Kitabı oku: «Gl'ingannati degli accademici intronati di Siena»
Anonymous
Gl'ingannati degli accademici intronati di Siena
Commedie del Cinquecento

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066071653
Indice
GL'INGANNATI
PROLOGO
ATTO I
ATTO II
ATTO III
ATTO IV
ATTO V
A CURA DI IRENEO SANESI
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI—EDITORI—LIBRAI
1912
PROPRIETÁ LETTERARIA
GENNAIO MCMXII—30148
GL'INGANNATI
Indice
DEGLI ACCADEMICI INTRONATI DI SIENA
RECITATORI DELLA COMEDIA
GHERARDO vecchio
VIRGINIO vecchio
CLEMENZIA balia
LELIA fanciulla
SPELA servo di Gherardo
SCATIZZA servo di Virginio
FLAMMINIO innamorato
PASQUELLA fante di Gherardo
ISABELLA fanciulla
GIGLIO spagnuolo
CRIVELLO servo di Flamminio
Messer PIERO pedante
FABRIZIO giovinetto figliuolo di Virginio
STRAGUALCIA servo del pedante
AGIATO oste
FRULLA oste
FANCIULLINA figliola della balia.
PROLOGO
Indice
Io vi veggio fin di qua, nobilissime donne, meravigliare di vedermivi cosí dinanzi in questo abito e, insieme, di questo apparecchio come se noi avessimo a farvi qualche comedia. Comedia non vi dovete pensare: ché, infin l'anno passato, voi poteste conoscere che l'Intronati avevano il capo ad altro che alle comedie; e poi vedeste, l'altro giorno, qual fusse intorno alle cose vostre l'animo loro e che non volevano piú vostra pratica né venirvi piú dietro, come quelli che non gli piaceva piú essere morsi, rimenati per bocca e tocchi fino al vivo da voi. E però abbruciarono, come voi vedeste, quelle cose che gli potevano far drizzare la fantasia e crescer l'appetito di voi e delle cose vostre. Ora vi voglio cacciar questa meraviglia del capo. Questi Intronati, a dirvi 'l vero (e crediatemi, ch'io gli ho sentiti), si dolgono strettamente d'essere entrati in questo farnetico ed hanno una gran paura che voi, come quelle che avete di che, non pigliate quella lor facenda per la punta di modo che, per l'avvenire, voi glie ne teniate la lingua e gli voltiate le spalle ogni volta che gli vedrete. E, per questo, m'hanno spinto qui per imbasciadore, oratore, legato, procuratore o poeta, pigliatel come v'entra meglio nella memoria. Io mi truovo il mandato ampio, in buona forma. Prestatemi la fede vostra; altrimenti gli è forza ch'io vel mostri, ché l'ho portato meco. Dico ch'io so' qui a posta per far questa pace e rappiccarvi insieme con loro, se ne sète contente; ché, a dirvi il vero, le lor facende, senza voi, son fredde e presso che perdute e, se non ci si ripara, se ne vanno in un zero. Fatelo, eh! fatelo, donne; ché ve ne metterá bene. Voi conoscete pur la natura loro: che, se voi gli volgete una volta gli occhi un poco pietosi, e' si lasceranno maneggiare, portar per bocca (da voi, però, non da altri, ché non starebbon forti) e straziare, toccar nel vivo con le parole, coi fatti, star di sopra a ogni cosa e esser sempre le prime voi. O che volete? sète contente? faretelo o no?… Voi non rispondete? Non lo negando, questo è buon segno. Mirate s'elli hanno voglia di farlo, questo accordo! che, quasi in tre dí, hanno fatto una comedia; e oggi ve la voglion far vedere e udire, se voi vorrete. Ecco che voi sapete ora quel che vuol dire questo apparecchio, chi io sono e quello ch'io vi faccio d'intorno. Questa comedia, per quanto io ne abbia inteso, la chiamano L'ingannati: non perché fusseno mai ingannati da voi, no, ché mai non l'ingannaste e vi conoscan pur troppo bene (ma ben gli avete sforzati sempre né se ne son possuti guardar tanto che basti); ma la chiamano cosí perché poche persone intervengono nella favola che, nel compimento, non si trovino ingannate. Ma e' ci son degli inganni, tra gli altri, d'una certa sorte che volesse Iddio, per il mal ch'io vi voglio, che voi fusse ingannate spesso cosí, voi, ed io fussi l'ingannatore! ché io non mi curarei di rimaner sotto all'ingannato. La favola è nuova e non altronde cavata che della loro industriosa zucca onde si cavorno anco, la notte di beffana, le sorti vostre; per le quali vi parve che l'Intronati vi mordesser tanto in su quel fatto del dichiarare e diceste che gli avevan cosí mala lingua. Ma e' si par ben che voi non l'avete assaggiate; ché forse non direste cosí, ma gli difendereste e terreste la parte loro da buone compagne in tutti quei luochi che bisognasse. So ben che non ci mancherá chi dica che questa è una insalata di mescolanza. A questi tali io non voglio, io, rispondere, perché, come ella si sia, gli basta ch'ella piaccia a voi sole: alle quali essi, con ogni loro studio, si sono ingegnati sempre di piacere principalmente; e questo pensano che gli verrá fatto di leggero e maggiormente se ce n'è tra voi delle pregne a cui soglion spesso piacere, non pur di questi cotali spettacoli, ma i carboni pesti, la cocitura dell'accia, la polver dei mattoni, i calcinacci e cosí fatte cose. Agli uomini non importa ch'ella piaccia o no, perché l'Intronati hanno ordinato un modo che nissun di loro la potrá né vedere né udire, se giá non son ciechi. E però, se qualche sacciuto maligno, tirato dal desiderio che gli ha d'apontarci, avesse una gran voglia di vederla o udirla, cavisi gli occhi perché altrimenti non la corrá. Io so che vi parrá strano che i ciechi la vegghino. E pur sarà vero; e intendarete come, se voi arete tanta pazienzia ch'io vel mostri.
Quanto ha di bello il mondo, senza dubbio, è oggi in Siena; e quanto ha di bel Siena si truova al presente in questa sala. Questo non si può negare; perché quelle che non ci sono non poss'io credere che sieno né belle né appresso, poi ch'elle fuggono il parragon di voi altre. Come volete voi, adunque, che costoro stieno a mirar scene o comedie o sentino o vegghino cosa che noi faciamo o diciamo, essendoli voi dinanzi? Che piú bel giuoco, che piú bello spettaculo, che cosa piú piacevole o piú vaga si può veder di voi? Certo, nissuna. Ora eccovi mostro come gli uomini non vedranno né udiranno questa comedia, se non son ciechi; che giá vi pareva ch'io avesse detta cosí gran pappolata. Ma voi, donne, la vedrete e odirete benissimo perché, in vero, non vi conosciamo tanto cortesi che vi siate per perdere o uscir di voi stesse nel mirarci. Né si pensin questi che fanno tanto il bello, questi acconci, questi spelatelli che, per aver una bella barba, per calzar bene uno stivale o per fare una riverenzia di beretta accompagnata con un sospiro che si senta fin da Fonte Becci, voi abbiate a lasciar questa cosa per attendere a loro: ché ne restarebbeno ingannati e cosí torrebbeno il nome alla nostra comedia. E' potrebbe bene essere che uno spagnuolo, che voi vedrete venire, vi rompesse un poco la fantasia e che non pigliasse cosí bene la nostra materia. Ma io v'insegnarò un bel colpo. Non vi curate di lui, ché, non avendo voi la lingua sua, non vi potete intendere insieme; e attendete a questi, che son tutti taliani: e, prestandoli voi la vostra attenzione, non perderete cosa che ci si dica e sará bello e fatto. Ma, poi ch'io veggio questi uomini cosí intenti a mirarvi che non sentan ciò ch'io mi dica, mi giova di ragionar con voi un poco in sul sodo e domesticamente. È possibil però, ingrate che voi sète, che questi Intronati s'abbin sempre a lamentar di voi e che, sempre, in ogni luoco, vi s'abbi a ritoccare il medesimo e che le tante fatiche che duran per voi e 'l tanto studio che vi mettano intorno per lodarvi non vi possa piegare a fargli, un tratto, un piacere? Oh! Ponetevi una volta giú, col nome di Dio; e chiamateli tutti ad uno ad uno; e vogliate intendere quel che dicono e quel che cercano da voi: ché so certo che quel che vogliono è una frascaria e voi ne sète tanto copiose e ricche che, senza perdern'oncia, ne potreste dare, non solo a loro, ma a tutta questa cittá. Ditemi, per vostra fé: che credete però che voglino? E' non cercano altro da voi che la grazia vostra; e che vogliate conoscere gli ingegni loro, chi l'ha grosso e chi l'ha sottile; e diciate:—Questo mi piace—e—Questo non mi piace,—acciò che quelli che non v'aggradaranno possin volgere il pensiero altrove e attender dietro ad altro studio. Ma gli è una gran cosa che voi gli vogliate tener sempre in questo cimbello e non vogliate risolvervi, un tratto, a questo benedetto «sí»! Sapete quel ch'io vi vo' dire? Guardatevi di non li fare, un tratto, disperar da vero; e tenete a mente ben le mie parole, ch'io so quel ch'io me dico. Voi ne li perderete, una volta, a fatto; e non gli potrete poi tanto andare a versi che ci sia ordine a porvi riparo; e ve ne dorrete, quando non sarete piú a tempo. E tenete questo per fermo: che non si sta sempre a un modo. E questo basti. Oh! Or ch'io mi ricordo: non v'aspettate altro argomento perché quello che ve lo aveva a fare non è in punto. Fatevi senza, per ora. E bastivi sapere solamente che questa cittá è Modana, per questo anno, e le persone che intervengono nella favola sono, i piú, modanesi. Però, se facessino qualche errore nel muover della lingua, non sará gran fatto perché non l'hanno ancora cosí ben presa. L'altre cose, io penso che voi siate cosí capaci che la materia v'entrará per se stessa senza troppa fatica. Due ammaestramenti sopra tutto ne cavarete: quanto possa il caso e la buona fortuna nelle cose d'amore; e quanto, in quelle, vaglia una longa pazienzia accompagnata da buon consiglio. Il che due fanciulle, con il lor saper, vi mostraranno; il quale se, seguendolo, poi vi giovará, arete questo obligo con esso noi. Questi uomini, se non aranno piacere delle cose nostre, assai ci aranno da ringraziare, ché, per quattr'ore al manco, gli daremo commoditá di poter contemplare le vostre divine bellezze. Ma, perch'io veggo duo vecchi ch'escon fuore, mi partirò, benché mal volentieri, da mirar sí belle cose; ancor ch'io penso che vi tornarò a vedere. Addio tutti.
ATTO I
Indice
SCENA I
GHERARDO e VIRGINIO vecchi.
GHERARDO. Fa' adunque, Virginio, se desideri in questa cosa farmi piacere, come hai detto, che quanto piú presto sia possibile si faccino queste benedette nozze; e cavami una volta di cosí intrigato laberinto nel quale non so come disavedutamente son corso. E, se pur qualche cosa ti tenesse, come il non aver danari per le veste (ché ben so che 'l tutto perdesti nel miserabil sacco di Roma) e paramenti per la casa, o per aventura ti trovasse male agiato di proveder per le nozze, dimelo senza rispetto: ché a tutto provederò io; né mi parrá fatica, pur che questa cosa segua un mese prima, per cavarmi questa voglia, spendere un dieci scudi piú, ché, per grazia di Dio, so dove sono. E ben cognosci tu che ormai niun di noi è piú erba di marzo, ma sí ben di maggio e forse… E quanto piú si va in lá piú si perde tempo. Né ti maravigliar, Virginio, che tanto te ne importuni, ch'io ti do la mia fede che, perch'io sono entrato in questa girandola, non dormo la metá della notte; e, che sia vero, guarda a che ora mi son levato questa mattina e sappi che, prima ch'io venissi a te per non destarti, avevo udita la prima messa a duomo. E, se forse avessi mutata fantasia e paresseti che con gli anni di tua figliuola non s'affacesseno i miei, che giá sono agli «anta» e forse gli passano, dimmelo arditamente: perché a tutto provederò, voltando i pensieri altrove; e te e me liberarò, in un punto, di fastidio, ché ben sai s'io son ricerco d'imparentarmi con altri.
VIRGINIO. Né questo né altro rispetto mi terrebbe, Gherardo, se fusse in arbitrio mio di poterti fare oggi sposar mia figliuola, ch'io non lo facesse; e, avenga che quasi ogni mia facultá perdesse nel sacco (ed insieme Fabrizio, quel mio benedetto figliuolo), per grazia di Dio, mi è rimaso ancor tanto di patrimonio ch'io spero poter vestire e far le nozze di mia figliuola senza gravare alcun che mi sovenga. Né pensar ch'io mi sia per mutare di quel ch'io t'ho promesso, quando la fanciulla se ne contenti; ché ben sai tu che non sta bene a mercatanti mancar di quello ch'una volta promettono.
GHERARDO. Cotesta è una cosa, Virginio, che piú si sente in parole che non si truova in fatti fra' mercatanti de' nostri tempi. Ben credo che non sia tu di quelli. Non di meno il vedermi menar d'oggi in domane e di domane nell'altro mi fa sospettar non so che; né ti cognosco io per cosí da poco che, quando vorrai, non facci far tua figliuola a tuo modo.
VIRGINIO. Ti dirò. Tu sai che m'accadde l'andare a Bologna per saldar la ragione d'un traffico che aveamo insieme messer Buonaparte Ghisilieri, il cavalier da Casio ed io. E perch'io sono in casa solo, ed abitavo in villa, non volsi lasciar mia figliuola in man di fantesche; ma la mandai nel monister di San Crescenzio, a suor Camilla sua zia: ove è ancora, ché sai ch'io tornai iersera. Ora io ho mandato il famiglio a dirgli che la torni.
GHERARDO. Sai tu certo ch'ella sia nel monistero e ch'ella non sia altrove?
VIRGINIO. Come s'io il so? dove vuo' tu ch'ella sia? che domanda è questa?
GHERARDO. Dirotti. Son stato certe volte lá per mie facende ed honne domandato; e mai non l'ho potuta vedere; e alcune mi hanno detto ch'ella non v'è.
VIRGINIO. Gli è perché quelle buone madri la vorrebon far monaca per redare, dopo la morte mia, questo poco di resto. Ma non per questo gli riuscirebbe il pensiero, ch'io non son però sí vecchio ch'io non sia atto ad avere un par di figliuoli, quando io tolga moglie.
GHERARDO. Vecchio? Oh! Ti prometto ch'io mi sento cosí bene in gambe ora come quando io ero di vinticinque anni; e massimamente la mattina, prima ch'io pisci. E, s'io ho questa barba bianca, nella coda son cosí verde come il poeta toscano. E non vorrei che niun di questi sbarbatelli, che van facendo il bravo per Modena col pennacchio ritto alla guelfa, con la spada alla coscia, col pugnal di dietro, con la nappa di seta, mi vincesseno in cosa nissuna, eccetto che nel correre.
VIRGINIO. Tu hai buono animo. Non so come le forze riusciranno.
GHERARDO. Vorrò che tu ne domandi Lelia, come sará, la prima notte, dormita con me.
VIRGINIO. Or, col nome di Dio, ti bisogna avergli discrezione, perché l'è pure ancor fanciulla e non è buono, in principio, d'esser cosí furioso.
GHERARDO. Che tempo ha?
VIRGINIO. Quando fu il sacco di Roma, ch'ella ed io fumo prigioni di que' cani, finiva tredici anni.
GHERARDO. Gli è appunto il mio bisogno. Io non la vorrei né piú giovane né piú vecchia. Io ho le piú belle veste e' piú bei vezzi e le piú belle collane e' piú bei finimenti da donne che uom di Modena.
VIRGINIO. Sia con Dio. Son contento d'ogni suo bene e tuo.
GHERARDO. Sollecita.
VIRGINIO. Della dote, quel ch'è detto è detto.
GHERARDO. Credi ch'io mi mutassi? Addio.
VIRGINIO. Va' in buona ora. Certo, che ecco la sua balia: che mi torrá fatica di mandarla a chiamare perché accompagni in qua Lelia.
SCENA II
CLEMENZIA balia e VIRGINIO vecchio.
CLEMENZIA. Io non so quel che si vorrá indovinare che tutte le mie galline hanno fatto, questa mattina, sí fatto il cicalare che pareva che mi volesser metter la casa a romore o arricchirmi d'uova. Qualche nuova cosa m'interverrá oggi; ché non mi fanno mai questa cantèppola che, quel dí, non senta o non m'avvenga qualche cosa mal pensata.
VIRGINIO. Costei debbe testé parlar con gli angeli o col beato padre guardiano di Santo Francesco.
CLEMENZIA. Ed un'altra cosa m'è avvenuta, che anco di questo non so che me ne indovinare: ben ch'el mio confessore mi dica ch'io fo male a por mente a queste cose e dar fede alli augúri.
VIRGINIO. Che fai, che tu parli cosí drento a te? Egli ha pur passata la befania.
CLEMENZIA. Oh! Buon dí, Virginio. Se Dio m'aiuti, ch'io mi venivo a stare un pezzo con voi. Ma voi vi sète levato molto per tempo. Voi siate il ben venuto.
VIRGINIO. Che dicevi cosí fra' denti? Pensavi forse di cavarmi di mano qualche staiuol di grano o qualche boccal d'oglio o qualche pezzo di lardo, come è tua usanza?
CLEMENZIA. Sí certo! Oh che liberalaccio da cavargli di mano! E forse che fa massarizia pei suoi figliuoli?
VIRGINIO. Che dicevi adunque?
CLEMENZIA. Dicevo ch'io non sapevo pensare quel che si volesse dire che una gattina bella, ch'io ho, che l'ho tenuta quindici dí perduta, questa mattina è tornata; e, poi ch'ella ebbe preso un topino nel mio camarin buio, scherzando con esso, mi riversciò un fiasco di tribiano che me lo aveva dato il predicator di San Francesco perch'io gli fo le bocate.
VIRGINIO. Cotesto è segno di nozze. Ma tu vuoi dir ch'io te ne desse un altro, è vero?
CLEMENZIA. Cotesto è vero.
VIRGINIO. Or vedi s'io so' indivino! Ma che è di Lelia, la tua allieva?
CLEMENZIA. Eh! povera figliuola, quanto era meglio ch'ella non fusse mai nata!
VIRGINIO. Perché?
CLEMENZIA. Perché, dici, eh? Gherardo Foiani non va dicendo per tutto che gli è sua moglie e che gli è fatto ogni cosa?
VIRGINIO. Dice il vero. Perché? Non ti par forse ch'ella sia bene allogata, in una casa onorevole, a un ricco, ben fornito di tutti i beni, senza avere niuno in casa, che non avrá a combattere né con suociara né con nuora né con cognate che sempre stanno come cani e gatte? E trattaralla da figliuola.
CLEMENZIA. È cotesto il male: ché le giovani vogliono essere trattate da mogli e non da figliuole; e voglion chi le strazi, chi le morda e chi l'accenci ora per un verso e ora per un altro, e non chi le tratti da figliuole.
VIRGINIO. Tu credi che tutte le donne sien come te? ché sai che ci conosciamo. Ma e' non è cosí; benché Gherardo ha un buono animo di trattarla da moglie.
CLEMENZIA. E come, che ha degli anni passati cinquanta?
VIRGINIO. Ch'emporta cotesto? Io so' pur quasi al medesimo; e tu sai pur s'io son buon giostrante o no.
CLEMENZIA. Oh! De' par vostri se ne trovan pochi. Ma, s'io credesse che voi glie la desse, prima l'affogarei.
VIRGINIO. Clemenzia, io perdei ciò ch'io avevo. Ora mi bisogna fare il meglio ch'io posso. Se Fabrizio, un dí, si trovasse ed io avesse dato ogni cosa a costei, si morrebbe di fame; che non vorrei. Ora io la marito a Gherardo con condizione che, se Fabrizio non si truova infra quattro anni, abbi mille fiorini di dote; se ritornasse, ne abbi aver solamente dugento; e, del resto, la dota egli.
CLEMENZIA. Povera figliuola! So che, se la fará a mio modo…
VIRGINIO. Che n'è? Quant'ha che tu non l'hai veduta?
CLEMENZIA. Son piú di quindici giorni. Oggi volevo andarla a vedere.
VIRGINIO. Intendo che quelle monache la voglion far monaca e dubito che non gli abbin messo qualche grillo nel capo, come è lor costume. Va' fin lá, tu, e digli da parte mia che ella se ne venga a casa.
CLEMENZIA. Sapete? Vorrei che mi prestasse due carlini per comprare una soma di legna, ché non n'ho stecco.
VIRGINIO. Diavolo, empiela tu! Orsú! Va', ché te le comprarò io.
CLEMENZIA. Voglio andare prima alla messa.