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Kitabı oku: «Terra vergine: romanzo colombiano», sayfa 8

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E levatasi una rossa fascia di lana che portava in cintura, la porse a lei in presente. Caritaba ringraziò, battendo le palme e saltando.

Era giunta l'ora di lasciare il villaggio. I marinai volevano essere prima di notte alla costa. Saputo della loro risoluzione, tutta la tribù si diede a gemere, a guaiolare, come se fosse accaduta una grande sventura.

Ma poco valevano i pianti. Il destino era quello. Fata trahunt, avrebbe potuto dir loro Damiano, che sapeva di latino. Ma a qual pro', se i naturali di Cuba non capivano il latino?

Il drappello si pose in cammino, accompagnato dal saluti, dai gemiti, dalle acclamazioni di tutta la tribù. Era un tumulto assordante, aggravato ancora, se pur ce ne fosse stato bisogno, dalle grida dei pappagalli, che gli Spagnuoli dovevano portare con sè, per non aver aria di sgradire i donativi di quell'ottima gente.

– E tacete, che il diavolo vi porti, animali molesti, nemici dell'uomo! – gridava Damiano. – Se almeno si capisse il vostro linguaggio!

– Tu non hai pazienza; – gli diceva Cosma.

– Ne ho, perdincibacco, ne ho quanto occorre; – rispondeva Damiano. – Ma queste bestie maledette, la farebbero perdere a Giobbe.

– Ah sì! bell'esempio che tu porti! un uomo che si lagnava dalla mattina alla sera, e dalla sera alla mattina.

– E credi che non ne avesse ragione? Vorrei vederti, con quel po' po' di disgrazie e di guidaleschi addosso! e con quella razza di amici! e con quella donna, poi! Felice te, Cosma, che non hai preso moglie!.. —

Il viso di Cosma si rabbuiò, a quel discorso di Damiano.

– Scusami, sai; – ripigliò Damiano, vedendo, o piuttosto indovinando l'effetto delle sue parole. – Volevo dire: felice te, che di amici chiacchieroni non ne hai alle costole che uno.

– E lo amo, e son lieto di avercelo; – disse Cosma, stendendogli la mano.

Si erano fermati un istante, alla svolta del sentiero, per mandare un ultimo saluto alla tribù, che era tutta quanta affollata all'ingresso del villaggio, in atto di contemplare i figli del cielo.

– Che è? – disse Cosma. – Uno dei naturali viene verso di noi, correndo come una lepre.

– Che cosa vorrà? – disse Damiano. – E che diavolo porta egli in mano? Qualche cosa di verde. Una foglia di palma, forse? A te, che hai un occhio di lince, e l'altro di falco; vedi un po' tu.

– Povero Damiano! – esclamò Cosma, non potendo trattenere un sorriso. – Sta a vedere che quella palma è per te! Infine, non hai tu trionfato? e non la meriti? Ma pur troppo, amico mio, non è una foglia di palma. Tura gli orecchi, Damiano; è un pappagallo.

– Che il diavolo si porti anche quello; – gridò Damiano. – Ma perchè poi dovrebbe essere destinato a me? Non sei tu il capo della spedizione? I donativi vanno al comandante, mi pare. —

Il naturale si avvicinava. Quella sua pelle color di rame non permetteva agli Europei di riconoscerlo. Ma bene lo distinse l'interpetre.

– Marito a Caritaba; – diss'egli.

– Che cosa ti dicevo io? – mormorò Cosma all'orecchio di Damiano. – È il marito della bella: ti porterà un ultimo saluto di lei. —

Era infatti il marito dell'indiana, a cui erano state fatte tante buone accoglienze il giorno innanzi, e tanta festa un'ora prima. Veniva egli con un pappagallo nel pugno; e giunto alla presenza degli Spagnuoli, guardò un poco nel crocchio, per cercare il suo uomo; lo ritrovò, diede un grido, e gli offerse il pappagallo, dicendo con breviloquenza spartana:

– Caritaba… Damiano.

– Cari… – balbettò Damiano, confuso.

– Caritaba; – gli rispose una voce.

Ma non era la voce dell'indiano; era la voce del pappagallo.

– Diciamo dunque Caritaba; – conchiuse Damiano, rassegnandosi. – E tu, Cusqueia, sapientissimo tra gli araldi, chiedi a questo ottimo naturale per qual ragione abbia portato a me un così maraviglioso presente. —

L'interpetre capì ad un bel circa il pensiero di Damiano. E parlò al marito di Caritaba; ne ebbe la risposta, e la riferì prontamente a Damiano.

– Caritaba, – diss'egli, – contenta dono Damiano. Figli del cielo amare bestie parlanti. Caritaba mandar bestia parlante Damiano.

– Grazie! – rispose Damiano, commosso, ma non fino alle lagrime. – Dica quell'ottimo naturale alla sua dolce metà che io terrò questo pappagallo sul mio cuore, finchè mi duri la vita. —

L'interpetre capì quel che potè, disse quel che gli parve meglio, e fece saltare quell'altro dalla gioia.

– È contento vedi? è contento; – rispose Damiano. – Ma già, quell'ottimo naturale ha il suo segreto in corpo. Egli ha letto Plutarco, e sa il motto di Temistocle: a nemico che fugge, ponte d'oro. —

Il marito della bella indiana levò le mani, salutando; fece una giravolta da ballerino, e prese il volo verso il villaggio.

– Guarda, – disse Cosma, – guarda come è bene arnesato.

– Arnesato, di che? Mi par nudo.

– Non vedi? Ha la tua fascia rossa alle reni. —

Damiano guardò, e riconobbe la fascia che egli aveva donata un'ora innanzi alla bella Caritaba.

– Ah figlio di cane! e cane egli stesso! – gridò. – Ma quell'altra… quell'altra, che gli ha ceduto il mio regalo!

– Caro mio, non accusare quella povera donna. Non avrà potuto rifiutarlo ad una domanda del suo signore e padrone. Quella fascia, del resto, era arnese da uomini; doveva andare ad un uomo. Egli ha veduto che tu la portavi in cintura; l'ha voluta, e l'ha messa anche lui in cintura.

– O giù di lì! – disse Damiano.

– Ma di che ti lagni, uomo incontentabile? – riprese Cosma. – È venuto ancora a portarti il cambio del tuo presente; il pappagallo, la bestia parlante…

– Cosma! – brontolò Damiano. – Giobbe aveva parecchi amici; tre, se io ricordo bene la Sacra Scrittura. Ma io ne ho uno, che fa per trenta.

– Mi rinchiudo nel mio guscio, – rispose Cosma, – e non ti dico più nulla. —

Damiano se ne ritornò verso la costa, tenendo sul pugno il suo pappagallo, che di tanto in tanto gli veniva ripetendo:

– Caritaba!

– Sì, Caritaba! e aggiungi anche taorib, bestia malnata! – borbottava Damiano. – Io dunque ti porterò in Europa, perchè tu m'introni sempre gli orecchi, con quel tuo Caritaba?

– Senti, – si provò a dirgli Cosma, – ora tu sei maravigliosamente ingiusto. Vorresti dunque che egli ti dicesse… Samana?

– Ah sì, non ci mancherebbe più altro; – rispose Damiano. – Ma infine, tu mi ci fai pensare: qui non è tutto male. Caritaba val meglio di Samana; alla Spagnuola è scongiurata la mala sorte di Bohio. Mi dirai che mi contento di poco. Ebbene, che fa? Uno sguardo, una parola, un pensiero, un ricordo; ecco l'amore.

– Caritaba! – gracchiò il pappagallo. – Caritaba!

– O senti, tu! non potresti cambiarmela, una volta tanto, la musica? – gridò Damiano, seccato. – Dirmi, per esempio, Caratiba? Carabita? Catariba? Ah sì, perbacco, Catariba. È quasi come dir Catarina; non è vero, Cosma? —

Cosma non rispose più sillaba. Si era per davvero rinchiuso nel suo guscio.

Quella sera, udita la relazione de' suoi messaggeri, Cristoforo Colombo depose la speranza, o l'illusione, di essere pervenuto ai confini orientali del Cattaio, e di dover mai, per quel viaggio almeno, usare della scienza poliglotta di don Luigi de Torres.

Selvaggi, selvaggi, ancora, selvaggi sempre. Terra vergine, adunque: e non era la realtà più bella del sogno?

Capitolo VIII.
Nel quale si ripete su per giù la medesima storia

Dobbiamo noi raccontare partitamente ogni cosa? riferire ogni particolarità del viaggio di Cristoforo Colombo? Badate, lettori umanissimi; si ruberebbe il mestiere al buon Las Casas, vescovo di Chiapa, il quale ha narrato tutto per filo e per segno; oppure a quell'altro scrittore, che corre il mondo sotto il nome di Fernando Colombo, figliuolo dell'almirante e di donna Beatrice Enriquez, fingendo di narrare la vita del suo genitore immortale, e non facendo altro che copiare il Las Casas. Del resto, intorno ad Haiti, come intorno a Cuba, come intorno a tutte le isole scoperte nel primo viaggio di messer Cristoforo, troppe cose, nel seguirsi che fanno, si rassomigliano; e voi fareste colpa al narratore di una monotonia, ch'egli, per amor vostro, vorrebbe ad ogni costo evitare..

Ecco qua, per esempio. La mattina del 14 dicembre, persuaso di non essere in vicinanza del Cattaio, l'almirante si muove con le due caravelle per andare un'altra volta in traccia della favolosa Babeque. I venti contrarii glielo impediscono, ed egli si contenta di visitare un'isola che si vede all'orizzonte, di rimpetto ad Haiti. Ci arriva, e dall'abbondanza di tartarughe marine che ritrova in quelle acque, dà all'isola nuova il nome di Tortugas. Anche là i naturali scappano dal lido, alla vista degli stranieri; anche là il paese è amenissimo; una valle stupenda riceve il nome di Paradiso; un bel fiumicello è battezzato (della sua propria acqua, m'immagino) col nome di Guadalquivir. Dopo di che, nel giorno 16 dicembre, l'almirante rimette alla vela, e, se ne ritorna ad Haiti, o alla Spagnuola, se meglio vi piace.

In una rada, che porta oggi ancora il nome di puerto de Paz, l'almirante fece a mala sorte buon viso; approfittò della inerzia a cui lo obbligavano i venti contrari, per stringere più intime relazioni coi naturali dell'isola. E là ricevette la visita di un giovane cacico, che pareva aver fatti i suoi studi in Europa. Era venuto alla spiaggia in lettiga, portato da quattro uomini, e scortato da dugento. Quando egli giunse a bordo della Santa Maria, l'almirante era a tavola, co' suoi ufficiali. Voleva alzarsi, per ricevere l'augusto visitatore; ma l'augusto visitatore non lo permise, e nella sua lingua, che tosto tradusse un interpetre, lo pregò di non far cerimonie. Egli aveva lasciati i suoi uomini, parte a terra, e parte nelle piroghe; due soli lo accompagnavano alla mensa dell'almirante, due vecchi, forse due ministri, forse due consiglieri aulici. Cristoforo Colombo gli offerse di prender parte al suo modesto desinare; e il cacico si degnò di assaggiare, forse per mostrargli di aver gradita la cortesia, ma subito passando il cibo ai suoi consiglieri. I quali stavano attenti a guardarlo, spiando ogni moto delle sue labbra, come se volessero coglierne a volo le idee, prima che fossero compiute le frasi. Tutte cose, come vedete, che somigliano a quelle d'ogni tempo in Europa. Ma già, è noto all'universo mondo che noi non abbiamo inventato nulla; neanche la polvere da cannone. E non mi stupirebbe, a questo proposito, se un giorno o l'altro si venisse a sapere che i Cinesi, duemil'anni fa, avevano già inventata la polvere senza fumo. Nel qual caso, a noi non resterebbe altra gloria che di avere inventato il fumo senza arrosto, che è, come a dire, la polvere negli occhi.

Il giovane cacico offerse all'almirante una cintura di grazioso lavoro, e due piastrelle di quel prezioso metallo che ad ogni approdo gli Spagnuoli vedevano in troppo piccola quantità, sentendosi dir sempre che le miniere, o i depositi naturali, o i tesori pubblici, si ritrovavano più in là, verso levante, o più su verso settentrione; ora a Bohio, ora a Babeque, ora a Cibao. Che diavolo intendessero dire i selvaggi delle Lucaie, o delle Antille, con certi nomi di luoghi lontani, è rimasto un arcano nella storia.

Cristoforo Colombo ricambiò nobilmente i donativi del giovane cacico. In primo luogo gli diede un pezzo di stoffa colorata, che molto gli piacque, e di cui certamente egli si fece fare, dal sarto di Corte, un mantello regale; poi una coroncina di chicchi d'ambra, perchè dicesse le sue preghiere, quando fosse diventato cristiano; quindi un paio di scarpe di cordovano, che gli avranno procacciate le prime delizie della Venere… Callipigia; da ultimo una boccetta d'acqua di fior d'arancio. E ci si venga poi a sostenere che i maggiori dell'immortale Genovese non erano di Quinto!

Qui si scherza un pochino per rallegrar la materia; ma non ignorando neppure che ogni bel giuoco dura poco. L'almirante mostrò al giovane cacico alcune monete d'oro, all'effigie di Ferdinando e di Isabella, tentando, con l'aiuto degli interpetri, di fargli capire che quelle due immagini esprimevano i volti di due potenti sovrani, dalle cui terre egli era venuto, attraverso l'Oceano. Il cacico ammirò, ma non volle intender altro che questo: che gli stranieri in mezzo a cui si ritrovava, erano venuti dal cielo. Poveri naturali del nuovo mondo! e poveri, sopra tutti gli altri, i naturali di Haiti! Mai fu presa da creature umane una cantonata più solenne di questa.

Il ricevimento era finito, e il giovane cacico fu ricondotto a terra nei bargio dell'almirante. Mentre egli approdava, si sparavano in suo onore i cannoni della Santa Maria e della Nina. Egli rimontò in lettiga, i portatori si rimisero in moto, e la processione dei suoi sudditi si distribuì nell'ordine con cui era venuta. Non c'era altro di nuovo che i presenti dell'almirante, portati in gran pompa da due naturali, che camminavano davanti al lettighieri. Pareva un trionfo romano in miniatura.

In quei giorni, Cristoforo Colombo seguitò a costeggiar l'isola di Haiti, piantando croci qua e là, per far atto di possesso, e dando nomi a nuovi porti, a nuove rade che andava visitando. Quando fu nel porto di San Tommaso, nella moderna baia di Azul, ebbe la visita di altri cacichi a bordo, tutti amici, tutti confidenti ad un modo, e desiderosi d'una visita ai loro distretti. Ma non si potevano contentar tutti; si rimandavano consolati a mezzo con le buone accoglienze e coi soliti donativi, in ricambio delle solite piastrelle d'oro.

Una visita di maggiore importanza fu ricevuta il 22 dicembre, essendo le navi in prossimità della Punta Santa; un nome attenuato dai moderni nell'altro di Punta onorata. Si avvicinò al bordo della nave capitana una grande piroga, piena di naturali, inviati da un potente cacico, chiamato Guacanagari, che governava tutta quella parte dell'isola.

Il principale di quegli inviati portava in dono all'almirante una larga cintura, ingegnosamente fatta di osso e di chicchi colorati, ed una maschera di legno, i cui occhi, il naso e la lingua, erano d'oro. Recava inoltre una imbasciata a nome del suo signore, il quale pregava che si conducessero le due caravelle rimpetto alla sua residenza, situata sul promontorio a cui l'almirante aveva imposto il nome di Punta Santa, ricordato poc'anzi.

Il vento, che soffiava al traverso, non permetteva di contentare il desiderio di Guacanagari. L'almirante pensò di restituire per intanto la visita, e nella medesima forma che aveva usata il cacico.

– Rodrigo di Escobar, – diss'egli allo scrivano della piccola armata, – voi siete regio notaio; a voi si pertiene di rappresentarmi in questa circostanza, presso questo cacico Guacanagari, che dicono essere il principe più ragguardevole di quest'isola. Volete andar voi a portargli i miei ringraziamenti, e i miei donativi?

– Io farò in tutto secondo i comandamenti di Vostra Eccellenza; – rispose il degno tabellione.

– E voi altri, già si capisce, – soggiunse l'almirante, volgendosi ai due Genovesi, – come pratici di queste spedizioni, accompagnerete don Rodrigo.

– Ai vostri ordini, messere; – rispose Cosma, per sè e per l'amico Damiano.

Damiano, del resto, aveva già risposto per conto suo, dandosi una stropicciata di mani.

– Senti, – diss'egli sottovoce a Cosma, – questa volta rifiuto i pappagalli. —

Si erano messi in cammino, Rodrigo di Escobar, due Spagnuoli, i due Genovesi, e Cusqueia, il naturale di Cuba. I primi tre andarono insieme; l'ultimo per dar ragione alla massima evangelica, andava innanzi a tutti; i due Genovesi chiudevano la marcia.

– Mi sai dire, Damiano, – incominciò Cosma, quando si fu avviato il drappello, – perchè tu sei sempre così… —

E non sapeva risolversi di finire la frase.

– Così… come sarebbe a dire? – chiese Damiano.

– Così… dedito agli amori; – soggiunse Cosma. – Tu non pensi più altro, oramai.

– Non mi pare, Cosma, non mi pare. Cita dei fatti, se n'hai.

– Dei fatti, no, veramente; ma i tentativi, le intenzioni, non si contano più. Tu pigli fuoco peggio dell'esca.

– Meglio, se mai! – disse Damiano. – Ti raccomando la proprietà della lingua.

– E meglio sia; – disse Cosma. – Tu dunque lo ammetti, di essere diventato troppo tenero? E ti capisco, sai? ti capisco.

– Ah sì, sentiamo che cosa capisci.

– Che tu cerchi di passarla, di obliare, di affogare i tuoi dolori nelle pazze avventure, come un altro li affogherebbe nel vino. —

Damiano stette un poco in silenzio; tanto che l'altro immaginò di essersi apposto al vero.

– È così, – riprese Cosma, – non puoi negarlo.

– Senti, – rispose pacatamente Damiano, – t'inganni. Ma già, è il tuo costume. Tu hai preso sempre lucciole per lanterne, mio buon amico. Ti ricordi, a Pavia, di quella bella dama che vedevamo là, dalla Torre del pizzo in giù? Una volta ebbe a dirtelo chiaro e tondo: Messer Gi… oh scusami! volevo dire: messer Cosma… dove avete la testa? E a me la divina signora Eleonora soggiungeva in disparte: «il vostro amico non è mai presente a quel che dice, nè a quello che fa; perchè studia la medicina? non potrebbe studiare l'astrologia, o la cabala?»

– Tira via! – disse Cosma. – È storia antica.

– E di tutti i giorni, per te. Le alte cagioni che la signora Eleonora non sapeva, persistono. Tu sei l'uomo dell'unico amore, ed io non te ne faccio le mie congratulazioni; no, perchè tu sei un malato cronico. E vuoi che tutti siano malati come te. No, caro; io son risanato. Che cosa t'ho a dire? avevo il petto sano, io. Sicuramente, ho sofferto ancor io la mia parte; ma poi ho fatto un ragionamento… Hai tu mai osservato, Cosma, che la filosofia è la pietra di paragone dello spirito? Quando un uomo può filosofare, è forte; quando non può più filosofare, è fritto.

– E tu hai sempre filosofato!

– No, pur troppo, non sempre. Fritto, per verità, non sono stato mai; ma ad un bel punto di cottura, sì, quella volta sono stato, come tanti e tanti altri. Ma poi, ho capito, ed ho riconquistata la mia freschezza di mente. Mens sana in corpore sano. Infine, a qual pro' tutte queste pene d'amore? Un pochettino di febbre, non dico di no, tanto per ravvivar gli occhi e dar colore alle guance. Specie quando la gioventù incomincia a mancare. Ah, la gioventù, caro amico! quella è una gran cosa. Fino a tanto c'è quella, non muor la speranza.

– Speranza! – disse Cosma. – Di che?

– Di passare qualche giorno allegro, che diamine! di aver l'illusione e il gusto superficiale di tutte le cose che ad approfondirle troppo ti dànno invece il dolore. E qui, perbacco, nel nuovo Mondo, io voglio tante allegrezze quanti dolori mi ha cagionati il vecchio. Mi dirai che non per questo siamo venuti di laggiù, a raggiungere il nostro concittadino, per trovar nuova terra o affogare con lui. Ma al disegno per cui siamo venuti, siamo stati fedeli; non ti pare? Quanto a me, se ho adempiuta per questa parte la mia promessa, posso anche darmi bel tempo, non vedere che il mio capriccio, non seguire che quello. Vedere, conoscere, saper tutto quello che si può, ed abbracciare altrettanto, ecco la vita del savio.

– Sopra tutto abbracciare! – disse Cosma.

– Eh, forse; – rispose Damiano. – Ma capisco che un uomo non basterebbe. Ah, se tutte le donne del mondo avessero una testa sola!

– Bravo! e se in quella testa ci fossero due occhi che non ti vedessero volentieri!..

– Taci! incomincio a credere che sia così… anche al nuovo Mondo. E mi pare di averne trovata la ragione, sai? L'altro giorno, vedendomi in quel coccio di spera che ci è rimasto per guardarci le macchie sul viso, ho notato che i miei capelli son neri. E tu sei biondo, Cosma, sei biondo a quel dio! Ma che cosa vuol dire, che quando una donna si vede davanti due uomini, un bruno ed un biondo, ella è molto cortese col bruno, e molto tenera col biondo? —

Cosma rispose alla domanda con una alzata di spalle.

– Ubbie! – esclamò.

– Eh, niente ubbie, verità sacrosante. Non ti parlerò della vecchia Europa, che m'annoia, solamente a pensarci. Ma ecco qua delle donne nuove, degli occhi innocenti, dei vergini cuori. Che cosa fanno? Sorridono al bruno, ma scelgono il biondo. Cosma taorib! E sai perchè ti trovano taorib?

– Non dir sciocchezze, via! Per una che ha preso questa cantonata, c'è da fare un trattato? Samana ha commesso l'errore; Caritaba lo ha riparato.

– Ah sì, parliamo di Caritaba! Che cosa n'ho avuto? Un pappagallo; un pappagallo che, bontà sua, mi ha levato l'incomodo la mattina seguente, rivolando alla spiaggia.

– E dovevi tenerlo per tutta la vita sul cuore!

– Già, per farmi beccare il costato, come un altro Prometeo! Non più pappagalli, mio caro, nè avvoltoi, nè altre bestie che ti rodano il cuore. Ce n'ho già abbastanza della gelosia che m'inspirano i biondi. Tu mi guardi, Cosma? Ebbene, sì, questa è la verità; non ero geloso di te, in Europa, e mi pare di avertelo dimostrato, da galantuomo; sono geloso qui, dei tuoi capelli biondi e della tua aria da serafino. Anzi, senti, volevo dirtelo l'altro giorno, e poi mi sono pentito; facciamo ancora una prova, ho detto tra me… Se la prova mi viene come a Bohio, ti pregherò, caro amico… quando ci siano spedizioni da fare, ti pregherò con molto garbo, a discendere a terra tu solo, o di lasciare che scenda solo io, per correre la mia ventura da solo.

– Matto! – disse Cosma, sorridendo.

– Ah sì, matto mi chiami? Così tu potessi chiamarmi biondino!

– Pure, – ripigliò Cosma, – la tua tesi non regge. Giulio Cesare, di cui vorresti augurarti le fortune, aveva neri i capelli.

– Non mi parlar di Cesare; quello era calvo come un ginocchio; tanto che gli permisero di metter corona d'alloro.

– Augusto, allora.

– Lascialo stare; doveva esser calvo anche lui. Non ti ricordi che portava sempre il cappello in testa, perfino quando era nelle sue camere, per paura d'infreddarsi? Lo racconta Svetonio. Parlami dei biondi, Cosma; parlami d'Apollo.

– Apollo… è il sole. Rammenta la sua bella statua di bronzo dorata, che ammiravamo a Pavia.

– Il Regisole, sicuramente. E vorrei avere i suoi capelli d'oro, e durar come lui. Ti vorrei vincere, allora! ti vorrei sopraffare! —

Cosma sorrideva dei pazzi discorsi di Damiano. Intanto, con quei discorsi, non si era veduta la strada. Ma di questa si davano pensiero i tre Spagnuoli e l'interpetre.

– Signori, – disse Rodrigo Escobar, rivolgendosi indietro, – voi siete molto allegri, quest'oggi!

– E come no, don Rodrigo? – disse di rimando Damiano. – Si va alla corte di Guacanagari, un re potente e ricco, che vorrà, speriamo, accoglierci degnamente.

– E voi vi preparate all'udienza, – ripigliò l'Escobar, – parlando tra voi una lingua… una lingua…

– Indiavolata, volete dire? Badate, don Rodrigo: è lingua genovese, e molto somiglia alla catalana.

– Non mi pare. Del catalano qualche cosa capisco; del vostro genovese non capisco niente.

– Quanto avete guadagnato, don Rodrigo! – esclamò Damiano. – E quanto abbiamo guadagnato noi! – soggiunse egli mentalmente.

Intanto erano giunti sull'erta, alla vista dell'abitato. La città di Guacanagari sorgeva per l'appunto sovra un ripiano, il cui lembo estremo pendeva sul dirupo a cui Cristoforo Colombo, vedendolo da lungi, aveva imposto il nome di Punta Santa. Le case erano molte, e regolarmente spartite, almeno sulle vie principali; ed erano case di legno, sì, ma edificate con un certo garbo artistico, e con qualche idea di disegno, specie per il modo in cui erano disposti i tronchi di pino, che tenevano luogo di mura maestre.

È stato detto (da un matematico, sicuramente) che Iddio, in cielo, geometrizza; e gli uomini, aggiungo io, gli uomini, fatti a similitudine sua, geometrizzano in terra. Il quadrilatero, l'esagono, l'ottagono, il circolo, il cono, son forme geometriche familiari al selvaggio; e queste forme egli esprime naturalmente nella casa, quando incomincia a fabbricarsene una. Il circolo e il globo sono ancora le sue forme predilette, quando ha da foggiare il primo calice e il primo vaso di terra. Su quella stoviglia, poi, egli imprimerà i primi segni della sua arte bambina, in poche linee regolari, geometriche per conseguenza; spezzate, s'intende, ma ripetute con uniformità matematica. Una cosa sola non saprà farvi, nè seguitare, fino a che non abbia inventate le seste: dico la linea diritta. Ma l'uomo non è nato perfetto. E poi, anche dopo l'invenzione delle seste… non so se mi spiego.

Le case dunque erano fatte con garbo, ed anche disposte in bell'ordine, ognuna d'esse col suo giardino intorno: cose da selvaggi, che gli uomini civili non si sono più curati d'imitare. Ed erano belle a vedersi da lungi, coi loro tetti acuminati, intessuti di foglie di palma, per modo che la pioggia vi potesse scorrer sopra, senza far visite a domicilio. Ed erano anche belle a vedersi da vicino, con le loro finestre sotto la gronda del tetto; talune con un terrazzino all'ingiro, talaltre coi loro porticati a pian terreno, facilmente, anzi naturalmente ottenuti dalla disposizione delle antenne, dei tronchi d'albero che sostenevano l'edifizio, non avendo nel mezzo altro ingombro che una scala di bambù, per la quale si ascendeva alle stanze, e che probabilmente all'ora del riposo si tirava su in casa, per maggior sicurezza. Ma forse questa è una mia supposizione, che fa onta ai costumi di quell'ottima gente. Animali feroci, giaguari o gatti salvatici, non ce n'erano, nell'isola di Haiti; nè l'idea di nuocere all'uomo era ancor penetrata nello spirito dell'uomo; donde è facile indurre che quelle scale di bambù restassero anche di nottetempo al posto loro. In qualche luogo le antenne, o pali che vogliam dire, sparivano sotto una gaia veste di verde; grazioso lavoro di piante rampicanti, che mandavano la pompa delle foglie di smeraldo e i lor grappoli di fiori odorosi a rallegrare il terrazzino soprastante. Le vie del paese erano larghe, come dovevano essere in un luogo dove il bisogno non misurava lo spazio: e la piazza maggiore, poi, non aveva nulla da invidiare ai villaggi d'Europa.

Questa era, veduta esternamente, la capitale di Guacanagari. Le case, vedute di dentro, avrebbero fatto morir d'invidia, non pure le massaie di tanti nostri villaggi, ma delle istesse città.

Il popolo, nell'ora in cui giunsero i messaggeri delle navi, era tutto fuori dell'abitato ad accoglierli. In quella folla color di rame erano spruzzate le gaie note del bianco e del rosso, indizio primo e sicuro d'un principio di vestimenta. Le donne, infatti, portavano quasi tutte certi guarnelletti di cotone, che si stringevano alla vita e non giungevano al ginocchio, lasciando scorgere tutta la eleganza del busto e le gambe fini e nervose. Meno coperti erano gli uomini, contenti della lor fascia alle reni; ma essi mettevano tutta la cura dell'adornamento mascolino nelle loro capigliature, legate a ciuffo sull'alto della testa, un po' verso la nuca, donde usciva a mo' di cresta di pavone un piccolo fascio di penne, verdi, rosse, gialle ed azzurre. Uomini e donne avevano la carnagione d'un bel colore metallico; di rosso cupo, come la terra di Napoli, con una velatura di lacca carminata; il color di rame, insomma, quando lo esalta e lo rallegra la viva luce del sole. A questo color di carnagione bisogna farci l'occhio, lo capisco ancor io; ma domandate a Damiano, che ci si era avvezzato, e sarà capace di rispondervi: facce pallide, guance smorte, cere d'ospedale, voi siete i frutti d'una civiltà di stufa; venite alla Spagnuola, e vedrete di che tinta abbia creato Domineddio il primo uomo, del quale io veramente non so che farmi, e la sua dolce compagna, che mi preme assai più.

Diavolo d'uomo, quel Damiano! Ma sapete voi che prima d'entrare in paese egli aveva fatti i suoi apparecchi di civetteria? In primo luogo si era diligentemente ravviati i capelli; poi s'era arroncigliati i baffi in forma di due rubacuori; da ultimo aveva fermate un po' meglio nella rivolta della berretta alcune penne di pappagallo, che il giorno innanzi aveva ritrovate nei boschi. Sicuramente, il nostro allegro Genovese voleva far colpo sulle belle suddite di Guacanagari. Ah, se per colmo di fortuna fosse stato anche biondo!

Furono accolti, come al solito, da grida festose. Tutto quel popolo acclamante si era precipitato incontro a loro, e si accalcava ai lor fianchi, ma con rispettosa foga, se mi è lecito di accoppiare due concetti come questi, che a tutta prima sembrano escludersi l'un l'altro. Voglio dire, del resto, che la calca festante non si buttava in mezzo alle persone che voleva onorare, non cercava di romperne le file, di travolgerne, di sballottarne, di soffocarne le parti disgiunte, come farebbe in simili casi ogni folla civile d'Europa. Sentite, i selvaggi hanno del buono assai; quasi quasi vo sulle tracce di Damiano, mi fo selvaggio ancor io.

Guacanagari, il cacìco della regione, sedeva nel mezzo della gran piazza centrale, circondato da tutta la sua casa, figliuoli, donne, guerrieri e servitori. Lo spettacolo non era senza maestà. Le lance e gli scudi, senza alcuna traccia di metallo, non scintillavano al sole; ma nella regolarità della loro disposizione contentavano l'occhio, mentre lo rallegravano i vivi colori dei guarnelletti, dei mantelli, delle fasce di cotone, che spiccavano per entro a quella massa di rame. L'aggruppamento delle persone, poi, dava un aspetto sommamente pittoresco alla cerimonia che stava per cominciare.

Alla vista di quell'apparecchio solenne, i messaggeri si fecero più gravi nel volto e più composti negli atti. Rodrigo di Escobar, tutto compreso della sua dignità di ambasciatore, come lo era sempre della sua dignità di regio notaio, si fece avanti di due passi sulla prima fila dei suoi colleghi. Da un lato, e in disparte, conscio dell'ufficio a cui era destinato dalla sua parlantina, si avanzava il naturale di Cuba, come nelle ordinanze militari il guidone a sinistra.

All'avvicinarsi dei messaggeri, e vedendo quello che veniva tutto solo con tanta nobiltà di contegno, Guacanagari si alzò dal suo alto seggio di bambù, e mise in atto di amicizia una mano sul cuore.

– Sei tu, – diss'egli, – il capo del figli del cielo? —

La domanda fu subito raccolta e tradotta da Cusqueia, che s'incaricò di tradurre la risposta di Rodrigo d'Escobar:

– Non son io. Il capo dei figli del cielo deve invigilare i suoi uomini e le sue grandi piroghe, a cui il vento contrario non permette di avvicinarsi fino alla vista della tua sede reale. Egli manda un suo ministro a salutarti, e a portarti il pegno di amicizia degli uomini bianchi.

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
25 haziran 2017
Hacim:
380 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain