone in terra e averlo circondato di bacchette, lo coprì col panno, a guisa di tenda, e gli parve, lì sotto, di essere in una casa, molto più piccola, è vero, di quella degli Arabi, ma simile, sotto ogni aspetto, ad una di esse. Sempre dalla cassa, prese un tappeto di forma quadra, e ne ricoprì il suolo entro la capanna testè fabbricata. Preparata in tal modo la tenda, uscì, e si mise a spazzare con cura il terreno che la circondava. Eccettuato uno sciacallo che scorrazzava in distanza, e un'aquila che si dirigeva verso il sasso di Akaba, il deserto era silenzioso e vuoto come silenziosa e vuota era la volta del cielo.
Il viaggiatore si rivolse al cammello dicendo a voce bassa e in una lingua sconosciuta al deserto:
— «Siamo lontani da casa, o veloce mio corsiero, ma Dio è con noi. Bisogna aver pazienza.» —
Levò dei fagioli da una tasca della sella, li mise in un sacco che appese sotto al collo dell'animale, e, quand'ebbe visto l'accoglienza fatta al cibo, si guardò intorno e tornò a scrutare l'immensità del deserto sul quale il sole dardeggiava infuocato.
— «Verranno — disse assai calmo fra sè. — Colui che mi ha guidato li guida. Mi terrò pronto a riceverli.» —
Dalle tasche interne della tenda e da un cesto di vimini che formava parte del mobilio, levò il necessario per approntare una colazione: piatti di terra, intessuti di paglia, vino in piccoli fiaschi di pelle, carne di montone affumicata, shami o melagrane siriane, piene di semi, datteri dell'El Shelebi, eccellenti, cresciuti nei nakhil o frutteti dell'Arabia Centrale; formaggio come le «fette di latte» di Davide, e pane, fatto col lievito, proveniente dal forno della città.
Tutto questo egli aveva portato con sè, ed ora poneva premurosamente sotto la tenda, sul tappeto. In fine prese tre pezze di seta per coprire, secondo l'uso delle persone più altolocate dell'Oriente, le ginocchia degli invitati durante il pasto, e da ciò si poteva comprendere quante fossero le persone da lui attese a partecipare alla sua colazione. Tutto era pronto. Egli uscì dalla tenda e un punto nero gli apparve lontano, nel deserto. Rimase come pietrificato a quella vista; gli occhi gli si dilatarono, sentì un brivido pervadere la sua persona. Il punto nero si avvicinava sempre più, mutava colore ed era divenuto grande, quasi quanto una mano; infine, a poco a poco, prese proporzioni definite. Era un dromedario quasi uguale a quello del nostro viaggiatore, alto e bianco, portante un houdah, o lettiga dei passeggieri dell'Indostan.
L'Egiziano incrociò le mani sul petto e guardò verso il cielo.
— «Dio solo è grande» — esclamò reverentemente e cogli occhi pieni di lagrime.
Lo straniero s'accostò e si fermò. Sembrava si ridestasse da un lungo sonno. Osservò il cammello inginocchiato, la capanna, e l'uomo che se ne stava fermo davanti alla porta, in atto di supplica; incrociò le mani, abbassò il capo e si mise a pregare silenziosamente. Poco dopo scese dal collo del cammello, e, posto il piede sulla sabbia, si avanzò verso l'Egiziano nel medesimo momento che questi muoveva ad incontrarlo. Si guardarono fissi, per un momento, poi si abbracciarono, e ognuno mise il braccio destro sulla spalla dell'altro ed il sinistro sui fianchi, posando il mento sul petto, reciprocamente, prima a sinistra, poi a destra.
— «Pace sia con te, o servo del vero Dio!» — esclamò lo straniero.
— «Sii il ben giunto, o fratello della vera fede! Anche a te pace» — rispose l'Egiziano con fervore.
Il nuovo venuto era un uomo alto e magro, dal viso grande, dagli occhi infossati, dai capelli e dalla barba bianca, dalla carnagione di un colore tra la cannella ed il bronzo. Anch'egli era privo d'armi.
Il suo costume era Indiano; gli copriva il capo uno scialle che scendeva sulla nuca a pieghe profonde, a guisa di turbante; il suo vestito era come quello dell'Egiziano, eccettuata l'aba, ch'era più corta, e lasciava intravvedere dei larghi calzoni ben aderenti, però, al collo del piede. In luogo dei sandali portava delle mezze scarpe di pelle rossa, terminate a punta. Meno le scarpe, dalla testa ai piedi, era vestito di tela bianca. Aveva un bel portamento, un'aria dignitosa, severa. Visvamitra, uno dei più grandi eroi ascetici dell'Iliade orientale, avrebbe potuto aver in lui un perfetto rappresentante. Era un uomo degno, in sapienza, di esser figlio di Brahma e ne incarnava la devozione.
Nei suoi occhi era rispecchiata una grande vitalità, ma quando rialzò il viso dal petto dell'Egiziano, essi erano pieni di lagrime.
— «Dio solo è grande!» — esclamò sciogliendosi dall'abbraccio.
— «E benedetti siano quelli che lo servono!» — rispose l'Egiziano meravigliato della parafrase della sua esclamazione di poc'anzi. — «Ma attendiamo — aggiunse — attendiamo: l'altro viene laggiù.» —
Si volsero verso il nord ov'era già in vista un terzo cammello, bianco come i precedenti, e che s'avanzava dondolandosi come una nave in alto mare.
Attesero, rimanendo vicini l'uno all'altro e silenziosi, finchè giunse il nuovo viaggiatore che discese ed avanzò ad incontrarli.
— «Pace a te, o mio fratello» — egli disse mentre abbracciava l'Indiano. E l'Indiano rispose: — «Sia fatto il volere di Dio!» —
L'ultimo arrivato non rassomigliava affatto ai suoi amici; la sua persona era più snella; la carnagione bianca; un volume di capelli chiari ondulati coronava la sua testa piccola ma bella, e i suoi grandi occhi neri davano segno di molta intelligenza, di natura sincera e di un carattere forte.
Aveva il capo scoperto ed era privo di armi. Sotto le pieghe della coperta bianca, ch'egli indossava con grazia, appariva una tunica scollata e dalle maniche corte, fermata alla vita da una cintura che gli scendeva quasi fino alle ginocchia, lasciando nudi il collo, le braccia, e le gambe. I piedi calzavano dei sandali. Aveva cinquant'anni e forse anche di più ma non li dimostrava. Gli anni avevano dato solo una certa austerità al suo contegno e una certa moderazione alla sua parola, ma non gli avevano aggrinzito il viso o imbiancati i capelli.
Aveva un fisico robusto e un'immensa intelligenza. Non fa mestieri il dire di che paese egli fosse: s'egli non era di Atene dovevan essere Greci per lo meno i suoi antenati.
Quando l'Egiziano ebbe terminato di abbracciarlo disse con voce tremula:
— «Iddio mi fece arrivare qui per il primo; quindi io so di essere scelto come ospite dei miei fratelli. La tenda è al suo posto e la tavola è preparata per noi. Lasciatemi esercitare le mie mansioni.» —
Prendendoli per mano li fece entrare; tolse loro i sandali, lavò loro i piedi, e gettò dell'acqua sulle loro mani, ch'essi quindi asciugarono con salviette.
Poi, dopo aver lavate anche le proprie mani, egli disse;
— «Bisogna aver cura della nostra persona, fratelli, come lo richiede il nostro ufficio, e mangiare per renderci forti onde compiere il nostro dovere durante il rimanente della giornata. Mentre mangeremo impareremo a conoscerci vicendevolmente, e ci diremo l'un l'altro i nostri nomi, le nostre patrie, e i nostri intenti.» —
Li accompagnò al posto che aveva loro destinato e li fece sedere in modo che si potessero trovare di fronte.
Contemporaneamente le loro teste si chinarono, le loro mani s'incrociarono sul petto, ed essi recitarono, in coro, ad alta voce, questo semplice ringraziamento:
— «O padre dell'Universo, o nostro Dio! Tutto quello che abbiamo qui è tuo; accetta i nostri ringraziamenti e benedicici, perchè possiamo continuare sempre ad agire secondo i tuoi desideri.» —
All'ultima parola essi alzarono gli occhi e si guardarono in faccia meravigliati. Ognuno di loro aveva parlato in una lingua sconosciuta agli altri; eppure tutti e tre avevan compreso perfettamente ciò che s'era detto. Le loro persone tremarono per l'emozione, perchè, dal miracolo, essi dicevano di riconoscere la presenza divina.
CAPITOLO III.
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L'incontro di cui sopra avvenne nell'anno di Roma 747. Si era nel mese di dicembre e l'inverno regnava sopra tutte le regioni orientali del Mediterraneo.
Quelli che attraversano il deserto in questa stagione non possono proseguire molto tempo senza sentirsi presi da un grande appetito. La compagnia sotto la piccola tenda non faceva certo eccezione alla regola. Aveva molta fame e quindi mangiava di gusto; dopo che fu mesciuto il vino i tre principiarono a discorrere.
— «Nulla riesce di più gradito ad un viaggiatore del sentirsi chiamare per nome da un amico in paese sconosciuto» — disse l'Egiziano che aveva voluto esser l'anfitrione del pasto.
«Resteremo molti giorni insieme e sarebbe ora d'incominciare a conoscerci. Così, se vi aggrada, l'ultimo venuto sarà il primo a parlare.»
Principiando pian piano, come un individuo prudente, il Greco incominciò:
— «Quello ch'io ho da dire, fratelli, è così strano che non so proprio donde principiare e in qual guisa parlar correttamente. Io non capisco ancora me stesso. Son tanto sicuro che ciò che sto facendo, sia ciò che vuole il maestro, che il servirlo è per me una costante estasi. Quando penso allo scopo cui debbo adempiere provo una gioia così grande che riconosco essere ciò il volere divino.»
Il buon uomo si fermò, incapace di proseguire, mentre gli altri, come lui, abbassarono gli occhi.
— «Nel lontano Occidente — proseguì — vi è un paese che non potrà mai esser dimenticato. Il mondo gli deve troppo ed il potersi sdebitare è cosa che arreca all'uomo un grande piacere. Non parlerò di belle arti, di filosofia, d'oratoria, di poesia, di guerra. O miei fratelli, la gloria è quella che splenderà luminosamente, e, per mezzo di essa, Colui che noi cerchiamo sarà conosciuto su tutta la terra. Il paese di cui vi parlo è la Grecia. Io sono Gaspare, figlio di Cleonte, ateniese. I miei antenati si dedicarono interamente allo studio, e da essi io ho ereditata la stessa inclinazione. Due dei nostri filosofi, i maggiori, insegnano, l'uno, che esiste un'anima in ogni uomo, e ch'essa è immortale, l'altro che vi è un Dio solo il quale è infinitamente giusto. Io scelsi fra le molte teorie quelle dei due filosofi come le sole degne di attenzione, giacchè mi pareva che vi potesse essere un legame sconosciuto fra Dio e l'anima. Su questo tema la mente può discutere fin ad un certo punto ma poi trova una barriera insormontabile, giunti alla quale si è obbligati a chieder aiuto. Così feci ma non ebbi alcuna risposta. Disperato mi allontanai dalle scuole e dalle città.» —
A queste parole l'Indiano ebbe un sorriso di approvazione.
— «In Tessaglia, verso settentrione, — continuò il Greco — v'è una catena di montagne famosa per esser riputata dimora degli Dei, chiamata l'Olimpo, dove Zeus, ch'era considerato il sommo di essi dai miei compatrioti, abitava. — Andai sulla vetta di quelle montagne. Trovai una caverna nel monte, dove la catena, che principia ad occidente, piega a sud-est, e là mi fermai abbandonandomi a meditare, anzi no, mi abbandonai attendendo, sapendo che ogni sospiro era una preghiera, una rivelazione. Credendo in Dio, invisibile ma supremo, credevo anche che, qualora io mi fossi commosso, egli avrebbe avuto compassione di me e mi avrebbe risposto.»
— «Ed egli rispose! ed egli rispose!» — esclamò l'Indiano alzando le mani dalla pezza di seta che teneva sulle ginocchia.
— «Ascoltatemi, fratelli» — disse il Greco calmandosi con difficoltà — La porta del mio eremitaggio guardava verso il mare sopra il golfo di Thermaic. Un giorno vidi cader da un battello che navigava non molto lontano, un uomo. Egli nuotò verso la riva. Io lo raccolsi e ne presi cura. Era un Ebreo, sapiente nella storia e nella legge del suo popolo; da lui appresi come esistesse davvero il Dio delle mie preghiere e come avesse composto le sue leggi e fosse stato per secoli padrone e re degli Ebrei. Ciò non era forse la Rivelazione di cui avevo sognato? La mia fede mi aveva fruttato. Iddio mi aveva risposto.» —
— «Com'Egli risponde a tutti quelli che lo implorano con tale fede!» — disse l'Indiano.
— «Ma ahimè! esclamò l'Egiziano, vi son pochi saggi abbastanza per capire quando egli risponda!» —
— «Questo non è tutto — continuò il Greco. — L'uomo che mi è stato inviato mi ha detto di più. Disse che i profeti, che nell'epoca che seguì la prima Rivelazione passeggiavano e parlavano con Dio, dichiararono ch'egli sarebbe ritornato. Mi diede i nomi dei profeti e dei libri sacri e mi citò le loro parole. Mi disse anche che la seconda venuta era vicina ed attesa da un momento all'altro in Gerusalemme.» —
Il Greco si fermò e il suo viso si rabbuiò.
— «È vero — disse dopo una breve pausa — è vero che l'uomo mi ha detto che come Dio e la Rivelazione di cui mi parlava erano stati solo per gli Ebrei così lo sarebbero ancora questa volta. — «E non avverrà nulla pel resto del mondo? — chiesi — «No — fu la risposta che mi diede con voce altera. — «No, noi siamo il suo popolo preferito.» — La risposta però non mi scoraggiò. Perchè dovrebbe un simile Dio limitare il suo amore e la sua beneficenza ad un regno solo e ad una sola razza? Mi ripromisi di venir a capo d'ogni verità. Penetrai il suo orgoglio e trovai che i suoi padri erano stati tutti servi eletti per mantenere la Verità in vita perchè il mondo imparasse a conoscerla e fosse salvato. Quando l'Ebreo se ne fu andato, e mi ritrovai solo ancora, innalzai al cielo una nuova preghiera! cioè che mi fosse permesso di vedere il Re al suo arrivo e di imparare ad idolatrarlo. Una notte mi sedetti sulla soglia della porta della mia camera cercando di avvicinarmi ai misteri della mia esistenza, conoscendo ciò che significa conoscere Dio; tutto ad un tratto, nel mare ch'era sotto di me, o piuttosto nell'oscurità che copriva la sua superficie, vidi una stella che cominciava a brillare; lentamente essa spuntò; si avvicinò e si fermò sopra la collina e sopra la mia porta, di guisa che la sua luce splendeva pienamente su di me. Io caddi a terra, mi addormentai e udii in sogno una voce che mi diceva: — «O Gaspare! La tua fede ha vinto! Che tu sia benedetto! con due altre persone venute dalle estreme parti del mondo, vedrai Colui che deve venire, sarai testimonio della sua venuta, e, in qualsiasi occasione potrai testimoniare in suo favore. Di buon mattino alzati e va ad incontrarlo, fidandoti dello Spirito che ti guiderà.» —
Di buon mattino mi destai sentendo in me lo Spirito e provando una luce in me assai maggiore di quella del sole.
Mi tolsi il vestito da eremita e mi abbigliai da vecchio, levando da un nascondiglio il denaro che mi ero portato dalla città.
Una nave passò poco lontana; le feci cenno d'arrestarsi, fui accolto a bordo, e mi feci sbarcare ad Antiochia. Là acquistai un cammello colle relative bardature. Fra i giardini e gli orti che coprono le spiaggie dell'Oronte soggiornai a Emesa, a Damasco, a Boston, a Filadelfia; quindi venni a questa volta. E così, o fratelli, voi conoscete la mia storia per intero. Ora lasciate che io ascolti la vostra.» —
CAPITOLO IV.
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L'Egiziano e l'Indiano si guardarono reciprocamente; il primo fece un cenno colla mano; il secondo salutò e principiò: — «Nostro fratello ha parlato bene. Possan le mie parole essere così saggie come le sue.» — Egli s'interruppe, riflettè un istante, poi ricominciò:
— «Voi potete chiamarmi, fratello, col nome di Melchiorre. Io vi parlo in una lingua che, se non è la più vecchia del mondo, fu almeno la prima a scriversi — intendo dire il Sanscrito dell'India. Io son Indiano di nascita. Il mio popolo fu il primo ad avviarsi pel cammino della sapienza, il primo a distinguerla nei varî rami delle scienze, il primo a renderla bella. Checchè avvenga d'ora in poi i quattro Vedi devono essere conservati perchè son le prime fonti della religione e della cultura dello spirito. Da essi derivarono gli Upa-Vedi, che come furon dettati da Brahma, trattano di medicina dell'arte della guerra, dell'architettura, della musica e delle 64 arti meccaniche: i Vedi Angas dettati da saggi ispirati e dedicati all'astronomia, alla grammatica, alla prosodia, alla pronuncia, alle bellezze ed incanti, ai riti religiosi e alle cerimonie: gli Upa-Angas scritti dal sapiente Vyâsa e dedicati alla cosmogonia, alla cronologia, e alla geografia; inoltre il Ramayana e il Mahabhârata, poemi eroici, sono destinati alla perpetuazione dei nostri Dei e dei nostri semi Dei. Questi, o fratello, sono i sûtra, o grandi libri di riti sacri. Per me ora non servono più; tuttavia in eterno resteranno ad illustrare il genio incomparabile della mia razza. Essi erano promesse di rapida perfezione. Voi chiedete perchè le promesse caddero? Ahimè! I libri stessi chiusero tutte le porte del progresso e sotto pretesto di cura delle anime i loro autori divulgarono il principio fatale che un uomo non deve dedicarsi alle scoperte o alle invenzioni perchè Iddio lo ha provveduto di tutte le cose che gli abbisognano. Quando tale comandamento divenne legge sacra la lucerna Indiana si sprofondò in un pozzo, ove, d'allora in poi, rischiarò strette mura ed acque amare. Queste allusioni, fratello, non provengono dall'orgoglio come ben capirète quando vi avrò detto che i sûtra insegnarono che v'è un Dio supremo chiamato Brahma, e anche che i Purâna o poemi sacri degli Upa-Angas, ci parlano della virtù, delle opere buone, e dell'anima. Così se mio fratello mi concederà di parlare — e l'oratore s'inchinò rispettosamente davanti al Greco — dirò che secoli avanti che il suo popolo fosse conosciuto, le due idee Dio ed Anima assorbivano già tutte le forze dell'intelletto Indiano. Per spiegarmi meglio lasciatemi dire che Brahma è indicato dagli stessi libri sacri come una triade — Brahma — Vishnù — Shiva. Di questi Brahma si dice sia stato l'autore della nostra razza, creando la quale egli la divise in quattro rami. Prima egli popolò la terra, e i cieli; indi preparò la terra per gli spiriti terrestri; dalla di lui bocca furon poi create le caste Brahmine a lui più prossime per somiglianza, più sublimi e più nobili, uniche maestre esplicatrici dei Vedi, che, nel medesimo tempo egli dettava ordinatissimi e pieni di utili cognizioni. Dalle sue braccia uscirono i Kshatriya o guerrieri; dal suo petto, la sede della vita, vennero i Vaisya, o pastori, o coltivatori, o mercanti; dal suo piede, in segno di degradazione, scaturirono i sudra, o schiavi, destinati a servire le altre classi, lavoratori, artigiani e così via. Prendete nota per di più, che la legge, nata con loro, proibiva all'uomo di una data classe di divenire membro di un'altra; il Brahmino non poteva iniziarsi ad un ordine più basso; s'egli violava le leggi del suo grado diveniva un bandito, abbandonato da tutti meno chè dai banditi compagni a lui.
A questo punto l'imaginazione del Greco, precorrendo sopra a tutte le conseguenze di tale degradazione, ebbe uno slancio superiore all'interesse fin qui dimostrato ed esclamò: — «In tale stato, o fratello, si trovano quanti abbisognano di un Dio misericordioso!» —
— «Sì, aggiunse l'Egiziano, di un Dio misericordioso come il nostro.» —
Le ciglia dell'Indiano si contrassero dolorosamente ma quando l'emozione fu passata egli procedette con voce raddolcita.
— «Io nacqui Brahmino. La mia vita, per conseguenza, fu regolata da leggi fino al minimo atto, fino alla mia ultima ora. Il primo mio cibo, il mio battesimo, la prima volta che vidi il sole, l'iniziazione mia nel primo ordine, furono celebrati con testi sacri e con rigide cerimonie. Io non potevo camminare, mangiare e dormire senza la tema di violare una legge. E vi sarebbe stato, o fratello, un castigo per l'anima mia! A seconda dei gradi di peccato, la mia anima sarebbe andata nell'uno o nell'altro dei cieli; in quello d'Idra ch'è il più basso, o nel più alto che è quello di Brahma; oppure sarebbe stata respinta per risorger alla vita sotto il corpo di un verme, d'una mosca, di un pesce, oppure di un bruto. La ricompensa per la perfetta osservanza sarebbe stata la Beatitudine, o l'assorbimento nell'Essere di Brahma che non sarebbe stato tanto un'altra esistenza quanto piuttosto un assoluto riposo.» —
L'Indiano si fermò un momento per pensare, poi, continuando, disse: «Il compito dello stadio della vita di un Brahmino chiamato del primo ordine è quello della vita di studioso. Quando fui pronto ad entrare nel second'ordine — cioè quando fu il momento di ammogliarmi, di divenire capo di famiglia io dubitavo di tutto persino di Brahma: ero un eretico. Dalla profondità del pozzo, cioè dall'oscurità in cui mi trovavo nella mia ignoranza, avevo scoperto una luce verso l'alto, verso l'orifizio di esso, e desideravo intensamente di salire a livello di quella fiamma luminosa. Finalmente — oh con quali anni di fatiche affannose! — potei trovarmi in pieno giorno e ammirai il principio della vita, l'elemento principale delle religioni, il vincolo migliore fra l'anima e Dio: l'amore!»
La faccia del buon uomo, tutta grinze, s'imporporò all'improvviso ed egli congiunse le mani con forza. Ne seguì un silenzio durante il quale gli altri lo guardavano, e il Greco in ispecie, cogli occhi pieni di lagrime.
Finalmente egli ripigliò:
— La felicità dell'amore sta nell'azione; la prova è ciò che uno è disposto di fare per altri. Io non poteva trovar un minuto di riposo. Brahma aveva riempito il mondo di tante persone misere. I Sûdra chiedevano consigli a me e così facevano i devoti e le vittime. L'isola di Gang e Lagor era situata ove le acque sacre del Gange scompaiono nell'oceano Indiano. All'ombra del tempio costruitovi pel sapiente Kapila, in una riunione di preghiere coi discepoli che la memoria beatificata dell'uomo santo tiene intorno alla casa, tentai di trovar riposo. Ma due volte all'anno venivano pellegrinaggi Indiani. La loro miseria rinforzò il mio amore. Contro il suggerimento che mi spingeva a parlare tenni il silenzio poichè una parola contro Brahma o la triade dei Sûtra mi avrebbe perduto, e mi avrebbe condannato un atto di gentilezza coi banditi Brahmini che ogni tanto si trascinavano a morire sopra le sabbie ardenti, o una benedizione concessa, o una tazza d'acqua data; ed io sarei divenuto uno di coloro che son paria per la famiglia, per il paese, per la propria casta. L'amore vinse! Io parlai ai discepoli nel tempio; mi trascinarono fuori; parlai ai pellegrini; mi cacciarono a sassate dall'isola. Sulle strade maestre tentai di predicare: i miei uditori mi fuggivano o attentavano alla mia vita. In tutta l'India infine non v'era luogo ov'io potessi trovare asilo o salvezza. Nemmeno fra i banditi, perchè, nonostante fossero caduti in peccato credevano tuttora in Brahma.
Nella mia miseria cercavo un po' di solitudine, nella quale nascondermi da tutti meno che da Dio. Seguii il corso del Gange fino alla sorgente all'Hymalaya. Quando entrai nel valico a Hurdwar, dove il fiume, nella sua immacolata purezza, slancia la sua corrente fra le bassure melmose, pregai per la mia razza, e mi credetti perduto a lei per sempre. Fra gole, fra rupi, attraverso ghiacciai, vicino a cime che sembravano attingere le stelle, continuai la mia via fino al Lang Tso, un lago di meravigliose bellezze, addormentato ai piedi del Tigri Gange, e del Kailas Parbot, giganti che sfoggiano la loro corona di neve biancheggiante in eterno di faccia al sole. Là, al centro della terra, dove l'Indo, il Gange ed il Brahmaputra, nascono per correre nei loro alvei rispettivi; dove l'umanità prese la sua dimora e si divise per popolare il mondo, lasciando Balk, la madre delle città, ad attestare il gran fatto; dove la Natura, ritornata alle sue primitive condizioni e sicura nelle sue immensità, invita il sapiente e l'esiliato con promessa di salvezza ad uno e di solitudine all'altro, là io mi recai per restar solo con Dio, pregando, digiunando, attendendo la morte.» —
La sua voce si abbassò e le mani ossute si strinsero in una fervida stretta.
— «Una notte camminavo presso la spiaggia del lago e parlavo al silenzio ascoltatore: — «Quando verrà Iddio a redimerci? Non vi sarà mai salvezza?» — allorchè, all'improvviso una luce cominciò ad ardere tremula fuori dell'acqua; una stella si sollevò e si mosse verso di me, soffermandosi sul mio capo. Lo splendore mi abbagliò. Mentre giacevo a terra udii una voce di dolcezza infinita: — «Il tuo amore ha vinto. Che tu sia benedetto, o figlio dell'India! La Redenzione è prossima. Con due altri dell'estreme parti della terra tu vedrai il Redentore e sarai testimone della sua venuta. Di buon mattino alzati, va ad incontrare queste due persone e poni tutta la tua fede nello Spirito che ti guiderà.» — E da allora la luce rimase meco: così sapevo ch'era la presenza visibile dello Spirito. Il mattino dopo cominciai a far ritorno nel mondo abitato, dalla via donde ero venuto. In una fenditura della montagna avevo trovato una pietra di notevole valore che vendetti a Hurdwar. Da Lahwe, per Cabul, e Yezd giunsi ad Ispahan. Là comperai il cammello e quindi fui condotto a Bagdad, non aspettando le carovane. Viaggiai solo senza paura perchè lo Spirito era ed è tuttora con me. Quale gloria è la nostra, o fratelli! Noi vedremo il Redentore, gli parleremo, lo adoreremo! Ho finito.» —
CAPITOLO V.
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Il Greco proruppe in vivaci espressioni di gioia e congratulazioni; dopo le quali l'Egiziano prese a dire con gravità caratteristica:
— «Vi saluto, mio fratello, voi avete molto sofferto ed io gioisco del vostro trionfo. Se entrambi desiderate ascoltarmi vi dirò chi sono e come fui indotto a venire. Attendetemi un momento.» — Uscì; diede un'occhiata ai cammelli e poi riprese il suo posto.
— «Le vostre parole, fratello, le aveva dettate lo Spirito — disse per incominciare — e lo Spirito me le fa comprendere. Ciascuno di voi parlò particolarmente dei vostri paesi: in ciò v'era un gran motivo che adesso vi spiegherò: lasciatemi ora dirvi di me e del mio popolo. Io sono Balthasar, Egiziano.» —
Le ultime parole furon dette adagio ma con tale dignità che ambedue gli uditori s'inchinarono all'oratore.
— «Vi sono parecchie glorie che posso attribuire alla mia razza — continuò — ma io mi contenterò di una. La storia cominciò con noi. Noi fummo i primi a perpetrare gli eventi tenuti dagli annali. Così noi non abbiamo tradizioni, ed invece della poesia vi offriamo certezza. Sulle facciate dei palazzi e dei templi, sugli obelischi, sulle pareti delle tombe, noi scrivemmo i nomi dei nostri re e le loro gesta; e ai delicati papiri noi confidammo la sapienza dei nostri filosofi ed i segreti della nostra religione — tutti i segreti meno uno — del quale vi parlerò ora. Più antico dei Vedi, o Melchiorre; più antico delle canzoni d'Omero o delle metafisiche di Platone, o mio Gaspare, più vecchie dei libri Sacri o dei re dei Chinesi, o di quelli di Syddàrtha, più vecchio della Genesi di Mosè l'Ebreo; più vecchio di tutti insomma gli annali umani sono le scritture di Menes, il nostro primo Re.» —
Riposando un istante egli fissò i suoi grandi occhi dolcemente sul Greco dicendo: — «Nella giovinezza dell'Ellade quali, o Gaspare, furono i Maestri dei suoi maestri?» —
Il Greco s'inchinò sorridendo.
— «Da questi annali» — continuò Balthasar — «noi sappiamo che quando i padri vennero dal lontano deserto, dalle fonti dei tre fiumi Sacri, — dal vecchio Iran del quale voi parlaste, o Melchiorre — recarono con sè la storia del mondo e del Diluvio quale fu tramandata dai figli di Noè agli Ariani, e insegnarono i concetti di Dio, del Creatore, dell'Anima, immortale come Dio. Quando il compito, che ora ci chiama, sarà felicemente terminato, se vorrete venire con me, vi mostrerò la biblioteca Sacra del nostro sacerdozio; fra tanti il Libro dei Morti, nel quale è il rituale che deve essere osservato dall'anima dopo che la Morte l'ha inviata al Giudizio eterno.
Queste idee — Dio e l'anima Immortale — furon portate da Mizraim al di là del deserto, sino alle rive del Nilo, facili e semplici nella loro primitiva purezza, come è tutto ciò che proviene direttamente dalle mani di Dio. Tale era pure il primo rito — una canzone ed una preghiera, adatta per un'anima gioconda, piena di speranze ed innamorata del suo Creatore.» A questo punto il Greco alzò le mani esclamando:
— «Oh la luce si fa dinanzi ai miei occhi!»
— «Ed in me pure» — disse l'Indiano con egual fervore.
L'Egiziano li guardò benignamente, poi proseguì dicendo:
— «La religione è soltanto una legge che lega l'Uomo al suo Creatore: nella sua purezza non ha che questi elementi: Dio, l'anima e il loro mutuo riconoscimento, dai quali, allorchè sono messi in pratica, nascono l'Adorazione, l'Amore e la Ricompensa.
Tale, fratelli miei, era la religione di nostro padre Mizraim nella sua primitiva semplicità. La maledizione delle maledizioni è che gli uomini non la lasciarono stare così.» —
Egli si fermò come pensando in che modo dovesse continuare.
— «Parecchie nazioni hanno amato le dolci acque del Nilo» — aggiunse — «l'Etiope, l'Ebrea, l'Africana, la Persiana, la Macedone, la Romana, delle quali nazioni, tutte, eccettuata l'Ebrea, ne furono, ora l'una ora l'altra, padrone. Tale succedersi di popoli corruppe l'antica fede Mizraimica. La Valle delle Palme divenne una Valle degli Dei. Di un Dio se ne fecero otto ognuno rappresentante un principio costitutivo della Natura, con Ammon Re alla testa. Poi vennero Isis e Osiris, poi furono divinizzate le qualità umane come la Forza, la Sapienza, l'Amore ed il Piacere».
— «In tutto ciò spirava l'antica follìa!» — gridò il Greco, con moto istintivo.
L'Egiziano s'inchinò e procedette:
— «Ancora qualche parola, o fratelli: gli annali mostrano come Mizraim abbia trovato il Nilo in possesso degli Etiopi, un popolo di genio e di fantasia, totalmente dato all'adorazione della natura. Il poetico Persiano, sacrificò al Sole come l'imagine più perfetta di Ormuzd, suo Dio. I devoti figli del lontano Oriente, intagliarono nel legno e nell'avorio le loro divinità; ma l'Etiopia, senza scritture, senza libri, si abbassava al culto degli animali, degli uccelli, e degli insetti, tenendo il gatto sacro per il Re, il toro per Iris, lo scarabeo per lo Phtah. Così nacque la religione del nuovo impero. Allora s'innalzarono i magnifici monumenti che ingombrano la spiaggia del fiume ed il deserto: l'obelisco, il labirinto, la piramide e la tomba del re, confusa con la tomba del coccodrillo.
In tale profondo avvilimento, o fratelli, erano caduti i figli di Ario!»
Qui per la prima volta la calma abbandonò l'Egiziano; sebbene il suo aspetto fosse tranquillo la sua voce lo tradiva.
— «Non disperate troppo, o miei amici — ricominciò — non tutti dimenticarono Dio. Poco fa dissi, forse vi ricorderete, che ai papiri confidammo tutti i segreti della nostra religione, meno uno: di quello parlerò adesso. Una volta avemmo per Re un certo Faraone che si prestava ad ogni genere di riforme e di innovazioni. Per stabilire il nuovo sistema cercò di far dimenticare intieramente quello vecchio.
Gli Ebrei allora abitarono con noi come schiavi. Si ostinarono ad adorare il loro Dio, e quando la persecuzione divenne intollerabile, furono liberati in un modo che mai si potrà dimenticare. Mosè, anch'egli un Ebreo, venne al palazzo e domandò il permesso che gli schiavi, milioni di numero, lasciassero il paese. La domanda veniva a nome del Dio d'Israele. Faraone si rifiutò. Sentite ciò che ne seguì.
Prima, tutta l'acqua, tanto quella dei laghi e dei fiumi come quella nei pozzi e nei recipienti si cambiò in sangue. Ancora il monarca si rifiutò. Allora nacquero delle rane che coprirono tutta la terra. L'altro si mantenne sempre ostinato. Allora Mosè gettò un pugno di cenere nell'aria e la peste prese gli Egiziani.
Poi tutto il bestiame tranne quello degli Ebrei venne a morire. Le locuste divorarono quanto di verde era nella valle. A mezzodì il giorno si mutò in un'oscurità così profonda che le lampade non facevano luce. Finalmente durante la notte tutti i primogeniti degli Egiziani morirono; neppur quello di Faraone si salvò. Allora egli cedette. Ma quando gli Ebrei se ne andarono egli li inseguì col suo esercito.
All'ultimo momento il mare si divise, cosicchè i fuggitivi poterono scampare.
Quando i persecutori vollero imitarli le onde si precipitarono loro addosso e travolsero cavalli, cocchieri e Re. Voi avete parlato di rivelazioni, o mio Gaspare...» —
Gli occhi celesti del Greco brillarono.
— «Io appresi qual'era la storia degli Ebrei — gridò egli — voi la confermate, o Balthasar!» —
— «Sì, ma per bocca mia parla l'Egitto, non Mosè. Io interpreto i marmi. I sacerdoti di quell'epoca scrivevano alla loro maniera ciò di cui eran testimoni.
Così vengo al segreto non riferito dagli annali. Al nostro paese abbiamo sempre avuto, dai tempi di quello sfortunato Faraone due religioni, una privata, l'altra pubblica; una di Dei innumerevoli adottata dal popolo; l'altra di un Dio solo adorato dal clero.
Rallegratevi con me, o fratelli! Tutti i flagelli inventati dai tiranni, furono vani. La verità gloriosa è vissuta; e proprio questo è il suo giorno!» —
Il corpo deperito dell'Indiano si curvò in segno di gioia ed il Greco gridò forte:
— «Mi sembra di sentire il deserto stesso cantare.» —
Da un vicino ruscelletto d'acqua l'Egiziano bevve un sorso e procedette:
— «Io nacqui ad Alessandria, principe e sacerdote, ed ebbi un'educazione adatta alla mia classe. Ben presto però mi disgustai. Parte della fede imposta, era che dopo la morte, oltre la distruzione del corpo, l'anima cominciasse la sua lenta ascensione sino alla più alta ed ultima esistenza; e questo indipendentemente dalla vita vissuta in terra.
Quando udii del Regno della Luce del Persiano, del suo paradiso attraverso il ponte Chinevat, ove vanno solo i buoni, il pensiero mi tormentò, ed in tale modo che tanto di giorno come di notte fantasticai sulle idee della transmigrazione Eterna.
Se, come m'insegnò il mio maestro, Dio era giusto, perchè non v'era alcuna distinzione tra i buoni e i cattivi? Finalmente venni alla conclusione che la morte fosse soltanto il punto di separazione fra i cattivi, che venivano abbandonati e puniti, e i fedeli che venivano innalzati ad una vita più nobile; non il ricovero di Budda nè il riposo negativo di Brahma, o Melchiorre; nè il soggiorno agli Elisi, ch'è tutto ciò che il Cielo permette secondo la fede olimpica, o Gaspare; ma vita — vita attiva, allegra, eterna. Vita assieme a Dio! — La scoperta mi trascinò ad un'altra inchiesta. Perchè deve la verità esser tenuta come un segreto a conforto egoista del clero?
Il motivo per tale segreto non v'era più. La filosofia ci aveva almeno data la tolleranza. In Egitto avevamo Roma invece di Rameses. Un giorno nel Bruccheio, il quartiere più bello e più abitato di Alessandria, predicai. L'Oriente e l'Occidente mi diedero uditori. Studenti che frequentavano la Biblioteca, sacerdoti del Serapeo, oziosi del Museo, patroni dello stadio, paesani del Rhacotis, una folla, insomma, si fermò per sentirmi.
Predicai su Dio, sull'anima, sul giusto e l'ingiusto e sul Cielo, ricompensa alle vite virtuose. Voi, o Melchiorre, foste preso a sassate: i miei uditori dapprima furono sorpresi, poi risero.
Parlai di nuovo ed essi mi fecero bersaglio di epigrammi, coprirono il mio Dio di ridicolo ed offuscarono il mio paradiso collo scherno. Per non dilungarmi troppo, io cedetti dinanzi a loro.» —
L'Indiano sospirò dicendo: — «L'uomo è nemico dell'uomo, o fratelli!» — Balthasar riprese:
«Io pensai a lungo intorno alla ragione dell'insuccesso dell'impresa.
Rimontando il fiume, ad una giornata di viaggio dalla città, si trova un villaggio di pastori e di orticultori; presi un battello e mi vi ci recai. Sul far della sera chiamai a raccolta la popolazione, uomini e donne, i poveri tra i poveri; tenni loro il medesimo discorso che avevo tenuto nel Bruccheio: essi non risero.
Alla terza riunione, venne formata una società religiosa. Allora tornai in città.
Andando alla riva del fiume, sotto le stelle che mi sembravano così brillanti e vicine, mi venne quest'idea:
D'incominciare una riforma, di non andare nei palazzi dei grandi e dei ricchi, bensì nei tuguri dei poveri e degli umili. Mi proposi di sacrificare la mia vita. Come primo passo affittai le mie vaste proprietà affinchè il reddito fosse certo aiuto ai sofferenti. Da quel dì, o fratelli, peregrinai lungo il Nilo, nei villaggi, e presso tutte le tribù, predicando un Dio, una vita retta, e la ricompensa in Cielo. Feci del gran bene; non sta a me il dirlo. Io pure so che una parte del mondo è pronta per ricevere Colui che noi andiamo a cercare.» —
Un rossore si diffuse sulle guancie abbronzate dell'oratore, ma passato che fu, egli riprese:
— «Gli anni trascorsi così, o fratelli miei, furon tormentati da un solo pensiero. Qualora morissi che diverrebbe, della causa da me iniziata? Finirebbe con me? Avevo sognato tante volte di un'organizzazione come della meta conveniente a coronare il mio lavoro. Per non nascondervi nulla vi dirò che avevo provato a metterla ad effetto, ma fallii. Fratelli, il mondo è ora in tali condizioni che per ristorare la fede Mizraimica il riformatore deve avere di più dell'umana sanzione; non deve venire solamente in nome di Dio, egli deve avere le prove soggette alla sua parola; egli deve dimostrare tutto ciò che dice, perfino Iddio. Così preoccupata è la mente di miti e di sistemi, è tale l'affluire ovunque di false divinità in terra, nell'aria, nel cielo, che il ritorno alla prima religione non può compiersi che attraverso vie sanguinose, attraverso campi di persecuzione; cioè come dire che i convertiti devono essere disposti a morire piuttosto che disdirsi.
E chi, in quest'epoca, può portare la fede degli uomini a tal punto se non Dio medesimo?
Per redimere la razza, non intendo dire di distruggerla; per redimerla, Egli deve manifestarsi ancora una volta: Egli deve venire in persona.» —
Un'emozione intensa s'impadronì di tutti e tre.
— «Non andiamo noi forse a cercarlo?» — esclamò il Greco.
— «Voi comprenderete perchè fallii nell'impresa d'organizzare — disse l'Egiziano allorchè l'emozione fu passata. — Io non avevo l'approvazione divina. Il sapere che il mio lavoro si sarebbe perduto mi rendeva estremamente infelice. Io credevo nella preghiera, e, per rendere le mie orazioni pure e forti, come voi, fratelli miei, mi ritirai dal mondo abitato e cercai conforto nella solitudine.
Andai al di là della quinta cataratta, al di là dell'incontro dei fiumi in Sennar, al di là di Bahr el Abiad, nella parte più sconosciuta dell'Africa. In quei luoghi, una montagna celeste come il cielo, getta una fresc'ombra su tutta la parte occidentale del deserto, e, con le sue cascate di neve disciolta alimenta un vasto lago formatosi all'est della sua base. Il lago è la sorgente del gran fiume.
Per più di un anno la montagna mi diede ricetto. I datteri mi nutrirono: le preghiere sollevarono il mio spirito. Una sera andai nell'orto vicino al lago e pregai così: — «Il mondo sta per morire. Quando verrai? Perchè non potrò io vedere la Redenzione, o mio Dio?» — L'acqua cristallina brillava al riflesso delle stelle. Una di esse parve abbandonare il suo posto e innalzarsi alla superficie dove diventò di uno splendore tale da abbagliare gli occhi. Poi si mosse verso di me e si fermò sopra il mio capo, apparentemente a portata di mano. Caddi a terra e mi coprii il viso. Una voce che non era terrena mi disse: — «Le tue fatiche hanno vinto. Che tu sia benedetto, o figlio di Mizraim! La Redenzione verrà. Con due altri, venuti dalle estreme parti del mondo, tu vedrai il Salvatore. Di buon mattino alzati e va ad incontrarli e quando sarete giunti tutti alla città santa di Gerusalemme, chiedete al popolo: «Dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei? Poichè noi abbiamo veduto la sua stella sorgere dall'Est e siamo inviati qui per adorarlo.» — Poni tutta la tua fiducia nello Spirito che ti guiderà.» —
E la luce divenne per me una Rivelazione indubitabile e rimase mia unica inspiratrice ed unica guida.
Essa mi condusse per la via del fiume a Memfi dove mi preparai ad attraversare il deserto. Comperai il mio cammello e venni qua senza riposarmi dalla via di Suez e Kufileh attraverso le pianure di Moab ed Ammon. Iddio è con noi, o fratelli.» —
Egli fece una pausa; poi con prontezza insolita si alzarono tutti e si guardarono.
— «Dissi che v'era un motivo che c'inspirava a dire in un certo modo dei nostri popoli e delle loro tradizioni — proseguì. — Colui che noi andiamo a cercare era chiamato Re degli Ebrei; con quel nome noi dobbiamo chiedere di lui. Ma ora che ci siamo incontrati, che ci siamo uditi, possiamo conoscerlo come Redentore, non solo degli Ebrei, ma di tutte le nazioni della terra. Il Patriarca, che sopravvisse al Diluvio, aveva seco tre figli, e le loro famiglie, dalle quali il mondo fu ripopolato. Nella vecchia Ariana Vaêjo, la conosciutissima regione di Siria nel cuor dell'Asia, essi si divisero. L'India e il lontano Oriente ricevettero i figli del primo figlio; i discendenti del minore, dal Nord, sbarcarono in Europa; quelli del secondo (attraverso i deserti vicino al mar Rosso), passarono in Africa: e, sebbene per la massima parte abitino ancora in tende nomadi, alcuni di essi divennero edificatori di case lungo il Nilo.» —
I tre unirono le palme mossi da un medesimo impulso.
— «Potrebbe esservi alcunchè di meglio ordinato? di più chiaramente divino?» — esclamarono ad una voce.
Balthasar continuò:
— «Quando avremo trovato il Signore, o fratelli, tutte le generazioni venture s'inginocchieranno a lui in segno di omaggio, imitandoci. E quando ci divideremo, per andar ognuno per la nostra via, il mondo avrà imparato una nuova dottrina — e cioè che il Paradiso può esser meritato non solo colla spada, non solo colla saggezza umana, ma bensì colla Fede, coll'Amore, colle Opere Buone.» —
Vi fu un silenzio interrotto da sospiri e santificato con lagrime poichè la gioia che li riempiva tutti era ineffabile.
Le loro mani si disgiunsero ed insieme si protesero fuor della tenda. Il deserto era calmo come il cielo. Il sole tramontava rapidamente. I cammelli dormivano. Poco dopo la tenda fu levata, e gli avanzi dei viveri rimessi nelle casse; gli amici montarono in sella e s'avviarono in fila diretti dall'Egiziano. Il loro cammino nella rigida notte era rivolto all'occidente. I cammelli camminavano a trotto sicuro mantenendo le distanze e la linea retta così esattamente che quelli che seguivano parevano camminare sulle orme del capo. I cavalieri non parlarono una sol volta durante il tragitto.
A poco a poco spuntò la luna. E mentre le tre bianche ed alte figure avanzavano a passo silenzioso, sembravano, alla luce d'opale, spettri in fuga dinanzi ad ombre odiose. Tutto ad un tratto, nell'aria, avanti a loro, sulla cima di una bianca collina, scintillò una fiamma sottile; mentre la guardavano l'apparizione si mutò in un fuoco di un immenso splendore. I loro cuori batterono forte; le loro anime fremettero; essi gridarono ad una voce sola:
— «La stella! La stella! Iddio è con noi!» —
CAPITOLO VI.
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Ad oriente, nelle mura di Gerusalemme, si trovano le porte di Betlemme e di Joppa. Il recinto che le circonda è uno dei posti più importanti della città. Molto prima che Davide aspirasse a Sion, si trovava in quel posto una cittadella. Quando il figlio di Jesse scacciò Jebusite, e cominciò a fabbricare, la cittadella divenne l'estremità nord-ovest della nuova mura, difese da una torre più imponente di quella antica. Tanto il campo come la porta, non di meno, non furon toccati, per la ragione che le strade le quali s'incontravano e si dividevano davanti ad essi non potevan essere trasportate a nessun altro punto, mentre il recinto che le circondava era diventato un vero centro di mercato. Ai tempi di Salomone v'era in quella località gran traffico dovuto in parte ai commercianti Egiziani e ai ricchi negozianti di Tiro e di Sidone. Sono passati quasi tremila anni; eppure ancor oggi v'esistono traccie di commercio. Un pellegrino in cerca di merce non ha che a rivolgersi alla porta di Joppa. Qualche volta la scena riesce assai animata e fa pensare che cosa dev'esser stato questo sito ai giorni di Erode il Costruttore. Il lettore deve trasportarsi col pensiero a quei tempi, e a quel mercato.
Secondo il Calendario degli Ebrei l'incontro degli uomini saggi, descritto nei capitoli precedenti, ebbe luogo nel pomeriggio del 25º giorno del terzo mese dell'anno, cioè il 25 di dicembre; l'anno era il secondo della 193.ma Olimpiade o il 747 di Roma, il 67º di Erode il Grande, ed il 35º anno del suo regno; il quarto prima dell'Era Cristiana. L'ora del giorno, secondo il costume giudaico cominciava col sole, la prima ora essendo la prima dopo il levar del sole; così, per esser precisi, il mercato di Joppa, durante la prima ora del giorno, era molto animato. Le porte massiccie eran state aperte fino dall'alba.
Il commercio sempre crescente aveva invaso anche un vicolo stretto ed una corte sotto le mura della grande torre. Siccome Gerusalemme è situata sulla parte montuosa del paese, l'aria del mattino era piuttosto fredda. I raggi del sole, che promettevano di riscaldare l'aria, si fermavano provocanti sui merli delle torri, dalle quali s'udiva il tubare dei piccioni e lo stormire delle loro ali. Per far conoscenza col popolo della città santa, e per comprendere le pagine seguenti, sarà necessario di fermarsi alla porta e di passare in rivista la scena.
Migliore opportunità di questa non può esser offerta per conoscere il popolino. La scena appare, a tutta prima, una gran confusione, di rumori, di colori e di cose. Questo avviene specialmente nel vicolo e nella corte. Il terreno è selciato da larghe ed irregolari piastre che ripercuotono il calpestìo ed il vocìo. Unendoci alla folla e prendendo un po' di famigliarità cogli affari del mercato, ci sarà possibile di fare l'analisi di questo popolo.
In un angolo, un asino, sonnecchiava sotto il peso dei panieri ricolmi di lenticchie, di fagiuoli, di cipolle e di citrioli, provenienti freschi dalle terrazze e dai giardini di Galilea. Quando non era occupato a servire ai clienti, il padrone gridava, vantando ai passanti la sua merce. Nulla di più semplice del suo costume: portava dei sandali; aveva una greggia coperta incrociata su di una spalla e fermata alla vita da una cintura di cuoio. Là vicino, assai più imponente e grottesco, sebbene non così paziente come l'asino, stava inginocchiato un cammello, ossuto, grigio, con dei lunghi, irti peli rossicci sotto alla gola, il collo ed il corpo; e carico di ceste e di scatole curiosamente accomodate su di un'enorme sella. Il proprietario era un Egiziano piccolo e snello. La sua carnagione aveva preso il colore delle strade polverose e delle sabbie del deserto. Portava uno smunto tarbooshe, una blusa sciolta, senza maniche, senza cintura, e cadente, larga, dal collo alle ginocchia. I suoi piedi erano nudi. Il cammello, irrequieto pel carico, si lagnava, di quando in quando, mostrando i denti, e l'uomo passeggiava, indifferentemente, in su ed in giù, tenendo le briglie e vantando i suoi frutti freschi provenienti dagli orti di Kedron: uva, datteri, fichi, mele e melagrane.
Ad un lato, ove la strada sboccava nella corte, eran sedute delle donne colle spalle rivolte al muro. Il loro abito era quello comune alla classe più modesta del paese; una veste di tela che s'estendeva per tutta la lunghezza della persona, leggermente attillata alla vita, ed un velo abbastanza ricco perchè, dopo aver coperto la testa, potesse avvolgere le spalle. La loro merce era contenuta in una quantità di vasi di terra come quelli tuttora adoperati in Oriente per trasportare l'acqua dei pozzi, ed in bottiglie di pelle. In mezzo ai vasi e alle bottiglie, rotolando sul terreno sabbioso, noncurante della folla e del freddo, giuocava, spesso in pericolo, ma incolume, una mezza dozzina di bambini, seminudi, coi corpi abbronzati, e che cogli occhi neri lucenti come perle nere, e i folti capelli neri attestavano il sangue d'Israele. Qualche volta le madri mostravano i visi liberi dai loro veli e con ostentazione gridavano la propria merce: nelle bottiglie vino, nei vasi bevande spiritose. Le loro preghiere si perdevano di solito tra il frastuono generale esse ricavavano un ben meschino guadagno a cagione dei molti concorrenti: uomini tarchiati, dalle gambe nude, dalle tuniche sudicie, dalla barba lunga, erranti di qua e di là colle bottiglie legate dietro le spalle, gridando: «vino dolce! uva di Engaddi!»
I venditori di uccelli non fanno meno chiasso — colombe, anitre, spesso usignuoli, ma più di frequente piccioni, sono venduti ai compratori che, ricevendoli, non pensano alla vita pericolosa di coloro che li prendono, arrampicandosi sulle più alte rupi, sospesi ora all'orlo dei precipizi colle mani e coi piedi, e ora dondolanti in una cesta fra i crepacci delle montagne. Confusi con essi, dei merciaiuoli ambulanti di gioielli, uomini furbi, vestiti di scarlatto e di bleu, con dei turbanti bianchi, e coscienti dell'abbaglio che produce un nastro colla lucentezza dell'oro, o un braccialetto, o una collana, o un anello per le dita o pel naso; girovaghi venditori d'utensili domestici, venditori di vesti, venditori al minuto d'unguenti per ungere i corpi delle persone, venditori insomma di qualsiasi articolo sì di lusso che d'uso, i quali tirando, qua e là con forza delle corde, ora con grida, ora con lusinghe, s'affaticavano; venditori d'animali, asini, cavalli, vitelli, pecore, capre belanti, e goffi cammelli; animali di tutte le specie eccettuato il maiale, che era proibito dalle leggi ebraiche. Tutte queste scene potevano vedersi, a ogni piè sospinto per l'antico mercato.
CAPITOLO VII.
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Fermiamoci alla porta, appena fuori di essa, dove la gente affluiva e donde partiva; guardiamo ed ascoltiamo aprendo bene occhi ed orecchie.
Giungiamo proprio in tempo opportuno! Ecco due uomini ragguardevoli che si avanzano in modo da esserci bene in vista.
— «Dio, come fa freddo!» — diceva uno di essi ch'era ricoperto d'una gagliarda armatura e portava sul capo un elmo di rame e sul petto una corazza lucente. — «Come fa freddo! ti ricordi, mio caro, quel sotterraneo nel Comitium, che la storia dice servire d'entrata al mondo intero? Per Plutone! Io potrei fermarmi lì questa mane, finchè mi sono scaldato!» —
Dette queste parole sparvero entrando in città. Quando anche non avessero parlato, dall'armatura e dal passo pesante, si sarebbero giudicati soldati romani. Dietro ad essi veniva un Ebreo, magro di statura, dalle spalle ricurve, vestito d'una tonaca rossa; gli occhi e il viso erano ombreggiati dalla lunga capigliatura scomposta. Egli era solo. Quelli che l'incontravano ridevano, se non facevano di peggio, perchè egli era un Nazzareno appartenente alla setta spregevole che rifiutava i Libri di Mosè e si dedicava ai riti e non si tagliava i capelli mentre duravano i voti. Mentre questa abbominevole figura si allontanava, avveniva un improvviso tumulto nella folla che si divideva prontamente a destra e a sinistra con pungenti esclamazioni. Cagione di ciò era un individuo che lineamenti e costume rivelavano Ebreo. Il suo mantello di tela bianca, era allacciato al collo con dei cordoni di seta gialla svolazzanti liberamente sulle spalle; il suo abito riccamente ricamato, una fusciacca rossa con frangie d'oro gli girava parecchie volte intorno alla vita; la sua fisonomia era calma, egli sorrideva anche a coloro che in modo rozzamente frettoloso, gli facevano largo. Un lebbroso? No; egli era solo un Samaritano. La folla che si allontanava, se interrogata, avrebbe risposto che egli era un mulatto, un assiro; il solo contatto del suo abito era così ripugnante che un Israelita, nemmeno se in agonia, avrebbe a prezzo di tale contatto accettata la vita. Quando Davide pose sul monte Sion il suo trono col solo aiuto di Giuda, le dieci tribù si stabilirono a Sheckem, una città molto più vecchia e a quel tempo infinitamente più ricca di sacre memorie. L'unione finale delle tribù non acquetò la disputa cominciata. I Samaritani difendevano i loro tabernacoli per Gerizim e mentre sostenevano superiore la loro santità, ridevano degli irati dottori di Gerusalemme. Il tempo non mitigò il loro odio. Sotto Erode la conversione alla fede era aperta a tutto il mondo eccetto che ai Samaritani. A loro soli era proibita assolutamente, e per sempre, la comunanza cogli Ebrei.
Mentre il Samaritano si incamminava sotto l'arco della porta di là uscirono tre uomini così diversi da tutti quelli da noi finora veduti.
Essi erano di una statura straordinaria, e di una straordinaria complessione; i loro occhi erano azzurri e la loro carnagione tanto delicata che il loro sangue traspariva attraverso la pelle come azzurre pennellate; i loro capelli pure chiari e corti, le teste piccole e rotonde, riposavano ferme sui colli come tronchi d'albero, tuniche di lana aperte sul petto, senza maniche, fermate con una larga cintura, avvolgevano il loro corpo lasciando scoperte le braccia e le gambe talmente forti che si sarebbero dette di gladiatori; e quando vi aggiungessimo i loro modi trascurati, confidenziali ed insolenti, non ci meraviglieremo che il popolo lasciasse loro il passo, si fermasse e si voltasse addietro dopo che erano passati per dar loro un'ultima occhiata. Erano giuocatori nell'arena, lottatori, corridori, pugillatori, schermidori, professionisti sconosciuti nella Giudea prima della venuta dei Romani, i quali, eccettuato il tempo che dedicavano all'addestrarsi e al gironzolare pei giardini reali, si facevano vedere seduti in compagnia delle guardie alla porta del palazzo, o forse erano ospiti provenienti dalla Cesarea, Sebaste o Gerico, dove Erode, più Greco che Ebreo, e con tutto l'amore di un Romano amante di giuochi e di spettacoli sanguinosi, aveva fabbricato vasti teatri e vi teneva ora delle scuole di scherma come quelle d'uso nelle provincie galliche, o nelle tribù slave del Danubio.
— «Per Bacco! — esclamò uno di essi, portando il pugno all'altezza della spalla — i cranî degli avversarî non hanno lo spessore di un guscio d'ovo!» —
Lo sguardo brutale che accompagna quel gesto ci disgusta e noi siamo lieti di rivolgerci a qualche cosa di più piacevole.
Di rimpetto a noi sta un banco di frutta. Il proprietario è calvo, ha il viso lungo e un naso fatto a guisa del becco di un falco. È seduto sopra un tappeto disteso sulla sabbia e volge le spalle al muro; sopra la sua testa pende una misera tenda; intorno a lui, alla mano, disposti sopra piccoli sgabelli, stanno scatole piene di mandorle, uva, fichi e melegrane. Gli si avvicina un uomo che non possiamo a meno di guardare, ma per ben altra ragione di quella che ci fece alzare gli occhi sui gladiatori: egli è veramente bello, un bellissimo Greco. Una corona di mirto alla quale sono ancora attaccati pallidi fiori e bacche mature, gli tiene fermi i capelli e circonda le sue tempia. La sua tunica scarlatta è fatta di una morbida stoffa di lana; sotto alla cintura di cuoio di bufalo, allacciata davanti da una fibbia d'oro lucente, gli cade la sottana fino alle ginocchia con profonde pieghe e guarnizioni dello stesso metallo; una sciarpa, pure di lana, mista di bianco e di giallo, gli circonda il collo. Le braccia e le gambe sono scoperte, sono bianche come l'avorio, d'un candore che rivela l'uso continuo di bagni, d'olio, di spazzole e di forbici. Il venditore, fermo al suo posto, si piega in avanti, e alzando le mani, colle palme all'ingiù e le dita distese.
— «Che hai questa mattina, o figlio di Pafo?» — gli domandò il giovane Greco guardando più alle scatole che al Cipriotto. — «Io ho fame; che hai da colazione?» —
— «Frutta genuine del Pedio, come ne fanno uso solo i cantanti di Antiochia ogni mattina per rinforzare la loro voce» — rispose il venditore in tono lento e nasale.
— «Non me ne importa un fico dei cantanti di Antiochia» — esclamò il Greco. — «Tu sei, come sono io, un adoratore di Afrodite, quindi ti assicuro che le loro voci sono fredde come il vento del Caspian. Vedi tu questa cintura? è un regalo della grande Salomè.» —
— «La sorella del Re!» — esclamò il Cipriotto con un altro inchino.
— «È di un gusto regale e ammirevole. E perchè no? Essa è più greca del Re. Ma... la mia colazione? Ecco il tuo danaro. Rame rosso di Cipro. Dammi dell'uva e...» —
— «Non vuoi anche dei datteri?» —
— «Non sono arabo.» —
— «Neppure dei fichi?» —
— «Questo sarebbe come prendermi per un Ebreo. No, solo dell'uva desidero. Per i Greci nulla vi è di migliore del vino.» —
Questo cantore azzimato, in mezzo alla confusione del mercato è una figura che difficilmente si dimentica, ma, come per sfidarci al paragone, un'altra persona lo segue destando tutta la nostra meraviglia.
Egli s'avanza piano piano, colla testa bassa; si ferma ad intervalli, rivolgendo gli occhi al cielo, come per pregare. Un simile tipo non può trovarsi che in Gerusalemme. Appesa ad un nastro che gli tiene fermo il mantello sporge sulla fronte una busta di pelle, di forma quadrata; un'altra uguale è legata da una fettuccia al braccio sinistro, gli orli del suo abito sono ornati di una frangia alta: e da questi indizi, dal suo costume e dall'odore di santità intensa che si diffonde intorno a lui, lo riconosciamo per un Fariseo di una società religiosa, una setta politica, il cui bigottismo e il cui potere porteranno in breve tempo molti dispiaceri al mondo. La folla è assai densa al di là delle porte sulla strada di Joppa. Lasciando il Fariseo siamo attratti da alcuni gruppi di persone, le quali, ad agevolare il nostro studio, se ne stanno opportunamente in disparte. Vediamo, primo fra essi, un uomo di nobile aspetto, dalla carnagione chiara e fine, dagli occhi neri e lucenti, dalla barba lunga ed abbondante, ricco d'unguenti, vestito riccamente in modo adatto alla stagione. Teneva in mano un bastone e portava sospeso al collo, per mezzo di un cordone un grande sigillo d'oro. Era scortato da parecchi servi; alcuni di essi portavano delle piccole spade alle cinture, e, quando gli rivolgevano la parola, lo facevano col massimo rispetto.
Il resto della carovana consisteva in due Arabi genuini, magri come un filo, col viso abbronzato, colle guancie infossate, e cogli occhi d'una lucidezza quasi malvagia; sopra alla loro testa portavano dei rossi tarbooshes; sopra i loro abas, avviluppanti la spalla sinistra ed il braccio destro, delle coperte di lana. C'era un gran contrattare perchè gli Arabi stavano vendendo i cavalli offrendoli con tutto il loro ardore e con voci squillanti. Il personaggio elegante lasciava parlare i suoi servi, di quando in quando rispondeva con gran dignità; ad un tratto, scorgendo il Cipriotto, si fermò e comprò dei fichi.
Se dopo che l'intera compagnia ha passata la porta vicino al Fariseo noi ci portiamo dal venditore di frutta, egli ci racconterà con grandi reverenze come lo straniero fosse un Ebreo, uno dei principi della città che ha viaggiato ed imparato a distinguere la differenza che passa tra l'uva comune di Siria e quella di Cipro.
E così, fin verso mezzodì, e qualche volta più tardi, vi è costante corrente d'affari alla porta di Joppa, affari d'ogni sorta, che fanno intervenire al mercato rappresentanti di ogni tribù di Israele, di tutte quelle sette fra cui l'antica fede è stata suddivisa e frazionata, di tutte le religioni e le divisioni sociali, di tutta la plebe avventurosa, che, gaudente e tumultuante, gozzoviglia alle spalle d'Erode e dei Cesari suoi successori.
In altre parole, Gerusalemme, ricca nella storia sacra, più ricca nelle sacre profezie, — la Gerusalemme di Salomone, nella quale l'argento era abbondante come le pietre, e i cedri numerosi come i siccomori della valle — non era che una copia di Roma, un centro di pratiche profane, una sede di potere pagano. Un re Ebreo indossò un giorno vestiti sacerdotali ed andò nel Tempio a offrire incenso. Ne venne fuori un lebbroso; ma, nell'epoca della quale parliamo, Pompeo entrò nel tempio di Erode ed anche nell'ehal, e sortì senza timore, non trovando che una stanza vuota, e di Dio non una vestigia.
CAPITOLO VIII.
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Torniamo alla corte descritta come parte del mercato della porta di Joppa. Erano le tre di giorno e parecchia gente era andata via; nondimeno la folla continuava ad accorrere senz'alcun'apparente diminuzione. Dei nuovi venuti, v'era un gruppo laggiù vicino alla parete, composto di un uomo, una donna e un asino, gruppo che meritava di essere notato. L'uomo era vicino alla testa dell'animale e teneva in mano una redine di cuoio appoggiandosi sopra un bastone che sembrava fosse stato scelto per il doppio uso di pungolo e di sostegno; il suo abito era come quello degli Ebrei che gli erano attorno, eccetto che aveva l'apparenza d'essere nuovo. Il mantello lo ravvolgeva fino alla testa, e la veste, che copriva la sua persona dal collo alle calcagna, era, probabilmente, quella ch'ei soleva indossare alla Sinagoga nei giorni festivi. Il viso però era scoperto e dimostrava una cinquantina d'anni, ciò che confermava il grigio screziante la sua barba nera. Guardava intorno a sè, per metà curioso e per metà smarrito, come un forestiere od un provinciale.
L'asino mangiava tranquillamente una bracciata d'erba della quale vi era abbondanza al mercato. Il suo naturale restìo non ammetteva che lo si disturbasse e non si rammentava già più della donna seduta sul suo dorso e accoccolata sulla sella imbottita. Una veste di stoffa di lana scura copriva completamente la persona di lei, mentre un bianco velo le adornava il capo ed il collo. Ogni tanto, spinta dalla curiosità di vedere e di sentire qualche cosa, ella si tirava da parte il velo, ma così poco che il volto non restava del tutto visibile.
Finalmente vi fu chi si accostò all'uomo e gli chiese:
— «Non siete voi Giuseppe da Nazareth?» —
Chi lo interrogava gli stava proprio vicino.
— «Così mi chiamo — rispose Giuseppe voltandosi con gravità. — E voi? Ah! pace sia con voi, amico mio, Rabbi Samuele!» —
— «Lo stesso v'auguro anch'io». —
Il Rabbi si fermò guardando la donna, poi aggiunse:
— «Pace a voi, alla vostra casa, e ai vostri servi». —
Ciò detto egli si mise una mano sul petto, e abbassò il capo in segno di saluto verso la donna, che, vedendolo, aveva già sollevato il velo abbastanza per lasciar scorgere un viso d'adolescente. Giuseppe e il Rabbi si porsero le destre come per avvicinarle vicendevolmente alle labbra; però, all'ultimo momento, le mani si lasciarono e ognuno baciò la propria, portando poi le palme alla fronte.
— «V'è così poca polvere sopra i vostri abiti — disse il Rabbi, famigliarmente, che arguisco voi abbiate passata la notte in questa città dei nostri padri.
— «No, — rispose Giuseppe, — poichè non potendo arrivare che a Betania prima che sopraggiungesse la notte rimanemmo laggiù nel Khan e ripigliammo il cammino allo spuntar del giorno». —
— «Il viaggio che dovrete fare sarà lungo allora; non sarà terminato a Joppa spero». —
— «No, terminerà a Betlemme». —
Il contegno del Rabbi, prima aperto ed amichevole, divenne chiuso e minaccioso, ed egli emise una specie di grugnito anzichè tossire come di consueto.
— Sì, sì, capisco — diss'egli. Voi siete nato a Betlemme e vi ci recate con vostra figlia per esser computati fra i pagatori di tasse come ordinò Cesare. I figli di Giacobbe sono come erano le tribù in Egitto: solo essi non hanno nè un Mosè nè un Giosuè. Come son decaduti i possenti!» —
Giuseppe rispose senza scomporsi:
— «La donna non è mia figlia». —
Ma il Rabbi s'era infatuato in politica e proseguì senza notare la spiegazione:
— «Cosa stanno facendo i fanatici laggiù nella Galilea?» —
— «Io sono un falegname, e Nazareth è un villaggio — disse Giuseppe prudentemente. — La strada sulla quale si trova il mio banco di operaio non è una via che conduce ad alcuna città. Spaccando e segando assi non trovo tempo per prender parte alle discussioni dei partiti».
— «Ma voi siete un Ebreo» — disse con serietà il Rabbi — e siete un'Ebreo discendente di Davide. Possibile che voi possiate trovar piacere nel pagar qualsiasi tassa all'infuori del siclo dato per antico costume a Jeova?» —
Giuseppe si mantenne calmo.
— «Io non mi lamento» — continuò l'altro — dell'aumento della tassa. Un denario è una bagatella. È l'imposizione che io ritengo un'offesa. Che cos'è il pagarla se non una sottoscrizione alla tirannia? Ditemi: è vero che Giuda pretende esser il Messia? Voi vivete fra i suoi seguaci.» —
— «Io intesi dire dai suoi seguaci ch'egli era il Messia.» —
Il velo della donna si alzò con rapidità e per un secondo tutto il suo volto fu visibile. Gli occhi del Rabbi si volsero verso di lei e fecero in tempo a vedere un sembiante di rara bellezza, reso più attraente da uno sguardo di intenso interesse; ma un lieve rossore si sparse per le sue gote e sulla sua fronte ed il velo tornò a coprirla agli occhi dei curiosi.
Colui che discorreva di politica dimenticò il suo tema favorito.
— «Vostra figlia è avvenente» — disse parlando quasi fra sè.
— «Non è mia figlia» — replicò Giuseppe.
La curiosità del Rabbi era aumentata; accortosene il Nazareno si affrettò a soggiungere.
— «Essa è figlia di Ioachim e d'Anna di Betlemme dei quali avrete almeno udito parlare, poichè erano gente di gran fama.» —
«Sì, — rimarcò il Rabbi rispettoso — ne ho udito parlare. Erano discendenti in linea retta da Davide e li conobbi, assai bene.» —
— «Ebbene ora sono morti» — procedette il Nazareno. «Morirono a Nazareth. Ioachim non era ricco, pure lasciò una casa e un giardino da dividersi tra le sue figlie, Marianna e Maria. Queste è una delle due figlie, e per salvare la sua parte di proprietà, la legge l'obbligò a sposare un prossimo parente. Adesso essa è mia moglie.» —
— «E voi eravate suo parente?» —
— «Ero suo zio.» —
— «Comprendo. E siccome siete nati a Betlemme così Cesare vi obbliga a condurre colà vostra moglie per computarla tra le persone tassabili.» —
Il Rabbi giunse le mani e guardò sdegnosamente il cielo esclamando:
— «Il Dio d'Israele vive ancora! La vendetta è sua!» —
Detto ciò si voltò e bruscamente partì. Un forestiero lì vicino, osservando lo sbigottimento di Giuseppe, disse tranquillamente:
— «Il Rabbi Samuele è un fanatico. Giuda stesso non è più feroce.» —
Giuseppe non volendo parlare con quell'uomo, finse di non sentire e si affacendò a raccogliere il fascio d'erba che l'asino aveva sparpagliato; poi s'appoggiò al suo bastone, aspettando.
Dopo un'oretta la comitiva oltrepassò il cancello, e, voltandosi a sinistra, prese la via che conduce a Betlemme. La discesa della valle di Hinnom era abbastanza scoscesa, ed era adorna qua e là, di olivi selvatici. Con molta sollecitudine e tenerezza il Nazareno camminava a fianco della donna tenendo nelle mani la cinghia di cuoio del somarello. Alla loro sinistra, a sud est, attorno al Monte Sion, sorgevano le mura della città, e alla loro destra si vedevano delle ripide colline che formavano i confini della valle.
Lentamente passarono il basso stagno del Gihon nel quale il sole rifletteva l'ombre rimpicciolite dei colli, e procedettero adagio adagio tenendosi paralleli all'acqua dallo stagno di Salomone sino al luogo ove era un casino rustico, luogo detto oggi Colle del Cattivo Consiglio. Giunti colà principiarono a discendere verso il piano di Refraim. Il sole riverbava i suoi raggi fortissimi sulla facciata della famosa località e al bacio dei suoi raggi Maria lasciò cader addietro il velo e scoprì il capo.
Giuseppe le raccontò la storia dei Filistei qui sorpresi nel campo da Davide. Ma nel suo racconto era minuzioso e parlava dandosi un'aria solenne e modi che parevano quelli di uno sciocco. Ella non lo ascoltava sempre. Tanto per mare che per terra gli Ebrei, ove s'incontrino, sono riconoscibili. Il tipo fisico della razza è stato sempre il medesimo; però, fra individuo e individuo, vi sono delle dissomiglianze. Il figlio di Jesse ci fu descritto rubicondo e bellissimo di aspetto. Gli uomini, d'allora in poi, si regolarono su quel tipo per giudicare gli Ebrei e dalla fisonomia dell'antenato, pretesero di conoscere quella dei discendenti. Così tutti i nostri Salomoni hanno bei visi e capelli e barba castagna, quando sono all'ombra, e color d'oro quando sono al sole. Così ci fanno credere che fossero le ciocche di Assalonne, il prediletto di Davide. E, non essendovi una storia autentica, la tradizione ci ha detto non meno bene di lei della quale discorriamo ora e che seguiremo nella città del biondo re che fu così bello.
Ella non aveva più di quindici anni. Le sue fattezze, la sua voce e i suoi modi eran quelli tra la fanciullezza e l'età dello sviluppo. Il suo viso era di un'ovale perfetto; la sua carnagione più chiara che bella; il naso regolare; le labbra, leggermente dischiuse, erano rosse come fragole mature, dando alla bocca ardore e tenerezza; gli occhi erano celesti e grandi, dalle lunghe palpebre, e dalle lunghe ciglia, ed in armonia con tutto ciò un volume immenso di capelli d'oro, tenuti nel modo concesso alle giovani spose Ebree, spioventi cioè per la vita sino a toccar la sella sulla quale essa sedeva. La gola ed il collo erano morbide, lanuginose, come talvolta si può osservare in alcune donne, e che mettono in un'artista il dubbio se si tratti di un effetto di linee o di colori. Aveva anche altre indefinibili bellezze, ad esempio un'aria di purezza che solo un'anima angelica può dimostrare, e un certo che di etereo che sembrava non poter essere toccato da mani mortali. Spesso, aveva le labbra tremule, e sollevava i begli occhi al cielo, divenuto anch'esso più chiaro; o incrociava, le mani sul petto come in atto di adorazione o di preghiera o alzava il capo come chi ascolta attento una voce che chiami dall'alto. Ogni tanto, interrompendo le sue noiose narrazioni, Giuseppe si voltava a guardarla, e, ammirando l'espressione del suo viso irraggiato di luce, dimenticava i suoi ragionamenti, e, chinando il capo, fantasticando, continuava a camminare.
Così essi terminarono di percorrere la gran pianura e infine raggiunsero il colle Mar Elias, dal quale, attraverso la valle, ammirarono Betlemme. Là si fermarono e riposarono, mentre Giuseppe indicava a Maria i luoghi sacri. Poi scesero nella valle e andarono ad un pozzo che recava istoriato uno dei meravigliosi fatti d'armi di Davide. Lo spazio angusto era pieno di gente e di animali. Giuseppe ebbe il dubbio, se la città fosse così affollata, che la gentile sua compagna, avesse potuto trovarvi ricovero. Senza por tempo in mezzo egli corse avanti, passò la colonna marmorea che indicava la tomba di Rachele, e, pel versante fiorito, non salutando alcuna delle persone che incontrò per via, continuò a correre finchè si fermò davanti alla porta del Khan che allora era fuori dalle mura del villaggio vicino a un crocicchio di strade.
CAPITOLO IX.
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Per capire a fondo ciò che accade al Nazareno il lettore deve ricordarsi che le taverne dell'Oriente eran ben diverse da quelle dell'occidente. Esse erano dai Persiani chiamate Khan e fatte nel modo più semplice; erano recinti chiusi, senza casa o tetto, spesso privi di un cancello o d'una porta. Le loro abitazioni erano scelte a seconda dell'ombra, della sicurezza, o della possibilità di attinger acqua. Tali erano le taverne che ripararono Giacobbe allorchè andò in Paden Aran per cercarvi moglie. Simili a quella possono oggi vedersene delle altre nelle oasi del deserto. Però alcune di esse, in ispecie quelle sulla strada che divideva due grandi città, come Gerusalemme ed Alessandria, erano edifici principeschi che constatavan la pietà dei Re che li avevano fabbricati. Solitamente però non erano che la casa od il podere di uno sceicco nei quali, come in quartieri generali, egli conduceva la sua tribù. L'ospitare i viaggiatori era l'ultimo dei loro usi; erano mercati, fattorie, e fortezze; luoghi d'assemblea, ed abitazioni per i mercanti ed artigiani, come luoghi di ricovero per i viandanti vagabondi e sorpresi dalla notte. La conduzione di questi alberghi colpiva singolarmente i forestieri. Non v'era nè oste nè ostessa, nè cameriere, nè cuoco, nè cucina; nè guardiano alla porta. Gli ospiti che arrivavano, vi dimoravano quanto volevano. Ma bisognava che si portassero con sè i cibi e gli utensili da cucina oppure che li comperassero dai venditori del Khan. La stessa regola valeva pel letto e per il foraggio per le bestie. Acqua, ricovero, riposo e protezione eran tutto ciò che si poteva richiedere dal proprietario, ed era gratuito. La pace della Sinagoga era talvolta disturbata da disputanti schiamazzatori, ma quella dei Khan mai. Le case e tutte le loro attinenze erano sacre: un pozzo non lo era di più.
Il Khan, a Betlemme, davanti al quale Giuseppe e sua moglie si fermarono, era un buon esemplare della sua specie, non essendo nè molto primitivo nè molto principesco. L'edifizio era puramente orientale; cioè era un blocco quadrangolare di pietre greggie ad un solo piano, col tetto piatto, esternamente non interrotto da alcuna finestra, con una sola entrata principale, un portone fatto a volta, dal lato est o facciata. La strada era così vicina alla porta che la polvere copriva per metà l'architrave. Un riparo fatto di roccie cominciava all'angolo sud-est del fabbricato, si estendeva per molti metri giù pel pendìo, ad un punto del quale si divideva all'ovest verso un promontorio di pietra calcarea, formando ciò ch'è più essenziale ad un Khan ragguardevole, cioè una sicura staccionata per gli animali. In un villaggio come Betlemme, siccome non v'era che uno sceicco, non ci poteva essere più di un Khan; e sebbene nato in quel luogo, il Nazareno, dopo aver a lungo vissuto altrove, non aveva alcun diritto ad ospitalità nella città. Inoltre, l'enumerazione per la quale egli veniva poteva essere lavoro di settimane o di mesi. I legati Romani, nelle provincie, erano conosciuti per pigri, e, mettere sè stesso e la moglie per un periodo così incerto a carico di conoscenti o di parenti, non era possibile. Così, prima di avvicinarsi alla gran casa, mentre saliva il versante, cercando nei posti più scoscesi di sollecitare l'asino, il timore di non poter trovare da accomodarsi nel Khan divenne una dolorosa ansietà, perchè egli trovò la via affollata di uomini e di ragazzi, che, con gran chiasso, spingevano il loro bestiame, cavalli e cammelli, su e giù per la valle, alcuni per abbeverarli, altri alle vicine caverne. Ed allorchè si avvicinò, il timore non si mitigò scoprendo una folla che stipava la porta dello stabile, mentre l'attiguo recinto, largo com'era, sembrava già pieno.
— «Noi non possiamo arrivare alla porta. — disse Giuseppe col suo parlare lento — fermiamoci qui e cerchiamo di sapere, se possiamo, ciò che è accaduto.» —
La moglie, senza rispondere, tranquillamente si tirò indietro il velo.
L'aspetto affaticato che prima mostrava il suo viso mutò, assumendo un che di interessante.
Ella si trovò vicino ad un gruppo di persone che non potean esser altro che un oggetto di curiosità per lei, benchè fosse abbastanza frequente il ritrovarne nei Khan comuni agli stradoni che le gran carovane solevano attraversare. V'erano uomini a piedi che correvano di qua e di là parlando con voce stridula e in tutte le lingue di Siria; uomini a cavallo che urlavano; uomini sui cammelli; uomini che si affaticavano dietro ai buoi infuriati e alle pecore impaurite; uomini che vendevano pane e vino; e, fra la moltitudine, una turba di ragazzi apparentemente a caccia di una muta di cani. Tutti e tutto sembravano muoversi nel medesimo tempo. Forse la bella spettatrice era troppo stanca per esser a lungo attratta da quella scena; dopo un po' ella sospirò e si accomodò sul suo cuscino, e, come se fosse un ora di pace e di riposo, o in aspettativa di qualcuno, guardò lontano al sud e alle alte rupi del monte del Paradiso, che eran leggermente arrossate dal sole che tramontava.
Mentre ella stava guardando un uomo si spinse fuori della folla e fermandosi vicino all'asino osservò, incuriosita, il gruppo. Il Nazareno gli chiese:
— «Poichè io sono ciò che credo voi siate, buon amico, — un figlio di Giuda — posso domandarvi la causa di questo assembramento?» —
Lo straniero si voltò bruscamente, ma, visto l'aspetto solenne di Giuseppe, fu così compreso della sua profonda, lenta voce e dal suo discorso che alzò la mano in cenno di saluto e rispose:
— «Pace sia con voi, o Rabbi! Io sono un figlio di Giuda e vi risponderò. Abito in Beth-Dagon che, voi sapete, è ciò che una volta era la terra della tribù di Dan.» —
— «Sulla via fra Joppa e Modin — interruppe Giuseppe.» —
— «Oh voi siete stato in Beth-Dagon — disse l'uomo raddolcendo sempre più il suo viso. — Che persone girovaghe siamo sempre noi, figli di Giuda! Son parecchi anni che manco dal luogo — il vecchio Ephrath come lo chiamava nostro padre Iacob. Ci ritorno ora che si è diffuso l'editto che richiede agli Ebrei d'esser computati per le tasse nella città della loro nascita. Questo è ciò che vengo a far qui, Rabbi.» —
Il viso di Giuseppe rimase impassibile mentre osservò:
— «Io pure venni per questo con mia moglie.» —
Lo straniero lanciò uno sguardo a Maria e tacque. Ella guardava in alto, verso la nuda cima del Gedor. Il sole accarezzò il suo viso rivolto all'insù e le illuminò gli occhi; sulle sue labbra dischiuse corse un fremito. In quel momento tutta l'umanità della sua bellezza sembrava purificata: ell'era come sono immaginati da noi coloro che siedono vicino alle porte del Cielo. I Beth-Dagon videro l'originale di ciò che secoli dopo divenne una visione pel genio di Sanzio il divino e lo rese immortale.» —
— «Di che cosa stavo parlando? Ah! ora mi ricordo. Stavo per dire che allorquando udii dell'ordine di venir qui andai in collera. Ma pensai poi alla vecchia collina, alla città e alla valle sovrastante alla profondità del Kedron; ai vigneti e agli orti e ai campi di grano, fruttiferi fin dai giorni di Booz e di Ruth; alle montagne conosciute — Gedor qua — Gibeah un po' più lontano e Mar Elias là — che, quando ero ragazzo, erano per me i confini del mondo; perdonai i tiranni e venni — io con Rachele, mia moglie — e Deborah e Micol le nostre rose di Sharon.» —
L'uomo si fermò di nuovo guardando bruscamente Maria, che ora lo guardava e lo ascoltava.
Poi disse: — «Rabbi, non vorrebbe vostra moglie andar dalla mia?
La potete veder laggiù coi bambini, sotto all'olivo, allo svolto della strada.
Vi accerto — egli si voltò verso Giuseppe e parlò in tono sicuro — che il Khan è pieno. È inutile chiederlo alla porta.» —
La volontà di Giuseppe era malferma e la sua mente vagolava nel vuoto; egli esitò ma rispose:
«L'offerta è gentile. Che vi sia o no posto per noi nella casa verremo a trovar la vostra famiglia. Lasciatemi discorrere col portinaio. Torno subito.» —
E mettendo le redini nelle mani dello straniero si spinse fra la folla rumorosa. Il portinaio sedeva sopra un ceppo di cedro fuor della porta. Al muro, dietro di lui, stava appesa una freccia. Un cane gli era accovacciato vicino, sul ceppo.
— «La pace di Jeova sia con voi» — disse Giuseppe, finalmente, affrontando il portinaio.
— «Ciò che dite vi sia ricambiato e qualora lo sia si moltiplichi molte volte per voi e per i vostri figli — replicò il guardiano gravemente, però senza muoversi.
— «Io son di Betlemme — disse Giuseppe nel modo più calmo — non vi sarebbe posto per me?» —
— «Non ce n'è più.» —
— «Voi avrete udito parlare di me, Giuseppe di Nazareth. Questa è la casa dei miei padri. Io son discendente di Davide.» —
Queste parole davano speranza al Nazareno. Se gli fallivano, sforzi ulteriori sarebbero stati vani, anche quelli dell'offerta di molti sicli. L'essere un figlio di Giuda era una cosa grande nell'opinione della stessa tribù ma l'esser della casa di Davide era anche cosa maggiore; su lingua di Ebreo non vi poteva esser vanto più fiero. Mille anni e più erano trascorsi da che il pastore fanciullo era divenuto successore di Saul e aveva fondato una famiglia. — Guerre, calamità, altri re ed innumerevoli fatti, causa della mutevole fortuna, ritornarono i suoi dipendenti al medesimo livello degli Ebrei comuni; il pane ch'essi mangiarono venne dal lavoro penoso se non dal più umile; non di meno essi ebbero sempre il prestigio della gloriosa tradizione, prestigio mantenuto religiosamente, e vantarono la genealogia; non avrebbero potuto rimaner oscuri perchè dovunque si recavano pel regno d'Israele godevano di un riverente rispetto. Così avveniva a Gerusalemme e altrove; certo uno della sacra discendenza poteva con ragione fare assegnamento su ciò per entrare alla porta del Khan di Betlemme.
Dicendo come disse Giuseppe: — «Questa era la casa dei miei padri» — era dir la verità, semplice e pura, poichè quella era la stessa casa ove aveva signoreggiato Ruth come moglie di Booz; la stessa nella quale eran nati Jesse ed i suoi dieci figli, Davide il minore; la stessa casa in cui Samuele era venuto a cercare il re e lo aveva trovato; la stessa che Davide aveva dato al figlio di Barzillai; la stessa casa dove Geremia, con la preghiera, aveva salvato i fuggiaschi della sua razza che rinculavano innanzi ai Babilonesi.
Il tentativo non rimase senz'effetto. Il portinaio scese dal ceppo e appoggiandosi la mano sulla barba disse con rispetto:
— «Rabbi, io non vi posso dire quando si sia aperta questa porta per dar il benvenuto al viaggiatore, ma fu più di mill'anni fa, e in tutto questo tempo non vi è alcun uomo che l'abbia trovata chiusa, salvo quando non vi era posto per dargli da riposare.
Perciò una giusta ragione deve avere il guardiano che dica di no ad uno della discendenza di Davide. Se vorrete venire con me vi farò vedere che non v'è un posto per dormire libero in tutta la casa; nè nelle camere, nè nelle stalle, nè nella corte e neppure sul tetto. Posso chiedervi quando siete arrivato?» —
— «Proprio ora.» —
Il guardiano sorrise.
— «Lo straniero che abita con te sarà come uno nato insieme a te e tu l'amerai come te stesso. Non è questa la legge?» —
Giuseppe era silenzioso.
— «Se questa è la legge posso io dire ad uno arrivato da tempo: va per la tua via perchè v'è qui un altro a prendere il tuo posto?» —
Giuseppe si mantenne sempre calmo.
— E se così dicessi, a chi pretendesse il posto? guardate quanti stanno aspettando; alcuni attendono da mezzogiorno.» —
— «Chi è tutta questa gente? — domandò Giuseppe additando la folla. — E perchè è qui a quest'ora?» —
— «Verrà per quello che indubbiamente avrà condotto qui voi, Rabbi; pel decreto di Cesare — e il guardiano gettò uno sguardo interrogativo al Nazareno poi continuò: — tale motivo portò la maggior parte di coloro che alloggiano qui. E ieri arrivò la carovana diretta da Damasco all'Arabia e al Basso Egitto. Questi che voi vedete appartengono a quella carovana, uomini e cammelli.» —
Giuseppe persisteva.
— «La corte è grande» — disse.
— «Sì, ma è ingombra di merci e di balle di seta, di caffè, di aromi e di ogni qualità d'oggetti.» —
Allora, per un momento, il viso del richiedente perdette la sua passività; gli occhi immobili e alteri s'abbassarono. Con calore egli disse: «Non importa per me, ma io ho mia moglie con me e la notte è fredda, più fredda su quest'altura che non la notte di Nazareth. Mia moglie non può già rimanersene all'aria aperta. Che vi sia posto in città?» —
— «Questa gente — il guardiano fece un cenno colla mano additando la folla davanti alla porta — ha investigato la città in tutti i sensi e trovò ogni casa piena.» —
Giuseppe guardò ancora una volta a terra dicendo mezzo fra sè:
— «Ella è così giovane! se le facessi un letto sulla collina il gelo l'ucciderebbe!»
Poi parlò di nuovo al guardiano:
— «Può essere che abbiate conosciuti i di lei genitori, Joachim e Anna, una volta stabiliti a Betlemme, e, come me, discendenti da Davide.» —
— «Sì, li conobbi. Erano buona gente. Li conobbi quand'ero giovane.» —
Questa volta gli occhi del guardiano si chinarono a terra come per riflettere. Ad un tratto alzò il capo:
— «Se non posso trovarvi un posto non posso mandarvi via. Rabbi, farò tutto ciò che potrò per voi. Di quanti è composta la vostra carovana?» —
Giuseppe esitò un po' e poi rispose:
— «Mia moglie ed un amico con la sua famiglia proveniente da Beth-Dagon, una piccola città vicino a Joppa; in tutto siamo in sei.» —
— «Va bene, non rimarrete fuori; conducete qui gli altri, ma fate presto perchè quando il sole scende, dalla montagna vien subito la notte e la notte dev'esser vicina: il sole è quasi sceso.» —
— «Vi do la benedizione del forestiere, quella dell'ospite seguirà.» —
Così dicendo il Nazareno ritornò felice a Maria e all'uomo di Beth Dagon. Quest'ultimo condusse con sè la sua famiglia; le donne cavalcavano degli asini.
La moglie aveva l'aspetto di una matrona; le figlie eran imagine di ciò che essa doveva esser stata in gioventù.
Mentre si avvicinavano alla porta il guardiano li giudicò a prima vista per gente di condizione mediocre.
— «Questa è colei della quale vi parlai — disse il Nazareno — e questi sono i nostri amici.» —
Il velo di Maria, si rialzò.
— «Occhi celesti e capelli d'oro» — mormorò il guardiano tra sè non osservando che lei. «Così era il giovine Re allorchè andò a cantare davanti a Saulle.» —
Poi prese le redini di cuoio dalle mani di Giuseppe e disse a Maria:
— «Pace a voi, o figli di Davide, — poi rivolgendosi agli altri: — Pace a voi tutti! — poi a Giuseppe: — Rabbi, seguitemi.» —
La carovana fu condotta in un andito lastricato di pietra dal quale entrarono nella corte del Khan. Per un forestiero la scena sarebbe stata curiosa ma gli ospiti non osservavano che i porticati che si offrivano ai loro sguardi da tutti i lati affollati come la corte. Da un vicolo riservato a deposito di mercanzie, e poi da un passaggio simile a quello dell'ingresso, essi entrarono nel recinto vicino alla casa e passarono vicino ai cammelli, agli asini ed ai cavalli legati a gruppi e assonnati; in mezzo ad essi v'erano guardiani e uomini di paesi diversi; ed essi pure dormivano o sorvegliavano silenziosamente. Gli ospiti andavano adagio adagio giù pel declivio del cortile affollato, perchè gli asini, pigri, avevano dei ghiribizzi affatto originali. Finalmente voltarono per una via che conduceva al grigio promontorio calcareo dominante il Khan all'ovest.
— «Andiamo nella grotta» — disse Giuseppe laconicamente.
La guida indugiò finchè Maria gli giunse al fianco.
— «La grotta alla quale noi andiamo — egli le disse — deve essere stata un tempo appartenente al vostro antenato. Dal campo sotto di noi e dal pozzo giù nella valle egli soleva condurvi il suo greggie per sicurezza, e poi, quando fu Re, ritornò qui, nella vecchia casa, per riposo e per salute portandosi dietro molti animali. Le mangiatoie sono ancor tali e quali erano allora. È meglio un letto per terra dove dormì lui che uno nel cortile o fuori sulla via. Ah! ecco la casa dinanzi alla grotta!» —
Questo discorso non deve esser giudicato come giustificazione all'alloggio offerto. Non v'era bisogno di giustificazioni. Il sito era il migliore che ci fosse a loro disposizione. Gli ospiti eran gente semplice che si accostumava facilmente alle evenienze della vita. Eran Ebrei di Betlemme, abituati a quelle caverne, perchè le loro località abbondavano di grotte grandi e piccole, alcune delle quali servivano di abitazione fin dal tempo degli Emim e degli Horites. Non v'era alcuna offesa per loro nel fatto che la caverna dove erano stati messi era stata ed era una scuderia. Essi appartenevano ai discendenti di una razza di pastori, le greggie dei quali abitualmente dividevano coi padroni le abitazioni ed i viaggi.
Seguendo l'uso derivato da Abramo, i padiglioni dei Beduini ricevevano tuttora egualmente cavalli e persone. Giuseppe e gli altri obbedirono volentieri il guardiano, ed ammirarono la casa provando una gran curiosità. Tutto ciò che si associava alla storia di Davide li interessava.
L'edificio era basso e stretto, senza finestre, e di poco sporgente dalla roccia alla quale era unito per di dietro. Nella bianca facciata v'era una porta fissata su enormi cardini e imbrattata di creta ocracea.
Mentre si toglieva la stanga di legno dalla serratura, le donne si eran appoggiate ai loro cuscini. All'aprirsi della porta il guardiano gridò;
— «Entrate!» —
Gli ospiti entrarono e si guardarono attorno. Capirono subito che la casa non era che una fabbrica posta a dissimulare l'ingresso di una caverna probabilmente di quaranta piedi di lunghezza, nove o dieci di altezza e dodici o quindici di larghezza.
La luce raggiava attraverso alla porta sopra un pavimento ineguale, piovendo sopra a dei mucchi di grano, di foraggio, di terraglie e di masserizie che occupavano il centro della caverna.
Ai lati si trovavano delle mangiatoie abbastanza basse per le pecore, e fatte di pietra, murate con della calcina resistente. Non vi erano fiancate o stalli di alcun genere. Polvere e piccole paglie ingiallivano il pavimento e riempivano tutti i crepacci ed i vani ingombri di ragnatele che scendevano dal soffitto come pezzi di tela sucida. Il luogo era abbastanza pulito ed in apparenza comodo quanto può essere una qualunque delle stalle di un Khan vero e proprio. Difatti il primo progetto dei costruttori era stato di fare una caverna, non una stalla.
— «Entrate — disse la guida. — Questi mucchi di paglia che son per terra servono per far riposare dei viaggiatori quand'essi capitano qui come siete capitati voi. Prendete tutto ciò che avete bisogno.» —
Poi si rivolse a Maria.
— «Credete di poter riposare qui?» —
— «Il sito è santificato» — ella rispose.» —
— «Allora io vi lascio. Pace sia con voi tutti!» —
Quando se ne fu andato essi si affaccendarono per rendere la caverna abitabile.
CAPITOLO X.
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Ad una certa ora, durante la sera, le grida e lo strepito della gente cessarono. Ogni Israelita, se non era già in piedi, si alzò assumendo un'aria solenne, e, guardando verso Gerusalemme, incrociò le mani sul petto pregando: era la nona ora sacra allorchè i sacrifici venivano offerti nel tempo sul Moriah e si supponeva che Dio fosse là. Quando le mani degli adoratori s'abbassarono la commozione seguì di bel nuovo e tutti si affrettarono a mangiare e a preparare il loro misero letto. Poco più tardi i lumi vennero spenti, e tutti tacquero addormentandosi.
Verso la mezzanotte qualcuno sul tetto gridò:
— «Che luce è quella del Cielo? Svegliatevi fratelli, svegliatevi e guardate!» —
La gente, mezzo addormentata, s'alzò e guardò; poi si svegliò del tutto, quasi sbalordita. E lo strepito si sparse per la corte a basso, e nelle stalle; in breve tutti gli abitanti della casa, della corte e del recinto, erano fuori fissando il cielo.
Un raggio di luce al di sopra delle più vicine stelle, declinava obliquamente verso la terra; e diffondeva intorno un rosso di uno splendore elettrico. L'apparizione parve riposarsi sulla vicina montagna a sud-est della città formando una pallida corona lungo la cima del colle. Il Khan fu toccato luminosamente di modo che quelli che erano sul tetto si videro reciprocamente i visi tutti pieni di meraviglia. Per parecchi minuti la luce rimase ferma, poi si affievolì e allora la meraviglia si cangiò in terrore e timore; i timidi tremarono; i più forti si parlarono a bassa voce.
— «Vedeste voi mai nulla di eguale?» — chiese uno.
— «Sembrava proprio che la luce fosse su quelle montagne. Non posso dire che cosa sia, nè vidi mai alcun che di simile» — fu la risposta.
— «Che possa essere una stella scoppiata e caduta?» — chiese un altro.
— «Quando una stella cade la sua luce si spegne.» —
— «Ho capito! — gridò uno. — I pastori han visto un leone e hanno acceso un fuoco per tenerlo lontano dal loro gregge.» —
Gli uomini che stavan dietro a chi aveva parlato così, diedero in un lungo sospiro di sollievo e dissero:
— «Si, dev'essere così. Le greggie pascolavano giù nella valle oggi». —
Un astante tornò a rannuvolare gli animi.
— «No, no; anche se tutte le legne che si trovan nella valle di Giuda fossero riunite in un enorme fascio e venisse loro appiccato il fuoco, la fiamma non darebbe una luce così intensa e così alta.» —
Dopo si fece un silenzio sul tetto della casa, interrotto solo una volta, mentre il mistero continuava a rimaner impenetrato.
— «Fratelli! — esclamò un Ebreo di aspetto venerando: ciò che noi vedemmo era la scala che nostro padre Giacobbe vide in sogno. Benedetto sia il Signore dei nostri Padri!» —
CAPITOLO XI.
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Ad un miglio e mezzo, forse a due miglia al sud-est di Betlemme, v'è una pianura separata dalla città da una lieve salita. Essendo ben riparata dai venti del nord, la valle era ricoperta di siccomori, di quercie nane e di pini, mentre, nelle vallette e nei burroni attigui, v'erano boschi d'olivi e di gelsi; tutto ciò insomma che in tale stagione è prezioso per il sostentamento delle pecore, e delle capre. Dalla parte più lontana della città, vicinissimo ad un promontorio, v'era un altura detta màràh o capanna per le pecore, vecchia di parecchi secoli. In qualche incursione, da lungo dimenticata, l'edificio era stato scoperto e quasi demolito. L'umile recinto rimase tuttavia intatto il che era la cosa più importante pei pastori che pascolavan i loro armenti più in là della casa stessa. Il muro di pietra, attorno al recinto era dell'altezza di un uomo, però non così alto da impedire talvolta ad una pantera o ad un leone, affamati dalla solitudine, di saltar dentro arditamente. Nella parte interna del muro, come sicurezza maggiore al pericolo continuo, era stata piantata una siepe, idea assai fortunata perchè ora una rondine non poteva penetrare nei cespugli più alti, muniti com'erano di enormi spine puntute al pari dei chiodi. Il giorno degli avvenimenti, che si compirono nei precedenti capitoli, un certo numero di pastori in cerca di strade nuove pel loro gregge, si dirigevano a questa pianura e sin dal mattino di buon'ora i boschetti avevan echeggiato di chiamate, di colpi di scure e di belati di pecore e di capre, dei tintinnii di campanelli, del mugghiar del bestiame e dell'abbaiar dei cani.
Quando il sole tramontò, essi si diressero verso il màràh e verso il cader della notte avevan tutto in salvo nei campi; poi accesero il fuoco più vicino alla porta, fecero una modesta cena e si sedettero a chiacchierare lasciando uno di essi a far la guardia. Ve n'erano sei di codesti uomini, escludendo il guardiano, e, poco dopo, si riunirono in gruppo vicino al fuoco, alcuni sedendosi, altri giacendo bocconi. Siccome, abitualmente, essi andavano a capo scoperto, i loro capelli pendevano a fitte ciocche, ruvidi, bruciati dal sole, sui loro colli. La barba copriva loro le gole e scendeva fluente sul petto; mantelli dalla pelle di capretto e di agnello, con sopra il vello, li coprivano dalla nuca fino alle ginocchia lasciando le braccia scoperte; larghe cinture attillavano il vestito alla vita; i sandali eran della qualità più ordinaria; dalle loro spalle destre pendevano dei sacchetti contenenti viveri e pietre, scelte per servire alle fionde, delle quali eran armati; per terra, vicino a ciascuno, giaceva il proprio arco, come arma di difesa.
Tali erano i pastori della Giudea!
In apparenza ruvidi e selvaggi come i cani magri che sedevano vicino a loro, attorno al fuoco; venendoli però a conoscere erano schietti e di cuore tenero: conseguenza questa dovuta in parte alla vita primitiva che conducevano, ma principalmente al loro pensiero costante delle cose belle e gentili.
Essi si posero a parlare fra loro; ed i loro discorsi non s'aggiravan che sul loro greggie, tema alquanto arido pel mondo, pure un tema che rappresentava tutto il mondo per essi.
I grandi eventi che maturarono le nazioni e cambiarono i padroni del mondo, sarebbero state bagatelle per loro, se per caso essi fossero venuti a conoscerli. Di quello che stava facendo Erode in questa o quella città, costruendo palazzi e ginnasi e seguendo pratiche proibite, giungeva loro notizia di tanto in tanto. Come era uso di quei tempi, Roma non attendeva che le persone si informassero di lei: essa faceva sì che tutti sapessero della sua potenza. Sopra le colline lungo le quali egli conduceva il suo greggie, o nelle corti ov'egli lo ricoverava, non di rado il pastore era sorpreso dal suono di trombe e facendo capolino dalla capanna scorgeva una coorte, qualche volta una legione in marcia; e quando i brillanti pennacchi scomparivano e le truppe eran passate, egli pensava al significato delle aquile, agli elmi dorati dei soldati, e alla bellezza di una vita così diversa dalla sua.
Pure questi uomini, rozzi e semplici com'erano, avevano cognizioni e saggezza tutte proprie.
Al sabato solevano purificarsi, ed andare nelle Sinagoghe, a sedersi sulle panche più lontane dall'arca.
Quando il hazan portava la Torah in giro, nessuno la baciava con maggior zelo; allorchè lo sheliach leggeva il testo, nessuno ascoltava l'interprete con fede più assoluta; e nessuno riteneva più di lui del discorso del predicatore, o se ne dava pensiero dopo. In un verso del Shema essi trovarono tutte le dottrine e tutta la legge della loro modesta vita; seppero che il loro Signore era un Dio, e che dovevano amarlo con tutta l'anima. Ed essi l'amavano, e tale era la loro saggezza, che sorpassava quelle dei Re.
Mentre chiaccheravano e avanti che la prima veglia fosse finita, uno dopo l'altro, i pastori si addormentarono, ciascuno sdraiato nel posto ove era seduto. La notte, come la maggior parte delle notti d'inverno nei paesi montuosi, era chiara, frizzante, e splendente di stelle. Non v'era vento. L'atmosfera non era mai stata così pura, e la calma regnava silenziosa; era un sacro raccoglimento, pareva che il cielo si chinasse per sussurrare qualche cosa di buono alla terra che ascoltava.
Presso la porta, rannicchiato nel suo mantello, il guardiano passeggiava; a volte si fermava, attratto da un rumore fra il gregge addormentato, o dallo strido di uno sciacallo vagante lontano sui monti. La mezzanotte non giungeva mai; ma finalmente suonò. Il suo compito era terminato; ora incominciava l'ora del sonno col quale il lavoro benedice i suoi figli affaticati! Egli si mosse verso il fuoco, ma si fermò; attorno a lui splendeva una luce delicata e bianca come quella della luna. Aspettò ansioso. La luce si ingrandì; le cose dapprima invisibili, apparvero; egli vide tutto il campo, e tutto ciò che esso conteneva di messi. Un brivido più acuto di quello dell'aria frizzante — un brivido di timore — lo pervase. Egli guardò in alto; le stelle non c'erano più; la luce si affievoliva languidamente; mentre egli guardava, assunse un color argenteo vivo: allora, terrorizzato, gridò, — «Svegliatevi, svegliatevi!» —
I cani si alzarono ed abbaiando si misero a correre. Il gregge si riunì sbalordito.
Gli uomini balzarono in piedi, con le armi in mano.
— «Cos'è accaduto?» — domandarono ad una voce.
— «Guardate!» — gridò il guardiano, — «il cielo arde!» —
Tutto ad un tratto la luce divenne di uno splendore abbagliante, e essi si coprirono gli occhi, e s'inginocchiarono; poi, mentre le loro anime erano accasciate dal timore, coprendosi il volto, caddero accecati e tramortiti, e sarebbero certamente morti dallo spavento, se una voce non avesse esclamato:
— «Non temete!» —
Essi ascoltarono.
— «Non temete. Porto delle buone nuove che procureranno a tutti una gioia immensa.» —
La voce, d'una dolcezza e d'una serenità più che umana, bassa, e chiara, penetrò in tutto il loro essere, e li rassicurò. Si alzarono sulle ginocchia, e, guardando rispettosamente, videro, nel centro di un globo luminoso, l'apparizione di un uomo, coperto di una veste tutta bianca; sopra le spalle aveva le ali lucenti e spiegate; sulla fronte gli splendeva una stella, di uno splendore incessante, lucente come Espero le sue mani erano rivolte a loro in atto di benedizione; il suo viso era sereno e divinamente bello.
Essi avevano sovente udito parlare, ed avevano loro stessi, nella loro ignoranza, parlato di angeli; ed ora non dubitarono, ma si dissero internamente che la gloria di Dio era a loro vicina, e che questi era colui, che, in antico, era comparso innanzi al profeta, sulle rive dell'Ulai.
Subito l'angelo continuò:
— «Per voi è nato, in questo giorno, nella città di Davide, un Salvatore, ch'è Cristo, il nostro Dio!» —
Ancora vi fu una pausa, mentre le parole si infiggevano nelle loro menti.
— «E questo sia per voi un indizio», — disse poi il messo celeste. — «Voi troverete il bambino, avvolto in fascie, coricato in una greppia.» —
L'angelo non parlò più; le buone nuove erano state date; però rimase lì, per un po'. Ad un tratto la luce, della quale egli era il centro, divenne rosea ed incominciò ad oscillare; poi, più in alto, a una distanza visibile, gli uomini videro uno sfolgorìo di ali bianche, ed un andirivieni di forme radiose, e udirono voci come di una riunione di persone, che cantassero all'unisono.
— «Gloria a Dio nel cielo, e sulla terra pace e benevolenza verso gli uomini.» —
Non una volta ma molte volte ciò fu ripetuto, poi l'araldo, alzò gli occhi; le sue ali si aprirono maestosamente, mostrando la parte superiore bianca come la neve e l'inferiore variopinta come madreperla. Quando furon aperte del tutto egli si librò lentamente, e, senza sforzo, si allontanò cinto dalla luce come da un nembo sfolgorante. Per lungo tempo ancora, dopo ch'egli se n'era andato, dal cielo si udì il ritornello, diventato fioco per la distanza: — «Gloria a Dio in cielo, e in terra pace, e benevolenza verso gli uomini.» —
Allorchè i pastori ritornarono completamente in sè, si fissarono l'un l'altro stupiti, finchè uno di essi disse: — «Era Gabriele, il messo che Dio invia agli uomini.» —
Nessuno rispose.
— «Cristo il Signore, è nato; non disse egli così?» — insistè quegli.
Allora un altro: — «Questo è infatti ciò ch'egli disse.» —
— «E non disse anche che egli nacque nella città di Davide, ch'è la nostra Betlemme, laggiù? E che troveremmo un bambino in fascie?» —
— «E coricato in una greppia.» —
Colui che aveva parlato per primo, contemplò pensosamente il fuoco, poi finalmente disse, come uno cui fosse venuta un'improvvisa risoluzione: — «Non v'è che un sito in Betlemme ove siano greppie e, cioè la caverna vicino al vecchio Khan. Fratelli, andiamo dunque a vedere questo miracolo. I preti ed i dottori hanno, per lungo tempo, cercato Cristo. Adesso egli è nato, ed il Signore ci ha dato un'indizio pel quale noi lo conosceremo. Andiamo ad adorarlo.» —
— «Ma il gregge?» —
— «Il Signore lo proteggerà. Facciamo presto.» —
Allora tutti si alzarono e lasciarono il màràh.
················
Discesero il monte ed attraverso la città arrivarono alle porte del Khan, ov'era un uomo che vigilava.
— «Cosa volete?» — egli domandò.
— «Abbiamo visto ed udito delle grandi cose, stanotte,» — essi risposero.
— «Ebbene, noi pure abbiamo visto grandi cose, ma non abbiamo udito nulla. Che cosa avete udito?» —
— «Andiamo nella caverna ch'è nel recinto, onde potercene accertare; là vi diremo tutto.» —
— «Guardate per conto vostro. Perderete il vostro tempo.» —
— «No; Cristo è nato.» —
— «Cristo? Come lo sapete voi?» —
— «Andiamo, se volete, a vedere!» —
L'uomo rise ironicamente.
— «Proprio Cristo? Come farete a conoscerlo?» —
— «Egli nacque questa notte e giace in una greppia, così ci fu detto; e non v'è che un sito in Betlemme con greppie.» —
— «La caverna?» —
— «Sì. Venite con noi.» —
Essi attraversarono la corte senza che alcuno se n'accorgesse, benchè parecchi fossero alzati e parlassero della luce meravigliosa. La porta della caverna era aperta. Una lanterna la rischiarava all'interno, ed essi entrarono senza cerimonie.
— «Pace a voi,» — disse il guardiano a Giuseppe ed all'uomo di Beth-Dagon. — «Qui v'è della gente in cerca di un bambino, nato stanotte, e che dovrà riconoscere col trovarlo in fascie e giacente nella greppia.» —
Il viso del Nazareno ebbe una contrazione improvvisa, ma poi, voltandosi, egli disse:
— «Il bambino è qui.» —
Essi furono condotti davanti ad una delle greppie, dove era il bambino. Fu portata una lanterna, ed i pastori rimasero muti. Il piccolo non si mosse: era come tutti gli altri neonati.
— «Dov'è la madre?» — domandò il guardiano.
Una delle donne prese il bambino, ed andò da Maria, coricata lì vicino, e lo mise nelle sue braccia. Allora gli astanti si riunirono vicino ai due.
— «È Cristo!» — disse un pastore, infine.
— «Cristo!» — tutti ripeterono, inginocchiandosi in atto d'adorazione. Uno di essi ripetè, per parecchie volte:
— «È il Signore, e la sua gloria è al di sopra della terra e del cielo.» —
E gli uomini, fiduciosi, baciarono l'orlo della veste di Maria, e, coi visi radianti di gioia, partirono.
Nel Khan, a tutta la gente alzata, che si spingeva fra di loro, essi raccontarono questa storia; per la città, e per tutta la via di ritorno al màràh, essi cantarono il ritornello degli angeli: — «Gloria a Dio in cielo, e in terra pace e benevolenza verso gli uomini!» —
L'eco del fatto andò lontana, confermata dalla luce da tutti veduta; ed il giorno appresso, e per i giorni seguenti, la caverna fu visitata da folla curiosa, della quale alcune persone credettero, mentre, la maggior parte, risero e canzonarono.
CAPITOLO XII.
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L'undicesimo giorno dalla nascita del bambino nella caverna, press'a poco a metà giornata, i tre Re Magi si avvicinarono a Gerusalemme, per la via del Schekem. Dopo aver traversato Brook Cedron, essi incontrarono molte persone, delle quali nessuna mancò di fermarsi e di seguirli curiosamente con lo sguardo.
La Giudea era, per necessità, un passaggio internazionale; essa era un rialzo stretto di terra, formato probabilmente dalla pressione del deserto all'est e dal mare all'ovest; sopra l'altura, pertanto, la natura aveva tracciato la linea di traffico tra l'est ed il sud; in questo consistevano le sue ricchezze.
In altre parole, le ricchezze di Gerusalemme eran costituite dalle tasse che essa metteva sul commercio di transito. In nessun altro posto, per conseguenza, meno che in Roma, v'erano assemblee sì costanti di tante persone di diverse nazioni; in nessun'altra città il forestiero era più famigliare agli abitanti, che nelle sue mura e nei suoi dintorni. Eppure questi tre uomini eccitarono la meraviglia di tutti quelli che incontrarono sulla via che conduce alle porte.
Un bambino, che faceva parte di un gruppo di donne sedute sul margine della strada, di faccia alle Tombe dei Re, e vide arrivare la compagnia, immediatamente cominciò a battere le sue manine, e gridò: — «Guarda, guarda! Che bei campanelli! Che enormi cammelli!» —
I campanelli erano d'argento; i cammelli, come già abbiamo veduto, erano di una bianchezza e di una dimensione rara, e si movevano con dignità singolare; i finimenti rivelavano la traversata fatta del deserto, i lunghi viaggi, ed anche la ricchezza dei padroni, che sedevano sotto ai loro piccoli baldacchini, precisamente come quando si incontrarono al di là del Jebel. Pure non erano nè i campanelli nè i cammelli, nè i loro finimenti, nè il portamento dei cavalieri, che destarono tanto stupore; era la domanda che fece l'uomo che cavalcava pel primo.
L'accesso a Gerusalemme, dal nord, si compie attraverso una pianura che s'abbassa verso il sud, lasciando la porta che conduce a Damasco in una valle o conca. La via è stretta, ma assai frequentata, ed in certi punti alquanto difficile a cagione dei ciottoli sparpagliati qua e là dall'acqua piovana. — Tuttavia, sopra ogni lato, anticamente, si estendevano dei campi ricchi e dei magnifici boschetti d'olivi, che devono esser stati, per la rigogliosa vegetazione, molto ammirati, specialmente dai viaggiatori stanchi della desolazione del deserto.
In questa via i tre uomini si fermarono davanti alla compagnia ch'era di fronte alle Tombe.
— «Buona gente» — disse Balthasar, dando una lisciatina alla sua barba increspata, e piegandosi sulla sella: — «non è vicina Gerusalemme?» —
— «Sì,» — rispose la donna, nelle braccia della quale erasi rifugiato il bambino. — «Se gli alberi, su quell'altura, fossero un po' più bassi, potreste vedere le torri della piazza del mercato.» —
Balthasar lanciò un'occhiata al Greco ed all'Indiano, poi domandò:
— «Dov'è colui che è nato Re degli Ebrei?» — Le donne si guardarono senza rispondere.
— «Non avete udito parlare di lui?» —
— «No.» —
— «Ebbene; dite a tutti che noi abbiamo veduto la sua stella nell'est, e che siamo venuti per adorarlo.» —
Dopo ciò gli amici proseguirono per la loro via. Ad altri essi fecero la medesima domanda, con uguale risultato. Una gran compagnia che incontrarono e che si recava alla grotta di Geremia, fu così stupita dall'inchiesta e dall'aspetto dei viaggiatori, che tornò indietro, e li seguì in città.
I tre uomini eran tanto preoccupati dall'idea della loro missione, che non si accorsero del panorama che ora si offriva innanzi a loro, in tutta la sua magnificenza: il villaggio che pel primo li ricevette sul Bezetha; Mizpah e Olivet, alla loro sinistra; le mura dietro il villaggio, con le sue quaranta alte e solide torri, costruite in parte come fortificazioni ed in parte per ornamento; le stesse mura elevate, piegantisi a destra, con parecchie svolte, e qua e là una porta che conduceva ai tre bianchi e grandi edifizi, Fasel, Marianna, e Ippico; Sion, la più alta delle colline, coronata di palazzi di marmo, e mai sì bella; i terrazzi rilucenti del tempio sul Moriah, riconosciuti come una delle meraviglie del mondo; le montagne regali che accerchiavano la città sacra, la quale sembrava costruita nel fondo di un'immenso bacino.
Essi arrivarono, alfine, ad una torre di grande altezza che dominava la porta, la quale, a quel tempo, corrispondeva alla presente Porta di Damasco, e segnava l'incontro delle tre vie da Sheckem, Serico, e Gibeon. Una guardia romana custodiva il passaggio.
Intanto, le persone che seguivano i cammelli, formavano una carovana, sufficiente per attirare gli oziosi sulla porta; cosicchè, quando Balthasar si fermò per parlare alla sentinella, i tre uomini divennero il centro di un circolo, ansioso di sapere tutto ciò che era accaduto.
— «A voi sia pace», — disse l'Egiziano, con voce chiara.
La sentinella non rispose.
— «Noi siamo venuti da lontano in cerca di uno ch'è nato Re degli Ebrei. Potete dirci dove egli sia?» —
Il soldato rialzò la visiera del suo elmo, e chiamò forte. Alla destra del passaggio, apparve un ufficiale.
— «Lasciate passare», — egli gridò, alla folla che ora si era accostata ancor più; e, siccome sembrava restia ad obbedire, si avanzò, facendo girare rapidamente la sua lancia, ora a destra, ora a sinistra, e così fece del largo.
— «Che cosa vorreste?» — domandò a Balthasar, parlando nella lingua della città.
E Balthasar rispose nella medesima lingua:
— «Dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei?» —
— «Erode?» — domandò l'ufficiale, confuso. — «Il regno di Erode è di Cesare; non di Erode. Non v'è altro Re degli Ebrei.» —
— «Ma noi abbiamo visto la sua stella, e siamo venuti per adorarlo.» —
Il Romano rimase perplesso.
— «Proseguite», — egli disse, finalmente. — «Proseguite il vostro cammino. Io non sono un Ebreo. Portate la questione davanti ai dottori, nel tempio od a Hannas, il sacerdote, oppure, e ciò sarà meglio ancora, a Erode stesso. Se v'è un'altro Re degli Ebrei egli lo saprà trovare.» —
Ciò detto, fece largo agli stranieri, onde passassero oltre la porta.
Ma prima di entrare nella via angusta, Balthasar indugiò e trattenne gli amici dicendo: — «Ci siamo sufficientemente annunziati. A mezzanotte tutta la città avrà udito parlare di noi e della nostra missione. Adesso andiamo al Khan». —
CAPITOLO XIII.
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Quella sera, prima del tramonto, alcune donne lavavano della biancheria, sull'ultimo gradino della scalinata che conduceva allo stagno di Siloam. Ognuna di esse era inginocchiata davanti ad un gran vaso di terra. Una ragazzina ai piedi della scala, forniva loro, dell'acqua, e riempiva l'anfore mentre cantava. La canzone era allegra, e, senza dubbio, allietava il loro lavoro. Di tanto in tanto esse si alzavano sulla punta dei piedi e guardavano su per l'altura di Ophel, ed attorno alla cima di quel che ora è il monte dell'Offesa, allora debolmente rischiarato dal sole morente. Mentre esse affaticavano le mani, strofinando e torcendo la biancheria nei bacini, due altre donne vennero a loro, ognuna con un'anfora vuota sulle spalle.
— «La pace sia con voi» — disse una delle nuove venute.
Le lavandaie tralasciarono il lavoro e si alzarono, asciugandosi le mani, e scambiando il saluto.
— «È quasi notte. — È ora di tralasciare.» —
— «Non v'è fine al lavoro,» — fu la risposta.
— «Ma v'è un'ora per riposare, e....» —
— «Per sentire ciò che vi può esser di nuovo» — suggerì un'altra.
— «Che novità avete?» —
— «Come? non avete sentito nulla?» —
— «No.» —
— «Dicono che sia nato Cristo,» — disse l'altra principiando a raccontare.
Era curioso il vedere i visi delle lavandaie illuminarsi per l'interesse; le anfore, in un attimo, furono tramutate in sedili per le proprietarie che sedettero in giro e si fecero attente.
— «Cristo?» interruppero le ascoltatrici curiose.
— «Così dicono». —
— «Chi lo dice?» —
— «Tutti; è una voce comune». —
— «V'è almeno chi lo creda?» —
— «Ieri tre uomini attraversarono Cedron sulla via di Sheckem» — rispose l'oratrice cercando di dissipare l'incertezza. — «Ognuno di essi guidava un cammello d'un bianco candido e più grande di alcun altro mai visto in Gerusalemme». —
Gli occhi e le bocche delle donne si spalancarono.
Per provare com'erano grandi e ricchi gli uomini la narratrice continuò: — «Essi sedevano sotto a tende di seta, le fibbie delle loro selle erano d'oro, come la frangia delle loro briglie; i campanelli erano d'argento, e sembravano produrre col loro suono una vera armonia. Nessuno li conosceva. Uno di essi parlò e rivolse a tutti quelli che si trovavano sulla strada, anche alle donne ed ai fanciulli, questa domanda: — «dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei?» — Nessuno rispose, nessuno capì quello che volevano dire; così essi passarono oltre dicendo questa frase: — «Noi abbiamo visto la sua stella a levante, e siamo venuti ad adorarlo.» — Lasciarono la questione da decidere al Romano ch'era alla porta; e questi, certo sapiente non più dei semplici viandanti, la lasciò chiarire ad Erode.» —
— «Dove sono essi adesso?» —
— «Al Khan. Centinaia di persone sono già state a vederli e ve ne vanno ancora a centinaia.» —
— «Chi sono?» —
— «Nessuno lo sa. Si dice che siano Persiani, uomini sapienti i quali parlano colle stelle. — Profeti forse come Elia e Geremia.» —
— «Che cosa vogliono dire, dicendo Re degli Ebrei?» —
— «Intendono Cristo, e dicono ch'egli sia appena nato.» —
Una delle donne sorrise e riprese il suo lavoro dicendo:
— «Bene, dopo che l'avrò visto ci crederò.» —
Un'altra seguì il suo esempio: — «Bene, quando io lo vedrò far risuscitare un morto ci crederò,» —
Una terza disse calmamente: — «Egli è stato annunciato da molto tempo. Mi basterà vedergli risanare un lebbroso.» —
Esse si fermarono a discorrere finchè calò la notte, e, favorite dall'aria frizzante, si diressero verso casa.
················
A sera avanzata, sul principio della prima veglia, ebbe luogo nel palazzo del monte Sion un'assemblea di forse cinquanta persone, le quali non si riunivano mai se non per ordine d'Erode, e solo quando egli chiedeva di conoscere qualcheduno dei misteri più profondi della legge e della storia ebraica. Era insomma un'assemblea composta dei maestri dei collegi sacri, dei principali sacerdoti e dei dottori più conosciuti per fama nella città, dei capi dei differenti partiti, dei commentatori delle differenti credenze, principi dei Sadduce, oratori farisei, calmi e posati filosofi del Socialismo degli Esseni.
La camera dove si teneva l'adunanza apparteneva ad una delle corti interne del palazzo. Essa era abbastanza vasta e di stile romano. Il terreno era pavimentato in marmo; le pareti, senza finestre, erano dipinte a quadri color giallo zafferano; un divano ricoperto di cuscini gialli, formato in guisa da formare la lettera U, coll'insenatura rivolta alla porta, occupava il centro della camera. Nell'arco del divano, o per meglio dire nella curva della lettera, si trovava un immenso tripode d'oro, curiosamente intarsiato d'oro e d'argento. Appeso a metà del soffitto, con sette braccia, ognuna delle quali portava una lampada accesa, v'era un gran lampadario trattenuto da una corda. Tanto il divano come la lampada erano di stile ebraico puro. La comitiva dai costumi uniformi, eccettuato nei colori, si accomodò sul divano secondo l'uso Orientale. Era composta in gran parte di uomini d'età avanzata; i loro visi erano coperti da folte barbe; avevano nasi larghi e grandi occhi neri, ombreggiati da folte ciglia; il loro portamento era grave, dignitoso, quasi patriarcale. In breve questa era l'adunanza del Sinedrio.
Quegli che sedeva davanti al tripode, nel posto che si può chiamare il centro del divano, avendo tanto a destra che a sinistra i suoi colleghi, evidentemente era il presidente dell'adunanza, e avrebbe subito attirata l'attenzione dello spettatore. Egli era di una complessione gigantesca, ma ridotto ad una magrezza spaventosa; dalla veste bianca, che gli scendeva dalle spalle formando profonde pieghe, non si scorgevano indizi di carne: non si vedeva null'altro che un orribile ed angoloso scheletro. Le sue mani, mezzo nascoste dalle maniche di seta rigata in bianco e rosso, erano appoggiate sulle ginocchia.
Mentre parlava alzava di quando in quando, tremando, il pollice della mano destra e sembrava incapace d'altri movimenti. La sua testa era calva e lucida; pochi capelli, d'un bianco argenteo, gli circondavano la nuca; le sue tempia erano profondamente incavate; profonde rughe gli solcavano la fronte sporgente; gli occhi avevano lo sguardo velato e smarrito; il naso era affilato; la parte inferiore del volto era coperta da una barba fluente e bianca come quella d'Aronne. Tale era Hillele il Babilone! Alla stirpe dei profeti, da lungo tempo estinti in Israele, succedettero molti dottori fra i quali egli primeggiava per saggezza, e assomigliava ad un profeta in tutto, meno che nella sua ispirazione divina. All'età di centosei anni, egli era ancora il Rabbino maggiore del Grande Collegio.
Sulla tavola davanti a lui era disteso un rotolo di pergamena, vergata in caratteri ebraici, e ritto, dietro a lui, stava un paggio riccamente vestito.
Una discussione aveva avuto luogo, ed ora ch'era finita, ciascuno stava in attitudine di riposo. Il venerando Hillele, senza muoversi, chiamò il paggio:
— «Vien qui.» —
Il giovane s'avanzò rispettosamente.
— «Va e di' al Re che siamo pronti a dargli una risposta.» —
Il ragazzo ubbidì.
Poco dopo entrarono due ufficiali, e si fermarono ritti uno a ciascun lato della porta. Li seguiva lentamente un personaggio strano: un vecchio avvolto in un abito di porpora, orlato di scarlatto, stretto alla vita da una fascia d'oro, sottile e pieghevole come pelle; le fibbie delle sue scarpe luccicavano di pietre preziose, una stretta corona di filigrana splendeva da una tarbooshe della più soffice felpa cremisi, che, avvolgendogli la testa, gli scendeva sulle spalle e sulla nuca, lasciando scoperti la gola ed il collo. Un pugnale pendeva al suo fianco. Camminava con passo titubante appoggiandosi con tutto il suo peso ad un bastone. Raggiunto il divano si fermò ed alzò gli occhi da terra: accorgendosi solo allora della compagnia, vivamente eccitato dalla presenza d'essa, si alzò volgendo lo sguardo altero, tetro, sospettoso e minaccioso, come di persona spaventata ed in cerca d'un nemico.
Tale era Erode il Grande, una persona avvilita dalle orribili malattie, una coscienza macchiata di delitti, una mente intelligentissima, un'anima gemella a quella di Cesare: aveva sessantatre anni, ma custodiva con gelosa vigilanza il suo trono, spadroneggiando con potenza assoluta e inesorabile crudeltà.
Vi fu un'agitazione generale nell'assemblea; i più vecchi si inchinavano riverenti, i più nobili si alzavano, o s'inginocchiavano colle braccia sul petto.
Dopo aver osservato intorno a sè, Erode s'avanzò sino al tripode dirimpetto al venerabile Hillele che incontrò il suo freddo sguardo abbassando la testa ed alzando le mani.
— «La risposta» — disse il Re, con aria altera, rivolgendosi a Hillele, e, piantandoglisi davanti col suo bastone, ripetè: — «La risposta!» —
Gli occhi del patriarca, splendevano dolcemente: egli rispose alzando la testa e fissando l'inquisitore, mentre i suoi colleghi gli prestavano una speciale attenzione:
— «La pace del Signore, d'Abramo, d'Isacco e di Giacobbe sia teco, o Re!» —
Dal tono della voce sembrava che invocasse qualcheduno, poi, avendo cambiato tono, continuò:
— «Tu ci hai chiesto dove si suppone sia per nascere Cristo.» —
Il Re fece un segno d'approvazione, sebbene i suoi occhi malvagi restassero fissi sul saggio: — «Questa è la domanda» — disse.
— «Allora, o Re, io parlo per me e pei miei fratelli qui presenti, e dico: — «in Betlemme, nella Giudea.» — Hillele diede un'occhiata alla pergamena sul tripode, e facendo cenno col suo dito tremulo, continuò. — «In Betlemme nella Giudea, com'è scritto dal profeta: «E tu, Betlemme nella terra di Giudea, non sei affatto l'ultima fra le terre di Giuda perchè da te uscirà un governatore che saprà dominar il mio popolo Israele.» —
Il viso d'Erode si rannuvolò, e mentre pensava i suoi occhi si posarono sulla pergamena. I presenti non respiravano nemmeno, ed erano silenziosi come lui. Finalmente egli si volse e lasciò la camera.
— «Fratelli» — Hillele disse — «abbiamo terminato.» —
La compagnia si alzò e partì in gruppi.
— «Simeone» — chiamò Hillele.
Un uomo, sulla cinquantina, ma ancora nel fior della vitalità, gli rispose e si diresse verso di lui che soggiunse: — «Prendi la sacra pergamena, figlio mio, ed arrotolala accuratamente.» —
L'ordine fu eseguito.
— «Offrimi il tuo braccio; monterò in lettiga.» —
L'uomo robusto s'inchinò; il vecchio accettò l'aiuto offertogli, e si diresse con fatica alla porta.
Così se ne andarono il famoso Rabbino e Simeone, suo figlio, il quale doveva essere il suo successore in saggezza e sapienza.
················
I re magi si trovavano ancora svegli a sera avanzata sotto un'arcata del Khan. Le pietre che servivano loro da giacigli erano alte in modo ch'essi potevano guardare, attraverso l'arco della finestra, l'immensità del cielo. Mentre ammiravano le stelle scintillanti, pensavano alla prossima Rivelazione.
Cosa accadrebbe? Si trovavano alfine in Gerusalemme; alla porta avevano chiesto di Colui che cercavano; avevano annunziata la sua nascita; ora non restava loro che di trovarlo. Colla speranza di riuscire s'affidarono allo Spirito, ed in attesa d'udire la voce di Dio od un segno dal cielo, non potevano prender sonno.
Mentre si trovavano così agitati e commossi, un uomo s'avanzò:
— «Svegliatevi» — disse loro, — «vi porto un messaggio che non può essere protratto.» —
I tre si alzarono.
— «Per parte di chi?» — domandò l'Egiziano.
— «Di Erode, il Re.» —
Ognuno si sentì correre un fremito nelle ossa.
— «Siete forse il custode del Khan?» — chiese Balthasar.
— «Sì.» —
— «Cosa desidera il Re?» —
— «Il messaggero aspetta; egli vi risponderà.» —
— «Allora ditegli d'attenderci.» —
— «Voi avevate detto il giusto, buoni fratelli!» — soggiunse il Greco dopo che il custode se ne fu andato. — «La domanda che fu diretta ai viandanti ed alle guardie alla porta, ci ha resi oggetto di curiosità. Io sono impaziente; facciamo presto.» —
Si alzarono; calzarono i loro sandali, si misero i mantelli e s'avviarono.
— «Vi saluto; la pace sia con voi, e scusatemi; il mio padrone, il Re, mi ha mandato ad invitarvi al palazzo, dove egli desidera parlarvi segretamente.» —
Così il messaggero adempì il suo dovere.
Essi si guardarono a vicenda, alla luce d'una lampada appesa nell'entrata, e s'accorsero che lo Spirito era con loro.
L'Egiziano si diresse verso il custode, e disse piano, in modo da non essere udito dagli altri: — «Voi sapete in che posto si trova la nostra roba nella corte, e dove riposano i nostri cammelli. Preparate, durante la nostra assenza, tutto l'occorrente per la nostra partenza se essa sarà necessaria.» —
— «Potete andarvene sicuri; fidate in me,» — rispose il custode.
— «La volontà del Re è la nostra» — disse Balthasar al messaggero. — «Noi vi seguiremo.» —
Le strade della città santa erano strette come lo sono ora, ma non così neglette e sudicie; perchè Erode non soddisfatto dalla sola bellezza, voleva pulizia e comodità.
Guidati dalla luce pallida delle stelle essi ascesero lentamente la collina. Giunsero, finalmente, ad una porta innalzata nel mezzo della strada. Alla luce dei fuochi che ardevano in due gran bracieri, intravvidero la struttura dell'edificio, e le guardie che s'appoggiavano ai lati della porta.
Entrarono nell'edificio senza che la sentinella li fermasse; attraversarono passaggi, porte e cortili, alcuni in piena oscurità; salirono molte scale, passarono per innumerevoli corridoi e per infinite camere, e furono condotti ad una torre d'una immensa altezza. Ad un tratto la guida si fermò, ed additando una porta aperta, disse loro:
— «Entrate. Il Re è là.» —
L'aria della camera era impregnata dal profumo del legno di sandalo, e tutto all'intorno era ordinato e disposto riccamente.
Un tappeto era disteso nel bel mezzo del pavimento, e, sopra al tappeto, era collocato un trono. I visitatori ebbero solo il tempo di ricevere una confusa idea del luogo, di un'insieme di ottomane e di letti intarsiati e dorati, di ventagli, di vasi, di strumenti musicali, di candele d'oro brillanti di luce intensa; di mura dipinte nello stile della voluttuosa scuola Greca, un solo sguardo alle quali avrebbe fatto nascondere con sacro orrore la testa ad un Fariseo. Erode ch'era seduto sul trono per riceverli, vestito come alla conferenza coi dottori e coi sacerdoti, richiamò tutta la loro attenzione.
Essi s'avanzarono e s'inginocchiarono, senza essere invitati, sull'orlo del tappeto. Il Re toccò un campanello.
Un servitore entrò e posò tre sgabelli davanti al trono.
— «Sedetevi» — disse il monarca, benignamente.
— «Dalla porta del Nord» — egli continuò quando essi si furono accomodati — «ho avuto in questo pomeriggio l'avviso dell'arrivo di tre stranieri, curiosamente vestiti come se fossero provenienti da lontani paesi. Siete voi?» —
L'Egiziano, dopo di aver rivolto un'occhiata al Greco ed all'Indiano, rispose facendo una profonda riverenza:
— «Di certo se noi non fossimo quegli stranieri, il potente Erode, la cui fama corre pel mondo intero, non ci avrebbe fatti chiamare.» —
Erode approvò con un cenno della mano.
— «Chi siete, donde venite?» — domandò, ed aggiunse in tono espressivo: — «Lasciate che ognuno parli di se stesso.» —
Essi si spiegarono, alludendo brevemente alle città, ai loro paesi nativi ed alla strada percorsa sino a Gerusalemme. Non soddisfatto, Erode aggiunse:
— «Cosa domandaste all'ufficiale che si trovava alla porta?» —
— «Gli domandammo dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei.» —
— «Comprendo ora perchè il popolo era così curioso. Voi mi meravigliate. C'è un'altro Re degli Ebrei?» —
L'Egiziano non impallidì:
— «Ce n'è uno appena nato.» —
Il viso scuro del monarca assunse un'espressione di dolore come s'egli si rammentasse d'un episodio straziante.
— «Non a me, non a me» — esclamò.
Forse gli passavano davanti le immagini accusatrici dei figli uccisi; riavendosi dall'emozione chiese con voce ferma: — «Dov'è il nuovo Re?» —
— «Questo, o Re, è ciò che desideriamo sapere.» —
— «Voi mi dite di un miracolo — un enigma di molto superiore a quello di Salomone» — disse poi: — «Come vedete, sono in quel periodo di vita in cui la curiosità è sfrenata come lo è nell'infanzia, allorchè lo scherzare con essa è crudeltà. Proseguite, ed io vi rispetterò come i Re si rispettano l'un l'altro. Ditemi tutto ciò che sapete del nuovo Re, ed io mi unirò a voi nel cercarlo; e quando l'avremo trovato, farò ciò che vorrete; lo porterò a Gerusalemme e l'alleverò nella reggia; adoprerò la mia grazia con Cesare per la sua promozione e la sua gloria. La gelosia non albergherà fra noi, ve lo giuro. Ma prima ditemi come, separati sì ampiamente da mari e deserti, sieti arrivati ad udire parlare di lui.» —
— «Ve lo diremo sinceramente, o Re.» —
— «Parlate,» — disse Erode.
Balthasar si alzò in piedi, e disse dolcemente:
— «V'è un Dio Onnipotente.» —
Erode si scosse in modo impercettibile.
— «Egli ci disse di venire in qua, assicurandoci che avremmo trovato il Redentore del mondo; che l'avremmo veduto ed adorato, di prestar fede ch'Egli era venuto; e, come segnale, ognuno di noi doveva vedere una stella. Il suo Spirito rimase con noi, o Re, il suo Spirito è con noi anche adesso!» —
Una commozione irresistibile, opprimente, s'impossessò dei tre. Il Greco a stento represse un grido. L'occhio di Erode si fissò rapidamente dall'uno all'altro; egli era più sospettoso e scontento di prima.
— «Credo che voi mi canzoniate» — egli disse — «ma, se non è, continuate. Che cosa produrrà la venuta del nuovo Re?» —
— «La salvezza degli uomini.» —
— «Da che cosa?» —
— «Dalla loro malvagità.» —
— «Come?» —
— «Per mezzo delle azioni divine — l'Amore, la Fede, e le opere Buone.» —
— «Allora» — Erode si fermò, e nel suo sguardo nessun uomo avrebbe potuto leggere quale sentimento spirasse — «voi siete gli araldi di Cristo. È questo tutto?» —
Balthasar s'inchinò lentamente:
— «Noi siamo i vostri servi, o Re.» —
Il monarca toccò un campanello, e l'inserviente apparve. — «Portate i regali» — gli disse.
L'inserviente uscì, ma ritornò poco dopo, ed inginocchiandosi innanzi agli ospiti, diede a ciascheduno un manto azzurro e rosso scarlatto, e una cintura d'oro. Essi espressero la loro gratitudine con inchini all'orientale.
— «Ancora una parola» — disse Erode allorchè la cerimonia finì. — «All'ufficiale della porta, e poc'anzi innanzi a me, voi parlaste d'aver veduto uno stella nell'Oriente.» —
— «Sì» — disse Balthasar — «la sua stella, la stella del neonato.» —
— «Quando vi apparve?» —
— «Quando fummo comandati di venire qua.» —
Erode si alzò, significando che l'udienza era finita. Scendendo dal trono verso di loro, disse con grande amabilità:
— «Se, come credo, o uomini illustri, voi siete gli araldi di Cristo appena nato, sappiate che ho consultato coloro che sono i più sapienti riguardo alle cose ebraiche, ed essi dissero concordi che dovrebbe essere nato nella Betlemme di Giudea. Io vi dico: — «Andate oltre, andate e cercate diligentemente il giovane bimbo: e quando l'avrete trovato, avvisatemi, affinchè io possa venire ad adorarlo. Che il vostro tragitto non venga disturbato da alcun ostacolo. Pace sia con voi!» — E avvoltosi nel suo manto lasciò la stanza.
La guida li diresse verso la strada, e poscia al Khan, alla porta del quale il Greco disse:
— «Andiamo a Betlemme, o fratelli, come ci consigliò il Re.» —
— «Sì» — gridò l'Indiano — «lo Spirito ci protegge.» —
— «Così sia» — disse Balthasar, con egual ardore. — «I cammelli sono pronti.» —
Essi diedero dei regali al castaldo, montarono in sella, richiesero le indicazioni per andare alla Porta di Joppa, e partirono. Al loro arrivo le grandi porte erano socchiuse ed essi entrarono in aperta campagna, prendendo la via ultimamente fatta da Giuseppe e Maria. Mentre si avanzavano sulla pianura di Rephaim, apparve una luce dapprima debole e lontana. I loro cuori battevano forte. La luce si faceva rapidamente più intensa; essi chiusero gli occhi allo splendore ardente; quando si azzardarono a guardare nuovamente, ecco che la stella, bella come nessun'altra nel cielo, si abbassò, e, lentamente, si avvicinò a loro. Essi giunsero le loro mani, e gridarono, godendo di una gioia immensa:
— «Iddio è con noi! Iddio è con noi!» — e così ripeterono per tutta la via, finchè la stella, innalzatasi sulla valle, al di là del Mar Elias, ristette ancora al di sopra d'una casa, sulla cima della collina, vicino alla città.
CAPITOLO XIV.
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Cominciava la terza veglia, ed a Betlemme albeggiava sopra i monti, ad oriente, ma così debolmente, che nella valle era ancora notte. Il guardiano, sul tetto del vecchio Khan, tremando dal freddo, stava ascoltando i primi suoni coi quali la vita, svegliandosi, accoglie il giorno, allorchè una luce si mosse dalla collina verso la casa. Egli la credette una torcia in mano a qualcheduno; dopo un momento la prese per una meteora: lo splendore crebbe, pertanto, finchè divenne una stella. Atterrito egli gridò e condusse tutti quelli ch'erano entro le mura, sul tetto. Il fenomeno, con movimento curioso, continuava ad avvicinarsi; le rupi, gli alberi, e le vie al disotto di esso, splendevano come se rischiarate dalla luce del lampo; subito il suo splendore divenne acciecante.
I più timidi fra gli ammiratori, caddero in ginocchio e pregarono, coi loro visi nascosti; i più arditi, coprendosi gli occhi, s'appiattarono, ed ogni tanto gettavano paurosamente delle occhiate furtive. Dopo un po', il Khan, tutto all'intorno, era rischiarato da una luce insopportabile pel suo vivo bagliore.
Quelli che si azzardarono a guardare, videro la stella ancora ferma sopra la casa, di fronte alla caverna dove era nato il Bambino.
Nel bel mezzo di questa scena, vennero i tre Re Magi, ed alla porta smontarono dei loro cammelli, e chiesero di entrare. Appena il guardiano ebbe potuto frenare il suo terrore per badare a loro, levò la stanga ed aprì la porta. I cammelli sembravano spettri, alla luce soprannaturale, e, oltre all'aspetto fantastico, v'erano nei visi e nei modi dei tre visitatori una veemenza ed una esaltazione che eccitarono ancor più i timori del guardiano; egli per un po' non potè rispondere alla domanda che gli venne fatta:
— «Non è questa Betlemme della Giudea?» —
Ma nel frattempo altri vennero, e diedero in vece sua la risposta.
— «No, questo non è che il Khan; la città si trova più in là.» —
— «Non v'è qui un bambino appena nato?» —
Gli astanti si guardarono reciprocamente meravigliandosi, mentre alcuni di essi risposero: — «Sì, sì.» —
— «Mostratecelo!» — disse il Greco impazientemente.
— «Mostratecelo!» — gridò Balthasar, interrompendo la sua gravità; — «poichè noi abbiamo veduto la sua stella, quella che voi ammirate laggiù sopra alla casa, e siamo venuti per adorarlo.» —
L'Indiano giunse le mani, esclamando: — «Iddio realmente esiste! Fate presto, fate presto! Il Salvatore è trovato. Benedetti, benedetti siamo noi sopra tutti gli uomini!» —
La gente venne giù dal tetto, e seguì i forestieri, mentre essi furono condotti, attraverso la corte, nel recinto; alla vista della stella ancora sopra la caverna, benchè meno incandescente di prima, alcuni si volsero spaventati; la maggior parte però li seguì. Mentre i forestieri si avvicinavano alla casa, la stella si alzò; quando furono alla porta, essa andava dileguandosi in alto; quando entrarono era sparita. E nei testimoni di ciò che allora accadde, entrò la convinzione che una divina relazione passasse fra la stella e gli stranieri.
Quando la porta si aprì tutti affollarono la caverna.
La stanza era illuminata da una lanterna, abbastanza luminosa per porre in grado i forestieri di trovare la madre, ed il bambino, sveglio sulle sue ginocchia.
— «È tuo il bambino?» — domandò Balthasar a Maria.
Essa rispose:
— «Egli è mio figlio!» —
Ed essi caddero in ginocchio e l'adorarono.
Era un bambino come gli altri bambini: sulla sua testa non v'era nè un'aureola nè una corona; le sue labbra si aprivano, ma non per parlare; se udiva le loro espressioni di gioia, le loro invocazioni, le loro preghiere, non faceva segni di sorta. Il bambino guardava più alla fiamma della lanterna che a loro.
Dopo un po' essi si alzarono, e, ritornando ai cammelli, tolsero dalle selle regali di oro, d'incenso e di mirra, che posero davanti al bambino, riverenti.
Essi lo adoravano senza esitare.
Perchè?
La loro fede si basava sui segni mandati da Colui, che, d'allora in poi, si rivelò come nostro Padre; e, per essi, la sua promessa bastava.
Pochi v'erano che videro i segni e li compresero — a Madre e Giuseppe, i pastori ed i Re; pure tutti credettero ugualmente, che cioè, Iddio per ora era tutto, ed il Bambino nulla. Ma verrà un tempo che tutto dipenderà dal Figlio.
Felici coloro che crederanno in Lui!...
Fine del libro primo.
LIBRO SECONDO
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Arde una fiamma in cor, che non si appaga
Dell'angusta prigion, ma inquieta aspira
A volar oltre i consueti fini
Del desiderio, ed una volta accesa,
Eternamente, inestinguibil, brucia,
E l'uom sospinge ad avventate eccelse,
Nè mai si stanca tranne di quïete.
Pellegrinaggio di Aroldo.
CAPITOLO I.
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È necessario che il lettore si porti innanzi venticinque anni, al principio dell'amministrazione di Valerio Grato, quarto governatore imperiale della Giudea. — Un periodo notevole per le agitazioni politiche che angustiarono Gerusalemme, prodromi del conflitto finale fra i Romani e gli Ebrei.
Nell'intervallo erano avvenuti parecchi cambiamenti, specie d'ordine politico. Erode il grande era morto un anno dopo la nascita del Bambino e morto così miseramente da giustificare l'opinione che correva nel mondo cristiano, che egli fosse cioè stato colpito dall'ira divina. Come tutti i grandi reggitori di popoli che dedicano tutta la loro vita a rafforzare la potenza che hanno creato, egli aveva sognato di tramandare il trono e la corona, di diventare il fondatore di una dinastia. Con questo intento, nel suo testamento, spartì le terre fra i suoi tre figli Antipate, Filippo ed Archelao, e, a quest'ultimo, diede la dignità regia. Il testamento fu necessariamente sottoposto ad Augusto imperatore, il quale ne ratificò tutte le disposizioni, tranne una sola: rifiutò ad Archelao il titolo di Re finchè non avesse dato prova di capacità e fedeltà.
Lo creò invece Etnarca, e come tale lo lasciò governare nove anni, a capo dei quali, essendosi egli dimostrato impari all'alto ufficio e inabile a frenare gli elementi turbolenti che si agitavano intorno a lui, lo mandò in esilio nelle Gallie.
Cesare non si accontentò di deporre Archelao. Colpì il popolo di Gerusalemme in un modo che ferì nel vivo l'orgoglio dei superbi custodi del Tempio. Ridusse la Giudea in provincia Romana e la aggiunse alla prefettura di Siria.
Di modo che, in vece di un principe governante regalmente nel palazzo che Erode aveva costruito sul monte Sion, la città cadde nelle mani di un ufficiale subordinato, di un impiegato chiamato Procuratore, il quale comunicava con la corte di Roma per via del Legato di Siria, residente in Antiochia. — Per rendere più dolorosa la ferita, al Procuratore non fu permesso di stabilirsi a Gerusalemme; questo onore fu invece concesso a Cesarea. Ma la maggior umiliazione di tutte, la più irritante, la più voluta, fu l'annessione della Samaria, — la disprezzata Samaria, unita alla Giudea come parte della stessa provincia! Quale dolore per i bigotti separatisti o Farisei il vedersi sospinti e derisi alla presenza del Procuratore in Cesarea, dai devoti di Gerizim!
Fra tante lagrime una consolazione sola rimaneva al popolo caduto: Il Pontefice occupava il palazzo di Erode sulla Piazza del Mercato e vi teneva la sembianza d'una corte. Quale fosse in realtà la sua autorità si può facilmente comprendere.
Il Procuratore si riserbava il diritto di vita e di morte. La giustizia era amministrata in suo nome e secondo i decreti di Roma.
Sintomo ancora più significante: il palazzo reale era contemporaneamente occupato dagli ufficiali delle imposte imperiali con tutto il suo corpo di assistenti, registratori, collettori, informatori e spie. Ciò non di meno agli ostinati sognatori di una libertà futura, era di una certa soddisfazione il pensare che il principale personaggio nel palazzo era un Ebreo. La sua sola presenza in esso, giorno per giorno, rammentava loro i patti e le promesse dei profeti e i tempi in cui Jeova reggeva le tribù per mano dei figli d'Aronne: era per essi un segno visibile che Egli non li aveva abbandonati; così le loro speranze li tenevan desti e li abituavano a sopportare pazientemente la servitù, mentre aspettavano sempre l'avvento del figlio di Giuda che doveva regnare in Israele.
La Giudea era stata provincia di Roma per oltre ottant'anni — periodo di tempo più che sufficiente per far conoscere ai Cesari il carattere del popolo, per fargli apprendere che l'Ebreo con tutto il suo orgoglio, poteva essere governato quietamente purchè venisse rispettata la sua religione. — Ispirandosi a questi concetti i predecessori di Grato si erano costantemente guardati dall'ingerirsi nelle pratiche religiose dei loro sudditi. Egli invece seguì un'indirizzo diverso; uno dei suoi fatti fu quello di spogliare Hannas delle sue dignità di primo Sacerdote, e di dare il suo posto ad Ismaele figlio di Fabo.
Sia che quest'atto fosse emanato da Augusto o procedesse da Grato medesimo, la sua sconvenienza divenne ben presto apparente. Non esporremo al lettore un capitolo di politica Ebrea, ma due parole sopra questo argomento sono essenziali per la retta intelligenza del racconto.
In questo tempo esistevano in Giudea due partiti: il partito dei nobili, e il partito separatista o popolare. Alla morte di Erode, i due partiti si collegarono contro Archelao: combattendolo nei templi e nel palazzo, a Gerusalemme e a Roma, qualche volta con gli intrighi, qualche volta con le armi, in aperta guerra. Più d'una volta i tranquilli colonnati del Moriah risuonarono delle grida dei combattenti. Finalmente riuscirono a cacciarlo in esilio.
Durante tutta questa lotta gli alleati miravano ai vari loro scopi: i nobili odiavano Jvazar, il primo Sacerdote; mentre i Separatisti erano suoi gelosi seguaci. Quando crollò l'edificio di Erode con Archelao, Jvazar condivise la sua sorte. Hannas, figlio di Set, fu scelto dai nobili a coprire l'alto ufficio. Questo produsse la scissura violenta dei due partiti, che si fronteggiarono in fiera inimicizia.
Nel corso della loro lotta contro lo sfortunato Etnarca i nobili avevano creduto opportuno di piegarsi dalla parte di Roma.
Prevedendo che, quando si fosse abbandonato l'attuale ordinamento, sarebbe stato necessario un nuovo assetto politico, suggerirono la conversione della Giudea in provincia. Questo fatto fornì ai separatisti un nuovo pretesto ed una nuova arma; e quando la Samaria fu incorporata nella provincia, i nobili decaddero ad una esigua minoranza, con nessuno che li sorreggesse all'infuori della corte imperiale, del prestigio della loro casta e della loro ricchezza. Ad onta di tutto ciò per quindici anni, sino all'avvento di Valerio Grato, riuscirono a mantenersi tanto nel palazzo quanto nel Tempio.
Hannas, l'idolo del suo partito, aveva usato fedelmente del suo potere nell'interesse del suo imperiale patrono. Una guarnigione romana occupava la torre di Antonia; una guardia romana presidiava le porte del palazzo; un giudice romano amministrava la giustizia in materia civile e penale; il sistema fiscale romano, applicato senza pietà, gravava sulla città e sulla campagna.
Ogni giorno, ogni ora, in mille modi, il popolo era angariato ed offeso, imparando a sue spese la differenza fra una vita indipendente e una vita di servitù. Pure Hannas lo conteneva in una tranquillità relativa. Roma non aveva amico più fedele, e la sua mancanza si fece subito sentire. Dopo aver consegnato i suoi indumenti ad Ismaele, il nuovo Sacerdote, egli passò difilato dai cortili del Tempio ai concilî dei Separatisti, mettendosi alla testa di una nuova coalizione.
Grato, il Procuratore, privato così di ogni sostegno, vide i fuochi, che in quindici anni si erano andati gradatamente spegnendo, divampare improvvisamente. Dopo un mese da che Ismaele aveva assunta la nuova carica, il Romano trovò necessario visitarlo in Gerusalemme. Quando, dall'alto delle mura, accolta da un coro di fischi e di urli, gli Ebrei videro la sua guardia entrare per la porta settentrionale della città e marciare verso la torre di Antonia, compresero il vero scopo della visita. — Una intiera coorte di legionari fu aggiunta alla guarnigione, e il giogo poteva ora essere aggravato impunemente.
Se il Procuratore avesse stimato opportuno di dare un esempio, Dio solo avrebbe potuto salvare la prima vittima!
CAPITOLO II.
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Tenendo presenti queste spiegazioni, il lettore è invitato a recarsi in uno dei giardini del palazzo sul monte Sion. L'ora è la meridiana di un giorno di luglio, quando il calore dell'estate è più intenso.
Il giardino è limitato da ogni banda da fabbricati, alcuni dei quali a due piani, il primo con le porte e le finestre ombreggiate da verande, il superiore terminante con terrazzi adornati insieme e protetti da forti balaustre. Qua e là la continuità degli edifici è interrotta da bassi colonnati che permettono la circolazione dei venti, e lasciano intravvedere altri lati del palazzo, ponendone in rilievo tutta la maestà e la ricchezza.
Il giardino non è meno bello. Viottoli ombrosi serpeggiano attraverso prati e cespugli, sopra i quali si elevano alcuni alberi altissimi, rari esemplari di palme e gruppi di carrubi, noci e albicocchi. Il terreno va lentamente degradando dal centro, dove è scavato un profondo bacino di marmo, interrotto tratto tratto da piccole bocche, che, aperte, versano l'acqua nei rigagnoli scorrenti paralleli al sentiero, sapiente artificio per sottrarre il luogo all'aridità troppo prevalente in tutta quella regione.
Non lontano dalla fontana scintilla la superficie di un piccolo stagno che alimenta un gruppo di canne e di leandri, sul genere di quelli che crescono sulle rive del Giordano e del mar Morto. Fra le piante e lo stagno, indifferenti ai raggi che il sole piove loro addosso attraverso l'aria afosa, due giovani, uno di diciannove, l'altro di diciasette anni, ragionano fra loro in serio colloquio.
A prima vista si direbbero fratelli: belli l'uno e l'altro, entrambi neri di chiome e di occhi, dai volti abbronzati, di statura proporzionata alla differenza della loro età. Il maggiore ha la testa scoperta. Una tunica sciolta, cadente fino ai ginocchi, e un mantello azzurro, gettato negligentemente per terra, formavano il suo abbigliamento. Il costume lascia esposte le braccia e le gambe, brune come il volto: ciò nonostante una certa grazia di modi, il taglio aristocratico del viso, l'inflessione della voce, dimostrano chiaramente la sua condizione. La tunica, di soffice lana, grigia al bavaro e alle maniche, con gli orli listati di rosso, stretta intorno alla vita da una corda di seta, lo dice Romano. E se nel discorrere, lancia tratto tratto uno sguardo pieno di alterigia sopra il compagno, e gli parla come ad un inferiore, lo si può quasi scusare, perchè appartiene ad una stirpe nobile persino in Roma, una circostanza che in quei tempi giustificava ogni arroganza.
Nelle terribili guerre fra il primo Cesare e i suoi grandi nemici, un Messala era stato amico di Bruto. Dopo Filippi, senza disdoro al suo nome, egli si riconciliò col vincitore, e più tardi, quando Ottavio lottò per l'impero, Messala gli diede il suo appoggio. Ottavio, diventato imperatore Augusto, si ricordò dei servigi resi da lui, e colmò la sua famiglia di onori. Fra le altre cose, essendo stata la Giudea ridotta in provincia, mandò il figlio del suo vecchio cliente a Gerusalemme, coll'incarico di riscuotere le imposte della regione e in questo ufficio egli era rimasto, dividendo il palazzo col Primo Sacerdote. Il giovane di cui parliamo era figlio all'uomo testè descritto, e nel volto e negli atti, mostrava troppo spesso di ricordarsi dei rapporti corsi fra l'avo e i più illustri romani del suo tempo.
Il compagno di Messala era di corporatura più esile, e le sue vesti, di finissima e candida tela di lino, erano tagliate secondo la foggia allora prevalente in Gerusalemme. Un panno gli copriva la testa, stretto con un nastro giallo, e disposto in modo da partirsi sulla fronte, e cadere indietro sulla nuca.
Un osservatore, esperto nelle distinzioni delle razze, e studioso più dei tratti che degli abbigliamenti, avrebbe tosto notata la sua origine Ebrea. La fronte del Romano era alta e stretta, il naso acuto ed aquilino, le labbra erano fine e diritte, gli occhi freddi e prossimi alle sopracciglia. La fronte dell'Israelita invece era bassa ed ampia, il naso era lungo e con le narici tumide; il labbro superiore sporgente leggermente sopra l'inferiore, curvandosi agli angoli come l'arco di Cupido: fattezze che aggiunte, alla rotondità del mento, agli occhi grandi, al puro ovale delle guancie soffuse di rosso, davano al suo volto tutta la dolcezza, la forza e la venustà proprie alla sua razza.
La bellezza del Romano era castigata e severa, quella dell'Ebreo ricca e voluttuosa.
— «Non dicevi che il nuovo Procuratore doveva arrivare domani?» —
La domanda proveniva dal minore degli amici ed era formulata in greco, a quel tempo linguaggio dominante nella buona società della Giudea. Era passato dal palazzo all'accampamento e nella scuola, e di là, nessuno seppe bene, come e quando, nel Tempio medesimo, nei sacri corridoi e nei chiostri del Tempio.
— «Sì, domani» — rispose Messala.
— «Chi te lo ha detto?» —
— «Ho inteso Ismaele, il nuovo governatore del Palazzo — voi lo chiamate Primo Sacerdote — che ne parlava a mio padre jeri sera. Certo la notizia sarebbe stata più attendibile se fosse venuta da un Egiziano, la cui razza ha dimenticato ciò che sia la verità, o anche da un Idumeo, il cui popolo non ha mai saputo ciò che la verità fosse; ma per essere proprio certo, ho veduto un centurione della Torre stamane, e mi disse che stavano facendo preparativi per il suo ricevimento; che gli armajuoli stavano forbendo gli elmi, gli scudi, e indorando le aquile e le sfere; che gli appartamenti, da lungo tempo disabitati, venivano spolverati ed arieggiati come per un aumento della guarnigione — la guardia del corpo, probabilmente, del grande uomo.» —
È impossibile di rendere perfettamente il modo con cui questa risposta fu data, perchè i punti più notevoli e più caratteristici sfuggono costantemente al potere della penna. La fantasia del lettore dovrà venire in suo aiuto; e a questo fine dobbiamo ricordare che la riverenza era una qualità che tramontava rapidamente nel mondo romano, o meglio che andava giù di moda. La vecchia religione aveva quasi cessato di essere una fede; tutt'al più era una semplice veste, o un'espressione del pensiero, protetta principalmente dai sacerdoti che trovavano il loro tornaconto nei servizi del Tempio, e dai poeti, che, nei loro versi, non potevano far senza le loro divinità famigliari: vi sono cantori in questa età che loro assomigliano. Come la filosofia prendeva il posto della religione, la ironia sostituiva rapidamente la riverenza, tantochè, nell'opinione dei Latini, essa era, in ogni discorso, anche nelle piccole diatribe famigliari, ciò che è il sale per le vivande, l'aroma pel vino.
Il giovane Messala, educato in Roma, e tornato da poco, aveva acquistato queste abitudini e questi modi: il movimento quasi impercettibile della palpebra inferiore, lo sdegnoso arricciar delle labbra, la languida pronuncia affettata come il miglior modo per esprimere l'idea di una generale indifferenza, ma più ancora per le occasioni che porgeva per certe pause rettoriche, si stimavano di prima importanza, affinchè l'ascoltatore afferrasse bene il concetto e gustasse appieno il frizzo di un epigramma. Una tale pausa avvenne nella risposta testè riferita alla fine dell'allusione all'Egiziano e all'Idumeo.
Il rosso sulle guancie del giovanetto Ebreo si fece più scuro, ed egli non rispose, guardando distrattamente nella profondità dello stagno.
— «Noi ci dicemmo addio in questo giardino». — «La pace del Signore sia con te!» — furono le ultime tue parole. — «Gli Dei ti salvino!» — dissi io. — «Ti ricordi? quanti anni sono trascorsi da quel tempo?» —
— «Cinque» — rispose l'altro, fissando l'acqua.
— «Ebbene, tu hai ragione di essere riconoscente verso — chi dovrei dire? — gli Dei? Non importa chi. — Tu sei cresciuto assai bene; i Greci ti chiamerebbero bellissimo — felice creazione degli anni! Se Giove si accontentasse di un solo Ganimede, quale coppiere saresti per l'imperatore!» —
— «Dimmi o mio Giuda, perchè ti interessa tanto la venuta del Procuratore?» —
Giuda fissò gli occhi sopra il suo interlocutore collo sguardo grave, pensieroso, penetrante in quello del Romano, mentre rispose: — «Sì, cinque anni. Io ricordo la tua partenza; tu andavi a Roma; io ti vidi partire e piansi, perchè ti amavo. Gli anni sono passati, e tu ritorni a me come un principe — non lo dico per celia; e pure — pure — io desidererei che tu fossi il Messala di quando partisti!» —
Le narici del Romano si contrassero in un movimento ironico, e più affettata del solito suonò la sua voce, quando rispose:
— «Non un Ganimede, ma un oracolo o mio Giuda. Qualche lezione dal mio maestro di rettorica presso il Foro — io ti darò una lettera per lui, quando nella tua saggezza ti piegherai a seguire i miei consigli — un po' di pratica nell'arte del mistero, e Delfo ti accoglierà come Apollo medesimo. Al suono della tua voce solenne, la Pizia scenderà dal suo tripode. Seriamente, o mio amico, in che cosa differisco dal Messala che partì? Io intesi discutere una volta il più grande logico della terra. Il tema della sua dissertazione era la disputa. Ricordo un suo detto: «Comprendi bene il tuo avversario prima di rispondergli.» — E, francamente, non ti comprendo.» —
Il giovane arrossì sotto lo sguardo cinico dell'altro; ma rispose con fermezza: «Tu hai approfittato delle occasioni che ti furono offerte, vedo; dalle tue scuole hai riportato molta sapienza e molte grazie. Tu parli con la scioltezza di un maestro, ma il tuo dire punge. Il mio Messala, quando mi abbandonò, non aveva veleno nella sua natura; per tutto l'oro del mondo non avrebbe voluto offendere la sensibilità di un amico.» —
Il Romano sorrise, come se avesse inteso un complimento, e rialzò ancora più fieramente la bella testa patrizia.
— «O mio austero Giuda, non siamo a Dodona o a Pito. Abbandona quel tuo fare da oracolo e discendi a spiegazioni terrene. In che ti ho offeso?» —
L'altro respirò a lungo, e giuocherellando con la corda che gli stringeva la vita: — «In questi anni anch'io appresi qualche cosa. Hillele non sarà pari al filosofo che tu ascoltasti, e Simeone e Sciamma sono, senza dubbio, inferiori al tuo maestro presso il Foro. La loro sapienza non batte strade vietate; quelli che seggono ai loro piedi si alzano ricchi soltanto della scienza di Dio, della Legge e di Israele, imbevuti di amore e di rispetto per tutto ciò che a quelli si riferisce.
Frequentando il Grande Collegio e meditando su quanto vi ascoltai, ho appreso che la Giudea d'oggi non è più quella d'una volta. Io apprezzo la differenza che corre fra un regno indipendente e una piccola provincia soggetta. Sarei più vile, più abbietto di un Samaritano, se non risentissi umiliazione pel mio paese. Ismaele non è il legittimo Sacerdote, e non lo potrà mai essere, vivo l'illustre Hannas. Eppure egli è un Levita, uno di quei devoti che per migliaia d'anni hanno servito il Signore Iddio e la nostra religione. La sua....» —
Messala lo interruppe con un riso mordace.
— «Ora ti comprendo! Ismaele, tu dici, è un usurpatore. Ciò non di meno ti fa male che si possa prestar fede ad un Idumeo piuttosto che a lui. È questo che ti ha punto! Per l'ebbro figlio di Semele, che cosa significa esser Ebreo! Cambiano gli uomini e le cose, il cielo stesso e la terra; ma un Ebreo mai. Per lui non vi ha passato o futuro; egli è oggi ciò che i suoi avi furono prima di lui. Guarda! su questa sabbia io descrivo un cerchio. Ora dimmi che altro è la vita di un Ebreo? Gira e rigira, qui Abramo, là Isacco, Giacobbe; Dio nel mezzo. Per il Tonante, il cerchio è troppo grande. Lo rifaccio....» —
Si arrestò, puntò il pollice per terra e descrisse con le dita un cerchio intorno ad esso.
— «Vedi, questa impronta del pollice è il Tempio, la linea formata dalle dita la Giudea. All'infuori di questo spazio non esiste nulla di buono! Le arti? Erode fu costruttore di palazzi, quindi è maledetto. La pittura, la scoltura Guardarle è un peccato. La poesia l'avete inchiodata sugli altari. In guerra tutto ciò che conquistate in sei giorni lo perdete nel settimo. Questa è la vostra vita e la vostra mèta. E non vuoi che rida? contento dell'adorazione di un tal popolo, che cosa è mai il vostro Dio a petto del nostro Giove romano, che ci presta le sue aquile perchè le nostre armi conquistino l'universo? Hillele, Simeone, Sciammai, Abtalione, che valgono essi di fronte a quei maestri che insegnano che tutto ciò che si può apprendere è degno di essere appreso?» —
L'Ebreo balzò in piedi, con le guancie rosse al pari del fuoco.
— «No, no; siediti, mio Giuda, siediti.» — esclamò Messala, stendendogli la mano.
— «Tu mi schernisci.» —
— «Ascoltami ancora un poco. Presto, — il Romano sorrise con disprezzo — mi verranno in mente Giove e tutta la sua famiglia greca e romana, come al solito, e allora addio serietà! Io ti sono riconoscente d'esser venuto dalla vecchia casa de' tuoi padri per darmi il benvenuto e rinnovare l'affetto della nostra infanzia, se possiamo.» — «Andate,» — disse il mio maestro, nell'ultima sua lezione. — «Andate, e se volete raggiunger la mèta, ricordatevi che Marte regna ed Eros ha ricuperata la vista.» — Egli voleva dire che l'amore è nulla, la guerra tutto. Così è in Roma. Il matrimonio è il primo passo verso il divorzio. La virtù è una qualità da bottegaio. Cleopatra, morendo, ci legò le sue arti, ed è vendicata. Essa ha un successore sotto il tetto di ogni Romano. Il mondo corre per la stessa strada. Abbasso Eros, evviva Marte! Io sarò soldato, ma tu, o mio Giuda, — io ti compiango, — che cosa sarai tu?» —
L'Ebreo si avvicinò allo stagno. Messala continuò.
— «Sì, ti compiango, mio bellissimo Giuda. Dal collegio alla Sinagoga; poi al Tempio, quindi — oh, gloria suprema! — ad un seggio nel Sinedrio. Una bella vita, davvero! Gli dei ti aiutino! Mentre io....» —
Giuda lo guardò e vide l'orgoglio imporporargli le gote e sfavillare negli occhi, mentre ei proseguiva;
— «Ah, la terra non è tutta quanta conquistata! Il mare chiude isole ignote. Nel settentrione vi sono popoli ancora sconosciuti. La gloria di continuare la marcia d'Alessandro nell'ultimo Oriente offre nuovi allori. Vedi quante vie si aprono ad un Romano?» —
Tacque un istante, e poi riprese col solito tono di persona annoiata:
— «Una campagna nell'Africa, un'altra contro gli Sciti, poi il comando di una legione! Qui terminano i sogni di molti. Non il mio. Per Giove, che idea! Rinuncierò alla legione per una prefettura. Pensa alla vita di un Romano danaroso — oro, vino, donne, giuochi, poeti a banchetto, intrighi di corte, dadi tutto l'anno. — Questa sarebbe una degna mèta alla mia esistenza. Una grassa prefettura? O mio Giuda, ecco la Siria! La Giudea è ricca e Antiochia è una capitale degna degli Dei. Io sarò il successore di Cirenio, e tu, — tu dividerai la mia fortuna.» —
I sofisti e i retori che affollavano i pubblici ritrovi di Roma, e che avevano quasi il monopolio dell'istruzione della gioventù patrizia, avrebbero approvato questi detti di Messala nei quali avrebbero riconosciuto gran parte dei loro insegnamenti; ma nel giovane Ebreo facevano l'impressione di una sgradevole novità, ben diversa dalla solennità dei discorsi e delle conversazioni a cui era abituato. Di più, egli apparteneva ad una razza le cui leggi, costumanze ed abitudini di pensiero, vietavano la ironia e lo scherno. Molto naturalmente quindi egli ascoltò l'amico con varî sentimenti; sdegno dapprima, poi incertezza nel come dovesse prenderlo. Quelle arie di superiorità assunte da Messala lo avevano offeso sin da principio. Presto divennero insopportabili. Anche quella pioggia frizzante di detti satirici destò la sua ira. Per l'Ebreo dell'età di Erode il patriotismo era una passione selvaggia appena celata sotto il manto di una velata pacatezza di modi, e così connessa con la sua storia, con la religione e con Dio, da balzare fuori immediatamente al menomo dileggio di essi. Non è quindi esagerazione l'affermare che il discorso di Messala, progredendo lentamente fino all'ultima sua pausa, cagionò la più acuta tortura al suo uditore, il quale a questo punto, lo interruppe con un sorriso studiato.
— «Sono pochi coloro che permettono che il proprio avvenire sia fatto oggetto di scherno. Io non sono di quelli o Messala.» —
Il Romano lo osservò un istante, poi rispose: — «Perchè non si dovrebbe dire il vero scherzando, anche sotto forma di parabola? La grande Fulvia andò a pescare l'altro giorno, pigliò più pesci di tutte le sue compagne. Si disse che essa avesse fatta indorare la punta del suo amo.» —
— «Allora tu non scherzavi soltanto?» —
— «Mio Giuda, m'accorgo che non ti ho offerto abbastanza,» — rispose il Romano rapidamente, con gli occhi scintillanti. — «Quando sarò Prefetto e dominerò sulla Giudea, ti farò primo Sacerdote.» —
L'Ebreo si voltò adirato.
— «Non andare in collera» — disse Messala.
L'altro si fermò irresoluto.
— «Per gli Dei, mio Giuda, come scotta il sole!» — esclamò il patrizio, osservando la perplessità dell'altro. — «Andiamo all'ombra». —
Giuda rispose freddamente:
— «È meglio che ci lasciamo, sarebbe stato anche meglio che io non fossi venuto. Cercavo un amico, e trovo....» —
— «Un Romano» — disse Messala.
L'Ebreo strinse i pugni, ma, padroneggiandosi con uno sforzo, si allontanò.
Messala si alzò, prese il mantello dal sedile, e gettatoselo sopra le spalle, seguì Giuda. Raggiuntolo, gli pose una mano sulla spalla e continuò il cammino.
— «Con la mia mano sulla tua spalla, eravamo avvezzi a camminare da fanciulli. Procediamo così fino al cancello.» —
Messala cercava d'esser serio e gentile, ma non poteva cancellare dal suo volto la solita espressione satirica. Giuda lo lasciò fare.
— «Tu sei un ragazzo, io sono un uomo; lasciami parlare come tale.» —
La compiacenza del Romano rasentava la superbia. Mentore consigliando il giovane Telemaco non avrebbe potuto parlare con più disinvoltura.
— «Credi tu nelle Parche? Ah, dimenticavo! tu sei un Sadduceo: gli Esseni sono i soli che abbiano giudizio fra voi: essi credono nelle tre sorelle. Così faccio io. Costantemente esse ci attraversano il sentiero. Se covo un grande disegno, se lavoro per attuarlo, proprio quando sto per stringere il mondo nel pugno, intendo dietro di me lo stridere delle forbici. Mi volto, e la scorgo, Atropo maledetta! Ma, mio Giuda, perchè andasti in collera quando parlai di succedere al vecchio Cirenio? Tu pensavi che io volessi arricchirmi depredando questa tua Giudea? Supponiamolo; ciò è quanto farà forse un'altro Romano. Perchè non lo dovrei fare io?» —
Giuda rallentò il passo.
— «Altri stranieri, prima dei Romani, dominarono sulla Giudea,» — disse alzando la mano. — «Dove sono ora, o Messala? Essa ha sopravvissuto a tutti. Ciò che è stato avverrà ancora.» —
Messala disse ancora con pacatezza:
— «Le Parche hanno seguaci anche all'infuori degli Esseni. Ben tornato, o Giuda, nel grembo della fede!» —
— «No, Messala, non contarmi fra quelli. La mia fede poggia sulla rocca che fu il fondamento della fede de' miei padri prima di Abramo; sopra la parola del Signore Iddio di Israele.» —
— «Troppa foga, mio Giuda. Come un simile scoppio di passione da parte mia, avrebbe incollerito il mio maestro! Io vorrei giovarti, o bello al pari di Ganimede; seriamente vorrei giovarti. Io ti voglio bene, tutto il bene di cui sono capace. Ti dissi che ho intenzione di diventar soldato. Perchè non vuoi fare altrettanto? Perchè non uscire dal cerchio angusto, che, come ti ho dimostrato, è tutta quanta la vita che permettono le tue leggi e i tuoi costumi?» —
L'Ebreo non gli diede alcuna risposta.
— «Chi sono i saggi ai giorni nostri?» — continuò Messala. — «Non quelli che esauriscono le loro forze in vane dispute intorno a cose morte; intorno a Baal, Giove e Jeova, o intorno a filosofie e religioni. Citami un grande nome, o Giuda; non mi importa dove tu possa cercarlo; in Roma, nell'Egitto, in Oriente, o qui in Gerusalemme, — e Plutone mi prenda, se non appartenne ad un uomo che foggiò la sua fama con gli strumenti che gli fornì il presente; che nulla tenne per sacro che non contribuisca a questo fine; che nulla sprezzò di quanto a questo fine condusse.
Non fu così di Erode, non fu così dei Maccabei? E il primo, e il secondo Cesare? Segui il loro esempio. Comincia subito. Ecco Roma, pronta ad aiutarti, come aiutò l'Idumeo Antipatro.» —
Il giovanetto Ebreo tremò di collera, e, trovandosi già vicino al cancello del giardino, affrettò i suoi passi, desideroso di fuggire.
— «O Roma, Roma!» — mormorò.
— «Sii saggio» — continuò Messala. — «Abbandona le fole di Mosè e le tradizioni; guarda in faccia alle cose. Guarda in faccia alle Parche, e ti diranno che Roma è il mondo. Chiedi loro che cosa è la Giudea, e ti risponderanno che è ciò che Roma vuole.» —
Erano giunti all'uscita. Giuda si fermò e tolse dolcemente la mano dell'amico dalla sua spalla, poi si voltò verso Messala, con le lacrime agli occhi.
— «Io ti comprendo, perchè sei Romano; tu non puoi comprender me. Io sono un Israelita. Tu mi hai cagionato un grande dolore, oggi, convincendomi che non potremo mai essere gli amici di una volta, mai! Dividiamoci. La pace del Dio dei miei padri sia con te!» —
Messala gli tese la mano: l'Ebreo passò sotto il portone. Quando egli si fu allontanato il Romano, rimase muto un istante; poi varcò anch'egli la porta, crollando la testa.
— «Sia,» — mormorò. — «Eros è morto, Marte regni!» —
CAPITOLO III.
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Dall'ingresso della città Sacra, corrispondente all'attuale porta di Santo Stefano, volgeva verso occidente una via parallela alla facciata settentrionale della Torre di Antonia e non molto distante da questo celebre castello. Continuando nella medesima direzione fino alla valle Tiropea, che seguiva per un breve tratto verso sud, essa piegava di nuovo ad occidente fino ad arrivare a quella che la tradizione chiama porta del Giudizio, per quindi volgersi decisamente verso Sud.
Il viaggiatore, o lo studioso famigliare con la sacra località, riconoscerà in questa strada una parte della via Dolorosa, di tanto e così melanconico interessamento per tutti i Cristiani. Siccome per lo scopo nostro non necessita la descrizione di tutta la via, sarà sufficiente di indicare una casa, la quale merita un esame più attento, sorgente all'ultimo angolo di essa.
L'edificio guardava verso occidente e verso settentrione, forse quattrocento piedi di lunghezza per ciascun lato, e, come la maggior parte delle case di una certa pretesa in Oriente, aveva due piani, ed era perfettamente quadrangolare. La via dal lato occidentale misurava circa dodici piedi di larghezza, quella a nord non più di dieci; e chi fosse passato rasente a quelle mura e avesse guardato in alto, sarebbe stato colpito dalla rude, incompleta, ma forte ed imponente apparenza che presentavano, perchè erano formate da larghi blocchi di pietra non tagliati, ma posti l'uno sull'altro come uscivano dalla cava. Un perito dell'epoca lo avrebbe chiamato stile fortilizio, se le finestre, adorne fuor dell'usato, e la finitezza e l'eleganza delle porte non avessero mitigata questa impressione.
Le finestre verso occidente erano in numero di quattro, quelle a settentrione soltanto due, tutte all'altezza del secondo piano. Le porte erano semplici interruzioni delle mura del piano inferiore, ed oltre ad essere tempestate di chiodi e difese da catenacci quasi a resistere ai colpi d'un ariete, erano protette da cornici di marmo artisticamente lavorate e di così ardita proiezione da rivelare apertamente al visitatore non ignaro degli usi del popolo, che il ricco proprietario del palazzo era un Sadduceo in politica ed in religione.
Dopo essersi separato dal Romano sulla Piazza del Mercato, il giovane Ebreo aveva risalita questa strada e s'era fermato davanti alla porta occidentale del palazzo da noi descritto. Gli fu aperta la porta ed egli entrò frettolosamente senza rispondere all'inchino rispettoso del guardiano. Per renderci conto della struttura interna della casa e per apprendere le ulteriori vicende del giovane, seguiamolo.
Il passaggio in cui era stato accolto rassomigliava ad una stretta galleria, con tavolati di legno alle pareti e volta adorna di trafori. Panche di pietra, lucide per lungo uso, la fiancheggiavano. Una quindicina di passi lo portava ad un cortile limitato ad ogni lato da edifici a due piani; il pian terreno era circondato da colonnati, mentre il superiore terminava in una terrazza difesa da una robusta balaustrata.
I servitori che andavano e venivano sui terrazzi, il rumore dei macinatoi in lavoro, la biancheria svolazzante su corde tese da parte a parte; le galline e i piccioni liberi e vaganti per il cortile; le capre, le mucche, gli asini e i cavalli posti sotto i colonnati; un grande serbatoio d'acqua evidentemente destinato all'uso comune, rivelavano gli scopi domestici del cortile.
Nel lato orientale il muro era interrotto da un altro passaggio simile al primo, e, attraverso a questo, il giovane pervenne in una seconda corte, spaziosa e quadrata, allietata da cespugli fioriti e da viti, cui, un bacino di marmo, aggiungeva bellezza e frescura.
I colonnati, qui, erano più alti, ombreggiati da cortine a strisce gialle e rosse, e le colonne avevano sembianza di steli intrecciati. Una gradinata verso sud immetteva ai terrazzi del piano superiore, sopra i quali erano tese grandi tende a proteggerli contro i raggi del sole. Un'altra gradinata conduceva dai terrazzi sul tetto, l'orlo del quale, per tutta la periferia, era adorno di una cornice scolpita e di un parapetto di terracotta rosso vivo. Dappertutto si scorgeva una scrupolosa pulizia che non permetteva alla polvere di adunarsi negli angoli, e non lasciava una foglia secca sopra i cespugli, contribuendo così ad accentuare l'impressione complessivamente deliziosa; tantochè, un visitatore, respirando quell'aria tranquilla e dolce, riceveva un'idea della raffinatezza e della coltura della famiglia che andava a trovare.
Fatti alcuni passi nel secondo cortile, il giovine piegò a destra, e scegliendo un sentiero attraverso i cespugli, giunse alla scala ed ascese al terrazzo, il pavimento del quale era coperto di piastrelle bianche e nere, rese lucide dallo stropiccìo continuo dei piedi. Alzando le tende di una portiera situata a settentrione, entrò in un appartamento che il cadere della tenda ripiombò nell'oscurità. Ciò non di meno procedette con passo sicuro verso un divano sopra il quale si gettò bocconi, riposando con la fronte appoggiata alle braccia incrociate.
Verso il crepuscolo una donna venne alla porta e chiamò; non avendo ottenuta risposta, sospinse la portiera ed entrò.
— «La cena è pronta e cade la notte. Non hai fame?» — gli chiese.
— «No» — rispose egli.
— «Sei ammalato?» —
— «Ho sonno.» —
— «Tua madre ha chiesto di te.» —
— «Dov'è?» —
— «Nel padiglione sopra il tetto.» —
Egli si scosse e si alzò.
— «Bene, portami qualche cosa da mangiare.» —
— «Che cosa desideri?» —
— «Quel che ti piace, Amrah. Non sono ammalato, ma sono indifferente alla vita. Essa non mi sembra così piacevole come mi apparve stamane. Un nuovo male, o mia Amrah; e tu che mi conosci così bene, tu che non mi sei mai venuta meno, pensa a ciò che può sostituire i cibi e le medicine. Portami ciò che vuoi!» —
Le domande di Amrah, e la voce con cui erano state fatte, bassa, dolce e premurosa, rivelavano rapporti di famigliarità fra quei due. Essa pose la mano sulla fronte di lui, e poi, quasi fosse soddisfatta dell'esame, uscì dicendo: — «Vedrò.» — In breve ritornò recando su di un vassoio di legno una scodella di latte, alcune focaccie di pane bianco, un delicato pasticcio di grano macinato, un uccello lessato, miele e sale. Ad una estremità del vassoio stava una coppa d'argento piena di vino, all'altra una lucerna di bronzo accesa.
Così illuminata, la stanza era visibile: le pareti di stucco levigato, la volta interrotta da grandi travi di quercia, annerite e macchiate dalla pioggia e dal tempo; il pavimento coperto di piccole piastrelle azzurre e bianche, resistenti e ben conservate. Alcune sedie con le gambe intagliate a somiglianza di gambe di leoni; un divano di poco rialzato sopra il suolo, guarnito di stoffa azzurra e in parte coperto da un immenso scialle di lana — in una parola, una camera da letto ebrea.
La luce lasciò vedere anche la donna. Avvicinando una sedia al divano, essa vi pose il vassoio e poi si inginocchiò vicino al suo signore, pronta a servirlo. Il suo volto era quello di una persona di cinquant'anni, scura di carnagione, nera d'occhi, i quali, in quel momento, erano raddolciti da un'espressione di tenerezza quasi materna. Un turbante bianco copriva la sua testa, lasciando esposta parte delle orecchie e in quelle i segni che rivelavano la sua condizione, — dei fori praticati con una grossa lesina. Era una schiava, di origine Egiziana, alla quale neppure il sacro cinquantesimo anno avrebbe potuto portare la libertà; nè essa l'avrebbe accettata, perchè il ragazzo, cui stava attendendo, formava la gioia della sua vita. Essa lo aveva allattato infante, lo aveva curato bambino, e non poteva tralasciare di servirlo. Per il suo affetto egli non sarebbe mai stato un uomo.
Egli parlò una sola volta durante il pasto.
— «Ti ricordi, o mia Amrah» — disse — «di quel Messala che soleva venire a trovarmi per giorni intieri?» —
— «Lo rammento.» —
— «Egli andò a Roma alcuni anni fa, ed è ritornato oggi. Sono stato a fargli visita.» —
Un brivido scosse il giovane.
— «Io avevo indovinato che ti era accaduto qualche cosa di grave.» — disse Amrah, con profonda sollecitudine. — «Io non ho mai amato Messala. Dimmi tutto.» —
Ma egli era tornato sopra pensieri, e alle sue ripetute domande rispose soltanto:
— «Egli è molto mutato, ed io non voglio aver nulla più a che fare con lui.» —
Quando Amrah portò via il vassoio, egli uscì insieme a lei, e salì dal terrazzo sopra il tetto.
Il lettore saprà qualche cosa degli usi a cui si adibiscono i tetti delle case, in Oriente. In quanto ai costumi, il clima è dappertutto il miglior legislatore. L'estate Siriaca, di giorno, costringe le persone a cercare riparo sotto i colonnati ombrosi; ma di notte ne li chiama fuori non appena l'ombre cominciano ad avvolgere lentamente i fianchi delle montagne, come i veli che coprono i cantori Circei. Ma quelle sono lontane, mentre il tetto è vicino, abbastanza rialzato sopra il livello della pianura scintillante, per essere visitato dai freschi venticelli notturni, e per lasciar mirare in tutto il suo splendore la volta stellata del cielo. Così tutta la famiglia si raduna sul tetto, che diviene luogo di giuochi, camera da letto, alcova, sala da musica, da danza, da conversazione, da meditazione e da preghiera.
Le ragioni che, in climi più freddi, suggeriscono la decorazione dell'interno delle case, in Oriente consigliano l'abbellimento del tetto. Il parapetto ordinato da Mosè divenne un trionfo dell'arte vasellaria e statuaria. Più tardi, sopra di esso, si elevarono torri, semplici e fantastiche; più tardi ancora principi e imperatori adornarono le sommità delle loro case di padiglioni di marmo e di oro. L'ultimo portato di questo lusso stravagante furono i giardini pensili di Babilonia.
Il giovane attraversò lentamente in tutta la sua lunghezza il tetto e si avvicinò ad una torre costruita sull'angolo nord-est del palazzo. Se fosse stato un forestiero avrebbe gettato uno sguardo sull'edificio e avrebbe veduto, per quanto l'ombra crepuscolare lo permetteva, un ammasso oscuro di pietre, con finestre a pilastri e graticci, terminato da una cupola. Egli, rapido, entrò passando invece sotto una cortina mezzo rialzata. Nell'interno regnava l'oscurità, tranne che ai quattro lati ove erano delle aperture arcuate attraverso le quali appariva il cielo illuminato di stelle. In uno dei vani, appoggiata ad un cuscino del divano, appariva la figura di una donna, confusamente, attraverso bianchi drappeggiamenti. Al suono dei suoi passi, il ventaglio che ella teneva in mano cessò di agitarsi, luccicando là dove i raggi delle stelle si rifrangevano nelle gemme di cui era tempestato. La donna si alzò a sedere e chiese:
— «Giuda, mio figlio, sei tu?» —
— «Sono io, madre,» — egli rispose, accelerando il passo. Si avvicinò, e si inginocchiò dinanzi a lei, mentr'essa lo cinse con le sue braccia e lo strinse al petto colmandolo di baci.
CAPITOLO IV.
Indice
La madre riprese la sua comoda posizione, sopra il cuscino, mentre il figlio prese posto sul divano, appoggiandole il capo sul grembo. Entrambi, guardando fuori attraverso la finestra, potevano vedere un mare di tetti più bassi: più lontano, verso occidente, le cime nereggianti dei monti, e il cielo, brulicante di stelle. La città era tranquilla. Non si udiva che il fruscìo del vento.
— «Amrah mi dice che t'è successo qualche cosa di grave» — essa cominciò, accarezzando le sue guancie. — «Quando il mio Giuda era bambino, io lasciava che piccole cose lo infastidissero, ma ora egli è un uomo. Egli non deve dimenticare» — la sua voce si fece molto dolce — «che un giorno egli dovrà essere il mio eroe.» —
Essa parlava un idioma quasi caduto in disuso nel paese, ma che alcuni pochi, ricchi di cuore come di beni, conservavano nella sua purezza per distinguersi ancora meglio dai Pagani, — l'idioma in cui Rebecca e Rachele cantarono a Beniamino.
Queste parole sembrarono render il giovane pensieroso, ma, dopo qualche istante, egli prese la mano con cui essa gli faceva vento, e disse — «Oggi, o madre, ho dovuto riflettere su molte cose che prima non avevano rattristata la mia mente. Dimmi, anzitutto, che cosa dovrò diventare un giorno?» —
— «Non te l'ho già detto? Devi diventare il mio eroe.» —
Egli non poteva scorgere il volto di lei, ma sapeva che essa scherzava. Divenne ancora più serio.
— «Tu sei molto buona, molto cara, o madre. Nessuno ti amerà più di me.» —
Le baciò e ribaciò più volte la mano.
— «Io credo di intendere perchè cerchi di evitare la mia domanda,» — continuò. — «Fin'ora la mia vita ti ha appartenuto. Come dolce, come soave è stato il tuo impero su di me! Io vorrei che durasse in eterno. Ma ciò non deve essere. È volontà del Signore che un giorno io divenga padrone di me stesso; sarà un giorno di separazione, e quindi un giorno crudele per te. Siamo serî e coraggiosi. Io sarò il tuo eroe, ma tu devi indicarmi il cammino per divenirlo. Tu conosci la legge: — «Ogni figlio di Israele deve avere una occupazione.» — Io non sono esente dalla legge, e domando ora: Devo occuparmi degli armenti, o coltivare i campi, o segar legna, o diventare dottore od avvocato? Che cosa devo essere? Cara, buona mamma, aiutami a rispondere.» —
— «Gamaliele ti ha forse tenuto un discorso,» — essa osservò, pensierosa.
— «Se è così, io non lo intesi.» —
— «Allora sei andato a passeggio con Simeone, il quale, mi dicono, eredita l'ingegno della sua famiglia.» —
— «No, io non l'ho veduto. Io sono stato sul Mercato e non nel Tempio. Ho fatto visita al giovane Messala.» —
Un certo cambiamento nella sua voce, attirò l'attenzione della madre. Un presentimento affrettò i battiti del suo cuore; il ventaglio si arrestò di nuovo.
— «Messala? E che cosa potè egli dirti per turbarti così?» —
— «Egli è molto mutato.» —
— «Vuoi dire che è ritornato Romano.» —
— «Sì.» —
— «Romano!» — essa continuò, quasi fra sè. — «Per tutto il mondo, questo significa tiranno! Quanto tempo è rimasto assente?» —
— «Cinque anni.» —
Essa alzò il capo e guardò lontano, nella notte.
— «I costumi della Via Sacra vanno bene nella strade dell'Egiziano e in Babilonia; ma in Gerusalemme, nella nostra Gerusalemme, impera il Patto.» —
E assorta in questo pensiero, ricadde indietro sui cuscini. Egli fu il primo a parlare.
— «Ciò che disse Messala fu abbastanza mordace in sè; ma, se aggiungi il modo in cui si espresse, alcuni dei suoi detti furono intollerabili.» —
— «Credo di intenderti. Roma, i suoi poeti, i suoi oratori, i suoi senatori, i suoi cortigiani, sono pazzi per l'affettazione di ciò che essi chiamano satira...» —
— «Io suppongo che tutti i grandi popoli siano orgogliosi,» — egli proseguì, senza badare all'interruzione; — «ma l'orgoglio di quel popolo è diverso da ogni altro. In questi ultimi tempi è cresciuto a tal misura che appena ne sfuggono gli Dei.» —
— «Gli Dei ne sfuggono!» — riprese la madre. — «Più d'un Romano ha accettato l'adorazione dei suoi simili come un suo diritto divino.» —
— «Messala ha sempre avute le sue qualità cattive. Quando era bambino io l'ho visto schernire stranieri che persino Erode riceveva con onori: ma almeno risparmiava la Giudea. Per la prima volta, quest'oggi, scherzò sui nostri costumi e su Dio. Come tu mi avresti imposto, io mi sono separato per sempre da lui. Ed ora, o mia cara madre, io vorrei sapere con maggiore certezza se vi è qualche giusto fondamento nel disprezzo del Romano. In che sono io il suo inferiore? Siamo forse un popolo più vile? Perchè dovrei io, anche al cospetto di Cesare, provare la paura dello schiavo? Dimmi specialmente perchè, se io ho un'anima, e così credo, non posso andare alla conquista degli onori di questo mondo ovunque essi siano? Perchè non posso brandire la spada e combattere in guerra? Poeta, perchè non potrò cantare tutti i temi? Io potrò lavorare il metallo, potrò essere guardiano di armenti, mercante, e perchè non anche artista come i Greci? Dimmi, o mia madre, e questo è il riassunto dei miei dolori, — perchè non potrà un figlio di Israele fare tutto ciò che può un Romano?» —
Il lettore rintraccierà l'origine di queste domande al colloquio sulla Piazza del Mercato; la madre, ascoltandolo con l'attenzione di tutte le sue facoltà, da indizî che sarebbero sfuggiti ad un uditore più indifferente, dalle connessioni del soggetto, dallo scopo delle domande, forse dall'accento stesso e dal tono della sua voce, non fu meno rapida nel balzare alla medesima illazione. Essa si alzò diritta e con voce rapida e penetrante come quella del figlio, rispose:
— «Vedo, vedo! — Per le amicizie della sua infanzia Messala era quasi un Ebreo; se fosse rimasto fra noi si sarebbe, forse, convertito, tanto possono, su di noi, le influenze che maturan la nostra vita. Ma gli anni passati in Roma hanno prevalso. Io non mi meraviglio del mutamento: pure, — la sua voce si abbassò — avrebbe potuto trattare più benignamente almeno te. È un indole dura e crudele quella che può dimenticare i primi affetti di gioventù!» —
Con la mano gli sfiorò leggermente la fronte, le dita si impigliarono nei capelli di lui, e indugiarono amorevolmente in essi, mentre gli occhi fissavano le stelle più alte e più splendenti. Fra il suo orgoglio e quello del figlio passava una corrente di perfetta simpatia. Voleva rispondergli; nello stesso tempo non avrebbe voluto per nulla al mondo che la risposta non lo accontentasse, nè fargli una confessione di inferiorità che avrebbe potuto fiaccare il suo spirito per tutta la vita. Esitò, temendo di affidarsi alle proprie forze.
— «Ciò che tu proponi, o mio Giuda, non è argomento che possa esser trattato degnamente da una donna. Lascia che sospendiamo il discorso sino a domani, e ci consiglieremo col saggio Simeone....» —
— «Non mandarmi dal Rabbino,» — egli disse seccamente.
— «Lo farò venire da noi.» —
— «No, io cerco qualche cosa di più di una semplice informazione. Egli potrebbe darmela forse meglio di te, o madre, ma tu puoi darmi ciò che egli non può — la risolutezza che è l'anima della nostra anima.» —
Mentre i suoi occhi vagavano pel firmamento, ella cercò di comprendere tutto il significato di quelle domande.
— «Abbi coraggio, o mio figlio. Messala discende da una stirpe illustre. La sua famiglia si distinse attraverso a molte generazioni. Nei giorni della Roma repubblicana — quanti anni fa non so — i suoi antenati erano famosi per virtù civili e militari.
Io mi ricordo di un solo console di quel nome; ma la sua famiglia era fra quelle dei senatori e la protezione ne era ricercata come quella di uomini influenti e ricchi. Ma se oggi il tuo amico si vantò dei suoi avi, avresti potuto ridurlo al silenzio enumerando i tuoi. Se egli parlò delle età attraverso le quali si possono seguire il suo lignaggio, le gesta, la potenza, la ricchezza, della sua famiglia, — e queste allusioni, tranne nel caso che grandi ragioni lo richieggano, sono indizî d'un'anima piccina — avresti potuto sfidarlo al paragone.» —
Dopo una breve pausa, in cui raccolse i pensieri, la madre proseguì:
— «Una delle idee prevalenti in questa età è l'importanza data alla nobiltà delle stirpi e delle famiglie. Un Romano che vanti per questo la sua superiorità sopra un figlio di Israele sarà sempre sconfitto. La sua origine data dalla fondazione di Roma; i più illustri fra di essi non possono ripeterla ad un tempo più remoto; alcuni pretendono di farlo ma non possono convalidare il loro asserto con altre prove, che col riferirsi alla tradizione. Messala in ogni modo non lo potrebbe. Veniamo a noi. Noi lo potremmo?» —
Se un poco più di luce vi fosse stata nella stanza si sarebbe visto l'orgoglio imporporare le gote della donna e scintillarle negli occhi.
— «Immaginiamo che il Romano ci sfidasse, io potrei rispondergli senza millanteria e senza paura.» —
La sua voce esitò; una mesta ricordanza mutò la forma del suo discorso.
— «Tuo padre, o mio Giuda, dorme in pace coi padri suoi; ma io mi rammento, come se fosse jeri, il giorno in cui, lui ed io, accompagnati da molti amici festanti, ci recammo al Tempio, alla presenza del Signore. Sacrificammo le colombe, e, al sacerdote, diedi il tuo nome che egli scrisse davanti a me: «Giuda, figlio di Iamar, della Casa dei Hur.» Questo nome fu poi ricopiato nel registro messo a parte per gli atti della santa famiglia.[1]
Io non so quando ebbe principio questa costumanza della registrazione. So che era già in uso prima della fuga dall'Egitto. Hillele afferma che Abramo fece fare questi annali per proprio conto col suo nome e i nomi de' suoi figli, mosso dalla promessa del Signore che separò lui e la sua stirpe da tutte le altre razze, e la creò la prima, la più grande, l'eletta della terra. Il patto con Giacobbe, diceva la stessa cosa. «Nella tua semenza tutte le nazioni del mondo saranno benedette». Così disse l'Angelo ad Abramo: «E la terra su cui giaci, io la dono a te ed alla tua semenza.» Così parlò il Signore istesso a Giacobbe addormentato a Bethel sulla strada di Haran. Più tardi uomini saggi cominciarono a pensare ad una giusta partizione della terra promessa, e, affinchè fosse conosciuto chi in quel giorno avesse diritto ad una porzione, fu iniziato il Libro delle Generazioni. — Il beneficato avrebbe potuto essere il più umile della famiglia eletta, perchè il Signore Iddio non conosce distinzioni di rango e di ricchezza. Così, affinchè la verità apparisse chiara agli uomini che dovevano esser testimoni al grande avvenimento, ed essi potessero attribuirne la gloria a chi spettava, si richiese la tenuta degli annali con scrupolosa esattezza. Furono così tenuti?» —
Il ventaglio si agitò in silenzio qualche minuto, finchè egli impazientito, ripetè la domanda della madre: — «Gli annali sono perfettamente esatti?» —
— «Hillele disse che lo sono, e di quanti si occuparono dell'argomento egli è il meglio edotto. Il nostro popolo fu spesso negligente di alcune parti della legge, ma mai di questa. Il buon Rabbino ha egli stesso studiato il Libro delle Generazioni attraverso tre periodi, dalla promessa sino all'apertura del Tempio, sino alla cattività e sino ai giorni nostri. Solo una volta furono interrotti gli annali, e questo avvenne verso la fine del secondo periodo. Ma quando la nazione ritornò dal lungo esiglio, quale primo dovere verso Dio, Zerubbabele ristaurò i Libri, permettendoci nuovamente di seguire la discendenza delle famiglie Ebree per duemil'anni. Ed ora....» —
Si arrestò un istante, come per agevolare al suo ascoltatore la comprensione di quanto aveva detto.
— «Ed ora che cosa diviene il superbo vanto del Romano? per questo paragone i figli d'Israele che vegliano sugli armenti sul monte Rephaim, laggiù, sono più nobili del più illustre dei Marcii.» —
— «Ed io, madre? che dicono i Libri di me?» —
— «Ciò che io ho detto sin'ora aveva relazione colla tua domanda. Io ti risponderò. Se Messala fosse presente, egli potrebbe dire, come altri han detto, che la traccia del tuo lignaggio si smarrisce quando gli Assiri presero Gerusalemme, e distrussero il Tempio, con tutti i suoi cimelii preziosi. Ma tu potresti opporgli il pio lavoro di Zerubbabele, e rispondere, in verità, che la genealogia Romana terminò quando i barbari d'occidente entrarono in Roma e si accamparono, sei mesi, nelle sue vie desolate. Il Governo teneva forse gli annali gentilizî? Se fu così che avvenne di essi in quei giorni funesti? No, no; la verità parla, alla fondazione del Tempio, e indietro, fino, alla marcia dall'Egitto, onde abbiamo l'assoluta certezza che tu discendi in linea diretta da Hur, compagno di Giosuè. In quanto agli antenati, il tuo onore non è dunque grande? Desideri di indagare più oltre? Prendi la Torah ed apri il Libro dei Numeri, e settantadue generazioni dopo Adamo troverai il capostipite della tua casa.» —
Il silenzio regnò per qualche tempo, nella stanza sopra il tetto.
— «Io ti ringrazio, o madre» — disse Giuda stringendo le mani di lei nelle sue — «io ti ringrazio di tutto cuore. Avevo ragione di non chiamare il buon Rabbino; egli non avrebbe potuto soddisfarmi come tu lo hai fatto. Ma, per nobilitare veramente una famiglia, basta il solo tempo?» —
— «Ah, tu dimentichi, tu dimentichi! Le nostre pretese non poggiano unicamente sul tempo; il favore del Signore è la nostra gloria precipua.» —
— «Tu parli della razza, ed io, madre, della famiglia, della nostra famiglia. Negli anni dopo Abramo che cosa ha operato, che cosa ha conseguito? Quali sono le grandi gesta che la innalzano sopra il livello de' suoi pari?» —
Essa esitò, pensando che forse si era tutto questo tempo ingannata sul conto suo. I ragguagli che egli cercava potevano avere uno scopo ulteriore, che non la soddisfazione dell'orgoglio offeso. La gioventù non è che un guscio dipinto in cui risiede quella meraviglia che è lo spirito dell'uomo il quale non aspetta che una certa età per far pompa di sè, più precoce negli uni che negli altri. Essa tremava pensando che questo poteva essere il momento decisivo della vita di Giuda; che, come i bambini appena nati tendono le loro mani inesperte ad afferrare le ombre e piangendo, così l'anima sua, ancora cieca, brancolava in cerca del suo ignoto avvenire. Quelli a cui un giovane viene chiedendo: «Chi sono io e che cosa devo essere?» hanno bisogno di usare di tutta la loro prudenza. Ogni parola della loro risposta potrà essere, nella vita futura, ciò che l'impronta delle dita dell'artefice è per la creta che egli sta modellando.
— «Io provo il sentimento, o mio Giuda» — ella disse, accarezzandogli il capo con la mano che egli aveva stretta fra le sue — «io provo il sentimento di chi lotta contro un avversario ancora sconosciuto. Se Messala è il tuo nemico, dimmi tutto quanto ti ha detto.» —
CAPITOLO V.
Indice
Il giovane Israelita raccontò il suo colloquio con Messala, fermandosi specialmente sulle espressioni di scherno usate da costui contro gli Ebrei, i loro costumi e la loro vita.
Temendo di parlare, la madre ascoltò in silenzio. Giuda si era recato in Piazza del Mercato attratto dall'affetto per un suo compagno d'infanzia che egli credeva di trovare quale era cinque anni prima, quando egli era partito: aveva all'opposto incontrato un uomo, che invece di ricordargli le risa ed i trastulli passati, gli aveva parlato del futuro, gli aveva fatto balenare alla mente la gloria dei conquistatori, le loro ricchezze, la loro potenza, e il visitatore era tornato a casa ferito nell'orgoglio, ma animato da una naturale ambizione; la madre, gelosa, lo intuì, e non sapendo quale piega potessero prendere le aspirazioni del figlio, s'intimorì subito. Se ella lo avesse distolto dalla fede dei suoi padri? Agli occhi di lei questa conseguenza apparve più terribile di tutte le altre. Non scorgeva che un solo mezzo per evitarla, e si accinse a questo compito con tutte le forze della sua intelligenza, acuite a tal punto dall'affetto, che, il suo dire, diventò quasi maschile nella foga, e, a momenti, assunse quasi l'ispirazione di un poeta.
— «Non v'è mai stato un popolo» — cominciò — «che non si sia creduto almeno pari a qualunque altro; mai una grande nazione che non si sia creduta massima fra tutte. Quando il Romano, guarda dall'alto in basso Israele non fa che ripetere la follìa dell'Egizio, dell'Assiro, del Macedone; e siccome Dio è dalla nostra parte, il risultato è sempre il medesimo.» —
La sua voce divenne più sicura.
— «Non vi è una legge che determini la superiorità dei popoli; quindi vana è la pretesa e inutili sono le dispute. Un popolo sorge; percorre il suo cammino, e muore o di morte naturale o per insidia di un altro che gli succede nella sua potenza, occupa il suo posto, e sopra i suoi monumenti scrive nomi nuovi; tale è la storia. Se dovessi esprimere simbolicamente Dio e l'uomo nella forma più semplice, io traccerei una linea retta ed un cerchio; e della linea direi: — «Questo è Dio, perchè egli solo procede diritto in eterno; e del cerchio: Questo è l'uomo: tale è il suo cammino.» — Io non intendo dire che non vi sia differenza fra la vita delle singole nazioni; non ve ne sono due che abbian vite compagne. Tuttavia la differenza non consiste, come alcuni sostengono, nell'ampiezza del cerchio che descrivono o nello spazio di terra che coprono, ma dall'altezza della sfera ove si compie il loro ambito, le più alte sfere essendo le più vicine a Dio.
Se ci fermassimo qui, o mio figlio, abbandoneremmo il tema della nostra conversazione senza averlo trattato. Continuiamo. Vi sono dei segni coi quali si misura l'altezza del cerchio che compie ogni nazione del quale dirò solo che è base a questi, paragoniamo l'Ebreo col Romano. La vita quotidiana del popolo è il più semplice di tali segni del quale dirò solo che Israele ha dunque talora dimenticato Dio, mentre il Romano non lo ha mai conosciuto; il paragone dunque non regge.
Il tuo amico, — il tuo amico d'una volta, — ci rimproverò — se bene intesi, — la mancanza di poeti, artisti e guerrieri; col che volle significare che noi non abbiamo avuto grandi uomini, un altro dei segni di cui parlo. Per comprendere bene questa accusa è necessario premettere una definizione. Un grande uomo, o mio figlio, è uno che nella sua vita dimostra di esser stato protetto, se non chiamato da Dio. Il Signore adoperò un Persiano per punire i nostri padri apostati, riducendoli in cattività; un altro Persiano fu eletto per ricondurre i loro figli in Terra Santa; più grande di entrambi, però, fu il Macedone per opera del quale fu vendicata la devastazione della Giudea e la rovina del Tempio. Lo speciale merito di questi uomini fu che ciascuno di loro fu scelto dal Signore per eseguire un disegno divino; nè scema la loro gloria pel fatto che furono pagani. Tieni presente questa definizione mentre procedo.
Vi è un'opinione, secondo la quale la guerra costituisce la più nobile occupazione dell'uomo, e che antepone la gloria dei campi di battaglia a tutte le altre. Non ti inganni questa comune opinione del mondo. È una legge che finchè vi sia qualche cosa che non intendiamo, noi dobbiamo adorarla. La preghiera del barbaro è un urlo di paura di fronte alla forza, la sola qualità divina che egli arriva chiaramente a concepire; d'onde la sua fede negli eroi. Che cosa è Giove se non un eroe Romano? La grande gloria dei Greci è d'aver posto pei primi l'Intelligenza sopra la Forza. In Atene l'oratore e il filosofo furono più venerati del guerriero. L'auriga e il corridore veloce sono ancora gli idoli dell'arena, ma le corone di semprevivi sono riserbate al più dolce cantore. Sette città si contesero l'onore di aver dato i natali ad un poeta. Ma l'Elleno non fu il primo a negare la vecchia fede barbarica. No, mio figlio; quella gloria è nostra: Dio si rivelò ai nostri padri; nella nostra religione l'urlo della paura ha ceduto il posto all'Osanna e al Salmo. Così l'Ebreo ed il Greco, alla testa dell'umanità, l'avrebbero condotta sempre più in alto ed avanti. Ma, ahimè! L'ordinamento del mondo poggia sulla guerra come sopra una condizione eterna. Perciò, sopra l'Intelligenza, e sopra Dio, il Romano ha innalzato il suo Cesare, la concentrazione di tutta la potenza conseguibile, la negazione di ogni altra grandezza.
L'impero dei Greci fu la primavera dell'ingegno. Quale schiera di pensatori l'Intelletto produceva in cambio della libertà che godeva! Ogni cosa ottima aveva la sua gloria, e in ogni cosa regnava una perfezione così assoluta che in tutto, tranne in guerra, il Romano, ha piegato la testa, e si è abbassato all'imitazione. Un Greco è ora il modello degli oratori nel Foro; ascolta, e in ogni canzone Romana intenderai il ritmo del Greco; se un Romano parla saggiamente di morale, di astrazioni, o di misteri della natura, o è un plagiario, o un discepolo di qualche scuola che ebbe un Greco a suo fondatore. In null'altro che nella guerra, lo ripeto, Roma può accampare pretese di originalità. I suoi giuochi e i suoi spettacoli sono invenzioni greche rese più feroci col sangue per appagare la ferocia della plebaglia; la sua religione, se così si può chiamare, è un centone a cui hanno contribuito le fedi di tutti i popoli; i suoi Dei più venerati sono quelli dell'Olimpo, — lo stesso Marte, lo stesso Giove che vantano tanto. Così avviene, o mio figlio, che solo in tutto il mondo il nostro Israele può lottare con la superiorità del Greco, e contendergli la palma dell'originalità dell'Intelletto.
L'egoismo del Romano è cieco, impenetrabile come la sua corazza, davanti alle buone qualità degli altri popoli. Oh, predoni spietati! Sotto l'urto dei loro talloni la terra trema come il grano battuto dalla grandine!
Noi siamo caduti insieme agli altri, — ahi, ch'io debba dirtelo, figliuol mio! — Essi si sono impadroniti delle nostre cariche più eccelse, occupano i luoghi più sacri, e chi ne prevede la fine? Ma, questo io so, — potranno ridurre la Giudea come una mandorla frantumata dai martelli, e divorare Gerusalemme, che ne è l'olio e la dolcezza; ma la gloria degli uomini di Israele rimarrà come un faro nei cieli, inarrivabile alle loro mani; perchè la nostra storia è la storia di Dio, che scrisse con le nostre mani, parlò con le nostre lingue, fonte suprema egli medesimo di tutto il bene che fu nostro; che visse con noi, legislatore sul Sinai, guida nel deserto, in guerra duce, Re nel governo; che nei momenti di dubbio sollevò le tende del padiglione lucente in cui dimora, e, come uomo che parli ad uomini, ci indicò il giusto e retto cammino della vita, e con solenni promesse ci avvinse a Lui con patti eterni. O mio figlio, può darsi che coloro con cui Jeova dimorò, terribile famigliare, non abbiano nulla appreso da Lui? Che nella loro vita e nelle loro azioni le comuni qualità degli uomini non siano state conservate in qualche modo e colorite dall'influenza divina? che il loro genio, anche dopo tanto lasso di secoli, non ritenga in sè qualche scintilla celeste?» —
Per qualche tempo il silenzio della stanza non fu rotto che dal fruscìo del ventaglio.
— «Nell'arte scultoria e della pittura,» — proseguì — «Israele non ha avuto cultori.» —
La confessione era fatta con rammarico, perchè dobbiamo ricordare che essa apparteneva alla setta dei Sadduei, la fede dei quali, a differenza di quella dei Farisei, permetteva l'amore per il bello in tutte le sue forme e manifestazioni, indipendentemente dalle sue origini.
— «Pure, chi non vuol condannarci ingiustamente,» continuò, «non deve dimenticare che l'abilità delle nostre dita fu contenuta dal divieto: «Tu non farai per te alcuna figura scolpita, o la immagine di chicchessia,» il che i Sopherim malvagiamente estesero oltre lo spirito della disposizione. E neppure dobbiamo dimenticare che molto tempo prima che Dedalo apparisse nell'Attica e con le sue immagini di legno trasformasse la scoltura in modo da rendere possibili le scuole di Corinto e di Egina e i trionfi del Pecile e del Campidoglio, molto tempo prima di Dedalo, dico, due Israeliti, Bezaleel ed Aholiab, i mastri-artefici del primo tabernacolo, rinomati per la loro perizia in tutti i rami dell'arte, foggiarono i cherubini che troneggiavano sopra l'arca. D'oro battuto, non cesellato, erano fatte quelle statue, divine insieme ed umane nell'aspetto. «Ed esse stenderanno le loro ali dall'alto.... e i loro volti si guarderanno....» Chi nega che fossero bellissime? o che non fossero le prime statue?» —
— «Ora comprendo perchè i Greci ci hanno sorpassato,» — disse Giuda, con profondo interesse.» — E l'Arca? Maledetti siano i Babilonesi che l'hanno distrutta!» —
— «Non dir così, Giuda; sii credente. Non fu distrutta, solo andò perduta, nascosta troppo bene in qualche caverna nei monti. Un giorno, — Hillele e Sciammai lo assicurano entrambi, — un giorno, quando il Signore vorrà, sarà trovata, ed Israele danzerà davanti ad essa, cantando come nei tempi andati. E quelli che allora guarderanno in volto i cherubini d'oro, quantunque si siano già beati dell'aspetto della marmorea Minerva, saranno pronti a baciare la mano dell'Ebreo, per amore del suo genio sopito pel corso di tante migliaia d'anni.» —
La madre, trasportata da varie passioni, aveva parlato con la foga e la veemenza di un oratore; ed ora, per riposarsi, e ricuperare il filo dei suoi pensieri, fece una breve pausa.
— «Tu sei tanto buona, o mia madre,» — egli disse con riconoscenza, — «che non mi stancherò mai di ripetertelo. Nè Sciammai, nè Hillele avrebbero potuto parlar meglio. Io sono ritornato un vero figlio di Israele.» —
— «Adulatore!» — esclamò. Tu non sai che io non ho fatto che ripetere gli argomenti che intesi esporre da Hillele in una conversazione che egli ebbe in mia presenza con un sofista di Roma.» —
— «Ma almeno la foga della parola era tua.» —
Essa riprese:
— «Dove eravamo? Ah sì! Rivendicavo ai nostri padri Ebrei la gloria di aver costruito le prime statue. Ma l'abilità dello scultore, o mio Giuda, non esaurisce l'arte, come l'arte non è che una parziale estrinsecazione della grandezza.
Io m'immagino la processione dei grandi uomini discendere la scalea dei secoli, divisi in gruppi a seconda delle nazionalità. Qui gli Indiani, là gli Egizii, più in là gli Assiri. Li accompagna il suono di fanfare; stendardi sventolano sopra i loro capi. A destra e sinistra, spettatrici riverenti, stanno le innumere generazioni. Mentre avanzano, mi par d'intendere il Greco esclamare: — «Largo! Alla testa di tutti vengono gli Elleni!» — E il Romano protesta: — «Silenzio! il posto che fu tuo ora è mio; vi abbiamo lasciato indietro come la polvere che calcammo sotto i piedi!» —
E durante tutto questo tempo, dalla coda della processione al principio di essa, perdentesi nel lontano futuro, splende una luce sconosciuta al cuore dei contendenti, ma che li guida e li spinge eternamente: la luce della Rivelazione. E chi sono i lampadofori? Ah, il vecchio sangue Giudeo! Come esso brulica e fermenta al solo pensarvi! Per questa luce vi riconosciamo, o tre volte benedetti, padri della nostra stirpe, servi del Signore, custodi dei patti! Voi siete i duci dell'umanità, morta e vivente. Vostra è l'avanguardia: e quand'anche ogni Romano fosse per Cesare, non la perderete!» —
Giuda era profondamente commosso.
— «Non arrestarti, ti prego. Io odo la musica dei tamburelli. Attendo Miriam e le donne che seguirono il suo canto e la sua danza!» —
Essa rientrò in perfetta padronanza di sè e con prontezza di spirito seppe approfittare della commozione del giovine.
— «Sta bene, mio figlio. Se tu senti il tamburello della profetessa, puoi fare ciò che ti domando. Immagina di trovarti con me al ciglio della strada per cui passano gli eletti di Israele alla testa della processione. Ecco che avanzano, — prima i patriarchi, poi i padri della tribù. Mi par quasi d'intendere il tinnire dei sonagli dei loro cammelli e il muggito degli armenti. Chi è quegli che cammina da solo fra le schiere? Un vegliardo, ma dallo sguardo limpido, dall'andatura franca. Egli vide il Signore faccia a faccia! Guerriero, poeta, oratore, legislatore, profeta, la sua grandezza è come quella del sole in sul mattino, che col suo splendore offusca tutte le altre faci, anche quella del primo e più illustre dei Cesari. Dopo di lui i giudici. Quindi i Re, — il figlio di Jesse, l'eroe nei combattimenti, il cantore di carmi imperituri come la canzone del mare; e suo figlio, che, avanzando tutti gli altri principi in ricchezza e sapienza, e mutando il deserto in fertili campi e floride città, non si dimenticavano di questa Gerusalemme che il Signore elesse per sua sede terrena. Piega il capo, mio figlio! Questi che vengono sono i primi e gli ultimi della loro razza.
I loro visi sono rivolti in alto, quasi intendessero una voce dal Cielo e stessero in ascolto. La loro vita fu piena di afflizioni. Le loro vesti esalano il tanfo della tomba e della caverna.
Una donna parla fra di essi. — «Esaltate la gloria del Signore, perchè suo è il trionfo!» — China la fronte nella polvere davanti a loro!
I principi impallidirono al loro appressarsi, le nazioni tremarono al suono della loro voce e gli elementi divennero loro docili servitori e flessibili stromenti. Nelle loro mani recavano ogni bene ed ogni male. Vedi il Tisbita e il suo servitore Elia! Vedi il mesto figliuolo di Hilkiah, e lui, il Reggente di Chebar! E dei tre figli di Giuda che ripudiarono l'immagine del Babilonese, vedi Colui, che, alla cena dei mille capitani, confuse gli astrologhi! E più in là, — o mio figlio, bacia nuovamente la polvere! — Ecco il cortese figlio di Amoz, dalle cui labbra uscì la promessa del Messia venturo!» —
Mentre parlava, il ventaglio si agitava violentemente; adesso si arrestò, ed ella, abbassando la voce:
— «Tu sei stanco,» — disse.
— «No» — egli rispose. — «Stavo ascoltando una nuova canzone di Israele.» —
La madre, desiderosa di raggiungere il suo intento, lasciò cadere, come se le tornasse inosservato, il complimento.
— «Come meglio ho potuto, o Giuda, ho fatto passare innanzi ai tuoi occhi i grandi uomini della nostra nazione, — patriarchi, legislatori, guerrieri, poeti, reggenti. Ora veniamo a Roma. A Mosè contrapponi Cesare; a Davide, Tarquinio; Silla ai Maccabei; ai migliori fra i consoli i giudici; ad Augusto, Salomone, e avrai finito; il paragone cessa a questo punto. Ma pensa ai profeti — grandi fra i grandi!» —
Rise sdegnosamente.
— «Scusami. Mi venne in mente quell'indovino, che ammonì Caio Giulio contro gli Idi di Marzo, ed ebbe il presagio cercando nelle viscere dei polli gli auspicî che il suo padrone sprezzava. Pensa invece ad Elia seduto sulla vetta della collina che fronteggia la strada di Samaria, in mezzo ai corpi fumanti di capitani e soldati, nell'atto d'ammonire il figlio di Ahab, predicendogli l'ira di Dio. Finalmente, o mio Giuda, se un tale paragone è lecito — come giudicheremo Jeova e Giove se non dagli atti dei loro fedeli? Quanto al tuo avvenire, mio figlio...» —
La sua voce ebbe un tremito e le parole uscivano, a stento, dalle sue labbra:
— Quanto al tuo avvenire, mio figlio, servi Iddio, il Signore Iddio d'Israele, non Roma. Per un figlio di Abramo non vi ha gloria se non sul cammino di Dio....» —
— «Potrò dunque andare soldato?» — chiese Giuda.
— «Perchè no? Mosè non chiamò il Signore: «Dio delle armi?» —
Seguì un lungo silenzio.
— «Hai il mio permesso, — «essa disse finalmente» — purchè tu serva il Signore, e non Cesare.» —
Egli fu soddisfatto della condizione impostagli, e, dopo un poco, si addormentò. Allora essa si alzò, gli mise un cuscino sotto la testa, e, copertolo con uno scialle, lo baciò teneramente, ed uscì.
CAPITOLO VI.
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L'uomo probo, come il malvagio, deve morire; ma sicuri nei dettami della nostra fede, noi diciamo di lui: — «Non importa, aprirà gli occhi in Cielo.» — Affine a questo risveglio è in questa vita il destarsi da un sonno salutare alla piena coscienza!
Quando Giuda si svegliò, il sole era già alto sulle montagne; i piccioni volavano a stormi per l'aria, con le ali bianche, aperte e tese; e, verso oriente, egli vide il Tempio, monumento d'oro in risalto coll'azzurro del cielo. Ma questi essendo oggetti famigliari ai suoi occhi, non ricevettero da lui che un rapido sguardo.
Sulla sponda del divano una fanciulla appena quindicenne sedeva, accompagnando il canto al suono di un nebel, appoggiato sopra le ginocchia, e che essa toccava con grazia. A lei si volse, ascoltando, e questo è quanto udì:
Non ti svegliare, ascoltami,
E sopra i flutti azzurri
Manda il tuo spirto a me;
Con placidi sussurri
Viene il corteo dei sogni
A ragionar con te.
Tu scegli il più bel sogno
Di quanti il paradiso
Dischiude oggi per te;
Scegli, e mi dica, cara.
Mi dica il tuo sorriso
Che in sogno pensi a me.
Essa depose l'istrumento, e, piegando le sue mani sopra le ginocchia, aspettò ch'egli parlasse. Noi approfitteremo di questo momento per aggiungere alcuni particolari intorno alla famiglia, nella vita domestica della quale siamo penetrati.
I favori di Erode avevano accumulato, nelle mani di alcuni, vastissimi beni. Quando a queste sostanze si aggiungeva una nobiltà di lignaggio, la discendenza per esempio da qualche famoso capo tribù, il felice individuo, nelle cui mani le ricchezze si concentravano, era reputato Principe di Gerusalemme, distinzione che gli meritava l'omaggio dei suoi compaesani più poveri, e il rispetto, se non altro, di quei Gentili, coi quali gli affari o le funzioni sociali lo mettevano in contatto. In questa classe nessuno s'era, nella vita pubblica e privata, guadagnata più alta stima del padre del giovanetto di cui abbiam seguito i passi. Pur serbando vivo il ricordo della sua nazionalità, egli aveva fedelmente servito il suo Re in patria e all'estero. I suoi doveri lo condussero qualche volta a Roma, dove la sua condotta gli attirò l'attenzione di Augusto, che gli concesse intera la sua amicizia. La casa era piena di testimonianze di questi favori regali; toghe di porpora, scranni d'avorio, paterae d'oro, pregevoli sopra tutto perchè provenienti dall'imperatore. Un uomo siffatto non poteva che essere ricco; ma la sua ricchezza non derivava interamente dalla generosità dei suoi reali protettori. Egli aveva obbedito la legge che gli prescriveva di abbracciare una professione, ma invece di una, ne seguì parecchie. Centinaia di pastori che curavano gli armenti sulle pianure e sui colli, fino alle lontane falde del Libano, lo chiamavano padrone. Nelle città e nei porti di mare aveva fondato case commerciali; le sue navi gli recavano l'argento della Spagna, che allora possedeva le più ricche miniere conosciute; mentre, le sue carovane, arrivavano due volte all'anno dall'oriente, cariche di sete e di droghe. Egli era un Ebreo in tutto il significato della parola, ossequioso della legge e dei riti; fedele al suo posto nella Sinagoga e nel Tempio, profondamente versato nelle sacre Scritture. Si compiaceva della compagnia dei dotti, e la sua ammirazione per Hillele confinava con l'adorazione. Non di meno non era affatto separatista; la sua ospitalità accoglieva stranieri di ogni terra, e i bigotti Farisei lo accusavano di avere più volte invitato a cena dei Samaritani. Se fosse stato un pagano, e fosse vissuto più a lungo, il mondo avrebbe forse udito parlare di lui come del rivale di Erode Attico; invece egli morì in mare, dieci anni prima del secondo periodo del nostro racconto, nel fiore dell'età, con dolore di tutta la Giudea. Conosciamo già due membri della sua famiglia, la vedova e il figlio; non rimane che a conoscer la figlia, la giovinetta che abbiamo udito cantare al letto del fratello.
Essa aveva nome Tirzah, e, nel vedere quei due l'uno accanto all'altro, si comprendeva come fossero fratelli. Le sembianze della giovinetta avevano la regolarità di quelli di Giuda e denotavano il tipo ebraico, possedendo inoltre il medesimo fascino dell'ingenuità dell'espressione, propria ai giovani. La vita casalinga e la semplicità dei costumi ebraici, permettevano un'abbigliamento confidenziale come quello in cui ora appariva. Una camicetta, che era abbottonata sulla spalla destra e passava sotto il braccio sinistro, celava a mezzo il busto, mentre lasciava nude le braccia. Una cintura raccoglieva le pieghe della veste, indicando il principio della sottana. L'acconciatura del capo era semplice e graziosa: un berretto di seta di Tiro, e, sopra ad esso un velo, della medesima stoffa, multicolore, stupendamente ricamato e disposto in tenui pieghe così da porre in rilievo la forma del capo, senza renderla goffa; il tutto terminato da un fiocco pendente dalla cima del berretto. Portava anelli alle dita e alle orecchie, braccialetti d'oro ai polsi e alle caviglie; e, intorno al suo collo, pendeva una collana d'oro con una rete curiosa di catenelle da cui pendevano ciondoli di perle. Gli orli delle ciglia erano dipinte come pure le estremità delle dita. I capelli cadevano in lunghe treccie sopra le spalle, mentre due riccioli scendevano su ciascuna gota a coprire le orecchie. In complesso, una creatura di sorprendente grazia, eleganza e bellezza.
— «Gentilissima, mia Tirzah» — disse Giuda guardandola.
— «Chi è gentile? La canzone?» — chiese quella.
— «Sì, e anche la cantatrice. Il concetto è greco. Dove l'hai imparata?» —
— «Ti ricordi quel Greco che cantò in teatro il mese scorso? Dicevano che era stato cantante alla corte di Erode e di sua sorella Salomè. Sai, venne proprio dopo i lottatori, e il teatro risuonava di clamori. Alla prima nota si fece un così profondo silenzio, che potei udire ogni parola. Ecco come ho potuto imparare la canzone.» —
— «Ma egli cantava in greco.» —
— «Ed io la canto in ebraico.» —
— «Oh! oh! Io sono orgoglioso della mia sorellina. Ne sai delle altre?» —
— «Molte, ma adesso non ce ne occupiamo. Amrah mi manda a te per dirti che ti porterà la colazione e che non è necessario che tu discenda. Deve essere qui a momenti. Essa ti crede ammalato, dice che una terribile disgrazia ti è capitata ieri. Che cos'è stato? Dimmelo, ed io aiuterò Amrah a curarti. Essa conosce tutti i farmaci degli Egizî, che furono sempre degli stupidi; ma io ho molte ricette degli Arabi, i quali....» —
— «Sono ancora più stupidi degli Egizi» — osservò egli, crollando il capo.
— «Credi? Sta bene, allora,» — replicò essa, avvicinando la mano all'orecchia sinistra, — «non ce ne occuperemo. Io ho qui qualche cosa di meglio e di più sicuro, l'amuleto, che, molti anni fa, quanti non ricordo, un mago persiano diede alla nostra gente. Guarda, l'iscrizione è quasi cancellata.» —
Gli porse l'orecchino, che egli prese, e le restituì ridendo.
— «Fossi anche moribondo, o mia Tirzah, non potrei adoperare l'amuleto. È una reliquia pagana, vietata ad ogni figlia o figlio d'Abramo. Prendilo, ma non portarlo più.» —
— «Vietato? Baie! Ho veduto la madre di nostro padre portarlo tutte le domeniche di sua vita. Ha guarite non so quante persone, ma certo più di tre. È stato approvato, vedine il segno, dai Rabbini.» —
— «Io non ho fede negli amuleti.» —
Essa alzò gli occhi meravigliati sul viso del fratello.
— «Che cosa direbbe Amrah?» —
— «Il padre e la madre di Amrah credevano nei rimedi e nei sortilegi.» —
— «E Gamaliele?» —
— «Egli le chiama maledette invenzioni di miscredenti.» —
Tirzah guardò l'anello dubbiosamente.
— «Che cosa devo farne?» —
— «Portalo, sorellina. Accresce la tua bellezza, quantunque credo che tu non ne abbia bisogno.» —
Soddisfatta, ritornò l'amuleto all'orecchio proprio nel momento in cui Amrah entrò nella stanza recando il vassoio col catino, coll'acqua e coll'asciugamano.
Non essendo Giuda un Fariseo, le abluzioni furono semplici e brevi. La schiava uscì e Tirzah si accinse ad acconciargli i capelli, tirando fuori di tanto in tanto un piccolo specchio metallico che portava alla cintura, alla foggia delle donne ebraiche, e porgendoglielo affinchè egli si accertasse della maestrìa con cui procedeva nell'artistico lavoro. Frattanto la conversazione non languiva.
— «Che cosa ne dici, Tirzah? Io parto.» —
Essa lasciò cadere le mani per lo stupore.
— «Parti? Quando? Dove? Perchè?» —
Egli rise.
— «Quante domande in una volta sola! come sei curiosa!» — Poi facendosi più serio: — «Tu conosci la legge; essa prescrive a ciascuno una professione. Nostro padre ce ne fornì l'esempio. Tu stessa mi disprezzeresti se io consumassi nell'ozio quanto la sua industria e la sua sapienza accumularono. Vado a Roma.» —
— «Oh, voglio venir con te!» —
— «Tu devi tener compagnia alla mamma. Se la lasciassimo entrambi, ne morrebbe.» —
Il volto di Tirzah impallidì.
— «Ah sì, ma tu? è proprio necessario che tu vada? Anche qui in Gerusalemme puoi trovare tutto quanto è necessario per diventar commerciante, se è questo il tuo ideale.» —
— «Io non penso a questo. La legge non richiede che il figlio segua la professione del padre.» —
— «Che altro vuoi diventare?» —
— «Soldato!» — rispose egli con una certa fierezza.
— «Ma ti uccideranno!» —
— «Sia, se tale è la volontà di Dio. Ma, Tirzah, tutti i soldati non muoiono uccisi!» —
Essa gli gettò le braccia al collo come per trattenerlo:
— «Siamo tanto felici! Resta a casa, fratello!» —
— «La casa non rimarrà sempre così. Tu stessa la abbandonerai fra breve.» —
— «Mai!» —
Egli sorrise della violenza colla quale eran state pronunciate le sue parole.
— «Uno di questi giorni verrà un principe di Giuda o di qualche altra tribù a chiedere la mia Tirzah, e la porterà con sè, a illuminare col suo sorriso un'altra casa. Che sarà allora di me?» —
Essa rispose con un sorriso.
— «La guerra è un mestiere» — egli continuò. — «Per impararlo bene bisogna andare a scuola, e la migliore delle scuole è un accampamento romano.» —
— «Vuoi combattere per Roma?» — chiese Tirzah spaventata.
— «Anche tu, così giovane, lo temi? Tutto il mondo dunque la odia! Sì, mia Tirzah, voglio combattere per essa, purchè in compenso mi insegni un giorno come combattere contro di lei.» —
— «Quando partirai?» —
In quella si udirono i passi di Amrah che ritornava.
— «Sst!» — fece egli. — «Non farle saper nulla.» —
La schiava fedele recava la colazione che depose sopra uno sgabello. Poi attese coll'asciugamano sulle braccia.
Essi immersero le dita in una ciotola e le stavano sciacquando, quando un rumore li colpì. Stettero in ascolto ed intesero i suoni d'una musica militare proveniente dalla strada che fronteggiava il lato settentrionale della casa.
— «Sono soldati del Pretorio! Voglio vederli!» — egli gridò, ballando dal divano e correndo verso l'uscio. In un attimo si trovò chino sopra il parapetto di tegole che fronteggiava il tetto, così intento nello spettacolo da non accorgersi della presenza di Tirzah, che lo aveva seguito, ed ora stava al suo fianco.
Dal punto dove si trovavano si godeva un'ampia vista di tetti e di comignoli, spingentisi fin sotto alla mole irregolare della Torre di Antonia, la quale, come abbiamo già osservato, serviva di cittadella alla guarnigione ed era sede del governatore. La strada, larga non più di dieci piedi, era attraversata da ponti, quali coperti, quali no, e questi cominciavano ad affollarsi di uomini, donne e fanciulli, allettati dalla musica. Adoperiamo questa parola, quantunque non sia la più propria. Era piuttosto un clamore confuso di fanfare, misto alle note più acute dei litui, tanto cari ai soldati.
La processione si avvicinava alla casa degli Hur. Dapprima un'avanguardia di fanteria leggiera, in maggioranza arcieri e frombolieri, marcianti a larghi intervalli tra le file; quindi un corpo di legionari pesantemente armati, con larghi scudi, ed hastae longae, o giavellotti identici a quelli usati nella lotta davanti a Troia. Poi i suonatori; poi un ufficiale a cavallo, alla testa di un gruppo di cavalieri; dopo di lui ancora fanteria pesante, marciante in fila serrate e prolungantesi a perdita d'occhio.
Le membra abbronzate degli uomini; il movimento cadenzato degli scudi, ondeggianti da destra a sinistra; lo scintillìo delle squame, delle fibbie, delle corazze, degli elmi, perfettamente politi; le piume sventolanti sopra i cimieri; la selva di insegne e di picche serrate; il portamento, grave insieme e vigile; l'unità quasi meccanica dell'intera massa, fecero una profonda impressione sopra Giuda. Due oggetti attirarono specialmente la sua attenzione.
Anzitutto l'aquila della prima legione, un'immagine dorata sopra un'asta, con le ali ripiegate sopra il capo. Egli sapeva che, tratta dall'arsenale nella torre, era stata ricevuta con onori divini.
Poi l'ufficiale che cavalcava da solo in testa alla colonna. Aveva un'armatura che lo rivestiva tutto ed aveva solo il capo scoperto. Al fianco destro gli pendeva una corta spada, mentre, in mano, teneva un bastone di comando, che sembrava un rotolo di carta bianca. Invece di seder sulla sella sedeva su un pezzo di stoffa purpurea, la quale, insieme ai finimenti terminanti con un morso dorato e le redini di seta gialla con fiocchi, completava la bardatura del cavallo.
Già, da lontano, Giuda potè osservare che la presenza di quest'uomo metteva un grande fermento negli spettatori. Si chinavano sopra i parapetti o si rizzavano in piedi audacemente, tendendo i pugni contro di lui; lo eseguivano con urla e strida; gli sputavano sopra dai ponti e dalle finestre; le donne gli lanciavano addosso fino i loro sandali, talora colpendolo. Quando si avvicinò le grida si fecero distinte: — «Ladro, tiranno, cane di un Romano! Abbasso Ismaele! Rendici il nostro Hannas!» —
Giuda osservò che, come era naturale, l'uomo così apostrofato, non condivideva l'indifferenza superbamente affettata dai soldati; il suo volto era oscuro e imbronciato, e gli sguardi che lanciava tratto tratto ai suoi persecutori erano pieni di minaccia. I più timidi si ritraevano spaventati.
Il giovane conosceva la costumanza iniziata dal primo Cesare, secondo la quale i generali supremi, per indicare il loro rango, ornavano il capo di un solo ramo d'alloro. Da ciò riconobbe l'ufficiale: Valerio Grato, il Nuovo Procuratore della Giudea!
A dire il vero, il Romano, procedente sotto questo infuriare collerico non provocato, godeva la simpatia del giovane Ebreo; così, quando egli voltò l'angolo della casa, Giuda protese il suo corpo ancora di più sopra il parapetto per vederlo passare, e, in quell'atto, appoggiò una mano sopra una tegola da lungo tempo spaccata. Sotto il peso del suo corpo, il pezzo esterno si distaccò e cadde. Un brivido di terrore pervase il giovane. Cercò di afferrare la tegola. In apparenza l'atto aveva l'aria di chi gettasse qualche cosa. Lo sforzo fallì, anzi servì ad accrescere veemenza al coccio. Giuda ruppe in un grido altissimo. I soldati della guardia alzarono il capo. Lo stesso fece l'ufficiale, e, in quella, il coccio lo colpì, ed egli cadde, come morto, di sella.
La coorte si fermò; le guardie balzarono da cavallo, e si affrettarono a coprire il loro duce con gli scudi. D'altra parte il popolo, testimone dell'atto, non dubitando un istante che il colpo fosse meditato, applaudiva calorosamente il giovane, che, chino ancora sul parapetto, bersaglio a migliaia di occhi, rimaneva immobile, come inebetito, mentre le conseguenze della sua azione involontaria gli balenavano davanti al cervello con terribile evidenza.
Uno spirito di rivolta corse con incredibile rapidità di tetto in tetto per tutta la lunghezza della strada, e invase indistintamente tutto il popolo.
Furono smantellati i parapetti, strappate le tegole e le piastrelle di terra cotta che coprivano i tetti, e una grandine di proiettili discese sopra i legionari sottostanti. Ne seguì una battaglia, nella quale, naturalmente, prevalsero la disciplina e le armi della truppa. Sorvoliamo la lotta, la strage, l'abilità dall'una parte, la disperazione e il coraggio dall'altra, inutili al nostro racconto. Osserviamo piuttosto l'infelice autore di tutto questo male.
Egli si ritrasse dal parapetto, pallido come un morto.
— «O Tirzah, Tirzah, che avverrà di noi?» —
Ella non aveva veduto l'incidente, ma con le orecchie intente alle grida e al clamore seguiva con l'occhio la pazza attività della gente sui tetti.
Sapeva che qualche cosa di terribile avveniva, ma ignorava chi ne era stata la causa o in che modo la disgrazia potesse toccare i suoi cari.
— «Che cosa è stato? Che cosa significa?» — chiese, presa da subito terrore.
— «Ho ucciso il governatore Romano. La tegola gli è caduta addosso.» —
Il volto di lei si fece color cenere. Gli gettò le braccia al collo e lo fissò, senza dir parola, negli occhi. I timori di lui erano passati, in lei, ma il veder Tirzah atterrita infuse coraggio in Giuda.
— «Non l'ho fatto a bella posta, Tirzah — è stato un accidente,» — egli disse con più calma.
— «Che cosa faranno?» — chiese la giovinetta.
Egli si chinò nuovamente e guardò il tumulto crescente nella via pensando alla faccia imbronciata di Grato. Se non fosse morto, quale vendetta sarebbe stata la sua? E, se fosse morto, a quali estremità la furia e la violenza del popolo non spingerebbe i legionari? Guardò giù nella strada e vide le guardie che aiutavano a rimettere il Romano a cavallo.
— «Egli vive, egli vive, Tirzah! Benedetto sia il Signore Iddio dei nostri padri!» —
Con questo grido, e rasserenato in volto, si ritrasse e rispose alle domande di lei.
— «Non temere, Tirzah. Gli spiegherò come avvenne; si ricorderà di nostro padre e dei suoi servigi, e non ci farà del male.» —
Stava conducendola verso il padiglione, quando il tetto tremò sotto i loro piedi, e udirono un fracasso come di legna spaccata, seguito da grida di sorpresa e di agonia, provenienti dal cortile sottostante. Si arrestarono e stettero in ascolto. Le grida furono ripetute; poi intesero lo stropiccìo di molti piedi, e il suono di voce iraconde mescolate ad altre come di preghiera; poi urli di donne prese da pazzo terrore. I soldati avevano sfondata la porta settentrionale e si erano impadroniti della casa.
L'affanno che coglie una belva inseguita lo prese. Il primo impulso fu di fuggire; ma dove? Solo le ali lo avrebbero salvato. Tirzah, cogli occhi dilatati dalla paura, lo afferrò per il braccio e gli chiese:
— «O Giuda, che avviene?» —
I servitori venivano ammazzati — e sua madre? Non era quella la sua voce? con tutta la forza di volontà che gli rimaneva, Giuda esclamò: — «Fermati qui, Tirzah. Io vado a vedere che cosa succede laggiù, e poi tornerò da te.» —
La sua voce tremava. Essa gli si avvicinò di più.
Alto, stridulo, non più opera della sua fantasia, sorse il grido di sua madre. Egli non esitò più a lungo:
— «Vieni, andiamo insieme!» —
Il terrazzo ai piedi della scala era gremito di soldati. Altri soldati, con le spade sguainate frugavano nelle stanze. Un gruppo di donne inginocchiate piangeva in un angolo. In disparte, una donna, con le vesti stracciate, i capelli in disordine, si dibatteva fra le braccia di un soldato che stentava a trattenerla. Le sue grida erano più acute di tutte, ed erano pervenute fin sopra il tetto. Giuda si slanciò verso di essa. — «Madre, Madre!» — gridò. Essa gli stese le braccia, ma quando stava quasi per toccarla, egli fu allacciato da due braccia robuste e respinto da lei. Una voce disse:
— «È lui!» —
Giuda guardò, e vide.... Messala!
— «Che! l'assassino quello?» — esclamò un uomo di alta statura, a giudicarsi dall'armatura un legionario. — «Ma se è un ragazzo!» —
— «O Dei!» — replicò Messala col solito tono affettato — «Che cosa direbbe Seneca a questa nuova teoria che un uomo debba esser vecchio prima di odiare ed uccidere? Voi lo tenete; questa è sua madre, e quella sua sorella. Avete tutta la famiglia.» —
Per amore d'essi Giuda dimenticò la sua disputa.
— «Aiutali, o mio Messala! Rammenta la nostra infanzia, e aiutali. Io, Giuda, ti prego.» —
Messala gli voltò le spalle.
— «Io non posso servirvi più oltre» — disse all'ufficiale. — «C'è da divertirsi di più là abbasso. Eros è morto, evviva Marte!» —
Con queste parole sparì. Giuda lo comprese, e nell'amarezza dell'anima sua pregò il Cielo:
— «Nell'ora della tua vendetta, o Signore, sia mia la mano che lo colpisca.» —
Con grande sforzo si avvicinò all'ufficiale.
— «O signore quella donna è mia madre. Risparmiatela, risparmiate mia sorella. Dio è giusto e compenserà la vostra pietà.» —
L'ufficiale sembrò commuoversi.
— «Conducete le donne alla Torre» — esclamò — «ma non fate loro del male. Voi ne rispondete.» — Poi voltosi a quelli che tenevano Giuda: — «Legategli i polsi colle corde. Il castigarlo è serbato ad altri.» —
La madre fu condotta via. La piccola Tirzah, nelle sue vesti di casa, stupita pel terrore, accompagnò passivamente i suoi custodi. Giuda gettò ad esse un ultimo sguardo, e coprì gli occhi con le mani, come per imprimersi indelebilmente quella scena nel cervello. Forse pianse, ma nessuno vide le lacrime.
Una metamorfosi avveniva in lui. Il lettore che avrà studiato con attenzione queste pagine avrà conosciuto abbastanza il carattere del giovane Ebreo, per discernere la mitezza e la bontà quasi femminili, qualità che l'amore produce ed alimenta. Le circostanze non avevano mai svegliato gli elementi più aspri della sua indole, se pur ne aveva. Qualche volta aveva provato il pungolo dell'ambizione, e aveva sognato grandi cose, come sognano i fanciulli che passeggiano lungo la riva del mare e vedono arrivare e partire navi maestose. Ma ora, era un caso diverso. Se possiamo immaginare un idolo, consapevole dell'adorazione quotidiana di cui è fatto segno, strappato improvvisamente dal suo altare e giacere in mezzo alle rovine del suo piccolo mondo di affetti, potremo farci un'idea di quanto era accaduto a Ben Hur, e l'impressione che ne riportava. Nessun segno esteriore tradiva questo mutamento, tranne che, quando alzava il capo nell'atto di stendere le mani alle corde che lo legavano, le labbra avevan perduto la loro somiglianza con l'arco di Cupido. In quell'istante aveva abbandonato la sua fanciullezza, e s'era fatto un uomo.
Una tromba squillò nel cortile. Quando tacque, la stanza si vuotò dei soldati, molti dei quali, non osando comparire nella fila col bottino, lo gettarono per terra, coprendo il suolo di oggetti preziosi. Quando Giuda discese, il quadrato era già formato, e l'ufficiale attendeva all'esecuzione dei propri ordini. La madre, la figlia, e tutta la servitù furono fatti uscire dalla porta settentrionale, le cui rovine ingombravano ancora il passaggio. Le grida di alcuni domestici, nati e cresciuti nella casa, erano strazianti. Quando anche i cavalli e gli altri animali furono cacciati via, Giuda cominciò a comprendere la portata della vendetta del Procuratore. L'edificio stesso sarebbe sacro a quella. Nessun essere vivente doveva rimanere fra le sue mura. Se nella Giudea si fosse trovato un altro temerario che vagheggiasse l'assassinio di un governatore Romano, la sorte della principesca Casa di Hur, doveva servirgli di ammonimento, e la rovina della dimora avrebbe perpetuato la memoria della vendetta.
L'ufficiale aspettava di fuori, mentre un distaccamento dei suoi soldati accomodava temporaneamente la porta. Nella strada il combattimento era quasi cessato. Sopra le case nuvole di polvere indicavano i luoghi dove continuava la lotta sui tetti. La coorte, immobile e risplendente nelle sue armi, stava in posizione di riposo. Giuda non aveva occhi che pei prigionieri, ma invano cercò di sua madre e di Tirzah.
Improvvisamente, dal suolo dove giaceva, una donna si alzò e ritornò rapidamente verso la porta. Alcune guardie cercarono di afferrarla, e un grande clamore salutò il mancato tentativo. Essa corse verso Giuda e cadendogli ai piedi, gli abbracciò le ginocchia, mentre i suoi ruvidi capelli neri bruttati di polvere le velavano gli occhi.
— «O Amrah, buona, Amrah» — egli le disse. — «Dio ti aiuti; io non lo posso.» —
Essa non potè articolar parola.
Egli si chinò su di lei, e sussurrò: — «Vivi, Amrah, per Tirzah e per mia madre. Esse torneranno, e....» —
Un soldato la afferrò. Essa si divincolò e corse attraverso la porta, nella casa vuota.
— «Lasciatela andare!» — gridò l'ufficiale. — «Suggelleremo la casa, e morrà di fame.» —
Gli uomini ripresero il loro lavoro, e, quando fu terminato, passarono dalla parte occidentale. Anche questa porta fu inchiodata, e il palazzo dei Hur chiuso per sempre.
La coorte ritornò alla Torre, dove giaceva il Procuratore per guarire delle sue ferite e disporre dei prigionieri. Il decimo giorno dopo questi avvenimenti rientrò in città.
CAPITOLO VII.
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All'indomani una pattuglia di legionarii si avvicinò al palazzo desolato. Dopo aver chiuse le porte, stuccò i lati con cera, e sul tavolato inchiodò il seguente cartello in latino:
Proprietà dell'Imperatore
Il giorno susseguente, verso mezzodì, un decurione col suo seguito di dieci cavalieri, si avvicinò a Nazareth da oriente, cioè in direzione di Gerusalemme. La località era allora occupata da un piccolo villaggio appollaiato sopra una collina, e così insignificante che la sua unica via era appena battuta dagli zoccoli dei cavalli dei soldati, e dai piedi dei pochi abitanti. La grande pianura di Esdraelon si stendeva a sud, e dalle alture orientali si potevano scorgere le coste del Mediterraneo e le regioni oltre il Giordano e il Hermon. La vallata sottostante e la campagna tutto all'ingiro erano coltivate a giardini, vigne, orti e prati. Gruppi di palme davano un colorito orientale al paesaggio. Le case, irregolarmente disposte, erano povere d'apparenza, quadrate, a un sol piano, inghirlandate da viti verdissime. La siccità che aveva ridotto le colline della Giudea ad una tinta bruna, uniforme, s'era arrestata ai confini della Galilea.
Lo squillo di una tromba, suonata all'appressarsi dei cavalieri, ebbe un magico effetto sopra gli abitanti, che affollarono le porte e i cancelli, curiosi e desiderosi di afferrare il significato di una visita così nuova.
Dobbiamo ricordare che Nazareth, non solo si trovava lontano dalle vie maestre, ma apparteneva al dominio di Giuda di Gamala; quindi possiamo immaginare quali impressioni destò l'appressarsi dei legionari. Ma quando furono più vicini, e il loro scopo divenne manifesto, la paura e l'odio cedettero il posto alla curiosità, sotto l'impulso della quale, il popolo sapendo che i loro ospiti si sarebbero fermati alla fonte nella parte settentrionale della città, abbandonò la case e seguì i soldati.
L'oggetto della loro curiosità era un prigioniero che camminava in mezzo alla truppa, colla testa scoperta, mezzo nudo, le mani legate sulla schiena. Una coreggia assicurata ai suoi polsi lo avvinceva alla sella di uno dei cavalieri. La polvere che sollevavano i cavalli lo avviluppava tratto tratto come una nube gialla.
Si trascinava a stento, penosamente. Sembrava molto giovane. Alla fontana il decurione si fermò, e, insieme alla maggior parte dei soldati, scese da cavallo. Il prigioniero si lasciò cadere sulla polvere della strada, istupidito, senza chiedere nulla. Era affranto.
I popolani avvicinatisi e vedendo che egli era quasi un ragazzo avrebbero voluto soccorrerlo, ma non osavano.
Mentre stavano dubbiosi, e mentre le anfore correvano di mano in mano fra i soldati, fu visto venire un uomo per la strada di Sephoris. Al vederlo una donna esclamò: — «Guardate! Ecco il falegname che viene; ora sapremo qualche cosa!» —
La persona a cui si alludeva era un vecchio di venerabile aspetto. Rari riccioli bianchi uscivano dal suo turbante e un'ampia barba ancor più bianca gli fluiva sopra il petto e sopra la ruvida tunica grigia. Procedeva lentamente, perchè, oltre al peso dei suoi anni portava parecchi utensili, un'ascia, una sega, un coltello di rozza fattura, ed evidentemente veniva da lontano. Si arrestò, osservando la folla.
— «O Rabbi, buon Rabbi Giuseppe!» — esclamò una donna, correndogli incontro. — «Qui c'è un prigioniero; domandane conto ai soldati, affinchè sappiamo ciò che ha commesso, e chi egli sia.» —
Il volto del Rabbi rimase impassibile; guardò il prigioniero e quindi si avvicinò all'ufficiale.
— «La pace del Signore sia con te!» — disse con inflessibile gravità.
— «E quella degli Dei con voi» — rispose il decurione.
— «Venite da Gerusalemme?» —
— «Sì» —
— «Il vostro prigioniero è giovane.» —
— «D'anni, sì» —
— «Posso domandare ciò che egli ha commesso?» —
— «È un assassino» —
Il popolo ripetè la parola con stupore, ma Rabbi Giuseppe proseguì le sue domande.
— «Egli è un Israelita?» —
— «È un Ebreo,» — ripetè il Romano seccamente.
La compassione degli spettatori riprese il sopravvento.
— «Io non so nulla delle vostre tribù, ma posso dirvi qualcosa della sua famiglia. Avete sentito parlare di un principe di Gerusalemme, di nome Hur? — Ben Hur lo chiamavano. Visse ai tempi di Erode.» —
— «Io l'ho veduto» — disse Giuseppe.
— «Questi è suo figlio.» —
Vi fu uno scoppio generale di esclamazioni, che il decurione si affrettò a frenare.
— «Nelle strade di Gerusalemme, avant'ieri, egli cercò di assassinare il nobile Grato, lanciandogli una tegola sul capo dal tetto di un palazzo, — dal palazzo di suo padre, credo.» —
— «Lo uccise?» — domandò il Rabbi.
— «No» —
— «La sua condanna?» —
— «Le galere a vita.» —
— «Il Signore lo aiuti» — esclamò Giuseppe, scosso dalla sua immobilità. Nel mentre, un giovane che aveva accompagnato Giuseppe, ma che si era tenuto modestamente dietro di lui, depose la scure che teneva in mano, e avvicinandosi alla fonte, ne tolse una ciotola piena d'acqua. L'atto fu così tranquillo, che prima ancora che le guardie intervenissero, o avessero voluto intervenire, egli si era già chinato sopra il prigioniero, offrendogli un sorso d'acqua.
La mano leggermente posata sulla sua spalla destò il misero Giuda, che alzando gli occhi vide un volto che non dimenticò mai più, il volto di un ragazzo della sua età, incorniciato da riccioli castani con riflessi biondi; un volto illuminato da due occhi azzurri, così dolci, così traboccanti d'amore e di santità di propositi da posseder tutta la potenza di un comando e d'una volontà. L'anima dell'Ebreo indurita da giorni e notti di sofferenze, e così amareggiata da abbracciare tutto il mondo nei suoi pensieri d'odio e vendetta, si intenerì sotto lo sguardo dello straniero, e divenne timida come quella di un fanciullo. Appressò il suo labbro alla ciotola e bevve a larghi sorsi. Nessuna parola corse fra di loro.
Quando ebbe terminato, la mano che riposava sulla sua spalla si pose sopra il suo capo e rimase fra i riccioli polverosi il tempo necessario per impartirvi una benedizione; quindi lo straniero riaccostò la ciotola alla pietra della fontana, e riprendendo la sua scure, ritornò al fianco di Giuseppe. Tutti gli sguardi lo seguirono, quelli dei popolani come quelli del decurione.
La scena pietosa ebbe termine. Quando gli uomini e i cavalli ebbero bevuto, la marcia fu ripresa. Ma un mutamento era avvenuto nell'animo del decurione; egli stesso sollevò il prigioniero dalla polvere e lo aiutò a salire sopra il cavallo di uno dei soldati. I Nazareni ritornarono alle loro dimore, e insieme ad essi Rabbi Giuseppe e il suo discepolo.
Così avvenne il primo incontro di Giuda col figlio di Maria.
Fine del libro secondo.
LIBRO TERZO
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Cleopatra. . . . . Se la misura
Del dolor nostro la sua fonte eguaglia
Oh come grande...
(entra Diomede)
È dunque morto? Parla!
Diomede. La morte il tiene nei ferrati artigli,
Ma non è morto ancora.
Ant. e Cleopatra. — Atto IV. — Scena VIII.
CAPITOLO I.
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La città di Miseno corona il promontorio dello stesso nome alcune miglia a sud-est di Napoli. Oggi non rimangono che poche rovine ad attestarne l'esistenza, ma nell'anno di grazia 24, al quale trasportiamo ora il lettore, era uno dei porti più importanti del litorale occidentale d'Italia.
Il viaggiatore che si fosse recato al promontorio per godere la vista che esso offriva, avrebbe dovuto salire sopra un muro, e, volgendo le spalle alla città, avrebbe spaziato con gli occhi sulla baia di Napoli, bella allora come oggi; avrebbe ammirata la linea impareggiabile della costa, avrebbe veduto il cono fumante del monte, l'azzurro dolcissimo e profondo del cielo e del mare; ma, abbassandoli verso il mare sottostante, avrebbe osservato uno spettacolo ignoto al turista moderno; metà della flotta Romana di riserva, ancorata ai suoi piedi. Considerata da questo punto, Miseno non sembrava un teatro indegno per l'incontro dei tre padroni di Roma, intenti a spartirsi il dominio del mondo.
In quei tempi il muro era interrotto ad un certo punto in faccia al mare, formando una specie di passaggio cui metteva capo una via, la quale, quindi, a forma di un grande molo, si stendeva per parecchi stadii nel mare.
La sentinella di guardia a questo passaggio, fu destata dal suo riposo una fresca mattina di settembre da una compagnia che discendeva, conversando animatamente e rumorosamente, la piccola via. La degnò di uno sguardo e quindi ritornò ai suoi sogni interrotti.
Era una ventina di persone, la maggior parte costituita da schiavi, con torcie che illuminavano poco, ma, in compenso, fumavano molto, e che lasciavano nell'aria un acre profumo di nardo Indiano. I padroni li precedevano tenendosi a braccetto. Uno di essi, dall'apparente età di cinquanta anni, alquanto calvo, e portante fra i radi capelli una corona d'alloro, sembrava, dalle attenzioni prodigategli, l'oggetto di qualche affettuosa cerimonia. Portavano tutti ampie toghe di lana bianca con larghe balze di porpora. Uno sguardo era bastato alla sentinella. Conobbe, senza domandare, che erano personaggi di alta condizione che scortavano un loro amico al porto, dopo una notte festevolmente trascorsa. Spiegazioni più ampie potremo trovare seguendo i loro discorsi.
— «No, mio Quinto» — disse uno, parlando all'uomo dalla corona d'alloro — «è crudele la Fortuna che ti strappa così presto da noi. Solo ora tornasti dai mari oltre le Colonne. Non hai neppure avuto il tempo di abituarti alla terra ferma.» —
— «Per Castore! — se un uomo può adoperare la bestemmia di una donna!» — esclamò un altro, alquanto alticcio. — «Non lamentiamoci. Il nostro Quinto va a ricuperare nel mare ciò che ha perduto in terra ieri sera. Giuocare a dadi sopra una nave che rulla, è qualche cosa di diverso dai dadi giuocati qui. Non è vero Quinto?» —
— «Non ingiuriare la Fortuna!» — esclamò un terzo. — «Essa non è nè cieca nè, incostante. Ad Anzio quando il nostro Arrio la interroga, gli risponde annuendo, e sul mare lo accompagna, dirigendo il timone della sua nave. Essa lo strappa dalle nostre braccia, è vero, ma non ce lo riconduce poi sempre ricco di nuovi allori?» —
— «Sono i Greci che lo portano via» — interruppe un altro. — «Accusiamo loro, non gli Dei. Con l'apprender l'arte del commercio, dimenticarono quella del combattere.» —
Con queste parole, la brigata attraversò il passaggio, e giunse al molo prolungantesi innanzi a loro nella baia bellissima, che l'alba incominciava a illuminare. Per le orecchie del vecchio marinaio la risacca delle onde era come il saluto dell'amico. Respirò a lungo, come per riempire i polmoni del profumo delle acque, ed alzò la mano:
— «I miei doni io li ebbi a Preneste, non ad Anzio, — ma vedete! spira vento di ponente. Io ti ringrazio, o Fortuna, mia madre!» — egli disse con riverenza.
Gli amici ripeterono l'esclamazione, e gli schiavi agitarono le torcie.
— «Eccola, viene!» — continuò, indicando una galera che si moveva dall'estremità del molo. — «Un marinaio non ha bisogno di altra amante. La tua Lucrezia è forse più graziosa, mio Caio?» —
Osservò la nave, che avanzava, con uno sguardo pieno di giustificato orgoglio. All'albero più basso era fissata una sola vela, e i remi si tuffavano, si alzavano, scintillavano un istante, immobili nell'aria, poi si immergevano nuovamente, come le ali di un uccello, con ritmo perfetto.
— «Sì, rispettate gli Dei» — egli disse con gli occhi rivolti alla nave — «essi ci mandano buone occasioni. Nostra è la colpa se le trascuriamo. Quanto ai Greci, tu dimentichi, o mio Lentulo, che i pirati che vado a punire sono Greci. Una vittoria sopra di essi ne vale cento sugli Africani.» —
— «Allora ti rechi nell'Egeo?» —
Il marinaio non aveva occhi che per la nave.
— «Che grazia, che venustà! un cigno non si muoverebbe più maestoso sulle onde. Guardate!» — Ma tosto aggiunse: — «Perdonami Lentulo. Io vado nell'Egeo; e siccome la mia partenza è ormai vicina, ve ne dirò la ragione — soltanto tenetela segreta. Io non vorrei che incontrando il mio buon amico il duumviro gliene faceste una colpa. Voi sapete che il commercio fra la Grecia ed Alessandria non è inferiore a quello fra Alessandria e Roma. Il popolo in quelle parti del mondo si è dimenticato di celebrare le feste Cereali, e Trittolemo li ha puniti con un miserabile raccolto. Ad ogni modo il commercio è così cresciuto da non arrestarsi per un sol giorno. Avrete anche sentito parlare dei pirati del Chersoneso, che si annidano nell'Eusino; gente audace, per le Baccanti! Giorni fa arrivò la notizia a Roma che, riunitisi in una flotta numerosa, avevano disceso il Bosforo, affondate le galere davanti a Bisanzio e a Calcedonia, invasa la Propontide, occupato l'Egeo. I mercanti di grano che hanno navi nel Mediterraneo sono spaventati. Ottennero udienza dall'Imperatore medesimo, ed oggi da Ravenna partono cento galere, e da Miseno — fece una breve pausa, come per pungere maggiormente la curiosità degli amici — una.» —
— «Beato Quinto! Le nostre congratulazioni!» —
— «Bene auguriamo per questa scelta. Ti salutiamo sin d'ora duumviro.» —
— «Quinto Arrio duumviro, suona meglio di Quinto Arrio tribuno.» —
Con queste parole si strinsero festosamente intorno a lui.
— «Io mi rallegro insieme agli altri» — disse l'amico avvinazzato — «mi rallegro assai. Ma voglio essere pratico, o mio duumviro, e finchè io non vedrò che la promozione ti abbia valso una maggior conoscenza delle tesserae riservo il mio giudizio sulla tua fortuna, in questo... in questo affare.» —
— «Vi ringrazio tutti!» — disse Arrio rivolgendosi collettivamente ad essi — «se aveste delle lanterne, direi che siete auguri. Farò di più. Vi mostrerò che avete colpito nel segno. Qui, leggete.» —
Dalle pieghe della sua toga estrasse un rotolo di carta e lo porse a loro, dicendo: — «L'ho ricevuto ieri mentre ero a tavola, da Seiano.» —
Questo nome era già grande nel mondo Romano; grande e non ancora così infame come divenne di poi.
— «Seiano!» — esclamarono in coro, stringendosi attorno a chi leggeva la lettera. Ecco il tenore di essa:
Seiano a C. Cecilio Rufo, Duumviro,
Roma, XIX Kal. Sept.
Cesare conosce l'abilità di Quinto Arrio, tribuno, e, specialmente, ha udito esaltare il coraggio manifestato da lui nei mari d'occidente. È sua volontà che il detto Arrio sia sull'istante trasferito in Oriente. È ancora volontà di Cesare che raduniate cento triremi di prima classe, perfettamente allestite, e le spediate senza indugio contro i pirati dell'Egeo, e che Quinto sia posto al comando di tale flotta.
I dettagli sono tua cura, mio Cecilio.
Il momento è urgente, come vedrai dalle relazioni che accludo per te, e pel nominato Quinto.
Seiano.
Arrio non badò alla lettura. A mano a mano che la nave si avvicinava crebbe il fascino che essa esercitava sopra di lui. Ne seguiva i movimenti con l'occhio di un innamorato. Finalmente agitò le falde della sua toga; in risposta al segnale, sopra l'aplustre, arnese in forma di ventaglio sulla poppa della nave, sventolò una bandiera scarlatta; nel mentre parecchi marinai apparvero sul ponte, si arrampicarono rapidamente sulle corde fino all'antenna, ed ammainarono la vela. La prua fu girata, e la velocità dei remi crebbe di mezzo tempo, cosicchè la nave si avvicinò al molo con la rapidità di un uccello.
Egli osservò la manovra con gli occhi scintillanti. La pronta risposta al timone, la docilità e fermezza con cui la nave teneva la sua rotta, sarebbero state qualità di grande importanza in battaglia.
— «Per le Ninfe!» — disse uno degli amici, restituendo la lettera. — «Non possiamo più dire che l'amico sarà grande; egli lo è già. Il nostro amore deve esser contemperato di rispetto. Che altro hai da dirci?» —
— «Null'altro!» — replicò Arrio. — «Ciò che voi avete appreso oggi è già roba vecchia a Roma, specialmente nel palazzo di Cesare e nel foro. Il duumviro è un uomo discreto. Le mie istruzioni, la località dove dovrò incontrare la flotta, si trovano a bordo in un plico suggellato. Se però questa sera sacrificate agli altari, non dimenticate di innalzare una preghiera per un amico che i remi e il vento sospingono alla volta di Sicilia. Ma ecco la nave che sta per approdare. I suoi ufficiali mi interessano, poichè dovrò combattere e viaggiare con essi. Non è cosa facile approdare con una nave di questa mole ad una spiaggia come questa. Lasciatemi giudicare la loro disciplina e la loro abilità.» —
— «Come, ti è nuova la nave?» —
— «Non l'ho mai veduta prima d'oggi, e non so ancora se vi troverò un solo amico.» —
— «È bene questo?» —
— «Non importa. Noi uomini del mare facciamo presto conoscenza. Il nostro amore e i nostri odii nascono nei comuni pericoli.» —
La nave apparteneva alla classe chiamata naves liburnicae, lunghe, strette, basse ai lati, e foggiate per velocità di corso e rapidità di manovra. I suoi fianchi eran stupendi. Un doppio getto d'acqua saliva spumeggiando, dinanzi ad essa, e spruzzando le curve audaci della prora, i lati della quale erano adorni di figure di Tritoni soffianti in conchiglie marine.
Sotto la prua, infissa nella chiglia e spingentesi infuori, sotto il livello del mare, era il rostrum, ordigno di legno rinforzato ed armato di ferro, che in battaglia adoperavasi come un ariete.
Una poderosa cornice, artisticamente scolpita partendo dalla prua abbracciava tutta la lunghezza della nave, e, sorpassando la coperta, serviva di baluardo. Sotto la cornice correva un triplice ordine di vani, ciascuno protetto da uno scudo di cuoio, dai quali si scorgevano i remi, sessanta per ciascun lato. La prora torreggiante era inoltre ornata di caducei, mentre due corde, raccolte ai fianchi, segnavano il numero delle ancore assicurate sul ponte di trinchetto.
La semplicità dell'attrezzatura rivelava che la nave si affidava principalmente al lavoro dei remi. L'albero, piantato bene innanzi, era assicurato da spranghe e gomene agli anelli fissi alle pareti interne del baluardo. Il sartiame era quello strettamente necessario per manovrare l'unica grande vela rettangolare e l'antenna da cui dipendeva.
Eccettuati i marinai, che erano saliti per ammainare la vela ed indugiavano ancora fra le sartie, un sol uomo era visibile sul ponte, presso la prora, completamente armato, con elmo, spada e scudo.
Le centoventi lame di quercia, che le onde e le frequenti puliture di pomice avevan rese bianche e lucenti, si alzavano e cadevano come mosse da una mano sola, e spingevano innanzi il battello con la velocità di un vapore moderno.
Così rapido, e, apparentemente, così temerario, era il corso della nave, che gli amici del tribuno se ne spaventarono. Improvvisamente l'uomo a prua tese la mano con un gesto speciale; tosto tutti i remi si alzarono, si librarono un istante nell'aria, poi caddero verticalmente.
L'acqua si agitò spumeggiando intorno ad essi, e la galera ebbe un tremito, e s'arrestò come atterrita. Un altro gesto della mano, e i remi si alzarono di nuovo, ma, questa volta, quelli di destra, spinsero avanti, mentre i remi di sinistra, avanzando verso la prua, lavorarono contr'acqua. Tre volte i remi ripeterono questa manovra. La nave girò come su un cardine; poi, favorita dal vento, approdò dolcemente al molo.
Una tale mossa mise in vista la poppa, con tutti i suoi ornamenti. V'erano dei tritoni come quelli di prua; il nome era scritto in lettere cubitali in rilievo; il timone, la piattaforma elevata su cui sedeva il timoniere, maestosa figura ricoperta da un'armatura, la mano sulle corde del timone; e l'aplustre, alto, dorato, scolpito, che si curvava sopra il timoniere come una grande foglia arabescata.
Si udì lo squillo acuto di una tromba, e, dai boccaporti si riversarono sul ponte i soldati, tutti superbamente armati, con elmi di bronzo, scudi e giavellotti scintillanti. Mentre essi si schieravano sul ponte in ordine di battaglia, i marinai si arrampicarono sulle sartie e si allinearono lungo l'antenna.
Gli ufficiali e i suonatori di tromba occuparono i loro posti senza confusione e senza rumore. Quando i remi toccarono il molo, una passerella fu abbassata dal ponte del timoniere.
Il tribuno si volse ai compagni e con una gravità dapprima non dimostrata, disse:
— «Ora mi attende il dovere, o miei amici!» —
Si tolse la corona dal capo e la porse al giuocatore di dadi.
— «Prendi questo mirto, o favorito dalle tesserae! — esclamò. Se ritorno, verrò a riprendere i miei sesterzii: se la vittoria non m'arride, non ritornerò. Appendi la corona nel tuo atrio.» —
Spalancò le braccia agli amici, ed essi vennero ad uno a ricevere l'abbraccio dell'addio.
— «Gli Dei ti accompagnino, o Quinto!» — esclamarono.
— «Salvete!» — rispose.
Salutò con la mano gli schiavi, che agitarono le torcie; poi si volse alla nave, bellissima per l'ordine perfetto del suo equipaggio, in ranghi serrati, coi cimieri che ondeggiavano e gli scudi e le lancie scintillanti. Quando mise il piede sul ponte, le trombe squillarono, e sopra l'aplustre sventolò il vexillum purpureum, bandiera dell'ammiraglio della flotta.
CAPITOLO II.
Indice
Il tribuno, ritto sul ponte del timone, con l'ordine del duumviro spiegato nelle mani, parlò all'hortator, o capo dei rematori.
— «A che forza comandi?» —
— «Duecento cinquantadue rematori; dieci supplenti.» —
— «Con ricambi di....» —
— «Ottantaquattro uomini.» —
— «E il servizio che adottavi?» —
— «Due ore di lavoro, due di riposo.» —
Il tribuno pensò alquanto.
— «La disposizione è dura, ed io la riformerò, ma non ora. I remi devono lavorare giorno e notte. Il vento è favorevole: la vela aiuti i remi.» —
Poi voltosi al primo pilota, o rector, gli chiese:
— «Quanti anni hai servito?» —
— «Trentadue anni.» —
— «In quali mari principalmente?» —
— «Fra Roma e l'Oriente.» —
— «Tu sei l'uomo che fa per me.» —
Il tribuno consultò gli ordini ricevuti.
— «Dopo la punta della Campanella la nostra rotta sarà verso Messina. Quindi seguendo la curva della costa Calabra fino a Melito, poi... conosci tu le costellazioni che governano il Mar Jonio?» —
— «Le conosco.» —
— «Allora da Melito piega a levante, verso Citera. Se gli Dei sono propizi getterò àncora solo nella baia di Antimona. Il tuo compito è importante, e io mi fido di te.» —
Un uomo prudente era Arrio; e mentre arricchiva gli altari di Anzio e Preneste, stimava che il favore della Dea bendata dipendesse più dal giudizio e dalla cura del fedele che dai proprî doni votivi. Tutta notte, quale anfitrione della cena, egli aveva banchettato e giocato, ma l'odore del mare gli fece rinascere l'istinto e l'abitudine del marinaio, e non volle riposare finchè non conoscesse perfettamente la sua nave. La scienza nulla abbandona al caso. Avendo principiato col capo dei vogatori, e col pilota, in compagnia degli altri ufficiali, cioè il comandante della truppa, il custode dei viveri, il capo delle macchine, il sopraintendente delle cucine e dei fuochi, visitò i varî quartieri della nave. Nulla sfuggiva alla sua ispezione. Quando ebbe terminato, egli solo di tutta la piccola società chiusa fra quelle anguste mura di legno, conosceva a puntino tutta la potenzialità della nave, le sue provvigioni, le sue eventuali risorse in guerra. Non gli mancava che la conoscenza esatta dell'equipaggio sotto il suo comando, la parte più delicata e difficile del suo compito.
A mezzogiorno la galera si trovava all'altezza di Pesto. Il vento continuava a soffiare da occidente, gonfiando le vele ed aiutando materialmente i rematori. Le sentinelle erano state poste sopra coperta. L'altare sul ponte di trinchetto era stato cosparso di sale e di avena; davanti ad esso il tribuno aveva alzate preghiere solenni a Giove, a Nettuno, e a tutte le Oceanine, confermando i suoi voti con vino ed incenso. Ed ora, per meglio studiare i suoi uomini, sedeva nella sua grande cabina.
Questa cabina si trovava nel mezzo della galera, e misurava settantacinque piedi di lunghezza per trenta di larghezza. Era illuminata da tre ampi boccaporti, sostenuta da una doppia fila di vigorosi puntelli, nel centro dei quali appariva l'albero della nave, tutto adorno di ascie, lancie e giavellotti. A ciascun boccaporto si accedeva da due scale mobili, che erano allora sollevate e fissate al soffitto.
Questo era il centro della nave, il ritrovo comune di tutto l'equipaggio, la sala da pranzo, il dormitorio, il campo d'esercitazione e il luogo di riposo e di recreazione in quanto questa era permessa dalla dura e implacabile disciplina di bordo.
In fondo alla cabina si trovava una piattaforma alla quale conducevano parecchi gradini. Su questa sedeva il capo dei rematori, che aveva dinanzi a sè un tavolo sonoro sul quale batteva il tempo con un martello di bronzo, e, a sinistra una clessidra, od orologio ad acqua, per distribuire le ore di lavoro e stabilire i cambi. Sopra di lui, su un'altra piattaforma ancora più rialzata, protetta da una ringhiera dorata, era il quartiere del tribuno, fornito di un letto, un tavolo, una cathedra, o scranna bene imbottita, il tutto di squisita e ricca eleganza.
Seduto comodamente in questa poltrona, cullato dal rullìo uniforme della nave, il mantello militare negligentemente gettato sopra una spalla, e colla spada al fianco, Arrio osservava con occhio vigile il suo equipaggio, e ne era con uguale attenzione osservato. L'occhio critico di lui abbracciava ogni cosa, ma con maggiore insistenza si posava sopra i rematori. I lettori avrebbero fatto lo stesso; soltanto che nel loro interessamento ci sarebbe stata della simpatia e della compassione; mentre il pensiero del tribuno li considerava soltanto come ingranaggi importanti della grande macchina alla quale era preposto.
Lo spettacolo era abbastanza semplice. Lungo i lati della cabina, fisso al pavimento della nave, correva ciò che a prima vista sembrava una triplice fila di banchi; un esame più attento rilevava invece molte serie di sedili, in ciascuna delle quali il secondo sedile era posteriore e più alto del primo, il terzo posteriore e più alto del secondo. Per collocare i sessanta rematori di ciascun lato, lo spazio ad essi destinato era diviso in venti banchi ad un intervallo di un metro l'uno dall'altro. Questa disposizione dava ampio spazio ai rematori che dovevano prendere il tempo l'uno dagli altri come una schiera di soldati marcianti con passo cadenzato in fila serrata. Questa disposizione permetteva ancora un eventuale aumento dei sedili, limitati soltanto dalla lunghezza della galera.
Quanto ai rematori, quelli del primo e secondo sedile, erano seduti, quelli del terzo, dovendo maneggiare remi più lunghi, stavano in piedi. I remi avevano all'impugnatura contrappesi di piombo, ed erano appesi a correggie mobili, che rendevano possibili i più delicati movimenti, ma, d'altra parte, richiedevano una abilità maggiore, perchè una ondata violenta da un momento all'altro poteva cogliere il rematore sbadato e scaraventarlo dal suo sedile. Dalle finestre entrava aria in abbondanza, mentre la luce pioveva attraverso il graticcio che costituiva il pavimento del passaggio tra il ponte e i baluardi laterali. Sotto alcuni riguardi dunque la condizione di questi uomini non poteva dirsi cattiva. Ma non dobbiamo per questo credere che fosse una vita di piacere. Era loro interdetto di parlarsi. Giorno e notte occupavano i proprî posti senza scambiarsi una parola, senza vedere i volti dei vicini. I brevi momenti di intervallo erano dati al sonno, o al cibo. Non ridevano mai; nessuno li aveva sentiti cantare. La vita di quei miserabili era come un fiume sotterraneo che muova lentamente, a fatica, verso una foce ignota.
O Figlio di Maria! Oggi anche i soldati hanno un cuore, e tua ne è la gloria! Ma in quei giorni prigionia significava una vita di stenti sulle mura, nelle strade, nelle miniere, nelle navi. Quando Duilio vinse la prima battaglia navale del suo popolo, Romani maneggiavano i remi, e la gloria della giornata era divisa fra il rematore e il soldato. Questi banchi, che ora osserviamo, erano indizii delle mutate sorti di Roma, seguite alla conquista del mondo, ed illustravano insieme la politica e il coraggio dei Romani. Quasi tutti i popoli vi erano rappresentati da qualcuno dei loro figli, per lo più prigionieri di guerra, scelti per la loro forza. Qui un Britanno; più innanzi un Libio, più indietro un Sarmata, più in là uno Scita, un Gallo, un Greco. Forzati romani insieme a Goti, Longobardi, Ebrei, Etiopi, Egiziani, e barbari delle rive della Meotide. Qui un Ateniese, là un selvaggio dell'Ibernia rosso-chiomato, là un gigante Cimbro dagli occhi azzurri.
Il lavoro dei rematori era troppo materiale per dare occupazione alla loro intelligenza. Spingere innanzi il corpo, sollevare il remo, librarlo, immergerlo, ecco tutto; movimenti che raggiungevano la massima perfezione quando diventavano automatici. Anche la sollecitudine del pericolo derivante dalle onde riottose divenne col tempo meramente istintiva. Il risultato del lungo servizio era un armento di povere creature abbrutite, pazienti, avvilite; corpi muscolosi e intelligenze esaurite, che vivevano di memorie, poche in genere, ma care, decadendo finalmente ad uno stato semi-incosciente, in cui il dolore si ottunde e diventa abitudine e l'anima acquista una straordinaria tenacia.
Da destra a sinistra, un'ora dopo l'altra, il Tribuno volgeva i suoi sguardi, pensoso di tutto tranne dell'infelicità degli schiavi sopra i loro banchi. I loro movimenti precisi, uguali dall'una e dall'altra parte del bastimento, in breve divennero monotoni; allora egli si divertì ad osservare i singoli individui. Col suo stilo notava tratto tratto le deficienze di alcuni, pensando che avrebbe trovato fra i pirati dei sostituti migliori.
Non v'era bisogno di ricordare i nomi degli schiavi, che entravano nella galera come in un sepolcro; bastavano, per distinguerli, dei numeri segnati sopra i sedili ai quali ciascuno era destinato. Nel loro viaggio di esplorazione gli occhi del grand'uomo arrivarono finalmente sopra il numero sessanta, e vi si arrestarono.
Il sedile del numero sessanta era alquanto più alto della piattaforma e distava da lei pochi passi. La luce che scendeva attraverso il graticcio sul capo del rematore lo rivelava intieramente allo sguardo del Tribuno — dritto, e nudo fino alla cintola come i suoi compagni. Parecchi tratti parlavano tuttavia in suo favore. Era molto giovane, non più che ventenne. Arrio non era poi solamente dedito ai dadi, ma era conoscitore di uomini fisicamente, e, quando era a terra, amava visitare i ginnasi e le palestre per vedere ed ammirare gli atleti più famosi. Un professore gli aveva detto una volta che la forza dipendeva piuttosto dalla qualità che dalla quantità dei muscoli, e che qualunque esercizio richiedeva una certa dose di intelligenza come di forza. Avendo fatto sua questa teoria, come la maggior parte degli uomini che hanno un'idea fissa, cercava continuamente illustrazioni pratiche in suo appoggio.
Nel corso di questi studi raramente aveva incontrato un soggetto che lo soddisfacesse completamente; certo era che nessuno aveva arrestato i suoi sguardi così a lungo come questo.
Al dar mano ad ogni movimento del remo, il corpo ed il volto del rematore, apparivano di profilo all'osservatore sulla piattaforma; l'azione terminava col corpo spinto innanzi. La grazia e la facilità di questo movimento dapprima suggerivano dei dubbi intorno all'onestà dello sforzo; ma questi venivano subito dissipati: la fermezza con cui il remo era afferrato in ciascun movimento, il piegarsi che faceva sotto la spinta, rivelavano la forza impiegata; allo stesso tempo provavano l'arte del rematore, e indussero tosto il critico a riflettere dalla poltrona sull'unione di forza e intelligenza che formava il nocciolo della sua teoria.
Pensando a ciò Arrio osservò la giovinezza dell'uomo; senza provar soverchia tenerezza per questa scoperta, vide che la sua statura era alquanto superiore della media altezza, e che le membra, tanto le superiori che le inferiori erano, di singolare bellezza. Forse le braccia erano troppo lunghe, ma questo difetto scompariva sotto la mole dei muscoli, che in alcuni movimenti si gonfiavano come gruppi di corde. Ogni costola si disegnava chiaramente sopra al corpo rotondo; ma questa era la sana magrezza tanto ricercata nelle palestre. Finalmente, nel complesso dei movimenti del rematore, vi era una tale armonia, che oltre combaciare con la nota teoria del tribuno, stimolava vivamente la sua curiosità.
Provò il bisogno di vedere il volto dell'uomo, di cui non scorgeva che la testa formosa piantata sopra un collo, largo alla base, ma di grande pieghevolezza e grazia. I tratti osservati di profilo erano orientali, e avevano quella delicatezza di espressione che accompagna solitamente l'aristocrazia del sangue e dello spirito. Queste osservazioni resero più intenso l'interessamento del tribuno.
— «Per gli Dei» — pensò fra sè — «quell'individuo ha fatto colpo! Egli promette bene. Voglio conoscerlo.» —
In quella il rematore si voltò, guardandolo, e il tribuno potè contemplarne il viso.
— «È Ebreo ed è un ragazzo!» —
Sotto lo sguardo scrutatore fissato sopra di lui, gli occhi dello schiavo si allargarono e il sangue gli imporporò le gote. Il remo rimase inerte nelle sue mani, ma tosto il martello dell'hortator, cadendo rumorosamente, lo richiamò al dovere. Il vogatore trasalì, e, come se il rimprovero fosse stato personalmente indirizzato a lui, immerse il remo. Quando guardò nuovamente il tribuno, fu stupito di incontrare un sorriso.
Frattanto la galera entrava nello stretto di Messina, e, passando davanti alla città di quel nome, volse la prora verso oriente, finchè la nuvola sopra l'Etna divenne come una macchia sull'orizzonte.
Spesso mentre Arrio dalla piattaforma scendeva alla cabina, si voltava per studiare il rematore, dicendo fra sè:
— «È un giovane animoso. Un Ebreo non è un barbaro. Voglio conoscerlo meglio.» —
CAPITOLO III.
Indice
Da quattro giorni durava il viaggio, e l'Astraea — così si chiamava la galera — solcava rapidamente le onde del mar Ionio: il cielo era sereno, ed il vento, soffiando costante dall'occidente attestava il favore degli Dei.
Arrio sperava di raggiungere la flotta prima che questa toccasse la baia ad oriente dell'isola di Citera, designata per l'incontro, e, impaziente della lunga attesa, passava tutta la giornata sopra coperta, notando con diligenza ogni particolare della sua nave. Nella cabina, seduto sopra il suo seggio, i suoi pensieri correvano sovente al rematore numero sessanta.
— «Conosci tu quell'uomo che ha abbandonato or ora quel banco?» — chiese finalmente all'hortator.
Gli schiavi s'erano appunto dato il cambio.
— «Numero sessanta?» — domandò il capo.
— «Sì.» —
Il capo guardò attentamente il rematore che passava.
— «Come tu sai, la nave è uscita dal cantiere un mese fa, e gli uomini mi sono nuovi come il bastimento.» —
— «È un ebreo» — osservò Arrio, pensoso.
— «Il nobile Arrio ha l'occhio penetrante.» —
— «È molto giovane» — continuò Arrio.
— «Ma è il nostro miglior rematore» — disse l'altro. — «Ho veduto il suo remo piegarsi quasi a rompersi in due.» —
— «Come si comporta?» —
— «È obbediente; altro non so. Una volta mi chiese un favore.» —
— «Quale?» —
— «Voleva che gli cambiassi posto, alternandolo da destra a sinistra.» —
— «Spiegò le sue ragioni?» —
— «Aveva osservato che gli uomini che lavorano sempre dalla medesima parte diventano deformi. Aggiunse che in un giorno di tempesta o di battaglia avrebbe potuto sorgere la necessità di cambiargli improvvisamente di posto, e allora egli sarebbe stato inservibile.» —
— «Per Pol! L'idea è nuova. Che altro hai osservato in lui?» —
— «È più pulito dei suoi compagni.» —
— «In questo egli è Romano» — approvò Arrio. — «Non conosci la sua storia?» —
— «Neppure una parola.» —
Il tribuno rimase pensieroso alcuni istanti e si volse per tornare al suo posto.
— «Se io fossi sul ponte quando egli ritorna al lavoro» — disse, — «mandalo a me. Venga solo.» —
Due ore dopo Arrio si trovava sotto l'aplustre della galera, nella condizione d'animo di chi, sentendosi trascinato rapidamente verso un evento importante, non può far nulla fuorchè aspettare, condizione d'animo in cui la filosofia investe l'uomo di quella calma ed indifferenza di cui ha tanto bisogno. Il pilota teneva in mano le corde che governavano le due ruote del timone, una a ciascun fianco della nave. Alcuni marinai dormivano all'ombra che proiettava la vela, e in alto, sopra l'antenna, vigilava una sentinella. Alzando gli occhi dall'orologio a sole fisso sotto l'apalustre, che serviva a indirizzare il corso della nave, Arrio vide avvicinarsi il rematore.
— «Il capo ti chiama il nobile Arrio, e mi disse che tu hai chiesto di me. Son venuto.» —
Arrio esaminò la figura, alta muscolosa, colorita dal sole e dal sangue che tumultuava impetuoso nelle vene, la guardò con ammirazione, pensando all'arena; ma il portamento e la voce non rimasero senza un certo effetto. La voce rivelava una vita trascorsa in un ambiente elevato e fine; gli occhi erano chiari ed aperti, più curiosi che fieri, e allo sguardo sapiente, scrutatore, imperioso, del tribuno, non's'abbassarono nè mostrarono alcun segno di vergogna, d'ira o di minaccia. Come tacito riconoscimento dell impressione favorevole in lui prodotta, il Romano parlò non come padrone a schiavo, ma come uomo più vecchio ad uno più giovane.
— «L'hortator mi dice che tu sei il suo miglior rematore.» —
— «L'hortator è molto buono» — rispose il forzato.
— «Hai servito a lungo?» —
— «Quasi tre anni.» —
— «Ai remi?» —
— «Non mi rammento un giorno di interruzione.» —
— «La fatica è grande: pochi uomini la sopportano un anno senza ammalarne, e tu... tu sei ancora un ragazzo!» —
— «Il nobile Arrio dimentica che lo spirito aggiunge tenacia al corpo. Col suo aiuto talora il debole vive là dove un forte perirebbe.» —
— «Il tuo accento ti dice Ebreo.» —
— «I miei avi furono Ebrei prima che Roma esistesse.» —
— «L'ostinato orgoglio del tuo popolo non ti manca» — disse Arrio, osservando un lampo nell'occhio del rematore.
— «L'orgoglio è più vivo quando è cinto di catene.» —
— «E quale ragione hai d'essere orgoglioso?» —
— «L'essere Ebreo.» —
Arrio sorrise.
— «Non fui mai a Gerusalemme» — disse; — «ma ho sentito parlare dei suoi principi. Ho conosciuto uno di essi. Era mercante e veleggiava sui mari. Era degno di essere un Re. Di qual condizione sei tu?» —
— «Devo risponderti dal banco della galera. Sono uno schiavo. Mio padre era un principe di Gerusalemme, e quale mercante, veleggiava sui mari. Era conosciuto e stimato nel palazzo del grande Augusto.» —
— «Il suo nome?» —
— «Ithamar, della casa di Hur.» —
Il tribuno alzò la mano in atto di stupore.
— «Un figlio di Hur, tu?» —
Dopo una pausa, domandò:
— «Qual delitto ti ha condotto qui?» —
Giuda lasciò cadere il capo sul petto che ansava come per schiantarsi. Quando ebbe ripreso padronanza di sè, guardò in faccia il tribuno, e rispose:
— «Fui accusato di aver voluto assassinare Valerio Grato, Procuratore.» —
— «Tu! — «esclamò Arrio, ancor più stupito e facendo un passo indietro. — «Tu quell'assassino! Tutta Roma parlò di quel fatto. La notizia giunse alla mia nave sul fiume di Londra.» —
I due si guardarono in silenzio.
— «Io credevo che la famiglia Hur fosse scomparsa dalla faccia della terra,» — riprese Arrio.
Un fiume di meste rimembranze attraversò il cuore del giovane, abbattendo il suo orgoglio; lacrime gli scintillarono negli occhi.
— «Madre! Madre! O piccola Tirzah! Dove sono? O tribuno, nobile tribuno, se tu sai qualche cosa di loro — giunse le mani in atto di preghiera — dimmi tutto, tutto. Dimmi se sono in vita, e dove, e in qual condizione? Ti supplico, parla!» —
Si avvicinò ad Arrio, sino a toccargli il mantello.
— «Oh! il terribile giorno di tre anni fa,» — continuò — «tre anni, o tribuno, e ogni giorno tutta una intera vita di miseria — una vita di patimenti allietata da nessun raggio di speranza, da nessuna parola. Oh, se, dimenticati, potessimo dimenticare! Se potessi obliare quella scena: mia sorella strappata a me, l'ultimo sguardo di mia madre! Io ho sentito l'alito della peste, e il cozzo di navi in battaglia; ho udito l'uragano flagellare le onde, ed ho riso, riso mentre gli altri pregavano: la morte era un dono invocato. Chino sul remo, nello sforzo quotidiano delle braccia, tentavo di cancellare dalla mia mente quei ricordi... Scusa, o tribuno. Poca cosa ti domando! Dimmi almeno che sono morti, perchè felici non possono essere finchè sanno che io sono perduto. Io ho udito la loro voce chiamarmi di notte; li ho visti camminare sulle acque. O inestinguibile amore materno! E Tirzah, innocente come un giglio, come il giovine ramo della palma, così fresca, così graziosa, così bella! Era il sole della mia giornata. La sua voce era una musica. E mia fu la mano che le trasse in rovina! Io....» —
— «Ammetti la tua colpa?» — chiese Arrio severamente.
Un cambiamento improvviso avvenne in Ben Hur. La sua voce si fece squillante; le mani si alzarono coi pugni serrati; ogni fibra trasalì; gli occhi scintillarono.
— «Tu hai udito parlare del Dio dei miei padri,» — egli disse, — «dell'infinito Jeova. Per la sua verità e onnipotenza, per l'affetto con cui ha protetto Israele, io giuro che sono innocente!» —
Il tribuno era commosso.
— «O nobile Romano!» — continuò Ben Hur — «dammi un po' di fede, rischiara la densa oscurità ch'è scesa su di me!» —
Arrio camminò pensieroso sul ponte.
— «Fosti condannato in giudizio?» — chiese improvvisamente.
— «No.» —
Il Romano alzò la mano, stupito.
— «Nessun giudizio, nessun testimonio! Chi ti condannò?» —
Ricordiamo che il culto della giustizia presso i Romani fu fortissimo appunto nel periodo della loro decadenza.
— «Mi legarono, e mi trascinarono in una prigione della Torre. Non vidi nessuno. Nessuno mi parlò. Il giorno dopo mi portarono sulla riva del mare. Sono stato un galeotto da allora in poi.» —
— «Che cosa avresti potuto provare in tua discolpa?» —
— «Ero un ragazzo troppo giovane per esser cospiratore. Grato mi era sconosciuto. Se io voleva assassinarlo, quello non era il momento o il luogo. Cavalcava di pieno giorno in mezzo a una legione; la fuga sarebbe stata impossibile. Io apparteneva ad una famiglia fedele amica di Roma. Mio padre godeva l'affetto di Augusto. Eravamo ricchi, e la rovina certa, per me, per mia madre e mia sorella. Finalmente la legge, che per un figlio d'Israele è come l'aria per i polmoni, mi avrebbe arrestato la mano, se avessi avuto tale intento. Non ero pazzo. La morte era preferibile alla vergogna, e, credimi, lo è ancora oggi.» —
— «Chi era teco quando avvenne il fatto?» —
— «Io mi trovava sul tetto del palazzo, il palazzo di mio padre. Tirzah era con me, al mio fianco, tutta candore e gentilezza. Insieme sporgemmo il capo sopra il parapetto per vedere passare la legione. Una tegola scivolò sotto la mia mano e cadde sopra Grato. Credetti d'averlo ucciso. Oh quale spavento fu il mio!» —
— «Dov'era tua madre?» —
— «Nella sua camera.» —
— «Che avvenne di lei?» —
Ben Hur strinse i pugni e con voce strozzata rispose:
— «Non so. La vidi trascinata via dai soldati e nulla ne seppi più. Dalla casa cacciarono ogni creatura vivente, fino gli animali domestici, e sigillarono le porte, con l'intento che essa non ritornasse. Io pure chiesi di lei. Oh una sola parola! Essa almeno era innocente. Io posso perdonare, ma.... ti chieggo scusa, nobile tribuno! Uno schiavo come me non dovrebbe parlare di perdono o di vendetta. Sono condannato al remo per tutta la vita!» —
Arrio aveva ascoltato con grande attenzione. Chiamò in aiuto la sua grande esperienza in materia di schiavi. Se i sentimenti così dimostrati erano falsi, il forzato era un istrione perfetto; d'altra parte, se fossero veri, l'innocenza dell'Ebreo non era dubbia, e, se innocente, quale terribile vendetta era stata presa di un atto fortuito! Un'intera famiglia soppressa! Questo pensiero lo fece raccapricciare.
La vita rozza e spesso sanguinosa del tribuno non aveva soffocato le sue buone qualità morali. Poteva essere inesorabile quando il suo dovere lo richiedeva, ma era anche giusto. E contro qualunque ingiustizia l'animo suo si ribellava. Gli equipaggi delle navi in cui aveva tenuto comando lo chiamavano il buon tribuno, ottima definizione del suo carattere.
In questo caso molte circostanze militavano in favore del giovane. Forse Arrio conosceva Valerio Grato senza amarlo; forse aveva conosciuto il padre Hur. Giuda gli aveva fatta questa domanda, e, il lettore se lo ricorderà, egli non aveva risposto.
Il tribuno si trovava in imbarazzo ed esitava. Il suo potere era illimitato; era padrone del bastimento. La pietà e la giustizia insieme lo spingevano a compiere un atto di doverosa riparazione. Ma, d'altra parte, diceva fra sè, non c'era fretta, o piuttosto c'era fretta, per arrivare a Citera; non si poteva privare la nave del suo miglior rematore; poteva aspettare; apprendere qualche cosa d'altro; almeno avrebbe voluto assicurarsi che fosse il principe Ben Hur. Di solito gli schiavi erano bugiardi.
— «Sta bene» — disse finalmente. — «Ritorna al tuo posto.» —
Ben Hur s'inchinò; levò gli occhi in faccia al suo padrone, ma non vi lesse motivo di sperare, fece per andarsene, poi si voltò e disse:
— «Se tu ti ricorderai ancora di me, o tribuno, pensa che io ti pregai solo di una parola che mi rivelasse ove fossero mia madre, mia sorella.» — Poi continuò il suo cammino.
Arrio lo seguì con l'ammirazione negli occhi.
— «Per pol!» — pensò — «Che corpo adatto per l'arena! Che corridore! O Dei, che braccio per la spada ed il cesto! — «Fermati,» — soggiunse ad alta voce.
Ben Hur si fermò, ed il tribuno gli si avvicinò.
— «Se fossi libero, che cosa faresti?» —
— «L'illustre Arrio si prende giuoco di me!» — esclamò Giuda con le labbra tremanti.
— «No, per gli Dei, no!» —
— «Allora risponderò con gioia. La mia vita avrebbe un solo scopo: Cercare mia madre e Tirzah. Ogni giorno, ogni ora destinerei a questo intento, finchè non le restituissi alla felicità. Le servirei come uno schiavo. Molto hanno perduto; ma, per il Dio de' miei padri, procaccerei loro il doppio!» —
Questa risposta non era attesa dal Romano. Per un istante smarrì la sua presenza di spirito.
— «Io parlava alla tua ambizione» — disse — «se tua madre e tua sorella fossero morte o irreperibili, che cosa faresti?» —
Un pallore cinereo apparì sul volto di Ben Hur, e i suoi occhi vagavano sul mare. Con uno sforzo vinse la momentanea debolezza e si volse al tribuno.
— «Che professinone seguirei?» — chiese.
— «Sì.» —
— «Tribuno, ti parlerò apertamente. La prima notte di quella terribile giornata di cui ti parlai, ottenni il permesso di diventar soldato. Non ho mutato pensiero; e in tutto il mondo vi è una sola scuola di guerra...» —
— «La palestra!» — esclamò Arrio.
— «No; un campo romano.» —
— «Ma prima devi impratichirti nel maneggio delle armi.» —
Un padrone non dovrebbe consigliare il suo schiavo.
Arrio si accorse dell'errore, e continuò con voce fredda:
— «Ora va» — disse. — «E non fantasticare troppo su quanto è passato fra noi. Forse non ho fatto che scherzare con te, oppure, se ci pensi» — continuò dopo una pausa — «scegli fra la fama di un gladiatore e il servizio militare. Il favore dell'imperatore potrebbe accompagnare la prima, ma non c'è ricompensa per te nel secondo. Tu non sei romano. Va!» —
Poco tempo dopo Ben Hur si trovava nuovamente sul suo banco.
La fatica è lieve se il cuore è leggiero. Il remo sembrò meno pesante a Giuda. La speranza gli ferveva nel cuore. Le ultime parole del tribuno — «Forse non ho fatto che scherzare con te» — erano dimenticate. Il fatto rimaneva che egli era stato chiamato dal grand'uomo e richiesto della sua storia. Questo era il pane di cui Giuda cibava il suo spirito affamato. Qualche cosa di giocondo ne doveva nascere, e le sue labbra mormorarono la preghiera:
— «O Dio! Io sono un figlio di quell'Israele che tu hai tanto amato. Aiutami, ti prego!» —
CAPITOLO IV.
Indice
Nella baia di Antimona, ad Oriente dell'isola di Citera, erano raccolte le cento galere. Dopo aver occupato il primo giorno passandole in rivista, il tribuno fece vela per Nasso, la maggiore delle Cicladi, a mezza strada fra le coste della Grecia e quelle dell'Asia. Da questo punto avrebbe potuto inseguire i pirati sia che rimanessero nell'Egeo o si volgessero al Mediterraneo.
Mentre la flotta, in ordine di battaglia, muoveva verso all'isola, fu vista una galera solitaria avvicinarsi da settentrione. Arrio le andò incontro e dal capitano apprese quei particolari di cui aveva sommamente bisogno.
I pirati appartenevano alle ultime rive dell'Eusino, e della palude Meotide. Avevano fatto i loro preparativi con la massima segretezza, cosicchè la prima notizia che si ebbe di loro fu quando passarono il Bosforo e distrussero la flotta che vi stazionava. Di là all'Ellesponto tutto quanto galleggiava sul mare divenne loro preda. La flotta era composta di circa sessanta galere, quasi tutte triremi, ottimamente armate ed equipaggiate. L'ammiraglio era Greco e Greci erano i piloti, che si dicevano famigliari con tutti i mari d'oriente. Il bottino era incalcolabile. Grande la paura che destavano non solo sul mare ma nei porti. Le città sbarravano le loro porte e di notte armavano di sentinelle le mura. Il commercio era quasi impedito.
— «Dove si trovavano precisamente i pirati?» —
A questa domanda, la più vitale di tutte, Arrio ebbe questa risposta:
— «Dopo aver saccheggiato Efestia sull'isola di Lemno il nemico aveva costeggiato la Tessaglia, e, secondo le ultime notizie, era sparito nei golfi fra l'Eubea e l'Ellade.
Allora la popolazione dell'isola raccolta sulle sommità dei colli, per meglio assistere al raro spettacolo di cento navi procedenti in ordine e di perfetto accordo, vide la prima divisione improvvisamente volgersi a nord, seguita dalle altre, come squadroni di cavalleria moventi in colonna. La notizia delle scorrerie dei pirati era giunta all'isola, e nell'osservare le vele bianche che sparivano lentamente fra Nene e Siro, i più pensierosi fra gli abitanti si rallegravano dello scampato pericolo.
Ciò che Roma afferrava con la mano poderosa sapeva anche difendere: in compenso delle tasse, dava ai popoli sicurezza e protezione.
Il tribuno era più che felice avendo appreso le mosse del nemico, e ringraziò riverente la Fortuna. Essa gli aveva portate notizie certe e rapide, e aveva condotto i nemici in una posizione dove la loro sconfitta sarebbe stata più rapida e completa. Egli sapeva quanto danno una sola galera poteva fare in un mare aperto come il Mediterraneo, e quali erano le difficoltà di rintracciarla e punirla. Più facile sarebbe stata la vittoria e maggiore il merito se avesse potuto d'un colpo distruggere tutta la flotta dei corsari.
Se il lettore esamina una carta qualunque della Grecia e dell'Egeo, vedrà che l'isola d'Eubea o Negroponte giace quasi parallela lungo la classica costa dell'Ellade, come un baluardo avanzato contro l'Asia, lasciando fra sè ed il continente un canale lungo centoventi miglia e largo in media circa otto. Dall'imboccatura settentrionale era passata la flotta di Serse, e da quella erano passati gli audaci corsari dell'Eusino, attratti dalla ricchezza delle città lungo i golfi Pelasgici e Meliei. Arrio pensava di trovarli non distanti dalle Termopili, e decise di accerchiarli da nord e da sud. Il tempo stringeva, e, abbandonando le frutta, i vini e le donne di Nasso, fece spiegare immantinente le vele, spingendo le navi alla loro massima velocità, finchè, sul far della sera, il monte Ocha apparve nero sull'orizzonte e il pilota annunziò vicina la costa dell'Eubea.
Ad un segnale della nave ammiraglia la flotta si arrestò. Quando il cammino fu ripreso, Arrio guidava una divisione di cinquanta galere, con le quali entrò nello stretto, mentre, un'altra divisione, composta di egual numero di navi, rivolse le prore al lato esterno dell'isola, con l'ordine di costeggiarla e di penetrare nello stretto dall'imboccatura settentrionale.
È vero che nessuna delle divisioni eguagliava il numero delle navi nemiche, ma questo svantaggio era compensato da altre considerazioni, non ultima fra le quali la superiorità che alla flotta romana davano la disciplina e l'esperienza militare. Inoltre l'astuto tribuno aveva calcolato, che, se per caso una delle due divisioni fosse sconfitta, l'altra, trovando il nemico fiaccato e malconcio dopo la vittoria, ne avrebbe avuto facilmente ragione.
Intanto Ben Hur continuava la sua vita di rematore. Il riposo nella baia di Antimona gli aveva giovato e lavorava di buona lena. Il capo, sulla piattaforma, era soddisfatto.
In generale gli uomini non sanno quanto conferisca al proprio benessere l'esatta conoscenza di dove si trovano e di dove vanno. La sensazione d'esser perduti è dolorosa; peggio ancora è quella di sentirsi spinti ciecamente verso un punto ignoto.
L'abitudine non aveva a tal punto offuscati i sensi di Ben Hur da non fargli provare questa sofferenza, e, chiuso nel suo carcere angusto, lavorando talora per giorni e notti intere, gli veniva irresistibile il desiderio di conoscere a quale meta ignota si dirigeva la nave; su quali mari, vicina a quali terre si trovava. Ma ora questa curiosità era acuita dalla speranza che il colloquio col tribuno aveva destato nel suo petto. Tendeva l'orecchio ad ogni suono, quasicchè lo scricchiolìo di ogni legno, il sibilo del vento fossero voci che gli potessero parlare; guardava il graticcio sopra il suo capo e quel poco di luce che gli era concessa, come attendendo una spiegazione; e più volte era in procinto di cedere all'impulso di parlare al capo sulla piattaforma, cosa che avrebbe altamente meravigliato quello stolido funzionario.
Nel corso del suo lungo servizio, osservando i pochi raggi del sole che penetravano fin sul pavimento della cabina, aveva imparato a conoscere con una certa approssimazione la direzione in cui moveva la nave. Questo avveniva soltanto nei giorni sereni come quelli che la Fortuna largiva al tribuno, e l'esperimento non aveva fallito dopo la partenza da Citera. Sapendo che si avvicinava alla sua patria, alla Giudea, badava ad ogni deviazione dalla rotta, ed ebbe una vera fitta al cuore quando s'accorse dell'improvvisa piega verso nord, avvenuta, come abbiamo osservato, dopo la partenza da Nasso. La ragione del cambiamento gli era ignota come lo era ai suoi compagni di schiavitù.
Solo una volta in tre anni era salito sul ponte e aveva veduto il mare, e sappiamo quando. Egli non immaginava neppure che dietro alla nave che egli aiutava a spingere veniva una grande flotta in perfetto ordine.
Quando cadde la notte, la direzione continuava ad esser la medesima.
Un profumo d'incenso penetrò dai boccaporti.
— «Il tribuno è davanti all'altare» pensò. — «Siamo dunque alla vigilia di una battaglia?» —
Egli era stato in molte battaglie senza averne veduta una sola. Dal suo banco ne aveva udito il clamore, finchè quei suoni erano diventati famigliari alle sue orecchie come note di musica. Così pure aveva imparato a conoscere molti dei preliminarii della battaglia, principale fra questi, così pei Greci come pei Romani, il sacrifizio agli Dei. I riti erano uguali a quelli che si celebravano all'inizio di un viaggio, e, per lui, come abbiamo visto, erano sempre un indizio e un preavviso.
Una battaglia possedeva per lui e per gli altri forzati un interesse affatto diverso che per i marinai e i soldati. Per quelli poteva significare vittoria o sconfitta, per gli schiavi poteva arrecare un mutamento nella loro condizione, forse la libertà, certamente un miglioramento.
Quando le tenebre si fecero più dense furono accese le lanterne sulle scale, e il tribuno discese dal ponte. Al suo comando i soldati vestirono le loro armature, le macchine furono esaminate; giavellotti, lancie, e freccie ammucchiati sopra il pavimento, insieme a vasi d'olio infiammabile e pece, e a balle di cotone filamentoso.
Da ultimo Ben Hur vide il tribuno salire sopra la sua piattaforma e indossare l'elmo e la corazza, segni indubbi che il combattimento era vicino.
Ad ogni banco era fissa una catena pesante, e con queste l'hortator cominciò ai assicurare i piedi dei rematori, obbligandoli così all'obbedienza, e precludendo, in caso di disastro, ogni possibilità di salvezza.
Un profondo silenzio si fece nella cabina, rotto dapprima solo dal rumore dei remi giranti nei loro sostegni di cuoio. Ogni forzato sentiva l'ignominia dell'atto, e Ben Hur più acutamente degli altri. Ad ogni costo avrebbe voluto evitarlo. Il cigolare crescente delle catene annunziava l'avvicinarsi del capo. Arriverebbe anche a lui; ma il tribuno non sarebbe intervenuto in suo favore?
Questo pensiero, derivante da orgoglio o da egoismo, come il lettore vorrà, si era impadronito violentemente di Ben Hur.
Egli credeva che il Romano sarebbe intervenuto; in ogni modo questa circostanza avrebbe rivelato i sentimenti e le intenzioni di lui. Se, intento com'era alla battaglia imminente, avesse pensato a Giuda, sarebbe stato un indizio dell'opinione favorevole che s'era formato, indizio ch'egli lo innalzava tacitamente sopra i suoi compagni, e un tale indizio avrebbe giustificato ogni speranza.
Ben Hur aspettava con angoscia. L'intervallo sembrava un'eternità. Ad ogni colpo di remo, guardava verso il tribuno, che, terminati i preparativi, si era disteso sopra il suo letto a riposare; vedendo la qual cosa il numero sessanta ebbe un impeto d'ira e giurò di non voltarsi più da quella parte.
L'hortator si avvicinava. Era giunto al numero uno, e il cigolar delle catene aveva un suono orribile. Finalmente era la volta del numero sessanta! Calmo nella sua disperazione, Ben Hur arrestò il suo remo e tese il piede all'ufficiale. In quella il tribuno si mosse, si alzò a sedere, fece un cenno al capo.
Un impeto di gioia assalì l'Ebreo. Il grande uomo girò gli occhi sopra di lui e disse alcune parole al capo. Egli non le intese, ma quando tuffò nuovamente il suo remo nell'acqua tutta la nave gli sembrava illuminata da una luce vivissima e nuova. La catena pendeva inerte al suo fianco, e il capo, ritornando alla sua piattaforma cominciò a battere il suo tavolo sonoro. I colpi del martello gli sembravano note di musica. Col petto appoggiato all'impugnatura di piombo, spingeva il remo con tutte le sue forze, finchè il legno si piegava quasi a spezzarsi.
Il capo si avvicinò al tribuno e con un sorriso indicò il numero sessanta.
— «Che forza!» — egli disse.
— «E che animo!» — il tribuno rispose. «Per Pol! Egli lavora meglio senza i ferri. Non mettiglieli più.» —
Così dicendo si adagiò nuovamente sopra il suo letto.
La nave continuava ad avanzare, spinta dai soli remi, attraverso l'onde appena increspate dal vento. Tutto l'equipaggio, tranne le sentinelle, dormiva: Arrio nella sua cabina, i soldati sopra il pavimento.
Una volta, due volte, s'era fatto lo scambio dei rematori, ma Ben Hur non poteva dormire. Tre anni di tenebre ed ora un filo di luce finalmente! Naufrago già sbattuto dalle onde ed ora in vista di un porto! Come un morto che si sveglia improvvisamente alla vita, sentiva in sè tutto il fremito e i brividi della resurrezione. Non era questo il momento di dormire. La speranza del futuro fa dimenticare le suggestioni e gli impulsi che vengono dal presente e dal passato. Partendo dal favore del tribuno, essa lo trascinava per vie fiorite verso orizzonti di porpora e d'oro. Le sofferenze ricompensate; restaurata la sua casa e la fortuna della famiglia; la madre e la sorella strette nuovamente fra le sue braccia, — queste erano le sue idee su cui si imperniavano le sue splendide fantasticherie. Le visioni che la speranza gli dettava, non erano amareggiate da alcun dubbio. Esse esistevano veramente per lui, assumevano tutta la consistenza di cose vere, riempiendo il suo petto di una gioia così profonda, così perfetta, da non lasciare alcun posto a pensieri di vendetta. Messala, Grato, Roma e tutte le tristi memorie che ad essi si connettevano, erano spariti per lui, come cose morte, — miasmi della terra sopra i quali egli s'innalzava leggiero e sicuro, ascoltando il canto delle stelle.
La profonda oscurità che precede l'alba avviluppava le acque e l'Astraea continuava la sua rotta, quando una sentinella, scendendo rapidamente dal ponte, si avvicinò ad Arrio e lo destò. Il tribuno balzò in piedi, indossò l'elmo, la spada e lo scudo e andò dal capo dei soldati.
— «I pirati sono vicini. Affrettatevi!» — egli disse, e, con passo fermo e confidente, salì, per le scale, sul ponte.
CAPITOLO V.
Indice
Tutto l'equipaggio era desto e si preparava al combattimento. Gli ufficiali erano al loro posto. I soldati avevano impugnate le armi e munivano i baluardi, in doppia fila, come i legionarî. Casse di giavellotti e faretre piene di freccie erano ammucchiate sul ponte. Presso al boccaporto centrale erano disposti serbatoi d'olio, e proiettili incandescenti, pronti ad essere lanciati sopra il nemico. Altri fanali furono accesi; apprestate secchie d'acqua per servire in caso d'incendio. I rematori di ricambio stavano schierati davanti al capo ed erano custoditi da alcune guardie. Ben Hur, che fortunatamente si trovava fra essi, tendeva l'orecchio al rumore degli ultimi preparativi e vedeva i marinai che ammainavano le vele, spiegavano le reti, caricavano le macchine, e appendevano gli scudi di cuoio ai parapetti della nave. Quindi un profondo silenzio si fece sulla galera, un silenzio pieno di incerta paura e di attesa.
Un ordine fu dato sul ponte e comunicato attraverso un boccaporto al capo degli schiavi. I remi si arrestarono di colpo.
Che cosa significava ciò?
Ciascuno dei centoventi schiavi incatenati ai banchi si fece questa domanda. Non erano animati da alcun sentimento di amor di patria, da alcun senso d'onore o di dovere. Provavano soltanto il fremito di uomini che una forza cieca e inesorabile spinge incontro ad un pericolo. Il più ottuso di essi si fece questa domanda, ma nessuno pensava a ciò che ne poteva derivare per loro. Incatenati ai banchi, la vittoria non avrebbe che ribadito le loro catene; mentre, in caso di disastro, incendiata o mandata a picco la nave, ne dividevano la sorte.
Ma Ben Hur pensava ad altro. Un suono come un tuffo di molti remi nell'acqua intorno a lui, attirò la sua attenzione. L'Astraea dondolava come in mezzo ad onde che si urtavano da parti opposte. Gli balenò l'idea che una grande flotta fosse vicina, una grande flotta che manovrasse, che si preparasse probabilmente all'attacco. Il sangue gli bollì nelle vene a quel pensiero.
Un altro ordine fu dato sul ponte. I remi si tuffarono nell'acqua e la nave riprese lentamente il suo cammino. Non un rumore si udiva a bordo, non un rumore veniva dal mare, eppure ogni uomo nella cabina si preparò istintivamente all'urto; la nave medesima sembrava averlo intuito e rimaneva silenziosa.
Finalmente un sonoro e prolungato squillo di tromba sul ponte ruppe il silenzio. Il capo abbassò il martello, e i rematori, chini sui remi, raddoppiarono i loro sforzi. La nave si slanciò innanzi, tremando come una creatura animata. Altre trombe si unirono al clamore, quali a destra e a sinistra, quali di dietro; nessuna suonò davanti, donde veniva solo un confuso tumulto di voci e di rumori. Vi fu una scossa violenta. I rematori in piedi, dinanzi al capo, vacillarono; alcuni caddero. La nave rinculò, riprese la spinta e si avventò con novello impeto. Grida alte ed acute di uomini atterriti sorsero d'ogni parte più forti degli squilli delle fanfare e del fracasso dello scontro. Poi, sotto ai piedi, sotto la chiglia, Ben Hur sentì l'urto e il rumore sordo di legname frantumato. I forzati si guardarono in viso. Un urlo di trionfo sorse dal ponte — la prua della nave Romana aveva vinto! Ma chi erano gli infelici che il mare aveva inghiottito? Di qual paese, di qual lingua erano essi?
Nessuna pausa, nessuna fermata. L'Astraea continuò la sua corsa. Alcuni marinai discesero a precipizio le scale, tuffarono le balle di cotone nei serbatoi d'olio e li passarono gocciolanti ai compagni sul ponte. Il fuoco doveva aggiungersi ai terrori del combattimento.
In quella la galera si piegò improvvisamente sopra un fianco cosicchè i rematori della parte opposta a stento poterono conservare il loro equilibrio. Un altra volta risuonò l'urrà dei Romani. Una nave nemica, afferrata dai ganci della grande gru girante sulla prua, veniva alzata nell'aria per esser poi ripiombata nelle onde ed affondata.
Il clamore aumentava d'ogni lato. Di tanto in tanto altri scrosci seguiti da urli di terrore narravano di altre navi mandate a picco con tutto il loro equipaggio.
Ma il combattimento non era tutto favorevole ai Romani. Sovente un soldato o un marinaio erano portati nella cabina e adagiati feriti, talvolta moribondi, sul suolo.
Spesso nuvole di fumo e di vapore, appestate dall'odore di carne abbruciata, si versavano attraverso i boccaporti, avvolgendo la cabina in una densa oscurità, rotta soltanto dal bagliore di qualche fiamma gialla.
Ansando e boccheggiando, Ben Hur sapeva che passavano attraverso le vampe di una nave incendiata, che ardeva con tutti i rematori incatenati ai loro posti.
Improvvisamente l'Astraea si arrestò. I remi balzarono dalle mani dei forzati, ed essi medesimi furono rovesciati dai sedili. Sul ponte risuonò il calpestìo furioso di molti piedi, e ai fianchi si udì lo stritolìo di navi e il frantumarsi di remi. Gli schiavi, si gettarono per terra o strisciarono in cerca di nascondigli. In mezzo a questo panico un corpo umano fu lanciato a capofitto attraverso il boccaporto, ai piedi di Ben Hur.
Egli vide un busto seminudo, una massa di capelli neri spioventi sul viso, e, sotto, uno scudo di vimini e di cuoio: Un barbaro del settentrione, cui la morte aveva tolto vendetta e bottino. Come era venuto in questo luogo? Gli uncini ferrati lo avevano strappato dal ponte nemico? No, l'Astraea era stata arrembata! I Romani combattevano sul proprio ponte. Un brivido prese l'Ebreo. Forse Arrio era assalito, lottava per la propria vita. Se fosse ucciso! Il Dio d'Abramo non lo voglia! Che sarebbero divenute le speranze ed i sogni vagheggiati? Madre, sorella, casa, patria, dovrebbe perderli di bel nuovo? Il tumulto raddoppiò sopra il suo capo; nella cabina tutto era confusione, i rematori paralizzati sui loro banchi, uomini correnti qua e là all'impazzata; solo il capo, seduto davanti al suo tavolo, aspettava impassibile un ordine del tribuno, esempio di quella mirabile disciplina che aveva soggiogato il mondo.
L'esempio fece bene a Ben Hur. Si padroneggiò abbastanza per riflettere. Onore e dovere costringevano il Romano al suo posto, ma per lui queste ragioni non esistevano. Egli era uno schiavo e forse questo era il momento di riacquistare la libertà. A che pro' il sacrificio? Per lui il vivere era un dovere, non il morire. La sua vita apparteneva ai suoi cari. Essi gli apparirono davanti alla fantasia accesa, palpitanti in carne ed ossa, con le mani tese verso di lui. Egli li salverebbe. Si mosse, fece due passi, si arrestò: ahimè! Una condanna romana lo costringeva al suo destino. Mentre essa perdurava, la fuga era inutile. In tutto il mondo non v'era un cantuccio in cui egli potesse dirsi sicuro, in cui non lo avrebbe raggiunto la vendetta di Roma! Inoltre egli aveva bisogno della libertà concessa secondo tutte le formalità della legge, per poter girare senza molestia la Giudea e rintracciare la madre. O Dio! Quanto aveva sperato e pregato per una tale liberazione! Finalmente era apparsa vicina stando alle parole del buon tribuno. E se quel benefattore venisse ucciso? I morti non ritornavano a mantenere le promesse dei vivi. No. Arrio non doveva morire. Meglio, in ogni caso, perire con lui che continuare la vita di forzato.
Un'altra volta Ben Hur girò gli occhi intorno a sè. Sul tetto della cabina la mischia continuava; i fianchi della galera urtavano ancora con quelli della nave nemica. Sui banchi gli schiavi si agitavano, cercando di strappare le loro catene, e tornando vani i loro sforzi, urlavano come pazzi. Le guardie erano salite sopra coperta; la disciplina aveva ceduto il posto al panico. No, il capo sedeva ancora al suo posto, calmo, impassibile, senz'altra arma che il suo martello, col quale invano cercava di richiamare all'ordine gli schiavi. Ben Hur gli rivolse un ultimo sguardo, poi si mosse, non per fuggire, ma per cercare il tribuno.
In due salti si trovò a mezzo della scala e potè vedere alla sfuggita un lembo di cielo infocato, alcune navi vicine, il mare coperto di rottami, il combattimento sulla nave fervente intorno al quartiere del pilota, dove un pugno di Romani si difendeva contro gran numero di assalitori. Quindi, improvvisamente, il terreno gli mancò sotto i piedi, ed egli fu balzato indietro con violenza. Il pavimento della cabina gli sembrò alzarsi e sfasciarsi; poi in un batter d'occhio tutta la parte posteriore dello scafo si divise in due, e sprofondò in mezzo a un tumulto di onde e di spume, nel mare, che avidamente si rinchiuse sopra di esso, trascinandola seco come una paglia.
Non possiamo affermare che il giovane Ebreo avesse contribuito attivamente alla sua salvezza. La sua forza straordinaria e le indescrivibili risorse che la natura tiene in riserbo per momenti di estremo pericolo a nulla gli valsero in quella oscurità, in quel vortice di acqua e di rottami. Lo stesso atto di trattenere il respiro fu un atto meramente istintivo.
Il flusso dell'acqua lo aveva cacciato indietro nella cabina, dove sarebbe morto annegato se non ne fosse stato rigettato per il riflusso seguente. Nell'affondarsi, la enorme massa lo vomitò da uno dei boccaporti e gli permise di riguadagnare la superficie.
Il tempo che aveva passato sott'acqua gli era sembrato un'eternità. Con la bocca spalancata respirò a pieni polmoni l'aria vivificatrice, e gocciolando acqua dai capelli e dagli occhi, si arrampicò sopra una trave che galleggiava dappresso.
La morte lo aveva seguito con avide mani sott'acqua. La morte sotto mille aspetti lo insidiava alla superficie.
Sul mare giaceva una gran nube di fumo, dalla quale tratto tratto apparivano dei punti luminosi, che egli riconobbe per navi incendiate.
La battaglia continuava tuttavia, non si sapeva con quale fortuna. Di tanto in tanto qualche nave gli passava vicino come un'ombra gigantesca. Attraverso la nebbia si udivano scrosci e frastuoni di navi cozzanti.
Ma un altro pericolo più immediato attrasse la sua attenzione. Quando l'Astraea si era sfasciata, il combattimento fra assalitori e assaliti ferveva sopra il suo ponte, il quale era sprofondato insieme con le altre parti della nave. Molti di questi combattenti erano ritornati a galla e avevan ripreso la lotta, servendosi degli appoggi precarî di assi, travi e pezzi d'alberatura. Stretti insieme in abbraccio mortale, si contorcevano disperatamente, si assalivano con spade e giavellotti, sbattuti tutto il tempo dalle onde agitate, trascinati ora in una ora in un'altra direzione da correnti opposte e da vortici, ora all'oscuro, ora illuminati dalla luce macabra delle navi incencendiate.
Ben Hur non aveva nulla a che vedere con quella lotta, e si sforzò di allontanarsi al più presto possibile.
In quella udì il rumore di remi in ritmico movimento e vide una galera avvicinarsi rapidamente. La prora maestosa sembrava doppiamente alta, e la luce rossa che la illuminava le dava l'apparenza di un drago o di un mostro marino. Sotto di essa il mare saliva spumeggiante.
Cacciando la trave innanzi a sè, cercò di portarsi in salvo. Il tempo stringeva, ogni istante era prezioso. In quel momento, a portata della sua mano vide uscire dall'acqua un elmo dorato, poi due mani con le dita tese, mani larghe e forti che cercavano di aggrapparsi alla sua trave. Ben Hur si ritrasse atterrito. Un'altra volta l'elmo si sollevò, poi due braccia si agitarono violentemente. La testa si rovesciò sulle spalle esponendo il volto alla luce. La bocca spalancata, gli occhi aperti, esterrefatti, la pelle divenuta di un pallore cinereo, da moribondo; una visione orribile! Ma Ben Hur diede un grido di gioia a quella vista, e, prima che l'uomo si sprofondasse per la terza volta, l'afferrò per la catena che assicurava l'elmo sotto il mento, e lo tirò verso la trave.
Quell'uomo era Arrio, il tribuno.
Per un istante l'acqua si alzò spumeggiante intorno ad essi, avvolgendoli come in un vortice, durante il qual tempo Ben Hur ebbe molta difficoltà per aggrapparsi alla trave e allo stesso tempo sostenere il corpo del Romano. La galera era passata, e i suoi remi avevan quasi sfiorato i due naufraghi. Dritta in mezzo ai corpi galleggianti dei combattenti era passata, lasciando dietro di sè una scìa che le vampe vicine tingevano di rosso, come la coda fiammeggiante di un serpente. Si udì un fracasso a cui tenne dietro un grido altissimo, disperato. Ben Hur provò un sentimento di gioia selvaggia; l'Astraea era vendicata.
La battaglia si andava allontanando. La resistenza s'era mutata in fuga. Ma chi erano i vincitori? Ben Hur comprendeva che la sua libertà e la vita del tribuno dipendevano dalla risposta. Adagiò il Romano sulla trave e aspettò. L'alba veniva lentamente. Egli ne seguiva il sorgere con una grande speranza, ma anche con timore. Che cosa gli avrebbe essa portato? Se i pirati avessero vinto, la vita del Romano era perduta.
Finalmente la luce sorse in tutta la sua potenza. A sinistra vide la terra, ma troppo lontana per potervi arrivare a nuoto. Qua e là sul mare altri naufraghi come lui galleggiavano aggrappati a rottami. In alcuni punti masse nere e fumanti ingombravano il verde delle acque. A destra, molti cubiti distanti, una galera giaceva sopra il suo fianco, la vela a brandelli, i remi inerti. Più lontano potevasi scorgere delle piccole macchie che si movevano, forse navi che fuggivano o che s'inseguivano, forse uccelli marini dalle ali bianche.
Un'ora passò in questo modo e la sua angoscia crebbe. Se il soccorso tardava, Arrio poteva morire. Qualche volta sembrava già morto nella sua fredda immobilità. Gli tolse l'elmo dal capo, e con grande difficoltà gli sciolse anche la corazza. Il cuore batteva leggermente. Questo segno aumentò le speranze di Ben Hur, che, più fiducioso, si dispose all'attesa.
CAPITOLO VI.
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Il riaversi dallo stato di quasi annegamento è un processo più lungo e più doloroso che non l'annegare medesimo, e Ben Hur provò un intensa gioia quando Arrio fu finalmente in grado di articolare qualche parola. Dopo le prime domande intorno al luogo dove si trovava e come era stato salvato, il pensiero del tribuno corse subito all'esito della battaglia. Il dubbio intorno alla battaglia stimolava la sua intelligenza e contribuì a ristabilirlo in forze come pure l'obbligato riposo a cui lo astringeva la breve superficie della trave. Fra poco potè parlare continuamente.
— «La nostra salvezza dipende dall'esito della battaglia. Io riconosco ciò che tu hai fatto per me. Tu mi hai salvato la vita a prezzo della tua. Io lo risconosco pienamente, e, qualunque cosa avvenga, abbi i miei ringraziamenti. Se la fortuna mi favorisce io farò per te tutto ciò che un Romano autorevole e potente può fare per dimostrare la sua gratitudine. Tuttavia non è ancor detto che con tutta la tua buona volontà tu mi abbia reso un servigio; anzi facendo appello al tuo buon volere» — egli esitò — «debbo chiederti un favore. Tu devi promettermi, nel caso che avvenga un certo evento, di compiere per me il più grande favore che un uomo può rendere a un altr'uomo. Dammi la tua parola.» —
— «Se il favore che mi chiedi è cosa lecita, lo farò» — disse Ben Hur.
Arrio riposò nuovamente.
— «Sei tu davvero un figlio di Hur, l'Israelita?» — chiese poi.
— «Lo sono, come ti dissi.» —
— «Io conobbi tuo padre.» —
Giuda s'avvicinò al tribuno la cui voce si affievoliva. Si avvicinò ascoltando con attenzione. Forse stava per aver notizie di casa.
— «Lo conobbi e lo amai» — continuò Arrio.
Vi fu un'altra pausa, durante la quale i pensieri del tribuno volarono altrove.
— «È impossibile» — proseguì — «che tu, suo figlio, non abbia udito parlare di Catone e di Bruto. Essi furono grandi uomini, massime nella loro morte. Morendo essi lasciarono questa legge: che un Romano non deve sopravvivere alla sua buona fortuna. Mi ascolti?» —
— «Intendo.» —
— «I gentiluomini Romani usano portare un anello. Ne tengo uno al mio dito. Prendilo.» —
Tese la mano verso Giuda che eseguì il suo ordine.
— «Ora metti l'anello al tuo dito.» —
Ben Hur obbedì.
— «Quel gioiello ha un valore» — disse Arrio. — «Io posseggo terre e denaro. Sono un uomo ricco anche secondo i concetti Romani. Non ho famiglia. Mostra l'anello al mio liberto, che amministra i miei beni durante la mia assenza; lo troverai in una villa a Miseno. Digli come ti pervenne, e domandagli quello che vuoi; egli non rifiuterà. Se io vivo farò di più. Ti renderò la libertà, ti restituerò alla tua famiglia; oppure potrai scegliere la professione che più ti aggrada. Mi intendi?» —
— «Ti ascolto.» —
— «Allora giura. Per gli Dei...» —
— «No, tribuno, io sono Ebreo.» —
— «Per il tuo Dio, allora, o secondo la formola più sacra della tua fede, giura che tu farai ciò che io dico. Dammi la tua parola.» —
— «Nobile Arrio, la tua voce mi ammonisce che tu stai per chiedermi cosa di grave momento. Esponi dapprima il tuo desiderio.» —
— «Prometterai?» —
— «Non lo posso prima di sapere ciò che vuoi, e... Benedetto sia il Dio dei miei padri! Ecco una nave!» —
— «Da qual direzione?» —
— «Dal Nord.» —
— «Puoi riconoscere la sua nazionalità da qualche segno esteriore?» —
— «No. Ho servito ai remi.» —
— «Porta una bandiera?» —
— «Non ne vedo.» —
Arrio rimase silenzioso qualche tempo, pensando.
— «Continua la sua rotta verso di noi?» — chiese finalmente.
— «Sì.» —
— «Guarda se vedi la bandiera.» —
— «Non ne ha.» —
— «Nessun altro segno?» —
— «Ha la vela spiegata, ha tre ordini di remi, e corre con grande velocità. Non vedo altro.» —
— «Una nave Romana dopo una vittoria sarebbe coronata di molte bandiere. Deve essere una galera nemica. Ascoltami» — disse Arrio, abbassando ancor più la voce.
— «Ascoltami, finchè posso ancora parlare. Se la galera appartiene ai corsari, la tua vita è salva; forse non ti renderanno la libertà; forse ti porranno ancora al remo, ma non ti uccideranno. D'altra parte io....» —
Il tribuno esitò.
— «Per Pol!» — continuò risolutamente. — «Io sono troppo vecchio per sopportare il disonore. Devi dire a Roma che Quinto Arrio, andò a picco colla sua nave, in mezzo ai nemici, come si conveniva a un tribuno Romano. Questo devi dire. Se la galera si rivela una nave corsara, spingimi giù dalla trave e lasciami annegare. Mi intendi? Giurami che lo farai.» —
— «Io non voglio giurare,» — disse Giuda con fermezza — «e non farò una tale azione. La legge, che governa noi figli d'Israele me lo vieta. Riprendi il tuo anello, o tribuno» — disse togliendosi il sigillo dal dito — «riprendi il tuo anello e tutte le tue promesse. Il giudizio che mi condannò al remo per tutta la vita mi fece schiavo; ma io non sono uno schiavo, e neppure tuo liberto. Sono un figlio d'Israele, e, in questo momento almeno, libero e padrone di me. Riprendi il tuo anello.» —
Arrio non rispose.
— «Non vuoi?» — continuò Giuda. — «Non per collera, o per stizza, intendi, ma per liberarmi da un'obbligazione che mi pesa, io donerò il tuo regalo al mare. Guarda, o tribuno!» —
E gettò l'anello nell'acqua. Arrio udì il tonfo, ma non alzò gli occhi.
— «Tu hai commesso una sciocchezza» — egli disse. — «Pensa alla tua condizione. Io non dipendo da te per morire. La vita è un filo tenue che posso spezzare anche senza il tuo aiuto; e se lo faccio, che avverrà di te? Chi vuol morire, preferisce che la morte gli venga data da altri, perchè, come Platone ci insegna, l'anima si ribella al pensiero del suicidio. Se quella nave appartiene ai pirati, io abbandonerò il mondo. Ho deciso. Sono Romano, e, per me, la fortuna e l'onore sono tutto. Ma io avrei voluto giovarti. Quell'anello era l'unica prova della mia volontà. Tu l'hai buttato via. Ora siamo perduti entrambi. Io morirò col rammarico della vittoria e della gloria strappate; tu vivrai col rimorso di aver rigettato un dono della fortuna che ti avrebbe permesso il compimento de' tuoi doveri. Ti compatisco.» —
Ben Hur vide più chiaramente di prima le conseguenze della sua azione, ma non esitò.
— «In tre anni della mia servitù, o tribuno, tu fosti il primo a rivolgermi uno sguardo gentile. No, no! Ce ne fu un altro.» — La sua voce si abbassò, si fece dolcissima; gli occhi gli si inumidirono, e vide come se la avesse dinanzi, il volto del giovanetto che gli aveva offerto da bere alla fonte di Nazareth. — «Almeno — egli proseguì — tu fosti il primo che mi chiedesti il mio nome; e quando ti afferrai svenuto e quasi annegato, quantunque pensassi ai molti modi in cui potresti essermi utile, la mia azione non fu interamente interessata, credimi.
Di più; i disegni che Dio manifesta devono esser attuati solo con mezzi onesti.
Sulla mia coscienza, preferirei morire con te che ucciderti. La mia risoluzione è ferma al pari della tua, e se tu mi offrissi tutta Roma, o tribuno, e fosse in tuo potere il donarmela, io non ti ucciderei. I tuoi Catoni e i tuoi Bruti sono piccoli fanciulli a petto del Legislatore Ebreo, a cui dobbiamo obbedienza.» —
— «Ma la mia preghiera. Hai tu...» —
— «Il tuo comando avrebbe avuto maggior peso, e neppur quello, mi avrebbe mosso. Ho detto.» —
Tacquero entrambi, aspettando.
Ben Hur osservava la nave. Arrio riposava con gli occhi chiusi, indifferente.
— «Sei sicuro che essa sia una vela nemica?» — chiese Ben Hur.
— «Lo credo» — fu la risposta.
— «Essa si è fermata e ha calato in mare una scialuppa.» —
— «Vedi la sua bandiera?» —
— «Non vi è altro segno da cui si potrebbe conoscere se essa sia Romana?» —
— «Se è Romana, porterebbe un elmo all'estremità dell'albero.» —
— «Rallegrati allora; io vedo l'elmo.» —
Ma Arrio non si rasserenò.
— «Gli uomini della scialuppa stanno raccogliendo i naufraghi. I corsari non sarebbero così pietosi.» —
— «Possono aver bisogno di rematori» — rispose Arrio, pensando forse ad occasioni in cui aveva fatto lo stesso egli medesimo.
Ben Hur osservava attentamente la nave.
— «Essa si muove» — disse.
— «Per dove?» —
— «Alla nostra destra vi è una galera abbandonata. La nave si avvicina ad essa. Le è presso. Manda uomini a bordo.» —
Allora Arrio spalancò gli occhi e si alzò a sedere sulla trave.
— «Ringrazia il tuo Dio,» — disse a Ben Hur, — «come io oggi ringrazio i miei Dei. Un corsaro avrebbe affondata, non salvata quella nave. Da quest'atto e dall'elmo sopra il suo albero, io la riconosco per una galera Romana. La vittoria è mia. La Fortuna non mi ha abbandonato. Siamo salvi. Agita la mano, chiamali. Io sarò duumviro, e tu! Io conobbi tuo padre, e lo amai. Egli era un principe davvero! Egli m'insegnò che un Ebreo non è un barbaro. Io ti condurrò con me, ti adotterò per figlio. Ringrazia il tuo Dio, e chiama i marinai. Presto! Dobbiamo inseguire i pirati. Non uno deve sfuggire.» —
Giuda si alzò sulla trave, agitò la mano, e chiamò con tutto il fiato dei suoi polmoni. Finalmente i marinai della scialuppa lo videro e i naufraghi furono tosto raccolti.
Arrio fu ricevuto a bordo della galera con tutti gli onori dovuti a un vincitore così favorito dalla fortuna. Steso sopra un giaciglio sul ponte udì i particolari della fine della battaglia. Quando gli altri superstiti galleggianti furono salvati, e una guardia posta sulla nave catturata, la galera issò la bandiera ammiraglia, e corse, con quante navi potè raccogliere, a compiere la vittoria. Gli altri cinquanta vascelli discendendo il canale, incontrarono i pirati fuggitivi, e li sconfissero completamente. L'intera loro flotta fu sommersa, venti galere furono catturate.
Al suo ritorno in patria Arrio ebbe una calda accoglienza a Miseno. Il giovane che lo accompagnava attirò tosto l'attenzione degli amici, e alle loro domande per sapere chi egli fosse, il tribuno rispose, narrando con affetto e commozione la storia del suo salvataggio, e presentò lo straniero, omettendo di accennare tutto ciò che si riferiva alla sua vita di forzato. Terminato il suo racconto, chiamò a sè Ben Hur, e disse, ponendogli la mano sulla spalla.
— «Buoni amici, questo è mio figlio ed erede, il quale, dovendo succedermi nella proprietà dei miei beni, — se gli Dei permetteranno ch'io ne lasci — dovrà d'ora innanzi portare il mio nome. Io vi prego di amarlo come amate me stesso.» —
A pena l'occasione si offrì, l'adozione fu formalmente eseguita. In questo modo il nobile Romano tenne la sua promessa con Ben Hur, presentandolo al mondo imperiale. Nel mese successivo al ritorno di Arrio, nel teatro di Scauro fu celebrata con ogni solennità la cerimonia dell'Armilustrium. Fra i trofei più ammirati che occupavano un lato del vasto recinto, spiccavano venti prore e i loro corrispondenti Aplustra, tolti dalle galere catturate; e sopra di esse, in caratteri visibili a tutti gli ottantamila spettatori risaltava scolpita l'iscrizione:
Tolto ai pirati nel Golfo di Euripo
da
Quinto Arrio
Duumviro.
Fine del libro terzo.
LIBRO QUARTO
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Alba. Che se il monarca ingiusto
Si rivelasse?
Regina. Allora attenderei
La sua giustizia; e quei felici i quali
Possono farlo con coscienza franca.
Schiller — Don Carlos.
CAPITOLO I.
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Il mese nel quale ci troviamo è quello di Luglio, nell'anno di grazia 29; il luogo Antiochia, allora regina d'oriente, e, dopo Roma, la più potente, se non la più popolosa città del mondo.
Vuolsi da alcuni che la stravaganza e la dissolutezza di quell'età abbiano avuto la loro origine in Roma, e che di là si siano diffuse in tutto l'impero, di modo che le grandi città non facevano che riflettere i costumi della metropoli Tiberiana.
Su ciò è permesso il dubbio. Sembra piuttosto che la reazione della conquista si sia ripercossa sulla morale dei conquistatori, i quali, in Grecia ed in Egitto, trovarono un'ampia fonte di corruzione; cosicchè lo studioso, che consideri attentamente questo periodo, riporterà l'impressione che la corrente demoralizzatrice movesse da oriente ad occidente, e che appunto questa città di Antiochia, sede antichissima della potenza e dello splendore Assiro, fosse una delle principali sorgenti di questo fiume letale.
Una galera da trasporto avanzava nelle acque turchine del mare, rimontando alla foce dell'Oronte. Era prima di mezzodì, e faceva un caldo intenso, ma ciò non ostante tutti coloro cui era concesso d'occupare il ponte vi si trovavano, e, fra essi, Ben Hur. Cinque anni trascorsi avevano portato il giovane Israelita a perfetta maturità. Quantunque la veste di tela bianca che lo avvolgeva, mascherasse in parte le sue forme, l'aspetto suo poteva dirsi dei più attraenti. Per oltre un'ora egli era rimasto a sedere all'ombra della vela e, durante quel tempo, i suoi compagni di viaggio e i suoi connazionali avevano indarno tentato di farlo parlare. Alle loro domande egli aveva risposto con gravità cortese sì, ma brevemente ed in lingua latina. La purezza del suo accento, la distinzione dei modi e la sua riservatezza, stimolavano vieppiù la loro curiosità. Chiunque attentamente lo osservava non poteva a meno di rimaner colpito del contrasto fra il suo portamento che rispecchiava l'elegante semplicità del patrizio, con certe particolarità personali. Per esempio le sue braccia erano sproporzionatamente lunghe, ed allorquando il rullìo della nave l'obbligava ad afferrare un punto d'appoggio, la grandezza delle sue mani, e la loro straordinaria forza, risaltavano agli occhi; per cui, alla curiosità di sapere chi egli fosse, aggiungevasi quella di conoscere le vicende della sua vita. In altre parole l'aspetto suo indicava chiaramente che egli era un uomo che aveva avuto un passato pieno di avventure.
La galera, nel suo viaggio, aveva toccato uno dei porti di Cipro e ricevuto a bordo un Israelita dall'aspetto rispettabile, tranquillo, riservato e paterno; Ben Hur si azzardò a fargli qualche domanda; le risposte sue gli ispirarono fiducia e diedero luogo ad un colloquio più amichevole. Volle il caso che, mentre la galera avanzavasi nella baja dell'Oronte, due altre navi, già scorte da lontano, la raggiungessero, e nel passare spiegassero delle piccole bandiere gialle, provocando infinite congetture circa il significato di quei segnali. Finalmente un passeggiero si rivolse al rispettabile Israelita per chiedergli schiarimenti in proposito.
— «Sì, conosco benissimo il significato delle bandiere, egli rispose; esse non indicano alcuna nazionalità ma solo i distintivi del proprietario.» —
— «E questo proprietario possiede molte navi?» —
— «Sicuro.» —
— «Voi lo conoscete? —
— «Ho avuto con lui rapporti d'affari.» —
I passeggeri rivolsero uno sguardo interrogativo all'Israelita come in attesa d'altri particolari. Ben Hur ascoltava con grande interessamento.
— «Egli abita in Antiochia» — proseguì tranquillamente l'Ebreo. — «Le sue ricchezze lo hanno reso assai noto ed i commenti sopra il suo conto non sono sempre benevoli.
V'era una volta in Gerusalemme un principe d'antichissima famiglia, di nome Hur....» — Giuda si sforzò di mostrarsi calmo, ma il suo cuore batteva forte.
— «Il principe era un negoziante dotato del genio degli affari. Iniziò molte imprese tanto nel lontano Oriente quanto nei porti d'Occidente. Nelle grandi città possedeva figliali, e quella d'Antiochia era affidata ad un tale, portante il nome greco di Simonide, ma Ebreo di nazionalità il quale si vuole fosse stato uno schiavo della famiglia.
Il padrone annegò in mare, ma, ciò non ostante, il commercio suo continuò senza diminuzione di prosperità. Poco dopo una sventura colpì la famiglia. L'unico figlio del principe, appena adolescente, attentò alla vita del procuratore Grato in una delle vie di Gerusalemme. Il colpo fallì, e del giovane si perdettero le traccie. La vendetta del Romano coinvolse tutta la famiglia e nessun membro di essa fu risparmiato. Il palazzo, chiuso, non serve ormai più che di rifugio ai piccioni; le terre furono confiscate e così pure ogni possesso degli Hur. Fu così che il Procuratore credette d'indennizzarsi della ferita ricevuta, applicandovi un cataplasma d'oro.» —
I passeggieri ridevano.
— «Volete dire ch'egli tenne per sè parte dei beni» — esclamò uno di loro.
« — Così dicono,» — replicò l'Ebreo; — «ripeto solo ciò che ho udito dire, e, per continuare la mia storia, aggiungerò che Simonide, già agente del principe in Antiochia, si mise in breve a commerciare per proprio conto ed in un lasso di tempo incredibilmente breve divenne il primo negoziante della città. Seguendo l'esempio del suo padrone, mandò carovane nell'India ed ora egli ha in mare tante galere quante basterebbero a costituire una flotta regale. Dicono che nessun affare gli sia mai andato a male. I suoi cammelli non muoiono che di vecchiaia, le sue navi non fanno naufragio. Se egli getta un pezzo di legno nel fiume, esso ritorna a lui cangiato in oro.» —
— «E questo da quanto tempo dura?» —
— «Da più di dieci anni.» —
— «Deve pur aver avuto dei mezzi per incominciare.» —
— «Già. Fu detto che il Procuratore non si pigliò che i beni del principe che potè trovare pronti a soddisfare la sua rapacità, cioè cavalli, bestiame, case, terre, stoviglie e messi. Di danaro contante non si trovò traccia, quantunque ve ne debba essere stato in gran quantità. Ciò che ne sia divenuto è tuttora un mistero.» —
— «Ma non per me» — interruppe con un sogghigno un passeggero.
— «Capisco quello che volete dire» — replicò l'Ebreo. — «Lo stesso sospetto è venuto ad altri; anzi è credenza generale che il denaro scomparso abbia costituito il primo capitale del vecchio Simonide. Lo stesso Procuratore è, o almeno era, del medesimo parere, poichè due volte in cinque anni egli ha sottoposto il negoziante alla tortura.» —
Ben Hur strinse con maggior forza la corda alla quale con una mano s'era aggrappato.
— «Si dice» — continuò il narratore — «che quell'uomo abbia tutte le ossa spezzate. L'ultima volta ch'io lo vidi era seduto sopra un divano e sembrava una massa informe sprofondata fra i guanciali.» —
— «Torturato fino a tal punto!» — esclamarono contemporaneamente alcuni uditori.
— «Gli acciacchi naturali non avrebbero potuto deformarlo in quella guisa. Eppure le sofferenze non sortirono alcun effetto. Le uniche parole che gli si poterono strappare, furono che tutto quanto egli possedeva era legalmente suo e ch'egli ne faceva legittimo uso. Egli però è ora garantito contro ogni ulteriore persecuzione da una licenza di commercio firmata nientemeno che da Tiberio.» —
— «Chi sa che cosa l'avrà pagata!» —
— «Quelle navi sono sue» — proseguì l'Israelita, senza badare all'interruzione. — «È uso dei naviganti, allorchè s'incontrano, d'issare bandiere, come per dire: «abbiamo fatto una traversata fortunata.» —
E qui finì la narrazione. Allorchè la galera si trovò più innanzi fra le due sponde del fiume, Giuda chiese all'Ebreo.
— «Come si chiamava il padrone del negoziante?» —
— «Ben Hur, principe di Gerusalemme.» —
— «Che avvenne della famiglia del Principe?» —
— «Il figlio fu imbarcato sulle galere, il che equivale a dire che è morto. Un'anno è il limite ordinario di resistenza. Della vedova e della figlia non si ha contezza e chi ne sa qualcosa non vuol parlare. Probabilmente perirono nelle celle d'uno dei castelli che costeggiano le strade della Giudea.» —
Giuda salutò e si diresse verso il posto del pilota. Egli era così profondamente assorto nei suoi pensieri, che appena s'accorse delle amene sponde del fiume, che per tutto il tratto fra il mare e la città apparivano di una sorprendente bellezza, adorne com'erano di ville ricche al pari di quelle di Napoli, e circondate di orti abbondanti di frutta e di vigneti. Neppure badò alle innumerevoli navi che gli sfilarono davanti, nè ai canti dei marinai. Tutto il cielo era illuminato di una luce rosea, che avvolgeva voluttuosamente la terra e l'acqua; solo egli gemeva, cupo ed oscuro nel volto.
Un istante solamente si scosse, quando qualcuno additò il boschetto di Dafne, visibile da un risvolto del fiume.
CAPITOLO II.
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Allorchè la città fu in vista, i passeggeri, desiderosi di nulla perdere dello spettacolo, si portarono tutti sopra coperta.
— «Il fiume, qui, scorre verso occidente» — spiegava l'Ebreo dall'aspetto venerando, già presentato al lettore. — «Io mi rammento quando le sue acque bagnavano lo zoccolo delle mura; ma come sudditi romani noi abbiamo vissuto in pace, e, come suol avvenire in tempi tranquilli, il commercio si è imposto, ed ora tutta la riva del fiume è occupata da moli e da cantieri. Là — accennando verso mezzogiorno — è il monte Casio, o, come questo popolo preferisce chiamarlo, la montagna d'Oronte, che guarda in faccia al suo gemmello Amno a settentrione; fra loro due giace la pianura d'Antiochia. Più in giù sono le Montagne Nere dalle quali gli acquedotti dei Re ci portano acqua freschissima per inaffiare le strade e per bere, esse sono coperte da foreste piene di uccelli e di belve.» —
— «Ov'è il lago?» — chiese qualcuno.
— «Là, al nord. Vi ci potete recare a cavallo se desiderate vederlo, o meglio, in battello, poichè è unito al fiume da un canale tributario.
— «Il boschetto di Dafne» — disse in risposta ad un terzo interrogatore, — «fu incominciato da Apollo e da lui condotto a termine. Egli lo preferisce all'Olimpo. Chi vi ci si reca e gli dà uno sguardo, uno solo, non se ne parte più. Vi è un proverbio che ne dà la spiegazione:
— «Meglio essere, un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che esser l'ospite d'un Re.» —
— «Allora mi consigliate di starne lontano?» —
— «Io no, vi andrete. Tutti ci vanno; filosofi cinici, baldi giovani, donne e sacerdoti. Sono talmente certo di ciò che farete che oso darvi un consiglio. Non alloggiate in città — sarebbe una perdita di tempo; andate direttamente al villaggio situato al confine del boschetto. Il cammino conduce attraverso un giardino e fra amene fontane. Le amanti del Dio e la figliuola di Peneo lo costruirono; nei suoi porticati, nei sentieri e nei mille ritrovi voi v'imbatterete in tipi, in abitudini, in attrattive, impossibili altrove. Ma ecco le mura della città! Ecco, sono il capolavoro di Xeres, il maestro dell'arte muraria.» —
Tutti gli occhi seguirono la direzione della sua mano.
— «Questa parte fu eretta per ordine del primo dei Seleucidi. Nel corso di 300 anni ha finito col formare una massa sola colla roccia, sulla quale riposa.» —
L'encomio era ben meritato. Alte, solide, e con molti angoli arditi, si curvavano maestosamente in direzione di mezzogiorno.
— «Là, in cima, vi sono quattrocento torri, ognuna delle quali è un serbatoio d'acqua» — continuò l'Ebreo. — «State attenti e vedrete al di là del muro, per quanto alto egli sia, due colline in lontananza, dette le creste rivali di Sulpio, di cui avrete sentito parlare. L'edificio su quella più lontana è la cittadella, occupata costantemente da una legione romana. Dirimpetto, venendo verso di noi, è il tempio di Giove, ed al disotto, la facciata del palazzo del legato, e insieme fortezza, contro la quale un'attacco popolare riuscirebbe innocuo come un soffio di scirocco.» —
Mentre i marinai cominciavano ad ammainare le vele, l'Ebreo proruppe in queste parole: — «Attenti! voi che odiate il mare, e voialtri che avete fatto dei voti, preparate le vostre maledizioni e le vostre preghiere. Quel ponte, laggiù, sul quale passa la strada che conduce a Seleucia, segna il limite della nostra navigazione.
Qui le navi scaricano le merci che vengono poi trasportate a dorso di cammello. Al di là del ponte incomincia l'isola sulla quale Calinico costruì la sua nuova città, congiungendola con cinque grandi viadotti così solidi che gli anni non vi lasciarono alcuna traccia, come nessuna traccia vi lasciarono le innondazioni ed i terremoti. Quanto alla città principale poi, amici miei, basti il dirvi che il ricordo d'averla veduta sarà per tutta la nostra vita una sorgente di felicità.» —
Com'egli finiva di parlare, la nave girò e s'appressò lentamente al molo volgendo il fianco alle mura, e ponendo così in maggior rilievo lo spettacolo pieno d'ammirazione presentato dal fiume in quel punto. Finalmente si gettarono le corde e si ritirarono i remi: il viaggio era compiuto. Ben Hur andò in cerca dell'Ebreo.
— «Permettetemi una parola, prima di accomiatarmi da voi.» —
L'altro acconsentì con un inchino.
— «La storia del vostro negoziante mi ha reso desideroso di vederlo. Il suo nome è Simonide non è vero?» —
— «Sì. Egli è Israelita, quantunque il suo nome sia greco.» —
— «Dove lo si può trovare?» —
L'interrogato gli diede uno sguardo scrutatore prima di rispondere, poi disse: — «Vorrei risparmiarvi una mortificazione. Egli non presta danaro.» —
— «Nè io ne voglio a prestito» — rispose Ben Hur, cui la perspicacia del compagno strappò un sorriso.
Quegli rialzò il capo e si trattenne un momento a riflettere.
— «Si dovrebbe ritenere» — riprese l'Ebreo — «che il più ricco negoziante d'Antiochia dimorasse in una casa degna di tanta ricchezza, ma non è così. Se volete trovarlo di giorno, seguite il corso del fiume fino a quel ponte, laggiù, poi ch'egli si è stabilito in una specie di fabbricato che sembra il contrafforte della muraglia. Di fronte all'entrata vi è un vasto approdo costantemente ingombrato da merci che vanno e vengono. La flottiglia che vi è ancorata è sua. Non potete sbagliare.» —
— «Abbiatevi i miei ringraziamenti.» —
— «La pace dei nostri padri vi accompagni.» —
— «E accompagni voi pure.» —
Così dicendo si separarono.
Due facchini portanti il bagaglio di Ben Hur ricevettero da questi i suoi ordini.
— «Alla cittadella» — esclamò, e quest'indirizzo dava a supporre che egli avesse relazioni militari.
Due grandi vie intersecantisi ad angoli retti dividevano la città in quartieri. Un curioso ed immenso edificio, detto il Ninfeo, sorgeva a capo della via che correva da nord a sud. I facchini lo precedettero camminando alacremente. Quantunque il nuovo arrivato giungesse da Roma, rimase sbalordito alla vista della magnificenza di quella strada. Dall'un lato e dall'altro sorgevano palazzi, e nel mezzo stendevansi doppî colonnati di marmo, con divisioni speciali pel passaggio di pedoni, animali e cocchi; alberi frondosi, fontane a getto continuo, rinfrescavano l'aria. Ben Hur non era in vena di apprezzare pienamente quello spettacolo. La storia di Simonide non gli dava pace. Giunto all'Onfalo — monumento a quattro arcate larghe come le stesse vie, superbamente illustrate da bassorilievi, erette, ed a sè stesso dedicate da Epifane, ottavo dei Seleucidi, — mutò divisamento e disse ai facchini: — «Non andrò alla cittadella questa sera; conducetemi al Khan più vicino al ponte sulla strada di Seleucia.» — La comitiva ritornò sopra i suoi passi ed in breve egli si trovò in una locanda primitiva sì, ma di ampia struttura, a poca distanza dal ponte sotto il quale il vecchio Simonide aveva stabilito la sua dimora. Tutta la notte Ben Hur rimase a giacere sul terrazzo, sempre agitato dallo stesso pensiero, e di tempo in tempo ripetendo a sè stesso «Ora, ora avrò notizie dei miei, di mia madre, della cara piccola Tirzah. Se esse sono ancora al mondo saprò trovarle!» —
CAPITOLO III.
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All'indomani, per tempo, sprezzando le belle vie della città, Ben Hur andò in cerca della casa di Simonide. Dopo essere penetrato sotto l'arco di una torre merlata, passò una fila di moli: di là continuò a camminare lungo il fiume fra una folla di affacendati, finchè, raggiunto il Ponte Seleucio si fermò e diede un'occhiata all'ingiro. Là, immediatamente sotto al ponte, stava la casa del negoziante, una mole di pietra grigia a pareti ruvide, senza alcuno stile, e, come disse appunto il viaggiatore, formando apparentemente il contrafforte della muraglia alla quale s'appoggiava. Due portoni immensi aprentisi sulla facciata, davano accesso al palazzo. Alcuni vani, nella parte superiore muniti di forti inferriate tenevano luogo di finestre. Dai crepacci dondolavano erbe ed arbusti mentre in altri punti un muschio nerastro copriva la pietra nuda. Le porte erano spalancate: attraverso ad esse fluiva ininterrotta e frettolosa la doppia corrente del vasto commercio di Simonide.
Sul molo stavano ammonticchiate merci imballate in varia guisa, e gruppi di schiavi, nudi sino alla cintola, si aggiravano intorno ad esse, intenti al lavoro.
A valle del ponte trovavasi una flottiglia di galere, alcune in atto di caricare, altre di scaricare merci. Da ogni albero sventolava una bandiera gialla. Dalla flottiglia al molo, da nave a nave, gli schiavi passavano e ripassavano chiassosamente. Sull'opposta sponda del fiume, dall'altro capo del ponte, sorgeva dall'acqua una muraglia, al disopra della quale dominavano i fantastici cornicioni e le torricelle del palazzo imperiale occupante l'intiera area dell'isola di cui aveva fatto cenno l'Ebreo nella sua descrizione. Ma per quanto suggestivo fosse lo spettacolo Ben Hur, appena se ne accorse. Egli era tutto assorto nel pensiero che fosse finalmente giunta l'ora d'avere contezza dei suoi, se, come era certo, Simonide era stato in realtà lo schiavo di suo padre. Ma riconoscerebbe egli questi rapporti passati? Ciò equivarrebbe all'abbandono delle sue ricchezze e di quella sovranità commerciale di cui facevan regal mostra il molo ed il fiume, e ciò che era più doloroso ancora, rovinerebbe la sua fortuna, mentre si trovava all'apice di una bellissima carriera. Sarebbe inoltre stato un dichiararsi volontariamente schiavo. L'idea sola d'una tal domanda appariva mostruosa: infatti, ridotta ai minimi termini, essa suonava così: — «Tu sei mio schiavo, dammi tutto quello che hai, te stesso compreso.» — Ciò nonostante Ben Hur attingeva forza per l'imminente colloquio dalla coscienza dei proprii diritti e dalla speranza che gli batteva in cuore. Se la storia narratagli era vera, Simonide e tutti i suoi beni gli appartenevano. Ma le ricchezze, ad onor del vero, non gl'importavano affatto. Allorchè si avanzò risoluto verso la porta egli aveva già in cuor suo giurato, che, purchè ottenesse notizie di sua madre e di Tirzah, avrebbe lasciato libero Simonide, nè altro gli avrebbe chiesto.
Senza esitare più oltre, penetrò nella casa.
L'interno era semplicemente quello d'un vasto deposito, diviso in riparti ove in buon ordine merci d'ogni genere si trovavano immagazzinate. Quantunque la luce fosse fioca e l'aria soffocante, vi si lavorava alacremente, e qua e là scorgevansi operai con seghe e martelli occupati a preparare casse d'imballaggio. Egli seguì lentamente una specie di sentiero attraverso i cumuli di merci, chiedendo a sè stesso se veramente l'uomo, del cui genio vedeva intorno a sè tante prove, era mai stato lo schiavo di suo padre: se sì, a qual classe egli aveva appartenuto? Se Israelita, era egli figlio d'un servo? Forse un debitore o figlio d'un debitore? ovvero sarebbe egli mai stato condannato e venduto per furto? Questi pensieri, che gli attraversavano la mente non scemarono — forse sembrerà strano — menomamente il rispetto e l'ammirazione che sentiva crescere in sè pel negoziante.
Un uomo gli venne incontro e gli chiese:
— «Che cosa desiderate?» —
— «Vorrei parlare con Simonide, il negoziante.» —
— «Favorite da questa parte.» —
Percorrendo parecchi vani, lasciati sgombri dalle casse o dalle balle di mercanzia, arrivarono ai piedi di una scala, che li condusse sopra il tetto del magazzeno. Ad un lato di questo sorgeva l'abitazione di Simonide, un ampio fabbricato dal tetto pure terminante a terrazza, dall'ampio cornicione del quale Ben Hur vide con sorpresa pendere fiori ed arbusti bellissimi. Anche il terrazzo del magazzeno era ordinato a giardino, adorno di cespugli di rose persiane, delle quali Ben Hur aspirava con voluttà il dolcissimo profumo. Entrati nella casa e passato una specie di corridoio, tenuto in semi-oscurità, si arrestarono davanti ad una cortina in parte sollevata, mentre la guida annunziò ad alta voce:
— «Un forestiero che vuol vedere il padrone.» —
Una voce limpida rispose:
— «Lasciatelo entrare, in nome di Dio.» —
Il locale in cui Ben Hur entrò sarebbe stato chiamato atrium da un Romano. Le pareti erano rivestite di tavolati di legno, da cui sporgevano scaffali e riparti, come si usano ancor oggi nelle case di commercio, ripieni di fogli polverosi ed ingialliti dal tempo. Al di sopra e al di sotto dei tavolati, correvano eleganti cornici di legno, in origine bianche, ora brune e polite. Il soffitto era a volta, con una cupola centrale ricoperta da centinaia di lastre di mica violacea, che diffondeva una luce deliziosamente tranquilla per tutta la stanza. Il pavimento era coperto da tappeti grigi, dal pelo così lungo e morbido che i piedi vi si sprofondavano e il rumore dei passi era inavvertibile. In mezzo alla camera, rischiarate da quella luce calma, stavano due persone; un uomo seduto in un seggiolone dallo schienale alto e foderato da soffici cuscini; alla sua destra, appoggiata alla seggiola, una fanciulla nella primavera della età. Alla loro vista Ben Hur sentì il sangue martellargli le tempie ed arrossirgli le gote. Si inchinò, parte per rispetto, parte per guadagnar tempo. Così facendo vide un gesto di sorpresa dell'individuo seduto, e un tremito che al suo apparire ne scosse la persona. Quando Ben Hur rialzò il capo, questi segni di emozione erano spariti, e l'unico cambiamento del quadro dinanzi a sè era avvenuto nell'atteggiamento della giovinetta, che ora teneva la mano appoggiata leggermente alla spalla del vecchio. Entrambi lo guardavano attentamente.
— «Se siete Simonide, ed Ebreo» — Ben Hur esitò — «che la pace del Dio di nostro padre Abramo sia con voi e coi vostri.» — Quest'ultima parte era rivolta alla giovine.
— «Io sono Simonide, Ebreo di nascita» — rispose l'altro con voce chiara e sonora. — «Vi contraccambio i saluti e nello stesso tempo vi prego di dirmi con chi ho l'onore di parlare.» —
Ben Hur guardò il suo interlocutore, e invece di una figura umana vide un corpo deforme, sprofondato nei cuscini, coperto d'un mantello di seta scura trapunta; ma su quelle povere carni si ergeva una testa di apparenza regale — la testa ideale d'un uomo di Stato o di un conquistatore — una testa larga alla base e dalla fronte nobile ed ampia, quale Michelangelo avrebbe modellato in una statua di Cesare. Bianchi capelli inanellati gli scendevano sulle tempie accentuando l'intensità dello sguardo di due occhi nerissimi e lucenti. Il volto era scolorito. Le gote gonfie erano poste in maggiore rilievo da profonde rughe. In una parola la testa ed il volto indicavano essere quegli un uomo più atto a muovere il mondo che a lasciarsene smuovere, un uomo capace di sopportare dodici volte le torture che lo avevano ridotto in quello stato, senza lasciarsi sfuggire un lamento e molto meno una confessione; un uomo che rinuncerebbe alla vita ma non mai a un suo proponimento; un uomo invulnerabile tranne nei suoi affetti. A lui Ben Hur stese la mano col palmo rivolto all'insù come offrente pace nel tempo stesso che pace chiedeva.
— «Io sono Giuda, figliuolo di Ithamar, l'ultimo capo della casa di Hur, principe di Gerusalemme.» —
La destra del negoziante uscì dal mantello; era una mano lunga e sottile, dalle articolazioni deformate dai tormenti. Essa si schiuse con forza, ma fu quello l'unico segno di sorpresa e d'emozione dato dal vecchio. Con voce calma egli disse:
— «I principi di Gerusalemme, principi del sangue, sono sempre i benvenuti in questa casa; siatelo voi pure. Ester appressa una sedia per questo giovane.» —
La fanciulla avanzò un'ottomana che le era vicina, ed in quest'atto i suoi sguardi s'incontrarono con quelli di Ben Hur.
— «La pace del Signore sia con voi» — diss'ella modestamente — «sedete e riposate.» —
Essa non aveva indovinato lo scopo della sua visita. Le facoltà della donna non si spingono molto lontano. È solo nei sentimenti più delicati, come la pietà, la compassione, la riconoscenza che il suo intuito ha del meraviglioso. La giovine era semplicemente convinta che il forastiero soffrisse di qualche ignoto dolore, e che fosse venuto in cerca di sollievo e di conforto. Ben Hur non approfittò del sedile offertogli, ma continuò in tono di profondo rispetto.
— «Prego messer Simonide di non ritenermi importuno. Nel risalire il fiume appresi che egli conobbe mio padre.» —
— «Conobbi infatti il principe Hur. Fummo associati in parecchie imprese commerciali, in terre lontane, alcune oltre il mare e il deserto. Ma vi prego, sedete; tu, Ester, dagli del vino. Neemia parla di un figlio di Hur che ai suoi tempi era padrone di mezza Gerusalemme; è una stirpe antica, molto antica ed illustre. Persino ai tempi di Mosè e Giosuè qualcuno del loro sangue trovò grazia negli occhi del Signore, e divise gloria ed onore con quei sommi. Non sia detto che il discendente di una tal famiglia rifiuti un calice del puro vino di Sorek, cresciuto sui fianchi delle colline di Ebron.» —
Appena terminate queste parole, Ester si avvicinò a Ben Hur con un calice d'argento che essa aveva riempito da un'anfora posta sul tavolo vicino e glielo presentò, abbassando gli occhi. Egli le toccò leggermente la mano in segno di diniego. Di nuovo i loro sguardi si incontrarono, e questa volta egli notò che la fanciulla era piccola di statura, arrivando a pena alle sue spalle, ma assai graziosa, con un volto regolare, al quale due occhi neri davano l'espressione di una grande soavità. — «Essa è bella e buona» — mormorò Hur. — «E forse Tirzah le assomiglierebbe se fosse viva. Povera Tirzah!» — Quindi a voce alta:
— «No. Tuo padre, se egli è tuo padre....» —
— «Io sono Ester, figlia di Simonide» — rispose con dignità la fanciulla.
— «In tal caso, buona Ester, tuo padre, dopo aver ascoltata la mia storia, non mi stimerà meno per aver esitato ad accettare questo suo prezioso liquore, come pure spero di non scapitare ai tuoi occhi. Ti prego, rimani qui un istante ancora.» —
Entrambi, quasi provassero lo stesso impulso, si rivolsero simultaneamente al negoziante: — «Simonide!» — esclamò con fermezza Ben Hur — «mio padre aveva alla sua morte un servo fidato dello stesso tuo nome e mi si è detto che tu sei quello!» —
Vi fu un sussulto delle povere membra martirizzate e di nuovo la scarna mano si chiuse.
— «Ester, Ester!» — tuonò la voce severa del vecchio — «Qui, vicino a me, se sei figlia di tua madre; Qui, dico, non là!» —
La ragazza guardò un istante or l'uno or l'altro; poscia ripose il calice sulla tavola e, sommessa, riprese il suo posto presso il padre, con un'espressione di meraviglia, non scevra di apprensione.
Simonide alzò la mano sinistra e la pose in quella della figlia che affettuosamente gli accarezzò la spalla, indi soggiunse tranquillamente: — «Sono invecchiato nel commercio cogli uomini — invecchiato innanzi tempo; è un'amara ma salutare lezione che ho appreso con gli anni e la diffidenza verso i miei simili. Che il Dio d'Israello abbia pietà di chi sul finire della vita è costretto a parlare così! Gli oggetti della mia affezione sono pochi. Uno di essi è questa creatura, la quale» — qui avvicinò alle labbra la mano che teneva nella propria, con un'espressione sul cui significato non poteva esservi dubbio — «a tutt'oggi fu disinteressatamente mia, e che mi fu di sì dolce conforto che il suo abbandono mi ucciderebbe.» —
Il capo d'Ester s'abbassò e la guancia sua sfiorò il volto del padre.
— «L'altro oggetto del mio affetto non è che una memoria, di cui posso dire, che, pari a una benedizione di Dio, essa potrebbe abbracciare una intera famiglia, purchè» — qui la sua voce si fece fioca e tremula — «purchè sapessi dove questa si trova.» —
Acceso in volto, Ben Hur fece un passo avanti e proruppe con impeto: — «Mia madre e mia sorella! oh sì, è di loro che parlate!» —
Ester, quasicchè quelle parole fossero state rivolte a lei, alzò il capo, ma Simonide, ripresa la sua calma abituale, rispose con freddezza:
— «Ascoltatemi fino alla fine. In nome di quegli oggetti del mio amore a cui accennai, prima ch'io ti risponda circa i miei rapporti col principe Hur, dammi le prove della tua identità. Le tue testimonianze sono atti scritti o persone viventi?» —
La domanda era chiara e la sua ragionevolezza indiscutibile. Ben Hur arrossì, giunse le mani, balbettò e si smarrì. Simonide continuò incalzandolo.
— «Le prove, le prove, dico! Portamele e mettile davanti ai miei occhi.» —
Ben Hur ammutolì. Egli non aveva preveduto questa domanda, ed ora per la prima volta gli si affacciò la terribile verità che i tre anni trascorsi sulla galera lo avevano privato di tutte le prove circa la sua identità. Quinto Arrio era il solo che conoscesse la sua storia e che avrebbe potuto deporre in suo favore. Ma, come risulterà qui appresso, il prode romano era morto. Giuda aveva altre volte provato il peso della sua condizione solitaria, ma, mai come in questo momento, ne provò tutta la gravezza.
Compreso della propria superiorità Simonide rispettò il suo dolore e lo guardò in silenzio.
— «Messer Simonide» — diss'egli alfine. — «Io posso narrarvi la mia storia. Ma voi dovete promettermi di sospendere il vostro giudizio fino al suo termine, e di ascoltarmi con benevolenza.» —
— «Parla,» — fece Simonide, ora padrone della situazione. — «Parla, ed io t'ascolterò tanto più volentieri che non ho negato che tu sia la persona che affermi d'essere.» —
Ben Hur imprese a raccontare le sue vicende a sommi capi e rapidamente, ma con quel calore e intensità di sentimento che sono fonte d'ogni eloquenza.
Siccome i casi suoi ci sono noti fino al suo sbarco a Miseno in compagnia di Arrio ritornato vittorioso dall'Egeo, lo seguiremo nel suo racconto solo a partire da quel punto.
— «Il mio benefattore era amato e stimato dall'imperatore il quale lo colmò di meritate ricompense. I mercanti d'Oriente contribuirono con magnifici doni ed egli divenne ricchissimo fra i ricchi di Roma. Ma può un'Ebreo dimenticare la propria religione, o il proprio luogo di nascita, la terra santa dei suoi padri? L'ottimo uomo mi adottò qual figlio secondo il rito formale della legge ed io lo rimeritai del mio meglio; nessun figlio fu più scrupoloso nell'adempiere ai suoi doveri verso il proprio padre. Egli voleva fare di me un'erudito. Nell'arte, nella filosofia, nella rettorica, e nell'eloquenza, egli m'avrebbe fatto istruire da famosi maestri. Rifiutai perchè ero Ebreo, perchè non potevo dimenticare il Signore Iddio, la gloria dei Profeti e la città costruita sui colli da Davide e da Salomone. Oh, voi mi domanderete perchè io accettai i beneficii del Romano? Io l'amava, e poi io pensava mercè il suo aiuto, di porre in moto tali influenze che mi svelassero il mistero avvolgente il destino di mia madre e di mia sorella. A queste ragioni se ne aggiunse una terza, di cui altro non dirò se non che io desiderava di conoscer l'arte della guerra. Nelle palestre e nei circhi mi affaticai non meno che sul campo, e tanto negli uni come negli altri resi illustre il mio nome, nome che però non è quello dei miei padri. Meritai corone in gran copia, che ora fregiano le pareti della villa di Miseno, e tutte mi vennero nella mia qualità di figlio del duumviro Arrio. Solo sotto quel nome sono conosciuto dai Romani. Io non perdeva mai di vista il mio segreto; intanto lasciai Roma per venire ad Antiochia per accompagnare il console Massenzio nella campagna ch'egli sta preparando contro i Parti.
Pratico dell'uso di tutte le armi, voglio ora procurarmi quelle cognizioni superiori necessarie ad un duce alla testa di eserciti. Il console mi ha ammesso nella sua famiglia militare. Ma ieri, mentre la nostra nave entrava nell'oriente incontrammo due legni spieganti bandiere gialle. Un mio connazionale, e compagno di viaggio da Cipro, ci spiegò che quelle navi appartenevano a Simonide, il gran negoziante d'Antiochia, ci parlò della sua vita e dei meravigliosi successi ch'egli ha riportati nei suoi commerci, ci parlò delle sue flotte, delle sue carovane e dei loro viaggi; finalmente, ignorando ch'io fossi più interessato nell'argomento degli altri uditori, disse che Simonide era un Ebreo, altre volte servo del principe Hur e neppure tacque delle crudeltà di Grato nè dello scopo di tali crudeltà.» —
A quest'allusione Simonide lasciò cadere il capo fra le mani, e sua figlia, come per nascondere l'emozione di entrambi abbassò il volto sul collo del padre. Questi alzò subito gli occhi e con voce chiara esclamò:
— «Sto ascoltando.» —
— «Oh, buon Simonide,» — replicò Ben Hur facendosi avanti ed esprimendo nel volto la sua interna commozione. — «Io vedo che tu non sei convinto e che ancora diffidi di me.» —
Il negoziante si mantenne rigidamente immobile e muto.
— «E vedo non meno chiaramente le difficoltà della mia posizione» — continuò Ben Hur. — «Posso bensì provare le mie relazioni con Roma; non ho che a rivolgermi al console attualmente ospitato dal governatore della città, ma non posso darti le prove che tu mi domandi. Non posso provare che io sono il figlio di mio padre. Coloro che lo potrebbero attestare sono tutti morti o scomparsi.» —
Si nascose il volto fra le mani, finchè Ester, porgendogli nuovamente il calice che prima aveva respinto, gli disse: — «Il vino è della patria nostra che tanto amiamo. Bevi, te ne prego.» —
La sua voce era dolce come quella di Rebecca quando offerse l'acqua al pozzo di Nahor.
Egli scorse le lacrime che le inumidivano gli occhi, e bevve, dicendo:
— «Figlia di Simonide, il tuo cuore è simbolo di bontà, e buona tu sei davvero avendo compassione dello straniero. Il signore ti benedica. Io ti ringrazio.» —
Indi, rivoltosi nuovamente al negoziante:
— «Siccome io non ho prove d'esser figlio di mio padre, ritiro la domanda che ti feci, o Simonide, e mi ritiro da questa soglia che la mia persona non oscurerà più mai: solo lascia che io ti dica che non ero venuto a ridurti in schiavitù e prendere la tua fortuna, che in nessun caso toccherei: essa è il prodotto del tuo lavoro e del tuo genio, e ti appartiene. Allorchè il buon Quinto, mio secondo padre, s'imbarcò pel viaggio che gli fu fatale, mi lasciò erede di una fortuna principesca. Se pertanto tu penserai qualche volta a me, ti sovvenga della domanda che io ti feci e la quale, sui profeti di Jeova, tuo Signore e mio, io giuro è l'unico scopo della mia visita: che cosa sai dirmi di mia madre e di Tirzah, mia sorella, della fanciulla che per anni e bellezza dovrebbe essere pari a questa tua figlia, consolazione e nettare della tua vita? Oh, che cosa puoi dirmi di loro?» —
Le lacrime scorrevano lungo le guancie di Ester; ma il padre continuò a rimanere impassibile, e con voce chiara e limpida rispose:
— «Dissi d'aver conosciuto il principe Ithamar di Hur. Ricordo d'aver udito parlare della disgrazia che colpì la sua famiglia e del dolore che provai nell'apprendere quella notizia. Colui che fu causa di tanta sciagura alla vedova e ai figli dell'amico mio, è quel medesimo che mi colpì della sua ira implacabile. Io ho fatto indagini per scoprire la sorte della famiglia, ma a nulla servirono; non ne rimase traccia.» —
Ben Hur non potè reprimere un gemito di dolore.
— «Un'altra speranza svanita!» — articolò con voce strozzata. — «Sono abituato ai disinganni. Vi chiedo perdono del disturbo arrecatovi. Ormai non mi resta che vivere per la vendetta. Addio!» —
Nell'atto di alzare le cortine della porta, si volse indietro ancora una volta e disse con semplicità commovente: — «Vi ringrazio entrambi.» —
— «La pace sia con voi» — rispose il negoziante.
Ester non potè parlare per i singhiozzi.
E così si separarono.
CAPITOLO IV.
Indice
Appena Ben Hur fu partito, Simonide parve destarsi da un lungo sonno; il suo volto si accese, gli occhi si animarono, e con voce tremante di gioia chiamò:
— «Ester, Ester! Presto!» —
Essa si avvicinò alla tavola e suonò un campanello. Uno dei tavolati del muro si aperse per dare accesso ad un uomo, il quale inchinatosi davanti a Simonide con rispetto orientale, aspettò i suoi ordini.
— «Malluch, — qui — più vicino!» — disse in tono di comando il negoziante. — «Ti devo dare una commissione, a cui non devi mancare quandanche il sole si spegnesse in cielo. Ascolta. Un giovane sta in questo istante scendendo nel magazzino. — Alto, di bell'aspetto, vestito alla foggia di Israele. Seguilo, come l'ombra del suo corpo, ed ogni sera fammi sapere dove egli si trova, che cosa fa, con chi pratica.
Cerca di avvicinarlo, di parlargli, se puoi, senza destar sospetto. Ascolta le sue parole, e ritienile insieme ad ogni altro particolare atto a rivelare l'indole sua, le sue abitudini, i suoi intenti. Hai capito? Spicciati! E, senti Malluch, s'egli lasciasse la città, seguilo e, nota bene Malluch, diventagli amico. S'egli ti interroga, digli quello che ti sembra opportuno al momento, ma ch'egli non sappia che tu sei al mio servizio; di questo non una parola.» — L'uomo s'inchinò nuovamente e sparì.
Allora Simonide si fregò le scarne mani e rise.
— «Che giorno è questo, figliuola?» — esclamò interrompendosi nella sua manifestazione d'allegria. — «Che giorno è? Desidero ricordarmene come di un giorno di gioia. Va, cercalo ridendo, e ridendo dimmelo, Ester.» —
Quest'allegria le ripugnava come cosa non naturale, e come per distorvelo rispose melanconicamente: — «Pur troppo, padre, non mi sarebbe possibile dimenticare questo giorno.» —
Appena pronunciate queste parole, il vecchio lasciò cadere le mani, ed il mento, appoggiandosi sul petto, si perdette nelle pieghe della carne floscia che incorniciavano la parte inferiore del suo volto.
— «Vero, verissimo, figlia mia!» — esclamò senza alzare gli occhi. — «Questo è il ventesimo giorno del quarto mese. In questo stesso giorno, cinque anni addietro, la mia Rachele, tua madre, morì. Mi portarono a casa ridotto qual tu mi vedi e la trovammo morta di dolore. Oh, essa era per me come la canfora nei vigneti di Engaddi! Come il miele del favo! — L'abbiamo sepolta lontano, in luogo solitario, in una tomba scavata nella montagna. Ed essa non mi lasciò che un lumicino ad illuminare la scura notte, il quale è cresciuto con gli anni ed ora è diventato il sole della mia vita.» —
Alzò la mano e l'appoggiò sul capo della figliuola. — «Buon Dio, io ti ringrazio di aver fatto rivivere nella mia Ester la mia perduta Rachele!» —
Ad un tratto, sollevò il capo e disse, come colpito subitamente da un'idea. — «Il tempo è sereno?» —
— «Così era, prima che entrasse il giovane.» —
— «Allora chiama Abimelech, che mi conduca in giardino ond'io possa vedere il fiume e le navi, e dove ti racconterò, mia diletta Ester, il perchè poc'anzi il riso si posò sulle mie labbra, e la mia lingua mosse al canto e lo spirito divenne leggiero quale gazzella o daino dei monti.» —
In risposta al campanello, venne il servo che per ordine della giovane spinse la seggiola munita appositamente di rotelle, fuori della camera, sul tetto del caseggiato inferiore, e che il padrone chiamava giardino. Simonide venne condotto ad una parte dove egli poteva vedere i tetti dei palazzi dell'isola dirimpetto, il ponte di esso ed al disotto il fiume, ove una nave solcava le onde scintillante sotto il magnifico sole mattutino. Colà il servo lo lasciò solo con Ester.
Il gridìo degli operaj ed il rumoroso lavoro non li disturbavano affatto come non li disturbava il movimento sul ponte che era quasi al disopra di loro; il loro orecchio s'era assuefatto a quel frastuono come il loro occhio s'era abituato alla vista che si stendeva loro davanti.
Ester sedutasi accanto a lui gli accarezzava la mano in attesa della comunicazione annunciata. Simonide incominciò con la sua consueta calma:
— «Mentre il giovane parlava, Ester, io ti osservava e mi parve ch'egli ti piacesse.» —
Essa rispose abbassando gli occhi:
— «Padre egli mi ispirò fiducia, e gli credetti.» —
— «Ai tuoi occhi, egli sarebbe il perduto figlio del principe?» —
— «S'egli non lo fosse....» — si fermò esitando.
— «S'egli non lo fosse?» — ripetè Simonide.
— «Io sono stata la tua ancella, padre, sin da quando mia madre morì, e stando vicino a te, ti ho veduto ed udito trattare con saggezza con ogni genere d'uomini, venissero per cause legittime od illecite; ed ora ti dico, se quel giovine non è il principe Hur, la menzogna non ha mai con tanta abilità indossata la veste della verità.» —
— «Per la gloria di Salomone, figliuola mia, tu parli con convinzione. Credi tu che tuo padre sia stato suo schiavo?» —
— «Se ben mi ricordo egli non disse questo. Vi accennò come a cosa che aveva udito dire.» —
Per qualche istante gli sguardi di Simonide andavano vagando fra le navi sottostanti. Poi disse:
— «Ester, tu sei una buona figliola, e possiedi in discreta dose il nostro discernimento Ebraico; non sei una bambina ed hai abbastanza forza d'animo per ascoltare un racconto doloroso. Sta attenta, e ti narrerò la mia storia e quella di tua madre, ed altre vicende della nostra vita a te sconosciute, e sospettate da nessuno.
Io nacqui in una capanna della valle di Hinnom, a mezzogiorno di Sion. I miei genitori erano servi addetti alla coltivazione delle viti, degli ulivi e dei fichi nel giardino reale di Siloam, e nella prima giovinezza io li aiutai in quel lavoro. Essi erano schiavi a vita. Fui raccomandato al principe Hur, allora, dopo re Erode, l'uomo più ricco di Gerusalemme, il quale mi impiegò nei suoi magazzeni in Alessandria d'Egitto, ove raggiunsi la maggiore età. Lo servii sei anni e nel settimo, secondo la legge di Mosè, divenni libero.» —
Ester battè leggermente le mani:
— «Oh, tu non sei adunque più il servo di tuo padre?» —
— «Ascolta figliuola. V'erano in quei giorni degli avvocati nei chiostri del Tempio i quali fieramente contesero essere i figli di coloro che sono obbligati a servire per la durata della vita soggetti alla stessa servitù, ma il principe Hur era uomo giusto in tutte le cose, ed interpretava la legge secondo la setta più rigorosa, quantunque non appartenesse ad essa. Egli disse ch'io ero un servo ebreo comperato, nel vero significato del Gran Legislatore, e con documenti suggellati che ancora conservo egli mi fece libero.» —
— «E mia madre?» — chiese Ester.
— «Udrai tutto, Ester, abbi pazienza. Prima ch'io abbia finito vedrai come mi sarebbe più facile dimenticar me stesso che tua madre.... Al finire del mio servizio venni a Gerusalemme per le feste di Pasqua. Il mio padrone mi ospitò, e, poichè l'amavo chiesi di continuarlo a servire. Egli acconsentì ed io lo servii altri sette anni, ma come Ebreo e figlio di Israele, salariato. Per conto suo ebbi la direzione d'imprese commerciali di mare e di terra, e mandai carovane oltre Susa e Persepoli nei paesi della seta. Viaggi pericolosi erano quelli figlia mia, ma il Signore benedì le mie fatiche. Procurai immensi guadagni al principe e vaste cognizioni a me stesso, senza le quali non mi sarebbe stato possibile assumere le responsabilità che mi presi in seguito. Un giorno ch'io ero suo ospite in Gerusalemme, un'ancella entrò, portando un vassojo. Essa si rivolse a me, e fu quella la prima volta che vidi tua madre, e la amai.
Dopo qualche tempo andai dal principe e la chiesi in moglie. Egli mi disse che essa era schiava a vita, ma che se io lo desiderava l'avrebbe affrancata per compiacermi. Ma essa, Ebrea, pur corrispondendo al mio amore, si disse felice nella condizione e nel luogo ove si trovava, e rifiutò la libertà! La pregai, la scongiurai a più riprese, ma invano. Avrebbe solo consentito a diventare mia moglie qualora io diventassi suo compagno di servitù. Nostro padre Giacobbe servì sette anni per la sua Rachele. Io avrei potuto fare altrettanto. Ma tua madre richiedeva che io diventassi schiavo per tutta la mia vita. Mi strappai allora da lei, mi recai in altre contrade cercando di dimenticarla; ma l'amor mio fu troppo forte: ritornai. Guarda qui, Ester, Guarda!» —
E sollevando una ciocca di capelli le additò un buco nell'orecchio sinistro.
— «Vedi la cicatrice della lesina?» —
— «La vedo» — disse Ester — «e vedo pure a qual punto tu amasti mia madre!» —
— «Amarla, Ester! — Essa era per me più della Sulamita per il Re Cantore; più bella, più pura di una fontana, di una sorgente del Libano. Quando seppe la mia volontà, il padrone mi presentò ai giudici davanti ai quali esposi la mia intenzione; poi mi condusse a casa, e trapassando il mio orecchio colla lesina, la conficcò come è d'uso nella porta. Così divenni suo schiavo per tutta la durata della vita. Così conquistai la mia Rachele, e dimmi: vi fu mai amore come il mio?» —
Ester si chinò sopra di lui e lo baciò. Tacquero entrambi pensando alla tomba che aveva troncato quel grande amore.
— «Il mio padrone annegò in mare; e fu questa la mia prima sventura» — continuò il negoziante. — «Il lutto della sua famiglia fu lutto mio, nella mia casa ad Antiochia dove già dimoravo. Ora ascoltami, Ester. Quando il principe venne a morte, io era a capo della sua amministrazione, e tutti i suoi beni erano nelle mie mani. Da questo puoi argomentare l'affetto e la fiducia ch'egli riponeva in me.
Accorsi a Gerusalemme per render conto della mia gestione alla vedova ed essa mi riconfermò al mio posto. Raddoppiai di diligenza e gli affari prosperarono di anno in anno. Trascorsero così dieci anni. Poi venne la catastrofe di cui il giovine parlò — l'accidente, com'egli disse, toccato al procuratore Grato. — Il Romano invece lo chiamò un tentativo d'assassinio e ne tolse pretesto, col consenso di Roma, di confiscare a proprio beneficio l'immensa fortuna della vedova e dei figli. Nè questo gli bastò. Per prevenire un'appello contro la sentenza egli soppresse tutte le parti interessate. Da quel giorno nefasto la famiglia di Hur scomparve. Il figlio, ch'io vidi fanciullo, fu condannato alle galere. La vedova e la figlia si suppone siano state sepolte in una delle molte carceri sotterranee di Giudea, veri sepolcri per chi ne ha varcata la soglia. Esse scomparvero come se il mare le avesse inghiottite. Non potemmo sapere come morirono, ma neppure sappiamo se veramente sono morte.» —
Gli occhi di Ester erano gonfi di lagrime.
— «Il tuo cuore è buono, Ester, buono come quello di tua madre; e prego Iddio che non gli tocchi un simile destino — d'essere calpestato dagli spietati e dai ciechi. Ma ascoltami ancora: — Andai a Gerusalemme per soccorrere la mia benefattrice ma alle porte della città fui arrestato e condotto nei sotterranei della Torre d'Antonia. Non ne seppi la cagione, finchè Grato in persona venne a chiedermi i denari della casa di Hur, poi ch'egli, conoscendo le pratiche ebraiche, sapeva che io possedeva somme tratte sulle diverse piazze del mondo. M'impose di firmare le tratte a suo favore. Rifiutai. Egli aveva le case, le terre, le merci, le navi e tutta la proprietà mobile dei miei padroni, meno i denari. Compresi che se continuassi a trovar grazia agli occhi del Signore avrei potuto ricostruire la loro fortuna e respinsi la richiesta del tiranno. Mi mise alla tortura, ma tenni fermo, cosicchè dovette rilasciarmi senza aver nulla ottenuto. Ritornai a casa e ricominciai a trafficare per conto e nel nome di Simonide d'Antiochia anzichè in quello del principe Hur di Gerusalemme. Ester, tu sai come prosperarono i miei affari, in che modo miracoloso si moltiplicarono nelle mie mani i milioni del principe. Sai pure che, a capo di tre anni, mentre mi recava a Cesarea, fui di nuovo arrestato e torturato per la seconda volta da Grato. Neppur questa volta ottenne da me la confessione intorno alla sorte dei denari di Hur. Fisicamente rovinato feci ritorno a casa, dove trovai che la mia Rachele era morta di dolore e di spavento per me. La volontà del Signore mi tenne in vita. Dall'imperatore medesimo comperai una licenza di libero traffico in ogni paese del mondo. Oggi — sia lodato l'Altissimo! — oggi, Ester, la mia ricchezza è tale da far invidia a un Cesare.» —
Con un moto d'orgoglio sollevò il capo, e incontrò gli sguardi della fanciulla.
— «Che cosa intendo di fare con questa fortuna?» — chiese, interpretando i suoi pensieri.
— «Padre mio, disse ella sommessamente, non venne oggi a chiederla il legittimo proprietario? E non sono io pure, o padre, la sua schiava? E non dobbiamo noi piegarci innanzi a lui come la legge prescrive?» —
Un raggio d'ineffabile gioia rischiarò il volto dell'infermo.
— «Il Signore è stato buono con me. In molti modi ha mostrato la sua benevolenza, ma tu Ester, sei il dono più bello di quanti mi ha prodigato.» —
Così dicendo l'attirò a sè e la baciò.
— «Ascoltami,» — proseguì — «ed udrai perchè io risi poc'anzi. Quando il giovane si presentò innanzi a me, mi parve di veder suo padre ringiovanito. L'animo mio ebbe uno slancio, come se volesse andargli incontro. Sentii entro di me che i miei giorni di prova e le mie fatiche erano giunte al termine. A stento trattenni l'impulso del mio cuore che mi spingeva a rivelare la mia gioia. Ero impaziente di prenderlo per mano, di mostrargli i registri ed i conti e di dirgli: — «Tutto questo è tuo ed io sono il tuo schiavo. Ho compiuto il dover mio, posso aspettare la voce del Signore che mi chiami a sè.» — E così avrei fatto, Ester, sì proprio così avrei fatto, se, tutto ad un tratto tre pensieri non m'avessero assalito ad un tempo. Il primo diceva: Assicurati prima ch'egli è proprio il figlio del tuo padrone. S'egli è il figlio del tuo padrone, studia prima e conosci un poco l'indole sua, — mi suggerì il secondo. Pensa, Ester quanti sono gli eredi di colossali ricchezze, che sperperano i loro denari, e li riducano a semi di maledizioni.» — La voce gli si fece stridula, e sostò un momento, accasciato da questa riflessione. — «Ester pensa ai patimenti inflittimi dal Romano, e non solo da Grato; gli spietati esecutori dei suoi ordini tanto la prima quanto la seconda volta erano tutti Romani e tutti ridevano udendomi urlare dal dolore. Pensa alle mie membra rotte, al mio corpo deformato; pensa a tua madre laggiù nella tomba solitaria, ai dolori della famiglia del mio padrone, se è ancor vivo o alla sua morte forse; pensa a tutto questo, o figliuola mia, e dimmi tu s'è giusto che nulla succeda in espiazione e vendetta di tante crudeltà? Non dirmi come ripetono i predicatori, che la vendetta è del Signore. Non fa egli valere la sua volontà per mezzo degli uomini nell'infliggere pene come nel conferire benefici? Non ha egli i suoi guerrieri, più numerosi dei profeti? Non è sua la legge — occhio per occhio, mano per mano, piede per piede? Ah, nel corso di tanti anni ho sospirata la vendetta, l'ho implorata nelle preghiere. Nell'accumular le mie ricchezze, fu questo il mio pensiero, il mio sogno costante. Come è vero che vi è Iddio, io mi diceva, esse dovranno servirmi per castigare quei malfattori. E quando, accennando alla sua destrezza nel maneggio delle armi, il giovane disse, ch'essa non aveva nessun scopo definitivo, io indovinai quello scopo: era la vendetta! Fu questo, o Ester, il terzo pensiero che mi impose il silenzio e mi diede la forza di ascoltare impassibile la sua perorazione, finchè, partito il giovane, le mie emozioni proruppero in un riso di giubilo.» —
Ester continuava ad accarezzargli le mani ischeletrite.
— «Egli è partito o padre. Ritornerà ancora?» —
— «Sì. Il fedele Malluch lo sorveglia e lo ricondurrà quando tutto sarà pronto.» —
— «E quando lo sarà, o padre? —
— «Non subito, figlia mia. Egli crede che tutti i testimoni della sua identità siano morti. Ma uno vive ancora, il quale non mancherà di riconoscerlo, s'egli è veramente figlio di suo padre.» —
— «Sua madre?» —
— «No, io stesso gli presenterò quel testimonio. Intanto Dio ci protegga. Chiama Abimelech.» —
Ester chiamò il servo, e i tre si ritrassero.
CAPITOLO V.
Indice
Allorchè Ben Hur uscì dal vasto magazzeno, il pensiero prevalente in lui era quello di un altro disinganno aggiuntosi ai molti che aveva già sofferto nella ricerca dei suoi cari. Questo pensiero lo riempì di una grande desolazione. Si sentì solo al mondo, e, giovane e ricco com'era, la vita gli parve divenuta un peso troppo grave da sopportarsi.
Facendosi strada fra la folla ed i mucchi di mercanzia, giunse al termine dell'approdo. Le acque del fiume apparivano più profonde e più oscure in quel punto per l'ombra delle case e degli alberi vicini: ed egli ne provò il fascino insidioso. La pigra corrente sembrava arrestarsi nel suo cammino, quasi lo attendesse; — ma a rompere l'incanto venne il ricordo delle parole del suo compagno di viaggio, che gli parve di riudire:
— «Meglio un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite di un Re.» — Si volse, e camminando rapidamente, fece ritorno al Khan.
— «La via per Dafne?» — esclamò l'albergatore, sorpreso dalla domanda di Ben Hur. — «È la prima volta che venite in questa città? Allora questo giorno è fra i più felici della vostra vita. Non potete sbagliare la strada. La prima via verso mezzogiorno conduce direttamente al monte Sulpio sulla vetta del quale sono l'altare di Giove e l'anfiteatro; pigliate la terza via trasversale chiamata la colonnata d'Erode; là, voltate a destra e seguite la via attraverso la grande città di Seleucia fino alle porte di bronzo d'Epifane. In quel punto incomincia la via di Dafne — e che gli Dei vi proteggano.» —
Dopo aver dato alcuni ordini relativi al suo bagaglio, Ben Hur si pose in cammino.
Non ebbe difficoltà a trovare la colonnata d'Erode; da quella, alle porte di bronzo correva un lungo porticato di marmo, che egli percorse fra mezzo ad una folla di gente composta dei rappresentanti di tutte le nazioni commerciali del mondo.
Era la quarta ora del giorno, quando oltrepassò le porte e si trovò in mezzo ad una interminabile processione diretta al bosco famoso. La strada era divisa in vie separate, una pei pedoni, una pei cavalieri e i cocchi; ed anche queste erano suddivise in due altre vie parallele per le quali due correnti di persone si movevano in direzione opposta. Le linee di demarcazione erano segnate da basse balaustrate interrotte da statue poggianti su solidi piedestalli. A destra ed a sinistra della strada estendevansi magnifici prati ed aiuole, accuratamente tenuti, alternati di quando in quando da gruppi di quercie, di siccomori e da pergolati di viti che invitavano i passeggieri a riposare. Le vie riservate ai pedoni erano lastricate di pietra rossiccia e quelle pei cavalieri erano cosparse di bianca arena compressa in modo da darle la consistenza di un marciapiede, senza però che, come questo, echeggiasse lo scalpitar dei cavalli ed il frastuono delle ruote. Innumerevoli fontane di varie e meravigliose foggie lanciavano i loro zampilli nell'aria; erano doni di Re che avevano voluto così eternare il ricordo delle loro visite. All'ingresso del bosco, a sud-ovest, fino alla città, questa magnifica strada misurava oltre quattro miglia in lunghezza.
Nello stato d'animo in cui si trovava Ben Hur, lo splendore regale della via passò quasi inosservato; e i suoi sguardi non si arrestarono neppure sulla folla che s'avviava insieme a lui come in processione. A dire il vero alla sua preoccupazione si univa anche una buona dose di quella compiacenza orgogliosa propria del Romano che visitava la provincia, mentre erano ancora fresche in lui l'impressioni della vita fastosa che s'agitava quotidianamente intorno alla colonna d'oro posta da Augusto nel Foro, come per indicare il perno del mondo. Non era possibile che le provincie offrissero uno spettacolo più grandioso.
Impaziente per la lentezza dei suoi vicini, egli spiava ogni varco della folla, per approfittarne e portarsi avanti più rapidamente. Quando giunse ad Eraclea, villaggio suburbano a mezza strada fra la città ed il bosco, il movimento della folla festante cominciò a far sentire i suoi effetti sopra di lui, predisponendo il suo animo ad accogliere impressioni più gioconde. La sua attenzione fu dapprima attirata da un paio di capre guidate da una avvenente fanciulla; tanto le bestie come la loro guida erano festosamente ornate di nastri o fiori. Poi si fermò ad osservare un toro immenso, bianco come la neve, inghirlandato di viti e portante sull'ampia groppa un fanciullo nudo, immagine del giovane Bacco, il quale, seduto in un canestro, teneva in mano un calice colmo di vino.
A quali altari avrebbero servito quelle offerte? si domandò rimettendosi in cammino. Passò un cavallo con la criniera mozzata come lo esigeva la moda, montato da un cavaliere vestito con sfarzo. Ben Hur sorrise vedendo l'orgoglio dell'uno rispecchiarsi nell'altro. Cavalli e cocchi in grande numero continuarono a passare dinanzi a lui sulla strada a loro riservata, e, inconsciamente, quel moto e quella festa cominciarono ad interessarlo. Le persone che l'attorniavano erano di tutte le età, sessi e condizioni, tutti vestiti dei loro abiti di festa. Un gruppo era abbigliato uniformemente di bianco, un'altro di nero; alcuni portavano bandiere, altri turribuli fumanti; altri cantavano inni, ed eran seguiti da individui con flauti e tamburelli. Quale luogo meraviglioso doveva essere questo di Dafne, se ogni giorno vi si recava tanta gente!
Finalmente vi fu un batter di mani ed uno scoppio di grida gioconde; e, seguendo l'indicazione di molte dita, egli scorse sulla cima di una collina il tempio che serviva d'ingresso al bosco consacrato. Gli inni s'inalzarono con maggior foga, la musica accelerò i tempi, e Ben Hur, dividendo l'impazienza della folla, e trascinato dall'impetuosa corrente, mosse verso il tempio, oltrepassata la soglia del quale, romanizzato com'era nei costumi, il suo primo impulso fu quello di cadere in adorazione davanti a quel luogo.
A tergo dell'edificio che ornava l'ingresso, d'una costruzione di stile severamente greco, si stendeva una larga spianata lastricata di pietre luccicanti, ora quasi nascoste sotto una moltitudine di persone gaie ed irrequiete, spiccante sopra uno sfondo di iridescenti zampilli prorompenti da fontane marmoree.
Dinanzi a lui in direzione di sud-ovest si diramavano gli innumerevoli sentieri di un giardino, il quale si mutava più in là in una foresta, sulla quale, in quel momento, aleggiava una nube di un leggero vapore turchino. Ben Hur contemplava il panorama, pensoso ed incerto, quando una donna vicino a lui esclamò: — «Bellissimo spettacolo! ma dove si deve andare adesso?» — Un uomo col capo cinto di bacche d'alloro e che la accompagnava, rise e rispose: — «Bellissima barbara! La tua domanda mi sa di paura terrena, e abbiamo convenuto di lasciare questi pensieri in Antiochia. I venti che qui soffiano sono l'alito degli Dei. Abbandoniamoci ad essi.» —
— «Ma se ci smarrissimo?» —
— «Oh, paurosa! nessuno si è mai perduto in Dafne eccetto quelli sui quali le sue porte si sono chiuse per sempre.» —
— «E chi son costoro?» — chiese la donna tuttora conturbata.
— Son quelli che si sono abbandonati al fascino del luogo e lo hanno scelto a dimora per la vita e per la morte. Ascolta! Fermiamoci qui, e ti mostrerò quelli di cui parlo.» —
Sul marmoreo pavimento risuonò uno stropiccìo di piedi calzati di sandali; la folla si aprì e lasciò l'adito ad un gruppo di ragazze, le quali, accerchiati i due interlocutori, intonarono un canto; indi agitando i tamburelli cominciarono a ballare. La donna, sbigottita, s'aggrappò all'uomo, il quale, cintale la vita con un braccio, acceso in volto, batteva coll'altro il tempo della musica. I capelli delle danzatrici svolazzavano liberamente e le loro membra rosee s'intravvedevano sotto le vesti di garza che imperfettamente le coprivano. Non è concesso alla parola il descrivere la voluttà di quella danza.
Dopo un breve giro si aprirono un varco nella sala e scomparvero rapidamente come erano venute.
— «Che te ne pare?» — chiese l'uomo alla sua compagna.
— «Chi son desse?» — chiese a sua volta la donna.
— «Devadasi — sacerdotesse dedicate al Tempio d'Apollo. Ve ne sono eserciti. Sono esse che cantano in coro nelle feste. Questa è la loro dimora. Qualche volta visitano altre città, ma tutto quanto raccolgono è portato qui ad arricchire la casa del divino cantore. Dobbiamo andare?» —
Ben Hur, lieto di sapere che nessuno s'era mai perduto nel bosco di Dafne, infilò una qualunque delle vie che gli si aprivano dinanzi e penetrò nel giardino. Una statua, innalzata sopra un magnifico piedestallo attrasse per primo i suoi sguardi. — Raffigurava un centauro e un'iscrizione spiegava ai visitatori meno eruditi che quello era Chirone, amato da Apollo e Diana, da loro iniziato ai misteri della caccia, della medicina, della musica e della profezia. Nelle mani teneva un rotolo sul quale erano incisi in caratteri greci alcuni paragrafi di un avviso:
— «Viaggiatore!
— Sei tu straniero?» —
I. Ascolta il mormorìo dei ruscelli e non temere la pioggia delle fontane. Così le naiadi impareranno ad amarti.
II. Zeffiro ed Austro sono le brezze amiche di Dafne; gentili riformatrici della vita esse ti preparano infinite dolcezze. Quand'Euro soffia, Diana è a caccia; se Borea sibila, nasconditi, perchè Apollo è corrucciato.
III. Le ombre del Bosco sono tue di giorno: di notte appartengono a Pane ed alle sue Driadi. Non turbarle.
IV. Cibati parcamente del loto lungo le sponde dei rivi, se non vuoi perdere la memoria, il che equivale a diventare figlio di Dafne.
V. Non toccare il ragno che tesse. È Aracne che lavora per Minerva.
VI. Vuoi tu contemplare le lacrime di Dafne? Strappa un germoglio da un ramoscello di lauro, e morrai.
— «Sta in guardia!
Fermati e sii felice.» —
Ben Hur lasciò la cura d'interpretare il mistico avviso ad altri che facevano ressa intorno a lui, e si ritrasse nell'istante stesso in cui si avvicinava il toro bianco.
Il fanciullo sedeva sulla cesta seguito da una processione; dietro a questa veniva la donna colle capre e dietro a lei i suonatori di flauto e tamburelli, con un'altra processione di apportatori d'offerte.
— «Ove vanno costoro?» — chiese un astante.
Un altro rispose:
— «Il toro al padre Giove; le capre...» —
— «Non custodiva una volta Apollo il gregge di Admeto?» —
— «Appunto, le capre sono per Apollo.» —
Alla bontà del lettore chiediamo indulgenza per concederci una spiegazione. Una certa facilità di tolleranza in fatto di religione suol formarsi in noi dopo aver per molto tempo praticato con persone di divina fede; a poco a poco veniamo a riconoscere che ogni credenza vanta uomini buoni e degni del nostro rispetto, e che non ci è possibile rispettarli senza al tempo stesso estendere una certa deferenza anche alla loro religione.
A questo punto era giunto Ben Hur. Gli anni trascorsi a Roma e quelli vissuti nella galera avevano lasciato intatta la sua fede religiosa; egli era sempre Ebreo, ma, a suo modo di vedere, non eravi empietà alcuna nel contemplare il bello nel bosco di Dafne. — Ciò non toglie per altro che quand'anche, i suoi scrupoli fossero stati più rigidi, egli li avrebbe in quel momento probabilmente soffocati. Era concitato, non come gli esseri irascibili che un'inezia irrita; nè la sua collera era quella dello stordito, che, attinta alla fonte del nulla, si disperde in rimproveri e bestemmie; l'ira sua era quella propria delle indoli ardenti, destatasi di soprassalto pel subitaneo annientamento d'una speranza. —
In simili casi e con tali nature la lotta non termina perchè ha urtato contro un ostacolo, ma continua col destino, e sarebbe bene il destino medesimo rivestisse una forma materiale e tangibile, da potersi spezzare con uno sguardo o con un colpo, ovvero quella di un essere vivente col quale fosse possibile sfogarsi apostrofandolo con parole roventi. L'anima umana soffrirebbe meno combattendo un tale avversario.
A mente fredda Ben Hur non si sarebbe recato solo al Bosco, o, se vi fosse venuto solo, si sarebbe valso del posto da lui occupato nella famiglia del console, per procacciarsi una specie di pianta della località, facendosi indicare i punti di speciale interesse. Se poi avesse voluto abbandonarsi più a lungo agli ozii ed alle delizie di quel soggiorno, si sarebbe anzitutto presentato con una lettera di credenza a chi ne aveva la direzione.
Ma nella condizione d'animo in cui si trovava, non era uno spettatore uguale alla massa volgare che schiamazzava tutto all'intorno.
La Divinità del Bosco non gli ispirava rispetto, nè i misteri che vi si celavano provocavano la sua curiosità. Era un uomo smarrito dal dolore di un crudele disinganno, insofferente di indugi, animato da un cieco desiderio di incontrare il proprio fato, e di sfidarlo.
Il suo era quello stato mentale che rende possibile di compiere atti arditi con apparente tranquillità.
CAPITOLO VI.
Indice
Ben Hur s'inoltrò insieme alla processione. Non aveva la curiosità di chiedere ove si andava, e bastava, per appagarlo, la vaga impressione che fossero tutti avviati verso i templi, magnifici centri d'attrazione.
Ad un tratto, egli tornò a mormorare: — «Meglio essere un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite d'un Re,» — e ripetendo quelle parole come un ritornello chiese fra sè: — «Era poi così dolce la vista nel Bosco? In che consisteva l'incanto? Forse in quella dottrina filosofica spiegata dai sacerdoti dei templi? O era essa una realtà, non percettibile ai sensi? Ogni anno migliaia d'esseri rinunciavano al mondo per entrare qui. Lo trovavano essi il fascino? E quando lo avevan trovato bastava esso a generare un oblìo tale da escludere dalla mente tutti i tedi e i dolori della vita? Se il Bosco era loro così benefico perchè non lo sarebbe anche a lui? Egli era Ebreo: possibile che le cose buone del mondo fossero per tutti fuorchè pei figli d'Abramo?
Le sue facoltà si concentrarono per sciogliere il quesito, senza badare ai canti degli oblatori ne ai motteggi dei suoi compagni.
Volse gli occhi al cielo come per trovarci una soluzione; era turchino, sì molto turchino; l'aria risuonava dei garriti delle rondini; ma lo stesso colore aveva il cielo sovrastante alla città.
Più in là, fuori dei boschi, a destra, una deliziosa brezza, carica di profumi, lo accarezzò per un istante, ed egli, insieme agli altri, si fermò a guardare la direzione donde la brezza proveniva.
— «Forse da quel giardino laggiù?» — chiese ad un suo vicino.
— « Piuttosto da qualche cerimonia sacerdotale: un sacrificio in onore di Diana, di Pane o di qualche Divinità silvestre.» —
La risposta era nella sua lingua nativa. Ben Hur guardò sorpreso lo sconosciuto.
— «Un Ebreo?» — gli chiese.
L'individuo rispose con un sorriso rispettoso.
— «Nacqui a pochi passi dalla piazza di Gerusalemme.» —
Ben Hur era sul punto di continuare il discorso, quando, un improvviso movimento della folla lo spinse da una parte e trascinò in un'altra direzione il suo interlocutore. La solita veste, una tela bruna in capo, legata con una corda gialla, ed un volto ebraico pronunciatissimo, fu quanto Ben Hur potè ricordare dello sconosciuto.
Era arrivato a un punto ove i sentieri cominciavano a internarsi nei boschi e offrivano pertanto una favorevole occasione per staccarsi dall'assordante processione. Ben Hur non tardò ad approfittarne.
Incominciò col penetrare in una folta boscaglia, canora pei canti di molti uccelli. I cespugli erano, o in fiore, o portavano frutti. Al piede degli alberi si stendeva un soffice tappeto erboso, mentre piante di gelsomini e d'edera si arrampicavano su tralci, ricadendo dai rami in forma di pergolato. L'aria era pregna dei profumi della siringa-persica, della rosa, del giglio, del leandro, della fragola, e, perchè nulla mancasse alla felicità delle ninfe e delle najadi, un ruscelletto serpeggiava lentamente frammezzo ai fiori.
Procedendo oltre lo salutò il grido del piccione e il tubare delle tortorelle; alcuni merli non si mossero neppure al suo avvicinarsi e un usignuolo rimase tranquillamente al suo posto, quantunque egli passasse a un braccio di distanza dal ramo su cui posava. Una quaglia, seguita dai suoi piccini, lo precedeva saltellando. Essendosi fermato un istante per non spaventarli, vide improvvisamente sbucare da una siepe una forma umana, trasalì. Gli era dato veramente di vedere un satiro? Osservò più attentamente, e là suggestione del luogo essendosi dissipata, rise fra di sè, vedendo un innocente agricoltore che teneva in mano un falcetto da potar viti. La pace senza il timore, era questo l'epitome e il significato del tempio di Dafne!
Sedette all'ombra di un cedro, le cui radici grigiastre pescavano in parte nell'acque di un ruscello. Il nido d'una cingallegra si specchiava nelle limpide onde, e la cingallegra stessa, facendo capolino, lo fissava negli occhi, come esprimendo un muto invito. — «Sembra che voglia dirmi:» — pensò Ben Hur — «Non ho paura di te. La legge che governa questi luoghi è l'Amore.» — Sì, l'incanto del bosco gli appariva ormai chiaro; ne fu contento, e decise di unirsi alla schiera dei perduti di Dafne. Incaricato della custodia dei fiori e degli arbusti, cercando lo sviluppo delle miti bellezze di quei luoghi, non potrebbe egli, come l'uomo del falcetto, rinunciare ai triboli della vita, rinunciarvi dimenticando e dimenticato?
Ma il suo sangue Ebraico si ribellò a questo progetto. L'incanto di Dafne poteva bastare a certa gente; sarebbe stato sufficiente per lui? L'amore è delizioso, ah sì, massime dopo tante sofferenze che egli aveva provate, ma era poi tutto nella vita, tutto?
Una profonda differenza correva fra di lui e quegli spensierati seguaci di Dafne. Essi non avevano doveri, non potevano averne avuti mai, mentre egli...
— «Dio d'Israele!» — gridò a voce alta, balzando in piedi con le guancie infocate — «Madre, Tirzah! Maledetto il luogo, maledetto il pensiero, che mi distacca da voi!» —
A passi precipitati uscì dal boschetto degli aromi, e pervenne ad un corso d'acqua dagli argini murati, sopra il quale metteva un ponte; vi salì e da questo vide una serie di ponti, ciascuno di foggia diversa dagli altri, prolungantisi infinitamente seguendo i molteplici meandri del fiume. L'acqua limpida, profonda e tranquilla sotto di lui, un poco più in giù si gettava rumorosa e spumeggiante da un banco di scogli, formando una piacevole cascata. Il paesaggio che si stendeva davanti ai suoi occhi era incantevole: ampie vallate e colline ondeggianti con boschi, laghi, edifici fantastici, collegati gli uni con gli altri da bianchi sentieri, e scintillanti torrenti. I prati erano verdi ed ingemmati di fiori; qua e là greggi di pecore candide brucavano l'erba. I loro belati, le voci e i canti dei pastori si udivano tratto tratto portati dal vento. Sopra ogni sommità sorgevan altari a cielo scoperto, ognuno dei quali era servito da una figura bianco-vestita, e ai quali traevano numerose processioni di persone pure vestite di bianco. Quali misteri dovevano celarsi in un quadro così meravigliosamente bello! Lentamente Ben Hur ricuperò la padronanza de' suoi pensieri e si scosse dalla specie di estasi in cui era caduto.
Una rivelazione gli balenò tutto ad un tratto alla mente. Allora soltanto si accorse che il bosco era tutto un tempio, un tempio vastissimo senza mura nè tetto!
Mai nessuno aveva veduto un simile tempio.
L'architetto non si era preoccupato di colonne e di porticati, di proporzioni e di misure. Egli si era semplicemente ed assai bene servito della natura. L'arte non poteva far dippiù. Fu così che l'astuto figliuolo di Giove e di Calisto creò l'Arcadia, e, nell'un caso come nell'altro, trionfò il genio ideatore Greco.
Dal ponte Ben Hur passò nella valle più vicina. Si appressò ad un gregge di pecore, custodito da una fanciulla che con un gesto gli fece: — «Vieni!»
Più in là il sentiero circuiva un'altura, un piedestallo di nero gnais, avente per cappello una lastra di marmo bianco artisticamente tagliata, sopra il quale sorgeva un braciere di bronzo. Poco discosta, una donna, vedutolo, agitò una verga di salice ed al suo passaggio gli disse: — «Fermati» — accompagnando la parola con un'irresistibile sorriso di voluttuose promesse. Più lungi ancora s'imbattè in una delle processioni, alla testa della quale una turba di piccole fanciulle, nude e inghirlandate, cantavano, con vocine stridule, seguite da un gruppo di giovinetti, nudi anch'essi ed abbronzati dal sole, accompagnanti colle danze il canto delle fanciulle; dietro ad essi veniva la processione, formata tutta di donne che recavano agli altari cesti di spezie e di dolci, donne vestite con una semplicità che poco celava allo sguardo. Mentre egli passava, alzarono le mani ed esclamarono in coro: — «Fermati e vieni con noi!» — ed una Greca recitò una strofa d'Anacreonte:
Poichè oggi io prendo e dono,
Poichè lieto è il mio cammino,
Vieni e godi o pellegrino:
Chi t'accerta del diman?
Ma, indifferente, egli proseguì la sua via finchè si trovò all'ingresso di un rigoglioso boschetto nel cuor della valle donde questa apparve più bella ed incantevole all'occhio dell'osservatore.
Dall'ombra degli alberi emanava una molle seduzione. L'erba ai loro piedi era pochissima e soffice. Tutte le varietà orientali d'alberi e di cespugli erano rappresentate da splendidi esemplari, che s'alternavano con piante esotiche e strane; gruppi di palme dai pennacchi regali; siccomori e lauri; quercie frondose e cedri più maestosi dei loro classici prototipi del Libano; gelsi e terebinti e semprevivi; un paradiso terrestre. In mezzo ad una radura sorgeva una statua di meravigliosa bellezza, raffigurante Dafne, la Dea protettrice del luogo. Ai piedi della statua, coricati sopra una pelle di tigre, addormentati, Ben Hur vide una fanciulla ed un giovane abbracciati in un amoroso amplesso. Un falcetto ed un canestro rovesciato giacevano loro appresso, e, da quest'ultimo, usciva un mucchio di rose formando una cascata di fiori sopra il prato.
Ben Hur si ritrasse con un senso di profonda vergogna. Nel boschetto degli aromi egli aveva creduto di scoprire l'incanto misterioso del luogo ove regnasse pace senza timore e quasi aveva ceduto a quel fascino dolce e sereno; ora, da quell'esotico amplesso in pieno giorno, lì, ai piedi di Dafne, ebbe una nuova rivelazione. Il principio imperante nel luogo era l'amore, ma l'amore fuori della legge.
Questa era la pace dolcissima di Dafne!
Questo lo scopo della vita dei suoi ministri!
A questo segno un clero astuto aveva asservito la natura, gli uccelli dell'aria, i fiumi, i fiori, il lavoro dell'uomo, la santità degli altari, il fecondo bacio del sole!
I seguaci della Ninfa, i devoti di quel gran tempio a cielo scoperto, anche quelli che col lavoro delle loro braccia lo mantenevano in quello stato di magnificenza e di perfezione, destarono un senso di disgusto e di sdegno nel petto di Ben Hur, ora che il movente delle loro azioni non gli era più un mistero. Certo v'eran stati alcuni che, gemendo sotto un fardello di triboli troppo gravi a sopportarsi si erano lasciati attirare dalle promesse di pace che offriva loro il soggiorno in un luogo consacrato, alla cui bellezza, in mancanza d'altri doni, essi pagavano un tributo col loro lavoro; ma, certamente, non era di questi che si componeva la grande maggioranza dei fedeli. Ampie e dorate erano le reti che Apollo tendeva in ogni parte ai suoi seguaci, e sotto le maghe; ma nessuna eguagliava lo splendore del Bosco di Dafne. A questo traevano tutti i libanti del mondo, i sensualisti d'oriente e d'occidente. I loro voti non si ispiravano a nessuna nobile esaltazione, a nessun zelo pel Dio del canto o per l'infelice sua amante, a nessun principio filosofico che prescrivesse la calma dell'eremo e il raccoglimento della natura, il conforto della religione e i riti di un amore elevato e sereno. In quell'età due soli popoli sarebbero stati capaci di assurgere a tale altezza di concezione: quello retto dalle leggi di Mosè, e quello cui Brama reggeva. Essi soli avrebbero potuto esclamare: — «Meglio la legge senza amore che l'amore senza la legge.» —
Ben Hur continuò la sua strada, tenendo la testa alta, come chi, pure apprezzando le delizie che lo attorniano, sa contemplare con la calma derivante da una chiara percezione del suo valore. Il pensiero d'essersi quasi lasciato adescare da quelle fallaci insidie, richiamava di tanto in tanto un sorriso sulle sue labbra.
CAPITOLO VII.
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Giunse ad una foresta di cipressi alti e diritti come colonne, da cui procedevano le note gaie d'una cornetta. Sdraiato sull'erba, all'ombra di un albero, vide quel tale a lui incognito nel quale s'era imbattuto poc'anzi.
Lo sconosciuto si alzò e gli venne incontro.
— «Di nuovo la pace sia con voi.» — disse in tono cordiale.
— «Vi ringrazio» — rispose Ben Hur — «facciamo forse la stessa strada?» —
— «Io sono diretto allo stadio, e voi?» —
— «Lo stadio?» —
— «Sì; la cornetta che avete udito poc'anzi è un appello pei competitori.» —
— «Amico» — fece Ben Hur — «Confesso la mia ignoranza, e se vorrete servirmi da guida, vi sarò grato.» —
— «Volontieri. — Ascoltate! — Mi par di udire il rumore dei cocchi. Stanno per entrare nella pista.» —
Ben Hur stette in ascolto un momento; poi riprese la presentazione interrotta al crocicchio innanzi ai templi: — «Io sono figlio del duumviro Arrio — e tu?» —
— «Io mi chiamo Malluch, negoziante di Antiochia.» —
— «Ebbene, buon Malluch; il corno, lo strepito delle ruote; la prospettiva di uno spettacolo hanno destato la mia curiosità. Ho qualche cognizione di quegli esercizî e non sono sconosciuto nelle palestre di Roma. Andiamo alla gara.» —
Malluch lo guardò stupito: — «Il duumviro era Romano; pure vedo suo figlio vestito da Ebreo.» —
— «L'illustre Arrio era mio padre adottivo.» — spiegò Ben Hur.
— «Ah, comprendo! Perdonate.» —
Uscendo dalla foresta la quale formava come il bordo di una vasta radura si trovarono davanti a uno stadio. La pista era di terra compressa e bagnata, ed il tracciato n'era segnato da corde appese negligentemente fra lancie confitte nel suolo. Per gli spettatori si erano eretti dei podia riparati da fitte tende e forniti di sedili degradanti.
Sopra uno di quei podia i due nuovi arrivati si sedettero. Ben Hur contò i cocchi mentre sfilavano — erano nove.
— «Mi piacciono!» — esclamò, — «Credeva che qui in Oriente non si aspirasse oltre la biga, ma vedo che si è ambiziosi e che ci si esercita anche colle quadrighe. Osserviamoli bene!» —
Otto quadrighe passarono, alcune al trotto, altre al passo e tutte guidate in modo ineccepibile; la nona venne al galoppo ed al suo apparire Ben Hur non potè trattenere la propria ammirazione.
— «Sono stato nelle stalle dell'Imperatore, Malluch, ma, pel nostro padre Abramo, di benedetta memoria, non ho mai veduto cavalli più belli.» —
I quattro cavalli si trovavano proprio di fronte al podio dei due ebrei, quando, tutto ad un tratto, si scompigliarono. Un grido acuto partì da uno degli spettatori sul podio e Ben Hur vide un vecchio alzarsi a metà dal suo sedile, stringere i pugni, mandar lampi inferociti dagli occhi, mentre il tremolìo della lunga barba bianca tradiva l'agitazione di tutta la sua persona. — Alcuni vicini incominciarono a ridere.
— «Dovrebbero rispettare almeno le sue canizie. Chi è costui?» — chiese Ben Hur.
— «Un potente del deserto, dimorante oltre il Moab, proprietario di mandre di cammelli e di cavalli, e discendente, si afferma, dai cavalieri del primo Faraone — lo sceicco Ilderim.» — rispose Malluch.
L'auriga frattanto faceva vani sforzi per domare i cavalli ed ogni tentativo esacerbava sempre più lo sceicco.
— «Che Abaddon se lo pigli!» — urlò l'infuriato patriarca. «correte! volate, figli miei!» l'ordine veniva dato ad alcuni servi, appartenenti evidentemente alla sua tribù. «Ma non avete capito? Essi son figli del deserto come voi. Animo, afferrateli subito!» —
Frattanto lo scompiglio andava aumentando.
— «Maledetto romano!» — continuò lo sceicco protendendo il pugno verso l'auriga. — «Non mi ha egli giurato che saprebbe guidarli — sì, giurato per tutti gli Dei bastardi del suo paese? Eh, dico, giù le mani! — Mi ha assicurato ch'essi correrebbero colla velocità dell'aquila e colla docilità delle pecore! Ch'egli sia maledetto e con lui quella madre di menzogne di cui è figlio! Guardateli, che splendidi animali! Ch'egli si permetta di solo toccarli colla frusta e....» e le sue parole terminarono in un digrignar di denti. «Si metta alla loro testa, uno di voi, e parli con essi: una sola parola nel linguaggio del deserto basta ad acquetarli. Pazzo, pazzo che fui nell'affidarmi ad un romano!» —
Alcuni fra i più accorti del suo seguito si cacciarono fra lui ed i suoi cavalli mentre un violento colpo di tosse troncò la voce del vecchio.
Ben Hur che credette di comprendere lo sceicco, si sentì attratto verso di lui — più che l'orgoglio della proprietà più che il timore pel risultato della gara, scorgeva nel patriarca un'infinita tenerezza pei suoi cavalli.
Erano tutti bai, senza una macchia, perfettamente accoppiati e di splendide proporzioni. Delicatissime le orecchie e piccole le teste; i musi larghi; le narici, quando s'arricciavano, mostravano la membrana di un rosso vivo fiammante; arcati i colli e fregiati d'una criniera così abbondante da coprirne le spalle ed il petto. Dalle ginocchia in giù le gambe erano sottili e diritte, ma, al disopra, esse si arrotondavano per lo sviluppo di forti muscoli, quali si richiedevano per sopportare la bella e complessa corporatura superiore: gli zoccoli splendevano come coppe di lucente agata; nell'impennarsi e nel ricalcitrare i nobili corsieri sferzavano l'aria e qualche volta la terra colle lunghe code. Lo sceicco li aveva chiamati splendidi, ed aveva detto bene.
Un secondo e più attento esame dei cavalli rivelò a Ben Hur qual fosse la ragione dell'affetto del loro padrone per essi: erano cresciuti sotto i suoi occhi, oggetto delle sue cure durante il giorno, sogno delle sue notti, sotto i padiglioni nel deserto, quasi fratelli coi membri della sua famiglia, e da lui amati quali figli. Perchè essi gli offrissero campo di riportare una vittoria sull'odiato romano, quel vecchio li aveva condotti in città, non dubitando del loro successo purchè guidati da mano esperta; ma qui stava la difficoltà, poichè occorreva, oltre l'ordinaria esperienza, un intuito speciale, una corrente di intima simpatia fra l'auriga e le bestie. Alla calda natura dello sceicco non era possibile l'uniformarsi al costume dei freddi abitatori d'occidente, di protestare cioè senz'altro l'auriga e tranquillamente licenziarlo; come arabo e come sceicco gli era forza dar clamoroso sfogo al suo risentimento e riempir l'aria d'improperii.
Prima ancora che il patriarca avesse vuotato il sacco d'ingiurie di cui era ben fornito, una dozzina di mani aveva afferrati i cavalli pel morso, e la quiete si era ristabilita. Nello stesso istante un nuovo cocchio comparve sulla pista presentando un aspetto diverso dagli altri in quanto che, cocchio, guidatore e corsieri, erano addobbati come nel giorno della gara finale. Per una ragione, che apparirà in seguito, fa d'uopo descrivere alquanto minutamente il nuovo arrivato. Il veicolo apparteneva alla classica e ormai nota categoria di bighe romane: Basse le ruote e unite da una sala larga, su cui poggiava un cassone aperto di dietro. Tale era il modello primitivo delle bighe: il genio artistico dei Greci e di Romani riuscì col tempo a dare al rozzo veicolo quella forma elegante, che raggiunse la sua più perfetta estrinsecazione, nella raffigurazione plastica del cocchio dell'Aurora. I guidatori antichi, non meno accorti ed ambiziosi dei moderni, solevano chiamare il loro più umile attacco una biga ed il più signorile un quadriga; con quest'ultima essi concorrevano alle solennità dei giuochi olimpici e ad altre gare sorte ad imitazione di quelle.
Essi poi preferivano guidare i quattro cavalli allineati di fronte, e per distinguerli solevano chiamare i due immediatamente vicini al timone cavalli da giogo e gli altri cavalli da tiro. Era pure loro avviso che col lasciare la massima libertà d'azione si ottenesse la massima velocità, per cui i finimenti in uso erano d'una notevole semplicità; essi si riducevano infatti ad un collare, ad un tirante che teneva il collare alla cavezza, ed alle redini. Volendo attaccare i cavalli si assicurava un giogo di legno all'estremità del timone mediante cinghie passate entro appositi anelli. I tiranti dei cavalli da giogo venivano assicurati alla sala, quelli degli altri alla sporgenza superiore del telaio. In quanto alle redini esse venivano raccolte da un'anello all'estremità del timone, donde si partivano in forma di ventaglio in modo da terminare al morso di ogni cavallo. Il lettore potrà facilmente rilevare ulteriori particolari in proposito seguendo gl'incidenti che siamo sul punto di narrare.
I primi competitori erano stati accolti in silenzio, ma il nuovo arrivato ebbe maggior fortuna. Il suo avanzarsi verso il podio dal quale noi assistiamo alla scena, fu salutato da clamorose acclamazioni che attirarono su di lui gli sguardi di tutti. I cavalli di mezzo erano neri, quelli ai lati bianchi come la neve. In conformità alle esigenze della moda romana, le loro code erano state tosate, mentre le mozze criniere erano divise in treccie fregiate di nastri rossi e gialli.
Giunto ad un punto ove il cocchio si offriva tutto intiero alla vista degli spettatori sul podio, questi dovettero convenire che le grida d'ammirazione erano pienamente giustificate. Le ruote erano di meravigliosa costruzione: robuste fascie di bronzo brunito ne rinforzavano i perni leggerissimi; i raggi erano costituiti da zanne d'avorio montate colla loro naturale curvatura all'esterno, onde ottenere la maggior perfezione di concavità, considerata sin d'allora cosa importantissima; i cerchi erano d'ebano colla lastra esterna in bronzo; la sala, in armonia colle ruote, aveva alle estremità una testa di tigre, e, tutta la parte superiore del cocchio era di vimini dorati. L'arrivo di questo splendido equipaggio indusse Ben Hur a guardare con qualche interesse l'auriga. Chi era egli? Mentre facevasi questa domanda non poteva ancora vedergli il volto, e nemmeno l'intiera figura, eppure qualche cosa nel suo aspetto generale e nelle sue movenze non gli pareva nuovo. — Chi poteva mai essere? I cavalli si avvicinavano al trotto. Dallo splendore dell'equipaggio e dal clamore ch'esso sollevava era lecito supporre si trattasse di qualche gran dignitario o di un principe illustre. La presenza di un magnate in quel posto non sarebbe stata in contraddizione alcuna con la sua condizione sociale: è noto come più tardi Nerone e Commodo guidassero i loro cocchi nel circo. Ben Hur si alzò e si fece strada fra la folla fino ad arrivare davanti alla cancellata che divideva il podio dalla pista. Il suo volto esprimeva serietà e i suoi movimenti tradivano l'impazienza. Il cocchio passò davanti al cancello: su di esso erano due persone; l'auriga e un compagno, il Mirtilo, come classicamente solevano chiamarli i gran signori appassionati per le corse; ma Ben Hur non aveva occhi che per il primo, ritto in piedi, colle redini avvolte attorno al corpo formoso, solo in parte coperto da una tunica di panno rosso-chiaro. Nella destra stringeva una frusta, nell'altra mano, leggermente sollevata e protesa, le quattro redini. Piena di grazia è di forza era la posa. Gli applausi non avevano la virtù di scuoterne l'impassibilità. Ben Hur provò una fitta al cuore; il suo istinto e la sua memoria non l'avevano ingannato — l'auriga era Messala!
La rara bellezza dei cavalli, la magnificenza del cocchio, l'atteggiamento altiero della persona, ma sopratutto la fredda espressione del volto, le fattezze marcate ed aquiline, caratteristiche della razza dominatrice, proclamavano a chiare note che il tempo non aveva in nulla modificato il carattere sprezzante, audace, cinico, ed ambizioso del giovanetto Romano.
CAPITOLO VIII.
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Allorchè Ben Hur scese dai gradini del podio, un arabo sorse in piedi e disse ad alta voce a guisa di proclama:
— «Uomini d'oriente e d'occidente, statemi ad udire! — Il buon sceicco Ilderim vi saluta. — Con quattro corsieri, figli dei favoriti di Salomone il Sapiente, egli è venuto qui per gareggiare coi migliori campioni. Egli ha bisogno di un auriga; grandi ricchezze aspettano chi saprà guidare degnamente i suoi cavalli. Qui ed altrove, nella città e nei circhi, ovunque sogliono adunarsi i forti, fate nota questa sua offerta. Così vuole Ilderim, il generoso sceicco, mio signore.» —
L'invito sollevò un mormorio confuso nel popolo affollato sotto la tenda. Prima di sera quell'invito sarebbe stato diffuso in tutti i ritrovi frequentati dai dilettanti di giuochi olimpici e dai professionisti. Ben Hur sostò un momento guardando indeciso ora l'araldo ora lo sceicco, e Malluch credette ch'egli fosse sul punto d'accettare l'offerta. Fu pertanto con un senso di sollievo ch'egli lo vide invece rivolgersi a lui colla domanda: — «Buon Malluch, ove andremo ora?» —
Rispose Malluch ridendo: — «Se volete seguire l'esempio di tutti quelli che vengono qui per la prima volta andrete subito a farvi predire la vostra fortuna.» —
— «La mia fortuna? Per quanto il suggerimento m'abbia un certo sapore d'infedeltà, andiamo pure dalla Dea.» —
— «Adagio, adagio figlio d'Arrio: questi sacerdoti di Apollo non fanno le cose così. Invece di mettervi a contatto con una Pizia o con una Sibilla, essi vi vendono un papiro e v'invitano ad immergerlo nell'acqua d'una certa fontana, dopo di che potrete leggere in versi il vostro avvenire.» —
L'espressione di fugace curiosità che aveva animato il volto di Ben Hur scomparve.
— «Vi sono creature» — osservò amaramente, — «che non hanno bisogno di preoccuparsi del loro avvenire.» —
— «Allora preferite visitare i templi?» —
— «I templi sono Greci, nevvero?»
— «Li chiamano Greci.» —
— «Gli Elleni erano in arte maestri del bello, ma nell'architettura essi sacrificarono la varietà alla rigidità della linea. I loro templi si rassomigliano tutti. Come chiamate la fontana?» —
— «Castalia.» —
— «Ah! la sua fama è universale. Andiamo colà.» —
Malluch il quale osservava il suo compagno lungo il cammino, s'accorse ch'egli s'era fatto mesto e distratto. Non guardava le persone che gli passavano vicino e mostravasi indifferente alle meraviglie che gli sorgevano d'intorno; camminava silenzioso, rannuvolato, a passo lento.
Il fatto si è che la vista di Messala lo perseguitava evocando dolorose memorie. Gli pareva che sole poche ore fossero trascorse dacchè egli era stato strappato dalle braccia della madre ed i suggelli eran stati apposti alla casa paterna. Ripensava ai sogni di vendetta maturati durante i lunghi anni passati nella galera, e che avevano per oggetto principale appunto quel Messala. Poteva esservi misericordia per Grato, ma per Messala, mai! E per raffermarsi nella sua risoluzione egli soleva ripetere a sè stesso: — «Chi ci additò ai persecutori? e, quando implorai soccorso, e non per me, chi mi abbandonò sogghignando?» — Sempre il sogno terminava colle stessa terribile invocazione: — «Il giorno ch'io m'imbatterò in lui, Dio dei miei padri, aiutami a compiere adeguata vendetta!» —
E l'incontro era prossimo, imminente.
Forse s'egli avesse ritrovato Messala povero ed infelice, i suoi sentimenti sarebbero stati diversi; ma così non era. Lo ritrovava più prosperoso che mai, e più che mai insolente nella sua prosperità.
Così avvenne che mentre Malluch lo credeva distratto egli stava invece pensando in qual modo avrebbe avuto luogo l'agognato incontro ed a quali mezzi egli ricorrerebbe per renderlo memorabile.
Si diressero poco dopo verso un viale di quercie ove il pubblico andava e veniva in gruppi di pedoni di cavalieri, e di donne in lettighe portate da schiavi, e dove, di tempo in tempo, transitavano cocchi trascinati con velocità vertiginosa da focosi cavalli. All'estremità, del viale la strada, con lieve pendenza, scendeva fiancheggiata a destra da un'irta scarpa di roccia grigia, ed, a sinistra, da un vasto prato di singolare freschezza; qui si offriva alla vista dello spettatore la famosa Fontana di Castalia.
Spintosi a forza di gomiti attraverso la folla, Ben Hur si trovò dinanzi ad un getto d'acqua, che, dalla sommità di una roccia, si versava in un bacino di marmo nero dove scompariva spumeggiante come in un imbuto.
Presso al bacino, sotto un piccolo porticato scavato nel sasso, stava seduto un sacerdote vecchio, barbuto, grinzoso ed incappucciato, un vero tipo d'eremita. Dal contegno del pubblico sarebbe stato difficile l'indovinare quale fosse la principale attrattiva, per esso: se la fontana o il suo custode. Egli udiva, osservava ed era osservato, ma non parlava mai.
Di quando in quando qualche devoto gli porgeva una moneta. Con un rapido e scaltro luccicar degli occhi egli la pigliava e dava in cambio un foglio di papiro.
Subito il devoto immergeva il papiro nel bacino, poi, alzatolo e guardandolo contro i raggi del sole, vi leggeva un verso. Pare che la fama della Fontana non avesse a soffrire per la povertà dei versi. — Prima che Ben Hur potesse a sua volta consultar l'oracolo, altri visitatori s'avanzarono, il cui aspetto eccitò la sua curiosità non meno di quella dei suoi compagni.
Precedeva un cammello altissimo e completamente bianco, condotto da un uomo a cavallo che lo teneva per la briglia. L'houdah, o sedile, sul dorso del cammello era straordinariamente grande e rivestito di porpora e d'oro. Due altri cavalieri seguivano il cammello, armati di lancie.
— «Che cammello meraviglioso!» — esclamò uno degli astanti.
— «Qualche principe venuto da lontano,» — osservò un altro.
— «Forse un Re.» —
— «I Re sono portati da elefanti e non da cammelli.» —
— «Un cammello, e per di più un cammello bianco!» fece un terzo.
— «Per Apollo, vi dirò io di che si tratta. Coloro che voi vedete non sono nè Re nè principi; sono donne.» —
E qui la discussione fu troncata dall'arrivo della comitiva. Il cammello, visto da vicino, non ismentì l'impressione destata da lontano. Nessuno dei presenti aveva mai veduto un'animale più alto e più maestoso. Che occhi neri! Come era fine e morbido quel suo pelo bianco! Come armonizzava bene colle bardature dorate! Un tintinnio di campanelli d'argento lo accompagnava ed egli si moveva come inconscio del peso che portava. — Ma chi erano l'uomo e la donna sotto il baldacchino dell'houdah? Ogni sguardo era rivolto su di essi. Se l'uomo era un principe bisognava proprio convenire dell'imparzialità del tempo, che non fa distinzione fra potenti ed umili, poichè l'aspetto del vecchio che nulla rivelava circa la sua nazionalità, era quello di una mummia: i curiosi radunati alla fontana non trovarono nulla da invidiargli all'infuori del ricco sciallo che ne avvolgeva la persona.
La donna se ne stava seduta secondo il costume orientale fra finissimi veli e merletti. Al dissopra dei gomiti portava braccialetti in forma di serpentelli uniti con catenelle d'oro ad altri braccialetti ai polsi. Salvo questi ornamenti le braccia erano nude e di forma oltremodo seducente, cui facevano degno complemento due manine quasi infantili, una delle quali scintillava pei numerosi anelli che l'adornavano. Il velo o reticella che le copriva il capo era tempestato di bacche di corallo e legato con una filza di monete, in parte accerchiantile la fronte, in parte scendentile sulle spalle, confuse in una folta massa di capelli neri. Dal suo seggio elevato essa contemplava il pubblico con curiosità ed apparentemente senz'accorgersi della curiosità ch'essa stessa destava. Il più singolare poi si era che, contrariamente al costume delle signore, essa aveva il viso scoperto.
Ed era veramente bello quel viso, bello per la giovanile freschezza, per la forma ovale, per la carnagione trasparente, per gli occhi grandi, per le labbra coralline e pei bianchissimi denti. A queste attrattive aggiungasi la distinzione di una testolina classicamente modellata e d'un volto aristocratico, che le davano un'aria veramente regale.
Cosichè fosse rimasta soddisfatta dell'esame del luogo e delle persone, la vaga creatura diede un ordine al servo, un tarchiato etiope, nudo sino alla cintola, il quale avvicinò il cammello alla fontana e l'obbligò a piegare le ginocchia. Poscia, ricevuto dalle mani della sua signora una coppa, stava per riempirla, allorchè un forte rumor di ruote e uno scalpitar di cavalli al galoppo venne a rompere l'incanto prodotto dall'apparizione della bella straniera e, con un grido d'allarme, il pubblico si sbandò per lasciar libero il passo.
— «Quel Romano pare che voglia travolgerci, badate a voi!» — gridò Malluch a Ben Hur, spiccando un salto per porsi in salvo.
Quest'ultimo si volse, e vide Messala che, a gran carriera, dirigeva il suo cocchio sulla folla. Questa, sbandandosi, lasciò scoperto il cammello, il quale, o inconscio o incurante del pericolo, non si mosse. L'Etiope era paralizzato dal terrore. Il vecchio fece un vano tentativo per uscire dal suo houdah, ma nè egli nè la donna erano più in tempo a salvarsi. Ben Hur, balzò davanti a loro e tuonò rivolto a Messala:
— «Fermati! indietro, indietro.» —
Un sorriso illuminò il volto del patrizio.
Non vedendo altra via di scampo Ben Hur, si precipitò innanzi ed arrestò di botto il cocchio afferrando due dei cavalli pel morso: «Cane d'un Romano, tieni in così poco conto la vita?» gridò, mentre con sforzi erculei obbligava i cavalli a retrocedere. — La subìta scossa fece traballare il carro. Messala fu appena in tempo ad evitare di cadere, ma il compiacente suo Mirtilo andò a ruzzolare lungo la via, fra le risa di scherno degli spettatori.
L'impareggiabile disinvoltura del Romano non venne meno in quest'occasione. Sciogliendosi dalle redini in cui era avviluppato, le gettò da banda; fece il giro del cammello, guardò Ben Hur, e parlò rivolgendosi al vecchio ed alla donna.
— «Chiedo venia ad entrambi: io son Messala, e per la nostra madre terra vi giuro che non vi aveva veduti. In quanto a questa buona gente, ho forse fatto troppo a fidanza sulla mia destrezza: voleva ridere a loro spese e sono essi invece che ridono di me; — buon pro' lor faccia.» —
Il sorriso bonario, lo sguardo ed il gesto indifferente col quale s'era rivolto al pubblico s'accordavano bene con quelle parole. Tutti tacquero in attesa di quanto egli direbbe ancora. Fatto allontanare il cocchio di pochi passi dal buon Mirtilo, egli proseguì guardando arditamente la fanciulla:
— «Ti prego d'intercedere per me presso questo brav'uomo il cui perdono chiederò con maggior insistenza più tardi se ora non l'ottengo. — È tuo padre nevvero?» —
Essa non rispose.
— «Per Pallade, sei pur bella! Bada che Apollo non ti scambii pel suo perduto amore. Sarei curioso di sapere qual paese può vantarsi d'averti per figlia. Non torcere lo sguardo. Il sole d'india è riflesso nei tuoi occhi e l'Egitto ha impresso sulle tue gote i segni d'amore. Per Polluce, non preoccuparti di colui, bella incognita, prima d'aver perdonato a questo schiavo che prega ai tuoi piedi.» —
La giovane donna lo aveva interrotto per chiamare d'un cenno Ben Hur, il quale le si appressò:
— «Ti prego, prendi la coppa e riempila» — gli disse — «mio padre ha sete.» —
— «Ti servirò con piacere» — rispose il giovine, e rivolgendosi per rendere il chiesto servizio si trovò faccia a faccia con Messala. I loro sguardi s'incrociarono: quello dell'Ebreo era provocante, mentre gli occhi del Romano altro non esprimevano che una beffarda bonarietà.
— «Bella straniera, altrettanto crudele quanto bella» — continuò Messala con un saluto della mano — «se Apollo non ti rapisce nel frattempo, mi rivedrai. Non conoscendo il tuo paese non so a qual Dio raccomandarti, cosicchè, per tutti gli Dei! non mi resta che a raccomandarti a me stesso.» —
Visto che Mirtilo aveva acquetati i cavalli e che li teneva pronti per la partenza, risalì sul cocchio. La donna lo seguì collo sguardo, nel quale invero non si leggeva alcuna espressione di risentimento, poscia ricevette la coppa e la passò al padre che gliela restituì dopo aver bevuto un sorso; allora anch'essa vi appressò le labbra, e poi tendendola con un gesto pieno di grazia a Ben Hur, disse, con ineffabile dolcezza:
— «Tienla, te ne preghiamo! essa è piena di benedizioni per te.» —
Il cammello fu fatto alzare e stava per muovere di là quando il vecchio chiamò Ben Hur.
Questi gli si avvicinò rispettosamente.
— «Tu hai oggi reso un gran servigio a uno straniero» — disse.
— «Non v'è che un Dio solo e nel suo santo nome io ti ringrazio. Mi chiamo Balthazar, l'Egiziano. Nel grande Orto delle Palme, oltre il villaggio di Dafne, lo sceicco Ilderim il Generoso ha piantate le proprie tende e noi siamo suoi ospiti. Vieni colà a chiedere di noi. Vi troverai il benvenuto della riconoscenza.» —
Ben Hur rimase meravigliato della voce chiara e della dignità di quel vecchio venerando.
Mentre stava osservando la partenza della comitiva vide di nuovo Messala.
Il Romano allontanavasi come era venuto, ridendo con indifferenza beffarda.
CAPITOLO IX.
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D'ordinario uno dei mezzi più sicuri per farsi odiare da una persona, è quello di comportarsi bene in un'occasione in cui quella persona s'è comportata male.
Fortunatamente Malluch faceva eccezione alla regola.
L'incidente di cui era stato testimonio aveva anzi aumentata la sua stima per Ben Hur rivelatogli uomo coraggioso e destro.
Se ora avesse potuto apprendere qualche cosa della storia del giovane avrebbe, pensava egli, un'interessante rapporto della giornata da sottoporre all'ottimo messer Simonide.
Intanto due fatti gli constavano già. Il suo compagno era Ebreo e figlio adottivo di un celebre Romano. Un altro pensiero germogliava nella sua mente. Messala ed il figlio del duumviro non dovevano essere estranei l'uno all'altro. Di qual natura erano i loro rapporti? Come venirne in chiaro?
Per quanto ei si lambiccasse il cervello, non riusciva a trovare un'addentellato per entrare in argomento, e già rassegnavasi a rinunciare ad ogni tentativo quando Ben Hur stesso venne in suo soccorso.
Egli prese Malluch per un braccio e con lui si scostò dalla folla la quale ormai volgeva di nuovo la propria attenzione al vecchio sacerdote ed alla mistica fontana.
— «Buon Malluch,» — chiese Ben Hur arrestandosi, — «può un'uomo dimenticare la propria madre?» —
Questa domanda, fatta a bruciapelo e senza applicazione diretta, non poteva a meno d'imbarazzare l'interrogato, il quale, guardando il compagno come per leggergli in volto il vero significato delle sue parole, vi scorse invece tali segni di sincera emozione da sentirsene scosso.
— «No,» — rispose con calore. — «No, mai,» — indi, ripreso completamente possesso di se stesso soggiunse con calma: — «mai s'egli è Israelita. Una delle prime lezioni ch'io imparai alla Sinagoga fu la venerazione pei genitori, poichè, come disse il figliuolo di Sirach: — «Venera tuo padre con tutta l'anima e non dimenticare le sofferenze di tua madre.» —
Il volto di Ben Hur si fece più acceso. — «Quelle parole,» — disse con voce commossa, — «mi richiamano alla mente la mia infanzia ed esse mi provano pure che tu sei un buon Ebreo. Tu m'ispiri fiducia.» —
Abbandonò il braccio, al quale sin qui s'era tenuto stretto, e con ambe le mani compresse le pieghe della veste che gli copriva il petto, quasi a soffocare un'acuto dolore che lo straziava, indi proseguì:
— «Mio padre, portava un nome distinto e godeva di non poca considerazione a Gerusalemme ov'egli abitava. Mia madre, alla morte di lui, era ancora nel fiore dell'età, e io non saprei davvero trovar parole per descrivere quanto buona ella fosse e bella. Io aveva anche una sorellina, e noi tre componevamo la famiglia, una famiglia così felice da giustificare le parole del vecchio Rabbi: — «Dio non potendo essere da per tutto, creò le madri.» — Un giorno una disgrazia accidentale toccò ad un'alto funzionario romano, mentre passava davanti alla nostra casa accompagnato da una coorte; i legionarii abbatterono la porta, si precipitarono in casa e ci arrestarono. Da quel giorno non ho riveduto mia madre e mia sorella. Non posso dire s'esse siano vive o morte e non so che cosa sia avvenuto di esse. Ma, Malluch, quell'uomo, laggiù nel cocchio, era presente alla nostra separazione; fu egli stesso che ci consegnò ai soldati, sogghignando barbaramente, mentre mia madre, invocante pietà pei suoi figli, veniva trascinata a viva forza. Non ti saprei dire se in me prevalga l'odio o l'amore. Oggi lo riconobbi da lontano e — qui riafferrò il braccio dell'altro — Malluch, quell'uomo conosce il segreto ch'io darei la mia vita per scoprire; sì, egli potrebbe dirmi ove trovansi le poverette, se siano vive, ed ove, se morte, io potrei ritrovare le loro ossa.» —
— «E non vuol parlare?» —
— «No.» —
— «Perchè?» —
— «Perchè io sono Ebreo ed egli è Romano.» —
— «Ma i Romani hanno pure una lingua e gli Ebrei, per quanto disprezzati, dispongono di mezzi efficacissimi.» —
— «Non per casi di questo genere. Trattasi d'un segreto di Stato. Devi sapere che tutti i beni di mio padre furono confiscati e divisi fra i nostri nemici.» —
Malluch chinò il capo come per significare che comprendeva perfettamente tutta la forza del ragionamento; poscia domandò: — «Ti ha egli riconosciuto?» —
— «Non gli era possibile. Fui condannato alle galere in vita e da gran tempo sono creduto morto.» —
— «Mi stupisce che tu non l'abbia ucciso» — fece Malluch cedendo ad un momentaneo impeto di sdegno.» —
— «Se lo avessi ucciso lo avrei messo nell'impossibilità di servirmi. La morte costudisce un segreto più gelosamente della coscienza d'un Romano.» —
L'uomo cui incombeva la vendetta di sì atroci offese e che nondimeno sapeva padroneggiare se stesso al punto di rinunciare all'occasione che gli si era presentato di compierla, doveva aver gran fiducia nel proprio avvenire, oppure covava un piano migliore: — pertanto i pensieri di Malluch presero un nuovo indirizzo. Egli cessò da quel momento d'essere unicamente l'agente d'una terza persona e si sentì attratto verso Ben Hur per conto proprio. In altre parole Malluch si predisponeva a servirlo di tutto cuore per l'ammirazione che Ben Hur gl'ispirava.
Dopo una breve pausa, Ben Hur riprese:
— «Non voglio togliergli la vita, buon Malluch; — contro una tale misura estrema lo garantisce per ora il segreto che egli chiude nella nera sua anima; ma so un modo di punirlo, e se tu vuoi aiutarmi, mi ci proverò.» —
— «Egli è Romano,» — rispose Malluch senza esitare, — «ed io sono della tribù di Giuda. T'aiuterò. Se vuoi da me un giuramento, prescrivimelo pure nella forma che a te sembri più solenne.» —
— «Dammi la tua mano; questo mi basta.» —
Scambiata la stretta di mano Ben Hur, con un senso di sollievo, proseguì: — «Ciò ch'io vorrei da te, mio buon amico, non è cosa difficile nè tale da turbarti la coscienza. Proseguiamo il nostro cammino.» —
Presero la via che a destra conduceva attraverso il prato cui fu già accennato nella breve descrizione precedente l'arrivo alla fontana. Dopo qualche istante Ben Hur ricominciò:
— «Conosci tu lo sceicco Ilderim il Generoso?» —
— «Sì.» —
— «Ove trovasi l'Orto delle Palme? o, piuttosto a che distanza è desso dal villaggio di Dafne?» —
Malluch fu punto da un sospetto. Rievocando l'immagine della bella fanciulla alla fontana e l'inclinazione ch'essa aveva graziosamente dimostrata per Ben Hur, si chiese se mai il compito di colui che voleva salvare o vendicare la propria madre, non correva il rischio di essere dimenticato per una avventura d'amore; — ciò nonostante rispose:
— «A cavallo, l'Orto delle Palme si raggiunge in due ore, ma un buon cammello percorre quello distanza in un'ora sola.» —
— «Grazie. Puoi dirmi ancora se agli annunzii dei giuochi di cui mi parlasti fu data grande pubblicità e quando essi avranno luogo?» —
Le interrogazioni erano suggestive, e se non ebbero l'effetto di riassicurare Malluch, egli è certo che ne stimolarono vivamente la curiosità.
— «Oh, sì, i giuochi saranno splendidi. Il Prefetto è ricco e, quantunque sia indipendente dalla carica, egli, come la maggior parte degli uomini prosperosi, non è null'affatto insensibile all'aumento delle sue ricchezze, per cui, non foss'altro che per farsi un'amico a Corte, si è messo in gran faccende per festeggiare il console Massenzio, qui atteso per ultimare i preparativi contro i Parti. I ricchi abitanti d'Antiochia, che in questi preparativi hanno il loro tornaconto, ottennero dal Prefetto il permesso di contribuire alle feste. Già da un mese gli araldi proclamano l'apertura del circo per la cerimonia. Il nome del Prefetto basterebbe da solo a garantire la varietà e la magnificenza dei giuochi, particolarmente in oriente, ma quando alle sue promesse si aggiungono quelle dei maggiorenti d'Antiochia, si può esser certi che il concorso sarà straordinario. I premi offerti sono principeschi.
— «E il Circo? mi fu detto essere secondo solo al Circo Massimo.» —
— «A quello di Roma vuoi dire. Ecco: il nostro può accogliere duecento mila spettatori e il vostro ne accoglie settantamila di più; tanto quello di Roma come il nostro sono di marmo e la distribuzione interna è perfettamente eguale.» —
— «E il regolamento è esso pure eguale?» —
Malluch sorrise.
— «Se l'Antiochia osasse fare da sè, figlio d'Arrio, Roma non terrebbe il dominio che tiene. Il regolamento del Circo Massimo è quello che regge, anche qui, in ogni particolare salvo uno solo; a Roma ogni singola gara è limitata a quattro cocchi; qui invece non v'è limite di numero.» —
— «Ah, l'usanza dei Greci.» —
— «Sicuro, Antiochia è più Greca che Romana.»
— «Per cui, Malluch, io sarei libero di scegliermi il mio cocchio?» —
— «Il tuo cocchio e i tuoi cavalli, — non v'è alcuna restrizione in proposito.» —
Mentre rispondeva alle domande di Ben Hur, Malluch non potè a meno d'accorgersi della crescente soddisfazione colla quale le sue parole venivano accolte.
— «Ancora una cosa, Malluch, quando avrà luogo la solennità?» —
— «Ah, sì, me ne era scordato,» — s'affrettò a dire l'interrogato, «se, per dirla in istile romano, gli Dei del mare sono propizii, di qui a sei giorni comincieranno i giuochi.» —
— «Il tempo è breve Malluch, ma mi basta;» — queste ultime parole vennero pronunciate con forza; — «pei profeti d'Israele! riprenderò le redini; però, un momento! Come possiamo noi essere sicuri che Messala sarà fra i concorrenti?» —
Malluch vide d'un tratto il piano escogitato per umiliare il Romano, e, da degno discendente di Giacobbe, dimenticando ogni altra considerazione, corse subito col pensiero a valutarne le probabilità pro e contro. La sua voce ebbe quasi un tremito, quando domandò: — «Sei tu abbastanza addestrato?» —
— «Non temere, amico mio. — Da tre anni i vincitori del Circo Massimo devono i loro allori unicamente alla mia condiscendenza. Chiedilo a loro stessi e ti diranno ch'io non esagero. Alle ultime gare l'Imperatore in persona mi offrì la sua particolare protezione a patto ch'io guidassi i suoi cavalli.» —
— «E tu non accettasti?» — chiese con vivo interesse Malluch.
— «Io,» — proseguì Ben Hur, e qui la sua voce si fece esitante, — «io sono Ebreo e non osai, quantunque portassi un nome romano, assumermi professionalmente un'ufficio che avrebbe suonato onta al nome di mio padre nei chiostri e nelle corti del Tempio. — Nulla mi vietava di addestrarmi nelle palestre, ma il circo mi avrebbe disonorato, e se qui faccio un'eccezione, Malluch, ti giuro che non è per il premio o per la mercede riservata al vincitore.» —
— «Fermati, non giurare così,» — lo interruppe Malluch, — «la mercede è di diecimila sesterzi, una fortuna per tutta la vita.» —
— «Non per me, quand'anche il Prefetto la triplicasse cinquanta volte. Io voglio ben altro; voglio ciò che vale più di tutti i redditi imperiali dal primo anno dell'impero a tutt'oggi. Voglio umiliare il mio nemico. Tu sai che la vendetta è permessa dalla legge.» —
Con un sorriso d'approvazione, come volesse dire, «Benissimo, benissimo, fra noi Ebrei c'intendiamo» Malluch rispose: — «Messala correrà, non dubitarne. Egli si è già troppo impegnato annunciando il suo concorso in tutti i pubblici ritrovi, e d'altronde il suo nome figura sulle tavolette di tutti i giovani giuocatori d'Antiochia.» —
— «Il suo nome è impegnato in scommesse, dici tu?» —
— «Sicuro, ed ogni giorno egli viene qui con ostentazione ad esercitarsi.» —
— «Ah! quello adunque è il cocchio e quelli sono i cavalli di cui si servirà? Sta bene; sii ringraziato buon Malluch. Tu m'hai già reso un gran servigio ed io ho di che rallegrarmene. Ora siimi guida all'Orto delle Palme e presentami allo sceicco Ilderim il Generoso.» —
— «Quando?» —
— «Oggi stesso. Domani i suoi cavalli potrebbero essere già affidati ad altri.» —
— «Ti piacciono tanto?» —
Ben Hur rispose con entusiasmo: — «Li vidi dal podio per un solo istante, poichè subito sopraggiunse Messala, e non potei più veder altro, ma quello sguardo mi bastò per riconoscerli d'un sangue che è la meraviglia e la gloria del deserto. Non vidi esemplari di quella razza fuorchè nelle stalle di Cesare, ma, veduti una volta, si riconoscono sempre. Se domani per esempio t'incontrassi, Malluch, quantunque tu non mi salutassi, io ti riconoscerei al tuo viso, alla tua figura, ai tuoi modi. Ebbene, colla stessa certezza ed alli stessi segni io riconoscerei quei cavalli. Se è vero la metà di quanto si dice di loro e io riesca a piegarli alla mia volontà, potrò...» —
— «Vincere i sesterzi?» — interrogò Malluch ridendo.» —
— «No,» — rispose vivamente Ben Hur, — «farò quello che meglio s'addice ad un figlio di Giacobbe: umilierò il mio nemico in pubblico. Ma, soggiunse impaziente, noi perdiamo tempo. In qual modo possiamo con tutta sollecitudine raggiungere la tenda dello sceicco?» —
Malluch riflettè un momento.
— «Il meglio si è d'andar diritto al villaggio che fortunatamente è qui vicino; se possiamo trovare due buoni cammelli non avremo che un'ora di viaggio.» —
— «Andiamo dunque.» —
Il villaggio era formato da palazzi circondati da giardini, con qua e là dei Khan, o alberghi, principeschi. Non fu difficile trovare due dromedarii, e, montati su di essi, i due Ebrei s'avviarono alla volta dell'Orto delle Palme.
CAPITOLO X.
Indice
Passato il villaggio, il terreno si presentava ondulato e coltivato con gran cura; esso era infatti l'Orto d'Antiochia ove d'ogni palmo di terra si faceva tesoro. Gl'irti fianchi delle colline erano tagliati a terrazzi, e persino le alte siepi rallegravano la vista colle viti che vi erano allacciate, dalle quali pendevano bellissimi grappoli d'uva porporina. — Al di là d'innumerevoli letti di poponi, e di boschetti d'aranci e limoni, si scorgevano le bianche dimore degli affittaiuoli. Ovunque si girava lo sguardo, si vedeva l'Abbondanza, sorridente figliuola della Pace, vestita dei suoi più lieti ed attraenti colori.
Di tempo in tempo poi le accidentalità del terreno lasciavano intravvedere qualche punto del Tauro e del Libano, fra i quali l'Oronte placidamente seguiva il proprio corso.
I nostri viaggiatori arrivarono al fiume e lo costeggiarono seguendone le sinuosità, ora vincendo rapide salite, ora scendendo in qualche valle, a traverso terreni segnati come aree per costruzione di ville. Ora si godeva l'ombra piacevole proiettata dalle fronde delle quercie, dei siccomori e dei mirti, ed ora il profumo delle piante aromatiche. Alla poesia dell'ambiente contribuiva poi in particolar modo la vicinanza del fiume nel quale specchiavansi gli obliqui raggi del sole.
Innumerevoli navi e navicelle solcavano le acque in ogni senso, emblemi e veicoli di vita, ricchi di suggestioni ed evocanti immagini di città lontane, di popoli stranieri e di commerci.
I due amici proseguirono in silenzio la loro via, finchè arrivarono ad un lago formato dal rigurgito del fiume e di cui l'acqua era limpida, profonda ed immobile. Un vecchio palmizio dominava l'angolo dell'insenatura, e Malluch, girando a sinistra dell'albero, battè le mani e gridò: — «Guarda, guarda, ecco l'Orto delle Palme.» —
La scena che si offrì ai loro sguardi avrebbe solo potuto avere riscontro in qualche oasi favorita d'Arabia o in qualche fattoria sulle sponde del Nilo. — Ben Hur trovò innanzi a sè una vasta pianura coperta d'un tappeto verde di rara freschezza.
Gruppi di palme secolari, di mole colossale, dai rami regolari, dalle fronde piumate, e come modellate in cera, spiccavano contro il cielo azzurro.
Il lago, fresco e limpido, alimentava con le sue acque vitali le radici dei vecchi alberi. Era forse una ripetizione del Bosco di Dafne? — Le palme, come se avessero indovinato il pensiero di Ben Hur e volessero a loro modo sedurlo, sembravano agitarsi al suo passaggio e spruzzarlo di fresca rugiada.
La via correva parallela alla riva del lago dalla quale si vedeva la sponda opposta ombreggiata parimenti da palme; ogni altra qualità d'alberi era esclusa.
— «Guarda quel dattero» — esclamò Malluch, additando una gigantesca palma. — «Ogni anello sul suo tronco segna un'anno di vita. Contali dalla radice fino alla cima, e se lo sceicco ti dice che il bosco fu piantato prima che in Antiochia si conoscessero i Seleucidi, tieni per certo ch'egli ti dice il vero.» —
Non è possibile contemplare una palma rigogliosa senza sentirsi penetrati dalla sottile suggestione che emana questo superbo vegetale, il quale sembra trasformarsi agli occhi del contemplatore, e infondere un senso di compiacimento e di ammirazione.
Così si spiega gli omaggi prodigati alla palma da tutto l'oriente, incominciando dagli artefici dei primi Re, i quali non seppero trovare miglior modello per i pilastri dei loro palazzi e dei loro templi. Ben Hur chiese:
— «Allorchè oggi vidi Ilderim allo stadio ei mi fece l'effetto d'un uomo comunissimo, che i nostri Rabbini di Gerusalemme avrebbero disprezzato siccome un cane di Edom. Come mai venne egli in possesso dell'Orto e come fa egli a salvarsi dall'avidità dei governatori Romani?» —
— «Se il tempo nobilita il sangue» — rispose con calore Malluch, — «il vecchio Ilderim, o figlio d'Arrio, è un uomo nel miglior senso della parola, quantunque un Edomita non circonciso. I suoi padri furono tutti sceicchi. Uno di essi, vissuto in non so quale epoca prestò soccorso una volta ad un Re, che molti nemici inseguivano.
La leggenda narra ch'egli gli prestasse a sua difesa mille cavalieri, cui erano noti tutti i sentieri e nascondigli del deserto. Essi tennero celato il Re finchè l'occasione si presentò di distruggere il nemico e di rimettere il monarca sul trono. — Questi, per riconoscenza diede al figlio del deserto questo luogo delizioso, per sè e suoi successori, in perpetuo. Nessuno pensò mai di turbarne il possesso. I governatori trovano che è del loro interesse il mantenere buone relazioni con una tribù alla quale Iddio ha accordato uomini, cavalli, cammelli e ricchezze, rendendola così padrona di molte fra le arterie che collegano Antiochia con le altre città; — poichè è dal buon volere di questi uomini che dipende la libertà di passaggio e la sicurezza delle strade. Persino il Prefetto si reputa felice ogniqualvolta Ilderim, soprannominato il Generoso pei molti suoi atti di liberalità, si reca a fargli visita in compagnia delle sue donne, dei suoi figli o dei suoi dipendenti, tutti montati su cammelli e cavalli, come solevano fare i nostri padri Abramo e Giacobbe.
— «Come spieghi adunque» — chiese Ben Hur che aveva ascoltato con vivo interessamento, senza accorgersi della lentezza dei dromedarii — «ch'egli oggi si strappava la barba dalla rabbia e malediva sè stesso per aver prestato fede ad un Romano? Se Cesare l'avesse udito avrebbe avuto ragione di dire: «Non amo tali amici, liberatemene.» —
— «E non avrebbe sbagliato di certo» — rispose Malluch sorridendo. — «Ilderim non ama Roma, ed ha un motivo di lagnarsene. Tre anni fa i Parti catturarono una carovana sulla strada da Bozza a Damasco, la quale portava, fra l'altro, il tributo d'un intiero distretto. Essi uccisero tutti gli uomini della carovana, ciò che i censori a Roma avrebbero facilmente perdonato purchè i denari imperiali fossero stati rispettati. Gli appaltatori delle tasse, chiamati a rispondere del danno, ricorsero a Cesare il quale tenne responsabile Erode. Questi se ne indennizzò sequestrando dei valori di Ilderim col pretesto ch'egli avrebbe dovuto invigilare la sicurezza delle strade imperiali. Lo sceicco si appellò a Cesare e Cesare gli diede una risposta degna in tutto della sfinge. D'allora in poi il vecchio si strugge di rabbia e non manca mai un'occasione di darvi sfogo.» —
— «Ciò non gli serve a nulla, Malluch.» —
— «Questo» — continuò l'altro — «richiede un'altra spiegazione che ti fornirò, se ti accosterai; ma, parliamo sottovoce; — l'ospitalità dello sceicco ha già principio, guarda quelle fanciulle che ti parlano.» —
I dromedarii si fermarono e Ben Hur guardando giù, vide alcune bambine vestite alla foggia delle contadine siriache, che gli offrivano canestri di datteri. La frutta era stata appena colta e non poteva venir rifiutata. Egli si abbassò, ne prese, ed in quell'istante un uomo, accovacciato sull'albero presso il quale le bestie s'erano fermate, gridò: — «La pace sia con voi e siate i benvenuti.» — Dopo aver ringraziato le due fanciulle i due amici continuarono per la loro strada.
— «Devi sapere» — proseguì Malluch, interrompendosi di tanto in tanto per mostrare un dattero — «che Simonide, il negoziante, mi onora della sua fiducia, e ch'egli, qualche volta, si degna consigliarsi meco, per cui, frequentando io la sua casa, feci la conoscenza di molti suoi amici, i quali sapendo di questa nostra domestichezza, parlarono liberamente in mia presenza. Fu in questo modo ch'io entrai in qualche intimità collo sceicco Ilderim.» —
Per un istante l'attenzione di Ben Hur divagò. Alla sua mente s'affacciò l'immagine pura, gentile e supplichevole d'Ester. Gli occhi neri della fanciulla, risplendenti di quella luce caratteristica delle donne Ebree, si fissarono modestamente sui suoi; — gli parve d'udire il fruscio delle vesti e la melodiosa sua voce mentre gli porgeva la coppa di vino. Ricordò con compiacenza la pietà del suo sguardo più espressivo di qualunque parola e si beò di quel ricordo. La visione, piena d'ineffabile dolcezza, sparì come d'incanto allorchè egli si volse verso Malluch.
— «Alcuni giorni fa» — continuò quest'ultimo — «il vecchio arabo venne da Simonide e mi trovò da lui. Non mi sfuggì un suo certo qual turbamento, ond'io, per deferenza, feci atto di ritirarmi, ma egli stesso mi trattenne. — «Se sei Israelita» — disse — «fermati perchè ho una storia strana da narrarti.» — L'enfasi colla quale accentuò la parola Israelita, eccitò la mia curiosità e rimasi. Devo essere breve, poichè ci avviciniamo alla tenda; eccoti in poche parole il sunto della sua narrazione. — «Molti anni fa, tre stranieri convennero alla tenda d'Ilderim nel deserto; un Indiano, un Greco, un Egiziano. Viaggiavano su cammelli, i più grandi ch'egli avesse mai veduti e completamente bianchi. Ilderim diede loro il benvenuto e li ospitò.
«La mattina seguente si alzarono ed intonarono una preghiera affatto nuova per Ilderim, indirizzata a Dio ed al figliuol suo. Il loro contegno era misterioso. Dopo rotto il digiuno, l'Egiziano spiegò chi fossero e donde venissero. Ognuno di loro aveva veduto una stella, dalla quale s'era fatta udire una voce che comandava loro di recarsi a Gerusalemme e di chiedere: «Ov'è colui che è nato Re dei Giudei?» — «Essi obbedirono. Da Gerusalemme la stella li guidò a Betlemme, dove, in una grotta, trovarono un neonato ch'essi adorarono cadendo in ginocchio davanti a lui: — compiuto quest'atto d'adorazione, accompagnato da preziosi regali, e proclamato chi Egli fosse, essi fuggirono coi loro cammelli e si rifugiarono presso lo sceicco, non essendo dubbio che, se Erode, colui che era detto il Grande, li avesse presi, li avrebbe condannati a morte. Fedele al suo costume, lo sceicco li ricoverò e li tenne celati per un anno intero, in capo al quale, essi partirono lasciandogli doni di gran valore, e prendendo ognuno una direzione diversa.» —
— «È una storia meravigliosa» — esclamò Ben Hur — «Che cosa dicesti che essi dovevano chiedere una volta arrivati a Gerusalemme?» —
«Dovevano chiedere: «Dov'è colui che è nato Re dei Giudei?» —
— «E null'altro?» —
— «V'erano altri particolari ma non li ricordo.» —
— «Ed essi trovarono il bambino?» —
— «Sì, e lo adorarono.» —
— «Malluch, quest'è un miracolo.» —
— «Ilderim è uomo posato quantunque eccitabile come tutti gli Arabi. Egli è incapace d'una menzogna.» —
Malluch parlava con sicurezza. Dopo una pausa, di cui i dromedarii approfittarono per pascolare, scostandosi dalla strada, Ben Hur chiese di nuovo:
— «Non sa più nulla Ilderim dei tre uomini? Che avvenne di loro?» —
— «Ah, sì, questo fu precisamente il motivo della visita a Simonide. Alla vigilia di quel giorno era ricomparso l'Egiziano.» —
— «Dove?» —
— «Qui all'entrata della tenda alla quale ci rechiamo.» —
— «Come lo riconobbe?» —
— «Nello stesso modo che riconoscesti oggi i cavalli; dal suo aspetto.» —
— «Da null'altro?» —
— «Egli era in groppa allo stesso cammello bianco, e portava lo stesso nome — Balthasar, l'Egiziano.» —
— «Sarebbe mai questo un miracolo del Signore?» — chiese Ben Hur agitato.
— «E perchè?» — domandò a sua volta sorpreso l'amico.
— «Non dicesti Balthasar?» —
— «Sì, Balthasar l'Egiziano.» —
— «Ma quello è il nome del vecchio che vedemmo oggi alla fontana.» —
— «È vero» — proruppe vivamente Malluch, cui subito si comunicò l'agitazione del compagno, — «il cammello era il medesimo e tu salvasti la vita a quell'uomo.» —
— «E la donna,» — continuò Ben Hur, come parlasse fra sè, — «la donna era sua figlia,» — e fattosi pensoso, tacque.
Non sarà difficile al lettore l'indovinare come il dialogo precedente avesse evocato una seconda visione di donna nella quale Ben Hur rimase più a lungo assorto che non nella prima; ma egli si sbagliarebbe se da questa circostanza concludesse che Ben Hur ne fosse maggiormente affascinato. La seguente domanda ch'egli rivolse a Malluch dopo una lunga pausa, indica il procedere del suo pensiero.
— «Dimmi Malluch, dovevano quei tre chiedere dove fosse colui che doveva essere Re dei Giudei?» —
— «Non precisamente in questi termini, ma bensì ove fosse colui nato per essere Re dei Giudei. Quelle erano le parole udite dal vecchio sceicco nel deserto, e, da quel giorno, egli attende l'avvento del Re; e nessuno potrebbe scrollare la sua fede.» —
— «Ma.... proprio un Re?» —
— «Già. E con lui la caduta di Roma: così disse il vecchio.» —
Seguì un nuovo periodo di silenzio, di cui Ben Hur sentiva bisogno per raccogliere le proprie idee e frenare l'agitazione dell'animo, indi riprese:
— «Quel vecchio è uno dei molti milioni d'uomini che avranno gravi offese da vendicare, e pertanto questa sua strana teoria, Malluch, è di prezioso alimento alle sue speranze, visto che, durante la dominazione di Roma, solo un Erode può essere Re dei Giudei. Udisti tu ciò che Simonide rispose?» —
— «Se Ilderim è uomo serio, Simonide dal canto suo è uomo saggio,» — replicò Malluch; — «udii infatti il suo parere e... ma, ascolta, qualcuno ci segue.» —
Udivasi in fatti un rumore di cavalli e di ruote avvicinantesi rapidamente, in breve i due Ebrei furono raggiunti da Ilderim, che, a cavallo e seguito da un lungo corteo nel quale figuravano i quattro cavalli arabi, ritornava dal boschetto di Dafne. La testa dello sceicco era china sul petto come quella di una di persona accasciata, ma alla vista dei due che l'avevano preceduto nel ritorno, il vecchio si animò e li salutò con affabilità.
— «La pace sia con voi! ah, il mio amico Malluch! Dimmi che sei d'arrivo e non di partenza e che mi porti qualche messaggio da parte del buon Simonide cui auguro che il Signore dei suoi padri mantenga per molti anni in vita. Seguitemi entrambi. Ho pane e frutta ad offrirvi, e se meglio v'aggrada, arrack e carne di capretto. Venite.» —
Lo seguirono fino all'entrata della tenda ov'egli scese da cavallo, e li ricevette con un vassojo sul quale stavano tre coppe riempite d'un liquido schiumante versatovi da un'otre annerita dal fumo, appesa all'antenna centrale. — «Bevete,» — disse cordialmente, — «bevete, poichè questo è il talismano che garantisce l'incolumità a chi penetra nelle tende dei figli del deserto.» —
Ognuno prese una coppa e la vuotò.
— «Entrate ora: in nome di Dio.» —
Appena entrati, Malluch chiamò da parte lo sceicco e gli parlò sommessamente, poi andò verso Ben Hur e si scusò.
— «Ho parlato di te allo sceicco e domattina egli ti lascerà provare i cavalli. Avendo ormai fatto tutto quanto stava in me, ti lascio la cura del rimanente e me ne ritorno ad Antiochia. Un tale mi aspetta questa sera, e mi è forza recarmi da lui. Ritornerò domani e farò in modo, se tutto andrà bene, di rimaner teco finchè termineranno i giuochi.» —
E dopo uno scambio di saluti e di benedizioni, Malluch si allontanò.
CAPITOLO XI.
Indice
All'ora in cui due terzi della popolazione d'Antiochia riposava dalle fatiche del giorno, godendosi, sui terrazzi delle case, l'aria rinfrescata dalla brezza serale, Simonide, adagiato nel seggiolone ormai diventatogli indispensabile, stava contemplando dal proprio terrazzo il fiume, ed i navigli che vi erano ancorati. La muraglia che ergevasi dietro di lui proiettava la sua ombra sull'acqua fino a raggiungere la sponda opposta, ed al disopra continuava il solito rumore dell'andirivieni sul ponte. Ester, presso al padre, gli teneva dinanzi un piatto contenente la sua cena frugale, composta di focaccie leggiere come ostie, un po' di miele ed una tazza di latte nella quale Simonide immergeva le focaccie dopo averle spalmate di miele.
— «Malluch ritarda questa sera» — mormorò egli scoprendo così il pensiero che lo preoccupava.
— «Credi tu ch'egli verrà?» — chiese Ester.
— «A meno ch'egli non abbia dovuto prendere la via del mare o del deserto, verrà.» —
Simonide parlava tranquillamente da uomo sicuro del fatto suo.
— «Potrebbe invece scrivere.» — suggerì timidamente la ragazza.
— «No, Ester. Egli mi avrebbe già avvertito con lettera se si fosse accorto di non poter ritornare e poichè non m'ha avvertito sono certo che verrà.» —
— «Speriamolo» — sospirò la giovine.
V'era un non so che nel tono col quale ella si lasciò sfugire questa parola, che colpì il vecchio. Il più piccolo uccellino non può posarsi sopra un ramoscello senza comunicare una vibrazione, per quanto leggiera, a tutte le fibre dell'albero, e l'organismo umano non è meno sensibile qualche volta alle più insignificanti parole.
— «Tu desideri ch'egli ritorni, Ester?» —
— «Sì, rispose ella» — guardandolo negli occhi.
— «Perchè? potresti dirmelo?» — persistette il padre.
— «Perchè...» — essa sostò, poi riprese: — «perchè il giovane è...» — e qui di nuovo si fermò.
— «Il nostro padrone, tu vuoi dire.» —
— «Sì.» —
— «E tu sei sempre d'avviso ch'io non dovrei lasciarlo partire senza dirgli che, se egli vuole, può prendere possesso di noi e di tutto — capisci Ester? di tutto — delle merci, dei denari, delle navi, degli schiavi e del credito potente, che è un mantello d'oro e d'argento tessuto per me da quella Divinità tanto adorata dagli uomini, il Successo!» —
Essa non rispose.
— «Non te ne commovi affatto?» — insistè egli, non senza una tinta d'amarezza. — «Sta bene, Ester. Ho sempre trovato che per quanto terribile sia la realtà essa non è mai insopportabile una volta squarciate le nere nubi attraverso le quali essa ci atterriva dapprima — no, mai, neppure la tortura. Suppongo che sarà così anche della morte. Alla stregua di questa filosofia è presumibile che la schiavitù cui andiamo incontro finisca per esserci dolce. Mi è grato sin d'ora il pensare alla felicità del nostro padrone. Le ricchezze non gli saranno costate nulla, non un momento d'angoscia, non una stilla di sudore, neppure un pensiero! Esse gli cadranno in grembo mentr'egli è nel fior degli anni senza averle nemmeno sognate. E, perdona questo piccolo sfogo alla mia vanità, Ester, se aggiungo ch'egli andrà inoltre al possesso di ciò che tutto l'oro del mondo non potrebbe dargli; parlo di te, mio tesoro, mio adorato fiorellino germogliato dalla tomba della mia perduta Rachele.» —
L'attirò amorosamente a sè e la baciò due volte; un bacio per lei, uno per la povera morta.
— «Non parlar così» — disse la ragazza allorchè il vecchio ritrasse la mano che le aveva accarezzato il collo, — «quel giovane merita una migliore opinione; egli pure ha sofferto, e ci renderà liberi.» —
— «Ah, Ester, tu sei di nobili istinti e sai com'io ad essi mi affidi ogniqualvolta mi trovo perplesso nel giudicare del carattere di qualcuno, ma» — e qui la sua voce si fece più vibrata — «ma non sono solo queste povere membra, questo corpo lacerato e straziato fino a non aver più forma umana, che gli darò. Io gli arrecherò un'anima che ha saputo trionfare dei tormenti e della malignità Romana, più crudele degli stessi tormenti; io gli porterò una mente che sa scoprire l'oro ad una distanza maggiore di quella cui arrivarono le navi di Salomone, una mente esercitata nel concepire vari disegni» — qui sorrise di compiacenza, poi continuò sempre più animandosi: — «ma non sai, Ester, che prima ancora che la nuova luna entri nel prossimo quarto io potrei scuotere il mondo così da farne sussultare lo stesso Cesare? Poichè tu devi sapere, figliuola, ch'io posseggo quella facoltà più preziosa d'un corpo perfetto, più preziosa del coraggio, della volontà, dell'esperienza, quella facoltà divina che neppure i grandi sanno abbastanza apprezzare, mentre il volgo non la conosce affatto, la facoltà d'aggiogare gli uomini ai miei propositi e di mantenerveli fino al loro compimento, di modo che la mia persona si moltiplica in legioni di centinaia e di migliaia di persone. E così i capitani delle mie navi attraversano i mari e mi portano il premio d'oneste fatiche; così Malluch segue quel giovane nostro padrone e mi porterà...» — qui il rumore di passi avvicinantisi alla terrazza lo interruppe.» — Ah, Ester, non te lo dissi? eccolo qui, ed ora avremo notizie. Per te, mia dolcissima figliuola, mio candido giglio, prego Iddio, il quale non ha dimenticato il ramingo gregge d'Israele, ch'esse siano confortanti.» —
Malluch si presentò.
— «La pace sia con te, mio buon padrone» — disse inchinandosi — «ed anche a te, Ester, la più virtuosa delle figlie.» —
Egli stava loro davanti in atto rispettoso. Col contegno suo, umile come quello d'un servo, faceva contrasto la famigliare cordialità delle sue parole onde sarebbe stato difficile il determinare di qual natura fossero i suoi rapporti cogli altri due.
Simonide, da uomo pratico, appena ricambiato il saluto, entrò subito in argomento.
— «Che cosa mi riferisci intorno a quel giovane, Malluch?» —
I particolari della giornata vennero narrati tranquillamente e con tutta semplicità, senza interruzione da parte del vecchio, la cui immobilità non fu scossa un solo istante.
— «Grazie, buon Malluch» — esclamò poscia, quando questi ebbe finito. — «Nessuno avrebbe potuto far meglio di te. Che hai da dirmi sulla nazionalità del giovane?» —
— «Egli è Israelita, mio buon padrone, e della tribù di Giuda.» —
— «Ne sei sicuro?» —
— «Certissimo.» —
— «Eppure pare ch'egli non t'abbia narrato gran che della sua vita.» —
— «Ha imparato ad esser prudente, vorrei anzi dire diffidente. Egli eluse tutti i miei tentativi per farlo parlare finchè partimmo dalla fontana di Castalia pel villaggio di Dafne.» —
— «Un luogo abbominevole! perchè vi andò?» —
— «Direi per curiosità, come si può dire della maggior parte di chi vi si reca per la prima volta; ma ciò che è strano si è ch'egli non s'interessò a quanto vide. Per esempio non si curò di visitare il tempio, e chiese solamente s'esso era Greco. A dirti il vero quel giovane ha un dolore ch'egli vorrebbe nascondere ed andò al Bosco di Dafne per dimenticarlo.» —
— «Se fosse così sarebbe bene» — mormorò Simonide, poi soggiunse più forte: — «Malluch, la maledizione dei nostri tempi è la prodigalità; — i poveri s'impoveriscono di più per scimmiottare i ricchi, ed i ricchi s'atteggiano a principi. Scorgesti tu traccie di una tale debolezza nel giovane? Ostentò egli possesso di dovizie sfoggiando monete di Roma o d'Israele?» —
— «Nulla affatto.» —
— «Eppure, Malluch, in un luogo simile, ove abbondano gl'incentivi alle gozzoviglie, egli non può a meno d'averti fatto qualche offerta di generoso trattamento, giustificabile, del resto, dalla sua gioventù.» —
— «Egli non mangiò nè bevette in mia compagnia.» —
— «Dalle sue parole potesti tu scoprire quale fosse l'idea dominante in lui? Come tu sai noi non parliamo, non operiamo e non decidiamo alcuna questione grave che ci riguarda, senza obbedire ad un movente. Che cosa puoi dirmi in proposito?» —
— «Riguardo a ciò, Messer Simonide, posso rispondere con perfetta sicurezza. Egli in primo luogo è spinto dal desiderio di ritrovare sua madre e sua sorella; — poi v'è della ruggine fra lui e Roma e, siccome vi ha gran parte, quel Messala di cui ti parlai, il suo scopo presente è di umiliarlo. L'incontro alla fontana gliene porse l'occasione ma non volle approfittarne perchè non sufficientemente pubblica.» —
— «Quel Messala è influente» — osservò gravemente Simonide.» —
— «Sì, ma il loro prossimo incontro sarà nel circo.» —
— «Ebbene?» —
— «Il figlio d'Arrio vincerà.» —
— «Come lo sai tu?» —
Malluch sorrise.
— «Giudico dalle sue parole.» —
— «Da null'altro?» —
— «Lo giudico anche da ciò che vale assai più, dallo spirito che lo anima».
— «Sta bene; ma dimmi, Malluch, questa sua idea di vendetta a che tende essa? Ha egli di mira solo i pochi che lo offesero o comprende egli anche la massa? — e poi non sarebbe questo desiderio di vendetta il sogno transitorio d'un ragazzo sensibile anziché il fermo proposito d'una irremovibile volontà? Sai bene, Malluch, che l'idea di vendetta, se è un semplice parto del pensiero, altro non è che una bolla di sapone, mentre, la vera passione, è una malattia del cuore, che da quello sale sino al cervello, e che dell'uno e dell'altro si nutre.» —
Fu qui che per la prima volta Simonide diede segni di agitazione, parlando rapidamente e colla vivacità che doma la convinzione.
— «Mio buon padrone,» — rispose Malluch, — «una delle ragioni che mi convinsero essere il giovane un Ebreo, fu precisamente l'intensità del suo odio. M'accorsi ch'egli stava in guardia, il che è naturale, visto ch'egli visse tanto tempo in un ambiente così sospettoso come il Romano, ma, malgrado la sua prudenza, due volte quell'odio gli trasparì dagli occhi; la prima quando volle conoscere i sentimenti d'Ilderim riguardo a Roma, poi, quando, raccontandogli la storia dello sceicco e dell'uomo saggio, venni a dire della domanda — «ov'è colui che è nato Re dei Giudei?» —
Simonide trasalì e chiese avidamente:
— «Buon Malluch, ripetemi le sue parole, le precise sue parole, ond'io possa giudicare dell'impressione che quel mistero fece su di lui.» —
— «Insistette per conoscere esattamente i termini in cui era formulata la domanda, se cioè «essere» o «nato per essere». Pareva colpito da un'apparente differenza nelle due espressioni.» —
Simonide riprese la sua calma e continuò ad ascoltare attentamente.
— «Allora,» — proseguì Malluch, — «gli spiegai il parere d'Ilderim, e cioè che il Re edificherebbe il suo trono sopra le rovine di Roma, ed il volto del giovane si fece di bragia mentre con voce concitata mi domandò — «Chi mai se non un Erode può essere Re finchè dura il dominio di Roma?» —
— «Che voleva egli dire?» —
— «Che l'impero dev'essere distrutto prima che vi possa essere un nuovo regno.» —
Simonide lasciò vagare per qualche tempo lo sguardo sulle navi galleggianti; poco dopo congedò Malluch con queste parole: — «Basta, Malluch, va a mangiare ed a prepararti a far ritorno all'orto delle Palme. Devi aiutare il giovane nella lotta alla quale egli si accinge. Vieni da me domattina e ti darò una lettera per Ilderim,» — poscia soggiunse come parlando a se stesso, — «può darsi ch'io pure mi rechi al Circo.» —
Dopo che Malluch, scambiate le benedizioni d'uso, se ne fu andato, Simonide trangugiò un buon sorso di latte e ne parve ristorato. Voltosi poi ad Ester, le dichiarò che non gli occorreva altro, e l'invitò a riprendere il solito suo posto vicino alla seggiola.
— «Il Signore è buono con me, molto buono» — prese egli a dire con fervore; — «È suo costume avvolgere i proprii atti nel mistero, ma qualche volta egli li lascia però intravvedere. Io son vecchio, cara, e dovrò andarmene; ma, mentre l'ultima ora si avvicina, e la mia speranza incominciava a svanire, egli mi manda questo suo messaggero per infondermi nuova fiducia. Io vedo spianarsi la via ad una cosa così grande che il mondo intero ne emergerà come rinato a nuova vita. Sì, sì, ben veggo ora per quale ragione speciale io fui favorito di tante ricchezze, e quale è lo scopo cui esse sono destinate. In verità, figliuola mia, un nuovo soffio di vita è entrato in me.» —
Ester gli si strinse più dappresso come per frenare quel divagamento della mente.
— «Il Re è nato» — continuò egli, — «ed a quest'ora deve aver raggiunto il fiore della virilità. Balthasar disse ch'egli era un bambino in grembo alla madre quand'egli lo vide, lo adorò e lo colmò di doni. — Ilderim afferma che nel mese di Dicembre erano trascorsi ventisette anni dacchè Balthasar ed i suoi compagni vennero a rifugiarsi nella sua tenda per salvarsi da Erode; per cui l'avvento non può di molto tardare; questa stessa notte, — forse domani. — Santi padri d'Israele, quale felicità al solo pensarvi! Parmi di udire il fragore delle mura crollanti e lo strepito dell'universale rovina — si, e il gaudio degli uomini acclamanti lo spalancarsi della terra per inghiottirvi Roma, il riso ed i canti delle masse accoglienti la stupefacente novella che Roma non è più», — qui s'arrestò per l'eccesso della gioia esultante e che terminò in uno scroscio di risa — poi riprese rivolto alla figlia — «Che ti pare di me, Ester? devo proprio essere invaso dalla passione dei cantori e dai fremiti di Miriam e di Davide! Nella mia mente di lavoratore, che solo dovrebbe accogliere cifre e fatti, regna in questo momento un frastuono di cimbali, d'arpe e di grida di gente affollata attorno ad un trono. Basta, voglio provarmi a non pensarci più per ora, però senti, cara mia, quando il Re verrà egli avrà bisogno di denari e di uomini, perchè, come nato da donna, egli è al postutto un uomo, e pertanto obbligato a seguire vie umane, come te e come me. Pel denaro gli occorreranno procuratori e custodi e per gli uomini avrà d'uopo di duci. Non vedi tu quale orizzonte si schiude a me ed al giovane nostro padrone, qual messe di gloria e di vendetta ci attende, e poi, e poi....» — qui s'arrestò come colpito dall'egoismo d'una visione nella quale la sua diletta figlia non aveva parte alcuna, e concluse baciandola — «e poi, qual messe di felicità per la figlia di tua madre!» —
Essa non disse una parola. Allora il vecchio si risovvenne della diversità della loro natura e della legge per la quale ciò che è causa di gioia o di timore per gli uni non sempre lo è per gli altri. — La sua compagna non era che una fanciulla.
— «A che pensi Ester?» — le chiese riprendendo il tono di voce che gli era abituale. — «Qualunque sia il tuo desiderio, dimmelo finchè è ancora in mia facoltà di appagarlo — il potere nostro lo sai, è incostante. Domani può essere troppo tardi.» —
Essa gli rispose con ingenuità quasi infantile:
— «Mandalo a chiamare, padre. Manda questa stessa notte, non lasciarlo andare al Circo!» —
— «Ah!» — sospirò il padre, e di nuovo percorse collo sguardo il fiume ormai debolmente rischiarato dalle stelle, essendosi la luna nascosta dietro il monte Sulpio.
Dobbiamo dirlo, lettore? Un'acre gelosia rodeva Simonide. Ch'essa già amasse il giovane padrone? no, ciò non poteva essere, ell'era troppo giovane! Ciononostante non gli riusciva di liberarsi da quell'idea che continuava a pungerlo. La ragazza aveva sedici anni. Egli lo ricordava bene. L'ultimo anniversario della sua nascita erasi recato con lei nel quartiere ov'era una nave da varare; la bandiera gialla della nuova nave portava il nome di Ester, e così avevano assieme festeggiato quel giorno. Eppure in questo momento il ricordo dell'età lo sorprese come una rivelazione. Vi sono delle realtà che si affacciano producendo in noi un senso di tristezza come, per esempio, il fatto che andiamo invecchiando, e, più terribile ancora, l'idea che dobbiamo morire. Fu appunto una riflessione di questo genere che gli penetrò nel cuore e gli strappò un sospiro, quasi un lamento. Non bastava che quella sua idolatrata creatura, nel fiore della primavera, facesse il sacrificio della propria libertà, ma persino il suo cuore, di cui egli conosceva l'infinita tenerezza, doveva diventare proprietà del giovane padrone! Il demone che ha il compito di torturarci con timori ed angustie, ben di rado s'accontenta di fare le cose per metà. Nell'amarezza del momento, il coraggioso vecchio si scordò dei suoi vasti disegni e del suo Re miracoloso; riuscendo peraltro a dominare se stesso chiese con calma apparente:
«Non lasciarlo andare al Circo, Ester! e perchè?» —
— «Perchè non è quello il luogo per un figlio d'Israele, padre.» —
— «Oh, mia religiosa Ester! e per nessun altro motivo?» —
Il tono indagatore della domanda penetrò profondamente nel cuore della fanciulla e ne accelerò i battiti, così che ella ammutolì: sì sentì indignata e nello stesso tempo invasa da una strana sensazione di benessere.
— «Quel giovane deve avere le ricchezze» — fece Simonide prendendole la mano parlandole con crescente tenerezza — «egli deve avere le navi, i denari, tutto, tutto, mia Ester. Eppure, vedi, mi parve che non sarei rimasto povero abbandonandogli tutto, perchè mi restava il tuo affetto, che tanto mi rammenta quello della morta mia Rachele. Dimmi, figlia mia, dovrà egli avere anche quello?» —
Essa si chinò su di lui e tacque.
— «Parla, Ester. Sono forte sai. Parla, è meglio ch'io lo sappia.» —
Essa allora rialzò il capo e pronunciò solennemente queste parole: — «Padre, confortati. Io non ti abbandonerò mai; quand'anche io avessi ad amarlo, sarò sempre, come ora, la tua ancella.» —
E chinandosi sopra di lui, lo baciò.
— «Sì» — ella continuò. — «Egli parve bello ai miei occhi; la sua voce supplichevole toccò la mia pietà; ed io fremo quando penso che un pericolo, lo minaccia. Lo rivedrei volentieri. Ma, padre, l'amore che non è corrisposto non è amore perfetto, e quindi attenderò con pazienza, ricordandomi ch'io sono figlia tua e di mia madre.» —
— «Una benedizione del Signore, sei tu, Ester! Una benedizione che mi renderebbe ricco, quand'anche tutta la mia fortuna andasse perduta. Iddio ti protegga o mia figlia.» —
Un po' più tardi, dietro suo ordine, un domestico spinse la sua poltrona nuovamente nella stanza, dov'egli restò a lungo nella penombra crepuscolare pensando all'avvento del Re, mentre essa si ritirò nella sua camera a dormirvi il sonno degli innocenti.
CAPITOLO XII.
Indice
Il palazzo che fronteggiava la casa di Simonide dall'altra parte del fiume, si dice fosse stato costruito dal celebre Epifanio, architetto cresciuto alla scuola dei Persiani, non dei Greci, ed amante più del colossale che del classico. Un grande muro circondava l'isola e serviva al doppio scopo di proteggerla contro l'inondazione del fiume e contro gli assalti della popolazione. Ciò nonostante, i legati la avevano abbandonato quale residenza allegando l'insalubrità dell'aria in quel punto, e s'erano costruiti un altro palazzo sul fianco occidentale del monte Sulpio. Non mancarono i maligni che attribuirono questo sgombero non a ragioni igieniche, ma alla maggior sicurezza che offriva ai governatori Romani la vicinanza delle grandi caserme o cittadelle sorgenti sul pendio orientale del monte. Il sospetto era abbastanza ragionevole. La pretesa insalubrità del palazzo sopra l'isola, non impediva di fatti che esso fosse tenuto in perfetto ordine, e quando un console, generale d'esercito, Re o principe forestiero, visitava Antiochia, che lo si ospitasse nelle sue sale.
Era un labirinto di giardini, bagni, atrii, stanze, padiglioni, tutti splendidamente adorni ed adobbati, come si conveniva alla residenza principesca della prima città d'oriente; ma siccome noi non abbiamo da fare che con una sola delle sue stanze, lasciamo la particolareggiata descrizione del palazzo alla fervida immaginazione del lettore.
L'appartamento in cui ci portiamo era un'ampia sala, pavimentata di marmo lucente, e illuminata, di giorno, da ampie finestre nelle quali lastre di mica colorate servivano da vetri: alle pareti una serie di cariatidi, rappresentanti giganti in diversi atteggiamenti di dolorosa fatica, portavano una cornice arabescata, sopra la quale spiccava la volta dipinta a vari colori — azzurro, verde, porpora di Siro ed oro. Intorno alla sala correva un divano, coperto di sete indiane e di scialli del Cachemir. Il mobiglio era costituito da alcuni tavoli e sgabelli di foggia Egiziana, grottescamente intagliati.
Noi abbiamo lasciato Simonide, nella sua poltrona, rivolgendo disegni per aiutare il re miracoloso, il cui avvento credeva vicino. Ester dorme. Abbandonando quella tranquilla dimora, attraversiamo il fiume e oltrepassando gli scolpiti leoni a guardia della porta, ed altri innumerevoli atrii e cortili babilonesi, penetriamo nella sala che abbiamo descritta.
Cinque candelieri pendono dal soffitto, attaccati a catene di bronzo, una per ciascun angolo, e il quinto nel mezzo, immense piramidi di luce, che illuminano anche i volti degli Atlanti e gli arabeschi del cornicione. Intorno ai tavoli, in piedi, o seduti, o movendo irrequieti da gruppo a gruppo, sono raccolte circa cento persone che dobbiamo esaminare con una certa attenzione.
Sono tutti giovani, alcuni quasi ragazzi, Italiani di nascita, quasi tutti Romani di nazionalità. Parlano l'idioma latino in tutta la sua purezza, e indossano abiti tagliati secondo l'ultima foggia tiberina; cioè tuniche corte di manica e appena scendenti oltre il ginocchio. Sui divani e sopra gli sgabelli giacciono le toghe e le lacernae, di cui si sono spogliati in causa del caldo; alcune di esse listate dell'ambita porpora. Sopra i divani sono distesi anche alcuni corpi addormentati, vinti dal sonno o dai fumi di Bacco.
Il vocìo è alto e continuo, qualche volta interrotto da scoppi di risa, o da un grido di rabbia o di tripudio; ma sopra tutti gli altri suoni prevale lo strepito secco dei dadi o tesserae, d'avorio, agitati nei bossoli e gettati rumorosamente sui tavoli, o delle pedine, hostes, mosse sullo scacchiere.
Di chi è formata la società?
— «Buon Flavio» — dice un giuocatore tenendo sospeso il suo pezzo — «vedi tu quella lucerna là sul divano? è appena uscita dalle mani del sarto, e la fibbia ne è d'oro massiccio.» —
— «E poi?» — chiese Flavio, intento al suo giuoco. Ne ho viste altre consimili. Che vuoi dire?» —
«Nulla. Io la darei volentieri in cambio di un uomo che sapesse ogni cosa.» —
— «Un bel cambio davvero. Ma giuoca....» —
— «Ecco, partita.» —
— «È vero per Giove! Ancora? —
— «Volentieri.» —
— «E la posta?»
— «Un sesterzio.» —
Estrassero le loro tavolette e con uno stilo notarono la scommessa, e mentre rimettevano a posto i pezzi, Flavio ritornò sull'osservazione dell'amico:
— «Un uomo che sappia ogni cosa! Hercle! gli oracoli morirebbero di fame. Che cosa vorresti fare di un simile miracolo?» —
— «Fargli rispondere a una sola domanda, mio Flavio; poi buttarlo nel fiume.» —
— «E la domanda?» —
— «Vorrei che mi dicesse l'ora e il minuto in cui arriverà domani il console Massenzio.» —
— «Ottimo, ottimo! e perchè anche il minuto?» —
— «Hai tu mai provato a startene a capo scoperto sotto la sferza del sole Siriaco, sul molo, aspettando; i fuochi di Vesta sono tiepidi al paragone; e, per Giove Statore, se debbo morire, preferisco di morire a Roma. Questo è un inferno; là, stando in mezzo al Foro, con la mano tesa così, mi parrebbe di toccare la volta degli Dei. Ah, per Venere, mio Flavio, ho parlato troppo. — Ho perduto di nuovo, o cattiva Fortuna!»
— «Ancora?» —
— «Naturalmente. Devo riconquistare il mio sesterzio.» —
— «Sia.» —
I due continuarono a giuocare, finchè la luce del giorno che sorgeva cominciò a fare impallidire il chiarore delle candele.
Come la maggior parte della compagnia, essi erano degli attachés militari al servizio del console, di cui attendevano la venuta.
Durante questa conversazione un nuovo gruppo era entrato nella stanza, e dapprima inosservato, si avvicinò al tavolo di mezzo.
I suoi componenti portavano traccie di aver passato la notte a banchetto. Alcuni si reggevano a stento sulle gambe.
Intorno alle tempia del loro duce pendeva una ghirlanda che lo indicava come anfitrione della festa trascorsa. In questi il vino non aveva fatto impressione, se non fosse per aumentare la rara bellezza del suo volto, del più puro tipo Romano.
Camminava a testa alta: il sangue gli imporporava le labbra e le gote; gli occhi scintillavano, e dalle pieghe della candida toga e da tutto il portamento della persona spirava un'aura regale.
Nell'avvicinarsi al tavolo si fece largo fra la folla, spingendo a destra e sinistra chi gli ingombrava il cammino, con la massima noncuranza e senza chiedere scusa; quando finalmente si arrestò chinandosi sopra i giuocatori, tutti si voltarono a lui con un grido altissimo:
— «Messala! Messala!» —
I più lontani fecero eco a quel grido. I gruppi si sciolsero, tavoli e giuochi furono abbandonati, e tutti fecero circolo intorno a lui.
Messala accolse questa dimostrazione con la massima indifferenza, e procedette immediatamente a dare un saggio dei metodi che gli avevano acquistata tanta popolarità.
— «Salute, a te, Druso, mio amico,» disse ad un giuocatore alla sua destra. — «Salute, e dammi un momento le tue tavolette.» —
Guardò la superficie cerata delle tavolette, e le annotazioni di giuoco, poi le buttò sdegnosamente sul tavolo.
— «Denarii, soltanto denarii, — la moneta dei carrettieri e dei beccai!» — disse con un riso di disprezzo. — «Per l'ebbra Semele, come è decaduta Roma, se un Cesare passa le sue notti pregando la Fortuna che gli conceda di vincere un denario!» —
Il discendente dei Drusi arrossì fino ai capelli, ma gli spettatori coprirono la sua voce, stringendosi intorno al tavolo con grida di: «Messala, Messala!» —
— «Uomini del Tevere» — continuò Messala, — «strappando un bossolo di dadi dalle mani di un giuocatore.» — «Chi è il più favorito dagli Dei? Il Romano. Chi è il legislatore delle nazioni? Il Romano. Chi è, per diritto di spada, il padrone del mondo?» —
La compagnia era facilmente esaltata, e il pensiero di supremazia espresso da Messala era loro famigliare fin dalla nascita. Esclamarono in coro:
— «Il Romano, il Romano!» —
— «Eppure, eppure, vi è qualche cosa di superiore al Romano.» —
Il patrizio scosse il capo e, dopo una pausa studiata, ripetè con ischerno:
— «Avete udito? Vi è qualcuno più grande del miglior Romano.» —
— «Ercole!» esclamò uno.
— «Bacco!» — gridò un altro.
— «Giove, Giove!» — tuonò la folla.
— «No,» — disse Messala, — «parlo di uomini.» —
— «Il nome, il nome!» — essi chiesero.
— «Lo dirò,» disse: — «È colui che alla perfezione di Roma ha aggiunto la perfezione dell'Oriente; è colui che al braccio del conquistatore sa sposare l'arte di godere.» —
— «Per Pol! Dopo tutto egli è un Romano ancora!» — esclamò uno. Vi fu uno scroscio d'applauso, e Messala continuò:
— «Nell'oriente, non abbiamo divinità: imperano solo Bacco, Venere e Fortuna, e la maggiore di esse è la Fortuna. Donde il nostro motto: Chi osa ciò che io oso?
Parole degne del Senato, degne della battaglia, degne massimamente di chi come me cerca il meglio e non teme, sfidandolo, il peggio.» —
La sua voce da declamatoria si fece più bassa e famigliare, senza perdere il conquistato ascendente.
— «Nella cassa forte della cittadella io tengo cinque talenti. Eccone le ricevute.» —
Dal seno della sua tunica estrasse un rotolo, e, gettandolo sul tavolo, proseguì fra religioso silenzio, bersaglio di tutti gli sguardi della sala.
— «Quella somma vi darà la misura di quanto io osi. Chi osa altrettanto? Silenzio! La posta è troppo grande? Ritirerò un talento. Che! Tutti muti? Andiamo: Tre talenti, solo tre; due, uno, — uno almeno, uno solo per l'onore del fiume sulle cui sponde siete nati! La Roma d'Oriente sfida la Roma d'Occidente. Suvvia: Il barbaro Oronte contro il sacro Tevere!» —
Agitò i dadi, aspettando.
— «L'Oronte contro il Tevere» — ripetè con enfasi sprezzante.
Nessuno si mosse. Allora buttò il bossolo per terra, e, ridendo, raccolse le sue ricevute.
— «Ah, ah! Per Giove Olimpico. Ora so che siete venuti a cercar fortuna in Antiochia, Cecilio!» —
— «Son qui Messala!» — gridò un uomo dietro di lui. — «Sono qui, che muoio fra la folla, cercando la elemosina di un dramma pel barcaiuolo d'Averno. Ma per Plutone, questi uomini nuovi non posseggono un obolo fra tutti.» —
La sortita provocò uno scoppio di risa. Solo Messala non vi si unì, ma disse con gravità:
— «Va, Cecilio, nella stanza donde venimmo, ed ordina ai domestici di portar qui le anfore e le tazze. Se questi nostri compatrioti pezzenti di Siria non hanno denari, voglio almeno vedere se posseggono una gola. Spicciati.» —
Poi si volse a Druso, con una risata che echeggiò per la stanza.
— «Ah, ah, mio amico! Non ti offendere se abbassai Cesare al livello di un denario. Lo feci per svergognare questi aquilotti della nostra vecchia Roma. Vieni, Druso, vieni!» — Raccolse il bossolo ed agitò allegramente i dadi.
— «Per che posta giuochiamo?» —
Il modo era franco, cordiale, seducente. Druso cedette immediatamente.
— «Per le Ninfe, sì; accetto!» — esclamò ridendo.
— «Io giuocherò con te, Messala, — per un denario.» —
Un giovinetto dal volto quasi infantile osservava la scena da un capo del tavolo. Improvvisamente Messala si volse a lui:
— «Chi sei?» — gli chiese.
Il giovine si ritrasse timidamente.
— «No, per Castore, no! Non intesi di offenderti. Ho bisogno d'un segretario che tenga nota delle mie scommesse. Vuoi servirmi?» —
Il giovine tirò fuori le sue tavolette e si avvicinò prontamente a Messala.
— «Fermati, Messala, fermati!» — esclamò Druso. — «Io non so se porti sfortuna arrestare i dadi con una domanda; ma mi è balenato un'idea e devo comunicartela quand'anche Venere mi frustasse con la sua cintura.» —
— «No, mio Druso; quando Venere si toglie la cintura, è Venere amorosa.» —
— «Ma la tua domanda. — Aspetta che getti, avvenga ciò che deve avvenire. Così.» —
Rovesciò il bossolo sul tavolo e lo tenne fermo sopra i dadi.
Druso chiese: — «Hai tu mai veduto un tale Quinto Arrio?» —
— «Il duumviro?» —
— «No, suo figlio.» —
— «Non sapeva che avesse un figlio.» —
— «Bene, non importa,» — soggiunse Druso; — «soltanto sappi che questo Arrio ti assomiglia come Castore a Polluce.» —
L'osservazione scatenò una tempesta di conferme.
— «È vero, è vero! I suoi occhi e il suo viso,» — gridarono.
— «Che?» insinuò uno con disprezzo. — «Messala è Romano; Arrio è un Ebreo.» —
— «Hai ragione» — esclamò un terzo. — «Egli è Ebreo.» —
Messala interruppe la disputa che stava per sorgere.
— «Il vero non è ancor giunto, mio Druso; e come vedi, tengo la Fortuna pei capelli. Quanto ad Arrio, accetterò il tuo parere, purchè tu mi dia qualche altro particolare su di lui.» —
— «Ebreo o Romano — pel grande dio Pane, senza mancarti di rispetto, o Messala! — questo Arrio è bello, coraggioso e sagace. L'imperatore gli offrì il suo favore, ed egli lo rifiutò. Un'aria di mistero lo circonda ed egli si tiene lontano dagli altri come se si stimasse superiore o nemmeno di essi. Nelle palestre non aveva rivali; scherzava coi giganti del Reno e coi tori della Sarmazia come fossero balocchi. Il duumviro lo lasciò erede di una sostanza colossale. La sua passione è quella delle armi, e non pensa che alla guerra.
Massenzio lo accolse nella sua famiglia e doveva arrivare insieme a noi, ma lo perdemmo di vista a Ravenna. Ciò non ostante è arrivato. Ne udimmo parlare stamattina. Per Pol! Invece di venire al palazzo o presentarsi alla cittadella, ha lasciato i suoi bagagli ad un Khan ed è sparito nuovamente.» —
Messala aveva ascoltato il principio di questo racconto con indifferenza cortese; ma la sua attenzione crebbe a poco a poco, e alla conclusione tolse la mano dal bossolo e gridò: — «Caio! mi ascolti?» —
Un giovane al suo fianco, — il suo Mirtilo, o compagno di cocchio della mattina, rispose:
— «T'ascolto, Messala, poichè ti son vicino ed amico.» —
— «Ti ricordi dell'uomo che ti procurò quel capitombolo oggi?» —
— «Pei riccioli di Bacco! Non dovrei ricordarmene, con una spalla ammaccata che me ne tiene fresca la memoria?» —
— «Allora ringrazia il Fato: ho trovato il tuo nemico. Ascolta.» —
Messala si rivolse a Druso.
— «Dammi altri ragguagli di costui — Per Pol! — di costui che è insieme Romano ed Ebreo, una bella combinazione davvero. Che vesti porta, o mio Druso?» —
— «Di foggia Ebraica.» —
— «Lo senti, Caio? L'individuo è giovine, — uno; ha l'aspetto di un Romano — due; ama vestirsi da Ebreo — tre; nella palestra si è guadagnato corone con la forza del braccio, di cui ha dato un saggio col nostro cocchio — quattro. Prosegui Druso, ed illumina maggiormente l'amico.
Senza dubbio questo Arrio avrà una certa conoscenza di lingue, altrimenti non potrebbe essere Ebreo oggi, domani Romano; ma l'idioma d'Atene, lo conosce?» —
— «Con tale purezza, Messala, che potrebbe concorrere nelle gare Istmie.» —
— «Mi segui, o Caio?» — disse Messala. — «Il tuo amico conosce il greco, il che, secondo il mio calcolo, fa cinque. Che ne dici?» —
— «Tu l'hai scoperto, o Messala» — rispose Caio.
— «Perdonami, Druso; perdonatemi tutti di parlare di enigmi e indovinelli» — disse Messala nel suo modo seducente. — «Ma devo fare ancora appello alla tua cortesia. Guarda!» — coprì di nuovo con la mano il bossolo dei dadi. — «Guarda come celo i secreti della Pizia! Tu dicevi, io credo, che un certo mistero circondi la persona di questo Arrio. Spiegati.» —
— «Non è nulla, Messala, nulla» — replicò Druso — «È quasi una leggenda: quando il vecchio Arrio partì per combattere i pirati, non aveva nè moglie nè figli; ritornò con un giovine, questi di cui ti parlo — e il giorno dopo lo adottò.» —
— «Lo adottò?» — ripetè Messala. — «Per gli dei, Druso, tu stimoli la mia curiosità. E dove trovò il duumviro questo ragazzo? E chi era costui?» —
— «Chi potrà risponderti meglio, o Messala, del giovine Arrio in persona? Per Pol! Nella battaglia il duumviro — allora soltanto tribuno — perde' la sua galera. Nella sua nave trovò lui ed un altra persona — i soli superstiti dell'equipaggio, — aggrappati alla medesima trave. Dicono che il compagno del duumviro fosse un Ebreo....» —
— «Un Ebreo!» — ripetè Messala.
— «.... e uno schiavo.» —
— «Come... Druso? Uno schiavo?» —
— «Quando i due furono raccolti e portati sul ponte, il tribuno vestiva la sua corazza, e l'altro indossava la tunica del rematore.» —
Messala si alzò in piedi.
— «Un gale....» — Non terminò la parola degradante, e guardò in volto ai compagni, come trasognato.
In quella entrarono i servitori con fiaschi di vino, cesta di frutta e di dolci, tazze e coppe d'argento e d'oro. Vi fu un movimento nella folla. Messala si riebbe e, salito sopra una sedia:
— «Uomini del Tevere» — disse con voce squillante — «aspettando il console, nostro capo, non offendiamo Bacco, nostro Dio. Chi sarà il nostro anfitrione?» —
Druso si alzò.
— «Chi sarà nostro anfitrione se non colui che darà la festa? Rispondete, Romani.» —
Un grido unanime rispose.
Messala prese la ghirlanda dal capo e la diede a Druso, il quale si arrampicò sopra il tavolo, e, in vista di tutti, la ripose sul capo di Messala, consacrandolo Re della festa.
— «Mi accompagnarono» — egli disse — «alcuni amici che avevano banchettato con me questa notte. Affinchè la nostra festa proceda secondo i sacri riti, portatemi qui il più briaco fra loro.» —
Un clamore di voci rispose: — «Egli è qui, egli è qui!» —
E dal pavimento dov'era caduto sollevarono un giovane di così squisita ed effeminata bellezza che avrebbe potuto passare pel Dio del vino in persona, soltanto che la corona gli sarebbe scivolata dal capo ed il tirso dalle mani.
— «Sollevatelo sopra il tavolo» — comandò il Re.
Si constatò che non poteva stare seduto.
— «Aiutalo, Druso, se vuoi che la bella Nione un giorno ti aiuti.» —
Druso prese l'ebbro fra le sue braccia.
Allora Messala, in mezzo ad un religioso silenzio, così parlò all'assopito:
— «O Bacco! Massimo fra gli Dei, sii propizio questa notte a noi, tuoi fedeli. Per me e per i miei compagni io appenderò questa ghirlanda» — sollevandola riverentemente dal capo — «io appenderò questa ghirlanda domani al tuo altare nel Bosco di Dafne.» —
Fede un inchino, riordinò la ghirlanda sulle sue tempie, poi, alzando il bossolo, scoprì i dadi, esclamando:
— «Guarda, o mio Druso! Per l'asino di Sileno, il denario è mio!» —
Vi fu scroscio di applausi che fece tremar la volta e gli Atlanti che la sorreggevano, e l'orgia incominciò.
CAPITOLO XIII.
Indice
Lo sceicco Ilderim era un personaggio di troppa importanza per viaggiare senza un seguito degno della sua condizione di capo tribù, e primo patriarca dei deserti ad ovest della Siria. Tale era la sua fama fra i figli del deserto; alle popolazioni delle città era semplicemente noto come uno dei più ricchi signori d'oriente, e ricco egli era infatti di denari e di servitù, di cammelli, cavalli, e armenti d'ogni genere, ch'egli amava sfoggiare con l'orgoglio fanciullesco del barbaro orientale. Quindi il lettore non s'inganni quando lo udirà parlare della sua tenda nell'Orto delle Palme, in verità egli vi possedeva uno splendido dovar, formato da tre grandi padiglioni, — uno per sè, uno per gli ospiti, uno per la moglie favorita e le sue donne, — e da una diecina di tende minori occupate dai suoi servitori e da alcuni membri della sua tribù, uomini di sperimentato coraggio, periti nel maneggio della lancia e dell'arco ed eccellenti cavalieri.
A dire il vero questo apparato militare non era richiesto da alcun pericolo che corressero i suoi beni nell'Orto delle Palme, ma le abitudini dell'uomo erano tali da non poterne fare senza. Aumentava il sentimento della sua dignità e nel medesimo tempo l'accertava della sicurezza dei cammelli, cavalli e pecore pascolanti nel recinto del dovar.
Ilderim era uno scrupoloso osservatore dei costumi del deserto e la sua vita nell'Orto delle Palme era un'esatta riproduzione di quelli delle antiche costumanze patriarcali praticate ai tempi di Israele.
Quando era arrivato la mattina precedente all'Orto, aveva arrestato il suo cavallo e conficcato la sua lancia nel terreno come un generale che prenda possesso della terra conquistata, dicendo: — «Qui piantate la mia tenda. La porta verso sud; il lago davanti, così; e sotto questi alberi i figli del deserto potranno aspettare il tramonto.» —
A queste parole s'era avvicinato a un gruppo di palme, accarezzando uno dei grossi tronchi come fosse il collo d'un cavallo o la guancia del suo figliuolo favorito.
Chi, se non uno sceicco può di pieno diritto dire alla carovana: — «Alt! Qui piantate le tende!» — Dove la lancia era stata conficcata, fu affondato il primo pilastro del suo padiglione. Quindi altri otto pali furono piantati, formando in tutto tre file di tre pali ciascuna. Poi furono chiamate le donne e i fanciulli che scaricarono il canovaccio dai dorsi dei cammelli. Questo compito spettava alle donne. Non avevano esse tosate le brune capre del gregge? Non avevano ridotto la lana in filo, e il filo in tessuto, e unite le singole pezze fino a formare tutta la grande impermeabile copertura del tetto, di color bruno, ma che, in lontananza, sembrava nero, come le tende di Kedar? Con risa e grida gioconde, la copertura fu distesa sopra i pali, e le estremità furono assicurate con corde al suolo. E quando le pareti di vimini coperte di stoffa rossa, furono collocate al loro posto — ultima pietra usata dall'architettura del deserto — con quale muta ansietà l'intero seguito dello sceicco aspettò il giudizio del grand'uomo! Egli era entrato nella casa, l'aveva esaminata confrontandola con la direzione del sole, degli alberi e del lago, e fregandosi le mani aveva esclamato: — «Bene! Terminate il dovar come sapete, e questa sera arrak e miele e carne di capretto allieteranno le nostre mense. Andate con Dio, miei figlioli, e non dimenticate i cavalli e i cammelli. Andate!» —
Solo alcuni servitori erano rimasti per completare l'interno della tenda. Lungo la fila dei pali di mezzo appesero una cortina, dividendo la tenda in due appartamenti, uno sacro ad Ilderim medesimo, l'altro pei suoi cavalli, i gioielli di Salomone, che egli stesso fece entrare conducendoli per mano, liberandoli poi, dopo molti baci e carezze.
Intorno al palo centrale erano ordinati dei trofei d'armi e fra le quali spiccavano lo scudo e la scimitarra del padrone, la cui lama rivaleggiava in splendore con le gemme di cui era tempestata l'impugnatura.
Quando ebbero portato nella stanza ed appesi i finimenti dei cavalli e le vesti dello sceicco, questi si dichiarò soddisfatto e li licenziò.
Frattanto erano tornate le donne le quali gli apprestarono il divano indispensabile alla sua dignità personale, quasi come la barba bianca e fluente che gli copriva il petto. Intorno al divano stesero tappeti che prolungarono fino all'entrata della tenda. Quindi riempirono d'acqua le brocche e appesero le otri di arrak a portata di mano.
Così fu eretta la tenda dello sceicco Ilderim, presso il lago d'acqua dolce nell'Orto delle Palme.
Noi abbiamo lasciato Ben Hur alla porta di questa tenda. Tosto ne uscirono servitori che slacciarono i suoi sandali, e lo fecero entrare.
— «Che tu sii il benvenuto. Siediti e riposa» — disse il padrone di casa con molta cordialità, e parlando il dialetto di Gerusalemme: — «Noi abbiamo un proverbio nel deserto,» — continuò Ilderim, passando le dita attraverso i peli della candida barba, il quale dice che un buon appettito è la promessa di una lunga vita. Lo conosci tu?» —
— «Secondo questa norma, sceicco, io vivrò cento anni. Sono un lupo affamato» — rispose Ben Hur.
— «Ebbene, non ti scacceremo come un lupo. Ti daremo il più tenero boccone del gregge.» —
Ilderim battè le mani.
— «Cerca lo straniero nella tenda degli ospiti, e digli che io, Ilderim, gli auguro che la sua pace sia eterna come lo scorrere delle acque.» — Il servitore si inchinò.
— «Digli ancora» — continuò lo sceicco, — «che ho condotto un amico, e che se Balthasar il Saggio vuol dividere il nostro pane, esso basterà per tre, e ancora ne rimarrà per gli uccelli del bosco.» —
Il servitore uscì.
— «Ed ora riposiamoci.» —
Ilderim si accovacciò sul divano incrociando le gambe sotto di sè; poi chiese con gravità: — «Tu sei mio ospite, e stai per assaggiare il mio sale; quindi mi perdonerai la domanda: Chi sei tu?» —
— «Sceicco Ilderim,» — disse Ben Hur, sopportando con calma lo sguardo scrutatore dell'altro, — «non credere che io voglia scherzare con la tua giusta richiesta, ma dimmi, non vi fu mai un tempo nella tua vita in cui il rispondere a una simile domanda sarebbe stato per te un delitto?» —
— «Per lo splendore di Salomone, sì» — rispose Ilderim. — «Il tradire se stessi è talora maggior delitto che non il tradimento della propria tribù.» —
— «Io ti ringrazio buon sceicco!» — esclamò Ben Hur. — «La tua risposta mi rivela che tu cercavi di garantirti contro le pretese di un ignoto, e non già di indagare le vicende della mia povera vita.» —
Lo sceicco s'inchinò e Ben Hur proseguì:
— «In primo luogo io non sono Romano, come il mio nome parrebbe indicare.» —
Ilderim afferrò la sua barba con ambe le mani e fissò il suo compagno con gli occhi scintillanti argutamente sotto le ciglie contratte.
— «In secondo luogo» — continuò Ben Hur, — «io sono Ebreo, della tribù di Giuda.» —
La sceicco alzò un poco le ciglia.
— «E non basta. Sceicco, io sono un Ebreo, a cui i Romani hanno fatto un torto, a petto del quale il tuo è un dispetto da fanciulli.» —
Il vecchio si tirava la barba con velocità nervosa, e gli occhi sembravano chiusi.
— «Ancora: io giuro a te, Ilderim sceicco, io giuro sul Patto che Dio strinse coi miei padri, che se tu mi darai la vendetta che io cerco, l'oro e la gloria saranno interamente per te.» —
Ilderim aperse gli occhi, sollevò la testa, sorrise. La soddisfazione gli si leggeva in ogni tratto del volto.
— «Basta!» — egli disse. — «Se nelle parole dette dalla tua lingua si nasconde una menzogna, nemmeno Salomone la potrebbe scovare. Io credo che tu non sia Romano e che, quale Ebreo, abbia un torto da vendicare sopra i Romani, e su questo punto basta. Ma quanto alla tua destrezza? Quale esperienza hai tu nelle gare dei cocchi? E i cavalli — puoi piegarli al tuo volere, fare che essi ti conoscano, ti amino? Sai tu con una parola spingerli al galoppo, alla carriera? E poi nell'ultimo momento, dalle profondità della tua anima comunicar loro il fremito della vittoria, spronarli all'ultimo supremo sforzo? Questo dono, mio figlio, non è concesso a tutti. Per lo splendore di Dio, io conobbi un Re che dominava un milione d'uomini, e non sapeva guadagnarsi il rispetto di un cavallo. Intendimi! Io non parlo di quei bruti ottusi il cui volgar destino è di servire l'uomo come schiavi, avviliti nel sangue e nell'anima senza uno scatto e senza un'ambizione, — ma di cavalli come i miei, i Re della loro specie, il cui lignaggio rimonta agli allevamenti dei primi Faraoni; i miei amici e compagni, che dividono la mia mensa e la mia tenda, divenuti quasi umani nei loro rapporti con me; che al loro istinto hanno aggiunto la nostra intelligenza, ai loro sensi hanno compenetrato l'anima nostra, sicchè provano tutti i nostri sentimenti, ambizione, amore, odio o disprezzo; eroi in guerra, in pace fedeli e mansueti come donne. Olà!» —
Un servitore si presentò.
— «Fate venire i miei Arabi.» —
L'uomo sollevò un lembo della cortina di divisione, esponendo un gruppo di cavalli i quali indugiarono un momento come per assicurarsi che l'invito era fatto sul serio.
— «Venite!» — disse Ilderim. — «Perchè vi fermate? Tutto ciò che io posseggo non è vostro? Venite, dico!» —
Essi si avvicinarono lentamente.
— «Figlio d'Israele,» — disse lo sceicco, — «il tuo Mosè era un grand'uomo, ma — ah! ah! — io devo ridere quando penso ch'egli diede ai tuoi padri il bove lento e lo stolido asino, e vietò loro di possedere cavalli. Ah, ah! Credi tu che avrebbe fatto lo stesso se avesse veduto quello là, e questo — e questo?» —
Così dicendo tese le mani verso i cavalli ed accarrezzò con infinito orgoglio e tenerezza la testa del più vicino.
— «Non è vero, sceicco, non è vero!» — esclamò Ben Hur con calore. — «Oltre ad essere un legislatore amato da Dio, Mosè era un guerriero; e come avrebbe potuto sprezzare simili animali?» —
Una testa meravigliosamente tornita, con occhi grandi, dolci come quelli di un cervo e quasi celati da un denso ciuffo, con orecchie piccole e appuntite, si avvicinò a Ben Hur allargando le narici e muovendo il labbro superiore. — «Chi sei tu?» — parve chiedere, come se avesse avuto il dono della parola. Ben Hur riconobbe uno dei quattro corridori che aveva veduti aggiogati al cocchio dello sceicco, e gli tese il palmo della mano.
— «Vi diranno, i calunniatori! — siano brevi i loro giorni!» — esclamò lo sceicco, quasi rigettasse un affronto personale. — «Vi diranno, dico, che i nostri migliori cavalli vengono dai pascoli Nesei, nella Persia.» — È falso! Iddio diede al primo Arabo una smisurata distesa di sabbia, alcune montagne senz'alberi, e qua e là un amara fontana, e gli disse: — «Ecco il tuo paese!» — E quando il pover'uomo si lamentò, l'Onnipotente sentì pietà di lui e gli disse ancora: — «Rallegrati! Io ti benedirò e ti esalterò sopra tutti gli altri uomini.» — L'arabo udì, e ringraziando, si mise in traccia della benedizione. Dapprima esplorò i confini della sua terra, e non trovò nulla. Poi percorse la via del deserto, e camminò, camminò, finchè nel mezzo di esso vide un isola verdeggiante e bellissima; e, nel cuore dell'isola, ecco pascolare una mandra di cammelli, ed eccone un'altra di cavalli! Con gioia li accolse e li tenne cari — essi erano i doni di Dio. E da quell'isola verde uscirono tutti i cavalli del mondo, ad oriente fino ai prati Nesei, a settentrione fino alle terre flagellate dai venti gelati. Non dubitare del mio racconto, se vuoi che un Arabo presti fede a te. Ora ti mostrerò le prove.» —