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Kitabı oku: «I rossi e i neri, vol. 1», sayfa 13
XVIII
Una corona di spine.
Era uno degli ultimi giorni di maggio, il mese delle piogge frequenti e dei frequenti saluti del sole: piogge che rallegrano i campi e le colline, e tutta la bella famiglia delle erbe e delle piante; raggi che scaldano e rinvigoriscono la vegetazione ne' suoi primi germogli.
La natura si risveglia alla nuova vita, e il suo mattino è bello di casta allegrezza. Il vento ardisce appena stormire nelle prime fronde, mutato in auretta leggiera e tiepida; la burrasca sua comare gli tien bordone, e tranquillamente s'assottiglia in un pioviscolo fecondatore; il sole, antico padre di tutti, s'intromette di tanto in tanto in quella festa di famiglia, ed accarezza la natura bambina. L'aria, rinfrescata dalla pioggia, riscaldata dal sole, si conforta di tutte quelle essenze odorate che svaporano di continuo dal calice dei fiori selvatici, e si fa messaggera dei loro primi e fecondi baci d'amore. Per tutte le colline c'è sorriso di luce, di verde e d'aria purissima. Le strade della città, gaie pei raggi di sole e per la frequenza dei viandanti, mostrano anch'esse la loro primavera.
Ma all'ultimo piano della casa Ceretti, nel quartierino abitato da Lorenzo Salvani, erano gli ultimi giorni d'autunno; le foglie della speranza ingiallite cadevano dai rami, e vi soffiava per entro il vento gelato della tristezza.
Lorenzo da parecchi giorni era cupo, irrequieto, come uomo assalito ad un tratto da molesti pensieri. E peggio che molesti pensieri, erano sventure che incalzavano d'ogni parte. La povertà picchiava all'uscio di casa con tutto il suo corteggio di vergogne e di tribolazioni. Nè si doleva egli tanto per sè, quanto per la bella Maria; per la fanciulla commessa alle sue cure, alla sua vigilanza paterna; per Maria, povero fiore condannato forse a perire, mentre la sua bellezza lo faceva degno di risplendere all'aperto e innamorare un nobile intelletto. Era questo il pensiero che struggeva Lorenzo; ed egli si doleva amaramente con sè medesimo di non aver saputo provvedere in tempo alle cose sue, per proseguire l'opera santissima de' suoi genitori.
Se dal pensiero di Maria, correva a meditare sulle proprie sventure, Lorenzo non vedeva altro che buio. Anzitutto la sua generosa ambizione, il natural desiderio di operare qualche cosa a gloria del suo nome, a conforto del suo ingegno, gli erano inceppati, e forse per sempre, dall'avversa fortuna. Nè più contento era il suo cuore. Egli amava Matilde con tutto l'ardore della sua giovinezza: ma l'intelletto, già a gran pezza più maturo del cuore, indovinava di qual tempra fosse l'animo della contessa, e presagiva le amarezze che ne sarebbero a lui derivate.
Matilde era vana e leggiera, e Lorenzo era geloso, e tanto più geloso in quanto che era povero. Le sue strettezze gli riuscivano tanto più acerbe, pensando che la contessa avrebbe potuto trapelarle; ed era uno studio, un tormento continuo il suo, perchè la sua povertà non s'avesse a scorgere da altri.
Più vecchio di alcuni anni e più rotto ai fastidii della vita, Lorenzo Salvani avrebbe tenuto un diverso metro. E prima d'ogni altra cosa avrebbe posto a sè medesimo questo dilemma: «o ella mi ama per quello che sono, o per quello che sembro», ed operato di quella conformità; pronto a patirne le conseguenze, anzi disposto ad affrontarle.
Ma, giovine com'era, e per la prima volta innamorato, Lorenzo Salvani non la intendeva così. S'era dato in balìa di quell'amore subitaneo, prepotente, ma da uomo schietto e leale, senza secondi fini, senza badare ai pericoli, senza prevedere disinganni, senza premunirsi dalla ingratitudine. Ed ora temeva; ogni cosa lo insospettiva; i subiti mutamenti, i grilli della bionda contessa, quel suo rifarsi da capo a tutte le antiche consuetudini, dismesse per lui nei primi e più lieti giorni dell'amor suo, erano tristi presagi per quell'anima altera.
E intanto, pensava egli, intanto esser povero, non poter svolgere tutti i partiti che dànno la misura della forza di un uomo! Sentirsi forte e doversi arrabattare in mezzo a pigmei che vi tengono prigione con catene di refe! Che serve essere statua, se manca il piedistallo, per soggiogare dalla sua conveniente altezza il difforme e l'abbietto?
Queste erano le tribolazioni. Ma quali i conforti? Dicono che Iddio misericordioso non mandi afflizione alle sue creature senza metterci accanto la speranza di un mutamento, speranza che aiuta gli infastiditi a vivere, i tribolati a patire. Anche Lorenzo doveva aver dunque una speranza che gli sorridesse da lontano, come una impromessa di giorni migliori, e che gli sedesse accanto come una compagnia, se non molto efficace, diletta almeno, ne' suoi patimenti. E questa speranza c'era; talvolta sorridente come una promessa nelle ore più riposate, tal altra compagna pietosa nell'amarezza; e gli veniva dall'ingegno che egli sapeva di avere, e che pensava di adoperare in qualche modo per sovvenire alle urgenti necessità.
Lorenzo passava molte ore fuori di casa; ma non perdeva il suo tempo, perchè lo consacrava a Matilde e a' suoi ritrovi politici. In Italia, a que' giorni, l'amore non andava mai senza la patria. Era quasi una malattia del tempo, a cui poscia si è trovato rimedio. E innanzi le battaglie dell'unità, la patria era per gli uni nella preparazione delle forze, senza un formato concetto di quanto si avesse a fare; per gli altri nella congiura; elementi diversi e spesso ridotti a combattersi, ma che pel tirare dell'uno e pel cedere dell'altro, sono pur venuti a capo di qualche cosa.
Ma di questo a suo luogo. Lorenzo da lunga pezza usava star molte ore allo scrittoio, scrivendo per sua naturale vaghezza versi d'ogni metro e prose d'ogni forma, che pochi amici leggevano e che poscia andavano a stipare i cassetti del suo canterano.
Senonchè, cresciuti i malanni, egli doveva pensare a trarre un utile, anche modesto, dagli sgorbi della sua penna capricciosa. L'Assereto, il confidente de' suoi disegni letterarii e delle sue malinconie, fu il primo ad entrargliene.
– Hai scritto tanto per tuo passatempo, – gli disse l'amico, – che potresti oramai pensare a cavar qualche profitto dalle opere dell'ingegno.
– Sì, – rispose Lorenzo, – scrivere, per non trovare uno stampatore che ci metta l'inchiostro e la carta del suo! Stampare, poi, per non trovare un cane che ti voglia leggere.
– Vero, verissimo, – soggiunse l'Assereto, – se tu parli soltanto di quelle opere che si mettono in mostra dal libraio. Ma non potresti cominciare a scrivere un dramma… una tragedia?
– Mi guardi il cielo dalle tragedie! – gridò Lorenzo. – In quanto al dramma, ci ho pensato anch'io; ma tu intenderai benissimo che il mio lavoro abbia a ritrarre un po' troppo delle amarezze dell'animo.
– E che importa? Sei mesto? Scrivi cose meste, e ci avranno, se non altro, il suggello della verità. E poi, senti un'altra cosa. Ancorchè lo scrivere non t'avesse a fruttar altro che il poter dar noia ai malevoli, scrivi e manda fuori l'opera tua. —
Da questo assennatissimo discorso dell'amico Assereto, fu incalzato Lorenzo a proseguire il suo dramma. Ci s'era messo attorno di lena. Ne aveva cavate le ragioni filosofiche dal profondo dell'anima, e lo andava scrivendo, stiamo per dire, con le sue lagrime.
Un capo comico suo conoscente, al quale egli si era aperto del suo disegno, lo aveva confortato a tirare innanzi, promettendogli che se il lavoro gli fosse andato a' versi, della qual cosa non era a dubitar punto, egli lo avrebbe pagato secondo il poter suo.
Per farla breve, il dramma di Lorenzo in due settimane fu condotto a termine, e soltanto gli mancavano alcune ripuliture qua e là.
L'Assereto aveva letto ed ammirato, ed era anche contento del titolo: __Una corona di spine__.
Ma non era altrimenti contento l'autore; o, per meglio dire, a volte partecipava al giudizio dell'amico, a volte pensava di aver fatto una sconciatura.
Allora ridiventava cupo ed uggioso; e l'ombra mortifera del suo umor nero intristiva tutt'intorno i germogli della speranza. Allora la gloria, l'amore, e tutto ciò che abbellisce la vita, gli si offeriva sotto le più tristi immagini, e lo assaliva come un arcano desiderio che quella rivolta preparata dagli amici suoi, della quale egli non si riprometteva nulla di bene, si facesse presto, affinchè una buona schioppettata lo mandasse là, dove tutto finisce, dove non si è seguitati da fastidiosi pensieri.
Lorenzo era in uno di que' momenti di sconforto, mentre, dopo aver dato l'ultima mano al suo dramma, si disponeva a mandare il manoscritto al capocomico.
Lo aveva suggellato in fretta, quasi per non averselo a vedere più oltre davanti agli occhi, e ci scriveva il ricapito sulla sopraccarta, per ispedirlo al banco delle Messaggerie.
– Perchè non lo date ad una compagnia che lo reciti qui in Genova? – gli chiese Maria, che lo aveva aiutato a legare e suggellare l'involto. – Mi avete pur detto che ce n'è una delle buone.
– Sì, ma non conosco affatto il capocomico. E poi, vedete, se il lavoro piacerà fuori, sarà meglio.
– Ah già! __Nemo propheta in patria__.
– Per l'appunto, ed io non voglio farne su me l'esperienza. Il Bonaldi, col quale ho una certa dimestichezza, mi ha scritto che se il dramma gli va a' versi, lo paga; e questo è l'essenziale. A Genova egli verrà sul finir dell'autunno, e allora lo udranno anche qui, se avrà meritato di stare nel __repertorio__.
– Oh ci starà, non dubitate! – disse Maria, rispondendo anzichè alle parole di Lorenzo, all'aria sfiduciata con cui le aveva proferite. – Avete un bel dire, voi, che al mondo non c'è più gentilezza di affetto. Io già non v'ho mai creduto, e dopo aver letto il vostro dramma vi credo anche meno. Però io sono sicura che piacerà, e farà piangere.
– Come v'ingannate. Maria! – esclamò Lorenzo, sorridendo amaramente.
– E perchè?
– Perchè, mi dite? Si vede, mia buona Maria, che non andate a teatro.
In teatro non si piange.
– Suvvia!..
– Ve lo assicuro. Da prima lo credevo anch'io, che si piangesse, o, per dir meglio, che si potesse, che non fosse vietato dalle consuetudini. Ma ho dovuto persuadermi dell'opposto con questi occhi e con questi orecchi medesimi. Voglio raccontarvela. Ero l'altra sera al teatro Doria, a udire l'__Amleto__.
– Ed è là, a quella recitazione, che non avete veduto piangere?..
– Lasciatemi proseguire. Io non vi parlerò dei signori uomini, i quali sono troppo sovente distratti, e che voltavano i cannocchiali ora sulle bellezze non abbastanza custodite di Ofelia, ora sulle dame dei palchetti. Vi parlerò in cambio di queste ultime; vi parlerò delle donne, le quali hanno fama di esser tenere per eccellenza.
– Ah sì, – disse Maria, facendo niffolo, con grazia fanciullesca, – qualche cattiveria sulle donne!..
– No, la verità, la pura verità! Io ero in un palchetto, e stavo attento alla scena di Ofelia impazzita, che porta i fiori nelle falde della veste. La signora che mi era dappresso, guardava invece tutto intorno, e notava le svariate acconciature delle altre signore. – «Guardate, Salvani, mi disse ella, guardate quella signora là dirimpetto, che nastro giallo ardisce di portare intorno al collo!» __Vraiment__! – esclamò il conte Alerami, un tale che mastica un po' di tutte le lingue, – __mais c'est du dernier mauvais goût__! – Io allora guardai quella donna dal nastro giallo. Era una signora vestita con molta semplicità; e doveva esser bella, ma non sapeva far risaltare la sua bellezza. Figuratevi! Indossava una veste di seta nera, e i suoi capegli, che aveva copiosi, le scendevano modestamente in due liscie staffe intorno alle tempie, nascondendo a mezzo una bellissima fronte. Costei forse era quella sera in teatro per farmi ricordare che mia madre era donna, ed anche voi, mia buona sorella. Essa piangeva, e più volte ebbe a recarsi il fazzoletto agli occhi per asciugarsi le lagrime.
– Oh, finalmente! – gridò Maria; – e ci voleva tanto per dimostrare che avevate torto?
– Sì; ma udite il rimanente. Non ho mica finito! Il nastro giallo aveva attirato gli sguardi della signora che mi era da presso. Il fazzoletto sugli occhi le fece dire queste due parole che io vi ripeterò, perchè ci meditiate su: «una provinciale!» Capite? Quella signora piangeva in teatro; ella dunque non poteva essere altro che una provinciale. —
Questa, che raccontava Lorenzo, era la storia di Matilde. Come i lettori vedono, si era presto guarita del suo sentimentalismo, la bionda contessa! Fedele al vecchio dettato, non aveva potuto durar molto nel tedio delle sue antiche consuetudini. Certo l'amore era una bellissima cosa, ma non le andava più a' versi la gelosia, nè quel soverchio di affetto che vuol essere ricambiato a misura di carbone, idolo cieco che dimanda continue offerte di rapimenti e di lagrime, e sacrifizi quotidiani di ogni altro affetto minore.
Per dirvela in prosa volgare, la contessa amava ripigliarsi la sua libertà. Le piaceva andare a teatro; e andando a teatro le piaceva essere veduta, ammirata e corteggiata, come pel passato, anche a patto di vedere le sue farfalle svolazzare qua e là, e cangiar fiore ad ogni intermezzo dello spettacolo.
– E poi, che male c'è, se vanno girelloni da un palchetto all'altro? – pensava tra sè la contessa. – È ragionevole che paghino un tributo a tutte le loro aderenze. A conti fatti, poi, sono come i nostri messaggeri, apportatori di novelle, procaccini di epigrammi e di bei motti, che giovano a tenerci informate. Il loro numero inoltre è una specie di lusso, e si contano i visitatori di una dama, come le sue vesti e le sue acconciature. Bella cosa, un uomo il quale si ferma soltanto in un luogo, come suol fare Lorenzo! Con tutte le belle cose che s'ha a dire tra due, il sacco si vuota pur sempre, e giunge il momento in cui si ha l'aria di marito e moglie! —
Che diremo delle conversazioni e delle feste? Non rispondere ad un invito di quella fatta le sarebbe parso un peccato mortale. Anche il Leopardi, sbandeggiato dal tavolino, era tornato sullo scaffale. L'esilio fu invero raddolcito al poeta da una legatura di pelle con fregi d'oro; ma era pur sempre un esilio. Insomma, la crisalide voleva uscire dal bozzolo che ella stessa s'era fabbricato. La sua prima natura, non che tornare, pigliava il sopravvento.
Povero Lorenzo! Dove diamine era andato a porre il suo cuore! Per altro, intendiamoci; ammesso il carattere della contessa Matilde, anch'egli ci aveva il suo torto. La donna bisogna saperla conoscere, guardare anzitutto di che piede ella zoppichi. Ora Lorenzo non aveva badato al piede, non aveva capito che quella donna era vana, e che per averla fedele non bastava l'essere, ma gli bisognava il parere. Egli non era in mostra, come avrebbe potuto; non aveva cavato alcun profitto dal suo duello col marchese di Montalto; non andava in nessun luogo. Ora la lode e l'attenzione del mondo non s'aspetta di piè fermo; bisogna andarle incontro deliberati. E Lorenzo, che stava rincantucciato al suo posto, era presto dimenticato. Che cosa aveva a farsi la contessa Matilde di lui, il quale si dilettava dell'oscurità, e voleva tirarci anche gli altri?
XIX
Nel quale si fa la spiegazione del proverbio "chi cerca trova".
Maria non aveva risposto nulla a quel discorso di Lorenzo, rimanendo un tratto impensierita, con le mani in mano, in quella che Lorenzo s'era messo a passeggiare su e giù per la camera, a passi concitati, come era sua consuetudine quando i tristi pensieri gli giravano per la fantasia.
Era quella la prima volta che Lorenzo parlava a Maria di un'altra donna, e le dava in qualche modo contezza di ciò che egli faceva fuori di casa.
Chi era la signora del palchetto, accanto alla quale stava seduto Lorenzo? Che dimestichezza era quella, di cui Lorenzo non le aveva mai fatto parola? E perchè, poi, ricordando quella signora, egli metteva fuori tanta amarezza di accento? Questi erano i pensieri della giovinetta, e il cipiglio di Lorenzo non era certamente fatto per discacciarli.
Che cosa, infine, doveva importarne a lei? Essa non lo sapeva, non si fermava a indagarne le ragioni; ma intanto il racconto del giovane l'aveva ferita nel cuore, destandovi arcani dolori non mai sentiti dapprima. Ahimè! proprio dal dolore ci accorgiamo di vivere.
Lorenzo non s'era addato di nulla; passeggiando su e giù per la camera, egli andava in quella vece dicendo a sè stesso:
– Buona fanciulla! Ella s'illude sempre di liete fantasie! E perchè dovrei io beffarmi delle sue illusioni? Forse non ne ho avute io pure di grandissime, l'ambizione, l'amore?.. Oh, chi mi terrà conto di quello che soffro, di quello che rispingo a fatica e seppellisco nel profondo del cuore? Ella non si strugge de' miei desiderii smodati e fatali; ella non ama nessuno. Beata lei! L'amore è la suprema dannazione degli sciagurati. Non basta a questa vilissima creta aver fame, pugnare con tutte le necessità quotidiane della vita; bisogna pure che essa ami! L'amore! Che cos'è l'amore? La poesia dei sensi! Arnese di gala! Ma s'ha a farla finita; s'ha a mettervi rimedio, perdio!..
– Lorenzo! – disse finalmente Maria, con piglio amorevole; – che fate voi ora? Non vi perdete di animo in questo modo! Il vostro dramma sarà applaudito…
– Applaudito! Sì, sta bene; – rispose Lorenzo, ricondotto al suo primo pensiero; – ma oro ci vuole! Qui, dinanzi al mio tavolino, avevo bisogno di fede e di speranza, perchè si trasfondessero nell'opera mia e vi soffiassero dentro l'alito della vita. Ora il mio manoscritto è finito e suggellato, e mi occorre ben altro. Ma perchè sto io qui a rattristarvi colle mie malinconie? Me ne andrò, perdonatemi, buona sorella!..
– Sì, andate, Lorenzo. Un po' d'aria vi leverà dal capo tanti brutti pensieri. Andate a salutare l'Assereto; ieri è venuto a cercarvi, e si lagna di non avervi più veduto da tre giorni.
– È vero; sono proprio un orso, come voi mi chiamate qualche volta. Andrò a cercarlo a' Banchi. Povero amico! Anch'egli ci ha le sue, di molestie, e trova sempre il buon umore per consolare i compagni. —
Poco stante, Lorenzo usci, e dopo Lorenzo uscì Michele, per andare col manoscritto al banco delle Messaggerie. Nè l'uno, nè l'altro, scendendo le scale, badarono all'uscio del secondo piano, che era socchiuso, e a due occhi che li avevano spiati da quella breve apertura. Erano gli occhi scerpellini del nostro Don Giovanni da dozzina, del biondo Arturo Ceretti, il quale stava aspettando la partenza del Salvani, per correr su dalla bella Maria.
Quel giorno poi gli cascava addirittura il cacio sui maccheroni. Lorenzo usciva, e gli teneva dietro il servitore. La fanciulla era dunque sola, solissima, e il nostro Arturo poteva spiattellarle l'animo suo.
Corse allo specchio; si ravviò i capegli, si affilettò i baffi, si acconciò per bene le pieghe della cravatta, e, sicuro del fatto suo, infilò speditamente le quattro scale che c'erano tra i suoi penati ed il quartierino dell'ultimo piano. Giunto lassù, tirò discretamente la corda del campanello. La fanciulla venne ad aprir l'uscio, e vedendo il padrone della casa, fece un gesto d'ingrata meraviglia, che a lui non doveva riuscir nuovo, poichè non ebbe aria di addarsene.
– Signora Maria! – balbettò egli. – Domando mille perdoni…
– Entri, signore; – disse Maria; e richiuso l'uscio, precedette il Ceretti verso il salottino.
– No, no; – soggiunse il biondo Arturo, – andiamo pure nella sua camera da lavoro; non s'incomodi per cagion mia. —
Maria non tenne l'invito, ed entrò risoluta nel salottino, dove, come al solito, gli additò il canapè, ponendosi ella a sedere su d'una scranna lì presso. Ciò fatto, la giovinetta incominciò arditamente il discorso:
– Ella è venuta per la pigione?..
– Sì… no… – rispose il Ceretti, perdendo la tramontana. – Sono venuto anzitutto per riverirla. A dir vero, il signor Salvani si dimentica un poco di noi, e mio padre da un pezzo aveva ordinato al nostro procuratore di far le pratiche pel pignoramento. Oh, ma non dubiti, io mi sono opposto, e fino a tanto ch'io non tolga il divieto non si farà nulla di nulla.
– Grazie, signor Ceretti, della cortesia che ci usa! – disse Maria, stendendogli la mano. – Ella ha un cuore ben fatto.
– Oh, le pare? Farei ben altro per ottenere la sua benevolenza. Se ardissi dirle…
– Che cosa?
– Che Ella è molto bella, signora Maria, troppo bella, e mi fa dar volta al cervello. —
Come avrebbe dovuto diportarsi la fanciulla a quelle parole? Il piangere, il venir meno, e tutti gli altri accorgimenti della donna impacciata, non erano nelle consuetudini di quella nobilissima giovinetta. Colta così alla sprovveduta, amò meglio simulare una grande serenità di mente: epperò fu pronta a rispondergli, tra adirata e gioconda:
– Eh via, signor Ceretti! Ella vuole pigliarsi spasso de' fatti miei. Per carità, non si faccia beffe di me! Io le son grata della cortesia che Ella pone ad aspettarci ancora un tratto per la pigione. Che vuole di più? Non guasti il benefizio con le sue celie.
– Non parlo per celia; – gridò il biondo Arturo, senza voler capire che l'accorta giovinetta gli aveva con quelle generose parole offerta un'uscita onorevole; – non ischerzo, in fede mia! Son cotto fradicio di Lei, e per andarle a genio, son pronto ad ogni sacrifizio.
– Non avrà a farne di molti; – interruppe Maria con accento turbato. – Io parlerò oggi al signor Lorenzo, perchè non tardi più oltre a pagare il suo debito.
– Sì, gliene parli pure a quel mobile! O dove l'ha a prendere il denaro, quello spiantato?
– Signor Ceretti!.. – esclamò Maria.
– Oh, mi lasci proseguire, poichè ho cominciato. Il bel signorino le fa patire carestia d'ogni cosa. Io so che Ella lavora dì e notte per sostentare la famiglia, e il suo servitore va a vendere i suoi bei ricami qua e là. Le pare strano che io sappia questi segreti? Le voglio un gran bene; perciò ho tenuto dietro al servitore. Probabilmente gli altri non se ne daranno un pensiero al mondo, di queste cose; intenti come sono a fare da cavalier servente e da paladino alle signore d'alto affare. —
Il colpo di messer Arturo andava diritto; senonchè. Maria era d'indole altiera e non voleva lasciar trapelare d'esser toccata sul vivo.
– Orbene? – soggiunse ella, increspando le sopracciglia. – Che male c'è? Il signor Lorenzo fa quello che gli aggrada. Poichè Ella sa che non è mio fratello, consenta che io le aggiunga che egli è libero de' fatti suoi.
– Sì, sì! – incalzò il Don Giovanni, – ma intanto lascia lei nelle angustie. L'altro giorno, probabilmente perchè Ella non aveva ricami da mandare a vendere, in casa non s'è mangiato altro che pane. Oh, io so tutto; sto attento a tutto; dò un colpo al cerchio e l'altro alla botte. E infatti so che, mentre Ella si affinava la vista sul telaio, mettendo punti su punti, e lagrime su lagrime, egli era là dalle parti dell'Acquasola, con una bella signora bionda… bella, cioè, intendiamoci! La dicono bella, e non è. Certo io non mi muoverei di qui per andarla a cercare, anche sapendo che dovesse cascarmi poi nelle braccia. —
Arrossì la povera Maria al vedere come quell'uomo sapesse ogni cosa, e rimase a capo chino, pensando a quella dama di cui udiva accennare già due volte nello spazio di un'ora. Certo la signora di cui parlava Arturo Ceretti era quella medesima ricordata pur dianzi nel suo discorso da Lorenzo. Il cuore di rado s'inganna ne' suoi presentimenti. E Maria, stando seduta, col capo chino, in gran tumulto di pensieri, non si avvide neppure che il Don Giovanni le afferrava la mano, recandosela alle labbra con molta dimestichezza. E come non si avvide della mano, non udì nemmeno il cominciamento del nuovo discorso che le faceva il Ceretti.
– Veda, signora Maria. I suoi begli occhi non sono fatti per piangere, nè per guastarsi sul telaio. Non rovini la sua gioventù per un uomo come quello, che la nutre di malinconia, e che fra pochi giorni, solo che io voglia, sarà senza tetto e senza letto. Io non lo odio se non per il male che egli le fa; del resto son pronto anche a condonargli il fitto di casa. Faccia a modo mio; lo mandi a quel paese! Io sono giovane come lui, e non fo per dire, ma ci ho le mie quattrocento mila lire al sole, e v'ha chi afferma, non senza ragione, che ce ne siano altrettante all'ombra, nei forzieri di mio padre, di cui sono io l'unico erede. Che cosa ne dice?
– Di che cosa? – domandò la fanciulla, rientrando in sè medesima.
– Della mia proposta. Non le pare uno zucchero, al paragone della vita che fa con quel figuro? Andremo a viaggiare; ci daremo bel tempo…
– Signor Ceretti! – esclamò Maria, strappando la mano dalle strette del Don Giovanni e balzando in piedi con aria di sdegno. – Io non la intendo… —
E gli stette dinanzi, guardandolo, smorta nel viso, ma con gli occhi che mandavano lampi.
Il biondo Arturo rimase un tratto dubbioso, ma non sbigottito da quel piglio. Quella era una donna, finalmente, e nessun altri era in casa.
– Dunque non accetta? – chiese egli sogghignando. – vuol farmi la schizzinosa, signora Maria!
– Esca di qui! – gridò la fanciulla. – E benedica la sua fortuna di aver trovato qui solamente una donna.
– Sì, sì! – rispose l'altro, sempre con la stessa aria, ma con la schiuma alle labbra. – E nemmeno una santa innocentina, in fede mia… —
Disse proprio: in fede mia? Non metterei pegno che egli pronunciasse la frase intiera; perchè mentre parlava ed era per avvicinarsi a lei, si sentì una mano ferrea pesar sulle spalle, un'altra agguantarlo alla nuca, senza alcuna misericordia pei solini insaldati che gli adornavano il collo.
Il giovine Ceretti, colto in quel modo alla tagliuola, si diede, come gli consentiva la stretta dell'ignoto, a gridare:
– Tradimento! tradimento! —
E mentre gridava, si faceva pavonazzo nel volto: gli occhi pareano volergli schizzare dalle orbite sanguigne, e le braccia gli si dimenavano pazzamente in aria come quelle di un antico telegrafo.
– Lasciatemi andare! – disse allora con voce più supplichevole. – Lasciatemi andare! —
Ma quella mano stringeva sempre, e gli dava per giunta certi scrolli a dritta e a mancina, che gli facevano scricchiolare tutte le giunture. Ci fu un momento in cui il mal capitato Don Giovanni non vide più altro che bagliori rossastri, e pensò che la fosse finita per lui. Infatti era ad un pelo di morir soffocato, allorquando intese la voce di Maria che gridava:
– Lasciatelo stare! Non vedete com'è diventato?.. – La preghiera di Maria fu esaudita, ma soltanto a mezzo.
Il biondo Arturo sentì allentarsi un tratto quelle morse di ferro, e gli parve di tornare da morte a vita. Ma ad un tentativo che egli fece per disvincolarsi del tutto, si accorse che il padrone del suo collo non era punto disposto a lasciarlo andare. Infatti, come a confermazione della stretta, il prigioniero udì queste parole:
– No, padroncina! Non le sappia male se la disobbedisco. Questo pendaglio da forca si ha da buttar ginocchioni a' suoi piedi per dimandarle scusa dell'ingiuria che ha fatto alla più virtuosa delle donne. In ginocchio in ginocchio!
– No! – rispose furibondo il Ceretti, che aveva riconosciuta la voce di Michele. – Voi mi avete còlto a tradimento, è una vigliaccheria!..
– Ah! così tu parli? – gridò Michele, dandogli superbamente del tu. – Va! Eccoti libero! —
E con una spinta gagliarda lo sbalestrò contro la parete. Poi, incrociando le braccia sul petto, ripetè:
– In ginocchio, mascalzone! In ginocchio!
– Io? – gridò il Ceretti, a cui la recuperata libertà e la rabbia profonda facevano credere che avrebbe potuto lottare con quell'uomo. – Io inginocchiarmi?.. —
E inarcando le spalle come una tigre, si scagliò contro il suo avversario.
Ma Michele sapeva il fatto suo. Un veterano di America, marinaio e soldato, non aveva a lasciarsi sopraffare da quel bellimbusto del Ceretti. Innanzi che questi si fosse avventato, una improvvisa e maestra pedata lo colse a mezzo lo stomaco; di guisa che, dopo aver barcollato un tratto, andò a ruzzolare da capo sul pavimento.
Michele era sempre ritto al suo posto, con le braccia incrociate sul petto, come Napoleone il grande.
Il Ceretti quella volta non tornò all'assalto. Aveva avuto il suo resto; tutto indolenzito e pesto com'era, non aveva più forza di muoversi.
– Michele! – disse allora la fanciulla con aria di rimprovero al domestico, – avete fatto assai male.
– Male, io, padroncina? La non m'entra. Ho dunque a sentirle dire delle impertinenze e star cheto? Delle impertinenze alla signorina Maria! Ah cane! ah briccone! ah villano rifatto!.. —
E giù una dozzina di questi epiteti. Come ebbe snocciolato la sua coroncina, proseguì, volgendo il discorso a Maria:
– Quando si dice il destino! Tornavo di là, dove mi ha mandato il signor Lorenzo, ed ecco m'imbatto in un vecchio compagnone, il quale m'invita ad andare insieme con lui per centellarne un bicchierino di quello che pizzica. Il diascolo mi tentava; ma mi ricordo che per non recarle molestia avevo preso la chiave di casa, e che Ella avrebbe potuto accorgersi che la non c'era più nella toppa. Dico di no, e corro difilato a casa. Entro appena in sala, odo parlare nel salottino, e mi pare di riconoscere la voce di questo signore. Non per ispiare, veh! ma perchè, tant'è, non l'ho mai avuto in buon concetto, mi avvicino all'uscio, e per l'anima di… non lo sento a dirle villania?.. In ginocchio, triste furfante! Insultare una santa!..
– Michele!
– Sì, mi lasci dire, padroncina; una santa! E costui ha l'ardimento di dire… di credere… che… Insomma, o ch'io non mi chiamo più per nome Michele, o ch'io l'ho a fare a pezzetti, come uno spezzatino di vitello! —
Ed era per far venire i fatti dopo le parole, quando Maria s'intromesse, e accennando con la mano al fiero Michele che stesse cheto, disse con accento deliberato al Ceretti:
– Se ne vada di qua!
– Sì, me ne vado; – rispose il biondo Arturo, mentre cercava di racconciarsi alla meglio le vestimenta sgualcite, – me ne vado… Ma costerà salata! Se quest'oggi non entra in casa la pigione, andranno presto a dormire su d'una strada. Ah, signori miei, sanno il proverbio: chi cerca trova.
– Sicuro; – disse di rimando Michele. – Chi cerca trova… e qualche volta anche quello che non aveva cercato! Intanto La cerchi il suo cappello, che è rotolato sotto la sedia. —
