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Kitabı oku: «I rossi e i neri, vol. 2», sayfa 16

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XX

Nel quale si fa la conoscenza d'un nuovo personaggio, che non giungeva altrimenti nuovo al Giuliani.

Per intendere la sicurezza del Giuliani, e come e perchè egli si facesse agevole ogni cosa, egli che aveva dovuto sudar tanto e stillarsi il cervello, solo per iscoprire un filo di quella trama tenebrosa che circondava la casa dei Salvani, bisognerà tornare parecchi giorni indietro, non senza aver prima rammemorato in succinto le cose fatte dall'animoso Templario, e detta la ragione di certe altre che sono passate dianzi sotto gli occhi dei lettori benevoli.

Qual parte avessero avuta i Templarii nel discoprimento di quella macchinazione infernale, è noto. L'ascoso nemico era stato rintracciato e scovato dal Giuliani, posto in sull'avviso dalle confessioni di Michele. Il Garasso, l'anello di congiunzione tra casa Salvani e i suoi coperti assalitori, era stato costretto a parlare, in quel modo che tutti sanno, a spifferare il nome di Bonaventura Gallegos, del fiero gesuita, del degno maestro del dottor Collini. La cassettina d'ebano, innanzi che fosse involata, avea detto per fortuna i suoi segreti a Lorenzo; e se non s'intendeva ancora per bene che importanza potesse avere agli occhi del capitano dei neri, già s'era capito che doveva averne, e non poca. Bonaventura ignorava che quella cassettina fosse stata aperta; che anzi le confidenze fatte al Bello dall'imprudente Michele, gli facevano argomentare che nè Lorenzo, nè altri, ci avesse posto ancor gli occhi. Ora, non pure Lorenzo, ma con esso lui Aloise di Montalto, l'Assereto e il Giuliani, erano a parte del segreto, e poterono cavarne quanto bastava per venire in aiuto alla sventurata Maria.

L'amicizia dell'Assereto e del Giuliani aveva procacciato a Lorenzo e ad Aloise, involti ambedue nelle trame dei neri, l'alleanza dei Templarii. Tutti quei rossi, d'ogni levatura e d'ogni ceto, avevano fatto causa comune; ma il carico delle operazioni molteplici, l'ardua malleveria del combattimento, strategìa, tattica, logistica, stato maggiore, armi dotte, tutto perfino l'intendenza militare, era sulle spalle d'un solo. Il marchese di Montalto, dopo aver detto agli amici quello che aveva risaputo a caso dai Torre Vivaldi intorno alla nuova ospite del monastero di San Silvestro, era stato tratto dai suoi fati sulle orme della marchesa Ginevra; l'aveva seguita da Genova a Parigi, da Parigi a Vienna, a Monaco, in Isvizzera, stazioni tutte d'un viaggio che lo conduceva speditamente in rovina. Questo è come dire ai lettori che l'innamorato Aloise non era un aiuto pe' suoi alleati, e, già presso al naufragio, doveva aver bisogno di aiuto egli stesso. L'Assereto aveva già fatto abbastanza, mettendo ogni cosa in mano ai Templarii; del resto, costretto a guadagnarsi il pane in piazza de' Banchi e sulle calate del porto, poco poteva aiutare gli amici, e rade volte andare alla Montalda, per salutare il Salvani. Nè questi, pel negozio della congiura, poteva muoversi dal suo nascondiglio; lo avesse anche potuto e voluto, la sua infermità non glielo avrebbe più consentito. C'era il Pietrasanta, l'allegro, lo spensierato Pietrasanta, che non s'era mosso da Genova, vogliam dire dai dintorni, poichè la Giulia Monterosso era in villeggiatura; ma che poteva far egli? Volevano i suoi cavalli? Li avrebbe anche fatti crepare, per comodo loro. C'era da dar la scalata al convento? L'impresa, quantunque gravissima, non gli avrebbe fatto paura. Occorreva denaro? Ne avrebbe dato, s'intende nella misura della sua borsa e del suo credito presso la nobilissima classe degli strozzini. Altro aiuto non c'era a sperare da lui; e ben lo intendeva il Giuliani, rimasto solo a far disegni di guerra, quasi solo a mandarli ad effetto, poichè non aveva altri con sè, tranne Michele, suo fidato scudiero.

Ma egli non si sgomentò, il nostro Giuliani: insieme colla malleveria gli crebbe l'ardimento. Domandava consiglio ai notturni colleghi, ma solo quando aveva cominciato a fare, e allora otteneva facilmente quella dispensa che in istile forense è detta sanatoria, e __bill__ d'indennità in istile parlamentare. La sua prima invenzione, dopo quella felicissima impresa col Bello, fece crollar mestamente il capo a Lorenzo, quando egli ne fu ragguagliato, come quella che pareva impossibile, ed anco se fosse stata possibile, menava assai per le lunghe. Ma le vie lunghe sono spesso le più brevi; e l'esito aveva dato ragione al Giuliani. Il suo scudiero, posto fin dagli ultimi giorni di luglio all'assedio, penetrava ai primi di settembre nella piazza, e non visto vi piantava lo stendardo della lega.

Questa vittoria ne chiamò un'altra assai presto. I lettori rammentano come Michele celebrasse il suo giorno onomastico, origliando dal buco d'una toppa il colloquio di Bonaventura col suo degno discepolo. Per tal modo il Giuliani veniva in chiaro dei disegni dell'inimico, un'ora dopo ch'erano stati fatti, e fin da quel punto aveva scorto il bisogno di avvisar la fanciulla della nuova trama che si ordiva contro di lei. Fin dagli ultimi giorni di giugno ella era stata chiusa, in veste di postulante, nel monastero di San Silvestro; ma il postulato durava sei mesi; c'erano adunque ancora tre mesi di tempo, innanzi che ella riuscisse alle strette del noviziato. Di ciò bastava avvisarla; tenesse fermo, non si smarrisse d'animo fino al segno d'accettare la monacazione come un rifugio da quelle orribili nozze che le apprestava il gesuita; fingesse di accettare la profferta; intanto sapesse che non era abbandonata, che Lorenzo e gli amici suoi vigilavano, l'avrebbero ad ogni costo salvata. E questo prometteva il Giuliani con asseveranza; perchè, ove pure altri spedienti gli avessero fallito, egli si sarebbe appigliato all'__ultima ratio__ della stampa, divolgando l'iniquo tentativo, facendo insomma uno scandalo, che avesse costretto la giustizia a mostrarsi degna del suo nome, aprendo alla fanciulla le porte del carcere.

Ma innanzi di metter mano agl'ingegni, il nostro Templario volle indettarsi con Lorenzo Salvani. Quel nuovo tiro di Bonaventura gli parve tale da non lasciarlo ignorare neanche lo spazio d'un giorno all'amico; epperò, non potendo più correre quella medesima sera alla Montalda, fece disegno di andarvi la mattina vegnente. Intanto, memore del detto d'Apelle: __nulla dies sine linea__, non lasciò passar quella sera senza provvedimenti. Fin da quando avea saputo esser la fanciulla nel monastero di San Silvestro, egli s'era industriato a scoprire chi fossero i laici che per ragion d'uffizio entravano colassù, e munito di quelle notizie, avea posto subito gli occhi addosso al gobbo legnaiuolo. Il giorno susseguente. Michele, sotto colore di certi lavori che voleva allogargli, entrava in dimestichezza con mastro Pasquale; una settimana dopo erano già amici, andavano d'accordo come le chiavi e il materozzolo; Michele passava tutti i giorni un'oretta in bottega di Pasquale; la sera, poi, andavano dal tavernaio a far la partita a tarocchi; Michele perdeva spesso, guadagnava di rado; non beveva quasi mai; ma pagava sempre egli il conto; e Pasquale n'aveva abbastanza. Or dunque, in quella medesima sera, il Giuliani ordinò a Michele che tastasse il suo uomo; occorrendo gli promettesse denari a larga mano, ed anco ne snocciolasse, per averlo più arrendevole. Ma non ci fu bisogno di tanto; Pasquale si dispose a fargli servizio, dicendogli che della ricompensa avrebbero parlato a loro agio più tardi.

Questa lieta notizia aveva avuta il Giuliani prima d'andarsene a letto, e la mattina seguente poteva recarla, insieme coll'altre, all'amico Salvani.

Erano già suonate le dieci, quando egli giunse al palazzotto dei Montalto. Affacciatosi appena sul piazzale, che, come i lettori rammentano, era partito ad aiuole di giardino, e dava il suo quotidiano tributo di fiori alla tomba della marchesa, gli venne veduto il vecchio Antonio, intento, secondo il suo costume, a far qualche cosa, per non istarsene colle mani alla cintola. Fattosi allora innanzi, gli chiese del suo amico Salvani e del marchese di Montalto, ch'egli aveva lasciato lassù, l'ultima volta che c'era stato per salutare l'infermo. Aloise era partito da sei giorni, gli rispondeva il vecchio servitore; Lorenzo, uscito di convalescenza, aveva ripigliate le sue consuetudini, ed era per l'appunto da due ore andato a fare la sua passeggiata pei greppi.

– Andrò dunque a rintracciarlo lassù; – disse il Giuliani, nell'atto di tornarsene fuori.

– Non vuol fare colazione prima di andare? – gli chiese Antonio, che conosceva il suo debito di cerimoniere.

– Più tardi, più tardi; – rispose il Giuliani. – Non ho ancora appetito.

– Vuole che l'accompagni?

– No, conosco la strada, se egli è andato al suo solito luogo.

– Oh, il signor Salvani non muta; sempre alla Bricca. Pigli la viottola della costa, poi volti a diritta…

– Lo so, Antonio, lo so; grazie tante, e a rivederci. —

Ciò detto e senza aspettare la sberrettata del vecchio gastaldo, il Giuliani scese il poggio della Montalda, e giunto alla stradicciuola campestre, tornò a salire su per la costiera, verso quella balza che era la meta delle gite quotidiane dell'amico. La Bricca era un luogo veramente selvaggio, la cui orridezza piaceva a Lorenzo, se pure può dirsi che cosa alcuna gli piacesse, dacchè era uscito fuggiasco da Genova. Su per quei greppi egli andava in compagnia de' suoi tristi pensieri, senz'altro viatico che un libro, trascelto nei pochi e polverosi volumi della Montalda, un vecchio Cicerone nel quale egli leggeva per la quinta volta le stupende pagine __De Senectute__. Era l'unico intermezzo ch'egli ponesse nelle sue dolorose meditazioni. Quel trattatello di vera e sana filosofia, così serenamente malinconico in quella che era così schiettamente elegante, se per avventura non gli racconsolava lo spirito, certo lo disviava per alcuni istanti dalle sue cure, riusciva una sosta a' suoi struggimenti.

Non era uno svago, di certo; nè sempre accadeva ch'egli spendesse nella lettura quegl'istanti di alpestre riposo. Talvolta gli occhi soli seguivano macchinalmente i periodi armoniosi del gran dicitore romano, mentre lo spirito era altrove. Tal altra il pensiero dominante s'addormentava un tratto nel profondo, ma per rifarsi a punger più forte la sua vittima. E allora il libro si richiudeva, e Lorenzo Salvani rimaneva sopraffatto, istupidito dall'interna amarezza. Sentiva dentro di sè come una grande rovina; non aveva forza da opporre. Questi, che così soffrono, sono gli animi forti, o che si chiamano tali; chè veramente non ce ne sono di autentici, fuorchè in apparenza. L'aspetto è composto, la fronte è serena, solo perchè il cuore si divora le sue lagrime, trangugia le sue maledizioni e s'avvelena del suo fiele.

Quando il Giuliani ebbe afferrate le alture della Bricca, e fu tanto vicino da scorgere fra mezzo ai cespugli se l'amico fosse al suo posto consueto, Lorenzo non leggeva, non meditava, non era neppur solo. Ciò parve strano al nuovo venuto, poichè Antonio non gli aveva detto d'altri che quella mattina fosse giunto prima di lui alla Montalda. Però si trattenne alcuni istanti a guardare, quasi temendo non fosse Lorenzo quel giovanotto che egli vedeva di profilo, seduto a terra, colle spalle appoggiate al ruvido tronco d'un pino gigantesco, intento ad udire i discorsi d'un vecchio signore, che stava ritto in piedi poco distante da lui. Ma era proprio Lorenzo; il Giuliani udì la sua voce, e ne riconobbe l'accento, proprio in quel punto che lo sconosciuto si accorgeva della presenza del nuovo arrivato, e col moto involontario delle ciglia facea voltare da quella parte il Salvani.

– Oh, siete voi? – disse Lorenzo con piglio affettuoso, da cui traspariva una certa ansietà. – Siate il benvenuto su queste alture, che da tanti giorni non vi vedono più. —

Il Giuliani si fece innanzi a stringergli la mano, ma non disse parola. Egli guardava il vecchio signore, che all'apparire di lui era rimasto, se non per avventura turbato, certo scontento, e di molto. Lorenzo proseguì presentando il giovine all'uomo maturo.

– Il signor Giuliani, dottore in leggi, giornalista, ed uno de' miei amici migliori. Nelle mie sventure io ci ho avuta, contro ogni costume, la fortuna di sperimentar saldi i vecchi amici, e di trovarne dei nuovi, schietti ed operosi egualmente; segno che la razza umana non è così perversa come si crede. —

Intanto che Lorenzo parlava, il Giuliani seguitava a guardare, sebbene modestamente, come s'usa tra persone costumate, il vecchio signore. Chi è costui? andava egli pensando tra sè. Non l'ho io già veduto? Ma dove? E non poteva raccapezzarsi. Quel volto non gli era ignoto, e questo gli affermava la sua memoria; ma ella non sapeva dirgli altresì come e quando l'avesse egli veduto.

– Il signor Salvani non mette in conto una cosa, – soggiunse egli, ponendo fine alle sue interrogazioni mentali; – ed è la tempra nobilissima del suo carattere, che ha virtù di attrazione. Uomini come lui, avranno nemici coperti, astuti, implacabili; ma troveranno sempre amici schietti, costanti, e battaglieri, ove occorra. —

Lo sconosciuto, a cui, come era stata fatta la presentazione, era rivolta l'aggiunta del presentato, rispose con un cenno del capo alle prime parole del Giuliani; all'ultime col farglisi incontro.

– È verissimo ciò che voi dite, o signore. La vostra mano, che io la stringa, come l'ha stretta il signor Salvani!

– Cioè a dire da amico?

– Ci s'intende; – rispose lo sconosciuto, stringendo quella destra che il Giuliani non offriva nè ricusava.

– Ci s'intende! – disse il Giuliani tra sè. – Ci s'intende un cavolo! E non mi dice nemmeno il suo nome! Che modi son questi? Io ho la visiera calata; egli la tiene alzata sugli occhi, e porta l'impresa dello scudo coperta. Ma io lo conosco, costui; l'ho veduto, e non deve essere gran tempo. O dove diamine l'ho veduto? Questa è la disgrazia di vedere tante facce nuove ogni giorno, che una fa perdere la memoria dell'altra. Dicono che Napoleone gran capitano, l'avesse così salda, la memoria, da ricordarsi il volto del più oscuro personaggio ch'egli avesse veduto dapprima. Vedete gran caso, ricordarsi dei volti! Ma il nome, il nome bisognerebbe ricordare; questo è il busilli. —

La curiosità del Giuliani e la sua diffidenza erano tanto più ragionevoli in quanto che la figura del vecchio era di quelle tali, che, vedute una volta, non si dimenticano più. Vecchio, a rigor di vocabolo, non si poteva neppur dire, essendo egli appena in quella età fra i cinquanta e i cinquantacinque anni, che segna bensì il riposo delle passioni, ma ancora la maturità del senno per la comune degli uomini. Folta aveva la capigliatura, ma bianca, senza pure un filo di nero, e medesimamente i baffi, che scendevano lunghi ad ombreggiargli le labbra; donde un maggior risalto ad una carnagione che sarebbe apparsa pallidissima, se non fosse stata abbronzata per modo da lasciarlo credere lungamente vissuto sotto la sferza d'un sole equatoriale. Il suo volto era di belle fattezze; i lineamenti larghi e ricisi spiravano un'aria di gran nobiltà; e l'avrebbero anche avuta di somma dolcezza, se i suoi grandi occhi azzurri, affondati nelle orbite, non fossero rimasti di soverchio all'ombra sotto l'arco delle folte sopracciglia, in mezzo alle quali un fascio di rughe profonde poteva raffigurare i fulmini di Giove, in atto di sprigionarsi dalle nubi. Era di giusta statura, e di membra asciutte; le spalle non erano curve, ma tali le faceva sembrare il capo chino per antica consuetudine, e s'intendeva agevolmente che non lo avesse incurvato a quel modo il peso degli anni, bensì quello dei gravi pensieri.

Restringendoci per ora a dipingere l'uomo estrinseco, non diremo che pensieri fossero i suoi. Nè dal volto di lui era dato indovinar l'animo, come pure si argomentano di poter fare taluni. In quel volto, che doveva essere stato bellissimo, era alcun che di concentrato, di buio, che non lasciava trapelare nè arguire nulla di certo. Si sarebbe potuto dire un volto di gran diplomatico, se non si sapesse che l'aria chiusa, il far misterioso di questa gente, anzichè dall'indole loro, deriva dallo ignorare alcune volte gli arcani dei loro governi, e quasi sempre dallo aver sperimentato la mutabilità della ragione di Stato a cui servono. Che avesse patito, si poteva anche credere; ma chi non ha patito a questo mondo? Meglio sarebbe il dire che aveva vissuto, e vivendo aveva imparato come si debba nascondere l'animo suo a quella moltitudine di sciocchi o di malvagi, che sono, giusta i computi più recenti e più accurati, i due terzi del buon genere umano.

Quest'aria di mistero spiacerà, ne siamo certi, alle lettrici impazienti; ma spiacque maggiormente al Giuliani, che ricordava di aver visto quell'uomo, e non sapeva più dove, che lo considerava attentamente e non ne raccapezzava nulla, neanche l'origine. Vestito con quella severa eleganza britannica che è ormai diventata il privilegio dei gran signori d'ogni paese, lo sconosciuto parlava italiano con rara sceltezza di vocaboli e con accento rotondo, armonioso, che arieggiava il romano, senza esser tale a dirittura; ma la costruzione delle frasi sapeva un tantino di forestiero. Certo egli era nato altrove, e vissuto a lungo in Italia; ma di qual parte del mondo civile egli fosse, non era dato al Giuliani d'intendere. E questo aguzzava la curiosità, e colla curiosità la diffidenza del giovine.

– Orbene, Giuliani, – disse Lorenzo, poichè ebbe finita quella bisogna preliminare della presentazione, – c'è egli del nuovo a Genova?

– Del nuovo… secondo i casi; – rispose il Giuliani con aria di riserbo, che non sfuggì all'attenzione di Lorenzo.

– Potete parlar liberamente; – soggiunse questi. – Il signore non è straniero alle mie sventure, e potete considerarlo come un fratello. —

Lo sconosciuto fece un gesto amorevole, quasi un inchino, alle parole di Lorenzo. Ma nè l'atto di lui, nè la fiducia di Salvani, toccarono il cuore al giornalista.

– Questo poi passa ogni misura! – pensò egli nel più riposto della sua coscienza. – Non lo conosco; non mi si dice neppure il suo nome; ed io dovrò aprirmi con lui? Fossi matto! —

E mentre così pensava, ad alta voce proseguì:

– Lo credo benissimo, ma proprio non ci ho nulla di nuovo per voi. Son venuto per salutarvi, ed anche un po' per vedere il marchese di Montalto. —

A quel nome la faccia dello sconosciuto si fece scura, come se una nube gli passasse sugli occhi. Il Giuliani, che s'era voltato a lui, come per dargli la sua parte dei gran segreti che gli uscivano dalla bocca, colse quella nube al volo, e la messe di costa a tutte l'altre ragioni di diffidenza che ci aveva nell'animo.

– Il nostro amico Aloise è partito, or fanno sei giorni: – disse Lorenzo, che non aveva notato nulla. – Egli voleva rimanere, come mi aveva promesso; ma io lo vedevo così triste, che a mala pena mi son sentito in gambe per uscir fuori di casa, gli ho restituito la sua libertà, e l'ho mandato via. Povero amico! Egli ha certo dei gravi dispiaceri! —

Il Giuliani ne sapeva la sua parte, dei dispiaceri di Aloise; perchè nel colloquio di Bonaventura e del suo degno discepolo se n'era lungamente parlato, e quello che Michele gliene aveva rifischiato era tale da mettere in gran pensiero il Giuliani. Ma anche questo era un discorso da non farsi in presenza d'un terzo, e il Giuliani stette mutolo, come se Lorenzo non avesse parlato con lui.

XXI

Dove si vede come si possa avere un amico, senza sapere il suo nome.

La conversazione moriva di languore. Posto tra lo sconosciuto che non poteva, e il Giuliani che non voleva dir nulla, Lorenzo deliberò di farla finita.

– Torniamo a casa; – diss'egli; – Voi sarete partito da Genova senza far colazione, e la corsa vi avrà svegliato l'appetito.

– Parlate pure liberamente; – soggiunse il Giuliani, copiando una frase dell'amico; – dite la fame; che questo è il vocabolo __ad hoc__. —

Quelle erano parole da metter fine ad ogni chiacchiera, se pure tra quei tre ci fosse stata voglia di farne. Però Lorenzo, aiutato dal vecchio, si alzò da sedere, e il Giuliani vide allora come fosse ridotto allo stremo. Del povero Salvani non c'era altro che l'ossa e la pelle.

Una tristezza infinita gli entrò nel cuore a quella vista, e si avanzò per offrirgli il braccio; ma quell'altro era stato più pronto di lui, e Lorenzo aveva accettato l'appoggio con un sorriso di gratitudine. Però il Giuliani rimase indietro, a chiuder la marcia.

Si barattarono poche parole in quella discesa, perchè la stradicciuola era sparsa di sassi e bisognava guardarsi a' piedi. Lorenzo come un convalescente che sperimenta le sue forze, badava alla strada; lo sconosciuto, tutto sollecitudine per Lorenzo, lo sorreggeva ne' passi più malagevoli, che non incespicasse, e lo esortava amorevolmente a non volersi affrettare; il Giuliani, che era sciolto d'ogni cura materiale, e poteva lasciare alle sue gambe l'ufficio di portarlo, badava allo sconosciuto, e si stupiva di udirlo a chiamare Lorenzo col nome di figlio, quando gli volgeva il discorso.

– Che novità è questa, da quindici giorni che non sono venuto alla Montalda? O donde è sbucato, questo signor padre? Che ogni dì nascano funghi, lo dice anche il proverbio; ma, padri, in verità, non lo ha mai detto nessuno. —

Così andava il Giuliani ragionando tra sè. E non credano i lettori che lo facesse pensare a quel modo un pochino di quella gelosia che tutti sentiamo al veder gente nuova farsi troppo dimestica coi nostri amici più cari. Gli amici del Giuliani, i prediletti, erano il Contini, il capitan Dodero e gli altri colleghi Templarii. Egli poi, come tutti i gran lavoratori, sentiva bensì forti simpatie, ma non aveva alcuna di quelle strette amicizie che fanno andare due uomini l'uno all'altro indissolubilmente legati, come due galeotti (scusate il paragone) dalla stessa catena. Il tempo e l'agio a far ciò, gli erano sempre mancati; non già le anime che fossero degne della sua, i caratteri che si confacessero al suo. Amava Lorenzo, perchè Lorenzo aveva bisogno di lui; ma più ancora che l'uomo, amava la lotta che per esso doveva sostenere.

Le varie vicende della vita pubblica lo avevano condotto a non vedere negli uomini se non altrettante incarnazioni di principii; però difendendo il tale, e combattendo il tal altro, non sempre amava e non sempre odiava gli uomini che era tratto a difendere o a combattere. E quante volte non gli occorse di dover chiudere le sue simpatie nel profondo del cuore! Quante volte, in cambio di odiare il nemico, non si fermò egli nel bel mezzo della mischia, per lodare un bel colpo che gli rompeva un pezzo dell'armatura! Con quanti non s'avvenne a correre una lancia, che gli erano cari, più cari di taluno de' suoi! E allora il Giuliani avrebbe fatto volentieri come Glauco e Diomede, nel più fitto della pugna tra Greci e Troiani; avrebbe barattato le armi col suo avversario, e giurato di non alzare più il braccio contro di lui.

Bei voti, buoni pei tempi eroici! Chi così fa di presente, ha nota di fiacchezza imperdonabile tra' suoi. Ed anco allora, chi sa, forse i Greci non la perdonarono a Diomede, se non perchè guadagnava nel cambio; poichè le armi del Greco erano di rame, e quelle del Troiano erano d'oro. Basta, torniamo al Giuliani, al Giuliani che combatteva, e da buon capitano vigilava sul suo campo, nè poteva patire l'intrusione di gente straniera, che poteva esser nemica, innanzi che egli l'avesse conosciuta, e passata, stiamo per dire, allo staccio.

I nostri tre viaggiatori giunsero finalmente a un punto della costiera, ove la stradicciuola si partiva in due, l'una che seguitava al basso, l'altra che saliva dolcemente verso il poggio coltivato, su cui torreggiava il palazzotto.

– Ecco la Montalda! – disse Lorenzo, fermandosi. – Un edifizio austero, ma bello.

– Austero fin troppo! – notò il Giuliani, rattenendo il passo egli pure, e alzando gli occhi a quella volta.

– È il più bel luogo che io mi conosca! – sentenziò lo sconosciuto, con un accento malinconico che contraddiceva alla lode.

– Non vorrete venire una volta a vederlo? – chiese amorevolmente il Salvani. – Il marchese di Montalto mi ha lasciato tutti i suoi diritti di padronanza, ed io posso far le sue veci con voi.

– Diritti! – borbottò il Giuliani tra' denti. – Non vogliono durar molto, se quello scorpione del Collini ha detto il vero. —

Intanto lo sconosciuto così rispondeva all'invito di Lorenzo:

– No, grazie; debbo scendere fino al paese per pigliar le mie lettere, e tornerò tra due ore. Se sarete sulla strada vi saluterò, innanzi di ridurmi a casa. —

E quasi a premunirsi contro il pericolo di un secondo invito, il forestiero, stretta la mano a Lorenzo, e fatto un profondo saluto al Giuliani, infilò la stradicciuola che metteva alla valle.

– Sempre così! – disse Lorenzo, appoggiandosi al braccio del Giuliani, per far la salita. – Non ha mai voluto muovere un passo alla Montalda.

– Dove sta egli di casa? – dimandò il giornalista.

– Lassù, – disse Lorenzo, voltandosi indietro; – di là dalla Bricca, un quarto di miglio discosto dal luogo ove eravamo seduti.

– E chi è costui?

– Non lo conosco. —

Al Giuliani cascò l'asino a dirittura. Non cascò egli, per altro; che anzi stette fermo più che mai su due piedi, e voltatosi di sbieco, guardò in volto Lorenzo, come per sincerarsi se parlasse da senno.

– Non lo conoscete?

– Ve l'ho detto; non lo conosco.

– Bravo! Ed egli sa i fatti vostri?

– A un dipresso; – rispose Lorenzo. – Vi sa di strano?

– No; che diamine? Mi sembra anzi la cosa più naturale del mondo; – soggiunse il Giuliani con un piglio che i lettori indovineranno di certo. – Se fosse un vecchio amico, capirei che s'avesse a star sulle guardie; ma un amico recente, anzi un ignoto… che s'ha a temere da lui?

– Siete ingiusto; – disse Lorenzo, che capiva il latino. – Tutto da un altro, niente da lui. Se sapeste in che modo io l'ho conosciuto!..

– Ditelo, amico Salvani, ditelo, in nome di Dio, che io possa cavarne profitto; sapere verbigrazia se non sia più utile confidare i proprii segreti, anzichè ad un amico provato, al primo che capita, che non s'è mai visto, nè conosciuto.

– Come v'infiammate, Giuliani! Calmatevi! – disse Lorenzo, accompagnando la frase con uno de' suoi mesti sorrisi. – Ho conosciuto quel signore alla Bricca, la prima volta che mi sono provato a inerpicarmi lassù, dopo la partenza del nostro ottimo Aloise. Ero solo; a salire non ho durato gran fatica, poichè andavo adagino; tuttavia, giunto al mio posto consueto, mi avvidi di aver fatto troppo a fidanza colle mie forze convalescenti. Quel signore passava di là, mentre io cascavo dalla stanchezza; mi salutò e tirò dritto. Non so perchè si sia fermato più in là; forse perchè si addiede del mio stato. Io, certo, dovevo parergli un agonizzante. Fatto sta, che egli rifece la strada e mi domandò che cosa avessi, e se mi occorresse aiuto. Lo ringraziai; barattammo alcune parole, e che so io? si sedette vicino a me, parlandomi dell'aria campestre, del cielo, del mare, del libro che avevo tra mani; a farvela breve, due ore erano passate, e stavamo ancora a conversare insieme, senza esser rimasti pur un istante impacciati. Mi ricondusse egli stesso fino al portone della villa, ed io gli dissi: a rivederci. Perchè? Non lo so. Quell'uomo mi piaceva, perchè era mesto, perchè ne' suoi modi, ne' suoi discorsi, non c'era nulla di volgare. Credete che egli operasse in tal guisa con un secondo fine? Poteva egli sapere di trovarmi lassù?

– Continuate, Salvani; il vostro racconto mi tiene attentissimo.

– Il giorno seguente egli stava aspettandomi a mezza strada, fra la Montalda e la Bricca. Seppi che dimorava in una sua palazzina, di là da quel bosco. Mi offerse di condurmi a riposare un tratto nel suo èremo; ci andai, e vidi una casa malinconica come il suo padrone. Colà rimanemmo a lungo, ragionando di mille cose e di nessuna. Non mi chiese nulla de' fatti miei; solo mi parlò di forti dolori dell'animo, i quali distruggono la sanità del corpo: e così, senza sforzo, mi sentii tratto a confessargli che il mio male era nel cuore. Anch'egli mi narrò di aver molto patito; nè mi diceva cosa nuova, perchè l'avevo già indovinata al solo vederlo. C'intendemmo in tal guisa; nè fu bisogno di più minuti particolari. Poco parlammo del presente, assai più del passato; egli mi narrò della sua sconsolata giovinezza, io della morte di mio padre sulla tomba di sua moglie, della mia povera madre. Vi accenno la cosa, perchè ricordo di averlo veduto piangere. Così diventammo amici; così venni a raccontargli una parte di me. Nè egli mi aveva chiesto nulla: egli sapeva a mala pena il mio nome, e lo sapeva per caso; poichè avendomi egli tolto, la prima volta che mi profferse il suo aiuto, pel marchese di Montalto, io gli avevo risposto chiamarmi Salvani, e non esser altro che l'ospite e l'amico di Aloise.

– Segno che non lo conosceva! – notò il Giuliani.

– Di veduta, no certo; – soggiunse Lorenzo; – ma dimorando da queste parti, e dovendo passare ogni giorno per questo sentiero, aveva veduto il palazzo e saputo il nome del padrone.

– Avete ragione; continuate.

– Ho finito. In questi ultimi giorni abbiamo continuato a vederci, e ogni nuovo colloquio non ha potuto che raffermare nell'animo mio il buon concetto che m'ero formato di lui; per modo che mi sapeva mill'anni di veder voi, l'Assereto e Aloise, per farvelo conoscere ed amare. Non amate voi i vecchi, Giuliani? Non vi par egli di starci meno a disagio che coi giovani? La loro compostezza, la severità, poniamo anco soverchia, non vi urtano, non vi opprimono, come la spensierata allegrezza, come lo spirito chiassoso, turbolento, di questi. Ogni simile ama il suo simile, voi lo sapete; e noi siamo vecchi, Giuliani, vecchi, molto vecchi qua dentro.

– Dite pur logori, se parlate per me; – soggiunse il Giuliani. – Il mio cuore ha cinquant'anni; il mio cervello ne ha cento. Tirate la somma; cento cinquanta; o non vi pare ch'io n'abbia da vendere, d'anni e d'esperienza, a moltissimi? Ora, questa m'insegna che chi si fida rimane ingannato. Quel vostro vecchio sarà un brav'uomo; ma non mi capacita. Chi è costui? Non sapete il suo nome, ed egli sa il vostro; non sapete neppure da che parte egli venga…

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
25 haziran 2017
Hacim:
500 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain