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Kitabı oku: «Fra Tommaso Campanella, Vol. 2», sayfa 26

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Ed eccoci all'ultimo gruppetto di poesie, nelle quali generalmente il pessimo gusto signoreggia sovrano. Le facciamo cominciare dal Sonetto che fra Pietro Ponzio trascrisse senza titolo, ma che mostrasi indirizzato ad un Gentile339. Non è dubbio che si tratti qui del Sig.r Francesco Gentile, per conto del quale fra Pietro raccoglieva le poesie del Campanella nel libretto che gli fu poi trovato dagli ufficiali; e possiamo affermare di non aver risparmiato assolutamente nulla per sapere chi fosse questo Sig.r Francesco Gentile, ma pur troppo senza esservi riusciti. Dalle poesie egli apparisce parente di una Sig.ra Giulia Gentile, alla quale il Campanella non manca di scrivere un Sonetto e un Madrigale, innamorato di una Flerida, alla quale il Campanella scrive poesie per conto di lui e poi anche per conto proprio, e spesso e vivacemente: ad istanza di lui ancora il Campanella scrive il Madrigale alla Sig.ra Maria già ricordato qui sopra, e crediamo che per conto egualmente di lui sieno state composte molte poesie di amore anche lascivo, mentre alcune altre dello stesso genere appariscono pure indubitatamente scritte dall'autore per conto proprio. Avevamo dapprima pensato che potesse essere Francesco Gentile da Barletta, nipote della Sig.ra Giulia Gentile, presso la quale stava ritirata D.a Ilaria Sifola sposata a D. Andrea de Mendozza figlio di D.a Isabella Marchesa della Valle con grandissimo sdegno di costei (confr. pag. 258): questo D. Francesco, nobile di prim'ordine ed amico delle buone lettere come lo provano due Commedie che di lui ci rimangono340, avea potuto venire con la sua zia in Napoli, per placare la Marchesa e cercare un accomodamento nella lite di nullità intentata da lei a proposito del matrimonio di suo figlio. Ma al tempo del quale trattiamo egli doveva essere molto giovane, e la Marchesa trovavasi nel maggior colmo de' suoi furori: abbiamo infatti visto che il povero Nicolò Napolella ne soffrì le conseguenze fino ad una parte del 1602, e i libri parrocchiali del Castel nuovo ci mostrano D.a Ilaria riunita a D. Andrea non prima del 1618. D'altronde fra Pietro Ponzio nel principio di dedica della Raccolta delle poesie lo dice Patrizio Genovese, e il processo dell'eresia ci mostra nel 14 novembre 1600 dato per testimone dal Pizzoni nelle sue difese un D. Francesco di Genova che verosimilmente è il Gentile, inoltre ci mostra dopo il 2 agosto 1601 dato per testimone da fra Pietro nella denunzia contro gli offensori de' frati il Sig.r Francesco Gentile, di cui il Mastrodatti dice, «è stato carcerato e liberato…» etc. (ved. pag. 241). Dovè dunque essere compagno di carcere de' frati, forse uno della famiglia de' Gentili che tenevano Banco in Napoli, del quale Banco esistono tuttora nel Grande Archivio tre libri che vanno dal 1592 al 1599; e ne' libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo egli figura qual padrino in un Battesimo del 18 aprile 1601. Ad ogni modo egli non era persona volgare, e nel Sonetto già citato, dicendosi pazzo, il Campanella gli chiede aiuto per sè e pe' suoi in nome dell'amore che egli porta a Flerida,

 
«Ond'io m'inchino a lei e per lei ti priego
ch'a lei, et a te, et a noi Gentil ti mostri
il fatal pazzo Campanella aitando».
 

Ma alla Sig.ra Giulia il poeta chiede nè più nè meno che amore e in un Sonetto la dice

 
«Gioia, idea, vita, luce, idolo, amore»,
 

e in un Madrigale ne loda la bellezza al punto, che dichiarandola superiore a Lia e Rachele egli si compiacerebbe di essere schiavo per sette e sette anni341. Intanto ad istanza del Sig.r Francesco Gentile scrive un Madrigale per Flerida, forse anche il Sonetto che segue, più probabilmente ancora un altro Sonetto posto nella Raccolta dopo quello indirizzato a lui342; e scrive inoltre il Madrigale alla Sig.ra Maria, dal quale si vede che il Gentile si compiaceva di fare il cascante a dritta ed a manca343. Vogliamo credere che egualmente per lui egli indirizzi a Flerida un Madrigale, da cui si rileverebbe essere stati ammalati entrambi ed essere ciò accaduto alla fine dell'anno, naturalmente alla fine del 1600344; dippiù il Sonetto col quale ne loda i nèi sul labbro e sul ginocchio, da' quali il poeta si lascia trasportare perfino

 
«… sul consecrato fonte
dell'immortalitate all'appetito»345,
 

onde poi riesce di comprendere quel Madrigale, in cui si accenna a un certo fiasco fatto e spiegato non senza sufficiente industria346; finalmente anche il Sonetto in cui ringrazia Amore, l'altro sull'inestricabile laberinto d'Amore, e poi le Ottave e il Sonetto di sdegno, che dinotano una rottura completa e perfino villana347.

Ma non siamo sicuri che tutte le poesie amorose dirette a Flerida siano state scritte per conto del Gentile, e una parte di esse ha potuto essere stata scritta per conto dell'autore, massime dopo la rottura anzidetta: è certo d'altro lato che l'autore credè egli pure dilettevoli o piuttosto comodi simiglianti passatempi, onde abbiamo almeno sei Sonetti di relazioni amorose indubbiamente sue, non mancando nemmeno nel titolo di alcuni fra essi indicato specificatamente «l'Autore». Forse presso Flerida ed anche qualche altra fanciulla egli trovò distrazioni, come di sicuro ne trovò presso una Dianora, al cui indirizzo la Raccolta ci offre un Sonetto; vedremo poi, nel sèguito della nostra narrazione, attestato da lui medesimo in una sua lettera il ricordo di scherzi a' quali certe donzelle lo invitavano dalle finestre, ed attestato dal Gagliardo in alcune sue deposizioni il ricordo di una certa Oriana, o secondo l'uso del paese D. Oriana, nome ingarbugliato che risponde bene a quello di Dianora, la quale abitava sotto la prigione e gli conservava libri e scritti, fornendoli ad ogni sua richiesta mediante una cordicina. La Dianora parrebbe una suora francescana, a giudicarne da' versi co' quali comincia il Sonetto

 
«Donna che in terra fai vita celeste
sotto la guida di colui che in Cristo
amando trasformossi»:
 

a lei il Campanella fa ringraziamenti, ma si dichiara nel tempo stesso devoto abbastanza intimo co' versi

 
«Stella Dian, Ora al mio fragil legno
che solca un mar d'affanni, onde non parte
l'occhio del mio desire e della mente»;
 

nè ci manca ne' Reg.i Partium la notizia di una «Sore Elionora Barisana», e, ciò che vale dippiù, ne' libri parrocchiali del Castel nuovo la notizia di una «Sore Dianora Barisciana di Barletta»348. Per questa donna, che potrebbe supporsi appartenente alla famiglia del «torriero» come allora si diceva il guardiano della torre, o per Flerida e altre fanciulle che potrebbero supporsi appartenenti alla bassa famiglia de' Mendozza, egli dovè scrivere i rimanenti cinque Sonetti ne' quali canta il suo intrigo amoroso, un laccio di capelli da lui dimandato ed avuto, un presente di pere inviatogli, un bagno fornitogli in sollievo de' suoi dolori, ed anche una scena erotica abbastanza vivace accaduta a traverso il muro della prigione349. Mettendo da parte siffatta scena che i lettori potranno rilevare col loro comodo, notiamo quella singolare dichiarazione che il Campanella fa nel Sonetto sul presente di pere

 
«Che solo Amor può darci il sommo bene
lo qual filosofando io non trovai»350;
 

notiamo poi con tanto maggiore interesse la circostanza, che l'avvenimento del bagno fornitogli dalla sua donna si deve riferire al tempo che scorse dopo il tormento della veglia, onde il povero filosofo si sentì ristorato ed anzi poeticamente risanato,

 
«Tolsi l'acqua, applicaila al corpo mio
già fracassato dopo lunga guerra
per gran tormento ch'ogni forte atterra,
del medesmo liquor bivendo anch'io»351.
 

Abbiamo dunque un Sonetto composto certamente dopo la veglia, a tempo de' bagni, vale a dire in luglio secondo il costume del paese: ma esso non fu il solo, e possiamo con ogni probabilità aggiungervi anche con precedenza due altri Sonetti indirizzati a un «Sig.r Petrillo»; nè ci trattiene il rinvenirli a capo di tutto il gruppo delle poesie appartenenti al periodo di cui discorriamo, giacchè questo potrebbe significare solamente una speciale distinzione352. Dal primo de' due Sonetti questo Sig.r Petrillo apparisce un fanciullo, o più verosimilmente un giovanetto, leggiadro e riservato, che consola il povero filosofo con la sua presenza, e l'eccita a scrivere nuovamente qualche poesia,

 
«Il vecchio canto a ripigliar m'invita»;
 

e il filosofo dicendosi pazzo ed incapace di poetare con gusto, apparisce addolorato e affranto addirittura,

 
«Carme ti rendo d'ogni gusto parco,
ch'esce da bocca di dolcezza lungi,
ch'agli ultimi sospiri è fatta varco»;
 

ci parrebbe impossibile riferire simiglianti espressioni, e tutto il resto, ad un tempo diverso da quello che seguì immediatamente la veglia. Con l'altro Sonetto il filosofo loda la bellezza del fanciullo e gli comunica eccellenti riflessioni morali, ma continua sempre ad apparire profondamente mesto, ed anche oppresso dal pensiero dei tradimenti che nella vita si patiscono; e chi era dunque questo Sig.r Petrillo? I libri parrocchiali del Castel nuovo ci dànno un po' di luce anche in questa come ce l'hanno data in altre circostanze: vi era un «Petrillo» figlio dello speziale del Castello Ottavio Cesarano e di Polissena Cammardella; nato nel 1583, egli morì nel 1603, ed avea quindi poco più di 17 anni allorchè comparve al filosofo, e doveva essere leggiadro come uno di que' fiorellini i quali, al vederli, fanno temere che ben presto piegheranno il capo353. Grande meraviglia ci avea recato il non trovare qualche poesia diretta dal filosofo al suo migliore aiuto, al chirurgo Scipione Cammardella; ma ecco che lo vediamo onorato in persona del nipote, il quale verosimilmente l'accompagnò in taluna delle prime visite e poi più tardi, quando il filosofo era sempre assai sofferente, e in principio tuttora non fiducioso al punto da fargli comprendere la simulazione della pazzia, in sèguito divenuto fiducioso in modo da mostrarglisi un vero e buono sapiente.

Furono queste le poesie che il Campanella compose dal maggio 1600 al 2 agosto 1601, e tutt'al più una sola di esse potrebbe dirsi apocrifa nella Raccolta fattane da fra Pietro, quella intitolata «Sonetto di Horatio di G.» etc.354. Sicuramente dopo il detto periodo egli non cessò dal poetare, ed anzi allora appunto compose le maggiori sue poesie, che si leggono nella Scelta pubblicatane più tardi dall'Adami: cercheremo a tempo e luogo di determinare, se sarà possibile, la data almeno di taluna di esse.

Veniamo alle opere alle quali il Campanella attese consecutivamente, e per ora a quelle composte dall'agosto 1601 fin verso la fine del 1602, cioè fino a che si compì il processo dell'eresia. Gioverà qui avvertire una volta per sempre che i fonti migliori, per determinare in un modo meno fallace le date di quanto egli compose negli anni più difficili della prigionia, saranno sempre le sue Lettere del 1606-1607 a' Card.li Farnese e S. Giorgio e al Re di Spagna, alle quali egli annesse l'elenco delle opere fin allora composte; meglio ancora la lettera allo Scioppio, egualmente del 1607, posta come proemio all'«Ateismo» e pubblicata dallo Struvio, nella quale citò ad una ad una con un certo ordine, ma nemmeno con un ordine cronologico esatto, le opere che realmente teneva a sua disposizione e che infatti gli mandò, avendole rivedute, ritoccate, ovvero composte di pianta, e facendo menzione anche di taluna che avea composta e perduta o stava componendo e non potea mandare ancora; inoltre il Memoriale del 1611 al Papa pubblicato dal Baldacchini, al quale fu pure annesso un elenco delle opere, e in generale tutte le lettere del Campanella scritte durante la prigionia. Ma ad un grado limitatissimo potrà servire il Syntagma de libris propriis, pubblicato tanti anni dopo su note confusamente raccolte dal Naudeo, e manifestamente disordinato intorno alle opere scritte nel carcere, come si può rilevare dalle notizie che fornisce il processo dell'eresia, da quelle che forniscono i documenti anzidetti, non che dalla lettura medesima del libro355. Pel momento il processo dell'eresia è ancora il fonte certo, su cui si può contare senza riserva, e da esso sappiamo che il 2 agosto 1601 il Campanella già metteva mano a compiere l'Epilogo di Filosofia, o la Filosofia epilogistica.

Rammentino i lettori il manoscritto buttato giù dalla finestra del carcere del Campanella il 2 agosto, mentre venivano a visitarlo gli ufficiali del Castello. Oggi ancora vi sono in Italia due Manoscritti col titolo di «Epilogo…» o «Epilogo magno di quello che della natura delle cose ha filosofato e disputato fra Thomaso Campanella servo di Dio»: analogamente al manoscritto buttato giù dalla finestra del carcere, l'uno, della Magliabechiana, comincia con le parole, «Perchè teco menar la vita non posso Signore, come il desiderio suo grande della virtù vorrebbe», l'altro, della Casanatense comincia con le parole, «Perchè menar teco la vita non posso Signore» etc.; entrambi finiscono con le parole, «quel che ne fece poi voi lo sapete», alle quali parole nell'esemplare della Magliabechiana succede un epigramma latino in lode del Campanella, e nell'esemplare della Casanatense succede un piccolo numero di brevissime note e postille. L'opera poi in latino, stampata a cura dell'Adami nel 1623 col titolo di «Philosophiae realis epilogisticae partes quatuor», comincia con le parole, «Quoniam tecum vitam ducere, charissime, non datur, ut avidissime cupis» etc., e nella sua 2a parte, che rappresenta l'Etica, finisce con le parole tradotte alquanto liberamente, «quid autem subinde fecerit, historia docet». Come si vede, trattasi qui dell'opera che sappiamo cominciata in Roma verso la fine del 1594 col titolo di «Compendio di Fisiologia», quando il Campanella non potea «menar la vita» con Mario del Tufo cui la mandò, continuata poi in Napoli nel 1598 con l'aggiunta anche dell'Etica. Dopo due mesi dal tormento della veglia, stando sempre a letto, il Campanella già attendeva a rivedere quest'opera e ne meditava il compimento: perduta la copia che ne aveva avuta senza dubbio da Mario del Tufo, è naturale ammettere che se n'abbia procurata un'altra, ma intanto, senza sospendere il suo lavoro, compose gli Aforismi politici e l'Economica, poi ritoccò l'Etica e compose ancora la Città del Sole menando così a termine tutta l'opera. Questi particolari del modo in cui il lavoro fu condotto si rilevano dal Syntagma, e fino ad un certo punto riescono confermati da ciò che mostrano intorno all'opera gli elenchi annessi alle lettere del 1606-1607 ed anche del 1611, come ancora da ciò che mostra il confronto dei Manoscritti in italiano con la parte corrispondente dell'opera stampata in latino. Gli elenchi del 1606-1607 mostrano l'opera col titolo di «Epilogo magno di ciò che ha filosofato» etc., e quello del 1611 la mostra col titolo di «Epilogismo delle scienze naturali e morali e politiche» etc., citando poi separatamente i libri degli Aforismi e della Città del Sole o «De propria Republica»; il confronto degli esemplari manoscritti in italiano coll'opera stampata in latino mostra nell'Etica molte varianti, sebbene vi si serbino interi lunghi tratti della composizione originaria non che la chiusura; e potremmo dare molti altri ragguagli, ma per lo scopo nostro ci pare che queste poche cose bastino. Così l'«Epilogo» o «Epilogo magno», come sono intitolati i Manoscritti della Magliabechiana e della Casanatense, sebbene con titolo rinnovato, rappresentano sempre l'opera quale fu continuata il 1598 in Napoli, e ci manca un manoscritto in italiano con l'Etica nel modo in cui fu ritoccata verso la fine del 1601 nel carcere; abbiamo bensi gli Aforismi e la Città del Sole in italiano separatamente, quali furono composti nel detto tempo ma con precedenza, mancandovi ancora l'Economica. Tutte queste circostanze mostrano in pari tempo che veramente al Syntagma si può aggiustar fede in quanto a' particolari della composizione, se non in quanto alle date, mentre vi si legge: «Scrissi inoltre gli Aforismi politici, che poi distinsi in capitoli, e così composi la scienza politica; e vi aggiunsi l'Economica, utilissima; ed instaurai nuovamente l'Etica secondo la dottrina delle Primalità, e vi posi in ultimo un'idea di Repubblica che chiamo Città del Sole, molto più eccellente della Platonica e di qualunque altra» etc.

Adunque gli Aforismi politici, al numero di 150, furono composti con molta probabilità nel medesimo mese di agosto, sicuramente non più tardi del mese di settembre o ottobre 1601, mentre il povero filosofo stava ancora a letto col corpo lacerato dal tormento della veglia! Di poi fu scritta l'Economica, ed avuta forse un'altra copia dell'«Epilogo» fu rimaneggiata l'Etica. Degli Aforismi intanto molte copie si diffusero, prima che venissero ricomposti in capitoli e tradotti in latino. Se ne hanno tuttora in Napoli, nella Biblioteca nazionale, due copie, una delle quali è la copia già inviata allo Scioppio che ha note e postille autografe del Campanella, con citazioni di altre opere sue posteriori, come la Monarchia del Messia e i libri Astronomici; ce n'è una in Lucca nella Bibl. pubblica (cod. 2618), una in Firenze già nella Magliabechiana ed ora nell'Archivio di Stato tra le scritture Medicee miscellanee356, una in Torino nella Bibl. dell'Università; ed anche a Parigi ne pervenne una copia nella Bibl. dell'Arsenale. Le due copie napoletane, al pari della fiorentina, hanno qua e là piccole aggiunte e specchietti in latino per taluni aforismi; ed offrono poi un piccolo garbuglio di distribuzione della materia, onde apparisce un numero di Aforismi un po' minore de' 150, mentre la materia c'è tutta. Si conosce che siamo debitori al D'Ancona della stampa degli Aforismi in italiano, così come furono composti originariamente dal Campanella: egli si potè servire solamente di una copia tratta da due Manoscritti parigini entrambi scorrettissimi, e dovè lavorare di molto a ridurla; le copie napoletane potrebbero ottimamente servire per qualche altra edizione.

Relativamente alla Città del Sole, la più importante per noi, di certo essa non fu composta dal suo autore «avanti che entrasse nel carcere» come è sembrato al Berti357: era bensì nella mente e nel cuore di lui in quel tempo, ed anche sulle sue labbra a sprazzi, ma fu posta in iscritto solamente nel carcere, durante il 1602. Con ogni probabilità fu cominciata a' principii del 1602, scorsi i 6 mesi di cura che sappiamo essergli stati necessarii dopo la veglia, quando il suo corpo era tornato florido e il suo spirito trovavasi grandemente confortato; giacchè sostenuta bene la veglia, provata giuridicamente la sua pazzia, egli poteva reputarsi salvo, in forza di quel principio che registrò di poi in una delle note annesse alle sue poesie, cioè che «de jure gentium i pazzi son salvi»358; ed oltracciò, vedendo condotto così in lungo il processo dell'eresia, donde un ritardo sempre maggiore nella conchiusione del processo della congiura, dovea trarne la conseguenza che la ragion di Stato, della quale egli ritenevasi vittima, si sarebbe trovata verso di lui già calmata. E per verità, senza ammettere queste rosee speranze, non si potrebbe comprendere il suo ritorno a' cari sogni di un tempo, nel quale doveva allora sentirsi rivivere; non si potrebbe spiegare la sua audacia nel dar fuori, anche nascostamente e in mano di fidi amici, l'idea «della propria Repubblica» come egli l'intitolò di poi nelle sue Lettere a' Cardinali e al Re ed egualmente nel suo Memoriale al Papa; imperocchè grande davvero fu l'audacia sua nello scrivere un libro simile, mentre era in carcere e la sua sorte pendeva tuttora indecisa. Anche i biografi Campanelliani restii ad ammettere che il Campanella si fosse mai spinto a cospirare, segnatamente il Berti, hanno riconosciuto che nella Città del Sole sia stata da lui adombrata la Repubblica che si sarebbe fatta in Calabria, «nella quale esso si riprometteva non poca autorità»359; il Nunzio, che tenea sott'occhio al tempo medesimo i processi puramente ecclesiastici come p. es. quello di Squillace, ove erano registrate tante particolarità ammesse poi nella Città del Sole, potea formarsi un criterio gravissimo della colpabilità del Campanella intorno alla congiura e intorno all'eresia, nè occorre dire come dovesse ad ogni modo formarselo il Governo Vicereale, nel caso in cui gli fosse rimasto qualche dubbio intorno alla congiura. Ma l'indole del Campanella era appunto tale, da offrire una pieghevolezza eccessiva ed una temerità a tutta prova. – Il libro, come tutti gli altri finquì detti che vennero a costituire la «Filosofia epilogistica», fu scritto in italiano secondo il costume adottato dal Campanella già da qualche tempo, e fu da lui tradotto in latino più tardi, verso il 1613, quale si vede nella pubblicazione fattane dall'Adami il 1623; più tardi ancora fu ripubblicato egualmente in latino a cura dell'autore ormai libero in Parigi il 1636. Ma si comprende che esso dovè eccitare la curiosità al più alto grado, onde ne furono sin da principio fatte molte copie, delle quali ne rimangono tuttora alcune, sovente annesse agli Aforismi. In Napoli ve ne sono due, una delle quali è la stessa già data allo Scioppio, non corretta dall'autore ma abbastanza buona, e l'altra è d'altra mano e molto buona; una copia ve n'è pure in Roma nella Casanatense, un'altra in Firenze, parte di un codice Riccardiano, un'altra in Lucca parte del codice sud.to della Bibl. pubblica; ed anche in Madrid rammentiamo di aver preso nota di un'altra copia là esistente senza il nome dell'autore. Le copie di Napoli, che abbiamo avuto tutto l'agio di esaminare, ci hanno mostrato due fatti importanti, non ancora avvertiti per quanto sappiamo: 1o, che esse rappresentano la composizione originaria del libro in una forma molto rozza, ma robusta e ad ogni modo caratteristica; 2o, che varii ritocchi successivi furono fatti al libro quando venne tradotto in latino nel 1613, e perfino quando ne fu preparata la ristampa, ciò che deve riferirsi a dopo il 1629. E poichè questo libro offre un saggio notevolissimo delle opinioni politico-religiose riposte dell'autore, meritano di essere ponderate le modificazioni successive introdottevi in tre date diverse, corrispondenti agli anni 1602, 1613, 1629; l'esame di tali modificazioni, mentre rivela l'animo dell'autore nelle dette date, rivela in pari tempo che le opinioni espresse in quel libro non furono da lui abbandonate giammai non ostante tutte le apparenze in contrario, come del resto si desume egualmente dalle Quistioni sull'ottima repubblica scritte in difesa della Città del Sole tanto più tardi, e fino ad un certo punto anche dalla dedica della 2a edizione del libro De Sensu Rerum fatta nel 1637 al Card.l Richelieu, dal quale, niente meno, l'autore disse di attendersi l'edificazione della Città del Sole360. Facciamo voti che questo libro, di cui si sono eseguite diverse traduzioni e edizioni, sia pubblicato anche con le varianti delle diverse date suddette. Più edizioni sono totalmente esaurite: l'ultima del Daelli (Bibl. rara, Milano 1863), che abbiamo non ha guari potuto avere, è stata condotta sulla 2a ediz. di Lugano 1850, analogamente a quella più diffusa del D'Ancona, il quale non potè servirsi del codice Riccardiano perchè scorrettissimo. Entrambe quindi rappresentano un volgarizzamento dal latino, e per verità non ritraggono nel miglior modo la fisonomia del Campanella, de' suoi tempi e de' suoi luoghi, come lo farebbe l'italiano originale; basterebbe avere di esso almeno alcuni tratti, e possono sotto tutti i rispetti servire molto bene per una nuova edizione i codici napoletani.

Dopo la Città del Sole il Campanella attese certamente a comporre la sua Metafisica; e conoscendo essere stata questa un'opera voluminosa possiamo ritenere che ebbe a lavorarvi per tutto il resto del 1602. Essa andò poi perduta, almeno per un certo tempo come vedremo, e non avendo altro fonte dal quale trarne maggiori notizie, dobbiamo ricorrere al Syntagma, il quale per fortuna apparisce esatto in tale circostanza. Ecco quanto vi si legge: «Poco di poi a Napoli scrissi una Metafisica in italiano, distinta in tre parti e quindici libri, ove trattai de' principii dell'essere, del conoscere e dell'operare, e posi allora le cause, i principii e le primalità dell'ente, sopra la Necessità, il Fato e l'Armonia escogitati prima da me: e questa ricevè dalle mie mani Geronimo Tufo Marchese di Lavello nell'anno 1603, nè me la restituì più mai». Adunque il Marchese di Lavello ebbe a fargli una visita in Castel nuovo il 1603, ed è verosimile che glie l'abbia fatta ai principii dell'anno, quando il processo dell'eresia era finito, ed anche la sentenza era stata comunicata al Campanella, ciò che vedremo accaduto in gennaio 1603; non sarebbe quindi arrischiato l'ammettere che a tale data la Metafisica fosse stata già menata a termine. Circa il non essergli stata restituita la detta opera, vedremo che egualmente nella lettera del 1607 allo Scioppio il Campanella si dolse di «un Marchese discepolo ingrato» che se la riteneva, e quindi non a Gio. Geronimo, ma al figliuolo di lui che avea dovuto essergli discepolo, il Campanella credevasi in dritto di muover rimprovero; difatti nel Syntagma medesimo si trovano registrate le peripezie sofferte dal libro «essendo morto il Marchese», peripezie le quali con ogni probabilità il Campanella non conosceva ancora allorchè scriveva la lettera allo Scioppio.

Ci fermiamo qui per contenerci nel periodo che ci siamo prefisso. Aggiungiamo solamente che di tempo in tempo il Campanella dovè scrivere ancora altre poesie dopo quelle già menzionate, e fuori ogni dubbio una gran parte di esse, di natura intima, dovè essere eliminata quando si fece la scelta che fu poi pubblicata a cura dell'Adami: intanto, con un poco di buona volontà, si può pervenire a riconoscere qualcuna delle rimaste appartenente al periodo attuale. Ne indichiamo p. es. una che si rivela del tempo in cui l'autore scriveva la Città del Sole; è il Sonetto annoverato tra' Profetali che ha quella chiusa:

 
«Se in fatti di mio e di tuo sia il mondo privo
nell'util, nel giocondo e nell'onesto,
cangiarsi in Paradiso il veggo, e scrivo:
E il cieco amor in occhiuto e modesto,
l'astuzia ed ignoranza in saper vivo,
e 'n fratellanza l'imperio funesto»361.
 
339.Ved. Doc. 473, pag. 562.
340.Ved. in Allacci Drammaturgia, Venez. 1775, pag. 522 e 779. Le Commedie sarebbero: «La memoria di Dario e Grisante» e «I trastulli d'Amore» Viterbo 1647.
341.Ved. Doc. 470, pag. 561; e 478 pag. 564.
342.Ved. Doc. 471, pag. 562; 472, ib.; e 474, pag. 563.
343.Ved. Doc. 475, pag. 563.
344.Ved. Doc. 479, pag. 564.
345.Ved. Doc. 476, pag. 563. Pel Campanella la filoprogenitura è una ingannevole tendenza naturale ad eternarsi o immortalarsi, come si può rilevare anche da un brano della lettera al Flugio, che fu da noi pubblicata; da ciò emerge chiaro quale sia il fonte consecrato all'appetito dell'immortalità.
346.Ved. Doc. 484, pag. 568.
347.Ved. Doc. 483, pag. 567: 482, ib.; 480, pag. 564; 481, pag. 566.
348.Pel Sonetto ved. Doc. 501, pag. 574. I Reg.i Partium, volume 1420, an. 1597-1599, fol. 133, nell'elenco de' possessori di rendite pagabili sull'arrendamento del vino recano, «Sore Elionora Barisana D.i 14»; i libri parrocchiali del Castel nuovo, nell'elenco de' morti, fol. 93, recano, «A di ij de marzo 1620 morì Sore Dianora Barisana de Barletta sepolta a Monte Calvario». Si sa che la Dianora del dialetto vuol dire Eleonora.
349.Ved. Doc. 516, pag. 581.
350.Ved. Doc. 485, pag. 568.
351.Ved. Doc. 486, ib.
352.Ved. Doc. 460 e 461, pag. 558.
353.Nel 1o de' Libri parrocchiali si legge, «1583 12 marzo, se battezò Gioseph Horatio figlio de Ottavio Cesarano e de pulisena Camardella»; nel 3o poi l'elenco de' morti reca, «a dì 16 de marzo 1603 morse petrillo Cesarano».
354.Ved. Doc. 490, pag. 570.
355.Percorrendo infatti l'art. 3o del Syntagma, dove appunto si parla de' libri composti o ricomposti nel carcere, non è difficile scorgere che la cronologia in genere e in ispecie è stata addirittura negletta. Lasciamo da parte le Poesie, sulle quali ci siamo già spiegati nel trattarne fin da principio. Dopo le Poesie si parla degli Aforismi politici etc., che siamo per vedere essere stati scritti non prima della 2a metà del 1601; poi della Monarchia di Spagna, che abbiamo veduta indubitatamente già ricomposta, se non composta, prima degli Aforismi; poi si parla de' 15 Articoli profetali, che sicuramente furono scritti anche prima della Monarchia di Spagna. In sèguito si parla de' libri Medicinali e degli Astrologici, che non sono nominati ancora negli elenchi del 1606; e passando sopra a' libri Astronomici e alle Quistioni, osserviamo che dopo tutto ciò, con un notevole salto indietro, si legge, «poco di poi in Napoli scrissi una Metafisica… e questa ricevè dalle mie mani Geronimo Tufo Marchese di Lavello nell'anno 1603»! In sèguito si passa a parlare de' libri di Teologia, del Reminiscentur, delle Orazioni alle 4 grandi nazioni con la data del 1617 e 1618, e quindi, come aggiunte a' libri anzidetti, si parla della Monarchia della Sapienza eterna e del Dritto del Re Cattolico sul nuovo mondo, libri che si trovano registrati tra quelli inviati allo Scioppio nella sua lettera del 1607! Tralasciamo la Metafisica scritta nel 1611 e la Consultazione sulle entrate del Regno che vedremo scritta più anni prima, e notiamo che a questo punto, essendo stati già citati libri perfino con la data del 1618, si dice, «tutti i suddetti libri lo Scioppio da me ricevè nell'anno 1608, quando venne mandato da Paolo Vo… ed anche gli diedi l'Ateismo debellato»! Così mostrasi fuori ogni dubbio mal fondato tutto ciò che è stato detto in tale materia sempre con la scorta del Syntagma, il quale può servire pe' particolari della composizione, non per la data di essa, verosimilmente perchè fu redatto su note staccate. Aggiungiamo che negli elenchi annessi alle lettere del 1606 sopra menzionate si dà talvolta per compiuta qualche opera che ancora non l'era, p. es. i 18 Articoli profetali (ultima composizione accresciuta), e si afferma anche essere le opere «tutte salve» ciò che per alcune non era vero, e basta citare l'opera «De rerum universitate», quella «De Philosophia Pithagoreorum», la «Tragedia della Regina di Scozia». Nella lettera allo Scioppio poi si citano le opere con l'ordine seguente: Monarchia di Spagna, Discorsi a' Principi, Dialogo contro i Luterani, Del senso delle cose, Pronostici astrologici, Compendio (epilogo) di Filosofia etc. etc.; e ben si vede che l'ordine cronologico non è serbato, e insomma unicamente con accurati confronti, e tenendo sott'occhio le opere stesse e tutto l'epistolario del Campanella dal momento in cui cominciò a scriver lettere stando in prigione, si può venire a capo di questo importantissimo lavoro.
356.Avremo altrove occasione di vedere che questa copia fu involata dalla Magliabechiana, e poi tornò nelle mani del Governo con altre scritture, per le quali ebbe posto nell'Archivio. Ma vogliamo dire che dal Magliabechi in qua si trova sempre citata col titolo di Concetti methodici etc., mentre veramente il suo titolo è 15 °Concetti methodici etc.
357.Ved. Lett. inedite di T. Campanella e Catalogo de' suoi scritti, Roma 1878, pag. 74.
358.Ved. la nota alle Poesie Filosofiche nell'ediz.e D'Ancona pag. 100.
359.Ved. Berti, Tommaso Campanella, Nuova Antologia, luglio 1878, p. 217.
360.La cosa è di un'importanza capitale per l'argomento che trattiamo, e ci si permetterà di riprodurre qui taluni confronti già notati nella 1.a nostra pubblicazione sul Campanella (Il Codice delle lettere etc.) esprimenti certe differenze contemplabili, nella forma e nella sostanza, tra la composizione originaria del libro fatta nel 1602 e rappresentata da' codici napoletani, la versione latina fatta nel 1613 e pubblicata dall'Adami in Frankfort, la 2a edizione della versione latina preparata dopo il 1629 e pubblicata dall'autore in Parigi; quest'ultima veramente differisce dalla penultima quasi sempre per qualche aggiunzione, e volgarizzata a cura di un editore Luganese fu poi riprodotta dal D'Ancona, sicchè possiamo citare l'edizione D'Ancona nell'esporre i confronti, anche perchè essa è più diffusa e popolare. – Circa la forma, si direbbe che con la magniloquenza latina fosse apparso necessario magnificare perfino gl'interlocutori del dialogo, i quali nella composizione originaria del libro erano «Hospitalario, Genovese marinaro», col latino furono promossi ad «Hospitalarius magnus, et Nautarum Gubernator Genuensis hospes», e col volgarizzamento divennero «Il Gran Maestro degli Ospitalieri ed un Ammiraglio Genovese di lui ospite». Oltracciò il Capo Supremo della Repubblica, che dapprima era semplicemente O (con o senza un punto nel mezzo, cioè a dire il Sole, come si mantenne nell'esemplare latino dell'Adami) divenne in sèguito Hoh. Naturalmente anche la dicitura italiana primitiva, convertita in latino e poi ritornata italiana, si vede trasformata di molto. P. es.: (cod. nap.) «S'io havesse tenuto à mente e non havesse pressa e paura, io te sfondacaria gran cose, ma perdo la nave se non mi parto»; (ediz. D'Anc.) «Oh! se mi ricordassi d'ogni cosa e non mi stesse a cuore la partenza, e più se nulla temessi, ti direi altro e ben più sorprendente, ma perdo la nave se non mi affretto a prendere il largo». Ancora: (cod. nap.) «Nulla femina si sottopone à maschio se non arriva a' 19 anni, ne il maschio si mette à generatione innanzi il 21»; (ed. D'Anc.) «Alcuna donna prima del decimonono anno non può consacrarsi à questo ministerio, e gli uomini debbono aver passato il ventesimo primo». Così la forma venne ingentilita, ma cessò di esser caratteristica, e ciò che è peggio non sempre riuscì a serbare la precisione. P. es.: (cod. nap.) «Una fiata mangiano carne, una pesce, et una herbe, e poi tornano alla carne per circolo»; (ed. D'Anc.) «Dapprima mangiano carni, poi pesci, infine erbaggi. Ricominciano poscia con le carni,» – etc. Ma ciò che maggiormente interessa è la diversità nella sostanza in più luoghi. Da una parte le cose relative a filosofia e religione sono più spinte nella 1a maniera e più attenuate nelle posteriori. P. es. (cod. nap.) «Son nemici di Aristotile, l'appellano pedante»; (ed. D'Anc.) «Sprezzano l'opinione di Aristotile, che chiamano logico non filosofo». Ancora: (cod. nap.) «trovai Moisè, Osiri, Giove Mercurio Macometto et altri assai, et in luoco assai onorato era Giesù Christo et li 12 Apostoli, che ne tengono gran conto. Ond'io ammirato come sapeano quelle historie» etc.; (ed. D'Anc. con molto maggiori distinzioni e qualificazioni) «ho veduto Mosè, Osiride, Giove, Mercurio, Licurgo, Pompilio, Pitagora, Zamolxi… e moltissimi altri. Che più? Hanno dipinto lo stesso Maometto che però reputano fallace ed inonesto legislatore. Ma vidi l'immagine di Gesù Cristo essere stata collocata in un posto eminentissimo, assieme a quelle dei dodici Apostoli da essi altamente venerati e creduti siccome superiori agli uomini. Sotto i portici esterni osservai dipinti Cesare, Alessandro, Pirro, Annibale ed altri sommi la maggior parte cittadini romani… Ed avendo con maraviglia chiesto come essi conoscessero le nostre istorie» etc. Inoltre: (cod. nap.) «tengono per cosa certa l'immortalità dell'anima et che s'accompagni morendo con spiriti buoni o rei secondo il merito; ma li luochi delle pene e premii non l'hanno per tanto certo (sic) ma assai ragionevole, pare che sia il cielo et i luochi sotterranei. Stanno anche molto curiosi di sapere se queste pene sono eterne ò nò. Di più son certi che ci siano angeli buoni e tristi come avviene tra gli huomini; ma quel che sarà di loro aspettano aviso dal cielo. Stanno in dubbio, se ci siano altri mondi fuori di questo»; (ed. D'Anc.) «credono all'immortalità dell'anime, ed alla loro associazione dopo la sortita del corpo cogli angeli buoni o cattivi secondo le azioni della presente vita, e questo perchè le cose simili amano i loro simili. Differente della nostra è la loro opinione intorno ai luoghi delle pene e de' premii. Dubitano se esistano altri mondi fuori del nostro». Come si vede, la prima composizione era ben cruda e molto più spinta, e le attenuazioni venute in sèguito non furono lievi. D'altro lato poi per un fatto risguardante la persona dell'autore troviamo tutta la riserva possibile nella prima composizione, e l'abbandono di ogni riserva in sèguito: 1o (cod. nap.) «dicono che se in 40 hore di tormento un huomo non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle che inclinano con modi lontani ponno sforzare» etc.; 2o (ed. D'Anc.), «dicono che se un sommo filosofo per quaranta ore venne crudelmente tormentato da' suoi nemici senza mai potergli strappare di bocca una parola su quanto essi domandavano, perchè nel fondo dell'animo avea determinato di tacere, così nemmeno le stelle che movonsi in distanza e con lentezza non possono costringerci» etc. Adunque scrivendo il libro nel 1602 non palesò la faccenda della sua pazzia simulata, la palesò invece nel 1613, quando diede il libro tradotto all'Adami; e per verità sarebbe stata una pazzia vera il farlo prima. V'introdusse poi varie aggiunzioni mano mano, ed anche, quando preparò l'edizione di Parigi. Così, mentre nell'esemplare primitivo si trova notata soltanto l'invenzione del volare (che nel libro de Sensu rerum et Magia è riconosciuta in un calabrese), in quello latino dato all'Adami si trova notata anche l'invenzione degli strumenti oculari per vedere le occulte stelle (riconoscimento delle cose del Galileo sulle quali egli già cominciava a riflettere), e degl'istrumenti auricolari per udire le armonie de' cieli (presagi del telefono ad un'altezza non ancora raggiunta): ma è singolare che non vi si trovi l'invenzione sua, attribuendola agli abitanti della città del Sole, del modo di navigare senza vele e senza remi, ciò che pure avea già promesso con le lettere del 1606-1607 a' Cardinali e al Re di Spagna. Invece essa si trova nella 2a ed ultima edizione della versione latina, dove è registrata pure la scoperta del modo di evitare il fato sidereo, attribuita sempre agli abitanti della città del Sole, da doversi riferire al libro da lui composto De fato siderali vitando; ed in pari tempo è registrata la proibizione dell'Astrologia da parte del Papa, ciò che prima egli non reputava ben fatto e poi si credè in obbligo di accettare e difendere col suo opuscolo An Bullae Sixti V.i et Urbani VIII.i contra judiciarios calumniam in aliquo patiantur. Per le quali ultime circostanze abbiamo detto che la 2a edizione del libro dovè essere preparata dopo il 1629; giacchè dal Syntagma sappiamo con certezza che il libro De fato siderali etc. fu scritto nel S. Ufficio di Roma dopo la liberazione dal lunghissimo carcere di Napoli, vale a dire tra il 1626 e il 1629. Non è arrischiato l'ammettere che le modificazioni successive introdotte dall'autore nel modo di esprimere le sue opinioni circa Gesù, e circa i premii e le pene e l'eternità di esse, rappresentino pure e semplici attenuazioni pro bono pacis: e merita di essere considerata la sua persistenza in altrettali opinioni fino agli ultimi anni della sua vita, benchè abbia contemporaneamente abbondato nella composizione di libri di assolute credenze Cristiane Cattoliche.
361.Ved. Poesie, ed. D'Ancona, p. 95.
Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
28 eylül 2017
Hacim:
850 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain