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Kitabı oku: «I rossi e i neri, vol. 1», sayfa 23
Quella che si poteva guardare senza tema di guastarci il sangue era la marchesa Ginevra. Ella faceva mostra di mangiare, assaggiando, ed ogni sua cura si rivolgeva al ragguardevole personaggio che le sedeva daccanto. Costui del resto non aveva bisogno di esortazioni; macinava a due palmenti, e trovava buona ogni cosa. Le altre dame, sedute tutt'intorno alla tavola, oltre l'aiuto de' servi, accettavano i grati uffici dei loro cavalieri, i quali s'inchinavano sulla spalliera delle seggiole, pascendo loro gli orecchi di dolcissimi nonnulla, mentre esse confortavano lo stomaco di cibi più sostanziosi. Di questa guisa, altro non si udì per un pezzo che l'acciottolìo de' piatti, il cozzar de' bicchieri, lo zampillare delle bottiglie, e il dimenar delle mascelle.
Aloise non c'era; neanche il Pietrasanta; neanche il Cigàla. Il primo aveva altri pensieri in capo; il secondo voleva tener compagnia all'amico, ed aveva perfino lasciato che un altro gli rapisse la marchesa Giulia. Non si creda tuttavia che fosse un grave sacrifizio sull'ara dell'amicizia, il suo; poichè il rapitore era il vecchio De' Salvi.
In quanto al Cigàla, egli avrebbe potuto andare a cena come tutti gli altri; ma quell'arguto chiacchierone era schiavo di una sua arguzia, s'era messo in trappola con le sue mani. La signora Enrichetta Corani gli aveva chiesto se non andava a cena; ed egli, vedendo che la ci aveva già un altro cavaliere ai fianchi, anzi due addirittura, s'era lasciato andare a risponderle:
– No, signora Enrichetta. Un Cigàla ha da tener fede alla cara bestiuola di cui porta il ricordo nel nome e l'effigie nello stemma.
– E non si pascerà d'altro che di rugiada! – aveva soggiunto la signora Enrichetta.
– Certo; così ha sentenziato Anacreonte. —
Ed ecco per che modo il Cigàla era rimasto insieme col Pietrasanta e con Aloise. Ma se non era andato a dimenare i denti, si ricattava esercitando la lingua.
Mollemente adagiato su d'un canapè accanto ad Aloise, ragionava di cento cose col Pietrasanta, che s'era sdraiato su d'una poltrona, e a voler ripetere tutto quello che dissero tra due (poichè Aloise stava silenzioso ad udirli, ora sorridendo, ora accennando del capo, e non andando mai più oltre del monosillabo), ci sarebbe da fare un altro capitolo, laddove noi non pensiamo ad altro che a finir questo, il quale è ormai troppo lungo.
Basti sapere che il Cigàla ne disse di tutti i colori, e tra l'altre cose, passando in rassegna alcune delle dame, si fe' lecita una glossa lunga anzi che no sui nuovi amori della bionda Cisneri, e sulla nobiltà del conte Alerami, che era a cena accanto a lei, e che gli era parso molto turbato.
– Non avrà forse ricevuto le sue rimesse dalle Indie; – diceva egli.
– Ma dimmi, e il Salvani?.. – chiedeva il Pietrasanta.
– Il Salvani ha durato poco. È la storia delle belle cose.
– È davvero un ottimo giovane! – interruppe Aloise. – Mi duole di non averlo veduto quasi più, e soprattutto che non mi abbia creduto così degno della sua intimità da confidarmi le cose sue. Io gli avrei aperto gli occhi in tempo.
– Baie! E che male c'è? Ha amato; è stato piantato in asso; ma alla fin fine non è egli che ci ha avuto da perdere.
– È facile a te, Cigàla, il parlare così; poichè tu prendi… come diamine è il tuo proverbio?
– Vuoi forse dire che prendo gli uomini come sono, le donne come vengono, e gli scudi a cinque lire? Sì certo, e me ne vanto contro ogni maniera di disinganni. —
Questi erano i ragionamenti della triade, e durarono fino a tanto che durò la cena. Ma quando al Pietrasanta parve udire che i convitati si alzavano da tavola, si mosse per andare in traccia della marchesa Ginevra.
– Marchesa, – diss'egli, appena ebbe modo di rimaner solo con lei, – chiedo una grazia.
– Parlate, di che si tratta?
– Una grazia… cioè, dovrei dire una disgrazia.
– Una disgrazia, Pietrasanta? E la chiedete a me?
– Sì, pur troppo! Ma che non si farebbe egli mai per l'amicizia? – soggiunse Enrico sospirando.
– Per l'amicizia? Non vi capisco. Suvvia, parlate chiaro.
– Ecco qua… Aloise di Montalto voleva offrirsi per vostro cavaliere nel __cotillon__…
– Ah, capisco finalmente! – esclamò ridendo la bella Ginevra. – E voi venite a rassegnarmi la vostra rinunzia.
– No, mi guardi il cielo dal perdere il capo a questo modo. Se avessi per caso da impazzire, vorrei andar diritto allo spedale, che nessuno mi vedesse farne di così gravi, come questa che voi pensate di me.
– Ma che volete voi dunque? Qual altra… disgrazia chiedete?
– Di poter tagliare l'errore a mezzo; di contentare il mio migliore amico, senza scontentar me; di essere in due, dove avrei voluto esser solo. —
In quella che Enrico Pietrasanta faceva questo allegro sproloquio per aiutare il suo Oreste, la marchesa Ginevra pensava:
– Ma che cos'hanno in mente tutti costoro? La Maddalena, Montalto; il Pietrasanta, Montalto; perfino quel pazzo di Cigàla, Montalto, non sa parlarmi d'altro che di Montalto!.. Che siano tutti pazzi, o che costui li abbia tutti stregati?..
– Orbene, marchesa, – disse Enrico, – pronunziate la dolorosa sentenza?
– Sì, se pur la volete tale.
– Se la voglio!.. Ve la chiedo con rammarico profondo, ma l'aspetto da voi.
– Ed io, – rispose la Ginevra, imitando la comica mestizia del Pietrasanta, – con profondo rammarico vi condanno… ad avere un compagno di catena. —
Una doppia risata, ma di cuore, pose fine ai dialogo della Ginevra col suo cavaliere.
Il marchese Tartaglia si avvicinò, chiedendo di che cosa ridessero; ma innanzi ch'egli avesse articolata e sputata la sua dimanda, il Pietrasanta era già fuori del tiro; tanto gli premeva di recare ad Aloise la buona novella.
XXIX
Nel quale si comincia a conoscere che uomo fosse il marchese Antoniotto.
Uno dei personaggi più importanti della nostra storia, sebbene altro non abbia fatto ancora che una breve comparsa in queste pagine, è senza dubbio il marchese Antoniotto Torre-Vivaldi.
Intanto che i suoi convitati ballano, cenano, passeggiano e dicono che le sue feste sono le più belle e le più suntuose di Genova, intanto che i forestieri, ammessi in grazia dei loro titoli in casa Vivaldi, si fanno un ottimo concetto, se non al tutto vero, dell'umor socievole delle grandi famiglie genovesi, teniamo un po' d'occhio il padrone.
Quando egli ebbe fatto tutto quello sfoggio di cortesie, che i lettori sanno, con Aloise di Montalto, e ricambiate alcune parole colle persone più ragguardevoli dei due sessi, il marchese Antoniotto chetamente disparve. Ma noi che abbiamo in mano il filo di quel labirinto, gli terremo dietro, e se il lettore vorrà lasciare in pace per un tratto la bella Ginevra, la bianca Maddalena, Aloise, e tutti i suoi simpatici personaggi, non avrà a pentirsi d'essere venuto con noi.
Il marchese Antoniotto, coll'aria sbadata di chi va a zonzo, ora conversando con questi ed ora con quelli, giunse fino al pensatoio della sua signora, che era in quel momento deserto. L'uscio che metteva nella stanze di Ginevra era chiuso: ma il marchese Antoniotto non se ne diede pensiero.
Andando ad un'altra parete, premè col pollice un nascosto congegno, e una porticina che era dissimulata dai fregi continuati della tappezzeria, si aperse per dargli il passo nello spogliatoio della marchesa, e di là fino al suo quartierino particolare. Colà giunto, salì il piano di sopra, dov'erano le camere dei servi.
Ma lassù non era anche finito il viaggio del marchese Antoniotto, il quale, infilata un'altra scala più stretta della prima, salì fino ad un pianerottolo cieco, dov'era agevole immaginare che un tramezzo vietasse di andare più oltre. Egli, nondimeno, a cui l'oscurità non faceva impedimento, trovò il catenaccio di una porta ferrata, e lo fece scorrere sugli anelli; quindi bussò due o tre volte con le nocche delle dita.
Un rumore di passi si udì poco dopo dall'altro lato dell'uscio; un altro catenaccio scorse sugli anelli, e l'uscio si aperse. Era il padre Bonaventura in persona, che si faceva ad accogliere il suo ospite.
I lettori non avranno certamente dimenticato che, per essere più vicino al padre Bonaventura, il marchese Antoniotto lo aveva allogato in un comodo quartierino, all'ultimo piano del suo palazzo; e vedono ora che per maggior comodità di ambedue, era stato rispettato l'uscio di comunicazione, sebbene raffermato da una parte e dall'altra con due catenacci. Di questa guisa, ognuno se ne stava tranquillo in casa sua, mentre riusciva agevole ai due amici il vedersi e lo stare a colloquio, senz'altra molestia che quella di rimuovere que' due impedimenti.
I sullodati lettori vorranno adesso sapere il perchè di tanta intrinsichezza, e noi vediamo giunta l'occasione di dirlo. Era un'intrinsichezza fondata sulla comunanza dei propositi, e sul profitto che ognuno dei due cavava dall'autorità e dall'aiuto dell'altro.
È noto per che modo il marchese Antoniotto Della Torre fosse venuto a nozze con la bella marchesa Vivaldi. La giovinetta, rimasta orfana in piccola età, sotto la tutela di un suo parente materno, era uscita dal monastero del Sacro Cuore di Parigi, per diventar moglie del marchese Antoniotto. La Ginevra, unico avanzo dei Vivaldi del ramo di Valcalda, portava, insieme con un bel nome ed una stupenda bellezza, dieci milioni di patrimonio, e l'accorto tutore, tra le molte famiglie che lo chiedevano di quel parentado, aveva prescelto i Della Torre. Antoniotto era uno dei più operosi e dei più benemeriti caporioni del partito clericale; era ricco egli pure, e per giunta uomo da non star sul tirato nella faccenda dei conti, uomo da contentarsi del capitale, senza lesinare troppo sui frutti; epperò, detto fatto, si stabilirono le nozze. Non c'era altro che una piccola difficoltà per mandarle ad effetto; che l'Antoniotto era un po' consanguineo della Ginevra; ma quella provvidenza della Curia di Roma non istette molto a venire in aiuto con una brava dispensa, e il Della Torre diventò facilmente il Torre-Vivaldi, a maggior gloria di Dio, o, per dire più esattamente, della setta gesuitica.
Era egli mai stato giovane, il marchese Antoniotto? Quei generosi concetti, que' baldi rapimenti, che provano il bollore del sangue e il rigoglio della gioventù, non avevano mai persuasa la mente di quell'asciutto gentiluomo? Certo, a voler stare sui generali appare difficile e quasi impossibile che un uomo, poniamo anche il più freddo del mondo, non abbia percorso le sue fasi di ardore e di tiepidezza. Il medesimo Napoleone, che fu tipo straordinario della moderna tirannide, e a cui non mancò altro che il sangue regio per essere salutato gran mastro della reazione europea, ne' suoi primi anni era stato un poeta, un sognatore, un rivoluzionario; insomma, era stato giovine.
Non così il marchese Antoniotto. Egli era nato vecchio, e tutti i suoi coetanei rammentavano di averlo sempre veduto lo stesso, fin da quando proseguiva lo studio delle leggi nella Università genovese. Già da quel tempo appariva contegnoso e severo, chiuso dell'animo, e nimico d'ogni cosa che sapesse di novità; di guisa che, tra per l'autorità del nome, e per l'inflessibilità de' propositi, facilmente capitanava quella generazione di vecchi bimbi, detti allora i giovani sodi, che facevano contrapposto a quella coorte di giovani ingegni, forse soverchiamente innamorati delle teoriche forestiere, ma vogliosi di cose nuove, devoti al culto della patria e della libertà, i quali prendevano indirizzo dal loro condiscepolo Giuseppe Mazzini.
Il marchese Della Torre si vantava d'essere classico in letteratura, e condannava con Vincenzo Monti __l'audace scuola boreale__; ma nel fatto non poteva patire i poeti di nessuna scuola. Il suo classicismo non era altro che un arnese di guerra, nel campo della politica; e ciò trapelava anche dalla compiacenza con cui il giovine sodo si faceva a notare come i signori liberali, gli scapigliati, offendessero la purezza della lingua e delle tradizioni letterarie, non meno che della filosofia italiana.
Egli poi s'era chiuso nello studio delle cose economiche e di tutti i rami dell'arte di governo; si andava armando di tutto punto per comandare altrui, quando l'occasione gli si fosse offerta. Càrdini della sua politica erano i libri __Du Pape e Les soirées de Saint-Petersbourg__, che Giuseppe De Maistre, il gran propugnatore della teocrazia e della autocrazia, il panegirista del carnefice, aveva gettati come una protesta e una minaccia del passato moribondo, contro la rivoluzione rinnovatrice. L'umor severo, la ricchezza e la nobiltà dei natali avevano posto in rilievo questo discepolo dei Gesuiti, che avrebbe potuto giunger davvero al governo della cosa pubblica, se l'apostolato continuo e gagliardo del suo avversario coetaneo, conducendo dal martirio al trionfo il concetto dell'unità italiana, non avesse spinto il Piemonte ad afferrar la bandiera tricolore, e guasti i disegni, sgominate le fila della reazione.
In que' tempi che tutti gli animi cominciavano a risvegliarsi e si preparavano alle prime battaglie, il marchese Antoniotto si era posto deliberatamente a capo dei nemici d'ogni novità. Però era stato dei primi a biasimare i grilli liberaleschi di Pio IX, e ora struggendosi per le vittorie dei rivoluzionari, ora rallegrandosi delle loro sconfitte, era giunto finalmente a vedere il trionfo della sua causa. Allora corse giubilante ad ossequiare al Vaticano quel pontefice che dapprima lo aveva fatto tanto tremare; allora accettò d'essere nominato senatore da quel governo a cui aveva augurate le busse austriache per farlo rinsavire.
Certo, restava ancor molto a fare, innanzi di mettere a segno i rompicolli; nella cenere covavano ancora di molte faville; il governo non faceva prova di bastevole energia contro i ribelli, e peggio ancora, ne' suoi diportamenti verso i degni ministri della chiesa, non si mostrava troppo tenero della santa causa. Ma a questo avrebbe portato rimedio il tempo; le ire sarebbero sbollite; uomini di buona tempera andando man mano in alto, avrebbero rimutato l'indirizzo della cosa pubblica. Intanto le file del partito si ristringessero, non perdonando a fatiche, non dispregiando nessun argomento, anco il più modesto e lontano dallo intento comune, che desse modo di operare. Si facessero vivi, insomma, e sapessero usare di una certa larghezza d'animo, per raccattare que' fuorviati della parte loro, capi scarichi i quali s'erano un bel giorno scaldati per le riforme e per la indipendenza italiana, e dopo aver scritto inni a Carlo Alberto, arringato il popolo plaudente e messo un tratto il berretto frigio sulla parrucca incipriata, s'erano spauriti del loro ardimento, doluti delle loro pazzie, a guisa di chi si svegli in quaresima, e si vergogni della baldoria fatta in carnevale. Queste pecore matte erano in buon numero, e ogni giorno facevano un passo verso l'ovile. Bisognava non disprezzarle, accoglierle anzi a braccia aperte, non tanto per il pregio delle persone, ch'era nulla, quanto per la opportunità dell'esempio.
Erano questi i consigli del marchese Antoniotto, e ognuno intende di leggieri che fossero ascoltati, sebbene taluni più irosi e più ostinati tra' suoi colleghi non avessero voluto dapprima acconciarsi alle sue ragioni sottili. Nè questo era il solo lato per cui il Della Torre si mostrava accortamente più largo degli altri suoi pari.
Figlio ad uno di que' parrucconi della oligarchia del Consiglietto, egli aveva dovuto da principio partecipare un tal poco a quella dispettosa opposizione, non già d'opere, ma di parole, che il patriziato di Genova faceva al governo piemontese, al quale la sua città, il teatro delle sue pompe senatorie, era stata regalata dal Congresso di Vienna. Ma il marchese Antoniotto non era uomo da inutili rancori. Ricco di ambizione e di volontà, sentiva che i suoi milioni e la sua corona di marchese erano due armi potentissime a farlo giungere in alto, e che dovevano restarsi inoperose, pel magro diletto di fare il broncio al re di Sardegna, il quale po' poi era in quella parte della penisola il rappresentante della teocrazia di Roma e della autocrazia di Germania, il gran vassallo del papa e dell'imperatore, que' due càrdini della società, quelle due dighe opposte dalla Provvidenza ai malvagi disegni della rivoluzione.
In cotesto adunque egli era già più innanzi di molti altri; ma saldo com'era ne' suoi propositi, non correva neppure alla cieca, non si lasciava accalappiare dalle lusinghe del governo, i cui atti, diceva egli, non davano ancora quella sicurtà che potesse persuadere un gentiluomo a prestargli l'opera sua. Voleva insomma che il suo partito soverchiasse; e in quella stessa guisa che nel suo partito gli pareva di non dover essere secondo a nessuno, così non poteva immaginar possibile un governo apertamente reazionario, senza esserne a capo egli stesso.
Ed era proprio un uomo fatto per comandare altrui, il marchese Della Torre. Il nome, le ricchezze, le aderenze, l'ingegno, erano un nulla al raffronto del carattere, di solito asciutto e severo, ma che sapeva convenevolmente piegarsi, assumere quella grazia di modi che venuta dall'alto è sempre una lusinga pericolosa per chi sta in basso, e signoreggia di sovente gli animi più generosi.
Larghe testimonianze del suo ingegno sempre volto al comando, offriva il vasto podere di Quinto, dove egli passava i sei mesi caldi dell'anno, e dove ogni cosa procedeva ordinatamente giusta il suo concetto. Colà il marchese Antoniotto aveva tentato con frutto parecchi esperimenti di riforme agrarie, nella quale materia era versatissimo, di guisa che, alla più trista, egli avrebbe potuto riuscire al governo della cosa pubblica per la scorciatoia di un portafoglio di agricoltura e commercio. Ognuno ricorda che parecchi degli odierni uomini di Stato entrarono per questa viottola nei consigli della Corona.
Nelle letterarie discipline era valente del pari, sebbene dispettasse i poeti. Conosceva il latino e lo scriveva con quella eleganza che potevano ai suoi tempi insegnare i Gesuiti o gli Scolopii. Un suo volgarizzamento di Sallustio aveva fatto andare in brodo di succiole Tommaso Vallauri, e il teologo Margotti non aveva potuto beccarvi per entro nessun farfallone; della qual cosa aveva fatto un gran parlare sull'__Armonia__. Un suo trattatello __Degli elementi dell'arte di governo__ lo aveva fatto salir in gran rinomanza presso i parrucconi di tutta Italia, e i legittimisti di Francia citavano «le marquis Torre Vivaldi» come uno «des hommes politiques les plus éminents de son temps, qui réunissait un esprit éclairé à un sentiment profond des droits du pouvoir légitime, en dehors duquel il n'y a point de garantie pour la vraie liberté et pour la civilisation du monde».
Tutti costoro, poi, quando per alcun loro negozio avessero a passar da Genova, erano gli ospiti del marchese Antoniotto, il quale, nelle lusinghe di una splendida accoglienza diventava due volte più ragguardevole al cospetto dei forestieri, e, non si muovendo da Genova, otteneva facilmente una fama europea.
Ma torniamo alla villa di Quinto. Colà Ginevra dagli occhi verdi accoglieva il fiore della civil compagnia, e colle grazie della sua persona e del suo conversare aiutava inconsapevolmente e mirabilmente ai disegni ambiziosi del marito. Intorno alla vezzosa gentildonna spirava come un'aura di medio evo, nella sua parte più bella, che allettava i più schivi. Si radunavano colà i discendenti di quelle grandi famiglie che avevano operato tante cose cinquecento anni innanzi; e all'udir conversare di belle imprese, o recitar versi, al veder corti d'amore, giostre di schermidori, corse di bei palafreni, gite sul mare ed altri simili passatempi, al sentirsi ad ogni tratto ferir l'orecchio da que' nomi che avevano risuonato in Soria, alla Meloria, a Curzola, chi non avrebbe creduto ad un miracolo, il quale, sconvolgendo gli ordini del tempo, l'avesse ricondotto parecchi secoli indietro?
Gli uomini, veramente, apparivano vestiti secondo le brutte fogge dei nostri tempi. Non si potevano notare nè le calze divisate, nè il farsetto, nè la cappa, nè il lucco, nè la berretta di velluto; ma chi avrebbe badato più che tanto al vestimento degli uomini, pur sempre ingentilito dalle fogge campestri, dov'era una dama come Ginevra? Costei era bella come una di quelle superbe castellane che talvolta, a vederle dipinte, ci fanno desiderare di esser vissuti a' tempi loro, anco a patto d'esser morti e sepolti da secoli e secoli. Si consideri inoltre che il vestir delle donne non è stato mutato così da non consentir l'illusione, e che la marchesa Ginevra non la guastava davvero con le rigonfiature soverchie, essa che, alta della persona e fatta a pennello, poteva romper guerra al crinolino e meritarne lode dagli intendenti.
Riviveva adunque il medio evo, intorno alla bella Ginevra. Il marchese Antoniotto, poi, da vero marito della castellana, faceva in ogni cosa il suo talento, esercitando, stiamo per dire, alta e bassa giustizia nelle sue terre. E basti questo fatto ad esempio. Egli aveva fatto chiudere in una camera sotterranea del suo palazzo un servo, figlio di uno dei suoi fittaiuoli, perchè esso gli aveva data una mala risposta, e in quella camera umida e buia lo aveva fatto rimanere quattro dì, senz'altro cibo che pane e acqua.
Come? griderà il lettore stupefatto. Questo egli ardiva di fare, a mezzo il secolo decimonono, sotto un reggimento di libertà? Sicuro, lo aveva osato, e non se n'era neanche pentito, poichè gli pareva la cosa più naturale del mondo. Nè il povero servo si era lagnato di quell'arbitrio padronale; e si fosse anco lagnato, chi gli avrebbe dato ascolto? Le leggi sono state molto acconciamente paragonate alle ragnatele, nelle quali le mosche incappano, ma che i mosconi strappano colle ali, passando pel rotto. E poi non vi sono esempi d'altri gran signori, che hanno fatto anche peggio?
Il povero Menico (che così si chiamava il servitore malcapitato) non aveva a lagnarsi molto della prigione, se altrove ad altri era toccato un carico di busse che li avea fatti andare allo spedale, o un colpo di pistola che li aveva freddati. Il marchese Antoniotto non era manesco; pregiava abbastanza le sue mani, da non insudiciarle sul viso o sul groppone della bordaglia, e si contentava di mettere in prigione.
Quella sua prepotenza del resto gli era passata liscia. Il marchese Antoniotto era padrone del paese, a cui recava tanto profitto colla sua villa, colla gente che vi attirava di continuo, colle limosine, coi donativi ond'era liberalissimo alla chiesa, al comune, e simili. I pochi che giunsero a risaperlo, non ne rifiatarono, e per certuni della sua pasta egli ebbe anzi fama d'uomo che voleva e sapeva farsi rispettare in casa sua, come fuori. Solo i giovani come il Pietrasanta e il Cigàla notarono che quello era un brutto arbitrio; ma essi per fermo non potevano farsi vendicatori della libertà offesa, e si contentarono di appioppare al marchese Antoniotto il soprannome di __tiranno di Quinto__.
In casa, tuttavia, quell'atto da medio evo non era stato compiuto senza un po' di contrasto. La marchesa chiedendo grazia pel Menico, era giunta perfino a rammentare che la terra di Quinto era patrimonio dei Vivaldi, da lei portato al marito. Ma egli tenne fermo; rispose alla signora che un esempio era necessario, che la bordaglia bisognava farla stare a segno, e cento altre cose di quella fatta, dette con aria di molta deferenza alle preghiere di lei, ma che pure mostravano com'egli non volesse lasciarsi smuovere. Quando poi ne ebbe abbastanza, fece restituire il Menico in libertà, ma a patto andasse a ringraziar la marchesa, che aveva intercesso per lui.
E il pover uomo andò; rese grazie con le lagrime agli occhi; e il marchese Antoniotto, che era stato a vedere, gli disse con piglio amorevole:
– Andate, Menico, e non vi avvenga più mai di alzare la voce. Per quest'oggi intanto la marchesa vi concede di andarvene dai vostri parenti, ai quali ella v'incarica di dire che condona loro la pigione di quest'anno. —
Si trattava di un migliaio di lire e qualcos'altro; ma il marchese Antoniotto era largo signore, come tutti i despoti, e dopo averle negata la grazia di Menico, amava usare quella galanteria alla castellana di Quinto. Galanteria tanto più fine, in quanto che il perdono e il regalo erano concessi per modo che paressero venuti da lei.
Lasciamo argomentare a voi se il Menico fosse contento, e se corresse di buone gambe a casa per annunziare quella benedizione. Gli parve anzi che il castigo fosse stato troppo lieve, e segnatamente meritato; laonde egli fu più ligio ai Torre-Vivaldi, più obbediente che mai. Natura umana!
Il marchese Antoniotto aveva inteso per bene che profittevole alleanza fosse per lui quella del padre Bonaventura. Era costui l'anima del partito; per domare tutte le ambizioni, per contentare tutte le vanità, per vincere tutte le riluttanze, per chetare tutte le diffidenze, non c'era spediente migliore di quello. Il gesuita sfratato, che curava in Genova le faccende della Compagnia, gli guarentiva l'aiuto di quel potente sodalizio; il gran capitano della reazione in Genova lavorava a pro' della sua ambizione, proprio come un generale a pro' di un re, o di un pretendente in esilio.
Ma se il padre Bonaventura rendeva di passata questo servizio al marchese Torre-Vivaldi, a ben più alto segno mirava l'opera sua. L'Antoniotto non era per lui che un ottimo strumento, un magnifico arnese di guerra, a cui molto volentieri concedeva la parte più bella del suo sistema. La frase costituzionale del re che regna e non governa, significava a puntino quello che il marchese Antoniotto doveva essere nei disegni del padre Bonaventura. Il quale teneva tutte le fila del governo in sua mano, nobili e ignobili, dorate e sozze. A quella mano facevano capo i tristi, i vanitosi, e gli stolti di tutte le classi sociali; usurai che volevano arricchire; ladri e furfanti che non volevano andare a marcire in prigione; avvocati senza clienti, medici senza ammalati, maestri senza discepoli, che volevano annaspare qualcosa; giovani che andavano a caccia di grasse doti e d'illustri parentadi; uomini da nulla che volevano parere d'assai; cervelli di gatto che s'industriavano a parer di leone; già s'intende, per averne la parte proverbiale nella spartizione delle prede.
Broglioni d'ogni fatta e d'ogni misura, lombrichi viventi nel limo, scorpioni allogati nelle sfaldature dei vecchi palazzi, Archimedi del malanno a cui non mancava altro che il braccio di leva per muovere e inabissare la loro parte di mondo, tutti, qual più, qual meno, per un verso o per l'altro, avevano bisogno del padre Bonaventura. Gli uni celati, gli altri palesi, secondo quel tanto di oneste apparenze che avevano i loro raggiri, davano mano all'opera del gesuita, e il lettore già ne conosce parecchi, contando dall'umile Garasso fino all'eccelso Torre-Vivaldi.
Abbiamo lasciato quest'ultimo sull'uscio, la qual cosa non parrà segno di cortesia. Ma si chetino i lettori cerimoniosi; il padre Bonaventura gli ha fatto accoglienze convenevoli, e non ha aspettato noi per farlo entrare nel suo studio.
– Signor marchese, è davvero un sommo onore per me, ch'Ella abbia lasciato la sua splendida festa per venirmi a visitare.
– Eh via, padre Bonaventura! Lasci la modestia in un angolo, come io ho lasciato le noie della mia festa sull'uscio. I miei convitati si dànno bel tempo, com'Ella ode di qui. Che farci? anche queste cose ci vogliono.
– Sì, certo, signor marchese. Gli uomini come Lei, che sono rari pur troppo, debbono serbare il decoro del loro illustre casato, e non disavvezzare la gente da quelle larghezze che tengono vivo il culto delle grandi memorie. Ella sa il proverbio francese: __noblesse oblige__. Il volgo poi ha bisogno di queste pompe esterne, in quella che gli uomini colti hanno in gran pregio il suo ingegno e la fortezza dell'animo.
– E che faceva Ella, mio ottimo padre? – chiese il Torre-Vivaldi, dopo essersi inchinato per ringraziarlo di quella incensata.
– Io? Me ne stavo là sul terrazzo ad ascoltare quella buona musica che si suona in casa sua, e non pensavo certamente ch'Ella fosse per venire quassù a rallegrare la mia solitudine.
– Gli amici come lei, padre Bonaventura, valgono assai più di tutte le feste del mondo, senza mettere in conto che queste non mi fanno nè caldo nè freddo. E che cosa abbiamo di nuovo?
– Nelle cose nostre nulla che Ella non sappia, signor marchese. Ah, mi dimenticavo… Ho ricevuto lettere del visconte di Roche Huart, il quale m'incarica di salutarla tanto e poi tanto.
– Grazie, e che cosa fa quell'ottimo visconte?
– Non si è mosso da Parigi. Egli si lagna della gotta, che incomincia a dargli molestia.
– Pover'uomo! In così fresca età!.. E da Torino non ha avuto notizie?
– Sì, ma di nessun rilievo. Ella saprà meglio di me che domani in Senato avrà fine la discussione sulla libertà dell'interesse.
– Dica in cambio della libertà dell'usura. A me è doluto grandemente che questa festa di consuetudine in casa mia mi vietasse di andare in Senato, dove avrei pur voluto correre una lancia contro quest'altra invenzione del mugnaio di Collegno. —
Il mugnaio di Collegno, come tutti rammentano, era il conte Camillo Cavour. A quel tempo l'audace ministro torinese non aveva anche operato nulla che gli amicasse la parte liberale; ma i partigiani del regresso aveva già fiutato l'uomo che si scioglieva dai loro abbracciamenti per correre al lato opposto e mettersi come addentellato tra la rivoluzione italiana e la monarchia piemontese.
Però incominciavano a dirne roba da chiodi, e facevano lor pro' di tutti i più satirici soprannomi che la sospettosa vigilanza dei democratici gli andava di giorno in giorno appioppando, secondo l'opportunità degli assalti.
– C'è ben altro da fare, – rispose il padre Bonaventura, – che andare al Senato per tenere un discorso contro la libertà dell'usura.
L'indirizzo dei nostri è buono, ma non mi sembra che sia proseguito molto efficacemente finora.
– Ella ha ragione pur troppo, padre Bonaventura. In verità, io non intendo tutte queste lentezze. Il tornaconto della monarchia è di ripulire i gradini del trono da tanti grami senatori che la tradiscono, che ne accarezzano le ambizioni per condurla a mal partito. Non vi sarà mai pace nè sicurezza per lo Stato, fino a tanto che tutti questi arruffoni di emigrati ci stanno a loro bell'agio; e quel cencio di bandiera tolta ad imprestito dalle società segrete…
