Kitabı oku: «Max Leitner»
Clementine Skorpil
MAX LEITNER
IL RE DELLE EVASIONI
ROMANZO
Traduzione di Duccio Biasi

Clementine Skorpil
Laureata in Sinologia e in Storia, scrive per il quotidiano austriaco “Die Presse” ed è professoressa incaricata alla FH Wien. È autrice di romanzi e di numerosi racconti ed è stata insignita di vari premi per racconti brevi. Vive nella Bassa Austria con suo marito e i suoi due gemelli.
Ogni riferimento a persone esistenti è da considerarsi puramente casuale e involontario. Tutte le persone citate, eccetto Max Leitner, sono frutto di fantasia.
INDICE
ICH SAZ ÛF EIME STEINE
SEDEVO SU DI UN MASSO
PARTE PRIMA
I DANNI DELLA TEMPESTA
UNA LEGGENDA
L’IMPIEGO DEGLI ELICOTTERI
IL VALZER DELLA BIONDINA
LA VITA
IL PREZZO DEL NOLEGGIO
F17
TRADIMENTO
TARDA ESTATE
GUERRA
ACCERTAMENTO DEL NUMERO LEGALE
SEDEVO SU DI UN MASSO
ADDIO INNSBRUCK BELLA
PACE
TRAPANARE E LAVORARE
ULTIME DOMANDE
VIAGGIO IN ITALIA
IL VERDETTO
FUORI IN ATTESA
IL PRINCIPIO DI LEITNER
ESSERE FUORI
GUARDIE E LADRI
RESTARE FUORI
NEL PARADISO DELLE VACANZE
HALLALÌ!
MALESSERE
LA GRANDE PAROLA D’ONORE DI UN BANDITO
EUREKA!
PARTE SECONDA
IL MAESTRO
GIOCHI AL COMPUTER
VA’ PENSIERO, SULL’ALI DORATE
PENSARE POSITIVO
PIZZINI
FRATELLINO E SORELLINA
SPINGERE PIETRE SU PER LA CHINA
IL PRINCIPE E LA PRINCIPESSA
MAX IL FORTUNATO
VEDERE NEL FUTURO
BONNIE E CLYDE
PERDUTO
NEL BOSCO E NEI CAMPI
TROVATO!
SOGNO DI UN FURGONE BLINDATO
SCARTOFFIE
ARRIVA L’ISPETTORE
I GIORNI DELLA CANICOLA
CHI NON INTRISE IL SUO PANE DI PIANTO
GIACULATORIA
NAMASTÉ
LEITNER MAX IS OUT
ON THE ROAD AGAIN
CONTRO I MULINI A VENTO
CASABLANCA
CHARLES LINDBERGH
INTIMIDAZIONE
PURGATORIO
BUNGA BUNGA
PARADISO
LEVIATANO
COMMIATO
POSTFAZIONE
RINGRAZIAMENTI
ICH SAZ ÛF EIME STEINE
Ich saz ûf eime steine,
und dahte bein mit beine;
dar ûf satzt ich den ellenbogen;
ich hete in mîne hant gesmogen
daz kinne und ein mîn wange.
dô dâhte ich mir vil ange,
wie man zer welte solte leben.
deheinen rât kond ich gegeben,
wie man driu dinc erwurbe,
der keinez niht verdurbe.
diu zwei sint êre und varnde guot,
daz dicke eim ander schaden tuot:
daz dritte ist gotes hulde,
der zweier übergulde.
diu wolte ich gerne in einen schrîn:
jâ leider desn mac niht gesîn,
daz guot und weltlich êre
und gotes hulde mêre
zesamene in ein herze komen.
stîg unde wege sint in benomen:
untriuwe ist in der sâze,
gewalt vert ûf der strâze;
fride unde reht sint sêre wunt.
diu driu enhabent geleites niht, diu zwei enwerden ê gesunt.
Walther von der Vogelweide
SEDEVO SU DI UN MASSO
“Sedevo su di un masso / con le gambe accavallate. / Su una gamba appoggiai un gomito. / Sulla mano avevo posato / il mento e una guancia. / Così riflettei molto intensamente / su come si debba vivere a questo mondo. / Non seppi trovare alcun consiglio / su come ottenere tre cose, / senza che una vada persa. / Due di queste sono l’onore e i beni terreni, / che spesso si danneggiano a vicenda: / la terza è la grazia di Dio, / che è molto più importante delle altre due. / Io vorrei che fossero tutte nello stesso scrigno: / ma purtroppo non è possibile / che i beni e l’onore nel mondo / e la grazia di Dio in aggiunta / si riuniscano nello stesso cuore. / La loro strada è sbarrata: / la slealtà è in agguato, / la violenza è per le vie, / la pace e il diritto sono feriti gravemente. / Se questi due non guariscono, / quelle tre non potranno essere difese.”*
Walther von der Vogelweide
*Traduzione da: Andrea Palermo, voce “Walther von der Vogelweide”, Enciclopedia Treccani online, www.treccani.it/enciclopedia/walther-von-der-vogelweide_(Federiciana)/
PARTE PRIMA
I DANNI DELLA TEMPESTA
Aria, aria fresca. L’aria fresca è ovunque, basta respirarla. Possono farlo tutti, perché l’aria non costa nulla. Nemmeno ai più poveri tra i poveri – gli affamati d’Africa e i cenciosi degli slums – manca l’aria. L’aria non ha sostanza: non è bella e non è brutta, non è dura né soffice, non è rumorosa né silenziosa, non emette suoni stridenti né gradevoli. Cosa ci troverà la gente nell’aria fresca? Già da bambino, quando sua madre lo spediva fuori di casa per stare tranquilla con i suoi uomini, Fausto non amava per niente l’aria fresca. Restava lì per ore nel cortile di cemento, fermo accanto allo stenditoio a fissare le finestre di casa. Solo molto tempo dopo arrivò a capire che neppure sua madre era contenta di stare con gli uomini, che quello era l’unico modo per evitare che entrambi fossero costretti a respirare aria fresca per sempre, giorno e notte. A scuola non andava meglio. Con il buono o il cattivo tempo il maestro mandava i bambini in cortile a giocare a pallone o a sgranchirsi le gambe. Ma la maggior parte dei suoi compagni non correva. Stavano fermi in piedi intorno a lui, anzi gli si avvicinavano, lo spintonavano, lo prendevano a calci, lo picchiavano e lo chiamavano figlio di puttana. Già allora Fausto odiava l’aria fresca. Tutto questo l’ha appena raccontato a Max. Gli ha raccontato persino la storia dei panini. Erano deliziosi, pieni di maionese. Fausto li usava per insudiciare i bulli più grandi di lui in cortile. Fausto aveva spesso fame. Anche Max da bambino sentiva i morsi della fame. Ma non ne parla. Perché non interessa a nessuno.
Max insiste: andiamo a fare due passi. Fausto protesta, poi chiama la cameriera. Lei arriva strascicando i piedi, si fa pagare i due cappuccini e il calice di spumante che la donna ha bevuto. Max osserva Fausto di profilo: è sobrio. Attraversano veloci piazza Walther. La stagione turistica è alle porte, c’è un gruppo di anziani probabilmente sceso da un pullman. Max coglie qualche frammento di conversazione, hanno l’accento viennese, almeno così gli sembra. Forse anche carinziano, o stiriano. Comunque non tirolese. La guida li sta indottrinando su Walther von der Vogelweide. Cose che Max ha colto al volo centinaia di volte passando di lì. Mettendo insieme tutti i pezzi che ha ascoltato potrebbe snocciolare l’intera biografia del poeta, con la stessa noiosa cantilena di questa signora paffuta con l’ombrellino verde.
Passeggiano lungo i vicoli fino all’auto. È un’Alfa Romeo rosso scura, nuova di zecca. È vistosa, poco adatta per gli sterrati, però è elegante. Ormai sono quasi usciti dalla città, Max guida in silenzio mentre Fausto guarda fuori dal finestrino. Si stanno dirigendo a sud tra le colline, nel verde, dove non c’è nessuno. Noo! Vuole andare davvero a camminare? Fausto lo guarda, gli angoli della bocca piegati in giù, in un’espressione di scontento.
Lasciano la Statale 38 e proseguono per San Michele. Improvvisamente dalla boscaglia, in cima alla collina dove ci sono le fortificazioni, spunta la chiesetta del Calvario, gialla e bianca con le due torrette incappucciate di rosso. È un segno divino, sia lodato Gesù Cristo.
Max arresta l’auto. Camminano lungo un sentiero, a destra e a sinistra ci sono solo vigneti. Alla testa dei lunghi filari le rose profumate tendono al cielo i petali rosa, gialli, rossi e bianchi. Non ci sono ragnatele biancastre a ricoprire le foglie e i boccioli, a succhiarne via la forza vitale guastando il vino ai contadini. Dalle viti pendono i primi grappoli acerbi. Fausto borbotta che ha piovuto e che il sentiero è scivoloso, finirà per rovinare le scarpe nuove. Max ride: per lo meno non è ripido. Poi gli racconta dell’informatore e gli spiega il percorso. All’inizio di agosto, la data precisa si saprà in seguito. Il furgone arriverà da sud, lo bloccheranno all’uscita Innsbruck Süd. La distribuzione delle armi avverrà alle cinque del mattino, l’azione si svolgerà di sera, poco prima del tramonto.
Seguiranno il furgone dal Brennero. Secondo l’informatore dentro ci sarà qualche centinaio di milioni. Di tutte le valute: scellini, marchi tedeschi, sterline.
L’espressione di Fausto tradisce una certa impazienza. Va bene, va bene, ne hanno parlato tante volte… È irritato, vorrebbe tornare da quella donna. Max disapprova. Quando si farà sul serio sarà lui a metterci la faccia. Tornano all’auto. Non c’è vento, in cielo neppure una nuvola.
Max apre di scatto la portiera dell’auto, sale e riparte in direzione della città prendendo vie traverse. Alla stazione ferroviaria fa scendere Fausto, poi prosegue per Bressanone e su fino al suo paese lungo la strada tutta a curve. Continua a rimuginare sui tempi dell’operazione. Le armi. Quando e dove prenderle? Armamento pesante. Mitra, bombe a mano, pistola. Quante munizioni? Per lo meno otto caricatori per il mitra e qualcuno per la pistola. Vanno tenute a portata di mano sul tappetino dell’auto. Non deve volare in giro niente, devono essere sistemate bene. Il mitra all’altezza dei piedi, la pistola addosso. La sera inizia a cadere una pioggia fine, chissà da dove sono sbucate le nuvole.
Max corre verso il fiume, inseguito dai carabinieri. Ma non è un fiume qualsiasi, è immenso come il Rio delle Amazzoni. Max ci si tuffa dentro così com’è, con addosso la camicia e i pantaloni. Nuota a perdifiato, ma le onde si fanno sempre più alte. Alla fine qualcuno gli lancia un guinzaglio, lui lo aggancia al collare e si lascia trascinare a riva. Il collare gli impedisce quasi di respirare.
Di prima mattina va da Notburga. La trova seduta nella Stube intenta a gettare dei pezzetti di pane nero nel caffelatte. Max si siede accanto a lei e le racconta di Fausto, quella testa calda. Ma non fa parola del sogno. Non sia mai che Notburga venga a sapere che aveva addosso un collare e che lo tenevano al guinzaglio come un cane.
“Ti beccheranno”, borbotta Notburga. “Tu e tutta la tua banda di teppisti.” Sorbisce con il cucchiaio la sua zuppa di pane venostano. Poi si alza, va all’angolo con il crocifisso, si inginocchia tra San Martino e Santa Caterina con le mani intrecciate: Buon Gesù, fa’ che Max metta giudizio. È sempre lo stesso rituale. Alzarsi, sospirare – ritornare al tavolo.
Max promette che con il denaro le comprerà un bel vestito. Così non dovrà più andare in giro con i grembiuli tutti consumati. Lei si passa la mano sui capelli grigi raccolti a crocchia sulla testa: una ciocca ispida che non è riuscita ad annodare le penzola tutta sghemba davanti al grosso naso e lei la rimette a posto con gli altri capelli tenuti fermi da uno spillone marrone di corno.
“A cosa mi servono dei vestiti alla moda?”, gli domanda. “Credi che lassù in cielo possa piacere di più al Signore?” No, certo che no.
Notburga afferra Max per il polso. Lui fissa le sue dita deformate dalla gotta. Dove sono finiti i muscoli che danno forza a queste dita? Eppure gli stringono il polso come una morsa.
“Non venerdì”, dice Notburga.
“Perché no?”
“Non andrà bene, lo sento nelle ossa. Alla fine vi prenderanno.”
Franco è seduto al caffè. Sta già spendendo i soldi in anticipo. Accanto a lui c’è una di quelle che costano parecchio, sorseggiano tutti e due un Campari soda. Max non ama le puttane. L’uomo rende già felici le donne, non deve pagare per poterci andare a letto. Non deve essere lui a metterle orizzontali, devono farlo da sole, spontaneamente.
La ragazza costosa indossa un abito beige. Due gambe lunghe e sottili dai polpacci morbidi spuntano dalla gonna corta e aderente. È molto giovane, avrà sì e no vent’anni. E l’abito è di Max Mara o di Armani. Anche quelle a buon mercato vestono Armani, c’è scritto a lettere colorate e luccicanti sul petto delle loro T-shirt lunghe. Quelle a poco prezzo sono tutte malate, quelle costose quasi tutte. Max dice a Franco che deve parlargli. La tipa costosa scompare.
Franco è giovane, le cose se le lascia dire, per questo Max l’ha reclutato. Quelli più vecchi, quelli che hanno raggiunto i quarant’anni ancora a piede libero, pensano di essere più furbi di Max. Ma nessuno ha la sua esperienza, nessuno di loro è capace di avere una visione d’insieme come lui. Appena sentono la cifra di cento milioni di lire il cervello gli va in pappa, come il pane venostano inzuppato nel caffè di Notburga.
Giusto due chiacchiere. Ripassare tutto ancora una volta. Partenza dal paese alle dieci del mattino. Serve un fuoristrada, spazioso, con quattro ruote motrici. Le armi sul tappetino. Non sparare se non è indispensabile.
Alle dieci i ragazzi sono di fronte alla porta, fumano, sembrano tesi. Guidano per un tratto di bosco, poi Max distribuisce i mitra e le pistole, le munizioni vanno messe in tasca. Franco, Fausto e quello con il naso largo e le braccia corte che sembrano di cemento a forza di steroidi sono infilati in jeans stretti e camicie chiare. Sopra hanno dei gilet con le tasche per le cartucce. Solo Max ha addosso la mimetica, come è giusto. Siamo o no in guerra?
Partono. Sopra di loro il cielo è grigio come piombo, le nuvole sono cariche di pioggia. Nei giorni scorsi il tempo era instabile, parecchio freddo per la stagione. Sono i primi di agosto, non è neppure Ferragosto, ma appena il tempo cambia l’aria diventa subito autunnale. Max guarda verso l’alto, al Brennero sta iniziando a piovigginare. Le auto davanti a loro si addensano sempre più, prima vanno a settanta all’ora, poi a sessanta, poi sono ferme. Max aziona i tergicristalli. Il Brennero non è un confine meteorologico? Lassù magari splende il sole.
Il Brennero sarà anche un confine meteorologico, ma lassù sta piovendo a dirotto. L’acqua picchia forte sul parabrezza, sembrano colpi di cannone. Sull’Europabrücke forma delle pozzanghere. Domani da qui qualcuno salterà nel vuoto legato a una corda elastica. Oggi no, non è proprio il caso. Franco è parecchio indietro, ma dopo il ponte la strada è libera. All’uscita sud di Innsbruck Max rallenta. Sale per una stradina, raggiunge una zona che ha esplorato tante volte. C’è un punto riparato da cui si vedono arrivare le auto. Stanno aspettando un piccolo furgone grigio. Ma tutte le auto sono grigie ed è difficile capire quanto siano grandi. Non si riescono neppure a leggere le scritte. I tergicristalli fendono la pioggia, riempiono il parabrezza, si abbassano e sul vetro si forma di nuovo un muro d’acqua.
“Ci inzupperemo completamente”, urla Franco nel walkie-talkie.
“Sì, merda!”
“Con questo tempo schifoso come facciamo a riconoscere il furgone della Prosegur?”
Aspettano ancora. Le auto sfrecciano veloci sotto di loro, con questo tempo è da pazzi. Ci saranno certamente degli incidenti. Ma qui non c’è alcun pericolo. Non ci sono strettoie o rallentamenti, niente che possa aiutarli a identificare il portavalori.
“Rinunciamo”, dice Max.
Invertono la rotta. Il mitra sbatte sul tappetino, le cartucce premono contro il petto.
Max entra velocemente in autostrada. Il commando è carico di adrenalina. Max non riesce a smettere di imprecare e di picchiare le mani sul volante. Il piede destro preme sull’acceleratore come se li inseguisse il diavolo in persona. Calma! Se la polizia stradale lo ferma per eccesso di velocità e dà un’occhiata sul tappetino o nel bagagliaio… Notburga ha bisogno di un televisore nuovo, sul suo non si vede più niente. In casa ci sono tante cose da sistemare. Un divano nuovo di pelle, Kathi vorrebbe un Rolf Benz. E la bimba una console per i videogiochi. Non oggi, pensa.
Si fermano a un distributore, bevono un caffè e tornano alle auto. Punto della situazione domattina alle undici da Franco.
La ragazza di Franco ha messo sul tavolo caffè nero e pane croccante, bevono tutti rumorosamente dalle tazze decorate con le solite massime: “L’amore è…” La caffeina non riesce a vincere la stanchezza, sembrano tutti quanti un po’ pallidi e hanno le occhiaie.
“Stanotte non ho dormito”, annuncia Fausto.
“Cosa ci insegna il fallimento di ieri?”, chiede Max con un’aria dura. Tacciono.
“A portarci un giubbotto impermeabile?”, domanda Franco.
“A guardare le previsioni del tempo!”, lo fulmina Max.
“Ma va’, non ci azzeccano mai”, gli risponde Franco.
“Erano giuste! Avevano previsto la pioggia.”
“E allora se lo sapevi perché siamo andati?”
“Non lo sapevo. La commessa del negozio Despar mi ha detto che avevano avvertito del brutto tempo da giorni.”
UNA LEGGENDA
C’erano una volta tre cavalieri. Si chiamavano Osso, Mastrosso e Carcagnosso e vivevano pacificamente in Spagna. Ma un giorno la sorella di uno di loro subì violenza, e i tre cavalieri si vendicarono del colpevole e dovettero fuggire. Salirono su una nave e raggiunsero l’isola di Favignana, dove si nascosero nelle grotte. Gli abitanti dell’estremo sud d’Italia erano poveri, avevano bisogno di cibo, vestiti, alloggio e di qualcuno che li guidasse. Così i tre cavalieri fondarono una società segreta dalle regole rigide. Perché erano uomini d’onore.
La regola più importante era l’omertà. Non rivelare mai niente a nessuno. Se qualcuno non avesse rispettato questa regola, i boss della società segreta avrebbero dovuto ucciderlo. Perché erano uomini d’onore.
Poi ci fu una guerra. I nobili possedevano molte terre. Non potevano sorvegliarle da soli, perciò chiesero ai boss della società segreta di diventare i loro scagnozzi. I piccoli contadini malvagi volevano portare via ai nobili tutti i loro averi. E i boss dovevano ucciderli. Perché erano uomini d’onore.
In quel periodo un fantasma si aggirava per l’Europa e raccoglieva intorno a sé altri spiriti maligni. Volevano rovesciare l’ordine stabilito da Dio. I boss dovettero combattere contro questo fantasma e gli spettri suoi seguaci. Perché erano uomini d’onore.
Così i boss salvaguardarono la moralità. La domenica e a ogni festa comandata andavano in chiesa e pregavano, e quando c’era una processione portavano le teche e le reliquie e mettevano molto denaro nella borsa delle elemosine. Perché erano uomini d’onore.
Più avanti due grandi guerre imperversarono per il paese. Si combatteva in tutto il mondo e di conseguenza gli uomini divennero così poveri che seguivano il fantasma a frotte. Allora i boss dovettero scendere di nuovo in campo contro il fantasma. Perché erano uomini d’onore.
Ma per farlo avevano bisogno di molti soldi. Perciò la società segreta fu costretta a mettersi in affari e iniziò a commerciare con ogni angolo del mondo. I suoi membri commerciavano esseri umani, donne che offrivano i loro servigi amorosi ed erbe officinali che facevano fare alle persone dei sogni piacevoli. E aiutavano anche le persone a trovare fortuna nel gioco. Perché erano uomini d’onore.
I signori del paese erano buoni sovrani. Aiutavano i boss e i boss aiutavano loro. Perché erano uomini d’onore.
Poi però l’accumularsi di queste ricchezze favolose indebolì i sovrani e così incaricarono i giudici di combattere contro i boss. I giudici iniziarono a perseguirli e cercarono di recidere tutti i rami della società segreta. I boss dovevano uccidere questi giudici. Perché erano uomini d’onore.
Oggi si parla molto delle vittime innocenti della mafia, delle persone assassinate da Cosa Nostra, dalla camorra e dalla ’ndrangheta. Ma ci sono anche casi molto meno spettacolari: uno di questi riguarda il sottoscritto. A sei anni fui strappato via dalla calda terra del sud, sradicato e trapiantato nel freddo e inospitale nord.
Mio padre era cresciuto in un paese fuori Napoli. Si dice che ci sia un abisso tra città e campagna, che le persone in campagna avrebbero meno opportunità. Nel paese di mio padre tutti potevano emergere, si provvedeva ad allevare i bambini, istruirli e avviarli al lavoro. Solo i fifoni e gli scansafatiche, quelli che si rifiutavano di imparare il mestiere, avevano dei problemi. Mio padre era uno di questi indolenti. Più tardi sostenne che si sarebbe fatto arrestare persino se a un passante fosse caduto il portafoglio dalla tasca dei pantaloni proprio davanti a lui e gli fosse toccato semplicemente raccoglierlo. Non era proprio tagliato per fare il borseggiatore, il truffatore o l’assassino. Anche a scuola questo suo difetto caratteriale era emerso presto. La sua pagella era tutta piena di dieci, solo di dieci. A casa aveva eretto un muro di libri intorno a sé. Eppure la sua vita non era piacevole, almeno fino a quando i suoi genitori non lo mandarono al liceo a Napoli. Più tardi frequentò l’università, un vero covo di vigliacchi e di falliti. In ogni caso io sono stato concepito laggiù, almeno così si dice. In un’aula universitaria di chirurgia, dove mio padre aveva conosciuto mia madre. Anche se dire che i due fossero andati subito al sodo non è esatto. Si incontrarono spesso, andarono insieme a una festa studentesca ed è allora che accadde. O forse avvenne solo in una delle notti successive, chi può dirlo con precisione?
Questa leggenda, comunque, viene raccontata nella famiglia di mio padre per riabilitarlo. Sua madre era preoccupata che lui potesse essere dell’altra sponda perché – anche se era già alla fine dell’università – non aveva ancora una ragazza. Quando infine mia madre comparve improvvisamente all’orizzonte, si sposarono subito.
Mio padre lavorava in ospedale e lì si trovò di fronte dei vecchi nemici. I quali tutto d’un tratto fecero finta di non averlo mai insultato, maltrattato o addirittura pestato anni addietro nel cortile della scuola o sulla strada per tornare a casa. Fecero a mio padre un’offerta: gli chiesero se poteva togliere a questo o quell’altro simpatico giovane una pallottola dalla pancia, o procurare della morfina dalla farmacia della clinica. Un piccolo gesto per rinsaldare la vecchia amicizia e proteggere la sua famiglia – la graziosa moglie e il principe ereditario.
Mio padre si rifiutò. A un congresso conobbe un collega che aveva un ambulatorio in Alto Adige. Il bonario e un po’ noioso Alto Adige, in cui persino i terroristi avevano una mentalità talmente piccolo-borghese da fare solo danni materiali e da scusarsi prima di far saltare i piloni dell’alta tensione. Nel paese vicino si era liberato proprio allora un ambulatorio. Bieder, piccolo-borghese: il suono di questa parola per lui era evocativo quanto per gli ebrei la Terra Promessa. Non avrebbe più dovuto far rotolare incessantemente la sua pietra come Sisifo. E così poté lasciarsi conquistare dalla sua seconda grande passione, oltre all’essere piccolo-borghese: camminare inutilmente su e giù per le montagne. Ed io con lui. Io, Fabio Pagano, un ragazzetto delle pianure campane abituato ai piaceri della spiaggia, ogni domenica dovevo raggiungere faticosamente la vetta di qualche montagna vestito da perfetto sudtirolese con i pantaloni grigi alla zuava, i calzettoni di lana ruvida, la camicia a quadretti bianchi e rossi e il cappello con il pennacchio di peli di camoscio. E alla fine arrivavamo a un rifugio dove ci ingozzavamo di panini imbottiti di salsiccia di fegato, salamini affumicati chiamati Kaminwurzen e mele dall’aspetto rubicondo e bevevamo acqua pura di fonte. Il cappello con il pennacchio mi rifiutavo di portarlo, una piccola vittoria in questo insulso mare di indegnità.
Dovetti imparare una nuova lingua. Il che è una vera benedizione per il cervello di un bambino, perché si sa che i bambini assimilano tutte le frasi e le parole nuove che passano loro accanto. Solo l’1,27 per cento dei bambini fa fatica a imparare una lingua straniera, ci sono degli studi che lo confermano, mentre solo il 5,32 per cento degli adulti riesce a impararla alla perfezione o quasi.
Nella nostra famiglia solo mio padre rientrava in quella statistica. Ecco perché aveva solo pazienti di lingua italiana. Quelli che si ostinavano a parlare in tedesco li mandava al volo da mia madre, anche se non avevano problemi urologici ma solo i piedi piatti o qualche chiazza sulla pelle.
Arrivò il momento di andare a scuola. Mia madre si rivelò una spietata sostenitrice della stimolazione cognitiva e mi spedì alla scuola elementare di lingua tedesca. Il tedesco lo capivo a malapena, a parlarlo non riuscivo proprio. In classe non avevo nessun amico e restavo in silenzio. Tutto quello che accadeva durante la lezione mi passava davanti come un film muto. In compenso avevo tanto tempo per studiare le preferenze della maestra in fatto di moda. La signorina Linninger era una donna piuttosto anziana e grassa, con i capelli biondi che tendevano a diradarsi. Il suo guardaroba comprendeva due vestiti d’ordinanza per la scuola, uno verde pisello e uno grigio chiaro. Avevano entrambi lo stesso taglio ed erano di lana sottile, cosa molto pratica perché così la signorina Linninger poteva indossarli sia in estate che in inverno. I vestiti avevano il colletto ed erano abbottonati fin sulla pancia. La gonna era cucita alla giacca. Sul davanti i vestiti arrivavano appena sopra il ginocchio, sul dietro erano più corti. Se allora avessi già posseduto le giuste nozioni fisico-matematiche sullo spostamento dei corpi avrei saputo perché era così. I due vestiti avevano un altro vantaggio non da poco: la signorina Linninger poteva anche spiegazzarli, ma nonostante questo mantenevano sempre la loro forma. Insomma, li sfruttava per bene.
Nei giorni di festa grande la signorina Linninger portava un abito di colore beige. In effetti era una mise alquanto particolare, perché la gonna e la giacchetta erano elementi separati. Anche se la lunghezza della gonna non era diversa dal solito: davanti sopra il ginocchio, dietro fino a metà della coscia.
Una di queste feste era il giorno della distribuzione delle pagelle. Una come quella di Fabio Pagano la maestra non l’aveva mai consegnata. Era piena in gran parte di brutti voti – in una scuola elementare! La mamma si precipitò con la pagella dalla maestra e quest’ultima disse che poteva darmi solo degli uno e dei due perché non aprivo mai bocca e mi limitavo a copiare dalla lavagna in modo meccanico; di capire non se ne parlava neppure. Solo in aritmetica riuscivo a tenere il passo con gli altri bambini, ecco perché nella mia pagella spiccava un luminoso dieci.
La mamma mi trascinò da uno psichiatra, il quale constatò che non sapevo il tedesco perché non aprivo bocca. Nella mia infanzia la storia dell’uovo e della gallina non era pura teoria. Mia madre minacciò di chiudere l’ambulatorio e di fare esercizi con me tutto il giorno. Io restavo imperturbabile, non dicevo una parola.
In tutta la scuola c’era un solo bambino i cui risultati scolastici erano scarsi come i miei. Era due classi avanti a me e si chiamava Max Leitner. Già allora si rifiutava di collaborare con le autorità. A quell’età l’unica autorità con cui avevamo a che fare era quella scolastica ed era a quella che lui si ribellava. Marinò la scuola così tante volte che alla fine fu trasferito a Cesenatico. Cesenatico! Una città di mare. Ogni giorno sole, spiaggia, bagni, conchiglie da raccogliere. E soprattutto poter parlare, con chiunque capiti a tiro. Feci di tutto per poter andare a Cesenatico ma a nessuno veniva in mente di mandarmi laggiù. In compenso nella mia cameretta si accumulavano i fogli con gli esercizi e i libri: “Impariamo il tedesco con Hansi e Petzi”. Se facevo bene i compiti ero ricompensato con un vasetto di miele dall’orsetto Petzi o con delle carote dal coniglietto Hansi. E dovevo incollarle su un quaderno.
Raccolsi tante carote di carta e così per qualche domenica ebbi il permesso di restare a casa a guardare la televisione. Quando persino mia madre si rese conto che invece di un piccolo Einstein stavo diventando un analfabeta mi tirò fuori dai guai. Potei passare alla scuola in lingua italiana. In tedesco ero persino il migliore. È una lingua complicata e poco affascinante che solo in seguito mi è diventata utile.
L’IMPIEGO DEGLI ELICOTTERI
Notizie flash e previsioni meteo: a Merano è stata rapinata una banca e il tempo resterà bello. Max apre l’armadio in camera da letto. All’altezza degli occhi c’è una pila di magliette alta come una torre. Estrae una T-shirt rossa di Ralph Lauren, la pila viene giù e una catasta di biancheria cade per terra come la frutta troppo matura in autunno. Serve qualcosa di nuovo, magari una cabina armadio. Max si piega sulle ginocchia, tira fuori una pila di vestiti dal mucchio, sceglie un paio di pantaloncini beige e getta gli altri sul letto. Niente calze, si metterà i sandali. Le calze nei sandali fanno un’impressione strana. Da bidello. Il custode della scuola tecnica commerciale indossava calze di filo grigie con i sandali. Le tirava su fino ai polpacci secchi e subito dopo non c’era niente, solo le ginocchia nude e sopra il grembiule da lavoro grigio con le tasche sformate, erano sempre sformate. Il custode non ci metteva dentro le mani e non tirava fuori niente, come se nelle tasche ci abitasse qualche topo.
Katharina è in bagno, di fronte allo specchio. Lui la spinge fuori, si lava i denti e si fa la barba.
Notburga sta scarabocchiando su una pagina del “Dolomiten”. “Questi qui con le loro abbreviazioni! Cosa ne so io di come si abbrevia Oberstudienrat?” Max si china sul giornale: “OST, mi sembra”.
Il nuovo televisore, certo. Devono consegnarlo. È già stato ordinato e arriverà presto. Notburga prende la tavoletta, poi spiega un foglio di carta bianco, ci mette sopra la tavoletta, infila la matita nel foro, chiude gli occhi e prende le mani di Max. La tavoletta scrive: “Brutta aria. La lite finirà male”. Non dice nient’altro, come se fosse offesa. La tavoletta lo sa: Fausto e Franco litigano parecchio. Sono giorni che Franco non fa che rimproverare Fausto e lui ieri è saltato in piedi con il pugno serrato, Max ha dovuto mettersi tra i due. Si tratta di qualche femmina? Max non lo sa e non vuole saperlo, ma bisogna stare tranquilli. Proprio adesso!
Ha chiamato Luigi, era ora. Si incontrano al distributore di benzina poco prima di Bolzano. Luigi parcheggia la Fiat accanto all’autolavaggio e sale sulla Range Rover.
Confine con l’Austria. Il doganiere italiano fa un giro intorno alla macchina. Una vera Range Rover! Max abbassa il finestrino, gli allunga i passaporti. Ma il doganiere non li guarda nemmeno, infila la testa nell’auto, ammira il cruscotto, chiede del numero di cavalli e della cilindrata e se Max con la Rover va nei boschi. Lui si è fatto il deserto algerino con una Lada Taiga. Nessun problema sulla sabbia, ne sono venuti fuori dappertutto. Là non ci sono strade, solo piste, percorsi di sabbia dalla lunghezza infinita dove si può restare bloccati. E in mezzo al Sahara una donna beduina gli ha regalato una mela. Luigi tira fuori un pacchetto di Marlboro dal taschino della camicia azzurra di Pierre Cardin. Max gira la chiave dell’accensione, l’Adamo del deserto continua a sproloquiare sulla sua Eva beduina e sulla sua preziosa mela. Luigi si accende la sigaretta, soffia il fumo attraverso il finestrino aperto. Dietro la Rover si è formata la fila, i guidatori suonano il clacson. Max mette in moto l’auto, si avvia lentamente al controllo passaporti austriaco, il doganiere gli fa un cenno.
Luigi impreca contro il caldo, dopotutto sono in Austria e in mezzo alle montagne, dovrebbe fare più fresco. Max posiziona l’aria condizionata su freddo glaciale. Si fermano a un autogrill e Luigi compra due bottigliette di Coca Cola. La cassiera non accetta le lire, Luigi tira fuori dal portafoglio imprecando una banconota da cento scellini. La cassiera gli restituisce soldi austriaci. Tra poco ne avranno molti di più.
Luigi si mette la seconda bottiglietta di Coca Cola sulla fronte e sulle guance e la fa rotolare su e giù. L’aria condizionata soffia il suo respiro gelido dentro la Rover. Ecco finalmente l’uscita Innsbruck Süd. Escono, ci sono poche auto sul raccordo autostradale. Max esamina attentamente le zone circostanti. A sinistra c’è una strada stretta difficile da notare, è piuttosto una strada forestale. Max guida l’auto su per la stradina addentrandosi per un po’ nel bosco. Sta cercando un posto riparato, trova una zona ghiaiosa. Ecco, qui possono parcheggiare l’auto. Scendono e si addentrano ancora più nel bosco, sulla collina da cui si riescono a vedere bene l’autostrada vicina e lo svincolo. Luigi indica in basso, da lì – muove il braccio e la mano a destra – arriverà il furgone carico di scellini da depositare a Innsbruck. Ci saranno dentro due uomini. Si saranno dati il cambio alla guida durante il viaggio, ma saranno comunque stanchi. Stanchi per il viaggio faticoso sulle autostrade italiane, da Bologna, dove le strade sono sempre intasate, in direzione nord. Attraversare l’Alto Adige a Ferragosto è un inferno.
Fa molto caldo già di mattina. Max infila tutte le cartucce nel taschino, indossa il berretto e sale su una Renault rossa. La Rover rimane nel bosco vicino a Innsbruck. Se i conducenti del furgone dovessero fare resistenza e si dovesse arrivare a un conflitto a fuoco, allora via sui sentieri impervi e pieni di sassi: con le loro vecchie carrette della polizia nel sottobosco non lo troveranno mai.
Max guida fino al punto di incontro. Franco è appoggiato alla portiera del guidatore. L’altra auto è un Mitsubishi Pajero grigio scuro. Franco getta il mozzicone della sigaretta sulla banchina e resta in piedi a braccia conserte. Max gli chiede perché non sale. Franco gira la testa verso il finestrino, Fausto tiene lo sguardo fisso davanti a sé con aria rabbiosa. Un’altra lite! Max apostrofa Franco: sali! Franco apre la porta del guidatore e sale in auto. L’aria è carica di elettricità, la rabbia diventa opprimente come una cappa di piombo.
Max ha bevuto un caffè e un bicchiere d’acqua. Con questo caldo deve bere molto per tenere la mente lucida. Non lo dice ai ragazzi se no si scolano una birra già di primo mattino – anche quella tiene la mente lucida. Sono nervosi, dicono. Max proibisce le bevute, niente alcol prima di aver sbrigato il lavoro. C’è un tempo per il dovere e uno per il piacere.
Max va avanti. Oggi c’è tutta Italia per strada, come se dovessero fare provviste per l’inverno o per una guerra mondiale. Vorrebbe suonare il clacson, spazzare via tutti dalla strada. Ma si costringe a stare calmo, niente liti. La tavoletta l’ha predetto, ne deriverebbero solo seccature.
“Vi uccideranno”, ha detto Notburga. Max non ha risposto, non ha detto niente, neppure ai ragazzi. Loro non gli credono. Sono testardi, sono dei bulletti pieni di foga e alla fine quel che vogliono è contare i soldi. “Non li conteremo”, dice Max, “li peseremo.”
Oltreconfine il sole del tramonto posa i suoi raggi benevoli sull’autostrada austriaca deserta fiancheggiata da verdi boschi di conifere, abeti rossi e bianchi. A sinistra compare un lago, Max guarda fuori. Sarebbe bello scendere, togliersi i vestiti, tuffarsi, fare qualche energica bracciata, proseguire il viaggio rinfrescati. Ma non c’è tempo per il refrigerio. Tasta tra i piedi, apre la borsa sportiva, tira fuori dell’acqua minerale, apre la bottiglia con i denti, si versa un po’ d’acqua sulla testa e beve il resto. Bere molto per tenere la mente lucida.
Poi getta la bottiglia vuota dietro, la sente cadere sul sedile e rotolare giù, vede nello specchietto che il Pajero è due auto dietro di lui.
Vanno ancora avanti, finalmente compare un cartello: area di sosta di Nößlach a 2000 metri. Il Pajero ha recuperato terreno, c’è Franco alla guida. Max indica l’uscita. Si fermano, bevono, si sgranchiscono le gambe, pisciano dietro i cessi perché dentro c’è troppa puzza. Max vuole impartire le ultime istruzioni, ma i ragazzi gli danno un’occhiataccia e lui ammutolisce.
Avanti verso nord. Di fianco all’autostrada scorre un torrentello. Max ha studiato bene la mappa, si tratta del Grüblbach. Ora sta pensando: a come andrà, se lasciare aperta la palestra, se è meglio comprarsi una Porsche o una BMW 850. Vedremo. Dopo la rapina tenere la palla a terra fino a quando i custodi della legge andranno a custodire da qualche altra parte e a fare in modo che le brave persone non siano disturbate. Max guarda l’orologio, sono le 19. Ancora una mezz’ora. Costringeranno il furgone portavalori a fermarsi, trasborderanno i sacchi pieni di denaro, saliranno sulle macchine e taglieranno la corda. Dietro il Brennero le abbandoneranno, saliranno sui piccoli bolidi che hanno parcheggiato là e torneranno indietro. Bisognerà ascoltare la radio, guardare la televisione e controllare i messaggi sulle radiotrasmittenti. Cosa sanno i carabinieri? Ne sanno troppo? Allora piano B: proseguire verso sud, nascondersi a Vicenza, Padova o Venezia e aspettare fino a quando le acque non si saranno calmate.
Ma non ci sarà un piano B.
Max ha quasi superato l’uscita sud dell’autostrada e fa onore alla corsia di decelerazione: da centosessanta a ottanta all’ora in tre secondi. Il Pajero è incollato dietro di lui. Escono, proprio lì davanti c’è la stradina sterrata. Si dirigono veloci ai posti convenuti. Il Pajero è fermo più avanti verso sud. Quando arriverà il furgone, il Pajero lo bloccherà da davanti e la Rover da dietro, bisognerà calzare le maschere e correre fuori. Se i conducenti non dovessero arrendersi subito spareranno dei colpi di avvertimento alle ruote e poi gli punteranno contro le pistole. In ogni caso bisognerà sparare contro le ruote fino a distruggerle e sequestrare tutte le ricetrasmittenti, portare via qualsiasi apparecchio con cui i due tizi possano chiamare aiuto. Max afferra il walkie-talkie: “Sono le 19.35. Il furgone arriva da destra, a ore tre. L’informatore dice che sarà qui alle 19.50. Passo”. “Capito. Passo”, risponde Franco.
Subito dopo l’assalto il sole tramonterà. Proseguono a luci spente. Non sull’autostrada, perché li cercheranno proprio lì. Scivoleranno sulla statale del Brennero che corre parallela. Invisibili sulla strada deserta, come dei fantasmi.
Ore 19.48. Max contatta l’informatore via radio. Dov’è il furgone? Arriva, abbiate pazienza, sarà qui presto. Improvvisamente si sente un frastuono, un’auto si dirige a tutta velocità verso Max, la luce dei fari è accecante. Non è il furgone portavalori. Sulla sua testa volteggia minaccioso un elicottero. L’auto inchioda, si sentono degli spari. Saltano giù degli uomini in tuta mimetica, sono armati. Sono militari, no, poliziotti. L’elicottero volteggia sopra il tetto dell’auto e spara. Max non lascia cadere il mitra. La Range Rover è circondata da BMW blindate, saranno tre o quattro. I proiettili la crivellano, sfondano la portiera del guidatore, gli passano di fianco fischiando ed escono dall’altra parte. I poliziotti urlano: “Giù le armi, arrendetevi, immediatamente!”. Pallottole nel ginocchio, nel bacino, nella coscia. Max vede il sangue che continua a scorrere, ha caldo, sempre più caldo. La gamba… è persa. I colpi continuano a esplodere vicino all’orecchio, i finestrini sono scoppiati. La vista gli si annebbia, ha le vertigini. Non deve svenire, non adesso. Alzarsi, fuori, a terra! Max apre la portiera del guidatore e si lascia scivolare per terra, non riesce a camminare né a strisciare, non riesce neppure a muoversi. I proiettili cadono a pochi centimetri, a pochi millimetri, colpito. Un colpo alla mano. Un colpo vicino all’orecchio. Un frastuono incredibile. Il sangue di Max si riversa per terra, la inzuppa.
Prima di morire, si dice, ci passa davanti tutta la nostra vita.
IL VALZER DELLA BIONDINA
Andare alla scuola elementare di lingua italiana fu solo un breve sollievo prima che i miei genitori mi comunicassero una nuova, funesta notizia. Le persone sfortunate imparano presto a leggere i volti di coloro che popolano il loro mondo. Cattive notizie come “Andiamo a trovare tuo cugino Stefano, fa’ il bravo con lui!” sono date con un’aria seria. Le sopracciglia si aggrottavano, le guance tremavano, la pelle diventava rossa fino alla radice dei capelli: voleva dire arresti domiciliari o divieto di vedere la televisione. In questo caso, però, mentre mi toglieva la terra da sotto i piedi mia madre aveva un’aria raggiante. Raggiante come se stesse per dirmi che potevo andare a vedere la finale di Coppa dei campioni o che Pelé mi aveva invitato in Brasile. Non presagivo niente. E non volevo crederci, mi sembrava uno scherzo, una storiella. Invece non era così: la mamma era incinta, non ero più l’Unico.
In quell’istante finì la mia infanzia. Da allora mia madre non si sedette più con me a fare i compiti, non mi mise più a letto, non mi lesse più niente ad alta voce. E da allora sentii quella frase, la frase che ho giurato di non dire mai ai miei figli: “Quando avevo la tua età…”. Sì, papà, quando avevi la mia età hai sgobbato sui libri perché questo ti dava gioia. Perché eri contento quando vivevi tra i libri e non tra le persone. Ma io, papà, volevo stare fuori a giocare a calcio, leggere i fumetti e guardare i cartoni animati in tv. Io, da solo.
Dopo un anno e mezzo arrivò un altro marmocchio. Violetta. Mio fratello non sperimentò mai l’orrore di trovarsi accanto un fratello senza volerlo. Lui era felice, era uguale a papà. Paolo sapeva leggere già prima di andare a scuola. Era contento di andarci, alla fin fine in lui inclinazione e dovere si sposavano alla perfezione. Ma Violetta era la più felice perché poteva fare quello che voleva. Quando studiava i miei genitori erano orgogliosi, quando non studiava la trovavano dolce, estrosa e affascinante.
Quello che non viveva affatto una vita idilliaca ero io. Trascorsero anni densi e oscuri come la pece, su cui da lontano sventolava la bandiera a scacchi del traguardo con un numero: sedici. Sedici anni e un motorino. Tutti erano sollevati quando lo ero io. Il goffo sbattere delle mie membra troppo lunghe in un ambiente che mi sembrava ostile, la svogliatezza, la scontrosità, il sentirmi diverso, la rabbia che provavo avevano un nome: pubertà. Che aveva appunto i suoi difetti: membra troppo lunghe, svogliatezza, rabbia. Invidiavo i ragazzi che studiavano in collegio, perché su di loro la melassa della famiglia si riversava solo nel fine settimana.
Andammo in auto fino a Lasa, dove c’è un acquedotto. Pardon, un impressionante acquedotto. Papà favoleggiò di antiche tecniche idrauliche, ci spiegò che gli Etruschi, che se ne intendevano parecchio, a Roma avevano costruito la Cloaca Maxima. Paolo lo ascoltava attentamente, mentre accanto a loro due io ciondolavo. A mio padre non piaceva la mia faccia, e neppure a me piaceva. Avrei voluto assomigliare a Charles Bronson, e invece ero quello che in Alto Adige si definisce un Milchgesicht, uno sbarbatello.
“Perché hai quell’aria?”, mi chiese mio padre. “Non ti interessa proprio niente?”
No, niente. Ero fatto così. Cosa sarebbe potuto venire fuori da uno del genere? La cattiva strada mi si spalancava inevitabilmente davanti, così come un canale della Cloaca Maxima finiva nel successivo.
Uno strumento largamente sottovalutato nella prevenzione dei crimini sono le camminate della domenica. Invece di lasciarmi a casa, come quando andavo ancora alle elementari, mio padre aveva ricominciato a portarmi con sé.
Il giorno 20 andai in montagna, ora però vestito in modo civile. In auto papà osservò che avrei dovuto essere contento. Contento, e perché? Perché non saremmo andati da soli. Ci accompagnava un suo paziente, il direttore del club alpino di lingua tedesca. Anche mio padre era socio del club alpino, quello italiano ovviamente. Dovevamo incontrarci con una specie di Almöhi, il nonno di Heidi, che avrebbe portato con sé sua figlia. L’avevo sognata: ciabattavo su e giù per i Monti pallidi con una Heidi smorta e saccente, dalle guance incavate e dal petto completamente piatto.
Invece non era affatto smorta e non aveva le guance incavate: era bionda e somigliava a Grace Kelly. Anzi, era ancora più bella, molto di più. Ed era interessata a me più o meno quanto io mi appassionavo alla Cloaca Maxima. Il sentiero saliva, diventò persino ripido, e io avevo il batticuore. Arrivati in cima mio padre mi diede una pacca sulle spalle e farneticò qualcosa sul panorama e sulla vista limpida. Mangiammo i nostri panini e le nostre mele. O meglio: gli altri mangiarono i panini e le mele, perché io non avevo appetito.
Grace Kelly – chi l’avrebbe mai detto – era una specie di camoscio. Si arrampicava sui detriti e sulle pietre con una tale abilità da farmi venire le vertigini. A me sembrava che la notte prima i miei arti fossero cresciuti in maniera incontrollata. Così mentre i tre assi del club alpino scendevano rilassati e tenendo un buon ritmo io restavo indietro inciampando nelle mie zampe da capra di montagna dalla lunghezza spropositata, e quando arrivammo al parcheggio ero triste. Avevamo scambiato in tutto cinque frasi: io quattro, lei una.
I giorni successivi trascorsero in qualche modo. Mi mangiavo le unghie e ogni tre metri inciampavo dieci volte nei miei stessi piedi. Se fossi rimasto alla scuola elementare tedesca ormai avrei padroneggiato perfettamente la lingua.
Nel fine settimana un’altra escursione. E un’altra ancora in quello successivo. La questione era sempre se con o senza di lei. Io andavo anche se lei non c’era, per tenermi in allenamento. Imparai ad arrampicare oltre a qualche nozione di geografia, orientamento o biologia. Dopo qualche settimana riconoscevo la soldanella ancora prima che papà infilasse l’indice nel suo tenero calice violetto. Scoprii che i licheni non sono muschi che vivono in verticale ma una simbiosi tra un fungo e un’alga, che credevo vivesse solo in mare.
Furono giorni, settimane, mesi di equivoci chiariti e non chiariti. Lei aveva quattordici anni, io da poco sedici. Avevo bisogno di un motorino, più di qualsiasi altra cosa al mondo. Funziona così: le ragazzine di quattordici anni di sera hanno il permesso di andare solo dalle amiche, di cui in genere abbondano. Arrivate là qualcuno passa a prenderle per andare insieme a fare cose proibite. Preferibilmente con un’auto. O almeno con un motorino. Un landò, un aereo da turismo o un dirigibile andavano ugualmente bene. Anita era esperta, erano già venuti a prenderla due tizi in motorino.
L’anno scolastico volgeva al termine. In geografia, tedesco e biologia ero tra i più bravi e se non avessi raggiunto a malapena la sufficienza almeno in italiano e fisica sarei passato per un vero secchione. Il che non mi giovava di certo. A fine maggio mia madre mi chiese cosa desiderassi per il mio compleanno. Un motorino, che altro? Mia madre disse di no. La sua risposta mi rimbombò nelle orecchie. Perché no? Lei dipinse quadri raccapriccianti di traumi al cervello che certi ragazzi si erano procurati subendo incidenti gravi, di stati vegetativi e di paraplegici. Io non credetti a una sola parola.
I miei genitori: capitalisti, medici che guidavano un’Alfa Romeo, proprietari di una casa, e non mi concedevano neppure un motorino. La mamma bussò alla porta, disse che doveva parlarmi. Io restai nella mia stanza, almeno per il momento. Ci sono persone che sanno come si fa ad avere un motorino, e volevo essere anch’io uno di loro.
LA VITA
L’intera sua vita gli passa accanto. Passa accanto a Max e va lontano da lui, verso qualcun altro. Non starà nascendo un bambino in questo momento? L’anima di Max non volerà proprio verso questa nuova creatura? Non volerà dentro di lui? Non attecchirà in lui? E non ricomincerà tutto da capo in qualche altro luogo? Da zero, completamente? E dove sarà, in Indocina o in Africa, in Canada o in Australia? Speriamo in un posto in cui fa caldo, pensa Max, perché ora ha freddo. Ha un freddo così terribile che è convinto che non si riscalderà mai più. I proiettili piovono da tutte le direzioni. E la vita gli passa accanto. Non si ricorda della sua nascita, e quasi nulla dei primi anni. Era l’inizio degli anni Sessanta, al maso. Una casa grande con una stalla, e dietro i prati e vicino il bosco. Nella stalla c’era il bestiame, a sinistra i campi di mais.
Poi era avvenuto il grande incendio. Era notte, e tutta la casa era andata a fuoco. Era bruciato tutto tra fiamme altissime. Sua madre era corsa fuori dalla casa con i bambini e suo padre aveva creduto di poter ancora salvare gli animali. Ma sua madre era corsa da lui e gli aveva urlato: il Poldi è ancora dentro. Allora suo padre era uscito a rotta di collo dalla stalla, tanto che aveva quasi fatto cadere la mamma, era corso verso la casa ed era saltato su uno dei travetti del tetto, che si era appena schiantato in fiamme davanti alla porta. Poi era entrato, ed era tornato fuori con il piccolo. Dio sia lodato, aveva detto sua madre, e aveva pianto tutta la notte e poi ancora le notti, i giorni e le settimane successivi. Suo padre aveva parlato con quelli dell’assicurazione ma senza riuscire a ottenere niente. Era sottoassicurato, gli aveva spiegato il tizio, e suo padre aveva detto che le assicurazioni sono una massa di imbroglioni.
E poi si erano trasferiti in un piccolo appartamento. Questo Max se lo ricorda bene. Era buio e lui aveva molto freddo perché il suo letto era umido. Era sempre umido, sia d’estate che d’inverno, perché accendevano il riscaldamento con parsimonia. Suo padre diceva che faceva bene ai bambini, li induriva. E così era diventato anche lui. Duro. Non sorprende affatto che qualcuno diventi duro perché è stato sottoposto a un trattamento del genere. Lo diceva anche la maestra, che Max era troppo duro. Troppo duro, diceva, era ostinato e irriducibile. Non lo piegava nessuno. Così non andava bene. Avevano cercato lo stesso di piegarlo, e allora non era più andato a scuola. La maestra non sapeva più come aiutarlo, tanto era ostinato. E allora l’avevano spedito a Cesenatico. Dare in affido un ragazzino di neppure dieci anni, e mandarlo così lontano da casa. La scuola era così dura che Max riusciva a malapena a tenere il passo con i compiti. E il collegio non era meglio. Non mangiavi la pastasciutta? In punizione. Non ti svegliavi al mattino? In punizione. Giocando a pallone finivi coinvolto in una rissa? Una settimana in punizione. Così aveva tagliato la corda, insieme a quel ragazzo di Bolzano: erano scappati via dalla città con l’intenzione di tornare a casa in corriera. Ma erano stati scoperti da suor Chiara alla fermata dell’autobus e lei li aveva riportati indietro. Max aveva pianto ma non era venuto nessuno a consolarlo, così lontano da casa. Ottimo, aveva detto suo padre, così il ragazzo diventa indipendente. E lui lo è diventato. Completamente indipendente. E molto duro. Perché anche restare solo lontano da casa è un modo per indurirsi.
Al suo ritorno era diventato un altro. Oddio, non proprio un altro, ma un fallito. Aveva compreso che alle persone non si può dire tutto. Che ci si deve tenere dentro molte cose e ce la si deve sbrigare da soli. Che si può fare affidamento su poche persone, anzi su pochissime. Forse ora dovrebbe ridere quando ci pensa, perché si è fidato di nuovo di qualcuno di cui non poteva fidarsi. Ma non ride. Il sangue scorre, la vita se ne va, esce da Max e sprofonda nel terreno. E là si disperderà.
L’istituto tecnico commerciale. Chi aveva avuto l’idea di ficcare Max proprio in una scuola commerciale? Forse la maestra della scuola elementare? Aveva messo lei la pulce nell’orecchio a sua madre che Max un giorno sarebbe potuto diventare un impiegato? Un contabile con le mezze maniche che si porta il caffè da casa nel thermos insieme al panino con lo speck? Al terzo anno aveva lasciato la scuola.
E poi il primo crimine. Allora conosceva già Franco. Si erano ficcati dei collant in testa ed erano entrati in banca correndo, con in mano delle armi giocattolo. L’impiegata della banca, che nella giornata mondiale del risparmio distribuiva salvadanai e il gioco in scatola “Non t’arrabbiare”, si era spaventata, tremava come una foglia dalla gran paura ed era bianca come un cencio. Max aveva spinto la borsa sul tavolo e l’impiegato l’aveva riempita, poi erano scappati. Un colpo da ragazzotti stupidi. Ma improvvisamente avevano dei soldi. Soldi da spendere in discoteca e per le ragazze. Max si era comprato la sua prima auto, una Golf quasi nuova.
La vita gli passa oltre. Max non riesce a muovere la mano, è rimasta incastrata nel mitra. Non c’è aria, ha le vertigini. Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le – Franco si è arreso – donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte.
Anche Fausto si è arreso. E allora perché continuano a sparargli addosso?
Era già qualcosa, all’epoca. Così tanti soldi in una botta sola, così facilmente e senza nessuna fatica. E la vita era qualcosa, era una festa perenne. Tutto era una festa, una festa allegra dove si beveva e si rideva ad alta voce. A voce alta, molto alta. E per tutto il resto della vita Max non sentirà più nulla, solo questo sibilo dei proiettili. È l’ultima cosa che vede e che sente. Non ha più aria, non riesce a respirare. Gli hanno perforato un polmone. Ha della terra in bocca. O è sangue, ha un sapore schifoso, sembra aceto. Sente un dolore alla mano, è come un chiodo. Max non può fare a meno di sputare, di tossire, poi cala il buio, diventa tutto nero. È finita, è andata.
Per l’eternità, amen.
IL PREZZO DEL NOLEGGIO
Continuavamo a girare in tondo, ci eravamo persi. In realtà l’entrata Bolzano Sud avrebbe dovuto trovarsi proprio di fronte a noi. La mamma studiava la carta, non capiva perché davanti a noi avessimo una collina se la carta mostrava semplicemente una pianura verde: la carta era sbagliata, il territorio era sbagliato, tutto era sbagliato. Tirò giù il finestrino della nostra Giulia 1600 bianca, ma non si vedeva nessuno. Proseguimmo fino all’ingresso del paese di Colterenzio. Mia madre fermò l’auto, ecco finalmente delle persone.
“Non chiedere ai vecchi, raccontano balle”, dissi. Avevo otto anni.
Perché si dicono così tante sciocchezze sull’essere innamorati? Chissà. Essere innamorati è lo stato di aggregazione più faticoso da sopportare. Improvvisamente le parti del mio corpo passavano dallo stato solido a quello gassoso. Sul collo, dove prima c’era la testa, cresceva un palloncino. Perdevo ogni aderenza con il terreno, rischiavo di sollevarmi in aria in qualsiasi istante portato via dal vento. Poi la gravità mi schiacciava di nuovo a terra, non riuscivo più a fare neppure un passo.
Solo una cosa mi rendeva libero: stancare il mio corpo in ogni sua fibra. Il giorno 20 andai in montagna e il 21, il 22, il 23 e il 24 pure. Sempre da solo. Infilavo gli scarponi, uscivo di casa, andavo in bici al bosco più vicino e poi salivo lungo il sentiero. Facevo sempre lo stesso percorso. Non vedevo nulla, né il paesaggio né le piante, né gli animali. Non c’era nulla. Ah, sì, qualcosa c’era: alberi, radici, pietre, detriti, ancora pietre. Le immagini mi restavano impresse nella retina.
Il direttore del club alpino aveva cercato un itinerario che desse soddisfazione. Dalla malga Leiteralm al valico della Hochgangscharte fino al Lago Verde, poi giù alla malga Oberkaseralm e ritorno. Un giro per gente giovane. Anita camminava faticosamente accanto a me, con la treccia al vento. Sotto la canottiera con le spalline si intravvedeva la forma del seno. Non i capezzoli, quelli no. Sullo stretto sentiero non c’era posto per camminare affiancati, così non dovevo parlare. Del tempo avevamo già parlato. Il cielo era azzurro, faceva caldo.
Giungemmo a un tratto di sentiero ripido. A sinistra la parete di roccia, a destra il precipizio. I vecchi erano davanti. Anita si fermò, prese l’acqua dallo zaino e bevve. Ci sedemmo sul bordo del sentiero, con le gambe a penzoloni sull’abisso. Il mio ginocchio sfiorava il suo. Lei si spalmava la crema solare sul naso e sulle guance. Tra le nostre due ginocchia ormai c’era solo un piccolissimo spazio. Feci un nuovo tentativo di mettere la mia coscia contro la sua. Lei non si scansò. Il mio cuore batteva, lo sentivo fino al collo. Respiravo a fatica. “È ripido questo tratto.”
“Sì, molto ripido.”
Ci sono persone che scalano la parete nord delle Tre Cime di Lavaredo senza funi, altre che si immergono fino a cento metri senza ossigeno o saltano dagli aerei e in genere il paracadute si apre. Io misi il braccio attorno alle sue spalle scoperte. La pelle delle spalle di una ragazza di quattordici anni è morbida come le piume di un fenicottero appena nato. O almeno credo. Sentii il sudore scendermi lungo la schiena e poi scorrere sulla fronte, bagnare la camicia sul collo. Proprio là dove sentivo battere il cuore. Accarezzai con le dita la parte superiore del suo braccio. Ora. Potremmo scivolare giù e baciarci mentre moriamo.
Ed ecco i vecchi. Dove siete finiti? Facemmo finta di non sentirli, una, due volte. Ma ormai mio padre si era messo le mani a megafono sulla bocca e stava urlando per la terza volta: “Dove siete?”. Lo scricchiolio dei sassi sotto le sue suole si fece sempre più forte. Balzammo in piedi. Che cosa stavamo facendo? Abbiamo fatto una pausa, abbiamo bevuto e ripreso un po’ di fiato. È abbastanza ripido questo sentiero.
I vecchi brontolarono qualcosa. Alla Hochgangscharte mio padre mi indicò un lago da ammirare. Attorno a noi la roccia si era liberata ormai dai prati e tra le pietre nude il pennacchio bianco faceva di tutto per farsi notare con la sua morbida lanugine.
Al Lago di Latte ci sedemmo sul terreno roccioso. Noi due vicini ma non troppo. Anita mi sussurrò che venerdì aveva intenzione di andare a trovare Lydia. Venerdì. Meno di una settimana per riuscire a procurarmi un motorino partendo da zero. I vecchi studiavano la carta escursionistica. Oltre il Giogo di Quaira si tornava a valle. Ci misero in guardia dai rischi del precipizio: non guardare a destra né a sinistra, fare un passo alla volta, guardare sempre dritto davanti a sé. Come se fosse la prima volta che camminavamo su una cresta stretta.
Nel pomeriggio prendemmo il caffè a Merano. Eravamo seduti sotto gli ombrelloni rossi con il logo bianco di una marca di caffè. Scacciai via una vespa dalla mia Coca Cola, mentre il direttore del club alpino afferrava al volo un giornale dal tavolo accanto e leggeva ad alta voce titoli e brani di articoli. La SVP di Brunico è riuscita a far approvare la costruzione di una nuova strada importante per i contadini che portano il mais e il grano ai mulini. A Caldaro hanno rapinato la banca Raiffeisen, i criminali sono riusciti a fuggire. La banda Baader-Meinhof ha compiuto un attentato con l’esplosivo a Francoforte.
“Ma questi qui non si calmano mai?”, chiese il padre di Anita. Posò il giornale e così iniziai a leggere l’articolo sulla rapina alla banca. Quattro giovani con le calze da donna in testa avevano portato via parecchi milioni di lire. Ce n’era abbastanza per un’intera flotta di motorini.
I vecchi discutevano di assassini e sequestratori. Il padre di Anita si infervorò parlando delle Brigate Rosse. Mio padre replicò che la mafia aveva metodi altrettanto brutali, bastava pensare a John Paul Getty, il nipote del petroliere americano che anni prima era stato rapito a Roma. Solo per avidità, per pura, schifosa avidità.
Non capivo nulla di rapimenti ma ne capivo invece di avidità, della necessità di ottenere qualcosa che ci si vedeva negata dal destino, o dalla propria madre. Quali altri mezzi restavano se non la violenza più brutale? Avevo bisogno del motorino!
Ma il destino era meno spietato di mia madre: mi concesse un rinvio. Anita si ammalò e così utilizzai il tempo guadagnato per dare inizio alla mia carriera criminale. Come primo esercizio rubai la cioccolata dalla cartella di Vio. La mamma la sgridò perché non era nemmeno capace di badare alle sue poche cose. Ma io puntavo già a un obiettivo più grosso. Se mio padre poteva essere un moralista un po’ codardo, io certo non lo ero. Così andai al minimarket Despar e guardai attraverso la vetrina: la cassiera era impegnata, c’erano tre persone in coda. Arrivato all’interno aprii lo zainetto e feci scivolare dentro la refurtiva. Sabine stava rovistando nel cassetto del denaro, io mormorai che non avevo comprato nulla. Lei annuì, lesse i prezzi del burro, del latte e delle uova e li batté alla cassa. Una volta fuori saltai sulla bicicletta e iniziai a pedalare. Il mio bottino erano due matite di durezza 2H.
Il direttore voleva espellermi da scuola, ma il motorino non l’avevo rubato, l’avevo solo preso in prestito. Il mio compagno di banco Michele e Alessandro della terza venivano a scuola con i loro KTM. Non avrei mai preso niente a Michele, eravamo amici. Mi aveva mostrato la moto e spiegato quello che si doveva fare per farla andare: tirare la frizione, dentro la prima, seconda, terza, la quarta in basso. Mi aveva fatto salire, io avevo premuto la frizione, l’avevo lasciata andare, la mia corsa si era spenta nel cortile. Ero come in Easy Rider, il vento rinfrescava il mio animo surriscaldato.
Alessandro invece era uno spaccone, indossava i guanti e pontificava sull’accelerazione della sua moto, un Bomber. I ragazzi lo ascoltavano attentamente, le ragazze avevano il permesso di fare un giro con lui. Non ero io il ladro, ma l’occasione. Il martedì Alessandro aveva lasciato la chiave sul banco nel seminterrato.
Quattro giorni. Quattro dannati giorni volevo tenerlo, poi l’avrei rimesso a posto.
“Suo figlio ha rubato la moto di un suo compagno”, sbraitò il direttore al telefono. Di un compagno che ha impiegato un’ora a mezza per andare a scuola. I suoi genitori avevano risparmiato un anno intero per comprare la moto al figlio.
Papà mi venne a prendere, in auto restammo in silenzio. Mamma invece non tacque. Non l’avevo mai vista così.
Andai in camera mia, lei spalancò la porta prima che potessi renderla a prova di genitore. “La colpa è tutta vostra”, urlai. Mia madre girò i tacchi e se ne andò.
F17
Quindi Max non è morto. Non c’è il suo cadavere nella cella frigorifera dell’istituto di medicina legale. Sono riusciti a colpirlo solo in modo leggero questi dei Cobra, le unità d’élite della polizia austriaca. Ma dove hanno imparato a sparare? Al vivaio?
Non è così, spiega a Max il poliziotto che lo accompagna al reparto di radiologia. Negli ultimi giorni e nelle ultime settimane gli hanno fatto centinaia di radiografie, tutte al bacino, al ginocchio e alla mano. Oggi tocca di nuovo alla mano. Un’operazione del genere richiede esperienza, continua il poliziotto. Colpi di avvertimento: sì. Colpi di striscio: sì. Colpi per rendere inoffensivo il criminale, cioè al ginocchio, alla mano eccetera: assolutamente sì. Ma se qualcuno muore durante una sparatoria avrai solo grane. All’inizio sono gentili, ti mandano dalla psicologa e lei dice che ti aiuteranno a superare il trauma di aver ucciso una persona. Le solite panzane da psicologi e basta. Ma quando vieni reintegrato in servizio ti fanno riempire talmente tanti moduli che non finiscono più. F10, 11, 13, 14 e 17, e con tutti gli allegati! F17 a, b, c, d, e, stai lì delle ore! Ore intere! Puoi mettere in conto una giornata intera. Poi se sei davvero sfortunato arriva l’inchiesta interna. Devi dire dove ti trovavi esattamente e dove stava il criminale, chi ha sparato per primo e se ci fosse un’alternativa. E devi passare per queste domande, le stesse domande che ti sei fatto già da solo centinaia di volte. Per questo durante l’addestramento alla scuola di polizia non ti insegnano come uccidere un criminale, ma come non ucciderlo. Questa è la parte essenziale dell’addestramento. Cosa fare quando si arriva a uno scontro diretto, il comportamento in un conflitto a fuoco. Si fanno molte esercitazioni, cento, mille, diecimila volte. Per proteggere se stessi, per sapere cosa dire. Per sapere di aver fatto tutto nel modo giusto.
“Allora un modulo mi ha salvato la vita”, commenta Max.
“Si può proprio dire di sì”, risponde il poliziotto con un’aria tremendamente seria.
La radiografia non dice granché di nuovo. Max riesce a usare a malapena la mano. E il ginocchio, dottore, come sta? Malissimo!
Lo riportano in cella. È tremendo qui in Austria, in questo paese arretrato. L’esecuzione della pena è così moderna, qui, che non usano sistemi di tortura.
Una cosa davvero buffa è che anche se Max non rischia più di morire la sua testa continua a essere affollata di ricordi. Ma forse non è poi così buffo, perché non è morto ma non è neppure vivo. È peggio che essere morti. È chiuso in carcere, sepolto vivo a Stein.
Gli passa davanti ancora una volta tutta la sua vita. Le lezioni di karate con Matthias. Max indossa la cintura blu. Matthias distribuisce i bastoni, impartisce ordini. Si lotta e Max alza il braccio, colpisce Ferdinand allo stinco. Non voleva, davvero. La madre di Ferdinand si arrabbia tremendamente, lo accusa di essere un teppista, chiede che Max sia espulso dalla palestra. E tutto questo poco prima delle vacanze. Il ricordo non riesce ad affiorare, allora torna alla terza superiore. Gli studenti di questa classe sono dei poveri secchioni, fanno sempre tutti i compiti a casa. Tengono il registro contabile, puoi metterli subito in qualsiasi azienda e loro lo terranno. Dopo la bocciatura in terza il ricordo non migliora. E allora via dalla scuola, non serve a niente.
I preparativi per il matrimonio. No, la bambina c’era già. L’ultimo giorno di novembre Kathi era tornata dalla clinica con la piccola. Una bambolina, dai grandi e splendidi occhi blu. Non resteranno così, gli aveva detto sua madre. All’inizio era un po’ fredda, ma poi Julia aveva iniziato a piacerle. Piaceva a tutti, era una bambina tanto allegra e rideva sempre. Max per Natale le aveva comprato un sonaglio, ma era ancora troppo piccola per giocarci. Kathi le aveva regalato un carillon di plastica beige, con uno gnomo seduto su una falce di luna. Tirando il cordino si sentiva: “Buona sera, buona notte”.
Da quando era arrivata la bambina Kathi non aveva più smesso di parlare di matrimonio. Litigavano ogni giorno, Kathi urlava e diceva che gli avrebbe portato via la bambina. Max le aveva chiesto che cosa le saltasse in mente. Se non riga dritta sarà lui a prendersi la bambina. Ha degli amici che sanno come si fa in questi casi. Kathi si era messa a ridere. Allora me ne vado con la bambina, aveva detto. In America, o in Finlandia o in Australia, comunque molto lontano. E allora Max come farà a trovarla, eh?
Poi Max aveva capitolato, per trovare un po’ di calma. Ed erano iniziate le liti con sua madre. Perché sposare quella sgualdrina? Che oltretutto gli ha appioppato una figlia solo per poterlo trascinare all’altare. Cosa sa fare, quella sempliciotta? Niente. Avrebbe potuto avere così tante donne, Max. Sylvia, per esempio. Lei sì che era una in gamba, ora è già caposala in oncologia. E persino Claudia, che è andata al ginnasio, era innamorata di lui.
Kathi era in piedi in anticamera e si guardava allo specchio, stava indossando un cappello bianco incredibilmente appuntito. Max gliel’aveva strappato dalla testa, così non vieni al nostro matrimonio. Tra i capelli Kathi si era messa una corona con delle piccole margherite. Era graziosa, non serviva neppure il velo. “Hai proprio un musetto carino”, aveva detto Max.
Come sarebbe stato un matrimonio che non aveva voluto? Se non ci fosse stata Notburga forse non avrebbe sposato Kathi. Notburga prima aveva intrecciato le dita, poi le aveva separate e strofinandosi i palmi aveva detto, senza guardare in faccia Max: “Se c’è una figlia ci si deve sposare”. Non aveva neppure preso la tavoletta, lo sapeva anche lei che tra Kathi e Max non sarebbe finita bene.
La vita che gli passa davanti non si cura delle date. Molto prima del matrimonio Max aveva aperto la palestra a Bressanone, che era stata finanziata da Alois Lechner. Aveva conosciuto Alois a una festa. A quell’epoca, nei primi anni Ottanta, la gente sapeva ancora fare festa. Non se ne stavano in piedi rigidi con il bicchiere da cocktail in mano, allora c’era un gran movimento. Le ragazze ballavano seminude, lo spumante scorreva a fiumi. Alois era appoggiato al bancone del bar e beveva una birra. Si erano trovati subito simpatici e avevano fatto società in un attimo.
E Kathi era contenta? Macché, l’aveva rimproverato. Max doveva gestirla meglio, la palestra, non ce l’aveva per sollevarci i pesi da solo. E lei non poteva occuparsi di tutto. E poi la gente alla fine doveva pagare. La maggior parte aveva pagato, erano pochi quelli che non avevano i soldi. Richie era completamente al verde, non ci poteva fare niente. Una sfortuna, era stato licenziato tre volte. A quel punto fai fatica a trovare un lavoro rapidamente, ogni possibile nuovo capo ti chiede cosa sia successo. E sei già alla porta. Per questo Richie era uno dei suoi clienti più fedeli, veniva almeno quattro volte la settimana. E che gli anabolizzanti fanno male, a quell’epoca Max non lo sapeva. Molte cose sono vietate non perché siano dannose ma semplicemente perché sono divertenti. Quella roba lì andava via come il pane appena sfornato. Tutti quei tizi occhialuti con i muscoli di un pollo che non erano capaci di sollevare neppure dieci chili la trangugiavano come se fossero caramelle. E pagavano bene per averla.
Le celle qui sono minuscole, sono delle specie di budelli con un letto, un tavolo e una finestra – con le inferriate, ovviamente. Più una porta d’acciaio verde chiaro con una piccola finestra attraverso la quale passano a Max il rancio quotidiano. Fuori dalla porta non è che sia meglio: un corridoio lungo e spoglio con il pavimento in linoleum, vecchio e in pessimo stato. Tutto l’edificio è dell’Ottocento o ancora più vecchio. Solo il cortile interno è spazioso, ma Max non può andarci. Perché credono che non possa camminare, sta sempre sulla sedia a rotelle e fa i suoi esercizi solo quando non lo vede nessuno. Ogni giorno si dà dei colpi sul ginocchio per renderlo insensibile. Deve andarsene da qui. Ora, immediatamente, subito. Qui lo faranno diventare matto. Matto. Perché non c’è abbastanza aria, perché non ne può più di stare sempre sulla sedia a rotelle, perché tutto il suo corpo è teso come la corda di un arco e qui dentro non riesce a pensare lucidamente. Per questo nella sua testa si è insediata Kathi e litiga sempre con lui. Per evitargli di immaginare com’è la vita là fuori, di pensare agli altri che se la spassano, vanno al cinema, sfrecciano su fantastiche auto sportive, vanno a letto con le donne. È contro natura rinchiudere un uomo giovane, contro natura! Max non può restare qui, gli serve una strategia. Prima aveva progettato una rapina, adesso gli tocca ideare un’evasione. Sono entrambe complicate, entrambe devono essere studiate nei minimi dettagli. Niente può andare storto. Max deve concentrarsi, ha una missione.
TRADIMENTO
Fui messo agli arresti domiciliari. Mi andava bene, perché non volevo vedere nessuno. Era solo stupido che non avessi neanche la televisione in camera. Michele ne aveva una e sicuramente anche quel fanfarone di Alessandro. Tutti avevano una televisione in camera, solo io no.
Almeno non dovevo fare i compiti a casa. Ero sospeso dalla scuola fino a quando la situazione non fosse stata chiarita. Cosa c’era poi da chiarire! Mi avrebbero ficcato in prigione, così non avrei più dovuto andare a scuola.
Scrissi una lettera ad Anita, spiegandole che non potevamo vederci perché non potevo uscire.
Due settimane, mi avevano appioppato — due settimane che sembrarono infinite. Mancava poco alla fine della scuola, gli altri andavano a nuotare, andavano allo stagno, sfrecciavano con il motorino, andavano a prendere di nascosto le ragazze dalle amiche, giocavano a pallone. Io invece sedevo nella mia muffosa cameretta e mi giravo i pollici. Mi avevano lasciato solo il giradischi. I Sex Pistols non piacevano ai miei genitori, loro erano del partito della musica classica. Andavano a Verona a vedere l’opera, a sentire strilli da far drizzare i capelli cacciati fuori da donne e uomini sovrappeso vestiti in modo ridicolo. Leggevo i vecchi albi di Asterix o addirittura alcuni comics ancora più vecchi di Superman, riflettevo su come avrei potuto modificare la mia camera. Per esempio gettare la biancheria per terra invece di sistemarla nel cassetto. Dipingere quadri neri. Appendere quadri neri. Appendere altri quadri ancora più neri. Per mangiare avevo il permesso di scendere in soggiorno. Ma io restavo in camera. La mamma allora metteva il piatto davanti alla mia porta, io ne lasciavo lì metà, aspettavo fino a quando il pane non ammuffiva e il salame non si pietrificava ai bordi prima di rimettere quegli orribili resti accanto allo stipite della porta. La mattina in bagno Paolo mi informava sulle novità. Emilio della sua classe era in piena muta della voce, la nostra vicina si era slogata un piede facendo legna, la mamma piangeva perché una delle sue pazienti era morta di cancro alla vescica. Una donna che aveva assistito per anni.
Anita mi rispose per lettera proponendo un nuovo incontro. Io non ci andai. Ci vedemmo a una mostra sulla storia dell’alpinismo a cui mio padre mi aveva costretto ad andare. Lui stava pontificando davanti a una vetrina piena di scarpe chiodate e corde di canapa, Anita si avvicinò da dietro di soppiatto e mi mise le mani sugli occhi. Non vedevo più nulla. Non me l’aspettavo e non mi venne in mente nulla da dire. Così le dissi la verità, che non potevo andare a prenderla perché non avevo il motorino. Mi disse che ero un cretino e se ne andò.
Non arrivarono più né lettere né telefonate. Di domenica andavo a camminare con i vecchi, solo io. Nel giro di poche settimane ero riuscito ad avere tutti contro: genitori, amici, ragazza. Violetta aveva capito che ero stato io a fregarle la cioccolata e fece immediatamente la spia. L’unico che stava dalla mia parte era Paolo. Stava seduto con me in camera per ore, anche se gli parlavo a malapena. Spesso avevo parlato male di lui, ma era un bravo ragazzo. A un certo punto finii per soffocare nel mio stesso silenzio e così sputai fuori tutta questa storia così complicata. Forse la migliore delle sue qualità è che non mi dava mai consigli, si limitava ad ascoltare.
Quattro giorni dopo, di mattina, mia madre era seduta sul mio letto. Balzai su con uno scatto fulmineo e le chiesi furibondo cosa ci facesse lì. Rispose che dovevamo parlare. Paolo le aveva raccontato di Anita. Paolo! Che stronzo! Che sacco di…! Che topo di chiavica! La mamma restò in silenzio fino a quando la mia scorta di tre imprecazioni si fu esaurita. “Tu l’hai offesa”, disse. “Adesso devi riparare.”
“Perché l’ho offesa?”
Sorrise. “Pensi davvero che si sia innamorata di te perché credeva che tu avessi il motorino?”
Sbuffai, deglutii. “Cosa dovrei fare ora?”
“Scrivile una lettera, invitala a prendere un gelato, vai al cinema con lei. E parlale. Dille che ti dispiace. Che è stato stupido abbandonarla, che ora l’hai capito.”
“Non volevo rubare il motorino. Volevo prenderlo in prestito per andare a prendere Anita dalla sua amica e fare un giretto con lei. E poi l’avrei rimesso a posto.”
“Lo so”, disse la mamma.
“Mi credi?”
“Sei mio figlio!”
“Ma tutti dicono che sono un ladro.”
“Non mi interessa cosa dicono tutti. Io ti conosco. Tu non sei un ladro.”
“Mi butteranno fuori dalla scuola e i genitori di Alessandro mi denunceranno.”
Mamma mise la sua mano sulla mia. “Papà sistemerà tutto.”
Mi abbracciò e il suo petto era così morbido e consolante che mi vergognai un po’ e scoppiai a piangere.
Mi accarezzò i capelli. “Non te la prendere con Paolo. Gli chiedevo di te ogni giorno, lo assillavo con le mie domande, lo torchiavo di continuo. Ora ha paura che non gli parlerai più. Lui non è ancora pratico di ragazze. Per questo dovevo parlare io con te.”
Paolo, un bravo ragazzo.
Non so quanto denaro fosse stato versato, in ogni caso nessuno ci mandò via da casa e continuammo a tenere l’Alfa Romeo. E andammo in vacanza al sud, come ogni anno. Ma non spendemmo molto perché eravamo ospiti dei nonni.
Mi toccò tornare a scuola, fare i compiti a casa e promettere una cosa ai miei: non sarei mai salito su un motorino, neppure con uno dei miei amici. E assolutamente mai se avevano bevuto. Troppi ragazzi perdono la vita sulle strade dell’Alto Adige.
TARDA ESTATE
Cosa ci fa Max in un carcere austriaco? Dopotutto è italiano, lui appartiene all’Italia, all’Alto Adige. Adesso Kathi può venire a trovarlo con Julia. Erano arrivate a Innsbruck quando Max era ancora in ospedale. L’avevano portato lì con l’elicottero. Pensavano che non se ne sarebbe neppure accorto, tanto gravi erano le sue ferite. Invece se ne era accorto. Era disteso nell’angusta cabina del velivolo, legato stretto a una barella, con la maschera dell’ossigeno sulla bocca. A volte perdeva coscienza, poi tornava in sé e si assopiva di nuovo. Qualcuno impartiva degli ordini. E poi c’erano delle luci sopra di lui, tubi al neon su soffitti bianchi che passavano veloci come le strisce sull’asfalto di un’autostrada. Quando la luce si era accesa di nuovo era sdraiato in un letto con le sponde laterali alzate. Gli facevano iniezioni e flebo, gli cambiavano le bende e le tagliavano intorno a lui, ma lui non se ne accorgeva. Più tardi, una volta estratti i proiettili e diradate le nubi dei dolori e delle pastiglie, era arrivato il maggiore Müller, si era seduto accanto al suo letto e l’aveva tempestato di domande: svolgimento degli eventi, pianificazione, deposito delle armi. Max non aveva risposto, erano arrivati i dottori a medicarlo, poi il maggiore si era seduto di nuovo vicino a lui ed erano andati avanti così a lungo: medicazione, interrogatorio, medicazione, interrogatorio… Perché ha sparato a un poliziotto? Max aveva risposto di non avere sparato.
Poi alla fine erano arrivate le visite. Prima Kathi, poi i suoi genitori. La mamma l’aveva rimproverato. Perché gli diceva queste cose? A Max erano venute le lacrime agli occhi e allora lei l’aveva piantata con le ramanzine. Alla fine si era seduta molto vicina a lui e gli aveva preso la mano, quella sana. Gli aveva sussurrato che sarebbe andato tutto bene. Alla fine – questo i giudici l’avrebbero considerato – non era un cattivo ragazzo. Non era una persona malvagia o un assassino, era solo un rapinatore. Max le aveva chiesto come andasse a casa. Oh Gesù, a casa! Giornalisti ogni giorno. Della televisione, dei giornali. Vogliono sapere tutti com’è andata. Tutta Bressanone è in subbuglio, tutti si informano su Max. Oh, non ci crede nessuno! Max ha assaltato un furgone portavalori? Lui? Ma va’, impossibile, sarà uno scambio di persona. Max va a messa tutte le domeniche, Max aiuta gli anziani e i deboli. Max lascia i poveri diavoli allenarsi gratis nella sua palestra perché non si facciano venire strane idee, non può essere stato proprio lui. È tutto vero. Lui va in chiesa ogni domenica, nella chiesa parrocchiale della parte alta del paese, quella con il campanile a punta e la Madre di Dio sul piccolo altare laterale con il panno ricamato: Maria piena di misericordia, io ti ringrazio. Qualche volta scende in città, si siede nella chiesa grande e ascolta la predica del vescovo. Dopo la messa va nel chiostro a destra dell’entrata, passa di fianco al bassorilievo con i vescovi sulla parete e arriva davanti agli affreschi pieni di colori. Si ferma di fronte all’immagine del presepio e guarda in su verso la Madonna con in braccio Gesù Bambino. Di fronte a entrambi sta inginocchiato un re che ha portato in dono l’incenso, dietro ci sono gli altri re magi che stanno per consegnare i loro doni. Ma la Madonna non è felice. Lei sa già che il bambino si allontanerà da lei, che le verrà sottratto. Persino il bue e l’asinello in piedi sotto il tetto di paglia pieno di buchi lo sanno: le cose non finiranno bene.
Max era stato operato due volte, alla coscia e al ginocchio. I colpi di striscio sulla schiena erano guariti da soli, la mano invece era rimasta simile a una zampa, curva e deforme.
Dopo le operazioni era rimasto a letto e solo raramente gli avevano dato delle pastiglie. Le pastiglie lo annebbiavano, Max dormiva per gran parte del tempo e quando non dormiva sentiva la rabbia nello stomaco, come un grumo acido e compatto. Come accadeva anni addietro a Cesenatico quando le suore lo rinchiudevano e non vedeva il sole per giorni interi.
Poi da un giorno all’altro era cambiato tutto. Il viceprimario era venuto tre volte al suo capezzale e gli aveva chiesto come stesse. Gli avevano dato gli antidolorifici tutte le volte che voleva. L’avevano operato ancora, questa volta bene, e una fisioterapista gli aveva massaggiato le gambe e le braccia e spiegato gli esercizi da fare. Era ora, aveva pensato Max. Poi aveva fatto una telefonata in Italia: è finita, stanno seguendo le tracce. Lo riferirò, aveva detto uno che si chiamava Massimo. Max non aveva parlato direttamente con il boss. Non dal carcere, non al telefono. Ma la cosa importante era che i ragazzi non l’avevano dimenticato.
Il detenuto che avevano messo a spingere Max sulla sedia a rotelle si chiamava Michael. Era un misero borseggiatore, l’avevano beccato per la terza volta. Michael l’aveva portato allo spaccio dell’ospedale, lì c’erano vari generi commestibili e Max aveva comprato speck, salamini affumicati, pane e acqua minerale. Mangiare tiene insieme il corpo e lo spirito, si dice.
Davanti alla sua cella aveva trovato degli agenti, dentro era seduto Franco. Max gli aveva dato una pacca amichevole sulla schiena, aveva fatto un cenno verso i tizi in corridoio e aveva alzato gli occhi al cielo. Chi ha paura dell’uomo nero? Franco. Lui aveva paura di tutto e di tutti. Nessuno sapeva l’italiano, Franco si esprimeva a malapena in tedesco e parlava solo con Max. Se si incontravano in corridoio Franco si girava tre volte per vedere se ci fosse qualcuno dietro di lui. I suoi bulbi oculari vagavano a destra e a sinistra, sembrava Buster Keaton in un vecchio film muto. Parlava in modo precipitoso e sconnesso. Una sera stavano seduti nella cella di Max, Franco fumava, aveva spento la sigaretta, aveva preso la successiva dal pacchetto e ci aveva guardato dentro, ne erano rimaste solo due. Max gli aveva messo la sua manona sulla mano. “Guardami”, aveva detto. “Mi è andata male, ma starò di nuovo bene. Non resteremo in carcere. Devi essere contento di non sapere il tedesco, quando ti interrogano sono costretti a prendere sempre un interprete e gli costa dei soldi. Si stuferanno presto!”
Franco non gli credeva. Camminava strascicando i piedi e tenendo le spalle basse, con la testa ritratta come una tartaruga che si rifugia dentro la corazza. Max lo guardava. Fausto si faceva vedere più raramente, avevano preso anche lui. Tutta la sua banda annientata in un colpo solo, erano rimasti solo tre cacasotto e uno storpio.
Max aveva presentato domanda per essere trasferito in Italia. Si era fatto vivo il maggiore Müller: nessuna agevolazione senza qualcosa in cambio.
“Che cosa volete in cambio?”
“Dove avete nascosto le armi? Dove avete depositato l’esplosivo?”
Max si era rifiutato di deporre.
Michael, quello che lo spinge, era entrato nella cella di Max con un amico, un tizio con le spalle larghe, gli occhi azzurri come l’acqua e la testa pelata. Il tipo si era seduto sul letto, aveva dato una pacca sulle spalle a Max, gli aveva detto che era un ragazzo straordinario, poi aveva raccontato di essere dentro per una rapina in banca. Max aveva dato un morso a un salamino duro e sottile. Con un coltello avrebbe potuto tagliarlo a fettine ma non ci sono coltelli in prigione, non si può tenere neppure un temperino. L’uomo continuava a blaterare, raccontava di uno che aveva violentato una donna e aveva tagliato la corda. Dal reparto dell’ospedale, diceva il pelato, si può scappare in qualsiasi momento perché lì non ci sono inferriate alle finestre ma solo pali di cemento. Si possono allargare con un attrezzo a vite. E dove posso prenderlo, aveva domandato Max.
“Lo si può comprare”, era stata la risposta del pelato. “Ne fanno uno di questo tipo nell’officina metallurgica. Bisogna parlare con i detenuti. Però costa…” Il pelato aveva strofinato insieme pollice, indice e medio.
A cena c’erano zuppa di patate e salsiccia con piselli e carote.
Max aveva spedito in officina Michael, che era tornato con un certo Christian. Quest’ultimo si era annotato tutto quello che serviva.
Max è seduto sulla sedia a rotelle e fissa il cielo di fuori. È di un azzurro intenso, non ci sono nuvole, solo una luce forte. In questi giorni è ancora più inquieto del solito, non riesce a tenere ferme le gambe; dondola le ginocchia avanti e indietro, si alza e si abbassa come se dovesse segnalare che è ancora in vita all’“uomo morto”, quel dispositivo che usano i macchinisti. Intanto il treno corre senza sosta e Max non può fermarlo, ormai è partito da un pezzo. Ma nella direzione sbagliata. Dietro di lui c’è la libertà, davanti una detenzione interminabile. “Rapina a mano armata con sparatoria, per una faccenda del genere ti becchi quindici anni”, gli ha detto il maggiore Müller.
Quindici anni. Quando uscirà sarà vecchio, impotente, senza denti e con i capelli grigi. Quindici anni. Max avrà quasi cinquant’anni.
Il congegno a vite avrebbe funzionato? Prima che Max potesse applicarlo ai pilastri di cemento gliel’avevano scoperto sotto il materasso. Era finito in isolamento. Dal reparto dell’ospedale alla cella di isolamento, completamente solo: intorno a lui nient’altro che muri e una minuscola finestra con un’inferriata. Non poter parlare con nessuno per tutto il giorno, fissare il soffitto, essere felice quando una mosca entra per sbaglio nella cella o un ragno tesse la sua tela. Che vivacità, aveva scritto Theodor Storm. Ma Max ha avuto modo di leggerlo solo dopo, quando un detenuto qui a Stein gli ha regalato il libro. Poi Max è andato in biblioteca e ha cercato altri libri di Storm. Ma non li avevano e allora ne ha preso un altro, uno più lungo di Stifter. “Tarda estate” si intitolava, e Max era contento che avesse così tante pagine. Ma poi la felicità è terminata, in “Tarda estate” non accadeva niente. Proprio come qui in carcere, dove non accade mai niente.
GUERRA
C’è mai stato un altro momento in cui mi sono sentito così libero come quell’anno alla fine della scuola? Avevo davanti un periodo infinito di vacanze e poi non sarei più tornato in una polverosa aula scolastica, ma sarei andato all’università a Bologna. Che bella la vita dello studente! Stare in giro fino all’alba senza nessuno che mi facesse il conto di quante cellule cerebrali muoiono a causa di una sbronza. Ah, morire in allegria nella testa di Fabio!
Ero in piedi nella mia camera e stavo infilando le mie poche cose in una valigia e in uno zaino. Paolo mi passò una maglietta nera. La osservai bene e riflettei se fosse abbastanza nera. Disse che gli sarei mancato. Lasciai cadere la maglietta.
“Ma no”, dissi, “ti rimane sempre Violetta!” Era la consolazione più sciocca che mi potesse venire in mente. Cosa se ne faceva un dodicenne di una sorella? Paolo scrollò le spalle. Non mi fece nessun rimprovero, era un bravo ragazzo. Lo strinsi tra le braccia e alla fine gli dissi la verità, che anche lui mi sarebbe mancato. Allora non piansi. L’hanno detto dopo.
Mio padre mi accompagnò fino al treno. Mi avrebbe portato volentieri in auto, c’era molto spazio nel bagagliaio dell’Alfa, ma io non volli. Al momento del congedo disse che era orgoglioso che studiassi a Bologna, l’università più antica d’Europa. Anch’io ero orgoglioso, in qualche modo.
I miei avevano accettato senza fare storie che io non avessi scelto medicina. Mi interessava la sociologia, ne sapevo poco e forse per questo la trovavo attraente.
Ero in piedi in una lunga fila, davanti a me c’era una ragazza con la coda di cavallo castana e gli occhiali. Stava conversando con uno davanti a lei che voleva iscriversi ad antropologia. Ah! Gli altri ragazzi parlavano di teatro e dell’opera d’arte totale, poi si aprì un altro sportello, mi ci piazzai davanti immediatamente e dissi… dissi: “Giurisprudenza”.
Non è così grave, si può cambiare facoltà in qualsiasi momento.
Avevamo un vecchio professore con la pancia e le mani sempre nelle tasche dei pantaloni, camminava su e giù di fronte alla lavagna con indosso un completo blu con i gomiti luccicanti. Parlava di Seneca, diceva che è necessario vivere la vita invece di preoccuparsi per il futuro. Che è indifferente cosa pensano gli altri, e che arrovellarcisi sopra è uno spreco. Uno spreco di vita preziosa, un tradimento del pensiero in quanto tale. “Lo capite?”, ci vomitava contro il vecchio. “Gli dèi ci hanno regalato la capacità di pensare. E noi cosa facciamo? Non pensiamo, stiamo a lambiccarci il cervello! Su cose che non hanno senso!” Lui stesso non si lambiccava il cervello e indossava il suo abito blu in qualsiasi stagione, anche se gli anni Ottanta ci avevano elargito ormai da tempo i pantaloni con le pinces e le polo Lacoste. Il professore mi piaceva ma io restavo sul nero attillato, con le spille da balia infilate nei jeans all’altezza del ginocchio. Non nelle guance e nelle orecchie, ero troppo vigliacco.
In Sicilia intanto era scoppiata la guerra. I Corleonesi avevano visto troppa televisione, Marlon Brando e Al Pacino avevano dato il via al repulisti. Eravamo seduti nella sala comune del pensionato studentesco su sedie da ufficio di seconda mano e tavoli in laminato verde pisello. Le nostre bottigliette di birra si incollavano ai residui di ragù, latte e Coca Cola. Certi giorni il laminato era protetto da tovaglie incerate a quadretti rossi e beige, se sollevavo un po’ la bottiglietta si sgualcivano. Tenevo la mia birra in mano e fissavo la televisione. Automobili sventrate, i morti erano sui sedili in uno stato pietoso: uomini, donne, persino bambini. Uccisi a colpi di arma da fuoco, strangolati, sepolti nel cemento.
E finalmente compresi su cosa avrei dovuto arrovellarmi. La mia meditazione su Seneca mi portò dal professor Alessandro Galli, di mestiere penalista ed esperto di criminalità organizzata. Galli veniva come me dal sud, anche lui era stato scacciato dalla mafia. Gli raccontai di mio padre e di come, ancora bambino, dovetti lasciarmi improvvisamente alle spalle le amicizie più strette. Di come per anni e anni ero stato considerato diverso dagli altri, di come piangevo di notte e stavo in silenzio di giorno. Ma ora Seneca mi aveva dato una missione, ora non volevo più sprecare un solo giorno.
Avevo avuto un curriculum scolastico indegno di mio padre, eppure terminai l’università in un tempo record. Galli mi parlò del pool di magistrati antimafia istituito in Sicilia. Fu allora che udii per la prima volta il suo nome: Giovanni Falcone, un nome che faceva pensare alla caccia con il falcone, mi si era rivelato. Cambiai abbigliamento, riposi in un baule la mia divisa da punk duro e puro riempita ad arte di tagli e mi infilai in un completo di Gianni Versace, con il quale feci l’esame di Stato. Indossai lo stesso vestito anche all’esame di dottorato, in cui i miei genitori si tenevano per mano, la mamma si asciugava le lacrime alla coda dell’occhio e il petto di mio padre sembrava staccarsi dal corpo e uscirne fuori. Paolo si fissava le scarpe annoiato e mi lanciava sguardi pieni di odio: anche lui l’avevano costretto a infilarsi in un abito. Violetta, invece, l’avevo fatta contenta, perché aveva sfruttato senza vergogna l’occasione per farsi rifare il guardaroba dai nostri genitori. A differenza di Paolo, che stava seguendo le orme della mia pubertà, si era decisa per lo stile poco simpatico dei paninari: fun, fun, fun and no brain.
Il professor Galli conosceva Rocco Chinnici dai tempi dell’università. Era stato lui a creare il pool antimafia per la lotta a Cosa Nostra. Un anno prima, nel luglio del 1983, Chinnici era caduto vittima di un’autobomba. Galli mi consegnò una lettera di raccomandazione in cui si ricordava del suo vecchio amico. Per il dottorato mio padre mi aveva regalato la mia prima auto, una Fiat Uno che aveva solo un anno. Avrei desiderato un’altra auto, più slanciata, più scattante, ma mia madre non lo permise. Muoiono troppi giovani sulle strade italiane. Se avesse saputo che stavo per iniziare a lavorare in Sicilia mi avrebbe comprato un’auto blindata. Muoiono troppi uomini…
Falcone non riuscii a vederlo di persona. Stava lavorando agli atti del processo a Tommaso Buscetta, che poco tempo prima aveva infranto la regola dell’omertà. Le sue confessioni avevano dato molto da fare al pool antimafia. Si dovevano emettere mandati di arresto, rintracciare persone e interrogarle. Io condividevo la stanza con un investigatore che brontolava sempre e farfugliava tra sé e sé in palermitano stretto. Sbrigavamo un sacco di scartoffie, battevamo a macchina verbali senza fine, su vecchie macchine da scrivere con i nastri a colori ormai logori. Inoltrai una domanda di acquisto di una macchina da scrivere elettrica, ma fu respinta. I soldi servivano per cose più importanti. Così me la comprai con le mie finanze: una macchina con la testina rotante e il nastro per le correzioni – adoravo il nastro per le correzioni.
E poi improvvisamente eccolo lì in piedi nella nostra stanza, con il viso rotondo, i baffoni, l’abito un po’ spiegazzato. Gli eroi sono spesso meno alti di quello che si pensa. Cercava il mio collega, che stava lavorando su uno dei nastri di Buscetta.
La volta successiva me lo trovai di fronte in un momento cruciale. Falcone e il suo amico Paolo Borsellino stavano istruendo un processo. Un processo che né la Sicilia, né l’Italia né il mondo intero avevano mai visto. Tutti dovevano comparire. Tutti. Avevamo i nomi, ci servivano solo le confessioni e, non da meno, le prove. Falcone invitò tutta la squadra a una festa dove tenne un discorso. Io trattenevo il respiro, ero entrato a far parte di qualcosa di grande, lo sentivo.
Falcone si sedette a ogni tavolo, anche al nostro. Mi chiese chi fossi e dove lavorassi. Notò subito che non ero di Palermo. Gli raccontai delle mie origini. Mi disse di venire nel suo ufficio il giorno dopo. Poi si spostò al tavolo successivo e quando andò via quattro uomini si alzarono e lo seguirono.
L’appuntamento era alle dieci. Avevo indossato il completo di Versace, mi aveva sempre portato fortuna. Falcone stava sfogliando una copia del “Corriere della Sera”, la lanciò verso di me, c’era un articolo cerchiato in rosso. Erano alcuni casi non risolti di rapine in banca in Alto Adige. Io diedi una scorsa al primo paragrafo e mi appoggiai allo schienale. Falcone mi consigliò di tornare in Alto Adige. Io non capivo, lui mi spiegò meglio. In ogni cosa il fattore decisivo sono i soldi. Se volevamo neutralizzare la mafia dovevamo interrompere i suoi flussi di denaro, perché erano quelli a tenerla in vita. Su scala più grande si trattava di banche, riciclaggio di denaro sporco, il che non si poteva effettuare senza l’aiuto della politica e dell’economia. Su scala più piccola si trattava di combattere la criminalità. Per la mafia i bravi rapinatori di banche erano interessanti tanto quanto per l’industria questi specialisti di elaborazione dei dati di cui si parlava tanto in quel periodo. Io sospirai. Falcone si piegò in avanti, mi guardò negli occhi e mi gettò in faccia un nome: Mala del Brenta. Negli anni Settanta i vecchi siciliani si erano dati da fare alla ricerca di nuove fonti di denaro e, non a caso, le avevano trovate nel ricco nord. Si erano insediati là, sul fiume Brenta, e ora cercavano di iniettare nuova linfa nei vecchi traffici. Quanto più spazio avessimo lasciato ai mafiosi, tanto meglio loro lo avrebbero sfruttato. Sulla strada del successo raccoglievano i piccoli criminali e li facevano diventare complici, amici, persone che dovevano loro un favore. “Ma”, e qui i baffi di Falcone tremarono, “stia in guardia. Quella gente è pericolosissima, sono considerati particolarmente brutali.”
Deglutii e tirai di nuovo il giornale verso di me. La banda sospettata di aver alleggerito di alcuni milioni di lire una banca di Molini di Tures e altre agenzie era quella di un certo Max Leitner.
ACCERTAMENTO DEL NUMERO LEGALE
Una giovane domestica entrò nel maso per svuotare il secchio dell’immondizia. Qui trovò una lettera in cui c’era scritto che doveva salire sulla montagna che dominava il paese perché lassù la aspettava una grande quantità d’oro. La ragazza aveva paura, ma i suoi padroni dissero che doveva andarci perché altrimenti gli gnomi si sarebbero offesi e le avrebbero giocato un brutto tiro. Così la ragazza andò sulla montagna, fu lasciata passare e gli gnomi le diedero dei monili d’oro. Ma quando fece per andarsene gli gnomi dissero che doveva restare ancora due giorni, e così la ragazza si sedette di nuovo al tavolino e chiacchierò e bevve con i suoi piccoli compari. Poi lasciò la montagna piena di felicità, ma quando tornò nel paesino vide che tutto era cambiato. La casa era vuota ed era completamente ricoperta dalla vite americana, i suoi padroni non li conosceva più nessuno e anche le vacche e i cavalli nella stalla le erano estranei. Chiese agli abitanti del villaggio, ma nessuno conosceva né lei né i suoi padroni. Ai bordi della foresta viveva un uomo vecchissimo che le raccontò che, quando suo nonno era ancora molto giovane, una domestica del paese era scomparsa e non era più tornata. Da allora erano trascorsi almeno centocinquant’anni. Quando la ragazza sentì questa storia, a un tratto i suoi capelli divennero bianchissimi, il suo volto si riempì di rughe e i denti le caddero. Crollò a terra nel punto stesso in cui si trovava e morì sul colpo.
La mamma aveva raccontato a Max questa fiaba. Quando se ne era andata Max non era riuscito a dormire, tanto era atterrito dagli gnomi che avevano trattenuto la povera ragazza sulla montagna per centocinquant’anni. Più tardi, quando era arrivato a Cesenatico, aveva capito: gli gnomi avevano tenuto la ragazza prigioniera e non la lasciavano più tornare a casa, esattamente come le suore che lo tenevano qui e non lo lasciavano libero. Era per il suo bene, gli dicevano. Ed erano come gli gnomi che avevano ingannato la povera ragazza. Ora ne è certo, la montagna degli gnomi era un carcere come questo qui. E il tempo si è fermato come se si fosse dimenticato di scorrere. Cent’anni sono un giorno, e un giorno dura cent’anni.
Max ha presentato di nuovo domanda. Ha parlato con l’assistente sociale, lei gli ha detto cosa doveva scrivere e gli ha dato un libro di consulenza legale. Sul tavolo sono impilati dei libri che lo aiutano a comprendere che cosa prevede la legge. Se mai uscirà di qui potrebbe aprire uno studio di consulenza legale, negli ultimi anni si sono diffusi come la muffa sul pane raffermo. Chiunque ha un consulente – ma lui non ne ha bisogno, si consiglia da solo. Anzi, fa tutto da solo. Herbert, con cui ha fatto amicizia, è al fresco per truffa. Gli ha venduto la rivista. Era già un po’ logora, ma Max la utilizza comunque. Nel numero c’è una che assomiglia a Eliana. Eliana, la donna più bella di tutta l’Argentina, di un paese in cui le belle donne prosperano come i limoni in Sicilia. Lei era venuta a trovarlo in Alto Adige, Max l’aveva portata a fare un giro, le aveva mostrato le montagne e il lago. Erano andati anche al mare, avevano fatto un salto a Venezia e navigato sui canali in gondola. Eliana però non era rimasta impressionata. La Porsche invece le era piaciuta. Aveva voluto guidare lei, anche se non aveva la patente. Vicino a Treviso avevano incontrato un posto di blocco dei carabinieri. Eliana era scesa dall’auto, il carabiniere le aveva fissato le gambe e poi il suo sguardo era scivolato più in alto, era rimasto come incollato al seno. Eliana aveva inveito. Lei è argentina, perché mai l’hanno fermata? Perché si crede che una donna straniera non sia capace di difendersi da queste aggressioni. Sì, aggressioni. Lei guidava rispettando le regole, non c’è stata nessuna violazione. Allora perché le chiedono i documenti in maniera così sgarbata? Il carabiniere aveva annuito: sì, era stato scortese ma non voleva offenderla, non avevano visto che Eliana era straniera, anche se donne belle come lei erano rare qui, proprio rare.
Se Eliana fosse venuta a trovarlo anche solo una volta a Stein, Max sarebbe libero già da un pezzo. Avrebbe inveito contro chi doveva decidere, poi l’avrebbe preso per la cravatta, l’avrebbe tirato vicinissimo al suo volto con gli scintillanti occhi neri, il nasino e le labbra rosse e carnose. Gli avrebbe sussurrato qualcosa all’orecchio, qualcosa che aveva a che fare con scopare o baciare, e la chiave sarebbe passata da sola dalla tasca dei pantaloni del tizio alla sua piccola mano ferma.
Nella “villa miseria” di Buenos Aires Eliana comanda una banda di docili ragazzini che per lei commettono furti, rapine, forse omicidi. Max non ne sente la mancanza, pensa a lei solo per via della rivista. Era solo un’avventura, brava a letto ma pericolosa per il cuore, donne così non saranno mai tue.
Julia lo dimenticherà, se non lo vedrà mai. Max deve costringere Kathi a portargliela a Stein più spesso. Che cosa sono sei ore? Niente più di un lampo in una dozzina di anni. Non sarà poi così male, dice il suo avvocato. Ma lui cosa ne sa? Lui è fuori, mette a letto i suoi figli tutte le sere. Julia lo dimenticherà. Ci sono tanti ex mariti e padri dimenticati a Stein quante sono le stelle nel firmamento.
Julia gli ha inviato un disegno. Si vede un prato con una grande farfalla colorata, sullo sfondo le montagne. Max deve stare attento perché le lacrime sciolgono i colori. Non può tenere il disegno in mano troppo a lungo, deve metterlo via subito. Nelle celle degli altri detenuti alle pareti sono appesi vari disegni di bambini, tutti ingialliti. Max ripiega con cura il foglio e lo infila di nuovo nella busta sulla quale c’è il suo nome scritto in bella calligrafia. Julia è intelligente, studierà e lui ci sarà quando prenderà il suo diploma. Sua figlia. Ci sarà. Deve andarsene da qui.
Questa volta farà le cose in modo più intelligente. Si farà trasferire in Italia. Stein è a prova di evasione, lo dicono tutti: le guardie carcerarie, gli avvocati, i detenuti. Ma niente è a prova di Max. Niente di niente. Certo, scavare con il cucchiaio non funziona, ci ha già provato. Non ha funzionato neppure a Innsbruck. Aveva trovato un’intercapedine, aveva grattato ed era incappato nel cemento armato. Aveva mescolato colla, pane e saliva e aveva tappato di nuovo il buco. Sembrava perfetto. Ormai non sarà più così perfetto, avrà dei riflessi verdi di muffa. Tireranno fuori dal buco quel mastice naturale e lo chiuderanno con la malta. Ci sono un sacco di buchi simili nelle pareti delle prigioni. Le pareti delle prigioni sono un unico, grande pezzo di Emmental. Il metodo del cucchiaio non è molto utile.
A Innsbruck era rinchiuso anche Walter Grubauer, il famoso chirurgo estetico. Aveva operato tutta la gente che conta, in Austria. Venivano da lui in pellegrinaggio, si facevano rifare il seno, il naso, il viso intero. E non se la prendevano quando qualcosa andava storto. Ma a un certo punto le cose erano cambiate e Grubauer era stato citato in giudizio per truffa e lesioni gravi. Max aveva voluto conoscerlo. Grubauer non poteva fargli un viso nuovo, non qui dentro, ma aveva l’avvocato migliore e anche Max voleva l’avvocato migliore. Il dottor Manfred Rainer veniva in carcere più volte alla settimana. La stanza per le visite degli avvocati era spoglia, come qualsiasi altra cosa qui. Un tavolo, due sedie, le pareti nude, quattro angoli in uno dei quali c’era un sorvegliante. Il cesso era come tutti i cessi, aveva la finestra sbarrata con un lucchetto.
Un martedì era stato rilasciato Heinz, un amico di Michael, lo spingi-sedia. Tutti in un modo o nell’altro erano amici di Michael, un tipo divertente. Max aveva dato a Heinz il numero e pochi giorni dopo si era fatto vivo Massimo. In uno di quei film di gangster degli anni Cinquanta, Massimo gli avrebbe portato una torta. Ma Massimo non era venuto.
Notburga l’aveva consolato, gli aveva messo in tasca un’immagine di Santa Tecla. Non deve mai perdere la fede. Guarda Santa Tecla, quando fu condannata a morte e fu eretta un’alta catasta per il rogo, la pioggia spense le fiamme e un terremoto fece scappare via la gente. Avrebbe dovuto morire giovane e invece è arrivata a novant’anni. Nella sua cella Max aveva rotto la cornice, aveva messo da parte Santa Tecla e aveva tirato fuori il foglio sottile della sega per metalli. Ci sarebbe voluto molto tempo per tagliare qualcosa. Max aveva sollevato il materasso e ispezionato la rete – due lunghe sbarre di ferro, una sarebbe bastata. Aveva aperto lo sportello dell’armadietto, aveva alzato la radio a tutto volume, si era seduto sul bordo del letto e aveva iniziato a lavorare.
La guardia aveva battuto contro la porta, Max si era alzato, aveva messo in ordine il materasso e chiuso l’armadietto. La finestrella del cibo si era spalancata, dentro era comparsa la faccia della guardia, chiazzata di porpora intorno al naso, la voce troppo alta di un’ottava. Doveva abbassare la radio, immediatamente. Non ho sentito l’ordine, aveva risposto Max, la radio era talmente alta… “Ah, questa è la mia canzone preferita!” Max aveva sollevato le braccia, mosso i fianchi, si era girato dondolando il sedere. La guardia aveva sbattuto la porticina proprio mentre la melodia si esauriva lentamente e una speaker mormorava: “Finestre e porte Internorm. Solide e sicure”.
Due settimane a segare, telefonare, organizzare. Erano proprio dei bravi ragazzi, quelli di Innsbruck. Avevano trovato subito qualcuno che poteva aiutarlo, che l’avrebbe aspettato fuori con il denaro, il passaporto e un’auto. Il dottor Rainer era un avvocato formidabile, Max l’aveva fatto venire in carcere per la domanda di trasferimento. Indossava un pullover a collo alto che gli aveva portato Kathi. Max l’aveva provato subito e Julia aveva pianto ancora di più. Il suo papà doveva venire via con loro, perché continuava a restare in questa casa odiosa con questi uomini cattivi? Si era tolto il pullover e aveva accarezzato Julia sulla testa. Erano trascorsi così tanti mesi e Max non era ancora con loro. Aveva nascosto la sbarra di ferro nel dorso del pullover, tra il collo e il cinturino dei pantaloni. Era fatto tutto su misura, niente era lasciato al caso. Misure prese in carcere, dove non c’erano metri avvolgibili e neppure una fottuta squadra come quelle che si usano a scuola, perciò solo misure naturali. Mani, piedi, posate… bisognava lavorare con quel che si trovava. La sbarra di ferro era lunga cinque cucchiai. Cinque cucchiai vanno dal collo alla cintura dei pantaloni. Max si era infilato la sbarra dietro la schiena, poi aveva picchiato così forte contro la porta della cella che tutti i cartelli fissati all’esterno erano caduti. Cartelli magnetici a basso costo su cui c’era scritto che Max era pericoloso. Che c’era pericolo di evasione e che non collaborava.
La guardia aveva spalancato la porta. Il dottor Rainer lo stava già aspettando, ma prima doveva perquisirlo, doveva tastarlo.
“Sei frocio o che cosa? Tira via le zampe.”
La guardia non aveva risposto, si era chinata per toccare le gambe dei pantaloni di Max mentre lui stava fermo con le braccia sollevate e aspettava.
“Girati”, aveva detto la guardia.
“Fa’ il bravo”, aveva brontolato Max. “Vado solo dal mio avvocato.”
“Girati”, aveva ripetuto la guardia.
“Ma vai a dare via il culo e lasciami in pace!”
“Girati”, aveva gridato la guardia.
Max aveva alzato gli occhi al cielo gridando anche lui, poi in fondo al corridoio si era sentito un gran trambusto. Cosa stava accadendo? Qualcuno stava tentando di evadere? La guardia aveva sbuffato – poteva andare – ed era uscita di corsa. Max si era diretto in fretta giù al parlatorio. L’agente nell’angolo gli aveva ordinato di sedersi. Max gli aveva spiegato che aveva dei dolori alla schiena. I letti qui sono una schifezza, sono completamente sfondati. L’avvocato si era mostrato comprensivo e anche l’agente: ah, la sciatica, un vero tormento, senza Voltaren non se ne esce. Il dottor Rainer aveva spinto fuori l’agente di guardia con i problemi alla schiena, Max doveva andare in bagno e con urgenza. Rainer si era seduto e aveva aperto la sua valigetta. La sbarra di ferro premeva contro la schiena di Max, era giunto il momento di usarla. Aveva abbassato il coperchio del water, ci era salito sopra, aveva estratto la sbarra dal pullover e l’aveva infilata nel lucchetto. Adesso bisognava provare a fare leva: lezione di fisica, seconda classe dell’Istituto commerciale.
La scuola commerciale si era rivelata ancora una volta inutile, invece di piegarsi il lucchetto si era piegata la sbarra di ferro. I letti qui – una schifezza! Fuori c’era la macchina, lo aspettavano gli amici che dovevano portarlo di nascosto oltreconfine. Ma l’effetto leva si era dimostrato un fallimento su tutti i fronti. Max aveva rinunciato prima che la sbarra si rompesse del tutto. Come avrebbe fatto a portarla fuori a pezzi? Aveva nascosto di nuovo la sbarra piegata nel maglione a collo alto ed era uscito. Il dottor Rainer gli aveva indicato una sedia. Non poteva certo sedersi, la sbarra sarebbe sbucata fuori dal collo ripiegandosi in giù come i tentacoli di una seppia. Una sbarra d’acciaio che faceva capolino dal pullover era qualcosa che nemmeno il suo avvocato poteva ignorare. Max aveva biascicato qualcosa a proposito della diarrea e del mal di pancia, avrebbero parlato la prossima volta, oggi doveva tornare di corsa in cella.
L’idea della diarrea era buona, Max aveva minacciato le guardie con il rischio di farsela addosso senza riuscire a trattenerla e loro l’avevano riportato subito in cella. Qui aveva rimesso la sbarra al suo posto. Quella notte aveva dormito male: i letti qui erano completamente sfondati.
SEDEVO SU DI UN MASSO
Il mio ufficio era una stanza spoglia e triste in un vecchio edificio vicino al fiume Isarco, non era più grande di quella di Palermo ma meno torrida. In estate gli addetti alle pulizie mi installavano un grande ventilatore che fendeva l’aria calda con un gran ronzio. E sulla mia scrivania troneggiava una macchina da scrivere a testina rotante.
Entrò Sergio Martinelli, era nei Carabinieri da vent’anni. Figlio d’arte, diceva, già il padre era nella Polizia. Martinelli ricordava perfettamente gli esordi della Mala del Brenta a Venezia. Anche prima avevano ripescato parecchi cadaveri dai canali, ma con l’arrivo dei siciliani le cose avevano preso una piega diversa. Erano più brutali, più spietati e più metodici. I criminali del sud incassavano tangenti come erano soliti fare a casa loro, effettuavano estorsioni, trafficavano in armi e droga. E tutti pagavano e tacevano. Nel frattempo la Mala del Brenta si stava espandendo, si diffondeva verso nord. Gli chiesi se le persone qui subissero estorsioni. Sergio inclinò la testa: non sistematicamente, ma c’era una collaborazione con la criminalità locale. Lasciai cadere un nome e Sergio annuì. Gli domandai come si svolgevano le cose. Sergio mi spiegò che i mafiosi riuscivano a sapere dai loro contatti dove c’era qualcosa da prendere e le informazioni erano passate agli interessati. La contropartita era la solita: una quota del bottino, un piacere qui, un appoggio là. Era un sistema molto comodo per i boss, perché non si esponevano direttamente al pericolo e incassavano lo stesso il denaro.
Era possibile infiltrare qualcuno nell’organizzazione?
“Certo”, rispose Sergio. “Ma non me, ormai mi conoscono. Dev’essere uno più giovane, uno che abbia fegato perché questi tizi sono pericolosi. Non stanno a soppesare tanto i pro e i contro. Se ti scoprono sei morto.”
Chiesi se ci fosse uno disposto a prendersi questa incombenza.
Già il giorno seguente Sergio tornò con un tipo dall’aria risoluta che si chiamava Luigi, masticava chewing gum e si lamentava per il caldo. Accesi quella specie di frullatore, Luigi si sollevò la maglia per farvi entrare l’aria, poi si sedette e chiese una Coca Cola. Sergio andò al distributore automatico e tornò con due bottigliette. Luigi ne vuotò una e si mise l’altra sulla fronte.
Luigi era un pentito, in precedenza aveva fatto parte anche lui della Mala. Gli raccontai di Max e Sergio disse che Max stava preparando qualcosa. Cosa esattamente non si sapeva. Una rapina, questo era certo, forse a una banca o forse a qualcosa di più grosso.
“Devo dargli una dritta?”
“Sì”, risposi io. “Ci ho pensato.”
Luigi si passò di nuovo la bottiglietta di Coca Cola sulla fronte come un rullo: “Un furgone portavalori potrebbe essere un’idea. C’è molto da guadagnare”.
“Come faccio ad agganciarlo?”
Tastai i bicipiti di Luigi e li trovai bisognosi di allenamento, gli consigliai di fare qualche serie con i pesi in palestra. Luigi si mostrò contento, si sarebbe fatto vivo.
Non ebbi più sue notizie per un bel po’, poi una sera mi chiamò. Ci incontrammo a un chiosco di panini fuori città. Io ordinai un würstel e una birra, Luigi costine di maiale con delle salse unte. Mi raccontò della palestra: la gestiva la moglie di Max Leitner, Katharina, una brunetta con gli occhi scuri, il volto ampio e il fisico slanciato. Luigi aveva provato a flirtare con lei, Katharina era stata al gioco. E poi era arrivato Max. Luigi gli aveva portato i saluti di Massimo, avevano cominciato a chiacchierare. Di questo e di quello, di Dio e del mondo e del benedetto denaro e di come veniva trasportato.
“Si fida di te?”
“Sì.” E come a mostrarmi che razza di mafioso fosse, si frugò tra i denti con il dito.
“Non esagerare”, gli dissi indicando l’anello con un teschio che portava all’anulare destro.
“Questo?” Luigi si guardò l’anello come se avesse scoperto proprio in quel momento di averlo al dito. “Me l’ha regalato mia moglie.”
“I nazisti regalavano anelli come questo.”
“I nazisti? Non lo sapevo.”
Preparai l’operazione. Parlai con le unità speciali e richiesi elicotteri e veicoli corazzati, studiai il fascicolo di Max Leitner. Era bello grosso, era il sospettato principale di parecchie rapine a banche, tutte piccole filiali sprovviste di telecamere. Tre uomini facevano irruzione, tutti in tenuta militare e armati fino ai denti. Uno spingeva la borsa sul bancone, tenendo il mitra con la mano destra, gli altri restavano a distanza con le armi spianate e osservavano la situazione. Quando la borsa era piena – una borsa sportiva, senza alcun marchio riconoscibile – i criminali si precipitavano fuori, saltavano su un’auto parcheggiata di fronte all’ingresso e partivano. Nessuno dei vicini aveva mai notato nulla. Nessuno aveva notato l’auto, non risultavano multe per eccesso di velocità.
Da quando in Germania aveva iniziato a imperversare la RAF in molte città erano state montate telecamere nelle piazze e nelle strade pubbliche. Ma i comuni italiani non avevano soldi per congegni tecnici, e se anche li avessero avuti non ci sarebbe stato abbastanza personale per controllare i nastri… e neppure abbastanza prigioni. Qui in Alto Adige c’era il denaro ma non c’era la mafia. Le Brigate Rosse assaltavano le banche per procurarsi il denaro, e in Alto Adige ce n’era da portare via. Il forziere delle Brigate Rosse si stava riempiendo, e non solo quello: molti saltavano sul carro e procedevano in modo allegro e incosciente. Non avevamo nessuna registrazione video, l’unico indizio era la borsa sportiva, rossa o violetta con una striscia bianca, o azzurra o gialla. Non era proprio una striscia, ma un’onda, disse una cassiera e un’altra affermò che la borsa era a tinta unita, azzurra. La palestra non vendeva borse sportive.
Le armi facevano pensare a contatti con la mafia. I mitra non si trovano al supermercato e le armerie locali vendevano solo fucili da caccia. Furono condotte comunque indagini nei negozi, dopotutto ci sono anche gli accessori, fondine, borse. Ma anche questa debole traccia si perse nel nulla.
Invitai Sergio a prendere un caffè e gli domandai della famiglia di Luigi. Sergio fece una smorfia e mormorò qualche cosa su Predappio. Cercai di capire meglio. La famiglia di Luigi aveva il culto del Duce, già da bambini con il padre andavano in pellegrinaggio al suo paese natale e acquistavano i ritratti del dittatore.
Gli raccontai dell’anello. Sergio rimestò la schiuma di latte nel suo caffè. L’anello non significava nulla, disse, lo portavano in tanti, piaceva soprattutto ai motociclisti. Annuii, dissi che sosteneva di aver ricevuto l’anello in regalo da sua moglie. Sergio scosse la testa: sicuramente non dalla moglie, perché Luigi non era sposato. Nessuna restava con lui, le trattava troppo male.
Gli informatori non devono essere per forza simpatici.
Ücretsiz ön izlemeyi tamamladınız.