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Kitabı oku: «Terra vergine: romanzo colombiano», sayfa 16

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– Voi dunque, messer Damiano, volete proprio così? Sarete contento.

– E già contento mi vedete fin d'ora, signor almirante, e pieno di gratitudine per voi. Posso dunque dire a Cosma che voi volete vederlo alla fortezza?

– Che fretta è la vostra? – esclamò l'almirante.

– Signore, non dicevate voi dianzi che sarà utile vedere fin d'oggi, con gli ufficiali, come possano essere distribuite le parti lassù?

– È vero, è vero, e voi avete buona memoria. Sia dunque chiamato il vostro amico. Manderemo indietro qualcuno.

– Vado io, se permettete. Tanto, poichè non ho da comandare, non è necessario che io venga a studiare i particolari del servizio.

– È giusto; andate dunque, messer Damiano, – conchiuse Cristoforo Colombo. – E sia fatta la volontà di un uomo, che vuole ad ogni costo… obbedire. —

Damiano non istette a ribattere la celia del signor almirante; fatto un profondo inchino, si allontanò sollecitamente, ritornando verso la spiaggia. Il palischermo non era ancora partito, ed egli ebbe tempo di rimontarvi su, per farsi condurre a bordo della caravella.

– Ah, caro il mio Cosma! – mormorava egli, avvicinandosi alla Nina. – Uomini di Plutarco come me, non ne troverai ad ogni canto di strada. Tu volevi rubarmi il posto nella casa di Tolteomec, ed io te lo lascio. Un po' per forza, è vero; ma qual è l'atto di virtù che non costi uno sforzo? Aggiungi che un altro posto ti lascio, e questo era mio, destinato a me dalla espressa immutabile volontà del signor almirante. Io ho filato, e son nudo; tu non hai filato, ed hai due camicie. Ti compensino esse di quella che hai regalata all'interpetre. Caro il mio Cosma, che facevi l'inconsolabile! il messer Francesco Petrarca, senza lo sfogo del Canzoniere! Ma già, anche del Petrarca e del suo costante amore, sappiamo che cosa si debba pensare. —

Damiano sorrise a se stesso, contento com'era del suo ragionamento.

– Vediamo, – proseguì, dopo essersi padroneggiato; – che cosa faccio io? Mi vendico, forse?.. Eh sì, un pochettino. Il mio caro ed amato Cosma resterà preso al suo laccio. Egli non era invaghito di Abarima; dovrà giulebbarsela, e si seccherà… oh, si seccherà, molto prima che non avrei fatto io. Perchè certamente io mi sarei seccato, con quella pelle rossa. Che idea è stata la mia? Ma già, con le donne, si pigliano certe ubbriacature! Un po' la galanteria, che è sempre viva nell'uomo, un po' il sangue, che non è acqua, un po' il puntiglio, che è sempre appiattato nel fondo dell'anima, in compagnia dell'orgoglio suo padre, e addio roba! Lì per lì, sembra di toccare il cielo col dito; e poi… oh vile umanità!.. —

L'arrivo del palischermo contro il bordo della Nina interruppe un trattato di filosofia pratica, che avrebbe potuto durare dell'altro, magari dalle acque di Haiti fino alle coste di Spagna.

Cosma, che aveva veduto partire Damiano mezz'ora prima, fu maravigliato di vederlo ritornare; e più maravigliato di vederselo venire incontro, con aria risoluta ed allegra, come se nessun dissapore fosse mai stato tra loro. Ma se di ciò poteva maravigliarsi Cosma, non si maraviglierà certamente il lettore. Damiano poteva star grosso con l'amico, fino a tanto che l'amico gli dava noia, contrariando i suoi disegni. I disegni di Damiano erano per allora tutt'altri, e l'animo suo si era mutato del pari. Egli poteva andare incontro a Cosma, ridendo e canterellando, come andò incontro ai ladri il viandante della favola, poichè fu alleggerito della borsa.

– Tu sei di buon umore; – disse Cosma, dopo avergli fatto un cenno di saluto.

– Sì, caro, come sempre, quando le cose vanno a modo mio.

– Ah, me ne congratulo.

– Grazie, non t'incomodare; avremo tempo, se resti in Haiti, come mi hai annunziato.

– Certamente; – rispose Cosma, guardandolo negli occhi. – Ma perchè non sei lassù, nelle tue solite occupazioni?

– Comando dell'almirante; – disse Damiano. – Ha dimenticato certe faccende, che son tornato io a sbrigare per lui. Sai che domani egli parte, dopo aver messa a posto la colonia?

– Domani?

– Sicuramente; tutto è all'ordine, lassù. Non resta che di destinarvi il presidio. Anzi, tra le cose che dovevo fare, c'è questa, di avvisar te che il signor almirante ti vuole a terra, e subito.

– Vuol me? per che fare? – esclamò Cosma, stupito.

– Non so; mentre ero sul punto di ritornare, mi ha detto: a proposito, avvertite il vostro amico messer Cosma, che lo aspetto alla fortezza; devo parlargli. Così mi ha detto, nè più nè meno. —

Cosma stette un pochino sovra pensiero, cercando dentro di sè che cosa potesse volere l'almirante da lui. Ma non trovò nulla di nulla; perciò si strinse nelle spalle, e si alzò, per andare alla scaletta di bordo.

– Debbo aspettarti? – diss'egli a Damiano, prima di giungere al capo di banda.

– No, io non potrò sbrigarmi così presto; – rispose Damiano. – Ho da cercare qualche cosa fra le carte del signor almirante. Poi ho da far raccogliere e portare a terra certe minuterie per gli scambi, che a lui non bisognano più e che serviranno meglio a noi altri. Addio, dunque, e a rivederci più tardi. —

Cosma, ingannato dalla calma apparente, e più dalla parlantina dell'amico, scese nel palischermo e si fece condurre alla spiaggia. Damiano lo guardava intanto con la coda dell'occhio.

– E dire, – pensava egli, – e dire che mi rincrescerà di piantarti, all'ultim'ora!.. Perchè, infine, si era amici per la vita e per la morte. E se non era questa selvaggia capricciosa, la nostra amicizia sarebbe durata fino alla morte. Aveva già superate tante prove! E perchè non dovrebbe superare quest'altra?.. No, per tutti i diavoli, no; – soggiunse Damiano, cacciandosi la destra sotto il corpetto di lana e comprimendosi il cuore. – No, viscere infame, stai zitto! La mia vendetta, per questa volta deve passare avanti tutto. Una gran vendetta, poi! Vi faccio un regalo, miei cari sposini. Vivete felici, crescete, moltiplicate, e ch'io non senta più parlare di voi. —

Capitolo XV.
Come fu inaugurata e presidiata la fortezza del Natale

Era il secondo giorno dell'anno 1493, quando si potè dire che la fortezza fosse finita di tutto punto, da otto giorni che era stata incominciata. S'intende che non era una gran fabbrica; non bastioni, non mura, ma fossi, argini e terrapieni, sul fare delle moderne fortificazioni passeggere, o piuttosto degli antichi accampamenti romani, poichè, alla guisa loro, l'argine interno era difeso da una palizzata che correva tutto in giro. Nel mezzo del terrapieno sorgeva un grosso torrione di legno, entro il quale stavano al coperto le munizioni da bocca e da fuoco, che Cristoforo Colombo aveva fatte estrarre dalla Santa Maria naufragata. Il provvido almirante aveva aggiunto alle provvigioni della fortezza tutto ciò che non era strettamente necessario alla Nina; poichè questa doveva ritornare senz'altre esplorazioni in Ispagna.

La fortezza così costruita ebbe nome dal Natale, essendo nella notte sopra quel giorno naufragata la Santa Maria. E come il legname della nave naufragata era servito a formare l'ossatura del torrione, così i suoi cannoni servivano alla difesa della nuova costruzione. Quelle due bombarde e quei quattro falconetti erano più che bastanti a tenere in rispetto non solamente un popolo ignudo e quasi inerme, come quello di Haiti, ma gli stessi Caribi, se mai avessero ardito far nuove incursioni sulla costa, perchè essi d'altro non andavano armati che di archi, con frecce di canna, chiaverine di legno, e piccole accette di selce.

Del resto, diceva l'almirante, più che dal timore così facilmente ispirato nei naturali dell'isola, i nuovi coloni dovevano trarre argomento di sicurezza dalla loro disciplina e dalla bontà paterna con cui avrebbero trattate quelle pacifiche tribù, avvezze oramai a venerare gli stranieri navigatori come figli del cielo.

La mattina del 2 gennaio, adunque, vestito in pompa magna e seguito dai suoi scudieri tutti coperti d'acciaio brunito, il grande almirante del mare Oceano scese nel suo palischermo alla spiaggia. Erano là ad aspettarlo gli ufficiali ed i marinai delle due caravelle, che tosto lo seguirono per il noto sentiero fino al villaggio di Guacanagari, e di là alla fortezza del Natale.

Innanzi di scendere nel palischermo, Cristoforo Colombo aveva scambiate alcune parole con messer Damiano.

– Come? – gli aveva detto. – Voi non venite a terra?

– Signore, – aveva risposto Damiano, – è ben necessario che qualcheduno stia alla custodia della Nina, lasciata per un giorno così sola. E dopo ciò che la vostra bontà mi ha consentito questa mattina…

– Sì, sta bene; – rispose Cristoforo Colombo, ridendo. – Ma non sarebbe una buona ragione perchè voi rimaneste a bordo, senza pur dare un abbraccio agli amici. Dubitate già della vostra fortezza d'animo? e temete di mutare ancora una volta di opinione?..

– Signore, – disse Damiano, umiliato, – avete ragione a rider di me.

– Celiando, non è vero? – soggiunse l'almirante, battendogli amorevolmente la mano sulla spalla. – L'amicizia consente lo scherzo, purchè non ecceda. Restate dunque, se così vi pare.

– No, messere; – rispose Damiano. – Poichè tutto è inteso oramai, e per dimostrarvi che questo cambiamento è stato l'ultimo… se mi permettete, verrò. —

Così, anche Damiano aveva seguito l'almirante. Del resto, a bordo della Nina restava un pilota, e parecchi uomini di guardia con lui. La presenza di messer Damiano non era dunque necessaria.

Sulla piazza del villaggio, Guacanagari era venuto incontro al capo degli uomini bianchi. Offriva a tutti una refezione, il buon cacìco di Haiti; ma Cristoforo Colombo non poteva accettarla che due ore più tardi, quando fosse compiuta la cerimonia della inaugurazione del forte Natale e del giuramento dei nuovi coloni che dovevano esserne il presidio. Il cacìco fu anzi invitato a quella solennità militare, e con lui i più notabili tra i naturali del luogo.

Preceduto dal suo trombettiere e dall'alfiere che portava la bandiera di Castiglia, l'almirante entrò dal ponte levatoio nel forte. I due equipaggi, armati di archibugi e di scuri, lo seguirono, andando a schierarsi contro le palizzate. Cristoforo Colombo, avendo Guacanagari al suo fianco, e i suoi ufficiali d'intorno, prese posto in mezzo al quadrato.

Era uno spettacolo solenne per sè stesso; ma più solenne lo rendeva la figura maestosa di Cristoforo Colombo, la cui fronte alta e bianca, illuminata da un raggio di sole, e lo sguardo azzurro, che volentieri spaziava nei mondi lontani, avevano un certo che di sacerdotale, effondendo tutt'intorno un senso di cose sacre ed arcane.

Impugnata l'asta della bandiera che l'alflere gli aveva presentata, Cristoforo Colombo fece un passo avanti e parlò alla sua gente.

– Compagni ed amici, – diss'egli, – trentanove di voi rimarranno a formare la prima colonia castigliana del nuovo mondo. Questo è un grande onore, ed altresì una grande malleveria. Confido che essi saranno degni dell'uno e dell'altra, ricordando di esser qui nel nome di don Ferdinando e di donna Isabella, re e regina di Castiglia e Leone. Rodrigo di Escobedo, vogliate leggere, anzi tutto, i nomi dei marinai destinati a rimanere nell'isola di Spagnuola. E a mano a mano che i nomi saranno letti, escano gli uomini dalle ordinanze, e vadano a destra, per allinearsi sotto gli ordini di Pedro Gutierrez. —

Rodrigo di Escobedo, regio notaio, cavò dal giustacuore un rotolo di carta, lo dispiegò, e lesse ad alta voce trenta nomi di marinai; e questi, ad uno ad uno, usciti dalle ordinanze, andarono a mettersi in fila, a pari con Pedro Gutierrez, primo pilota della Santa Maria.

– Compagni ed amici, – ripigliò Cristoforo Colombo, dopo che l'ultimo chiamato ebbe preso il suo posto, – ho pensato che alla nuova colonia bisognino uomini esperti di alcuni particolari uffizi: un bombardiere, un calafato, un legnaiuolo, un bottaio, un sarto, un cerusico. Rodrigo di Escobedo, leggete i nomi degli uomini che io destino a questi servizi. —

Rodrigo di Escobedo spiegò da capo il suo rotolo di carta, e lesse i sei nomi; ad ognuno dei quali un uomo si mosse ed andò a collocarsi a destra, presso i trenta uomini allineati.

Ultimo dei nuovi chiamati era il cerusico. Ma non è da credere che fosse un dottor fisico, un medico, od altro di somigliante. Cerusico, nelle antiche marinaresche, era un marinaio che faceva il barbiere. A quei tempi, ed anche nei tre secoli che seguirono, il marinaio che maneggiava il rasoio sulla faccia dei compagni, sapeva all'uopo trattar la lancetta. Ed anche faceva dei discepoli, senza essere professore d'università, poichè insegnava la doppia arte del radere e del cavar sangue, dello sfregiare i volti e del medicare le piaghe, ad un suo giovane alunno, che assumeva il nome di barbierotto.

Trentasei uomini erano ordinati in disparte. Allora Cristoforo Colombo riprese a parlare.

– Voi, Pedro Gutierrez, pilota della Santa Maria, e voi Rodrigo di Escobedo, regio notaio, mettetevi a capo di questi uomini, riconoscendo per vostro comandante il nostro capitano di giustizia don Diego di Arana, che in virtù dei poteri vicereali a me conferiti dalle Loro Altezze io destino al comando del forte Natale e della colonia castigliana nell'isola Spagnuola. —

Qui il nostro Damiano incominciò a dar di gomito al suo buon amico Cosma, che gli stava da lato.

– Ed ora a te, mio caro; – diss'egli sottovoce. – Mi duole, sai, di non restare con te; ma poichè il signor almirante ha voluto così…

– Sciocco! – mormorò Cosma, tirando indietro il suo braccio.

– Come sarebbe a dire? – esclamò Damiano.

– Sciocco, ti ripeto; – tornò a dirgli Cosma. – E accoppami poi, se ti piace. Ma ora sta zitto; il signor almirante ci vede. —

Il signor almirante riprese il suo discorso.

– A voi, don Diego di Arana! prendete questo vessillo, fatelo sventolare sull'alto della torre, e adoperate in guisa che sia riverito e temuto. Dovunque è la nostra bandiera, ivi è la patria nostra. Voi, ora, che siete destinati al presidio del forte, alla difesa di questa bandiera, nel nome della Santa Trinità, per l'onore di Ferdinando e d'Isabella, per la gloria della Spagna, giurate fedeltà ed obbedienza al vostro comandante don Diego di Arana.

– Giuriamo! – gridarono tutti, da Pedro Gutierrez fino all'ultimo dei soldati.

Allora Diego di Arana si avanzò alla sua volta, prese la bandiera dalla mano dell'almirante, snudò la sua spada, e abbassandone la punta verso di lui, così ad alta voce parlò:

– Ringrazio Vostra Eccellenza della fede che in me riponete, e farò di mostrarmene degno per l'onore dei nostri sovrani e per la gloria della patria, che saranno i miei pensieri costanti. Ed ora, secondo il vostro comandamento, signor vicerè, almirante e governatore generale, isserò la bandiera che mi avete affidata, sulla torre del forte Natale. —

Ciò detto, salutò con la punta della spada, e si avviò, seguito dai suoi trentotto uomini, verso il ponte levatoio della torre. Pochi momenti dopo, raccomandato ad una sagola corrente, il vessillo di Castiglia e Leone saliva in vetta al brandale della torre di legno. E la gloriosa ascensione dei colori di Spagna nel sereno del cielo fu salutata dal rimbombo delle artiglierie; un rimbombo inatteso, che fece tremare il cacìco Guacanagari, e cadere i notabili della sua corte sulle braccia del loro vicini spagnuoli.

Cristoforo Colombo si volse cortesemente a rassicurare il suo buon amico Guacanagari. Quelle terribili macchine che vomitavano fuoco non erano destinate ad offendere i pacifici abitanti dell'isola, bensì a proteggerli contro i loro nemici Caribi. La cosa era già stata detta più volte; non era male ripeterla ancora a quei semplici uomini; i quali, vinto il primo ed involontario moto di paura, si abbandonavano volentieri alle più pazze dimostrazioni di allegrezza.

Lasciata una guardia sufficiente nella torre, Diego di Arana ritornò sulla spianata, col grosso dei suoi.

– Abbracciate i vostri amici che restano; – disse Cristoforo Colombo ai suoi marinai. – Avete tutti due ore di libertà; poi ritorneremo alla nostra caravella, per salpare le áncore. —

Damiano era rimasto un po' sconcertato.

– O come? – diss'egli a Cosma. – E tu non hai avuta la tua destinazione?

– Ci sarà tempo; – rispose Cosma, alzando le spalle.

– Tempo? Non troppo. L'almirante ha detto che fra due ore si mette alla vela. E per intanto bisognerà accettare la refezione che ci offre il capo dei Lestrigoni.

– Che Lestrigoni? che ci hanno a far qui le tue reminiscenze classiche? Non siamo già in paese di antropofagi.

– Oh, non badare. Dicevo così per dire. Sono anzi carissima gente. Peccato che io non possa restarci!

– Come? e tu hai cambiato opinione?

– Sì, caro, cioè… non io, veramente, ma il signor almirante, che ha preferito di godere della mia compagnia fino alle coste di Spagna.

– Ma bravo! e quando è stato questo cambiamento?

– Questa mattina… poche ore fa… mentre si veniva alla fortezza.

– Oh guarda, guarda! – esclamò Cosma, con l'aria di uno che cascasse dalle nuvole.

– Sai? – ripigliò Damiano, felice di essersi levato quel peso dallo stomaco. – Io lo dicevo poc'anzi, che mi doleva della nostra separazione; e tu, senza starmi a sentire, mi hai detto sciocco.

– Ebbene? non ho io forse ragione?

– Non mi pare; – rispose Damiano. – Si può esser modesti, e non credere di meritare un titolo così alto.

– Capisco che bisognerà trovartene un altro più umile; – riprese Cosma, ridendo. – Ma allora, di modesto che volevi essere, mi diventerai orgoglioso.

– Senti, – conchiuse Damiano, – fa una cosa equa e ragionevole; non mi dare nessun titolo.

– Il nome solo, adunque?

– Sicuramente; Damiano, nient'altro che Damiano. —

Così dicendo, Damiano pensava:

– O non ha l'aria, questo caro ed amato Cosma, di volermi chiamare… Tolomeo? —

Cristoforo Colombo si mosse, per ritornare al villaggio. Damiano a sua volta si scosse, e in compagnia di Cosma seguì la brigata. Guacanagari aveva convitati quel giorno tutti i suoi amici Spagnuoli nella residenza reale. La casa, sicuramente, per quanto fosse spaziosa, non sarebbe bastata ad accoglierli tutti; ma il savio cacìco aveva fatte disporre le mense in giardino, e là c'era posto per dugento, magari per cinquecento persone.

L'almirante e i suoi ufficiali notarono con grata maraviglia che il loro ospite aveva copiate le usanze d'Europa, da lui osservate a bordo della Nina, facendo stendere sulle tavole dei pezzi di cotone tessuto, a guisa di tovaglia. Quanto ai sedili, non aveva avuto da copiar nulla, poichè i sedili c'erano, in Haiti, e più belli e più ricchi a gran pezza di quelli che aveva l'almirante nel suo castello di poppa. S'intende che al banchetto di Guacanagari i sedili non erano tutti intagliati e ornati d'oro, come i due che si vedevano destinati al cacìco e al suo ospite. Tutte le case dei notabili avevano data la parte loro di sedili, per modo che ogni invitato potè trovare il suo posto, e aspettare comodamente le imbandigioni della cucina Haitiana.

Alla tavola, o, per dire più veramente, alle tavole di Guacanagari non sedevano donne. E questo fece piacere a Damiano; quel piacere agro dolce con cui si usa di assaporare la mancanza di una noia alla quale eravamo già predisposti, credendola inevitabile.

Ci sono dei dolori che vegliano, e dei dolori che dormono. Lascio i primi, e mi fermo ai secondi, per dire che essi stanno in noi, e non si fanno sentire, se non quando è toccata e tormentata la parte del corpo in cui hanno posto dimora. Così era un certo dolore di Damiano. A patto di non vedersi davanti agli occhi Abarima, la capricciosa selvaggia, egli si sentiva abbastanza tranquillo.

Una pena in apparenza più forte era per lui in quel momento l'idea di doversi separare tra poche ore da Cosma. Erano concittadini, erano amici, si erano ritrovati per tanto tempo a vivere insieme, a pensare insieme, ed anche, pur troppo, ad amare insieme. Son cose, queste, che imprimono carattere, e diventano in noi come una seconda natura. Senza quel tormento di Cosma ai fianchi, come si sarebbe sentito solo! Pari di condizione, avevano fatti i medesimi studi; da sei o sette anni non si erano lasciati per un giorno intiero. Non andavano sempre d'accordo, oh no! se ne dicevano qualche volta di crude e di cotte; ma infine, a questo trattamento scambievole si erano anche avvezzati. Tutto ciò, da un momento all'altro, sarebbe finito… E perchè? perchè a lui, Damiano, era piaciuto di restare in Haiti e di sposare una pelle rossa; perchè a Cosma era saltato in mente di restare anche lui, e di guastargli le uova nel paniere. Ed egli, Damiano, si era seccato, aveva risoluto di andarsene, lasciando l'amico nella trappola che questi aveva immaginato di tendere a lui. Il tiro, perbacco, era da furbo; ma non era, perdiana, da amico. Damiano incominciava a sentirsi nel fondo dell'anima la puntura di un piccolo rimorso, e immaginava che il giorno seguente, a bordo della Nina, quella puntura gli sarebbe diventata una piaga.

Povera amicizia, che i poeti hanno cantata come un amore senz'ali! Fate che una donna si metta di mezzo, e vedrete dove va l'amicizia. Il che, forse, prova che l'amicizia è un sentimento superficiale, incompiuto, artificiale in gran parte. Certo, non è un sentimento originale, connaturato nella specie umana. Se lo fosse, Domeneddio avrebbe disposte diversamente le cose; prima di fare quel grande miracolo che sapete, avrebbe creati e messi a discorrere insieme due uomini. Non vi pare?

Questi ed altri pensieri consimili chetarono lì per lì i rimorsi del nostro Damiano. Del resto, l'allegria d'un banchetto non è fatta per lasciar pensare a lungo; e molte tristezze ad una cert'ora vanno affogate nella varietà dei discorsi che escono di cento bocche, e delle bevande che entrano in cento stomachi assetati. Per quel giorno Damiano faceva a fidanza coi liquori del Nuovo Mondo; dal liquore del cocco fermentato, a quello del palmizio distillato, li accettò tutti ad occhi chiusi. Intorno a lui, così facevano tutti. Lo stesso almirante, che aveva capito dove si andasse a parare con una refezione finale in casa di Guacanagari, aveva annunziata la partenza per quel giorno, ma solamente per potere ad una cert'ora far suonare a raccolta; nell'animo suo era già fermo il proposito di lasciar dormire quella sera la sua gente nei ranci, rimandando la partenza al mattino seguente. Ignoravano questa concessione i marinai; ma si erano governati come se ci contassero sopra; e bevevano, e ridevano; e qualcheduno, più tenero, incominciava a piangere la lagrimetta affettuosa dell'amicizia inumidita, anzi diciamo pure inzuppata.

E proprio allora, Dio misericordioso, dovevano capitare le dame? Spettatrici lontane, sì, appostate fra gli alberi, ma pur sempre spettatrici. Damiano intravvide tra quelle graziose ma inopportune creature, la sua bella e crudele Abarima.

– Che vuole costei? – borbottò egli tra i denti. – È venuta a farsi beffe di me? Mi vedrai ridere, cara, mi vedrai ridere di gusto, come non ho riso mai, dacchè sono cascato in questa valle di lagrime. Caro il mio Sancio Ruiz, – diss'egli, al suo vicino di destra, – versami da quella amabile zucca una goccia di liquore, ma che non sia una goccia da avaro. Sento che mi rinfresca il palato. Va giù come l'acqua. Ottima è l'acqua; lo ha detto Pindaro. Non conosci Pindaro, amico Sancio? È un poeta greco, che ha detto molte cose, ma tutte assai meno chiare di questa. —

E ciarlava, il buon Damiano, cercando di svagarsi. E beveva ancora, tenendo bordone a tutti i discorsi, rimbeccando tutti i motti che si volgevano a lui. Così bevendo e ciarlando, capirete che si svagò quanto occorreva, ed anche un tantino di più. Sancio Ruiz, non era più Sancio Ruiz; diventava Rodrigo di Triana, poi un altro, e ancora un altro, fino a diventar Cosma, Tolteomec, Diego di Arana e Cusqueia. A quell'ora non c'erano più razze, non c'erano più gradi; tutti amici, tutti fratelli, e viva l'allegria.

– Tolteomec, io t'amo; – diceva Damiano. – Ci dobbiamo lasciare; ma non importa, io t'amo. Perchè non ti risolvi di venire con noi in Azatlan? Capisco; tu vuoi restar qua, perchè sei innamorato di Caritaba… no, dico male, di Abitaba… cioè, no, di Carabima. Oh, infine, si chiami come le pare. Quando un nome non vuol venire, si lascia stare. E bisogna anche lasciar stare le donne. Usane con parsimonia, amico. La scuola di Salerno lo raccomanda; lo raccomandano a gara Celso, Galeno e… quell'altro… chi è più quell'altro? Aiutami a dire, per bacco!

– Sei ubbriaco, mio caro; – gli disse Sancio Ruiz all'orecchio.

– Io ubbriaco! Sei matto? non so chi tu sia, caro amico, perchè un po' mi sembri uno, un po' mi sembri un altro. Ma questo è effetto di strabismo. Del resto, che cosa fa il nome, quando c'è la persona? Il nome, quello, è un ritrovato dell'uomo.

– Che diavolo annaspi tu ora?

– Sì, ripeto, un ritrovato dell'uomo; che cosa ci trovi di strano? L'uomo dice: io mi chiamerò così e cosà… Cioè, no, non lo dice lui, ma un altro per lui… il prete che lo battezza… Se, per esempio, il prete avesse battezzato quest'acqua di cocco, dicendole: tu ti chiamerai vino di Cadice… Che cosa volevo dire? Ah, ecco, che tu ti chiami Gutierrez, e che oggi si sta allegri a quel Dio! Viva l'almirante, e crepi chi gli vuol male. —

Si era rimasti abbastanza a tavola. Il signor almirante si alzò, e il cacìco Guacanagari con lui. Quali di buona voglia, e quali a malincorpo, ad uno per volta si alzarono tutti i commensali. Damiano si alzò, perchè si alzava Pedro Gutierrez, ossia Sancio Ruiz, o, se vi piace meglio, Rodrigo di Triana. Il nome, del resto, non fa e non conta; che cosa è il nome, quando c'è la persona? Damiano, adunque, si alzò da sedere, perchè si era alzato il suo vicino di destra, quello che gli versava da bere. Ma appena fu in piedi, sentì di non essere in gambe, e di aver bisogno del braccio di Tolteomec; cioè, no, di Cusqueia; anzi, no, di Diego di Arana; o meglio, del primo venuto, purchè lo sostenesse bene.

Frattanto, nel vasto giardino di Guacanagari, i crocchi, i capannelli, si andavano facendo e disfacendo senza posa. Erano anche in gran numero gli abbracci, i baci, le tenerezze. Chi rideva e chi piangeva. Certuni, come Damiano, piangevano tutt'insieme e ridevano.

– Buona notte, amici! – balbettava Damiano. – Voi restate, io parto. E poichè parto, aspettate, vi faccio un discorso. Bisogna andare. Il comando è quello; e quando c'è il comando, l'uomo, sia marinaio o soldato, deve obbedire. Tutti obbediscono, all'uomo, alla donna, al destino, alla legge di natura. Si va, si va, e qualche volta si arriva. Noi arriveremo. Addio, dunque, miei vecchi amici. Oh, sei qua, tu, Cosma? Ti saluto e ti abbraccio. Ti prego di abbrac… no, abbracciare, no! Ti prego di salutarmi tanto e poi tanto Caritaba, quella divina selvaggia… quella selvaggia fera, come direbbe un petrarchista. Addio, caro biondino! Ma che vedo? a proposito di colore… che cos'è? ci hai già la pelle rossa anche tu? —

Cosma (perchè era lui, quella volta, e Damiano, per miracolo, non si era ingannato chiamandolo a nome) Cosma prese l'amico sotto il braccio, e lo condusse fuori, col resto della comitiva.

– Caro amico! son proprio contento di sentire il tuo braccio sotto il mio… o il mio sotto il tuo… Fa lo stesso, non è vero? Son proprio contento. Tu non lo sarai ugualmente, già me lo immagino. Te l'ho fatta! ma devi perdonarmela, vedi, devi perdonarmela. Perchè infine, capirai, certi tiri agli amici non si fanno. Ero già il re di Haiti, o stavo per diventarlo. E tu non l'hai voluto; tu sei venuto a vogarmi sul remo. Confessalo, è stata un'azionaccia. E non per me, finalmente. Un regno! che cos'è un regno?.. Ma intanto, ecco un povero paese che sarà per tua colpa infelice. Se pure non hai fatto giuramento di renderlo felice tu stesso!.. Ma già, non riescirai, te lo pronostico io. Tu sei troppo grave, troppo accigliato, troppo malinconico, mio caro; non sei l'uomo, per questo popolo, lasciatelo dire, non sei l'uomo. Vuoi che te lo canti in musica? Non sei l'uomo. Io, io, ero l'uomo per questa gente; li avrei fatti stare allegri dalla mattina alla sera, e dalla sera alla mattina. Sire, il popolo soffre! Soffre? Ebbene, balli, e beva, sopratutto, beva molto. Chi beve balla; e se non balla lui, gli balla la terra sotto i piedi, come a me in questo punto. Perchè io sono felice, mio caro. Scusami, sai, perdonami la mia felicità. Io non ne posso nulla; è stato il desiderio dell'almirante; e credi pure che mi strappa le lagrime. Ahimè, Cosma! ti vedrò io più, su questa buccia di limone? Parto, ti lascio, addio, voglimi bene e non se ne parli più. Vado in Ispagna; ma non fo conto di trattenermi molto. Andrò in Italia, e laggiù… laggiù, voglio accasarmi ancor io. Bisogna farla tutti, prima di morire, la gran corbelleria. Sposerò anch'io… chi sposerò?.. Se è vedova, guarda, la sposo lei… Se non è vedova lei, sposo Giasone del Maino. —

Cosma non diceva parola. Era profondamente seccato di quella parlantina dell'amico e temeva ad ogni istante di sentirlo dar fuori. Alle ultime frasi, poi, gli diede una stratta poderosa, tentando di ricondurlo in carreggiata. Ma quell'altro non era in grado di capirlo.

– Ti dispiace? – ripigliò. – Forse hai ragione. Il cane non deve ritornare dove fu bastonato. Quanto al legista, capirai che dicevo per ridere. E mi fa ridere, quel Giasone del Maino. Con quella faccia di cartapecora! Ma come ha potuto madonna Ca… —

Damiano non potè finir la parola. Cosma non gli aveva più dato una stretta, ma un pizzicotto.

– Che c'è? – gridò Damiano. – Mi hai forse preso per lei? Oso dirti che se ella fosse nei miei panni, avrebbe strillato peggio delle oche del Campidoglio, quando Manlio Torquato andò… Cioè, dico male, non era Manlio Torquato… Ebbene, sia chi vuol essere, io non voglio impicciarmi di storia, a quest'ora.

– A quest'ora, dovresti star zitto; – gli brontolò Cosma all'orecchio.

– Eh, potrebb'essere un buon consiglio; – rispose Damiano. – Ma se io tacessi, vedi, mi addormenterei. E chi dorme non piglia pesci.

– Non hai bisogno di prenderne; hai bisogno di trovarti nel tuo rancio, e di smaltire la tua… come chiamarla?

– Chiamala come vuoi, ma aggiungi che è solenne.

– Ah, te ne avvedi?

– Sì, per bacco baccone! Credi che io non ci veda, dentro di me? Ho studiato filosofia, e l'uomo interiore l'ho tutto qua, sulla palma della mano.

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
25 haziran 2017
Hacim:
380 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain