Kitabı oku: «Tuareg»
Tuareg
Alberto Vázquez–Figueroa

Categoria: Romanzi | Collezione: Romanzi d’avventura
Titolo originale: Tuareg
Prima edizione: 1980
Ristampa aggiornata e ampliata: giugno 2021
© 2020 Editorial Kolima, Madrid
www.editorialkolima.com
Autore: Alberto Vázquez-Figueroa
Direzione editoriale: Marta Prieto Asirón
Copertina: Silvia Vázquez-Figueroa
Layout di copertina: Sergio Santos Palmero
Layout: Carolina Hernández Alarcón
ISBN: 978-84-18811-41-8
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A mio padre
«ALLAH è grande. Sia lodato.
«Molto tempo fa, quando ero giovane e le gambe mi portavano per lunghe giornate sulla spiaggia e sulle rocce senza fatica, mi dissero che mio fratello minore si era ammalato e, anche se tre giorni di cammino separavano la mia jaima dalla sua, potè più l’amore che avevo per lui che la pigrizia e intrapresi la marcia senza timore poiché, come ho detto, ero giovane e forte e nulla spaventava il mio animo.
«La notte del secondo giorno incontrai una distesa di alte dune, a mezza giornata di marcia dalla tomba del santone Omar Ibrahim, ne scalai una per avvistare un luogo abitato dove chiedere ospitalità, ma non vidi niente e decisi allora di fermarmi lì e di passare la notte al riparo dal vento.
«La luna sarebbe dovuta essere molto alta, se per mia disgrazia Allah non avesse deciso che quella doveva essere una notte senza luna, quando mi svegliò un grido così inumano che mi lasciò senza fiato e mi fece rannicchiare dalla paura.
«Mi trovavo così quando di nuovo arrivò quello spaventoso urlo, a cui seguirono gemiti e lamenti così numerosi che pensai che un’anima sofferente dell’inferno riuscisse ad attraversare la terra con le sue grida.
«Improvvisamente sentii che scavavano nella sabbia e poco dopo quel rumore scomparve per riapparire più in là e lo avvertii successivamente in cinque o sei luoghi diversi, mentre continuavano i laceranti lamenti e io ero rattrappito e tremante per la paura.
«Non finirono lì le mie tribolazioni, perché subito sentii un respiro affannoso, mi gettarono manciate di sabbia sulla faccia e che i miei antenati mi perdonino se confesso che provai una paura così atroce che feci un salto e cominciai a correre come se lo stesso Satana, il demonio lapidato, mi inseguisse. E le mie gambe non si fermarono fino a che il sole non mi illuminò e neanche il più piccolo segno delle grandi dune rimase alle mie spalle.
«Arrivai dunque alla casa di mio fratello e volle Allah che fosse molto migliorato, così che potè ascoltare la storia della mia notte di terrore e mentre la raccontavo accanto al fuoco, come adesso ve la sto raccontando, un vicino mi diede la spiegazione di ciò che mi era accaduto e mi narrò ciò che suo padre gli aveva tramandato e disse così :
«‘Allah è grande. Sia lodato.
«‘Molti anni fa due potenti famiglie, gli Zayed e gli Atman, si odiavano talmente e il sangue degli uni e degli altri era stato versato in così tante occasioni che i loro abiti e perfino il loro bestiame avrebbe potuto essere tinto di rosso per tutta la vita. E poiché l’ultimo a essere ucciso era stato un giovane Atman, questi erano ansiosi di vendetta.
«‘Tra le dune dove hai dormito, non lontano dalla tomba del santone Omar Ibrahfm, era accampata una jaima degli Zayed, di cui però tutti gli uomini erano morti ed erano rimasti solo una donna e suo figlio che vivevano tranquilli, poiché, anche per quelle famiglie che tanto si odiavano, attaccare una donna era ancora qualcosa di indegno.
«‘Ma una notte giunsero i nemici e dopo aver legato le mani alla povera donna che gemeva e piangeva portarono via il piccolo con l’intenzione di sotterrarlo vivo in una delle dune.
«‘I nodi erano ben stretti, ma è risaputo che nulla è più forte dell’amore materno e la donna riuscì a scioglierli, ma quando uscì erano già andati via tutti e non distinse altro che un infinito numero di alte dune per cui si lanciò dall’una all’altra scavando qui e là, gemendo e chiamando, sapendo che suo figlio stava morendo soffocato e lei era l’unica che poteva salvarlo.
«‘E così la sorprese l’alba.
«‘E così continuò per un giorno, un altro e un altro perché la misericordia di Allah le aveva concesso il bene della pazzia in modo che soffrisse di meno non comprendendo quanta malvagità esiste negli uomini.
«‘Non si è più saputo niente di quella sventurata e raccontano che di notte il suo spirito vaghi per le dune non lontano dalla tomba del santone Omar Ibrahfm e continui le ricerche e i lamenti, e certamente deve essere così perché tu che hai dormito lì senza saperlo ti sei incontrato con lei.
«‘Lodato sia Allah, il misericordioso, che ti permise di uscirne bene e di continuare il tuo viaggio e di riunirti qui, con noi, accanto al fuoco.’
«‘Lodato sia’.»
Concludendo il suo racconto, l’anziano sospirò profondamente e rivolgendosi ai più giovani, quelli che ascoltavano per la prima volta l’antica storia, disse:
«L’odio e le lotte tra famiglie non conducono a niente altro che alla paura, alla pazzia e alla morte ed è certo che durante i molti anni che ho combattuto con i miei contro i nostri eterni nemici del Nord, gli Ibn-Aziz, non ho visto niente di buono che le giustificasse, perché le rapine degli uni si pagano con le rapine degli altri e le morti di ciascuna banda nom hanno prezzo, ma come una catena vanno trascinandosi nuovi morti e gli accampamenti rimangono privi di forti braccia e i figli crescono senza la voce del padre».
Per alcuni minuti nessuno parlò, poiché era necessario meditare sugli insegnamenti che conteneva la storia che l’anziano Suilem finiva di raccontare e non sarebbe stato giusto dimenticarli immediatamente, per questo non valeva la pena infastidire un uomo tanto venerabile che perdeva ore di sonno e faticava per loro.
Infine Gacel, che aveva ascoltato dozzine di volte quella vecchia storia, indicò con un gesto della mano che era ora per tutti di andare a dormire e si allontanò da solo, come ogni notte, a verificare che il bestiame fosse stato riunito, che gli schiavi avessero eseguito le sue istruzioni, che la sua famiglia riposasse in pace e che l’ordine regnasse nel suo piccolo impero costituito da quattro tende fatte con pelle di cammello, mezza dozzina di sheribas di canne intrecciate, un pozzo, nove palme e un branco di capre e di cammelli.
Poi, sempre come ogni notte, salì piano verso l’alta duna che proteggeva l’accampamento dai venti dell’Est e contemplò alla luce della luna i resti di quell’impero: un’infinita estensione di deserto, giorni e giorni di marcia attraverso sabbia, rocce, montagne e pietraie dove lui, Gacel Sayah, regnava con dominio assoluto, poiché era l’unico inmouchar stabilitosi lì ed era anche padrone dell’unico pozzo conosciuto.
Gli piaceva sedersi su quella cima, e ringraziare Allah per le mille benedizioni che continuamente gli concedeva: la bella famiglia che gli aveva dato, la salute dei suoi schiavi, il buono stato degli animali, i frutti delle sue palme e il supremo bene di averlo fatto nascere nobile tra i nobili del potente popolo del Kel-Talgimus, il «Popolo del Velo», gli indomabili imohag, coloro che il resto dei mortali conosceva con il nome di tuareg.
Non c’era niente a sud, a est, a nord o a ovest, niente che limitasse l’influenza di Gacel il Cacciatore, che si era allontanato a poco a poco dai centri abitati per stabilirsi nel più remoto angolo dei deserti, lì dove poteva sentirsi completamente solo con i suoi animali selvaggi: addax fuggitivi si appostavano per giorni nella pianura, mufloni delle alte montagne isolate tra grandi mari di sabbia, asini selvatici, cinghiali, gazzelle e infiniti stormi di uccelli migratori.
Gacel era fuggito dall’avanzata della civilizzazione, dall’influenza degli invasori e dallo sterminio indiscriminato degli animali del deserto, ed era risaputo, in tutta l’estensione del Sahara, che l’ospitalità di Gacel Sayah non aveva pari da Timbuctù alle sponde del Nilo, anche se la sua furia era solita abbattersi sulle carovane di schiavi e sui cacciatori pazzi che osavano addentrarsi nel suo territorio.
«Mio padre mi ha insegnato», diceva, «a non uccidere più di una gazzella anche se il branco fugge e ci vogliono tre giorni per raggiungerla. Io perdo tre giorni di marcia, ma nessuno restituisce la vita a una gazzella morta inutilmente.»
Gacel fu testimone di come i francesi sterminarono le antilopi del Nord, i mufloni della maggior parte del l’Atlas, i meravigliosi addax della hamada dall’altra parte della grande seika che era stata per migliaia di anni dietro il grande fiume e per quello aveva scelto quell’angolo delle pianure pietrose, dalle sabbie infinite e dalle montagne pungenti, a quattordici giorni di marcia da El-Akab, perché non lo attirava altro che la più inospitale delle terre del più inospitale dei deserti.
Erano rimasti definitivamente alle spalle i tempi gloriosi in cui i tuareg assaltavano carovane e attaccavano urlando i militari francesi ed erano passati anche i giorni delle rapine, della lotta e della morte in cui correvano come il vento per la pianura, orgogliosi del loro nome di banditi del deserto e di padroni delle sabbie del Sahara dal sud di Atlas ai confini del Chad. Furono anche dimenticate le guerre fratricide e le scorrerie di cui gli anziani conservavano un grande e lontano ricordo, e quelli erano gli anni del tramonto della razza imohag, perché qualcuno dei suoi più valorosi guerrieri guidava camion per un padrone francese, militava nell’esercito regolare, o vendeva stoffe e sandali a turisti dalle sgargianti camicie.
Il giorno in cui suo cugino Suleiman abbandonò il deserto per vivere nella città, deciso a trasportare mattoni ora dopo ora, sporco di cemento e di calce in cambio di denaro, Gacel comprese che doveva fuggire e diventare l’ultimo dei tuareg solitari.
Ed era lì, e con lui la sua famiglia, e ringraziava Allah mille e una volta, perché in tutti quegli anni, tanti che ne aveva addirittura perso il conto, neanche una sola notte, da solo in cima a una duna, si era pentito della decisione presa.
Il mondo aveva vissuto in quel tempo strani avvenimenti di cui gli arrivavano rumori molto confusi da parte di sporadici viaggiatori ed era contento di non averli visti da vicino, perché le vecchie notizie parlavano di morte e guerra, di odio e fame, di grandi cambiamenti sempre più veloci; cambiamenti di cui nessuno sembrava soddisfatto e che non prospettavano niente di buono per nessuno.
Una notte, mentre era seduto a contemplare le stelle che tante volte lo avevano guidato per le strade del deserto, ne scoprì una nuova, folgorante e veloce, che solcava il cielo, decisa e costante, senza il volo impazzito e fugace
delle stelle erranti che cadevano improvvisamente nel nulla. Gli si gelò per la prima volta il sangue per la paura, poiché niente esisteva nella sua memoria, né nella memoria dei suoi antenati, nelle tradizioni o leggende che parlasse di una stella così, che ritornava seguendo la stessa direzione notte dopo notte, alla quale se ne unirono negli anni successivi molte altre fino a formare un’autentica muta di cani che veniva a turbare la pace dei cieli.
Che significato avessero, non riuscì mai a saperlo, né lui, né l’anziano Suflem, padre di quasi tutti i suoi schiavi, tanto vecchio che suo nonno lo aveva comprato, già uomo, nel Senegai.
«Le stelle non hanno mai corso come pazze nei cieli, padrone», disse. «Mai, e questo può significare che la fine dei secoli si avvicina.»
Domandò a un viaggiatore che non seppe rispondergli. Domandò a un altro che rispose dubbioso:
«Credo che sia una cosa dei francesi». Ma non volle ammetterlo, perché anche se aveva sentito molto parlare dei progressi dei francesi, non li credeva tanto pazzi da perdere tempo a riempire il cielo di altre stelle.
Deve trattarsi di un segnale divino, si disse, il modo con cui Allah vuole indicarci qualcosa, ma... che cosa?
Cercò di trovare una risposta nel Corano, ma il Corano non faceva menzione di stelle fugaci di matematica precisione, e con il tempo si abituò a loro, ma ciò non voleva dire che le avesse dimenticate.
Nella limpida aria del deserto, nell’oscurità di una terra senza una luce nel raggio di centinaia di chilometri, si aveva l’impressione che le stelle discendessero fino quasi a strisciare sulla sabbia e Gacel allungava a volte la mano come se realmente potesse toccare con la punta delle dita le luci intermittenti.
Lasciava trascorrere così molto tempo, da solo con i
suoi pensieri, poi scendeva senza fretta per dare un’ultima occhiata al bestiame e all’accampamento e per ritirarsi a riposare dopo aver controllato che né iene affamate né astuti sciacalli minacciassero il suo piccolo mondo.
Davanti all’entrata della sua tenda, la più grande e confortevole dell’accampamento, si fermava alcuni istanti ad ascoltare. Se il vento non aveva cominciato ancora a gemere, il silenzio arrivava a essere così denso che faceva perfino male alle orecchie.
Gacel amava quel silenzio.
Ogni mattina l’anziano Suflem, o uno dei suoi nipoti, sellava il dromedario prediletto dal suo padrone, Vin mouchar Gacel, e lo lasciava davanti all’entrata della tenda.
Ogni mattina, il targui prendeva il suo fucile, saliva sulla schiena del suo bianco mehari dalle lunghe zampe e si allontanava verso uno dei quattro punti cardinali in cerca di selvaggina.
Gacel amava il suo dromedario come un uomo del deserto è capace di amare un animale dal quale continuamente dipende la sua vita e di nascosto, quando nessuno poteva sentirlo, gli parlava come se potesse capirlo, chiamandolo R’Orab, il corvo, burlandosi del suo bianchissimo pelo che si confondeva continuamente con la sabbia facendolo diventare invisibile quando aveva un’alta duna alle spalle.
Non esisteva mehari più veloce né resistente da quel lato del Tamanrasset e un ricco commerciante, padrone di una carovana di più di trecento animali, gli offrì di barattarlo con cinque dei suoi a scelta, ma lui non accettò. Gacel sapeva che se un giorno, per qualunque ragio ne, gli fosse successo qualcosa durante una delle sue solitarie scorribande, R’Orab sarebbe stato Punico cammello al mondo capace di riportarlo all’accampamento nella più buia delle notti.
Spesso si addormentava, cullato dal dondolio e vinto dalla stanchezza, e più di una volta la sua famiglia lo a veva trovato così all’entrata della sua jaima e lo aveva messo a letto.
I francesi assicuravano che i dromedari erano animali stupidi, crudeli e vendicativi che ubbidivano soltanto alle grida e alle botte, ma un autentico imohag sapeva che un buon dromedario, specialmente un mehari puro sangue guidato e ammaestrato, poteva diventare intelligente e fedele come un cane e comunque mille volte più utile della sabbia e del vento.
I francesi trattavano tutti i dromedari nello stesso modo durante tutti i periodi dell’anno, senza capire che nei mesi in cui erano in calore le bestie diventavano irritabili e pericolose, specialmente se il caldo aumentava con i venti dell’Est; per questo i francesi non furono mai bravi cavalieri del deserto e non riuscirono mai a dominare i tuareg che nelle lotte e nelle incursioni li sconfìssero sempre, nonostante il loro maggior numero e il loro miglior armamento.
In seguito però i francesi divennero padroni delle oasi e dei pozzi e fortificarono i pochi punti d’acqua della pianura con i cannoni e le mitragliatrici e i cavalieri liberi e indomabili, i Figli del Vento, dovettero arrendersi a ciò che, dall’inizio dei secoli, era stato il loro nemico: la sete.
Ma i francesi non erano orgogliosi di aver vinto il Popolo del Velo perché, in realtà, non riuscirono a sconfìggerlo in campo aperto; né i loro negri senegalesi, né i loro camion e neppure i loro carri armati furono utili
in un deserto dominato da un estremo all’altro dai tuareg e dai loro mehari.
I tuareg erano pochi e dispersi mentre i soldati giungevano dalle città o dalle colonie come nuvole di cavallette e arrivò un giorno in cui né un cammello né un uomo, né una donna, né un bambino potè bere nel Sahara senza il permesso della Francia.
Quel giorno gli imohag, stanchi di veder morire le proprie famiglie, deposero le armi.
Da quel momento furono un popolo condannato all’oblio; una «nazione» che non aveva più ragione di e sistere, dato che le ragioni di quella esistenza, la guerra e la libertà, erano scomparse.
Rimanevano ancora famiglie disperse, come quella di Gacel, perdute ai confini del deserto, ma non erano più composte da guerrieri orgogliosi e alteri, bensì da uomini che continuavano a ribellarsi interiormente, sapendo con certezza che non sarebbero mai tornati a essere il temibile Popolo del Velo, della Spada o della Lancia.
Tuttavia gli imohag continuavano a essere i padroni del deserto dalla hamada all’erg o alle alte montagne battute dal vento, poiché il vero deserto non erano i pozzi lì disseminati, ma le migliaia di chilometri quadrati che lo circondavano e lontano dall’acqua non esistevano francesi o àscari senegalesi e neanche i beduini, perché questi ultimi, anche loro conoscitori delle sabbie e delle pietraie, transitavano solo per le piste, da pozzo a pozzo, da villaggio a villaggio, timorosi delle grandi estensioni sconosciute.
Solamente i tuareg, e specialmente i tuareg solitari, affrontavano senza paura la «terra vuota», quella che non era altro che una macchia bianca sulle mappe, dove la temperatura faceva bollire il sangue a mezzogiorno, dove non cresceva neanche il più legnoso degli arbusti e
che perfino gli uccelli migratori schivavano, con i loro voli a centinaia di metri di altitudine.
Gacel aveva attraversato due volte nella sua vita una di quelle macchie di terra vuota. La prima volta fu una sfida, quando volle dimostrare che era un degno discendente del leggendario Turki, e la seconda, ormai uomo, fu quando volle dimostrare a se stesso che continuava a essere degno di quel Gacel capace di rischiare la vita in gioventù.
L’inferno del sole e del caldo, il forno desolato che rende pazzi esercitavano uno strano fascino su Gacel; fascino che era nato una notte, molti anni prima, quando accanto al fuoco aveva sentito parlare per la prima volta della Grande Carovana e dei suoi settecento uomini e duemila cammelli inghiottiti da una macchia bianca senza che neanche uno solo di quegli uomini o di quegli animali avesse mai fatto ritorno.
Si dirigeva da Gao a Tripoli ed era considerata come la più grande carovana che i ricchi commercianti haussas avessero mai organizzato; era guidata dai più esperti conoscitori del deserto e trasportava sulle schiene di puri mehari una autentica fortuna in avorio, ebano, oro e pietre preziose.
Un lontano zio di Gacel, del quale lui portava il nome, la difendeva con i suoi uomini e anche lui si perse per sempre; come se non fossero mai esistiti, come se fosse stato solo un sogno.
Molti furono coloro che negli anni successivi si lanciarono nella pazza avventura di ritrovare le loro tracce con la vana speranza di impossessarsi di una ricchezza che, secondo la legge non scritta, sarebbe appartenuta a chi fosse stato capace di dissotterrarla dalla sabbia, ma la sabbia conserva bene il suo segreto. La sabbia era capace, da sola, di ingoiare sotto il suo manto città, forti, oasi, uomini e cammelli e probabilmente giunse, violenta e inaspettata, trasportata sulle braccia del suo alleato, il vento, per abbattersi sopra i viaggiatori, avvolgerli e trasformarli in un’altra duna tra i milioni di dune dell’erg.
Quanti morirono per aver perseguito il sogno della mitica carovana dispersa nessuno può dirlo e gli anziani non si stancavano di pregare i giovani di desistere dal pazzo tentativo.
«Ciò che il deserto vuole per sé, è del deserto», dicevano, «Allah protegga chi cerca di strappargli il suo bottino...»
Gacel ambiva soltanto a svelare il mistero, la ragione per cui tanti animali e uomini erano scomparsi senza lasciare traccia, e quando si trovò per la prima volta nel cuore di una di queste terre vuote lo capì, poiché si poteva pensare che non settecento, ma sette milioni di esseri umani potessero facilmente scomparire in quell’abisso orizzontale dal quale era strano che qualcuno, chiunque, potesse uscire vivo.
Gacel ne uscì. Per due volte. Ma di imohag come lui non ce n’erano molti e per questo il Popolo del Velo rispettava Gacel il Cacciatore, inmouchar solitario che dominava un territorio che nessuno mai aveva preteso di dominare.
Comparvero davanti alla sua jaima una mattina. Il vecchio era alle soglie della morte e il giovane, che lo aveva trasportato sulle spalle gli ultimi due giorni, riuscì appena a sussurrare qualche parola prima di cadere svenuto.
Ordinò che preparassero per loro la migliore tenda e i suoi schiavi e i suoi figli li assistessero giorno e notte in una disperata battaglia per ottenere, contro ogni logica, che rimanessero nel mondo dei vivi. Senza cammelli, senza acqua, senza guide e non appartenendo a una razza del deserto, sembrava un miracolo dei cieli che fossero riusciti a sopravvivere al pesante e denso scirocco degli ultimi giorni.
Era più di una settimana, per quello che riuscì a capire, che vagavano senza direzione tra le dune e le pietraie, e non seppero dire da dove venivano, chi erano, né verso dove si dirigevano. Era come se fossero caduti improvvisamente da una di quelle stelle fuggenti e Gacel fece loro visita mattina e sera, incuriosito per il loro aspetto di uomini di città, per i loro vestiti, così inadatti per attraversare il deserto, e per le incomprensibili frasi
che pronunciavano tra i sogni in un arabo così puro ed educato che il targui riusciva appena a decifrare.
Infine, la sera del terzo giorno, trovò sveglio il più giovane, che immediatamente volle sapere se si trovavano ancora molto distanti dalla frontiera.
Gacel lo guardò sorpreso. «Frontiera?» ripetè. «Quale frontiera? Il deserto non ha frontiere, almeno che io sappia.»
«Comunque ci deve essere una frontiera», insistè l’altro. «È qui da qualche parte.»
«I francesi non hanno bisogno di frontiere», gli fece notare, «dominano il Sahara da un estremo all’altro.»
Lo sconosciuto si sollevò su un gomito e lo osservò meravigliato.
«Francesi?» domandò. «I francesi sono andati via da anni. Adesso siamo indipendenti», aggiunse, «il deserto è formato da paesi liberi e indipendenti. Non lo sapeva?»
Gacel meditò alcuni istanti. Qualcuno, una volta, gli aveva detto che, molto al Nord, si stava dichiarando una guerra perché gli arabi volevano liberarsi dal giogo dei rumis, ma non aveva prestato attenzione al fatto, perché quella guerra veniva dichiarata da quando suo nonno aveva memoria. Per lui essere indipendente era vagare da solo per il suo territorio e nessuno si era scomodato per andargli a dire che apparteneva a un nuovo paese.
Negò con un gesto. «No. Non lo sapevo», ammise confuso. «E neanche sapevo che esiste una frontiera. Chi è capace di tracciare una frontiera nel deserto? Chi evita che il vento porti la sabbia da una parte all’altra? Chi impedirà che gli uomini la attraversino?»
«I soldati.»
Lo guardò sorpreso. «Soldati? Non ci sono abba stanza soldati nel mondo per proteggere una frontiera nel deserto. E i soldati lo temono.» Sorrise appena sotto il velo che nascondeva il viso che non scopriva mai quando si trovava davanti a estranei. «Solo noi, gli imohag, non temiamo il deserto. Qui i soldati sono come acqua versata: la sabbia se li ingoia.»
Il giovane voleva parlare ancora, ma il targui gli disse che era molto stanco e lo obbligò a distendersi sui cuscini.
«Non ti sforzare», lo pregò. «Sei debole. Domani parleremo e forse il tuo amico starà meglio.» Si voltò a guardare ‘l’anziano e per la prima volta notò che non doveva essere tanto vecchio come aveva creduto all’inizio, anche se i suoi capelli erano bianchi e radi e il suo viso appariva solcato da profonde rughe. «Chi è?» domandò.
L’altro esitò qualche istante. Chiuse gli occhi e bisbigliò:
«Un saggio. Studia la storia dei nostri antenati più remoti. Ci stavamo dirigendo verso Dajbadel quando il nostro camion si ruppe».
«Dajbadel è molto lontano», gli fece notare Gacel; ma il giovane era caduto in un sonno profondo. «Molto, molto lontano, verso il Sud. Non sono mai arrivato fino a lì.»
Uscì senza far rumore e all’aria aperta provò una sensazione di vuoto allo stomaco che mai aveva provato, come un presentimento. Qualcosa in quegli uomini apparentemente inoffensivi lo inquietava. Non erano armati né il loro aspetto faceva temere qualche pericolo, ma un alito di paura aleggiava intorno a loro ed era quella paura che lui percepiva.
«Studia la storia dei nostri antenati», aveva detto il giovane, ma il viso dell’altro appariva marcato da segni di sofferenza così profonda che non potevano essere causati soltanto da una settimana di fame e di sete nel deserto.
Guardò la notte che si avvicinava e cercò in lei la risposta alle sue domande. Il suo spirito di targui e le millenarie tradizioni del deserto gli gridavano che aveva agito correttamente nelPaccogliere sotto il suo tetto i viaggiatori, poiché il sentimento dell’ospitalità costituiva il primo comandamento della legge non scritta degli imohag, ma l’istinto dell’uomo abituato a farsi guidare dai presentimenti e il sesto senso che lo aveva salvato tante volte dalla morte gli sussurravano che stava correndo un grave rischio e che coloro che erano appena arrivati mettevano in pericolo la pace che era riuscito a ottenere con tanto sforzo.
Laila andò vicino a lui e i suoi occhi si rallegrarono alla dolce presenza e alla prodigiosa bellezza adolescente della moglie bambina dalla pelle scura che aveva fatto diventare sua sposa anche contro l’opinione degli anziani che non vedevano di buon occhio che un mouchar di tanto nobile lignaggio si unisse legalmente con un membro della disprezzabile casta degli schiavi akli.
Gli si mise seduta accanto, lo guardò in faccia con i suoi immensi occhi neri, sempre pieni di vita e di riflessi nascosti, e domandò dolcemente:
«Ti preoccupano quegli uomini, non è vero?»
«Non loro», rispose pensoso, «ma qualcosa che li accompagna come un’ombra o un odore.»
«Vengono da lontano. E tutto ciò che viene da lontano ti turba, perché mia nonna ha predetto che non morirai nel deserto.» Allungò la mano timidamente fino a toccare la sua. «Mia nonna si sbagliava spesso», aggiunse. «Quando sono nata mi predisse un futuro tetro e invece mi sono sposata con un nobile, quasi un principe.»
Gacel le sorrise guardandola con dolcezza.
«Ricordo quando sei nata», disse, «non deve essere più di quindici anni fa. Il tuo futuro non è ancora cominciato.»
Gli dispiacque di averla intristita perché la amava e, anche se un imohag non doveva mostrarsi troppo tenero con le donne, era la madre dell’ultimo dei suoi figli, quindi aprì a sua volta la mano per stringere la sua.
«Forse hai ragione e la vecchia Khaltoum si sarà sbagliata», aggiunse. «Nessuno può obbligarmi ad abbandonare il deserto e a morire lontano.»
Rimasero a lungo in silenzio a contemplare la notte e sentì che la sensazione di pace lo pervadeva nuovamente.
Certo è che la negra Khaltoum predisse con un anno di anticipo la malattia che avrebbe portato suo padre alla tomba e predisse anche la grande siccità che prosciugò i pozzi, lasciò senza un filo d’erba il deserto e uccise centinaia di animali abituati da sempre alla sete e alla siccità, ma era anche certo che spesso la vecchia schiava parlava per parlare e le sue visioni sembravano più frutto di una mente senile che autentiche premonizioni.
«Che cosa c’è dall’altra parte del deserto?» domandò Laila dopo quel lungo silenzio. «Non sono mai andata oltre le montagne di Huaila.»
«Gente», fu la risposta. «Molta gente.» Gacel meditò ricordando la sua esperienza a El-Akab e le oasi del Nord e scosse la testa negativamente. «Le piace ammucchiarsi in piccoli spazi o in strette e puzzolenti case, gridando e agitandosi senza ragione, rubandosi e ingannandosi come bestie che sanno vivere soltanto in branco.»
«Perché?»
Avrebbe voluto rispondere, perché lo inorgogliva l’ammirazione che Laila sentiva per lui, ma non conosceva la risposta. Lui era un imohag nato e cresciuto nella solitudine dei grandi spazi vuoti e nella sua mente, per quanto ci provasse, non entrava l’idea dell’affollamento e il volontario aggregarsi a cui sembravano tanto affezionati gli uomini e le donne delle altre tribù.
Gacel riceveva con piacere i visitatori e amava riunirsi intorno al fuoco a raccontare vecchie storie e a commentare i piccoli incidenti della vita quotidiana, ma poi, quando la brace si era consumata e il nero cammello che trasportava sulle spalle il sonno attraversava silenzioso e invisibile l’accampamento, ciascuno si ritirava nella sua tenda, a vivere da solo la sua vita, a respirare profondamente, a godere del silenzio.
Nel Sahara ciascun uomo aveva il tempo, la pace e l’atmosfera necessari per incontrarsi con se stesso, guardare lontano e dentro di sé, studiare la natura che lo circondava e meditare su quanto conosceva attraverso i testi sacri. Invece nelle città, nei villaggi e perfino nei paesucoli barbari non c’era pace, né tempo, né spazio; era tutto uno stordirsi con rumori e problemi altrui, con voci e risse di estranei e si aveva l’impressione che fosse molto più importante ciò che accadeva agli altri, di ciò che poteva accadere a se stessi.
«Non lo so», ammise infine contrariato. «Non ho potuto mai scoprire perché alla gente piace agire in questo modo, ammucchiarsi e vivere dipendenti l’uno dall’altro. Non lo so», ripetè, «e non ho mai trovato nessuno che lo sapesse con esattezza.»
La ragazza lo guardò a lungo, quasi adombrata che l’uomo che costituiva la sua vita e dal quale aveva appreso il valore del sapere non avesse la risposta a una delle sue domande. Da quando aveva l’uso della ragione, Gacel era stato tutto per lei. Dapprima era stato il
padrone che una bambina della razza schiava degli akli ammirava come un essere quasi divino, padrone assoluto della sua vita e delle sue proprietà, padrone anche della vita dei suoi genitori, dei suoi fratelli, dei suoi animali e di tutto quanto esisteva sulla faccia della terra. Poi fu l’uomo che, quando lei giunse alla pubertà ed ebbe il suo primo ciclo, la fece diventare donna, la chiamò nella sua tenda e la possedette facendola gemere di piacere come sentiva durante le notti, quando soffiava il vento dell’Ovest, che gemevano le altre schiave; e infine fu l’amante che la trasportò volando in paradiso, suo autentico signore, ancora di più di quando era il suo padrone, poiché adesso possedeva anche la sua anima, i suoi pensieri, i suoi desideri, fino al più nascosto e dimenticato dei suoi istinti.
Indugiò nel parlare e, quando stava per farlo, fu interrotto dalla presenza del maggiore dei figli del suo sposo che si avvicinava correndo dalla più lontana delle sheribas.
«La caramella sta partorendo, padre», disse. «E gli sciacalli girano intorno...»
Comprese che i fantasmi dei suoi timori prendevano corpo quando distinse all’orizzonte la colonna di polvere che si alzava, rimanendo a lungo sospesa neH’aria, immobile, poiché neanche un soffio di vento scivolava sul mezzogiorno della pianura. I veicoli, perché di veicoli meccanici si doveva trattare data la velocità con cui avanzavano, lasciavano dietro di loro una sporca traccia di fumo e di terra nella limpida aria del deserto.
Poi udì il tenue rombo dei motori, che più tardi divenne un ruggito, spaventando i colombi, i fenec e i serpenti, per finire con uno stridere di freni, voci alterate e ordini violenti quando si fermarono trascinando polvere e sporcizia, a non più di quindici metri dall’accampamento.
Tutto ciò che era vivo e in movimento si fermò a guardarli. Gli occhi del targuf, di sua moglie, dei suoi figli, dei suoi schiavi e perfino dei suoi animali erano inchiodati sulla colonna di polvere e sul colore bruno scuro dei mostri meccanici; bambini e schiavi retrocessero intimoriti, mentre le schiave si andavano a nascondere nel più profondo delle loro tende, lontano dalla vista degli estranei.
Gacel avanzò lentamente, si coprì il viso con il velo distintivo della sua condizione di nobile imohag rispettoso delle tradizioni e si fermò a metà strada tra i nuovi arrivati e la più grande delle sue jaimas, come per indicare, senza parole, che non dovevano avanzare se lui non avesse dato il permesso e non li avesse accolti come ospiti.
La prima cosa che avvertì fu il grigio sporco delle uniformi coperte di sudore e polvere, l’aggressività metallica di fucili e mitragliatrici e il crudo odore di stivali e di cuoio. Poi il suo sguardo cadde, con sorpresa, sull’uomo alto dal mantello azzurro e dal turbante. Riconobbe in lui Mubarrak-ben-Sad, imohag appartenente al Popolo della Lancia, uno dei più abili e coscienziosi conoscitori del deserto, famoso nella regione quasi quanto lui stesso, Gacel Sayah il Cacciatore.
«Metulem, metulem», salutò.
«Aselam aleikum», rispose Mubarrak. «Cerchiamo due uomini. Due stranieri.»
«Sono miei ospiti», rispose con calma «e sono ammalati.»
L’ufficiale che sembrava comandare la truppa avanzò di alcuni passi. Le sue stellette brillavano sul braccio quando cercò di allontanare il targui, ma questi lo fermò con un gesto, tagliandogli la strada verso l’accampamento.
«Sono miei ospiti», ripetè.
L’altro lo guardò sorpreso, come se non capisse a che cosa si stesse riferendo, e Gacel capì immediatamente che non era un uomo del deserto; i suoi gesti e il suo modo di guardare parlavano di mondi e città lontane. Si voltò verso Mubarrak e questi comprese, perché si rivolse all’ufficiale.
«L’ospitalità è sacra tra di noi», disse. «Una legge più antica del Corano.»
Il militare dalle stellette sul braccio rimase per alcuni istanti indeciso, quasi incredulo per l’assurda spiegazione, poi cominciò a camminare di nuovo.
«Io rappresento la legge qui», disse tagliente. «E non ne esiste altra.»
Era già passato quando Gacel lo afferrò per il braccio, con forza, e lo obbligò a voltarsi e a guardarlo negli occhi.
«La tradizione ha migliaia di anni e tu appena cinquanta», mormorò mordendo le parole. «Lascia in pace i miei ospiti!»
A un gesto del militare i grilletti di dieci fucili risuonarono, il targuf intuì che le bocche delle armi erano puntate sul suo petto e comprese che ogni resistenza era inutile. L’ufficiale scansò con un gesto brusco la mano che ancora lo stringeva e, sfoderando la pistola che pendeva dalla sua cintura, continuò a camminare verso la più grande delle tende.
Entrò e un minuto dopo si sentì una detonazione, secca e dura. Uscì e fece un gesto a due soldati che corsero dietro di lui. Quando riapparvero, trascinavano in mezzo a loro il vecchio che scuoteva la testa e piangeva sommessamente come se fosse passato da un lungo e dolce sogno alla dura realtà.
Passarono davanti a Gacel e salirono sui camion. Dalla cabina l’ufficiale lo guardò con severità e indugiò per alcuni istanti. Gacel temette che la profezia della vecchia Khaltoum non si sarebbe verificata e lo avrebbero ammazzato proprio lì, nel cuore della pianura, ma alla fine l’altro fece un gesto al guidatore e i camion si allontanarono nella direzione da cui erano giunti.
Mubarrak, Vimohag del Popolo della Lancia, salì sull’ultimo veicolo e i suoi occhi rimasero fissi su quelli del targuf fino a che la colonna di polvere lo nascose. Gli bastarono alcuni istanti per capire quello che passava nella mente di Gacel ed ebbe paura. Non è bene umiliare un imohag del Popolo del Velo, lo sapeva. Non è bene umiliarlo e lasciarlo in vita.
Ma non sarebbe stato bene neanche ucciderlo e scatenare così una guerra fratricida fra tribù. Gacel Sayah aveva amici e parenti che si sarebbero dovuti lanciare nella lotta per vendicare con il sangue il sangue di chi aveva cercato di far rispettare le antiche leggi del deserto.
Da parte sua Gacel rimase molto calmo, osservando il convoglio che si allontanava fino a quando la polvere e il rumore si persero completamente in lontananza. Poi, lentamente, si incamminò verso la sua grande jai ma intorno alla quale già si raggruppavano i suoi figli, sua moglie, i suoi schiavi. Non aveva bisogno di entrare per sapere che cosa avrebbe trovato. Il giovane si trovava nello stesso punto in cui lo aveva lasciato dopo la loro ultima chiacchierata, colto nel sonno dalla morte. Solo un piccolo cerchio sulla fronte lo faceva sembrare diverso. Lo osservò con pena e rabbia per un lungo istante, poi chiamò Suilem.
«Sotterralo», disse, «e prepara il mio cammello.»
Per la prima volta nella sua vita Suilem non eseguì l’ordine del suo padrone e un’ora dopo entrò nella tenda e si gettò ai suoi piedi cercando di baciargli i sandali.
«Non lo fare!» supplicò. «Non servirà a niente.»
Gacel scostò contrariato il piede.
«Credi che debba accettare una simile offesa?» domandò con voce roca. «Credi che potrei continuare a vivere in pace con me stesso dopo avere permesso cheuccidessero uno dei miei ospiti e si portassero via l’altro?»
«Che cos’altro potevi fare?» protestò. «Ti avrebbero ammazzato.»
«Lo so. Ma adesso posso vendicare l’affronto.»
«E che cosa otterrai?» domandò il negro. «Ridarai la vita al morto?»
«Ricorderò che non si può offendere impunemente un imohag. Questa è la differenza tra quelli della tua razza e noi, Suflem. Voi akli accettate le offese e le oppressioni e siete contenti di essere schiavi. Ve lo portate nel sangue, di padre in figlio, di generazione in generazione. E sempre sarete schiavi.» Fece una pausa e accarezzò la lunga sciabola che aveva tirato fuori dalla cassa in cui teneva riposte le cose più preziose. «Ma noi tuareg siamo una razza libera e guerriera, che è rimasta così perché non ha mai permesso un’umiliazione né un affronto.»
Scosse la testa. «E non è ora di cambiare.»
«Ma loro sono tanti», protestò. «E forti.»
«Certamente», ammise il targuf. «E così deve essere. Solo il vigliacco affronta chi sa più debole di lui. perché la vittoria mai lo nobiliterà. E solo lo stupido lotta con un suo pari, perché in questo caso solo un colpo di fortuna deciderà la battaglia. L’imohag, l’autentico guerriero della mia razza, deve affrontare sempre chi è più forte, perché se la vittoria gli sorride il suo sforzo sarà mille volte ricompensato e potrà continuare il suo cammino orgoglioso di se stesso.»
«E se ti uccidono? Cosa sarà di noi?»
«Se mi uccidono il mio cammello galopperà direttamente verso il paradiso che Allah promette, perché è scritto che chi muore in una battaglia giusta ha assicurata l’eternità.»
«Ma non hai risposto alla mia domanda», insistè il
negro. «Che sarà di noi? Dei tuoi figli, della tua sposa, del tuo bestiame, dei tuoi servi?»
Il suo gesto fu fatalista.
«Ho forse dimostrato che posso difenderli?» domandò. «Se consento che uccidano uno dei miei ospiti, non accetterò anche che violentino e uccidano la mia famiglia?» Si inchinò e con un gesto deciso lo obbligò a mettersi in piedi. «Va’ a prepararmi il cammello e le armi», ordinò. «Me ne andrò all’alba. Poi ti occuperai di smontare l’accampamento e di portare la mia famiglia lontano, al guelfa dell’Huaila, là dove morì la mia prima sposa.»
L’ALBA arrivò preceduta dal vento.
Il vento annunciava sempre l’alba nella pianura e il suo ululare nella notte si trasformava quasi in un pianto amaro un’ora prima che un raggio di luce facesse la sua apparizione nel cielo, oltre i rocciosi pendìi di Huaila.
Ascoltò con gli occhi aperti, contemplando il tetto della sua jaima con le strisce ben conosciute e gli sembrò di vedere i cespugli che correvano liberi sulla sabbia e sulle pietre, sempre di fretta, sempre in cerca di un luogo cui afferrarsi, una dimora definitiva che li accogliesse e li liberasse da quell’eterno vagare senza destino da un punto all’altro dell’Africa.
Attraverso la lattiginosa luce dell’alba, filtrata da milioni di piccoli granelli di polvere in sospensione; i cespugli apparivano dal nulla come fantasmi che volevano lanciarsi su uomini e animali per perdersi poi, come erano venuti, nell’infinito nulla del deserto senza frontiere.
«Deve esistere una frontiera da qualche parte. Sono sicuro...» aveva detto con un tono di disperata ansietà, e ora era morto.
A Gacel nessuno aveva mai parlato prima di frontiere perché non erano mai esistite tra i confini del Sahara.
«Quale frontiera può resistere con la sabbia e il vento?»
Girò il viso verso la notte e cercò di capire, ma non vi riuscì. Quegli uomini non erano criminali, ma uno era già stato sotterrato e l’altro se lo erano portato via, nessuno sa dove. Non si poteva uccidere nessuno tanto freddamente, per quanto grande fosse il suo delitto.
E ancor meno quando dormiva sotto la protezione e il tetto di un inmouchar.
C’era qualcosa di strano in quella storia, ma lui non riusciva a capire che cosa; solo un fatto era chiaro: la più antica legge del deserto era stata infranta e questo era qualcosa che un imohag non poteva accettare.
Si ricordò della vecchia Khaltoum e una mano gelata, la paura, gli si posò sulla nuca. Poi abbassò lo sguardo sugli occhi aperti di Laila che brillavano insonni nella penombra riflettendo l’ultima brace del focolare e sentì pena per lei; per i suoi quindici anni mal compiuti e il vuoto delle sue notti quando lui sarebbe partito. E sentì pena anche per se stesso per il vuoto che avrebbe riempito le sue notti quando lei non sarebbe stata al suo fianco.
Le accarezzò i capelli e lei gradì il gesto come un animale, aprendo ancor più i suoi grandi occhi di gazzella impaurita.
«Quando tornerai?» mormorò, più come supplica che come domanda.
Negò con la testa. «Non lo so», ammise. «Quando avrò fatto giustizia.»
«Che cosa significavano quegli uomini per te?»
«Niente», confessò. «Niente fino a ieri. Ma non si tratta di loro. Si tratta di me stesso. Tu non puoi capire.»
Laila capiva, ma non protestò. Si limitò ad accostarsi ancora di più a lui, come in cerca della sua forza o del suo calore, e allungò le mani neirultimo tentativo di trattenerlo quando lui si mise in piedi e s’incamminò verso l’uscita.
Fuori il vento continuava a piangere sommessamente. Faceva freddo e si avvolse nel suo jaique mentre un brivido inarrestabile gli scendeva lungo la schiena, non seppe mai se per il freddo o per lo spaventoso vuoto della notte che si apriva davanti a lui. Era come immergersi in un mare tinto di nero. In quel momento Suflem uscì dall’oscurità e gli tese le redini di R’Orab.
«Buona fortuna, padrone», disse, poi scomparve come se non fosse esistito.
Gacel obbligò l’animale a inginocchiarsi, salì sulla groppa e con il tallone lo colpì piano sul collo.
«Shiaaaaa!» ordinò. «Andiamo.»
L’animale lanciò un grido di cattivo umore, si alzò pesantemente e rimase ben saldo sulle sue quattro zampe, muso al vento, aspettando.
Il targuf lo orientò verso nordovest e conficcò di nuovo il tallone con più impeto perché cominciasse la marcia.
All’entrata della jaima si stagliò un’ombra più densa delle altre, più scura. Gli occhi di Laila brillarono nuovamente nella notte mentre cavaliere e cavalcatura scomparivano come spinti dal vento e dai cespugli.
Il vento spirava sempre più forte, sapendo che presto la luce del sole sarebbe venuta a calmarlo.
Non era ancora giorno e non c’era neanche quella penombra lattiginosa che permetteva di distinguere appena la testa del cammello, ma Gacel non aveva bisogno di nulla. Sapeva che non esisteva alcun ostacolo per centinaia di chilometri intorno a lui e il suo istinto di uomo del deserto, la sua capacità di orientarsi, perfino con gli occhi chiusi, gli indicavano la direzione anche nella notte più profonda.
Quella era una virtù che solo lui e quelli che, come lui, erano nati e cresciuti nel deserto possedevano. Come i piccioni viaggiatori, come gli uccelli migratori, come le balene nel più profondo degli oceani, il targui sapeva sempre dove si trovava e dove si stava dirigendo, come se un antichissimo senso, atrofizzato nel resto degli esseri umani, si fosse mantenuto attivo ed efficiente unicamente in loro.
Nord, sud, est e ovest; pozzi, oasi, strade, montagne, terre vuote, fiumi di dune, pianure rocciose... tutto l’universo delle immensità sahariane sembrava riflettersi come un’eco nel fondo del cervello di Gacel, senza che lui lo sapesse, senza che ne prendesse piena coscienza.
Il sole lo sorprese sul dorso del suo mehari e andò alzandosi sulla sua testa, sempre più forte, facendo tacere il vento, schiacciando la terra, calmando la sabbia e i cespugli che non correvano più da una parte all’altra, tirando fuori dalle loro tane i ramarri e lasciando a terra gli uccelli che non si arrischiavano neanche a volare quando arrivò infine al suo zenit.
Il targui scese allora dalla sua cavalcatura, obbligò l’animale a inginocchiarsi e infilzò nella terra la lunga sciabola e il vecchio fucile che servirono da supporto, assieme alla croce della sella, per un rozzo e piccolo tetto di grossa tela. Si rifugiò sotto la sua ombra, appoggiò la testa sulla bianca schiena del mehari e si addormentò.
Lo svegliò, palpitando nelle narici, il più desiderato degli odori del deserto. Aprì gli occhi e rimase immobi
le, aspirando l’aria, senza voler guardare verso il cielo, timoroso che tutto fosse un sogno, ma quando alla fine girò la testa verso ovest, la vide. Copriva l’orizzonte, grande, scura, promettitrice e piena di vita, diversa da quelle bianche, alte e come mendicanti che di tanto in tanto giungevano dal Nord per perdersi di vista senza portare la più vana speranza di pioggia.
Quella nuvola grigia, bassa e splendente, sembrava occultare nel suo seno tutti i tesori di acqua dell’universo ed era, probabilmente, la più bella che Gacel fosse riuscito a vedere negli ultimi quindici anni, forse dalla grande tempesta che precedette la nascita di Laila, quella che aveva indotto la vecchia Khaltoum a predire un tetro futuro perché l’acqua desiderata si era trasformata in alluvione che aveva trascinato jaimas e a nimali, aveva distrutto coltivazioni e affogato una cammella.
R’Orab si agitò inquieto. Girò il suo lungo collo e orientò il muso ansioso verso la cortina di acqua che avanzava alterando la luce e trasformando il paesaggio, poi emise sommessamente un suono rauco di enorme gatto soddisfatto. Gacel si alzò lentamente in piedi, gli tolse i finimenti e si spogliò dei vestiti che stese ordinatamente su cespugli perché ricevessero tutta l’acqua possibile. Poi, nudo, aspettò in piedi che le prime gocce cadessero sulla sabbia e sulla terra coprendo di cicatrici il volto del deserto e che arrivasse l’acqua in ondate, inebriato nell’ascoltare il dolce ticchettio che si trasformava in frastuono, sentendo sulla pelle la tiepida carezza della pioggia, gustandone la freschezza limpida e chiara e aspirando l’agognato profumo della terra bagnata dalla quale si alzava un vapore denso e conturbante.
Era finalmente l’unione meravigliosa e feconda e, presto, con il sole di quello stesso giorno, l’addormentar to seme dzWacheb si sarebbe svegliato violentemente, avrebbe coperto la pianura di verde e avrebbe trasformato l’arido paesaggio nella più bella delle regioni, fiorendo solo per qualche giorno per immergersi poi in un nuovo e lungo sonno fino alla prossima tempesta che forse avrebbe tardato altri quindici anni.
Era bello Yalheb libero e selvaggio, incapace di nascere in terra coltivata, né vicino a un pozzo, né sotto la mano attenta del contadino che lo irrigava giorno dopo giorno; l’unico capace di rimanere, come lo spirito del popolo dei tuareg, secolo dopo secolo attaccato a una distesa di sabbia o a una pietraia che il resto degli uomini aveva abbandonato da sempre.
L’acqua bagnò i suoi capelli e sciolse dal suo corpo la sporcizia di mesi e forse di anni. Si sfregò con le unghie, cercò una pietra piatta e porosa con la quale si strofinò, vedendo come si andavano delineando sulla sua pelle macchie sempre più chiare a mano a mano che la crosta di terra, di sudore e di polvere si staccava e l’acqua correva azzurra, quasi indaco, verso i suoi piedi, poiché il rozzo colore dei suoi vestiti aveva impregnato col tempo ogni centimetro del suo corpo.
Per due lunghe ore rimase sotto la pioggia, felice e tremante, lottando con se stesso per non ritornare a casa, utilizzare l’acqua, piantare l’orzo, aspettare la mietitura e sfruttare, insieme con i suoi, quel dono meraviglioso che Allah aveva voluto mandargli, forse un invito a rimanere lì, in quello che era il suo mondo, e dimenticare un affronto che neanche tutta l’acqua di quella nuvola avrebbe potuto lavare.
Ma Gacel era un targuf; forse, per disgrazia, l’ultimo degli autentici tuareg della pianura e sapeva che non avrebbe mai dimenticato che un uomo indifeso era stato assassinato sotto il suo tetto e un altro, suo ospite, era stato portato via con la forza.
Per cui, quando la nube si allontanò verso sud e il sole della sera asciugò il suo corpo e i suoi indumenti, si vestì di nuovo, mise la sella al suo animale e riprese il cammino voltando per la prima volta le spalle all’acqua e alla pioggia; alla vita e alla speranza; a qualcosa che solo una settimana prima, solo due giorni prima, avrebbe riempito di gioia il suo cuore e quello dei suoi.
Di notte cercò una piccola duna, scavò una buca scansando anche la sabbia umida, per raggomitolarsi e dormire quasi coperto dalla sabbia asciutta, poiché sapeva che, dopo la pioggia, l’alba avrebbe portato il freddo nella pianura e il vento avrebbe trasformato in brina gelata le gocce d’acqua che c’erano ancora sulle pietre e sui cespugli.
Ci potevano essere più di cinquanta gradi di differenza nel deserto tra la massima temperatura di mezzogiorno e la minima nell’ora che precedeva l’alba e Gacel sapeva per esperienza che quel freddo traditore riusciva a penetrare nelle ossa del viaggiatore incosciente, lo indeboliva e rendeva per giorni le articolazioni del suo corpo, doloranti e come anchilosate.
Tre cacciatori erano stati trovati congelati nelle pietraie dei contrafforti dell’Huaila e Gacel ricordava ancora i loro cadaveri, stretti l’uno all’altro, uniti dalla morte, in quel freddo inverno in cui la tubercolosi si portò via anche il suo piccolo Bisrha; sembravano sorridere. Poi il sole seccò i loro corpi, disidratandoli e
dando un macabro aspetto alla loro pelle pergamenacea e ai loro denti brillanti.
Era una terra dura quella, in cui un uomo poteva morire di caldo o di freddo in poche ore e in cui una cammella cercava acqua inutilmente per giorni, per morire affogata improvvisamente una mattina.
Una terra dura, e tuttavia Gacel non concepiva la vita in nessun altro luogo, né avrebbe cambiato la sua sete, il suo caldo e il suo freddo nella pianura senza frontiere per la comodità di qualunque altro mondo limitato e senza orizzonti, e ogni giorno, in ciascuna delle sue preghiere, col viso rivolto all’Est, verso La Mecca, ringraziava Allah di permettergli di vivere dove viveva e di appartenere alla benedetta razza del Popolo del Velo, della Lancia o della Spada.
Si addormentò con il desiderio di Laila e al risveglio il duro corpo di donna che stringeva nel sogno si era trasformato in morbida sabbia che scorreva tra le dita.
Piangeva il vento nell’ora del cacciatore.
Contemplò le stelle che gli dissero quanto mancava ancora perché la luce le cancellasse dal firmamento, chiamò nella notte e gli rispose il soave barrire del suo mehari che brucava gli umidi cespugli. Lo sellò e riprese la marcia; verso sera intravide lontano cinque macchie scure che si distaccavano nella pianura pietrosa: l’accampamento di Mubarrak-ben-Sad, Yimohag del Popolo della Lancia che aveva condotto i soldati fino alla sua jaima.
Disse le sue preghiere e si sedette poi su di una roccia liscia a contemplare il tramonto, immerso nei suoi foschi pensieri, poiché capiva che quella doveva essere l’ultima notte in cui poteva dormire in pace in questa vita. All’alba avrebbe dovuto aprire la elgebira delle guerre, delle vendette e degli odi e mai e poi mai
nessuno avrebbe potuto sapere quanto fosse profonda, piena di morte e violenza.
Cercò anche di capire i motivi che avevano spinto Mubarrak a infrangere le più sacre tradizioni targui, ma non ne trovò nessuno. Era una guida del deserto, una buona guida senza alcun dubbio, ma una guida targui aveva l’obbligo di impegnarsi unicamente a condurre carovane, a braccare la selvaggina o ad accompagnare i francesi nelle loro strane spedizioni in cerca di ricordi degli antenati. Mai, per nessuna ragione, un targui aveva il diritto di entrare senza permesso nel territorio di un altro imohag, e ancor meno conducendo stranieri incapaci di rispettare le antiche tradizioni.
Quando quella mattina Mubarrak-ben-Sad aprì gli occhi, un brivido gli percorse la schiena, la paura che da giorni lo assaliva nei sogni lo aggredì adesso da sveglio e, istintivamente, si voltò verso l’entrata della sua sheriba, temendo di trovare ciò che veramente temeva. Lì, in piedi, a trenta metri di distanza, appoggiato all’impugnatura della sua lunga takuba conficcata a terra, Gacel Sayah, nobile inmouchar di Kel-Talgimus, lo aspettava deciso a chiedergli ragione dei suoi atti.
Prese a sua volta la sua spada e avanzò molto lentamente, con fare deciso e dignitoso, per fermarsi a cinque passi di distanza.
«Metulem, metulem», salutò usando l’espressione preferita dai tuareg.
Non ottenne risposta e in realtà neanche la aspettava. Aspettava però la domanda.
«Perché lo hai fatto?»
«Mi ha obbligato il capitano del posto militare di Adoras.»
«Nessuno può obbligare un targui a fare ciò che non desidera.»
«Sono tre anni che lavoro con loro. Non potevo rifiutarmi. Sono guida ufficiale del governo.»
«Hai giurato, come me, di non lavorare mai per i francesi.»
«I francesi sono andati via. Adesso siamo un paese libero.»
Per la seconda volta in pochi giorni due persone diverse gli avevano detto la stessa cosa e, improvvisamente, si rese conto che né l’ufficiale né i soldati indossavano l’odiata divisa coloniale. Nessuno era europeo, né parlavano con il forte accento con cui erano soliti parlare e sui loro veicoli non sventolava l’onnipresente bandiera tricolore.
«I francesi hanno sempre rispettato le nostre tradizioni», mormorò infine quasi per se stesso. «Perché non si rispettano adesso che siamo liberi?»
Mubarrak alzò le spalle.
«I tempi cambiano», disse.
«Non per me», fu la risposta. «Quando il deserto diventerà un’oasi, l’acqua scorrerà liberamente per le sekias e la pioggia cadrà sulle nostre teste tutte le volte in cui ne avremo bisogno, allora cambieranno le usanze dei tuareg. Mai prima.»
Mubarrak mantenne la calma nel domandare: «Questo vuol dire che sei venuto a uccidermi?»
«Per questo sono venuto.»
Mubarrak assentì in silenzio, comprensivo, poi guardò a lungo intorno a sé, la terra ancora umida e i piccoli germogli di acheb che lottavano per affacciarsi tra le rocce e i sassi.
«È stata bella la pioggia», disse.
«Molto bella.»
«Presto la pianura si riempirà di fiori e uno dei due non potrà vederla.»
«Avresti dovuto pensarci prima di portare gli stranieri nel mio accampamento.»
Mubarrak abbassò il suo velo e le sue labbra si mossero in un lieve sorriso. «Allora non era ancora piovuto», rispose. Poi, molto lentamente, sfoderò la sua takuba liberando il brunito acciaio dal fodero di cuoio sbalzato. «Prego che la tua morte non scateni una guerra tra tribù», aggiunse. «Nessuno dei nostri dovrà pagare per le nostre colpe.»
«Così sia», replicò Gacel inchinandosi pronto a ricevere il primo attacco.
Ma questo tardò a venire, perché Mubarrak e Gacel non erano più guerrieri di lancia e spada, ma uomini da arma da fuoco, e le lunghe takubas si erano ridotte, con il passare degli anni, a un puro oggetto di ornamento e da cerimonia, utilizzate, nei giorni di festa, per esibizioni incruente in cui si cercava più l’effetto del colpo contro lo scudo di cuoio o la fìnta abilmente schivata che l’intenzione di ferire.
Ma in quel momento non c’erano né scudi né spettatori disposti ad ammirare salti e capriole mentre l’acciaio lanciava scintille evitando, più che cercando, di far danno all’avversario, e l’avversario ghermiva la sua arma deciso a uccidere per non essere ucciso.
Come parare il colpo senza scudo? Come riprendersi da un salto o da una difficoltà se il rivale non era disposto a concedere l’attimo di recupero?
Si guardarono cercando di scoprire le mutue intenzioni, girando lentamente l’uno intorno all’altro, mentre dalle jaìmas cominciavano a uscire delle ombre, donne e bambini che li osservavano in silenzio, senza voler accettare che si affrontavano in una vera lotta e non in una simbolica finzione.
Alla fine Mubarrak sferrò il primo colpo che era quasi una timida domanda, un desiderio di constatare se si trattava veramente di una lotta all’ultimo sangue.
La risposta, che gli fece fare un salto indietro evitando di pochi centimetri la furiosa lama del suo nemico, gli fece gelare il sangue nelle vene, Gacel Sayah, immouchar del terribile popolo del Kel-Talgimus, voleva ucciderlo, non c’era dubbio. C’era tanto odio e tanto desiderio di vendetta nel fendente che aveva appena tirato, come se gli sconosciuti ai quali aveva offerto un giorno ospitalità fossero in realtà i suoi figli prediletti e lui, Mubarrak-ben-Sad, li avesse assassinati di persona.
Ma Gacel non sentiva un vero odio. Gacel stava cercando solo di fare giustizia e non gli sembrava nobile odiare il targui che si era limitato a compiere il suo lavoro, per quanto fosse un lavoro equivoco e non degno di rispetto. Gacel sapeva, inoltre, che l’odio, come l’ansietà, la paura, l’amore, o qualunque altro sentimento profondo non erano buoni compagni per l’uomo del deserto. Per sopravvivere nella terra dove era nato era necessario avere grande calma, sangue freddo e dominio di se stessi sempre al di sopra di qualunque altro sentimento che l’avrebbe portato a commettere degli errori che sarebbe stato difficile correggere.
Ora Gacel sapeva che stava agendo da giudice e forse anche da boia e né l’uno né l’altro odiavano la propria vittima. La forza del suo fendente, l’ira che portava dentro, non erano state altro che un avviso; una chiara risposta alla chiara domanda che il suo sfidante gli aveva posto.
Attaccò di nuovo e comprese all’improvviso l’inadeguatezza dei suoi lunghi vestiti, il suo ampio turbante e il suo largo velo. I jaiques gli si arrotolavano ai piedi e alle braccia, le nails di grosso cuoio e le sottili strisce di pelle di antilope scivolavano sulle pietre aguzze e il litham gli impediva di vedere con chiarezza e
di immagazzinare nei polmoni tutto l’ossigeno di cui aveva bisogno in un momento come quello.
Ma Mubarrak vestiva in modo simile per cui anche i suoi movimenti erano insicuri.
Le lame sventagliarono nell’aria, fischiando furiose nella calma della mattina, e una vecchia sdentata lanciò un grido di terrore e supplicò che qualcuno uccidesse con un colpo quello sporco sciacallo che cercava di uccidere suo figlio.
Mubarrak alzò il braccio con un gesto autoritario e nessuno si mosse. Il codice d’onore dei Figli del Vento, tanto diverso dal mondo fatto di tradimenti e bassezze dei beduini Figli delle Nuvole, esigeva che il combattimento fra due guerrieri fosse limpido e nobile anche se doveva costare la vita.
Lo aveva affrontato frontalmente e così lo avrebbe ucciso. Cercò un punto fermo sotto i suoi piedi, respirò profondamente, lanciò un grido e si gettò in avanti, contro il petto del suo nemico che scansò la punta della sua spada con un colpo duro e secco.
Nuovamente calmi si guardarono ancora una volta. Gacel brandì la sua takuba come se fosse una mazza e diede un fendente come un mulinello, dall’alto in basso. Qualunque apprendista di scherma avrebbe approfittato del suo errore per infilzarlo con una stoccata, ma Mubarrak si accontentò di scansarsi e di aspettare, confidando più nella sua forza che nella sua abilità. Impugnò l’arma con due mani e vibrò un colpo capace di tagliare in due un uomo molto più grosso di Gacel, ma Gacel non era lì per farsi tagliare in due. Il sole cominciava a riscaldare con forza e il sudore scorreva lungo i loro corpi, bagnando le palme delle mani e rendendo insicure le metalliche impugnature delle spade che si alzarono nuovamente. Si studiarono, si lanciarono contemporaneamente l’uno sull’altro, ma, all’ultimo istante, Gacel si gettò indietro, permettendo che la punta dell’arma di Mubarrak Squarciasse la tela del suo ìaique graffiandogli il petto e infilzò il suo nemico nel ventre, passandolo da parte a parte.
Mubarrak rimase in piedi per alcuni istanti, sorretto più dalla spada di Gacel che dalle proprie gambe e, quando l’altro estrasse l’arma lacerando la sua parete intestinale, rimase disteso sulla sabbia, piegato in due su se stesso, deciso a sopportare in silenzio, senza un lamento, la lunga agonia che il destino gli preparava.
Poco dopo, mentre il suo carnefice si incamminava, lentamente, né felice né orgoglioso, verso la cavalcatura che lo aspettava, la vecchia sdentata entrò nella più grande delle jaimas, prese un fucile, lo caricò, arrivò fino a dove suo figlio si torceva dal dolore senza un lamento e glielo puntò alla testa.
Mubarrak aprì gli occhi e lei lesse in quello sguardo Pinfinito ringraziamento di un essere che stava per essere liberato da lunghe ore di sofferenza senza speranza.
Gacel sentì lo sparo nel momento in cui il suo cammello riprendeva la marcia, ma non si voltò indietro.
Avvertì in lontananza, più che vederlo, un branco di antilopi e questo gli ricordò quanto grande fosse la sua fame.
Aveva passato i due giorni precedenti mangiando solo alcune manciate di farina di miglio e datteri, preoccupato per il suo scontro con Mubarrak, ma in quel momento la sola idea di un buon pezzo di carne che si cuoceva lentamente su un fuoco di brace gli rivoltò le budella.
Si avvicinò lentamente al bordo della grara guidando per la cavezza il suo cammello, attento che il vento non ne portasse l’odore fino alle bestie che pascolavano la vegetazione corta e dispersa della depressione che in tempi molto remoti doveva essere stata una laguna o l’allargamento di un fiumiciattolo e che conservava ancora nelle sue viscere resti di umidità.
Timidi tamarischi e una mezza dozzina di acacie nane erano sparsi qua e là, e fu contento di verificare che il suo istinto di cacciatore gli era stato fedele ancora una volta, perché lì in fondo una famiglia di magnifici animali dalle lunghe corna e dal pelo rossiccio
che brucava o dormiva al sole dell’imbrunire sembrava invitarlo a sparare.
Caricò il fucile con una sola pallottola, poiché così evitava la tentazione, se sbagliava il primo colpo, di provarne un secondo alla disperata quando le agili bestie avessero ormai intrapreso la fuga a grandi salti. Gacel sapeva per esperienza che il secondo tiro, quasi a caso, raramente faceva centro e significava uno spreco, mentre invece le munizioni, nel deserto, erano tanto rare e necessarie quanto la stessa acqua.
Lasciò libero il mehari che cominciò subito a pascolare disinteressandosi di ciò che non fosse il suo alimento, rivitalizzato e reso appetitoso dalla pioggia caduta, e avanzò in silenzio, quasi trascinandosi, da una roccia al ritorto tronco di un arbusto; da una piccola duna a un cespuglio, fino a raggiungere infine il luogo adatto, un monacello di pietra dal quale dominava, a meno di trecento metri di distanza, la snella figura del grande maschio del branco.
«Quando abbatti un maschio un altro più giovane prende immediatamente il suo posto e copre le sue femmine», gli aveva detto suo padre. «Quando uccidi una femmina, stai uccidendo anche i suoi figli e i figli dei suoi figli, che dovranno alimentare i tuoi figli e i figli dei tuoi figli.»
Preparò la sua arma e mirò con attenzione al petto, all’altezza del cuore. A quella distanza un colpo in testa era senza dubbio più efficace, ma Gacel, da buon musulmano, non poteva mangiare carne che non fosse stata uccisa con il muso rivolto verso La Mecca, pronunciando le preghiere che’aveva ordinato il Profeta. Uccidere l’antilope in quel modo sarebbe stato come sprecarla, e preferiva correre il rischio che scappasse ferita, perché sapeva bene che con una pallottola nei polmoni non sarebbe arrivata molto lontano.
L’animale alzò improvvisamente il muso, annusò il vento e si innervosì leggermente. Poi, dopo quella che gli sembrò un’eternità, ma che non furono più di due minuti, gettò lo sguardo sul branco assicurandosi che non corresse pericolo e riprese a mordicchiare un tamarisco.
Quando fu completamente sicuro che non poteva sbagliare e che l’animale non avrebbe fatto un salto al l’improvviso o iniziato un movimento strano, Gacel tirò dolcemente il grilletto, la pallottola partì con un urlo rigando il vento e l’antilope cadde in ginocchio come se le avessero segato le quattro zampe o il suolo fosse improvvisamente salito verso di lei come per magia.
Le sue femmine lo guardarono senza interesse né paura, perché anche se lo sparo aveva rintronato l’ambiente non era legato all’idea di pericolo e morte, e solo quando videro giungere l’uomo che correva con le vesti al vento brandendo un coltello cominciarono a correre per perdersi di vista nella pianura.
Gacel arrivò fino alla preda ferita che fece un ultimo sforzo per sollevarsi e seguire il suo branco, ma qualcosa dentro di lei si era rotto e niente obbediva al comando della sua mente. Soltanto i suoi occhi, enormi e innocenti, rispecchiarono la grandezza della sua angoscia quando il targui la prese per le corna, gli rivoltò il muso verso La Mecca e la sgozzò con un taglio deciso della sua affilata sciabola.
Il sangue sgorgò a zampilli schizzandogli i sandali e il bordo del jaique, ma Gacel non ci badò, soddisfatto nel verificare che la sua mira ancora una volta era stata eccellente e che aveva colpito la preda nel punto desiderato.
Il tramonto lo sorprese mentre stava ancora mangiando e le prime stelle non erano ancora apparse che già
dormiva, protetto dal vento da un cespuglio e riscaldato dalla brace del focolare.
Lo svegliò il ridere delle iene che accorrevano al richiamo dell’antilope morta e vide che giravano intorno anche gli sciacalli, per cui alimentò il fuoco che li allontanò fino al limite delle ombre e rimase così sdraiato con la faccia al cielo, ascoltando il vento e meditando sul fatto che quel giorno aveva ucciso un uomo, il primo che uccideva nella sua vita, e questo significava che la vita non poteva essere più la stessa da allora in poi.
Non si sentiva colpevole, perché considerava giusta la sua causa, ma lo preoccupava la possibilità che si trasformasse in una di quelle scatenanti guerre fra tribù di cui aveva tanto sentito parlare dagli anziani, nelle quali arrivava un momento in cui nessuno sapeva più la causa delle morti, né il nome del promotore. E i tuareg, i pochi imohag che ancora vagavano per i confini del deserto, fedeli alle loro tradizioni e leggi, non potevano eliminarsi gli uni con gli altri, perché dovevano già impegnarsi a difendersi come potevano dall’avanzata della civiltà.
Rievocò la strana sensazione che aveva percorso il suo corpo, quando la sua sciabola era penetrata blandamente, quasi senza sforzo, nel ventre di Mubarrak e gli sembrò di udire ancora il rauco rantolo che era uscito dalla sua gola in quell’istante. Ritirando il braccio fu come se si fosse portato via appesa alla punta della sua takuba la vita del suo nemico ed ebbe paura della possibilità di usare nuovamente la sua sciabola contro qualcuno. Ma poi ricordò il secco rintronare dello sparo che aveva ucciso il suo ospite addormentato e lo consolò l’idea che non poteva esistere perdono per i colpevoli di un simile crimine.
Stava scoprendo che, se amara era l’ingiustizia, ugualmente amaro era cercare di correggerla, perché uccidere Mubarrak non gli aveva dato nessun piacere, bensì una profonda e scoraggiante sensazione di vuoto. Come il vecchio Suflem aveva detto, la vendetta non fa tornare in vita i morti.
Si domandò poi perché fosse sempre stata importante per i tuareg quella legge non scritta dell’ospitalità che si anteponeva a tutte le altre leggi, perfino a quelle coraniche, e cercò di immaginare come sarebbe stato il deserto se il viaggiatore non avesse avuto l’assoluta sicurezza che ovunque fosse andato sarebbe stato ben accolto, aiutato e rispettato.
Raccontano le leggende che in una certa occasione due uomini si odiavano in tale modo che uno di loro, il più debole, si presentò improvvisamente nella jaima del suo nemico sollecitandone l’ospitalità. Rispettoso della tradizione, il targuf accettò il suo ospite, gli offrì la sua protezione e dopo qualche mese, stanco di sopportarlo e di dargli da mangiare, gli promise che poteva andare via in pace perché mai avrebbe attentato contro la sua vita. Da allora, e ciò sembrava accadere da moltissimi anni, quella era diventata una pratica abituale tra i tuareg che risolvevano in quel modo i loro dissensi e ponevano fine ai loro dissidi.
Come avrebbe reagito lui stesso, se Mubarrak si fosse recato al suo accampamento a chiedere ospitalità cercando di farsi perdonare la colpa commessa? Non poteva saperlo, ma probabilmente avrebbe agito come il targuf della leggenda, perché non sarebbe stato logico commettere un delitto per punire chi aveva commesso esattamente quello stesso delitto.
In quel tempo, in cui gli aerei solcavano gli altissimi cieli del deserto e i camion transitavano per le piste più conosciute spingendo la sua razza verso i più nascosti angoli della pianura, non era facile immaginare
per quanto tempo sarebbe vissuta ancora la sua razza in quella pianura, ma per Gacel era chiaro che, finché uno solo di loro fosse sopravvissuto sulle sabbie, sulle infinite pianure senza vita o sulle pietraie senza orizzonti della hamada, la legge dell’ospitalità doveva continuare a essere sacra, in caso contrario nessun viaggiatore si sarebbe più arrischiato ad attraversare il deserto.
Il delitto di Mubarrak non ammetteva discolpe e lui, Gacel Sayah, si sarebbe incaricato di far comprendere a quelli che non erano tuareg che nel Sahara le leggi della sua razza dovevano continuare a essere rispettate, perché erano leggi adatte all’ambiente, senza le quali non sarebbe esistita alcuna possibilità di sopravvivenza.
Arrivò il vento e con lui il giorno. Iene e sciacalli compresero che ormai avevano perso le loro scarse possibilità di mangiarsi un pezzo di antilope e si allontanarono, grugnendo e lamentandosi, verso le loro oscure tane, come tutti gli altri abitanti della notte: il fenec dalle lunghe orecchie, il topo del deserto, il serpente, la lepre e la volpe.
Quando il sole cominciò a riscaldare stavano già dormendo, conservando le loro forze fino a che le ombre della notte avessero nuovamente reso sopportabile la vita nella più desolata regione del paese perché lì, al contrario che nel resto del mondo, le attività si svolgevano di notte e il riposo di giorno.
Solamente l’uomo, nonostante i secoli, non era riuscito ad adattarsi completamente alla notte, e con il primo albeggiare, Gacel cercò il suo cammello che pascolava a poco più di un chilometro di distanza, lo prese per la cavezza e riprese, senza fretta, la sua marcia verso ovest.
IL posto militare di Adoras occupava un’oasi a forma di triangolo, poco più di un centinaio di palme e quattro pozzi, proprio nel cuore dell’estesissimo fiume di dune, per cui poteva considerarsi un autentico miracolo di sopravvivenza minacciato costantemente dalla sabbia che lo accerchiava proteggendolo dal vento e trasformandolo, proprio per questo, in una specie di forno che a mezzogiorno raggiungeva a volte i sessanta gradi centigradi.
Le tre dozzine di soldati che componevano la guarnigione passavano la metà della loro vita maledicendo la loro sorte all’ombra delle palme e l’altra metà spalando sabbia nel disperato sforzo di farla retrocedere per mantenere libera la stretta pista di terra che permetteva di comunicare col mondo esterno e di ricevere provviste e corrispondenza una volta ogni due mesi.
Da quando trent’anni prima un colonnello impazzito aveva avuto l’assurda idea che l’esercito dovesse controllare quei quattro pozzi che erano, d’altra parte, gli unici esistenti in quasi cento chilometri intorno, Adoras era divenuto il «destino maledetto», dapprima solo per le truppe coloniali, in seguito anche per gli indigeni come dimostravano le tombe che si elevavano all’estremità del palmeto, nove dovute a «morte naturale» e sei al suicidio di chi non era riuscito a sopportare l’idea di sopravvivere in un simile inferno.
Quando un tribunale era incerto se mandare un colpevole al muro, condannarlo all’ergastolo o commutargli la pena in quindici anni di servizio obbligatorio ad Adoras, aveva piena coscienza di quello che faceva, per quanto all’inizio il colpevole considerasse che tale commutazione gli fosse favorevole.
Per il capitano Kaleb-el-Fasi, comandante in capo della guarnigione e autorità suprema in una regione estesa quanto metà Italia, ma nella quale vivevano poco più di ottocento persone, i sette anni che trascorreva ad Adoras costituivano la punizione per aver ucciso un giovane tenente che aveva minacciato di svelare le irregolarità dei conti del reggimento nella sua precedente destinazione. Era stato condannato a morte, ma suo zio, il famoso generale Obeid-el-Fasi, eroe dell’indipendenza, grazie al fatto che era stato uno dei suoi aiutanti e uomini di fiducia durante la guerra di liberazione, aveva ottenuto che gli si permettesse di riabilitarsi al comando di un distaccamento militare dove non si poteva inviare nessun altro militare di carriera che non si trovasse nelle stesse condizioni.
Tre anni prima, basandosi unicamente sulle informazioni che erano in suo possesso, il capitano Kaleb era giunto alla conclusione che i componenti del suo reggimento erano colpevoli di più di una ventina di omicidi, di quindici violenze carnali, di sessanta rapine a mano armata e di uno svariato numero di furti, di truffe, di diserzioni e di reati di minore importanza per cui, per dominare una simile truppa, aveva dovuto dare fondo a tutta la sua esperienza, astuzia e violenza. Il
rispetto che infondeva era superato soltanto da quello che imponeva il suo uomo di fiducia, il sergente maggiore Malik-el-Haideri, un uomo magro, piccolo e apparentemente debole e infermo ma così crudele, astuto e valido che era riuscito a controllare una tale combriccola di bestie sopravvivendo a cinque tentativi di omicidio e a due duelli al coltello.
Malik era la «morte naturale» più normale ad Adoras e due dei suicidi erano dovuti a un’estrema insofferenza nei suoi confronti.
Ora, seduto in cima alla più alta duna che dominava l’oasi da est, una vecchia ghourds di più di cento metri di altezza, dorata dal tempo e indurita nel suo interno tanto da trasformare la sabbia quasi in pietra, il sergente Malik osservava senza interesse come i suoi uomini spalavano sabbia dalle giovani dune che minacciavano di sommergere il pozzo più lontano, fino a quando mise a fuoco il binocolo verso il solitario cavaliere che aveva fatto la sua apparizione montando un bianco mehari e che avanzava senza fretta in direzione del posto militare. Si domandò che cosa cercasse un targuf in quei luoghi fuori mano, quando ormai da sei anni avevano smesso di frequentare i pozzi di Adoras evitando ogni contatto con i loro occupanti. Le carovane beduine arrivavano sempre più raramente, facevano rifornimento d’acqua, riposavano un paio di giorni nel punto più appartato dell’oasi cercando di nascondere le loro donne e di non frequentare assolutamente i soldati e riprendevano la marcia sospirando di sollievo che non ci fosse stato alcun incidente. Ma i tuareg no. I tuareg quando sostavano nell’oasi, assumevano un atteggiamento altero e sfrontato e permettevano che le loro donne girassero liberamente con il viso scoperto e le braccia e gambe nude, indifferenti al fatto che quegli uomini non toccavano una donna da anni, e imbracciavano i fucili e le loro affilate sciabole quando qualcuno cercava di eccedere.
Da quando due guerrieri e tre soldati morirono in una rissa, i Figli del Vento avevano preferito cancellare il posto militare dal loro cammino, ma in quel momento quel cavaliere solitario avanzava deciso, abbordava l’ultima cresta, si stagliava contro il cielo dell’imbrunire con le vesti al vento per addentrarsi infine tra le palme e fermarsi vicino al pozzo nord, a un centinaio di metri dalle prime baracche.
L’ufficiale si lasciò scivolare per la duna senza fretta, attraversò l’accampamento e arrivò vicino al targuf che abbeverava il suo cammello capace di bere cento litri d’acqua in un solo sorso.
«Aselam, aleikum.»
«Metulem, metulem», rispose Gacel.
«Hai una buona bestia. E molto assetata.»
«Veniamo da lontano.»
«Da dove?»
«Dal Nord.»
Il sergente Malik-el-Haideri odiava il velo targuf perché si vantava di conoscere gli uomini e di capire, dall’espressione dei loro volti, quando dicevano la verità e quando mentivano. Ma con i tuareg quella possibilità non esisteva, perché lasciavano scoperta appena una fessura per gli occhi, che socchiudevano e rimpicciolivano di proposito nel parlare. Anche la voce suonava distorta e perciò si vide costretto ad accettare per buona la risposta, poiché in effetti lo aveva visto arrivare dal Nord e non aveva motivo per sospettare che Gacel si fosse preoccupato di fare un grande giro e fare sì che lo vedessero avanzare da quella direzione, l’opposta di quella da cui realmente proveniva.
«Dove sei diretto?»
«Al Sud.»
Aveva lasciato che il suo mehari si sdraiasse, soddisfatto e gonfio, con la pancia piena d’acqua, e si dedicava al compito di ammucchiare rami per preparare un piccolo focolare.
«Puoi mangiare con i soldati», gli fece notare.
Gacel sollevò un lembo di coperta e mostrò mezza antilope ancora tumida e coperta di sangue secco.
«Tu puoi mangiare con me, se lo desideri. In cambio della tua acqua.»
Il sergente maggiore Malik sentì che il suo stomaco faceva un salto. Erano più di quindici giorni che i cacciatori non catturavano una preda, perché con gli anni le avevano sempre più allontanate dai dintorni, e tra i suoi soldati non c’era nessun beduino autentico conoscitore del deserto e dei suoi abitanti.
«L’acqua è di tutti», rispose, «ma accetto con piacere il tuo invito. Dove lo hai cacciato?»
Gacel sorrise dentro di sé per il rozzo trabocchetto.
«Al Nord», rispose.
Aveva ormai riunito tutta la legna di cui necessitava e sedutosi sulla coperta della sua cavalcatura, estrasse la pietra focaia e lo stoppino, ma Malik gli offrì la sua scatola di fiammiferi.
«Usa questa», disse. «È più comodo. Tienila. Ne abbiamo molte in fureria.»
Si era seduto di fronte a lui e lo osservava mentre infilzava le zampe dell’antilope nella baionetta del suo vecchio fucile preparandosi ad arrostirle lentamente a fuoco basso.
«Cerchi lavoro al Sud?»
«Cerco una carovana.»
«Non è periodo di carovane, le ultime sono passate da un mese.»
«La mia mi aspetta», fu l’enigmatica risposta e, poiché avvertì che il sergente lo guardava fisso senza comprendere, aggiunse con lo stesso tono: «Sono più di cinquant’anni che mi aspetta».
L’altro sembrò capire e lo guardò a lungo:
«La Grande Carovana!» esclamò alla fine. «Vai in cerca della Grande Carovana della leggenda? Sei pazzo!»
«Non è una leggenda. Mio zio c’era. E io non sono pazzo. Mio cugino Suleimàn, che vive caricando mattoni per una paga miserabile, sì, che è pazzo.»
«Nessuno di coloro che sono andati in cerca della carovana è tornato vivo.»
Gacel indicò con un gesto della testa le tombe che si intravedevano tra le rade palme, in fondo all’oasi.
«Non saranno più morti di quelli. E se l’avessero trovata sarebbero ricchi per sempre.»
«Ma la terra vuota non perdona. Non c’è acqua, né vegetazione che serva da cibo per il tuo cammello, ombra che ti copra, o alcun punto di riferimento per orientarsi. È un inferno!»
«Lo so», ammise il targuf. «Sono stato lì due volte.»
«Sei stato nelle terre vuote?» ripetè incredulo.
«Due volte.»
Il sergente Malik non ebbe bisogno di vederlo in faccia per sapere che diceva la verità e un nuovo interesse nacque in lui. Aveva trascorso abbastanza anni nel Sahara per dare il giusto valore a un uomo che era stato nelle terre vuote e ne era tornato. Potevano contarsi sulle dita di una mano da Marruecos all’Egitto, e neanche Mubarrak-ben-Sad, guida ufficiale dell’avamposto militare che passava per uno dei migliori conoscitori delle sabbie e delle pietraie, ammetteva di averci tentato. «Ma conosco uno», gli aveva confessato una
volta durante una lunga spedizione alla scoperta del massiccio di Huaila, «conosco un inmouchar del Kel Talgimus che è andato e tornato.»
«Che cosa si avverte lì dentro?»
Gacel lo guardò a lungo e alzò le spalle.
«Nulla. Devi lasciare fuori ogni sentimento. Devi lasciare fuori perfino le idee e vivere come una pietra, attento a non fare nessun movimento che consumi acqua. Anche la notte devi muoverti piano come un camaleonte, solo così riesci a diventare insensibile al caldo e alla sete e, soprattutto, se riesci a vincere il panico e a conservare la calma, solo così hai una remota possibilità di sopravvivenza.»
«Perché lo hai fatto? Cercavi la Grande Carovana?»
«No. Cercavo, in me, i resti dei miei antenati. Loro vinsero le terre vuote.»
L’altro negò convinto.
«Nessuno vince le terre vuote», rispose sicuro di quello che diceva. «La prova è che tutti i tuoi antenati sono morti e che le terre continuano a essere inspiegabili come quando Allah le creò.» Fece una pausa, agitò la testa e chiese come domandando a se stesso: «Perché lo avrà fatto? Perché Allah, capace di creare cose portentose, creò anche questo deserto?»
La risposta di Gacel non era presuntuosa, anche se all’apparenza poteva sembrarlo: «Per poter creare gli imohag».
Malik sorrise divertito.
«Veramente», ammise. «Veramente.» Indicò la gamba dell’antilope. «Non mi piace la carne molto cotta», aggiunse. «Così va bene.»
Gacel sollevò la baionetta, estrasse i due pezzi di carne, gliene offrì uno e con l’aiuto della sua affìlatis q sciabola cominciò a tagliare grosse fette dall’al
«Se qualche volta sarai in difficoltà», disse, «non
cucinare la carne. Mangiala cruda. Mangia qualunque animale che incontri e bevi il suo sangue. Ma non ti muovere. Soprattutto non ti muovere.»
«Ne terrò conto», assentì il sergente. «Ne terrò conto, ma prego Allah di non farmi mai trovare in simili condizioni.»
Conclusero la cena in silenzio, bevvero acqua fresca del pozzo e Malik si mise in piedi e si stirò soddisfatto.
«Devo andare», disse. «Devo fare rapporto al capitano e vedere che tutto sia in ordine. Quanto tempo ti fermerai?»
Gacel alzò le spalle facendo segno che non lo sapeva.
«Capisco. Rimani quanto vuoi, ma non ti avvicinare alle baracche. Le sentinelle hanno l’ordine di sparare a vista.»
«Perché?»
Il sergente Malik-el-Haideri sorrise in modo enig-matico e con un gesto della testa indicò la più appartata delle casette di legno.
«Il capitano non ha molti amici», puntualizzò. «Né lui né io li abbiamo, ma io so badare a me stesso»
Si allontanò quando ormai le ombre cominciavano a scivolare nell’oasi fermandosi ai bordi delle palme, e le voci risuonavano con maggior nitidezza, mentre i soldati ritornavano con le pale in spalla, stanchi e sudati, sospirando il rancio e il pagliericcio che li avrebbe condotti per alcune ore nel mondo dei sogni, lontano dall’inferno di Adoras.
Ci fu un crepuscolo brevissimo, il cielo passò, quasi
senza transizione, dal rosso al nero e subito brillarono le luci nelle capanne.
Solamente l’abitazione del capitano aveva gli scuri che impedivano di vedere ciò che accadeva dentro e, prima che calasse completamente la notte, una sentinella montò di guardia, rigida e con l’arma pronta, a meno di venti metri dalla porta.
Mezz’ora dopo quella porta si aprì e vi si stagliò una figura alta e robusta. Gacel non ebbe bisogno di distinguere le stellette della sua uniforme per riconoscere l’uomo che aveva ucciso il suo ospite. Lo vide rimanere fermo per alcuni momenti, respirando a pieni polmoni l’aria della notte, e accendersi una sigaretta. La luce del fiammifero gli portò alla memoria ogni suo movimento e l’espressione dura e sprezzante dei suoi occhi mentre assicurava che lui era la legge. Si sentì tentato di caricare la sua arma e di ucciderlo con un solo colpo. A una distanza così breve, chiaramente visibile in controluce, si sentiva capace di mettergli una pallottola in testa spegnendo contemporaneamente la sigaretta nella bocca, ma non lo fece. Si limitò a osservarlo a meno di cento metri di distanza, compiacendosi nell’immaginare che cosa avrebbe pensato quell’uomo nel vedere che il targuf che aveva offeso e disprezzato era seduto lì, davanti a lui, appoggiato a una palma e vicino alla brace di un focolare, a meditare se ucciderlo in quel momento o se lasciarlo per dopo.
Per tutti quegli uomini della città trapiantati nel deserto, che non avevano imparato ad amare e che in realtà odiavano, desiderando scappare a qualunque prezzo, loro, i tuareg, non costituivano altro che una parte del paesaggio; tanto erano incapaci di distinguerli l’uno dall’altro.
Non avevano nozione né del tempo, né dello spazio, né degli odori e dei colori del deserto, e nello stesso
do non capivano ciò che distingueva un guerriero del p1 polo del Velo da un imohag del Popolo della Spada, n inrnouchar da un servo, o un’autentica donna tarf libera e forte, da una povera beduina schiava di un harem.
Si sarebbe potuto avvicinare a lui, parlargli per mezz’ora della notte e delle stelle, dei venti e delle gazzelle e lui non avrebbe riconosciuto in «quello straccione puzzolente» colui che aveva cercato di affrontarlo cinque giorni prima. Per anni i francesi avevano cercato invano di fare scoprire il volto ai tuareg.
Infine, convinti che non avrebbero mai abbandonato il velo, dovettero arrivare alla conclusione che non sarebbero mai stati in grado di distinguerli dalla voce o dai gesti e abbandonarono completamente la speranza di differenziarli.
Né Malik, né l’ufficiale, né tutti quei soldati che spalavano sabbia erano francesi, ma erano simili per la loro ignoranza e il loro disprezzo per il deserto e i suoi abitanti.
Quando il capitano finì la sigaretta gettò il mozzicone sulla sabbia, salutò svogliatamente la sentinella e chiuse la porta, da dove si sentì il rumoroso scorrere del pesante catenaccio. Le luci si andavano spegnendo una dopo l’altra e l’accampamento e l’oasi rimasero in silenzio; un silenzio rotto soltanto dal sussurro dei pennacchi delle palme agitati da una leggera brezza e dal lontano grido di uno sciacallo affamato.
Gacel si avvolse nel suo mantello, appoggiò la testa sulla sella, lanciò un’ultima occhiata alle baracche e alla fila dei veicoli e si addormentò.
L’alba lo sorprese mentre, in cima alla palma più carica, gettava a terra pesanti rami di datteri maturi. Ne riempì un sacco; riempì anche di acqua le sue ger bas sellò il mehari che protestò rumorosamente, desiderando rimanere ancora all’ombra vicino al pozzo.
I soldati avevano cominciato a fare la loro apparizione orinando contro le dune e lavandosi il viso nell’abbeveratoio del pozzo più grande; anche il sergente Malik-el-Haideri abbandonò il suo alloggio e si avvicinò con passo rapido e sicuro.
«Te ne vai?» domandò, anche se la domanda era chiaramente inutile. «Credevo che saresti rimasto a riposarti per un paio di giorni.»
«Non sono stanco.»
«Lo vedo. E mi dispiace. Fa piacere a volte parlare con uno straniero. Questa feccia non pensa altro che a rubare o alle donne.»
Gacel non rispose, occupato ad assicurare bene i sacchi in modo che i sobbalzi del cammello non li facessero cadere dopo appena cinquecento metri, e Malik lo aiutò dall’altra parte del cammello, continuando a fargli domande.
«Se il capitano mi desse il permesso, mi porteresti con te alla ricerca della Grande Carovana?»
II targuf negò con un gesto. «La terra vuota non è luogo per te. Solamente noi imohag possiamo penetrarvi.»
«Io porterei tre cammelli. Potremo avere più acqua e più provviste. In quella carovana c’è denaro che avanza per tutti. Ne darei una parte al capitano, con l’altra comprerei il mio trasferimento e me ne rimarrebbe ancora per il resto della vita. Portami con te!»
«No.»
Il sergente maggiore Malik non insistè, ma scorse lentamente con la vista le palme, le baracche e le dune di sabbia che chiudevano tutto dai quattro lati, trasformando il posto militare in una prigione in cui le sbarre erano state sostituite da alte dune che minacciavano di sotterrarli una volta per sempre.
<Ancora undici anni qui!» mormorò quasi tra sé. (<riesco a sopravvivere sarò vecchio, mi hanno nernfmo il diritto al congedo e alla pensione. Dove gat0 p9 >> Si rivolse di nuovo al targui: «Ma non è 311 Ho morire degnamente nel deserto, con la speranza un colpo di fortuna possa cambiar tutto?»
C6«Forse.»
«È quello che provi a fare tu, non è vero? Preferisci rischiare che vivere male trasportando mattoni.»
«Io sono targui. Tu no.»
«Oh, va’ all’inferno, con il tuo maledetto orgoglio Hi razza!» protestò di malumore. «Ti credi migliore perché ti hanno abituato da bambino a sopportare il caldo e la sete? Io ho dovuto sopportare questi figli di puttana e non so che cosa è peggio. Vattene! Quando vorrò andare in cerca della Grande Carovana lo farò da solo. Non ho bisogno di te.»
Gacel sorrise leggermente sotto il velo senza che l’altro potesse vederlo, obbligò il suo cammello a mettersi in piedi e si allontanò piano, conducendolo per la cavezza.
Il sergente Malik-el-Haideri lo seguì con lo sguardo fino a che scomparve tra il dedalo di corridoi che lasciavano tra di loro le dune, a sud della pista dei veicoli, e fece ritorno poi, pensoso, verso la baracca più grande.
IL capitano Kaleb-el-Fasi dormiva sempre fino a quando il sole cominciava a riscaldare il tetto della sua capanna, il che accadeva verso le nove del mattino nonostante l’avesse fatta costruire nel punto più fitto del palmeto, tanto che il cadere dei datteri sulle lastre metalliche lo svegliava continuamente di soprassalto.
A quell’ora recitava le preghiere a due metri dalla porta e si tuffava nell’abbeveratoio del pozzo grande, dove il sergente Malik lo informava degli avvenimenti, per quanto in realtà fossero ben pochi.
Quella mattina, tuttavia, il suo subordinato sembrava desideroso di parlargli, animato da un entusiasmo poco abituale in lui.
«Quel targui va in cerca della Grande Carovana», disse.
Lo osservò per alcuni istanti, aspettando che aggiungesse altro, ma, non accadendo niente, domandò interrogativamente:
«Allora?»
«Gli ho chiesto se mi portava con lui, ma non ha voluto.»
«Allora non è così pazzo come sembra. Da quando interessa la Grande Carovana?»
«Da quando ne ho sentito parlare. Dicono che portava mercanzie per un valore maggiore di dieci milioni di franchi di allora. Oggi quell’avorio e quelle gioie avranno un valore triplo.»
«Sono morti in molti per inseguire quel sogno.»
«Tutti avventurieri, che non organizzarono la spedizione in modo scientifico con mezzi appropriati e appoggio logistico.»
Il capitano Kabel-el-Fasi gli diede una lunga occhiata che pretendeva essere severa e di rimprovero.
«Che cosa stai insinuando? Che impieghi materiale e uomini dell’esercito alla ricerca di quella carovana?» domandò con fìnta sorpresa.
«Perché no?» fu la sincera risposta. «Continua mente ci mandano a fare inutili spedizioni alla ricerca di nuovi pozzi, pietre senza valore, o riscontro di tribù. Una volta, gli ingegneri ci portarono a spasso per sei mesi in cerca di petrolio.»
«E lo trovarono.»
«Sì, ma... che cosa ne è venuto a noi? Stanchezza, molestie, malessere della truppa e tre uomini che volarono a pezzi su un jeep carica di dinamite.»
«Erano ordini superiori.»
«Lo so. Ma lei ha l’autorità sufficiente per inviarmi a una qualsiasi missione, per esempio, esercitazioni di sopravvivenza nelle terre vuote. Immagini se tornassimo con una fortuna! La metà per l’esercito; la metà per noi e la truppa. Non crede che, ben distribuita, addolcirebbe qualche generale?»
Il suo superiore non rispose subito. Affondò la testa nell’acqua e rimase così alcuni istanti, forse riflettendo. Quando emerse di nuovo, disse senza guardarlo:
«Potrei metterti in guardina per quello che stai proponendo».
«E cosa otterrebbe? In fondo che differenza c’è tra lo stare in carcere e qui fuori? Forse più caldo, questo è tutto. Comunque meno che nella terra vuota.»
«Sei così disperato?»
«Come lei. Se non facciamo qualcosa, non usciremo mai da qui, e lei lo sa. Un giorno o l’altro qualcuno di questi figli di puttana ci ucciderà.»
«Finora abbiamo saputo dominarli.»
«Con molta fortuna», ammise il piccolo uomo. «Ma fino a quando durerà la fortuna? Presto diventeremo vecchi, perderemo energia e ci divoreranno.»
Il capitano Kaleb-el-Fasi, comandante in capo dello sperduto posto militare di Adoras, Culo del Diavolo, com’era chiamato quel luogo nell’esercito, gettò indietro la testa, contemplò a lungo le palme che neanche un soffio di vento riusciva a smuovere e il cielo di un azzurro così netto che feriva gli occhi solo a guardarlo.
Pensò alla sua famiglia; a sua moglie che aveva chiesto e ottenuto il divorzio per la sua condanna; ai suoi figli che non gli avevano mai scritto; ai suoi amici
e compagni che avevano cancellato il suo nome dalla loro ‘memoria nonostante per anni lo avessero adulato per la sua magnificenza; a quella banda di ladroni, assassini e drogati che lo odiavano a morte e che al minimo incidente gli avrebbero infilzato una baionetta nella
schiena o gliavrebbero collocato una bomba a mano
sotto la branda.
«Di che cosa hai bisogno?» domandò senza voltarsi, facendo il possibile perché la sua voce non dimostrasse alcun compromesso.
«Di un camion, di un jeep e di cinque uomini. Mi orterò anche Mubarrak-ben-Sad, la guida targuf. Eavrò bisogno di cammelli.»
«Quanto tempo?»
«Quattro mesi. Ma staremo in contatto per radio una volta la settimana.»
In quel momento lo guardò in faccia.
«Non posso obbligare nessuno ad accompagnarti. Se non tornassi e questo si venisse a sapere, mi staccherebbero la testa.»
«So chi verrà volentieri senza commenti. Coloro che rimangono non devono sapere nulla.»
Il capitano uscì lentamente dall’acqua, si infilò dei pantaloni corti e larghi, si calzò le nails lasciando che l’aria calda gli asciugasse l’acqua sul corpo, e agitò la testa, incredulo.
«Credo che tu sia tanto pazzo quanto quel targuf», puntualizzò. «Ma forse hai ragione ed è meglio che stare qui ad aspettare la morte.» Fece una pausa. «Dovremmo trovare una scusa logica per un viaggio così lungo», fece un risolino ironico. «Nel caso che tu non torni.»
Malik sorrise soddisfatto del suo trionfo, anche se aveva saputo sin dal primo momento che avrebbe vinto. Da quando aveva perso di vista tra le dune quel targuì, la mattina presto, si era dedicato a organizzare il modo in cui avrebbe esposto il suo piano e, quanto più gli girava attorno, tanto più si sentiva sicuro che avrebbe ottenuto il permesso.
Si incamminarono insieme verso la baracca del l’ufficio e con un lieve sorriso rispose:
«Ci avevo già pensato». L’altro si fermò a guardarlo. «Schiavi.»
«Schiavi?»
«Quel targuf che se ne è andato questa mattina, può avermi detto che ha notizie di carovane di schiavi
che si stanno addentrando nel nostro territorio. Il loro traffico sta aumentando nuovamente in proporzioni allarmanti.»
«Lo so. Ma si dirigono al Mar Rosso e verso i paesi che accettano ancora la schiavitù.»
«È vero», ammise Malik. «Ma chi ci impedisce di verificare una denuncia e di confessare più tardi che si trattava di un falso allarme?» Sorrise con ironia. «Anzi, dovranno felicitarsi con noi per il nostro zelo e il nostro spirito di sacrificio.»
Entrarono nella baracca deirufficio, che non era altro che un’ampia stanza con due tavoli, già calda a quell’ora del mattino, e il capitano si fermò davanti alla grande mappa della zona che occupava tutta la parete di fondo.
«A volte mi domando come diavolo hanno fatto a prenderti e a ficcarti in questo buco, visto che sei tanto svelto. Dove pensi di cercare?»
Malik indicò deciso un’immensa macchia gialla, nel cui centro appariva uno spazio completamente bianco, senza la più piccola traccia di pista, di sentiero di cammelli, di pozzo o di luogo abitato.
«Qui, proprio nel centro di Tikdabra. Logicamente la rotta della carovana doveva aver lasciato Tikdabra a nord, evitandolo. Ma se persero la rotta, addentrandosi nelle dune, dovettero incontrarsi poi con questa zona di terra vuota, non più in tempo per tornare indietro. Non rimase allora altra soluzione che cercare di raggiungere i pozzi di Muley-el-Akbar, ma non vi riuscirono.»
«Non è altro che una teoria. Si possono trovare sia qui sia da un’altra parte.»
«Forse. Ma non sono da nessun’altra parte», gli fece notare. «Per anni hanno rastrellato la regione a sud di Tikdabra. E a est. E a ovest. Ma nessuno rischiò
mai a Tikdabra. O, almeno, quelli che tentarono non sono mai ritornati.»
Il capitano calcolò a occhio:
«Più di cinquecento chilometri di lunghezza per trecento di ampiezza di dune e pianure. Hai più possibilità di trovare una pulce bianca in un branco di mehari».
La risposta fu concisa:
«Ho undici anni per cercare».
Il capitano si mise seduto sulla sua sconquassata poltrona foderata di pelle di gazzella, cercò una sigaretta, l’accese lentamente e studiò con attenzione una mappa che conosceva al dettaglio, poiché era già stato inchiodato lì davanti il giorno che era arrivato al posto militare. Conosceva il deserto e sapeva molto bene che cosa significava addentrarsi in un erg come quello di Tikdabra, formato da una ininterrotta successione di altissime dune che si prolungavano come un mare di gigantesche onde, una trappola di sabbie mobili dove uomini e cammelli affondavano a volte fino al petto, in un’immensa pianura senza orizzonti, così liscia come il più liscio dei tavoli e dove il sole riverberava di continuo impedendo la vista, tagliando il fiato e facendo bollire il sangue a uomini e bestie.
«Neanche un ramarro vi può sopravvivere», mormorò alla fine. «Se qualcuno ti accompagna, vuol dire che ha già il kafard e mi farai un gran favore a levarmelo da torno.» Aprì la piccola cassaforte incastrata nel suolo e nascosta da alcune tavole; contò il denaro e fece segno di no con un gesto. «Dovrai requisire i cammelli alle tribù beduine», disse. «Non ho denaro e non puoi portarti via i nostri.»
«Mubarrak mi aiuterà a trovarli.» Si diresse alla porta. «Se mi dà il suo permesso voglio parlare ai miei uomini.»
Rispose con un gesto al suo saluto, chiuse di nuovo la cassa e rimase calmo, con i piedi sopra il tavolo, contemplando la mappa. Sorrise lievemente, soddisfatto di avere accettato la proposta. Se le cose fossero andate male, avrebbe perso sei uomini e una guida targui, oltre ai due veicoli. Ma nessuno avrebbe protestato per una cosa quasi normale in quelle latitudini. Erano molte le pattuglie che sparivano per sempre, poiché bastava un errore di guida, un’avaria al motore, o la rottura di un asse, perché un semplice giro di routine si trasformasse in una tragedia senza alcuna soluzione.
In effetti contavano su questo, quelli che inviavano ad Adoras tutto quel rifiuto delle caserme e delle prigioni del paese. Secondo logica, nessuno di quegli uomini doveva tornare vivo nella civiltà, perché la società non li voleva con sé e li aveva scacciati per sempre. Per cui a nessuno interessava se si uccidevano a coltellate, se li portava via la febbre, se scomparivano durante una perlustrazione o alla ricerca di un mitico tesoro.
La Grande Carovana era lì, da qualche parte verso il Sud, e su questo tutti erano d’accordo, perché non poteva essersi volatilizzata e il suo carico prezioso sopportava senza deteriorarsi il passare degli anni, e persino dei secoli. Con una minuscola parte di quel carico, il capitano Kaleb-el-Fasi avrebbe potuto abbandonare per sempre Adoras e stabilirsi nuovamente in Francia, aWHótel Majestic di Cannes dove aveva trascorso il periodo più bello della sua vita in compagnia di una graziosa commessa di una boutique di rue des Antibes, che dovette aspettare per anni che lui mantenesse la sua parola di tornare un giorno a prenderla.
Verso sera aprivano le grandi vetrate che davano sulla piscina, su La Croisette e sulla spiaggia e loro facevano l’amore rivolti verso il mare fino al tramonto per andare poi a cenare al Le Moulin de Mougens, al El Oasis, o da Chez Félix e terminare la notte al Casinò, rischiando tutto sul numero otto.
Era un duro prezzo quello che stava pagando per quei giorni, troppo alto a parer suo, e la cosa peggiore non consisteva, forse, nel deserto in sé, con il suo caldo e la sua monotonia, ma nei ricordi e nella consapevolezza che, se un giorno fosse riuscito a uscire vivo da Adoras, non sarebbe stato più in grado di godere nuovamente degli hotel, dei ristoranti o delle ragazze di Cannes.
Rimase sprofondato nei suoi ricordi, lasciando che il sudore scorresse sul suo corpo mentre un caldo infernale si impossessava deH’accampamento, aspettando che il suo attendente arrivasse con un vassoio e il grasso e ripugnante cuscus di tutti i giorni che consumò senza appetito, accompagnandolo con brevi sorsate di acqua tiepida, torbida e leggermente salmastra alla quale ancora non si era abituato e che continuava a causargli diarrea nonostante gli anni trascorsi.
Poi, quando il sole cadde a piombo, verticale, così opprimente che neanche le mosche volavano, attraversò piano il solitario palmeto e cercò nuovamente rifugio nella capanna, lasciando porte e finestre spalancate nel tentativo di approfittare del minimo soffio d’aria.
Era quella l’ora della gaila, il riposo sacro nel deserto, perché durante le quattro ore di caldo più intenso gli uomini, come le bestie, dovevano rimanere fermi all’ombra, se non volevano correre il pericolo di disidratarsi e di cadere fulminati da un’insolazione.
I soldati dormivano già nelle loro baracche e solo una sentinella rimaneva in piedi, coperta da una frasca, lottando con tutte le forze, a volte inutilmente, per tenere gli occhi né troppo chiusi, per non addormentarsi completamente, né troppo aperti, perché il riverbero
del sole sulle bianche dune non la rendesse momentaneamente cieca.
Un’ora dopo si sarebbe potuto credere che il posto militare di Adoras fosse morto. Il termometro, all’ombra poiché al sole probabilmente sarebbe scoppiato, si avvicinava pericolosamente ai cinquanta gradi e i pennacchi delle palme erano così immobili per la mancanza di vento, da far pensare che non fossero veri, ma soltanto dipinti sul cielo.
Con la bocca aperta e i volti coperti di sudore, infiacchiti e rotti come pupazzi senza vita, gli uomini Tonfavano, schiacciati dalla calura, incapaci anche di scacciare le mosche che andavano addirittura a posarsi sulle lingue, in cerca di una lieve umidità. Qualcuno sognò a voce alta, fu quasi un lamento, e un furiere si svegliò di soprassalto con gli occhi dilatati dallo spavento, poiché per alcuni angosciosi secondi aveva temuto di morire asfissiato, visto che l’aria non arrivava ai suoi polmoni.
Da un angolo, un negro scheletrico insonne lo osservò fissamente fino a che si tranquillizzò di nuovo e chiuse a sua volta gli occhi, ma rimase sveglio, poiché la sua mente bolliva inquieta dal momento in cui il sergente maggiore gli aveva detto in segreto che entro quattro giorni avrebbero intrapreso la pazza avventura di addentrarsi nella più inospitale delle terre alla ricerca di una carovana scomparsa.
Probabilmente non sarebbero tornati vivi, ma era sempre meglio che continuare a spalare sabbia giorno dopo giorno, fino al giorno in cui sarebbe arrivato il suo turno e avrebbero spalato sabbia sul suo corpo.
Nella sua capanna anche il capitano Kaleb-el-Fasi russava piano, sognando forse la carovana scomparsa e le sue ricchezze, ed era così profondo il suo sonno che
non avvertì un’alta ombra che si stagliava per un istante sulla porta per poi scivolare verso la branda, lasciare al suo lato, appoggiato alla parete, un vecchio e pesante fucile ricordo dell’epoca in cui i sentisi si erano ribellati contro francesi e italiani, ed estrarre una lunga e affilata sciabola che di punta appoggiò molto lentamente sotto il suo mento.
Gacel Sayah si mise seduto sul bordo del pagliericcio e fece una leggera pressione con l’arma mentre la sua mano si appoggiava con forza sulla bocca dell’addormentato.
La destra del capitano scattò automaticamente verso la pistola che lasciava sempre per terra, vicino alla testata del letto, ma il targui la scansò dolcemente con il piede mentre si chinava sempre più sopra di lui.
Sussurrò raucamente:
«Un grido e ti sgozzo, hai capito?»
Aspettò che gli occhi dell’altro gli confermassero che, sì, aveva capito e poi, molto lentamente, gli permise di prendere aria senza allentare la pressione della sciabola. Un rivolo di sangue cominciò a scorrere lungo il collo dell’atterrito capitano e ben presto si mischiò al sudore che inzuppava il suo petto.
«Sai chi sono?»
Assentì con un gesto.
«Perché hai ucciso il mio ospite?»
Inghiottì saliva. Poi, con sforzo e quasi senza voce, mormorò:
«Erano ordini. Ordini ben precisi. Il giovane doveva morire. L’altro no».
«Perché?»
«Non lo so.»
La punta della sciabola penetrò con più forza.
«Perché?» insistè il targui.
«Non lo so, te lo giuro», quasi singhiozzò. «Mi
danno un ordine e io devo obbedire. Non sono in grado di rifiutarmi.»
«Chi ti ha dato quell’ordine?»
«Il governatore della provincia.»
«Come si chiama?»
«Hassan-ben-Koufra.»
«Dove vive?»
«A El-Akab.»
«E l’altro, il vecchio, dove sta?»
«Come vuoi che lo sappia? Se lo sono portato via, questo è tutto.»
«Perché?»
Il capitano Kaleb-el-Fasi non rispose. Forse capì che aveva detto troppo; forse si stancò del gioco; forse veramente non sapeva la risposta esatta. Disperatamente cercò un modo per liberarsi dall’intruso nei cui occhi leggeva una profonda fermezza e si domandò che cosa diavolo stessero facendo i suoi uomini che non accorrevano in suo aiuto.
Il targui si innervosì. Affondò ancor di più la daga e con la mano sinistra gli strinse il collo, soffocando un grido di dolore che cercava di uscire.
«Chi è quel vecchio», domandò, «perché lo hanno portato via?»
«È Abdul-el-Kebir.»
Lo disse con il tono di chi ha spiegato tutto, ma comprese che il nome non significava nulla per l’intruso che rimase fermo, aspettando una spiegazione.
«Non sai chi è Abdul-el-Kebir?»
«Non ho mai sentito parlare di lui.»
«È un assassino. Uno sporco assassino e stai rischiando la vita per lui.»
«Era mio ospite.»
«Non per questo smette di essere un assassino.»
«Né per essere un assassino cessa di essere mio o spite. Solo io avevo il diritto di giudicare.»
Fece un movimento con il polso e gli recise la giugulare con un solo taglio.
Contemplò la breve agonia, si pulì le mani sullo sporco lenzuolo, raccolse la pistola e il fucile, si avvicinò alla porta e sbirciò fuori.
La sentinella continuava a dormire come quando era arrivato e né un soffio di vento né un alito di vita agitava il palmeto.
Scivolò di tronco in tronco, fino a raggiungere le dune dove si arrampicò agilmente.
Cinque minuti dopo era scomparso, come inghiottito dalla sabbia.
ERA quasi sera quando l’assistente del capitano scoprì il cadavere.
Le sue grida, quasi isteriche, si sparsero per l’oasi, gli uomini gettarono a terra le loro pale e accorsero tutti ammucchiandosi nella piccola capanna, dalla quale il sergente maggiore dovette buttarli fuori a spintoni.
Quando infine si trovò da solo davanti al cadavere e alla chiazza di sangue coperta di mosche, si mise seduto su uno sgabello e maledisse la sua sorte. Quel figlio di cagna che l’aveva ucciso avrebbe potuto aspettare quattro giorni.
Non sentiva alcuna pena; né il minimo segno di compassione per quell’altro figlio di cagna, il più figlio di cagna di tutti, che giaceva disteso davanti a lui, nonostante avessero diviso tanti anni di vita nell’inferno e fosse l’unico con il quale avesse mantenuto una certa conversazione piuttosto coerente in quel tempo. Sapeva di sicuro che il capitano Kaleb-el-Fasi meritava la morte, qualunque tipo di morte e in qualunque parte del mondo, ma non voleva che fosse successo lì e proprio in quei giorni.
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