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Kitabı oku: «Terra vergine: romanzo colombiano», sayfa 14
– Basta, – diss'egli, conchiudendo, – vedremo ad ogni modo Tolteomec. Sono impegnato al giuoco, e intendo di guadagnar la partita. —
Poco dopo, vedendo che la bella Abarima non si muoveva dalle vicinanze della casa, e pensando che la sua presenza poteva essere desiderata altrove, si alzò e prese commiato.
– Che dirò a Tolteomec? – domandò la fanciulla. – Che tu ritornerai per il pasto?
– Se potrò… se ti farà piacere che io torni… – balbettò Damiano.
– Tolteomec sarà contentissimo; – rispose Abarima.
– Ebbene, farò questo piacere… a Tolteomec; – conchiuse Damiano. – Abarima, Abarima! tu non sei oggi come ieri. Ma già – soggiunse egli, nel suo vernacolo, – son pazzo io a volere che una donna sia due giorni alla fila dello stesso pensiero. Questa qua aspetta che il grande Spirito abbia dato il responso. Sente il marito in aria, e si tiene in riserbo. —
Uscito sulla piazza del villaggio, Damiano si abbattè in Cusqueia. Il naturale di Cuba andava impettito e superbo, argomento di ammirazione a tutti i sudditi di Guacanagari, per una camicia bianca che aveva indossata.
Damiano non aveva mai veduto Cusqueia in quell'arnese. Non sapeva, non avrebbe immaginato mai, che l'interpetre di Cuba possedesse una camicia.
– Ma bene, Cusqueia! – gli disse, rispondendo al suo saluto. – Chi ti ha vestito così nobilmente?
– È stato Cosma; – rispose Cusqueia, facendosi bello.
– Cosma! – esclamò Damiano, inarcando le ciglia. – Cosma, che ha due sole camicie nel suo fardello, come tutti noi, del resto… Cosma ne ha data una a te?
– Cosma buono! – rispose Cusqueia.
– Eh, non dico di no; ma quale servizio gli hai reso, per meritarti la sua camicia… di rispetto? —
L'interpetre, naturalmente, non capì il «rispetto» con cui i marinai genovesi intendevano ed intendono ancora di dire «ricambio». Ma intese sempre ad occhio e croce il pensiero di Damiano, e ingenuamente rispose:
– Cosma impara lingua di Haiti. Ieri, appena ritornato dalla fortezza, Cosma cercò amico Cusqueia, dicendogli: voglio imparare tua lingua.
– Ieri! – esclamò Damiano. – Ieri Cosma è disceso a terra?
– Sì, Cosma disceso; Cosma salito al bohio di Guacanagari; poi venuto cercare Cusqueia, per imparare lingua di Haiti.
– Strano! – mormorò Damiano. – Ed io non l'ho veduto. È vero che io sono andato alla fortezza un po' tardi. Ma egli poteva andare prima di me dall'almirante; e non c'è andato. Se ci fosse andato, me ne sarei avveduto dai discorsi del nostro grande concittadino. —
Tutti questi ragionamenti interiori non cavavano un ragno da un buco. Damiano rinunziò a capir la ragione della gita di Cosma.
– E tu? – diss'egli allora a Cusqueia. – Che cosa hai fatto?
– Io ho insegnato a Cosma: tante parole, come a te. Cosma le ha scritte, coma hai fatto tu.
– Ah, bene! – borbottò Damiano; – Cosma vuol fare un gran profitto in breve ora. —
Ma che altra novità era quella, che Cosma volesse imparare la lingua di Haiti? Scendere a terra, senza averne accennato pur l'intenzione, non era ancor nulla a petto dello studio d'una lingua, per cui non aveva mostrata mai nessuna propensione. L'idea di muoversi da bordo poteva essergli venuta lì per lì, forse per seguire e per vigilare l'amico, o per andargli a fare un cattivo servizio presso l'almirante. Questo, anzi, egli lo aveva lasciato capire abbastanza. Sceso a terra, si era pentito; non aveva spiato Damiano, non aveva cercato di parlare all'almirante; e questo vero o falso che fosse, si poteva argomentare dal fatto. Ma imparare la lingua di quei selvaggi, e proprio sugli ultimi giorni di dimora in quell'arcipelago, era un negozio molto più difficile ad intendersi. Damiano non poteva aver pace, fino a tanto non ne vedesse l'acqua chiara.
Ritornò a bordo. Cosma era là, occupato a lavare il cassero di poppa; e pareva che esercitasse il comando, tanta era la dignità con cui adempieva l'uffizio.
– Buon giorno; – gli disse Damiano.
Cosma alzò gli occhi, e guardò in faccia l'amico.
– Buon giorno; – gli rispose poi, adattandosi a quell'eccesso di cortesia, che veniva sei ore dopo la diana.
– Che cos'è che mi ha detto Cusqueia? – riprese Damiano. – Tu impari la lingua di Haiti?
– La imparo; – rispose Cosma, con breviloquenza spartana.
– E perchè… se è lecito saperlo?
– Per due ragioni; – disse Cosma. – In primo luogo per legittimo desiderio d'istruirmi. E poi… te l'ho a dire?
– Dillo, in nome di Dio.
– E poi, perchè ho cambiato opinione. L'Europa dà noia anche a me.
– Ah!
– Sicuro; e ancor io voglio restare in Haiti. —
Capitolo XIV.
In che salsa vanno accomodati gli amici quando ci guastano le uova nel paniere
Damiano si aspettava di tutto, fuorchè quella notizia, ricevuta così a bruciapelo dal suo dilettissimo Cosma. O, per dire più veramente, se anche un vago sospetto di quella novità gli era venuto allo spirito, egli si aspettava di tutto, fuorchè di sentirselo confessare con tanta tranquillità.
Ma perchè gli tornava così ostico che Cosma avesse deliberato di restare? Non restava ancor egli? E non era naturale che, vedendo lui tanto fermo nel suo proposito, Cosma avesse finito con adattarsi alla medesima fine? Tutto considerato, si poteva ricostituire benissimo la serie di argomentazioni per cui era passato l'amico. Da principio aveva tentato di persuadere Damiano a ritornare in Europa; poi si era stizzito vedendo la sua ostinazione, e aveva lasciato trapelare il disegno di ricorrere all'autorità dell'almirante. Di lì la risoluzione di scendere a terra anche lui, e di salire alla fortezza, dove l'almirante era andato. Ma per via si era pentito, o perchè gli paresse che le sue ragioni non sarebbero bastate a muovere l'almirante, o perchè temesse di render ridicolo il suo compagno, con la esposizione di quelle ragioni. E allora, non sapendo più a qual santo rivolgersi, era avvenuto a Cosma un quissimile del caso del profeta Balaam, che, andato per maledire, si era voltato di schianto a benedire. Damiano voleva restare ad ogni costo? Ebbene, non bisognava lasciarlo solo in quella terra lontana; anche Cosma, il vecchio amico, sarebbe rimasto laggiù; e la sua risoluzione avrebbe fatto arrossire di vergogna l'ingrato Damiano, per cui Cosma si disponeva ad un sacrifizio così grande.
Questa risoluzione tornava sicuramente a grande onore dell'amicizia. Si era detto, nei tempi antichi, Damone e Pizia, Niso ed Eurialo, Oreste e Pilade; si sarebbe detto, nei tempi moderni, Cosma e Damiano. È sempre bene che certi tipi, belli ma antiquati, si rinnovino, in quella stessa guisa che si rinfrescano i vecchi dipinti.
Eppure, no, la ricostituzione delle fasi psicologiche per cui poteva esser passato Cosma, non finiva di persuadere Damiano. Egli sentiva Cosma, da parecchio tempo, come uno che gli vogasse sul remo. Senza volerlo, sì, forse; ma infine, non è necessario che uno sia innocente dell'averci pestato un piede, se ci dà noia e dolore pestandolo; e tutti abbiamo in uggia il nostro compagno di passeggiata, che, senza farlo a posta, solo per vizio d'abitudine, ci dà l'eterno colpettino sul braccio.
Damiano, adunque, sentiva da qualche tempo riuscir molesto l'amico. La noia che Cosma gli aveva data in altre isole non poteva dargliela pure in Haiti? E qui certe idee vaghe, ma dolorose, passavano per la mente di Damiano. Abarima che sapeva il nome di Cosma… E perchè ciò? Come poteva ella ricordarlo, avendo veduto una volta sola, e alla sfuggita, l'amico di Damiano, mentre questi non ricordava di averne proferito il nome, vedendolo apparire nella sala del convito?
E poi, quel desiderio, manifestato da lei, che Cosma restasse! Gli amici dovrebbero star sempre uniti; bella ragione! Ma deve passare per la mente di una donna, che ami l'uno dei due? L'opposto dovrebbe essere, precisamente l'opposto.
E finalmente, quella discesa di Cosma a terra, subito dopo di lui, ma senza lasciarsi vedere da lui!.. Abarima diventata ad un tratto così capricciosa, che non pareva più quella del giorno innanzi!.. Il rumore venuto dal bosco, dove ella non aveva voluto più ritornare con Damiano!.. Ah, per tutti i diavoli!..
Lettori, vi è mai avvenuto di almanaccare su certi fatti che vi riguardassero, e di cui non sapeste darvi ragione? Voi mettevate in fila tutte le ipotesi più ragionevoli, facevate le deduzioni più logiche, ricavandone una spiegazione naturalissima del problema che vi affaticava lo spirito. Un matematico se ne sarebbe contentato; voi no. Voi andavate a cercare un fatto da nulla, quasi un fuscellino dimenticato per via, e su quello fondavate un altro ragionamento, più leggero, più sottile, più vano. Ed era quello che vi contentava di più. Perchè ciò? perchè un vago sospetto, un presentimento sordo, come la voce dell'istinto, vi diceva: la traccia è quella; tutto il resto è… logica; e la logica, in questa materia, non serve.
– Ah, per tutti i diavoli! – aveva detto Damiano, tra sè, mentre uno sprazzo di luce ideale gli balenava alla mente. – Se è così come io vedo, ti aggiusto io, bell'amico. —
Quell'altro, stando sempre a capo chino, rovesciava acqua a secchie sul tavolato del cassero, e subito dopo ripigliava a lavorare di strofinaccio. La posizione non si poteva tenere, col pericolo continuo di essere innaffiati come gambi di cavolo. Damiano colse l'occasione d'uno spruzzo che gli era venuto più vicino; e borbottando ridiscese dal cassero di poppa nella corsìa.
Ivi si trattenne un pezzo a far le volte del leone, seguitando a svolgere la sua coroncina. Non erano avemmarie nè paternostri, come vi potete immaginare.
– Ah sì, eh? Mi guasti le uova nel paniere? Vedrai, vedrai in che salsa ti accomodo. Perchè, non c'è dubbio, egli ha veduta Abarima… Questa volta, per altro, è arrivato un po' più tardi del solito. Sono meglio avviato, qui, che non fossi a Cuba. Ma qui mi preme assai più di vincere il giuoco. Fossi pazzo!.. Ho detto di voler diventare l'Infante di Haiti, il principe ereditario… e vivaddio, lo sarò, in barba a tutti i biondi dell'universo. Purchè quell'altra non sia rimasta stregata dai suoi capelli d'oro!.. Strano, del resto, questo capriccio delle donne, al Nuovo Mondo! Hanno l'oro a bizzeffe, lo dànno in cambio del vetro e del bronzo, e rimangono incantate davanti a quattro fili di quel colore. Ma non corriamo tanto coi sospetti, via! Abarima non ha ancor lasciato trapelare di avere di questi gusti sciocchi. Comunque sia, qui bisogna lavorare di fine, mio caro Damiano; «qui si parrà la tua nobilitate.», come ha detto il poeta. —
Così mulinava Damiano dentro di sè, quando vide Cosma che scendeva dal cassero di poppa. Non volle più rimanere, e si affacciò al capo di banda, per chiamare una piroga delle solite, che si aggiravano intorno alla Nina.
Cosma si fermò presso di lui, in atto di voler appiccare discorso. Ma egli non aveva nessuna voglia di tenergli bordone.
– Ti saluto; – gli disse.
– Te ne vai?
– Sì, vado a terra.
– Bravo! e dàtti bel tempo.
– Che credi? – brontolò Damiano, seccato di quella licenza. – Che ci sia solamente da sollazzarsi, a terra? Ho il mio da fare, lassù. Non debbo anche prepararti l'alloggio?
– A me? – disse Cosma.
– Certamente. Non mi hai annunziato poc'anzi che hai mutato opinione, e che vuoi restare alla Spagnuola anche tu?
– Ah sì, è vero; – rispose Cosma, che aveva l'aria di risovvenirsi in quel punto. – Ma tu parlavi di un alloggio per me; ed io mi contento di poco!
– Sei camere ti bastano?
– Anche dodici.
– Benissimo; le avrai… E la tredicesima, per il buon peso. —
Ciò detto per metà ad alta voce, e trattenendo il resto nella chiostra dei denti, Damiano scavalcò il capo di banda e saltò nella piroga.
– Ora, facciamo giudizio; – mormorò egli mentre lo schifo scivolava leggero sull'acqua. – Prima di tutto, niente a quella capricciosa principessa, che possa metterla in sospetto. Già, col poco che so della lingua di Haiti, potrei fare poco lungo discorso; non potrei di sicuro addentrarmi nelle sottigliezze di una conversazione agrodolce. —
Prima ch'egli giungesse al bohio di Guacanagari, Damiano aveva stabilito il suo disegno di battaglia. Per verità, egli si disponeva ad usare di tutte armi, e la coscienza gli rimordeva un pochino.
– Oh, infine! – esclamò, dando una scrollata di spalle. – La mia è difesa legittima. Un uomo mi vuol mettere il piede addosso, ed io non devo mandarlo a gambe levate? S'intende che io metterò mano agli estremi spedienti solo nel caso che egli abbia veduta Abarima. Se l'ha veduta, il suo intento di nuocermi è chiaro, ed io non debbo più usare riguardi. —
Si, tutto bene; ma come sapere se Cosma avesse veduto Abarima? Sospettarlo non bastava; era necessario di averne certezza. Ora, con una donna, sia pure selvaggia, non c'è mai verso di sapere quel che vi preme. Le accennate in coppe, vi risponde bastoni.
Poco sicuro del modo in cui avrebbe condotte le prime avvisaglie, Damiano salì al villaggio di Guacanagari; e come fu sulla piazza, si volse alla casa di Tolteomec. I servi stavano certamente in vedetta, perchè due naturali, che si stavano soleggiando all'aperto, entrarono subito in casa, e poco stante apparve il vecchio sull'uscio.
– Mandavo a cercare di te, – disse Tolteomec. – È l'ora di metterci a tavola.
– Ah si? molto bene! – rispose Damiano, affrettando il passo.
L'accoglienza festosa del vecchio gli parve di buon augurio. Entrò più allegro nella casa ospitale.
– Purchè tu non mi stia sempre alle costole, benedetto patriarca! – diss'egli tra sè, muovendo verso la sala del banchetto, che era già tutta preparata come pochi giorni addietro.
Abarima comparve, più bella che mai e con un'altra ghirlanda di fiori sulle chiome nerissime. Sorrise all'ospite, parve anche guardarlo con attenzione, tra curiosa e benevola, come le donne usano, che non si sa mai quale sentimento sia il vero.
Damiano, per altro, non ci badò tanto nel sottile. Era in presenza della donna amata, la vedeva sorridere e dimenticava volentieri una parte delle sue inquietudini. Aggiungete che a tavola trovava il medesimo posto al fianco di Abarima, e immaginate che egli fosse molto disposto a dimenticare anche l'altra metà.
Un pranzo non si racconta, se non quando sia da trarne occasione per descrivere le sensazioni gastronomiche dei personaggi. Del resto, il pranzo è sempre eccellente, fosse pur quello di un avaro, quando l'ospite è innamorato, e siede accanto a lui la donna ch'egli ama. Se a Damiano avessero servito in tavola un coccodrillo arrosto, metto pegno che il nostro eroe non ci avrebbe badato. Se poi gli avessero domandato come lo trovasse, di sicuro avrebbe risposto: squisito! Un pranzo è come il tempo, che si tinge sempre del colore dell'anima nostra. Il cielo è sempre azzurro, quando siamo al fianco di una cara creatura.
Or dunque, poichè torna inutile raccontarlo, finiamola con questo pranzo di Tolteomec. Abarima si è alzata, e Damiano la segue all'aperto. Ella prende un canestro di vimini, in cui sono parecchi manipoli di filamenti erbacei, disseccati e tutti di variati colori; snoda due o tre manipoli, prende alcune fila tra le dita, e si mette ad intrecciarle. È quello il suo ricamo. Damiano vuole imparar l'arte, o dice di volerla imparare, e prende occasione da questo suo desiderio, per aver sempre la faccia china sul braccio della bella selvaggia.
Tolteomec stette un pochettino a vedere. Ma egli non ci aveva le stesse ragioni, per imparare a tessere una stoia. Perciò si mosse di là, e andò in casa a prendere alcune foglie secche, arrotolate in forma di fusi.
– Ne vuoi? – diss'egli, ritornando, e offrendo uno di quegli arnesi a Damiano.
Damiano fece un gesto di orrore.
– No, grazie; – rispose. – non mi piace.
– Molto buono! – disse Tolteomec. – Questo discaccia dalla casa gli spiriti della sera.
– Per cacciare i miei ci vuol altro! – rispose Damiano.
Ma egli aveva parlato nel suo vernacolo genovese. Col gesto, intanto, ringraziava, ricusando l'offerta.
Tolteomec si fece portare dei carboni ardenti dal focolare domestico, accese la sua foglia, e poscia si allontanò. Aveva sulla piazza i notabili del villaggio, e se ne andava volentieri a barattare due chiacchiere con loro. I vecchi, si sa, hanno poco a mettere del proprio nei discorsi dei giovani. Così restarono soli sul prato Abarima e Damiano.
– Voglio imparare a tessere le stoie; – aveva detto Damiano, stringendosi più presso alla fanciulla.
– È facile; – rispose Abarima. – Vedi, come si fa?
– Vedo, ma bisognerebbe avere le tue mani. Con la tua sveltezza, del resto, e con la tua grazia, credo che non lavori nessun'altra donna. —
Abarima crollò il capo, e sorrise. Damiano incominciò a pensare di essere corso troppo innanzi coi sospetti.
E si accostava via via. Ma si accostò forse un po' troppo, ed ella incominciò a trarre indietro la spalla ignuda, su cui veniva a morire l'alito caldo della belva umana. Egli finse di non avvedersi dell'atto, e si avvicinò tanto, quanto ella si era tirata indietro. Abarima non poteva ritirarsi dell'altro, senza rimuovere il sedile. Perciò si volse a lui e gli disse:
– Per imparare a tessere le stoie, puoi stare anche più in là.
– Dove? – chiese Damiano.
– A questa distanza… così. —
E fattolo alzare, lo mise a posto lei, due spanne più in là dal suo braccio.
– Troppo lontano! – mormorò egli, con voce piagnolosa.
– Oh, basta così! Sei vicino anche troppo. —
Così dicendo, la bella Abarima sorrideva ancora. Anzi, diciamo più veramente, sorrideva senz'altro.
Donna che ride è di buon umore, ha detto il savio. E con una donna di buon umore si può fare a fidanza. Damiano prese animo ad entrarle in discorso dei suoi disegni nuziali.
– Oggi dunque, – diss'egli, – parlerò a Tolteomec.
– Di che cosa?
– Del nostro matrimonio, mia cara.
– No; non ancora, ti ho detto.
– Ma perchè? – diss'egli, – Perchè questi ritardi? Ed è male, sai? Vedi tu e giudica se non devo aver fretta, anche dopo la ragione principale dell'amor mio per te, Abarima taorib. Fra pochi giorni la nostra fortezza è finita, e il capo degli uomini bianchi fa stender le ali alla sua grande piroga per ritornarsene… in Azatlan. Prima che l'almirante se ne vada, io vorrei potergli dare una buona novella. Gli farei tanto piacere, a dirgli che sono il tuo sposo. —
Abarima volse la faccia sulla spalla, a guardare il suo interlocutore.
– E perchè tutto questo piacere? – domandò.
– Perchè egli mi ama, e la mia felicità deve esser la sua. Aggiungi che egli dovrebbe assistere alle nostre nozze.
– Come te le fai vicine! – esclamò la fanciulla, con un risolino asciutto e sarcastico.
– Ma… – disse Damiano. – Se tuo padre è contento… mi pare…
– Ed anche se fosse contento mio padre, credi tu che le nozze, da noi, si facciano così presto? Prima di tutto, bisognerebbe aspettare la luna piena: poi la risposta del grande Spirito; poi…
– Oh diavolo? – esclamò Damiano, interrompendo la filastrocca. – C'è ancora più difficoltà qui che in Europa, per metter la corda al collo di un galantuomo!
– Che cosa hai detto?
– Niente, non badare; sono sbruffi di lingua patria, e vengono così naturalmente alle labbra! Ma parliamo chiaro, e nella lingua di Haiti. Vuoi, o non vuoi? —
La fanciulla rimase un istante sovra pensiero; poi brevemente rispose:
– Tolteomec comanda. —
Damiano, a sua volta, ristette un poco, masticando la sua stizza; poi, col medesimo accento, ripigliò:
– Ma tu? che ne pensi?
– Quello che Tolteomec vuole; – rispose Abarima.
E doveva essere stizzita un pochino anche lei, perchè aveva smesso d'intrecciar le sue fila di sparto, e guardava davanti a sè, verso la macchia, non mostrando a Damiano che la sua guancia in isbieco.
– Perchè sfuggi il mio sguardo, Abarima? – diss'egli.
– Perchè guardo di là.
– Di là! c'è la macchia, di là; ed oltre la macchia, c'è la fontana.
– Ebbene?
Ebbene, – rispose Damiano, che perdeva la pazienza; – la fontana, presso la quale tu hai veduto… ier l'altro… un altr'uomo. —
Abarima diede un sobbalzo, e si volse turbata a guardare Damiano.
– Sicuramente, – ribadì egli, – un altr'uomo; il mio compagno Cosma… il cui nome ti è noto.
– Come lo sai? – diss'ella, fissandolo negli occhi, con un'aria di stupore.
– Il come importerebbe poco; – rispose Damiano, gustando, in mancanza di meglio, la feroce voluttà di avere indovinato il secreto. – Ma tu immagina pure che io lo abbia saputo dal grande Spirito. Cioè, dico male, dal piccolo spirito. Voi altri interrogate il grande, quando la luna è piena; noi abbiamo il piccolo, che vive con noi, e ci avverte, ad ogni quarto di luna. —
Abarima era rimasta lì, come trasognata.
– Di tutto? – chiese ella.
– Di tutto, e d'altro ancora. Io dunque so che Cosma è venuto qua, dalla macchia; che ti ha veduta, che ti ha parlato, e ti ha detto… tante belle cose, che tu non hai capite, perchè egli non ha potuto parlarti nella tua lingua. —
Abarima si era a grado a grado riavuta dal suo alto stupore. E Damiano, per apparirle tanto bene informato dal suo genio tutelare, incominciava a parlare un po' troppo.
– Il tuo piccolo spirito si è ingannato! – gridò ella, ridendo. – Il tuo piccolo spirito ha occhi, ma non ha orecchi.
– Come sarebbe a dire?
– Che non ha orecchi, e non sa riferire quello che è stato detto, – rispose Abarima, seguitando a ridere di gusto.
– Lascia stare gli orecchi del mio piccolo spirito; – disse Damiano, pentito di essersi cacciato troppo avanti sulla via delle scoperte. – Sono migliori che tu non creda. Fermiamoci agli occhi, che hanno veduto giusto. Puoi tu negare di aver parlato a Cosma?
– No; – rispose Abarima.
– E sentiamo; – soggiunse Damiano, dopo essersi morse un pochino le labbra; – che cosa ti è sembrato… della sua faccia?
– Taorib.
– Non è vero, che è taorib, il mio caro amico Cosma? Sono proprio contento che tu abbia su questo particolare la mia stessa opinione. E quei capelli, poi…
– Turey.
– Eh, dovevo immaginarmelo, che li avresti giudicati turey. È una maledizione, oramai. Tutte queste figliuole del nuovo mondo amano i capegli d'oro. E quelle del vecchio, niente?.. Ah, se ritorno in Europa, com'è vero Dio, mi faccio radere come una pelle di capretto, e mi compero una parrucca, per fare la mia bella figura tra le genti. Vedrete allora, mie belle capricciose, che capelli d'oro filato saranno i miei! Febo Apollo, con la sua raggiera, potrà andarsi a nascondere. Ma ci vorrà del tempo, ad esser laggiù; e qui bisogna vederne l'acqua chiara. Senti, Abarima, parliamoci schietto. Io sono un buon figliuolo, e non voglio dar noia a nessuno. Sono anche capace di un atto eroico. Tutto sta a prendermi per il mio verso, a non carezzarmi di contrappelo. Dimmi dunque una cosa, ma sinceramente, come la diresti al sacerdote del grande Spirito, quando vai a fare le tue divozioni. Lo ami tu?
– Io non t'intendo; – rispose Abarima, che era stata fin allora a sentirlo con gli occhi tesi, ma non venendo a capo di nulla.
– Ti domando se ami Cosma.
– Cosma è bello; – rispose Abarima.
– E viva la tua faccia! – gridò Damiano. – Tu almeno, figlia delle isole dell'Oceano… Ma no, che dico io? Anche in Europa si dànno, questi esempi d'audacia. Non creder dunque che la sincerità sia privilegio dei tuoi paesi.
– Che dici? – chiese Abarima, che ritornava a non intendere.
– Niente, niente; i soliti sbruffi di lingua patria. Tu dunque lo ami. E se egli chiedesse di sposarti?.. —
Abarima mise un piccolo grido, abbassò le ciglia e rannicchiò il collo tra le spalle.
– Brava! – esclamò Damiano. – Io aspettavo che tu mi rispondessi: Tolteomec comanda… quello che Tolteomec vuole… il grande Spirito… la luna piena… Brava la mia principessa selvaggia! Ma io ho il dolore di doverti dire una cosa, Abarima taorib… una cosa che ti raffredderà un pochettino il sangue nelle vene. Il mio amico Cosma non può amare la figliuola di Tolteomec. —
Abarima si scosse, e diede un'occhiata curiosa a Damiano.
– Come lo sai? – gli disse.
– Eh lo so; – rispose Damiano. – Lo so bene, perchè Cosma è mio amico da tanti anni… come fratello. L'esser venuto a vedere la bella del suo amico, te ne faccia fede solenne. È il nostro uso, in Azatlan, di vogarci sul remo, ed è prova di un affetto, di una cortesia, di una lealtà, veramente ammirabili. Incominci a non capire? Hai ragione; ritorno alla lingua di Haiti. Vuoi tu sapere, Abarima, perchè Cosma non ti può amare? Vuoi tu sapere la storia della sua gioventù?
– Racconta; – disse Abarima.
Damiano si raccolse un istante, pensando.
– Vengo meno alla data parola. Ma in fine, perchè mi guasta egli le uova nel paniere? Io sono guarito di questa passione… sicuramente, sono guarito… lo voglio essere… ho un diavolo per occhio, e non patirò mai che mi si pestino i piedi. Animo dunque, e non usiamo riguardi.
– Racconta; – ripeteva Abarima.
– Sì, racconterò, non dubitare. Cosma, per tua regola, è innamorato di un'altra donna; di un'altra donna, capisci?.. di un'altra donna, che ha i capelli biondi come l'oro… anzi, più che l'oro, biondi come il sole, quando è nel segno del Leone. Ah, che bei capelli di sole ha la donna amata dal mio caro compagno, dal mio fratello Cosma!
– Ci sono donne con capelli d'oro, in Azatlan? – chiese Abarima, con aria di stupore.
– Eh, sicuramente, mia bella. In Azatlan, oramai, non c'è altro che capegli d'oro. E si dànno via, come le perline di vetro, come i sonagli di bronzo. Ami una donna, in Azatlan! Glielo dici, ed ella subito si taglia una ciocca dei suoi capelli d'oro, e te ne fa un presente. Domanda a Cosma che ti faccia vedere quella ciocca di capelli d'oro, che porta sempre sul cuore, entro una borsa di cuoio. Vedrai che bellezza! Ma già, capisco che tu vorrai sapere la storia di Cosma, la storia dei suoi amori, non è vero? —
Abarima stava con tanto d'occhi a guardarlo, come se volesse cavargli le parole di bocca. E ne capiva così poche! Damiano s'ingegnava come poteva, a farsi intendere; ma su cento parole ne diceva ottanta in tutt'altro idioma da quello di Haiti.
– Incomincio, – riprese Damiano, – Il mio buon Cosma è nato a Genova. Non sai che cosa sia Genova? È un bohio, come questo, ma venti, trenta volte più grande. In quel bohio, che si chiama Genova, lo zio di Cosma è doge. Sai che cosa è il doge? È il cacìco di Genova. Ci sei?
– Racconta; – disse Abarima.
– Ecco, dunque. Cosma, appena fu giunto all'età di vent'anni, volle studiar medicina. Sai che cos'è la medicina? È l'arte di guarir le malattie del corpo, o di lasciarle durare, aspettando che il grande Spirito le guarisca lui. Il medico è quello che conosce la virtù delle erbe…
– E dice le parole magiche; – soggiunse Abarima; – t'intendo.
– Oh, benedetta ragazza! Tu sei dotata di una intelligenza rara. Torniamo dunque a Cosma. Egli partì da Genova, per andare a Pavia, dove poteva studiare la medicina. Andare allo studio di Pavia è una vecchia abitudine per noi naturali di Genova, fin dal tempo che il re Liutprando ci portò via i resti mortali di sant'Agostino… Ma tu non capisci queste cose, Abarima; nè io trovo le parole per fartele capire. Oltre di che, ci vorrebbe un corso di storia… Bene, capisci quello che puoi, e lascia stare il rimanente. Anch'io ero a Pavia; c'ero prima di Cosma, e soltanto in quella città ebbi modo di conoscerlo. Eravamo naturali dello stesso bohio; ci legammo subito in amicizia; studiavamo insieme, o fingevamo di studiare, che finalmente è tutt'uno. L'arte è lunga, si sa; ma quando si hanno i vent'anni, pare anche lunga la vita. —
Abarima non capiva più, e non si studiava neanche di capire. A Damiano parve anzi di vedere che ella reprimesse uno sbadiglio.
– Questi particolari ti annoiano, non è vero? E tu vorresti sbadigliare, deliziosa selvaggia? Sbadiglia pure liberamente, e consentimi soltanto di bere quello sbadiglio sulle tue labbra di cinabro. —
Abarima non represse solamente lo sbadiglio, ma anche un atto di Damiano, che veramente meritava il garofano di cinque foglie.
– Buon segno! – pensò Damiano. – La mano di una bella donna è come la lancia di Achille; ferisce, ma può risanare le piaghe che ha fatte. E siccome è una lancia intelligente, non ne farà, voglio sperare, senza avere in animo di risanarle. —
Abarima non gradiva il silenzio di Damiano. Era una selvaggia, ma era donna, e sapeva che quando l'uomo sta zitto, c'è sempre pericolo che pensi. Ora, il pensiero che non ci si manifesta con parole, è come le armi insidiose, come le pistole di corta misura, che il nostro vicino può avere in tasca, e trarle da un momento all'altro, per farci un brutto partito.
– Racconta; – gli disse Abarima, dopo la lunga pausa che era seguita al suo amabilissimo ceffone.
– Racconterò; – rispose Damiano. – Ti ho detto che eravamo a Pavia, per lo studio della medicina. Naturali del medesimo bohio, ci riconoscemmo per tali e ci legammo subito di grande amicizia, sebbene le nostre famiglie a Genova si vedessero di mal occhio. Avevamo preso a vivere insieme, eravamo inseparabili, come quei vostri piccoli pappagalli che stanno sempre a coppie, e non c'è' caso che uno si discosti un passo dall'altro. Ma l'uomo non è fatto per l'uomo, e l'amicizia non gli basta: Cosma s'innamorò di una bellissima donna, della bionda che ti ho detto poc'anzi.
– Come si chiamava quella donna? – chiese Abarima.
– Oh, non dubitare; non voglio defraudarti del nome. Si chiamava Catarina… Catarina Bescapè. Vecchia ed illustre famiglia, la sua, come la tua in Haiti. Donna Catarina abitava sulla piazza del Regisole. Hai capito? No certamente. Ma queste sono minuzie, che non importano affatto. Importa invece moltissimo il dire che donna Catarina era bellissima, quantunque avesse i capelli d'oro.
– Non ami i capelli d'oro, tu?
– Ohibò, che roba! – gridò Damiano, facendo un gesto di orrore. – Eccoli, i capelli che amo.
– Lascia stare, e racconta.
– È già un'ora che racconto, e capirai che qualche riposo ci vuole. Ma ritorniamo a Catarina. Un grande amico di Cosma se ne era innamorato… e prima di Cosma. L'amico poteva sperare di essere riamato dalla bellissima donna; anzi, ti dirò che poteva esserne certo… come si può esser certi di queste cose, specie avendo da fare con la più cruda metà del genere umano. Ma un giorno l'amico si avvide che Cosma andava troppo volentieri anche lui nella piazza del Regisole; s'insospettì, stette in agguato, disdisse la sua amicizia al rivale. Incominciarono a guardarsi in cagnesco, erano già per venire alle brutte, quando Cosma capitò d'improvviso nella casa dell'amico, gli si gittò fra le braccia, e gli pianse sul petto tutte le lagrime dei suoi occhi. Cosma non poteva più vivere, se non gli si lasciava amare la bella Catarina; Cosma si sarebbe buttato nel fiume Ticino, dove è più profondo, se l'amico non lo lasciava libero di far la corte alla sua dama. Allora io…
