Kitabı oku: «La Divina Commedia di Dante: Purgatorio»

Yazı tipi:

Dante Alighieri

La Divina Commedia di Dante: Purgatorio


Pubblicato da Good Press, 2020

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066074159

Indice

Purgatorio Canto I

Purgatorio Canto II

Purgatorio Canto III

Purgatorio Canto IV

Purgatorio Canto V

Purgatorio Canto VI

Purgatorio Canto VII

Purgatorio Canto VIII

Purgatorio Canto IX

Purgatorio Canto X

Purgatorio Canto XI

Purgatorio Canto XII

Purgatorio Canto XIII

Purgatorio Canto XIV

Purgatorio Canto XV

Purgatorio Canto XVI

Purgatorio Canto XVII

Purgatorio Canto XVIII

Purgatorio Canto XIX

Purgatorio Canto XX

Purgatorio Canto XXI

Purgatorio Canto XXII

Purgatorio Canto XXIII

Purgatorio Canto XXIV

Purgatorio Canto XXV

Purgatorio Canto XXVI

Purgatorio Canto XXVII

Purgatorio Canto XXVIII

Purgatorio Canto XXIX

Purgatorio Canto XXX

Purgatorio Canto XXXI

Purgatorio Canto XXXII

Purgatorio Canto XXXIII



Purgatorio Canto I

Indice

Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno

dove lumano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color dorïental zaffiro,

che saccoglieva nel sereno aspetto

del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricominciò diletto,

tosto chio usci fuor de laura morta

che mavea contristati li occhi e l petto.

Lo bel pianeto che damar conforta

faceva tutto rider lorïente,

velando i Pesci cherano in sua scorta.

I mi volsi a man destra, e puosi mente

a laltro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor cha la prima gente.

Goder pareva l ciel di lor fiammelle:

oh settentrïonal vedovo sito,

poi che privato se di mirar quelle!

Com io da loro sguardo fui partito,

un poco me volgendo a l altro polo,

là onde l Carro già era sparito,

vidi presso di me un veglio solo,

degno di tanta reverenza in vista,

che più non dee a padre alcun figliuolo.

Lunga la barba e di pel bianco mista

portava, a suoi capelli simigliante,

de quai cadeva al petto doppia lista.

Li raggi de le quattro luci sante

fregiavan sì la sua faccia di lume,

chi l vedea come l sol fosse davante.

«Chi siete voi che contro al cieco fiume

fuggita avete la pregione etterna?»,

diss el, movendo quelle oneste piume.

«Chi vha guidati, o che vi fu lucerna,

uscendo fuor de la profonda notte

che sempre nera fa la valle inferna?

Son le leggi dabisso così rotte?

o è mutato in ciel novo consiglio,

che, dannati, venite a le mie grotte?».

Lo duca mio allor mi diè di piglio,

e con parole e con mani e con cenni

reverenti mi fé le gambe e l ciglio.

Poscia rispuose lui: «Da me non venni:

donna scese del ciel, per li cui prieghi

de la mia compagnia costui sovvenni.

Ma da chè tuo voler che più si spieghi

di nostra condizion com ell è vera,

esser non puote il mio che a te si nieghi.

Questi non vide mai lultima sera;

ma per la sua follia le fu sì presso,

che molto poco tempo a volger era.

Sì com io dissi, fui mandato ad esso

per lui campare; e non lì era altra via

che questa per la quale i mi son messo.

Mostrata ho lui tutta la gente ria;

e ora intendo mostrar quelli spirti

che purgan sé sotto la tua balìa.

Com io lho tratto, saria lungo a dirti;

de lalto scende virtù che maiuta

conducerlo a vederti e a udirti.

Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, chè sì cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu l sai, ché non ti fu per lei amara

in Utica la morte, ove lasciasti

la vesta chal gran dì sarà sì chiara.

Non son li editti etterni per noi guasti,

ché questi vive e Minòs me non lega;

ma son del cerchio ove son li occhi casti

di Marzia tua, che n vista ancor ti priega,

o santo petto, che per tua la tegni:

per lo suo amore adunque a noi ti piega.

Lasciane andar per li tuoi sette regni;

grazie riporterò di te a lei,

se desser mentovato là giù degni».

«Marzïa piacque tanto a li occhi miei

mentre chi fu di là», diss elli allora,

«che quante grazie volse da me, fei.

Or che di là dal mal fiume dimora,

più muover non mi può, per quella legge

che fatta fu quando me nusci fora.

Ma se donna del ciel ti move e regge,

come tu di, non cè mestier lusinghe:

bastisi ben che per lei mi richegge.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe

dun giunco schietto e che li lavi l viso,

sì chogne sucidume quindi stinghe;

ché non si converria, locchio sorpriso

dalcuna nebbia, andar dinanzi al primo

ministro, chè di quei di paradiso.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,

là giù colà dove la batte londa,

porta di giunchi sovra l molle limo:

null altra pianta che facesse fronda

o indurasse, vi puote aver vita,

però cha le percosse non seconda.

Poscia non sia di qua vostra reddita;

lo sol vi mosterrà, che surge omai,

prendere il monte a più lieve salita».

Così sparì; e io sù mi levai

sanza parlare, e tutto mi ritrassi

al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:

volgianci in dietro, ché di qua dichina

questa pianura a suoi termini bassi».

Lalba vinceva lora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano

com om che torna a la perduta strada,

che nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo là ve la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su lerbetta sparte

soavemente l mio maestro pose:

ond io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver lui le guance lagrimose;

ivi mi fece tutto discoverto

quel color che linferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,

che mai non vide navicar sue acque

omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse sì com altrui piacque:

oh maraviglia! ché qual elli scelse

lumile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde lavelse.



Purgatorio Canto II

Indice

Già era l sole a lorizzonte giunto

lo cui meridïan cerchio coverchia

Ierusalèm col suo più alto punto;

e la notte, che opposita a lui cerchia,

uscia di Gange fuor con le Bilance,

che le caggion di man quando soverchia;

sì che le bianche e le vermiglie guance,

là dov i era, de la bella Aurora

per troppa etate divenivan rance.

Noi eravam lunghesso mare ancora,

come gente che pensa a suo cammino,

che va col cuore e col corpo dimora.

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,

per li grossi vapor Marte rosseggia

giù nel ponente sovra l suol marino,

cotal mapparve, sio ancor lo veggia,

un lume per lo mar venir sì ratto,

che l muover suo nessun volar pareggia.

Dal qual com io un poco ebbi ritratto

locchio per domandar lo duca mio,

rividil più lucente e maggior fatto.

Poi dogne lato ad esso mappario

un non sapeva che bianco, e di sotto

a poco a poco un altro a lui uscìo.

Lo mio maestro ancor non facea motto,

mentre che i primi bianchi apparver ali;

allor che ben conobbe il galeotto,

gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.

Ecco langel di Dio: piega le mani;

omai vedrai di sì fatti officiali.

Vedi che sdegna li argomenti umani,

sì che remo non vuol, né altro velo

che lali sue, tra liti sì lontani.

Vedi come lha dritte verso l cielo,

trattando laere con letterne penne,

che non si mutan come mortal pelo».

Poi, come più e più verso noi venne

luccel divino, più chiaro appariva:

per che locchio da presso nol sostenne,

ma chinail giuso; e quei sen venne a riva

con un vasello snelletto e leggero,

tanto che lacqua nulla ne nghiottiva.

Da poppa stava il celestial nocchiero,

tal che faria beato pur descripto;

e più di cento spirti entro sediero.

In exitu Isräel de Aegypto

cantavan tutti insieme ad una voce

con quanto di quel salmo è poscia scripto.

Poi fece il segno lor di santa croce;

ond ei si gittar tutti in su la piaggia:

ed el sen gì, come venne, veloce.

La turba che rimase lì, selvaggia

parea del loco, rimirando intorno

come colui che nove cose assaggia.

Da tutte parti saettava il giorno

lo sol, chavea con le saette conte

di mezzo l ciel cacciato Capricorno,

quando la nova gente alzò la fronte

ver noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,

mostratene la via di gire al monte».

E Virgilio rispuose: «Voi credete

forse che siamo esperti desto loco;

ma noi siam peregrin come voi siete.

Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,

per altra via, che fu sì aspra e forte,

che lo salire omai ne parrà gioco».

Lanime, che si fuor di me accorte,

per lo spirare, chi era ancor vivo,

maravigliando diventaro smorte.

E come a messagger che porta ulivo

tragge la gente per udir novelle,

e di calcar nessun si mostra schivo,

così al viso mio saffisar quelle

anime fortunate tutte quante,

quasi oblïando dire a farsi belle.

Io vidi una di lor trarresi avante

per abbracciarmi con sì grande affetto,

che mosse me a far lo somigliante.

Ohi ombre vane, fuor che ne laspetto!

tre volte dietro a lei le mani avvinsi,

e tante mi tornai con esse al petto.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;

per che lombra sorrise e si ritrasse,

e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Soavemente disse chio posasse;

allor conobbi chi era, e pregai

che, per parlarmi, un poco sarrestasse.

Rispuosemi: «Così com io tamai

nel mortal corpo, così tamo sciolta:

però marresto; ma tu perché vai?».

«Casella mio, per tornar altra volta

là dov io son, fo io questo vïaggio»,

diss io; «ma a te com è tanta ora tolta?».

Ed elli a me: «Nessun mè fatto oltraggio,

se quei che leva quando e cui li piace,

più volte mha negato esto passaggio;

ché di giusto voler lo suo si face:

veramente da tre mesi elli ha tolto

chi ha voluto intrar, con tutta pace.

Ond io, chera ora a la marina vòlto

dove lacqua di Tevero sinsala,

benignamente fu da lui ricolto.

A quella foce ha elli or dritta lala,

però che sempre quivi si ricoglie

qual verso Acheronte non si cala».

E io: «Se nuova legge non ti toglie

memoria o uso a lamoroso canto

che mi solea quetar tutte mie doglie,

di ciò ti piaccia consolare alquanto

lanima mia, che, con la sua persona

venendo qui, è affannata tanto!».

Amor che ne la mente mi ragiona

cominciò elli allor sì dolcemente,

che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente

cheran con lui parevan sì contenti,

come a nessun toccasse altro la mente.

Noi eravam tutti fissi e attenti

a le sue note; ed ecco il veglio onesto

gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?

qual negligenza, quale stare è questo?

Correte al monte a spogliarvi lo scoglio

chesser non lascia a voi Dio manifesto».

Come quando, cogliendo biado o loglio,

li colombi adunati a la pastura,

queti, sanza mostrar lusato orgoglio,

se cosa appare ond elli abbian paura,

subitamente lasciano star lesca,

perch assaliti son da maggior cura;

così vid io quella masnada fresca

lasciar lo canto, e fuggir ver la costa,

com om che va, né sa dove rïesca;

né la nostra partita fu men tosta.



Purgatorio Canto III

Indice

Avvegna che la subitana fuga

dispergesse color per la campagna,

rivolti al monte ove ragion ne fruga,

i mi ristrinsi a la fida compagna:

e come sare io sanza lui corso?

chi mavria tratto su per la montagna?

El mi parea da sé stesso rimorso:

o dignitosa coscïenza e netta,

come tè picciol fallo amaro morso!

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

che lonestade ad ogn atto dismaga,

la mente mia, che prima era ristretta,

lo ntento rallargò, sì come vaga,

e diedi l viso mio incontr al poggio

che nverso l ciel più alto si dislaga.

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,

rotto mera dinanzi a la figura,

chavëa in me de suoi raggi lappoggio.

Io mi volsi dallato con paura

dessere abbandonato, quand io vidi

solo dinanzi a me la terra oscura;

e l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,

a dir mi cominciò tutto rivolto;

«non credi tu me teco e chio ti guidi?

Vespero è già colà dov è sepolto

lo corpo dentro al quale io facea ombra;

Napoli lha, e da Brandizio è tolto.

Ora, se innanzi a me nulla saombra,

non ti maravigliar più che di cieli

che luno a laltro raggio non ingombra.

A sofferir tormenti, caldi e geli

simili corpi la Virtù dispone

che, come fa, non vuol cha noi si sveli.

Matto è chi spera che nostra ragione

possa trascorrer la infinita via

che tiene una sustanza in tre persone.

State contenti, umana gente, al quia;

ché, se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria;

e disïar vedeste sanza frutto

tai che sarebbe lor disio quetato,

chetternalmente è dato lor per lutto:

io dico dAristotile e di Plato

e di molt altri»; e qui chinò la fronte,

e più non disse, e rimase turbato.

Noi divenimmo intanto a piè del monte;

quivi trovammo la roccia sì erta,

che ndarno vi sarien le gambe pronte.

Tra Lerice e Turbìa la più diserta,

la più rotta ruina è una scala,

verso di quella, agevole e aperta.

«Or chi sa da qual man la costa cala»,

disse l maestro mio fermando l passo,

«sì che possa salir chi va sanz ala?».

E mentre che tenendo l viso basso

essaminava del cammin la mente,

e io mirava suso intorno al sasso,

da man sinistra mapparì una gente

danime, che movieno i piè ver noi,

e non pareva, sì venïan lente.

«Leva», diss io, «maestro, li occhi tuoi:

ecco di qua chi ne darà consiglio,

se tu da te medesmo aver nol puoi».

Guardò allora, e con libero piglio

rispuose: «Andiamo in là, chei vegnon piano;

e tu ferma la spene, dolce figlio».

Ancora era quel popol di lontano,

i dico dopo i nostri mille passi,

quanto un buon gittator trarria con mano,

quando si strinser tutti ai duri massi

de lalta ripa, e stetter fermi e stretti

com a guardar, chi va dubbiando, stassi.

«O ben finiti, o già spiriti eletti»,

Virgilio incominciò, «per quella pace

chi credo che per voi tutti saspetti,

ditene dove la montagna giace,

sì che possibil sia landare in suso;

ché perder tempo a chi più sa più spiace».

Come le pecorelle escon del chiuso

a una, a due, a tre, e laltre stanno

timidette atterrando locchio e l muso;

e ciò che fa la prima, e laltre fanno,

addossandosi a lei, sella sarresta,

semplici e quete, e lo mperché non sanno;

sì vid io muovere a venir la testa

di quella mandra fortunata allotta,

pudica in faccia e ne landare onesta.

Come color dinanzi vider rotta

la luce in terra dal mio destro canto,

sì che lombra era da me a la grotta,

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,

e tutti li altri che venieno appresso,

non sappiendo l perché, fenno altrettanto.

«Sanza vostra domanda io vi confesso

che questo è corpo uman che voi vedete;

per che l lume del sole in terra è fesso.

Non vi maravigliate, ma credete

che non sanza virtù che da ciel vegna

cerchi di soverchiar questa parete».

Così l maestro; e quella gente degna

«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,

coi dossi de le man faccendo insegna.

E un di loro incominciò: «Chiunque

tu se, così andando, volgi l viso:

pon mente se di là mi vedesti unque».

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma lun de cigli un colpo avea diviso.

Quand io mi fui umilmente disdetto

daverlo visto mai, el disse: «Or vedi»;

e mostrommi una piaga a sommo l petto.

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,

nepote di Costanza imperadrice;

ond io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice

de lonor di Cicilia e dAragona,

e dichi l vero a lei, saltro si dice.

Poscia chio ebbi rotta la persona

di due punte mortali, io mi rendei,

piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;

ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

che prende ciò che si rivolge a lei.

Se l pastor di Cosenza, che a la caccia

di me fu messo per Clemente allora,

avesse in Dio ben letta questa faccia,

lossa del corpo mio sarieno ancora

in co del ponte presso a Benevento,

sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor dal regno, quasi lungo l Verde,

dov e le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,

che non possa tornar, letterno amore,

mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more

di Santa Chiesa, ancor chal fin si penta,

star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo chelli è stato, trenta,

in sua presunzïon, se tal decreto

più corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,

revelando a la mia buona Costanza

come mhai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto savanza».



Purgatorio Canto IV

Indice

Quando per dilettanze o ver per doglie,

che alcuna virtù nostra comprenda,

lanima bene ad essa si raccoglie,

par cha nulla potenza più intenda;

e questo è contra quello error che crede

chunanima sovr altra in noi saccenda.

E però, quando sode cosa o vede

che tegna forte a sé lanima volta,

vassene l tempo e luom non se navvede;

chaltra potenza è quella che lascolta,

e altra è quella cha lanima intera:

questa è quasi legata e quella è sciolta.

Di ciò ebb io esperïenza vera,

udendo quello spirto e ammirando;

ché ben cinquanta gradi salito era

lo sole, e io non mera accorto, quando

venimmo ove quell anime ad una

gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».

Maggiore aperta molte volte impruna

con una forcatella di sue spine

luom de la villa quando luva imbruna,

che non era la calla onde salìne

lo duca mio, e io appresso, soli,

come da noi la schiera si partìne.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,

montasi su in Bismantova e n Cacume

con esso i piè; ma qui convien chom voli;

dico con lale snelle e con le piume

del gran disio, di retro a quel condotto

che speranza mi dava e facea lume.

Noi salavam per entro l sasso rotto,

e dogne lato ne stringea lo stremo,

e piedi e man volea il suol di sotto.

Poi che noi fummo in su lorlo suppremo

de lalta ripa, a la scoperta piaggia,

«Maestro mio», diss io, «che via faremo?».

Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;

pur su al monte dietro a me acquista,

fin che nappaia alcuna scorta saggia».

Lo sommo er alto che vincea la vista,

e la costa superba più assai

che da mezzo quadrante a centro lista.

Io era lasso, quando cominciai:

«O dolce padre, volgiti, e rimira

com io rimango sol, se non restai».

«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,

additandomi un balzo poco in sùe

che da quel lato il poggio tutto gira.

Sì mi spronaron le parole sue,

chi mi sforzai carpando appresso lui,

tanto che l cinghio sotto i piè mi fue.

A seder ci ponemmo ivi ambedui

vòlti a levante ond eravam saliti,

che suole a riguardar giovare altrui.

Li occhi prima drizzai ai bassi liti;

poscia li alzai al sole, e ammirava

che da sinistra neravam feriti.

Ben savvide il poeta chïo stava

stupido tutto al carro de la luce,

ove tra noi e Aquilone intrava.

Ond elli a me: «Se Castore e Poluce

fossero in compagnia di quello specchio

che sù e giù del suo lume conduce,

tu vedresti il Zodïaco rubecchio

ancora a lOrse più stretto rotare,

se non uscisse fuor del cammin vecchio.

Come ciò sia, se l vuoi poter pensare,

dentro raccolto, imagina Sïòn

con questo monte in su la terra stare

sì, chamendue hanno un solo orizzòn

e diversi emisperi; onde la strada

che mal non seppe carreggiar Fetòn,

vedrai come a costui convien che vada

da lun, quando a colui da laltro fianco,

se lo ntelletto tuo ben chiaro bada».

«Certo, maestro mio,» diss io, «unquanco

non vid io chiaro sì com io discerno

là dove mio ingegno parea manco,

che l mezzo cerchio del moto superno,

che si chiama Equatore in alcun arte,

e che sempre riman tra l sole e l verno,

per la ragion che di, quinci si parte

verso settentrïon, quanto li Ebrei

vedevan lui verso la calda parte.

Ma se a te piace, volontier saprei

quanto avemo ad andar; ché l poggio sale

più che salir non posson li occhi miei».

Ed elli a me: «Questa montagna è tale,

che sempre al cominciar di sotto è grave;

e quant om più va sù, e men fa male.

Però, quand ella ti parrà soave

tanto, che sù andar ti fia leggero

com a seconda giù andar per nave,

allor sarai al fin desto sentiero;

quivi di riposar laffanno aspetta.

Più non rispondo, e questo so per vero».

E com elli ebbe sua parola detta,

una voce di presso sonò: «Forse

che di sedere in pria avrai distretta!».

Al suon di lei ciascun di noi si torse,

e vedemmo a mancina un gran petrone,

del qual né io né ei prima saccorse.

Là ci traemmo; e ivi eran persone

che si stavano a lombra dietro al sasso

come luom per negghienza a star si pone.

E un di lor, che mi sembiava lasso,

sedeva e abbracciava le ginocchia,

tenendo l viso giù tra esse basso.

«O dolce segnor mio», diss io, «adocchia

colui che mostra sé più negligente

che se pigrizia fosse sua serocchia».

Allor si volse a noi e puose mente,

movendo l viso pur su per la coscia,

e disse: «Or va tu sù, che se valente!».

Conobbi allor chi era, e quella angoscia

che mavacciava un poco ancor la lena,

non mimpedì landare a lui; e poscia

cha lui fu giunto, alzò la testa a pena,

dicendo: «Hai ben veduto come l sole

da lomero sinistro il carro mena?».

Li atti suoi pigri e le corte parole

mosser le labbra mie un poco a riso;

poi cominciai: «Belacqua, a me non dole

di te omai; ma dimmi: perché assiso

quiritto se? attendi tu iscorta,

o pur lo modo usato tha ripriso?».

Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?

ché non mi lascerebbe ire a martìri

langel di Dio che siede in su la porta.

Prima convien che tanto il ciel maggiri

di fuor da essa, quanto fece in vita,

per chio ndugiai al fine i buon sospiri,

se orazïone in prima non maita

che surga sù di cuor che in grazia viva;

laltra che val, che n ciel non è udita?».

E già il poeta innanzi mi saliva,

e dicea: «Vienne omai; vedi chè tocco

meridïan dal sole e a la riva

cuopre la notte già col piè Morrocco».



Purgatorio Canto V

Indice

Io era già da quell ombre partito,

e seguitava lorme del mio duca,

quando di retro a me, drizzando l dito,

una gridò: «Ve che non par che luca

lo raggio da sinistra a quel di sotto,

e come vivo par che si conduca!».

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,

e vidile guardar per maraviglia

pur me, pur me, e l lume chera rotto.

«Perché lanimo tuo tanto simpiglia»,

disse l maestro, «che landare allenti?

che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:

sta come torre ferma, che non crolla

già mai la cima per soffiar di venti;

ché sempre lomo in cui pensier rampolla

sovra pensier, da sé dilunga il segno,

perché la foga lun de laltro insolla».

Che potea io ridir, se non «Io vegno»?

Dissilo, alquanto del color consperso

che fa luom di perdon talvolta degno.

E ntanto per la costa di traverso

venivan genti innanzi a noi un poco,

cantando Miserere a verso a verso.

Quando saccorser chi non dava loco

per lo mio corpo al trapassar di raggi,

mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,

corsero incontr a noi e dimandarne:

«Di vostra condizion fatene saggi».

E l mio maestro: «Voi potete andarne

e ritrarre a color che vi mandaro

che l corpo di costui è vera carne.

Se per veder la sua ombra restaro,

com io avviso, assai è lor risposto:

fàccianli onore, ed esser può lor caro».

Vapori accesi non vid io sì tosto

di prima notte mai fender sereno,

né, sol calando, nuvole dagosto,

che color non tornasser suso in meno;

e, giunti là, con li altri a noi dier volta,

come schiera che scorre sanza freno.

«Questa gente che preme a noi è molta,

e vegnonti a pregar», disse l poeta:

«però pur va, e in andando ascolta».

«O anima che vai per esser lieta

con quelle membra con le quai nascesti»,

venian gridando, «un poco il passo queta.

Guarda salcun di noi unqua vedesti,

sì che di lui di là novella porti:

deh, perché vai? deh, perché non tarresti?

Noi fummo tutti già per forza morti,

e peccatori infino a lultima ora;

quivi lume del ciel ne fece accorti,

sì che, pentendo e perdonando, fora

di vita uscimmo a Dio pacificati,

che del disio di sé veder naccora».

E io: «Perché ne vostri visi guati,

non riconosco alcun; ma sa voi piace

cosa chio possa, spiriti ben nati,

voi dite, e io farò per quella pace

che, dietro a piedi di sì fatta guida,

di mondo in mondo cercar mi si face».

E uno incominciò: «Ciascun si fida

del beneficio tuo sanza giurarlo,

pur che l voler nonpossa non ricida.

Ond io, che solo innanzi a li altri parlo,

ti priego, se mai vedi quel paese

che siede tra Romagna e quel di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese

in Fano, sì che ben per me sadori

pur chi possa purgar le gravi offese.

Quindi fu io; ma li profondi fóri

ond uscì l sangue in sul quale io sedea,

fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

là dov io più sicuro esser credea:

quel da Esti il fé far, che mavea in ira

assai più là che dritto non volea.

Ma sio fosse fuggito inver la Mira,

quando fu sovragiunto ad Orïaco,

ancor sarei di là dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e l braco

mimpigliar sì chi caddi; e lì vid io

de le mie vene farsi in terra laco».

Poi disse un altro: «Deh, se quel disio

si compia che ti tragge a lalto monte,

con buona pïetate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;

Giovanna o altri non ha di me cura;

per chio vo tra costor con bassa fronte».

E io a lui: «Qual forza o qual ventura

ti travïò sì fuor di Campaldino,

che non si seppe mai tua sepultura?».

«Oh!», rispuos elli, «a piè del Casentino

traversa unacqua cha nome lArchiano,

che sovra lErmo nasce in Apennino.

Là ve l vocabol suo diventa vano,

arriva io forato ne la gola,

fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;

nel nome di Maria fini, e quivi

caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu l ridì tra vivi:

langel di Dio mi prese, e quel dinferno

gridava: O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui letterno

per una lagrimetta che l mi toglie;

ma io farò de laltro altro governo!.

Ben sai come ne laere si raccoglie

quell umido vapor che in acqua riede,

tosto che sale dove l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede

con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento

per la virtù che sua natura diede.

Indi la valle, come l dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e l ciel di sopra fece intento,

sì che l pregno aere in acqua si converse;

la pioggia cadde, e a fossati venne

di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,

ver lo fiume real tanto veloce

si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce

trovò lArchian rubesto; e quel sospinse

ne lArno, e sciolse al mio petto la croce

chi fe di me quando l dolor mi vinse;

voltòmmi per le ripe e per lo fondo,

poi di sua preda mi coperse e cinse».

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo

e riposato de la lunga via»,

seguitò l terzo spirito al secondo,

«ricorditi di me, che son la Pia;

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che nnanellata pria

disposando mavea con la sua gemma».

Purgatorio Canto VI

Indice

Quando si parte il gioco de la zara,

colui che perde si riman dolente,

repetendo le volte, e tristo impara;

con laltro se ne va tutta la gente;

qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,

e qual dallato li si reca a mente;

el non sarresta, e questo e quello intende;

a cui porge la man, più non fa pressa;

e così da la calca si difende.

Tal era io in quella turba spessa,

volgendo a loro, e qua e là, la faccia,

e promettendo mi sciogliea da essa.

Quiv era lAretin che da le braccia

fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,

e laltro channegò correndo in caccia.

Quivi pregava con le mani sporte

Federigo Novello, e quel da Pisa

che fé parer lo buon Marzucco forte.

Vidi conte Orso e lanima divisa

dal corpo suo per astio e per inveggia,

com e dicea, non per colpa commisa;

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,

mentr è di qua, la donna di Brabante,

sì che però non sia di peggior greggia.

Come libero fui da tutte quante

quell ombre che pregar pur chaltri prieghi,

sì che savacci lor divenir sante,

io cominciai: «El par che tu mi nieghi,

o luce mia, espresso in alcun testo

che decreto del cielo orazion pieghi;

e questa gente prega pur di questo:

sarebbe dunque loro speme vana,

o non mè l detto tuo ben manifesto?».

Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;

e la speranza di costor non falla,

se ben si guarda con la mente sana;

ché cima di giudicio non savvalla

perché foco damor compia in un punto

ciò che de sodisfar chi qui sastalla;

e là dov io fermai cotesto punto,

non sammendava, per pregar, difetto,

perché l priego da Dio era disgiunto.

Veramente a così alto sospetto

non ti fermar, se quella nol ti dice

che lume fia tra l vero e lo ntelletto.

Non so se ntendi: io dico di Beatrice;

tu la vedrai di sopra, in su la vetta

di questo monte, ridere e felice».

E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,

ché già non maffatico come dianzi,

e vedi omai che l poggio lombra getta».

«Noi anderem con questo giorno innanzi»,

rispuose, «quanto più potremo omai;

ma l fatto è daltra forma che non stanzi.

Prima che sie là sù, tornar vedrai

colui che già si cuopre de la costa,

sì che suoi raggi tu romper non fai.

Ma vedi là unanima che, posta

sola soletta, inverso noi riguarda:

quella ne nsegnerà la via più tosta».

Venimmo a lei: o anima lombarda,

come ti stavi altera e disdegnosa

e nel mover de li occhi onesta e tarda!

Ella non ci dicëa alcuna cosa,

ma lasciavane gir, solo sguardando

a guisa di leon quando si posa.

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando

che ne mostrasse la miglior salita;

e quella non rispuose al suo dimando,

ma di nostro paese e de la vita

ci nchiese; e l dolce duca incominciava

«Mantüa . . . », e lombra, tutta in sé romita,

surse ver lui del loco ove pria stava,

dicendo: «O Mantoano, io son Sordello

de la tua terra!»; e lun laltro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

Quell anima gentil fu così presta,

sol per lo dolce suon de la sua terra,

di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e lun laltro si rode

di quei chun muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

salcuna parte in te di pace gode.

Che val perché ti racconciasse il freno

Iustinïano, se la sella è vòta?

Sanz esso fora la vergogna meno.

Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi ciò che Dio ti nota,

guarda come esta fiera è fatta fella

per non esser corretta da li sproni,

poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco chabbandoni

costei chè fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio da le stelle caggia

sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che l tuo successor temenza naggia!

Chavete tu e l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costà distretti,

che l giardin de lo mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color già tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

di tuoi gentili, e cura lor magagne;

e vedrai Santafior com è oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

«Cesare mio, perché non maccompagne?».

Vieni a veder la gente quanto sama!

e se nulla di noi pietà ti move,

a vergognar ti vien de la tua fama.

E se licito mè, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O è preparazion che ne labisso

del tuo consiglio fai per alcun bene

in tutto de laccorger nostro scisso?

Ché le città dItalia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca,

mercé del popol tuo che si argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca

per non venir sanza consiglio a larco;

ma il popol tuo lha in sommo de la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;

ma il popol tuo solicito risponde

sanza chiamare, e grida: «I mi sobbarco!».

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace e tu con senno!

Sio dico l ver, leffetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno

lantiche leggi e furon sì civili,

fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili

provedimenti, cha mezzo novembre

non giugne quel che tu dottobre fili.

Quante volte, del tempo che rimembre,

legge, moneta, officio e costume

hai tu mutato, e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,

vedrai te somigliante a quella inferma

che non può trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.

Purgatorio Canto VII

Indice

Poscia che laccoglienze oneste e liete

furo iterate tre e quattro volte,

Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».

«Anzi che a questo monte fosser volte

lanime degne di salire a Dio,

fur lossa mie per Ottavian sepolte.

Io son Virgilio; e per null altro rio

lo ciel perdei che per non aver fé».

Così rispuose allora il duca mio.

Qual è colui che cosa innanzi sé

sùbita vede ond e si maraviglia,

che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,

tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,

e umilmente ritornò ver lui,

e abbracciòl là ve l minor sappiglia.

«O gloria di Latin», disse, «per cui

mostrò ciò che potea la lingua nostra,

o pregio etterno del loco ond io fui,

qual merito o qual grazia mi ti mostra?

Sio son dudir le tue parole degno,

dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra».

«Per tutt i cerchi del dolente regno»,

rispuose lui, «son io di qua venuto;

virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.

Non per far, ma per non fare ho perduto

a veder lalto Sol che tu disiri

e che fu tardi per me conosciuto.

Luogo è là giù non tristo di martìri,

ma di tenebre solo, ove i lamenti

non suonan come guai, ma son sospiri.

Quivi sto io coi pargoli innocenti

dai denti morsi de la morte avante

che fosser da lumana colpa essenti;

quivi sto io con quei che le tre sante

virtù non si vestiro, e sanza vizio

conobber laltre e seguir tutte quante.

Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio

dà noi per che venir possiam più tosto

là dove purgatorio ha dritto inizio».

Rispuose: «Loco certo non cè posto;

licito mè andar suso e intorno;

per quanto ir posso, a guida mi taccosto.

Ma vedi già come dichina il giorno,

e andar sù di notte non si puote;

però è buon pensar di bel soggiorno.

Anime sono a destra qua remote;

se mi consenti, io ti merrò ad esse,

e non sanza diletto ti fier note».

«Com è ciò?», fu risposto. «Chi volesse

salir di notte, fora elli impedito

daltrui, o non sarria ché non potesse?».

E l buon Sordello in terra fregò l dito,

dicendo: «Vedi? sola questa riga

non varcheresti dopo l sol partito:

non però chaltra cosa desse briga,

che la notturna tenebra, ad ir suso;

quella col nonpoder la voglia intriga.

Ben si poria con lei tornare in giuso

e passeggiar la costa intorno errando,

mentre che lorizzonte il dì tien chiuso».

Allora il mio segnor, quasi ammirando,

«Menane», disse, «dunque là ve dici

chaver si può diletto dimorando».

Poco allungati ceravam di lici,

quand io maccorsi che l monte era scemo,

a guisa che i vallon li sceman quici.

«Colà», disse quell ombra, «nanderemo

dove la costa face di sé grembo;

e là il novo giorno attenderemo».

Tra erto e piano era un sentiero schembo,

che ne condusse in fianco de la lacca,

là dove più cha mezzo muore il lembo.

Oro e argento fine, cocco e biacca,

indaco, legno lucido e sereno,

fresco smeraldo in lora che si fiacca,

da lerba e da li fior, dentr a quel seno

posti, ciascun saria di color vinto,

come dal suo maggiore è vinto il meno.

Non avea pur natura ivi dipinto,

ma di soavità di mille odori

vi facea uno incognito e indistinto.

Salve, Regina in sul verde e n su fiori

quindi seder cantando anime vidi,

che per la valle non parean di fuori.

«Prima che l poco sole omai sannidi»,

cominciò l Mantoan che ci avea vòlti,

«tra color non vogliate chio vi guidi.

Di questo balzo meglio li atti e volti

conoscerete voi di tutti quanti,

che ne la lama giù tra essi accolti.

Colui che più siede alto e fa sembianti

daver negletto ciò che far dovea,

e che non move bocca a li altrui canti,

Rodolfo imperador fu, che potea

sanar le piaghe channo Italia morta,

sì che tardi per altri si ricrea.

Laltro che ne la vista lui conforta,

resse la terra dove lacqua nasce

che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:

Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce

fu meglio assai che Vincislao suo figlio

barbuto, cui lussuria e ozio pasce.

E quel nasetto che stretto a consiglio

par con colui cha sì benigno aspetto,

morì fuggendo e disfiorando il giglio:

guardate là come si batte il petto!

Laltro vedete cha fatto a la guancia

de la sua palma, sospirando, letto.

Padre e suocero son del mal di Francia:

sanno la vita sua viziata e lorda,

e quindi viene il duol che sì li lancia.

Quel che par sì membruto e che saccorda,

cantando, con colui dal maschio naso,

dogne valor portò cinta la corda;

e se re dopo lui fosse rimaso

lo giovanetto che retro a lui siede,

ben andava il valor di vaso in vaso,

che non si puote dir de laltre rede;

Iacomo e Federigo hanno i reami;

del retaggio miglior nessun possiede.

Rade volte risurge per li rami

lumana probitate; e questo vole

quei che la dà, perché da lui si chiami.

Anche al nasuto vanno mie parole

non men cha laltro, Pier, che con lui canta,

onde Puglia e Proenza già si dole.

Tant è del seme suo minor la pianta,

quanto, più che Beatrice e Margherita,

Costanza di marito ancor si vanta.

Vedete il re de la semplice vita

seder là solo, Arrigo dInghilterra:

questi ha ne rami suoi migliore uscita.

Quel che più basso tra costor satterra,

guardando in suso, è Guiglielmo marchese,

per cui e Alessandria e la sua guerra

fa pianger Monferrato e Canavese».

Purgatorio Canto VIII

Indice

Era già lora che volge il disio

ai navicanti e ntenerisce il core

lo dì chan detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin damore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more;

quand io incominciai a render vano

ludire e a mirare una de lalme

surta, che lascoltar chiedea con mano.

Ella giunse e levò ambo le palme,

ficcando li occhi verso lorïente,

come dicesse a Dio: Daltro non calme.

Te lucis ante sì devotamente

le uscìo di bocca e con sì dolci note,

che fece me a me uscir di mente;

e laltre poi dolcemente e devote

seguitar lei per tutto linno intero,

avendo li occhi a le superne rote.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,

ché l velo è ora ben tanto sottile,

certo che l trapassar dentro è leggero.

Io vidi quello essercito gentile

tacito poscia riguardare in sùe,

quasi aspettando, palido e umìle;

e vidi uscir de lalto e scender giùe

due angeli con due spade affocate,

tronche e private de le punte sue.

Verdi come fogliette pur mo nate

erano in veste, che da verdi penne

percosse traean dietro e ventilate.

Lun poco sovra noi a star si venne,

e laltro scese in lopposita sponda,

sì che la gente in mezzo si contenne.

Ben discernëa in lor la testa bionda;

ma ne la faccia locchio si smarria,

come virtù cha troppo si confonda.

«Ambo vegnon del grembo di Maria»,

disse Sordello, «a guardia de la valle,

per lo serpente che verrà vie via».

Ond io, che non sapeva per qual calle,

mi volsi intorno, e stretto maccostai,

tutto gelato, a le fidate spalle.

E Sordello anco: «Or avvalliamo omai

tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;

grazïoso fia lor vedervi assai».

Solo tre passi credo chi scendesse,

e fui di sotto, e vidi un che mirava

pur me, come conoscer mi volesse.

Temp era già che laere sannerava,

ma non sì che tra li occhi suoi e miei

non dichiarisse ciò che pria serrava.

Ver me si fece, e io ver lui mi fei:

giudice Nin gentil, quanto mi piacque

quando ti vidi non esser tra rei!

Nullo bel salutar tra noi si tacque;

poi dimandò: «Quant è che tu venisti

a piè del monte per le lontane acque?».

«Oh!», diss io lui, «per entro i luoghi tristi

venni stamane, e sono in prima vita,

ancor che laltra, sì andando, acquisti».

E come fu la mia risposta udita,

Sordello ed elli in dietro si raccolse

come gente di sùbito smarrita.

Luno a Virgilio e laltro a un si volse

che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!

vieni a veder che Dio per grazia volse».

Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado

che tu dei a colui che sì nasconde

lo suo primo perché, che non lì è guado,

quando sarai di là da le larghe onde,

dì a Giovanna mia che per me chiami

là dove a li nnocenti si risponde.

Non credo che la sua madre più mami,

poscia che trasmutò le bianche bende,

le quai convien che, misera!, ancor brami.

Per lei assai di lieve si comprende

quanto in femmina foco damor dura,

se locchio o l tatto spesso non laccende.

Non le farà sì bella sepultura

la vipera che Melanesi accampa,

com avria fatto il gallo di Gallura».

Così dicea, segnato de la stampa,

nel suo aspetto, di quel dritto zelo

che misuratamente in core avvampa.

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,

pur là dove le stelle son più tarde,

sì come rota più presso a lo stelo.

E l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».

E io a lui: «A quelle tre facelle

di che l polo di qua tutto quanto arde».

Ond elli a me: «Le quattro chiare stelle

che vedevi staman, son di là basse,

e queste son salite ov eran quelle».

Com ei parlava, e Sordello a sé il trasse

dicendo: «Vedi là l nostro avversaro»;

e drizzò il dito perché n là guardasse.

Da quella parte onde non ha riparo

la picciola vallea, era una biscia,

forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

Tra lerba e fior venìa la mala striscia,

volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso

leccando come bestia che si liscia.

Io non vidi, e però dicer non posso,

come mosser li astor celestïali;

ma vidi bene e luno e laltro mosso.

Sentendo fender laere a le verdi ali,

fuggì l serpente, e li angeli dier volta,

suso a le poste rivolando iguali.

Lombra che sera al giudice raccolta

quando chiamò, per tutto quello assalto

punto non fu da me guardare sciolta.

«Se la lucerna che ti mena in alto

truovi nel tuo arbitrio tanta cera

quant è mestiere infino al sommo smalto»,

cominciò ella, «se novella vera

di Val di Magra o di parte vicina

sai, dillo a me, che già grande là era.

Fui chiamato Currado Malaspina;

non son lantico, ma di lui discesi;

a miei portai lamor che qui raffina».

«Oh!», diss io lui, «per li vostri paesi

già mai non fui; ma dove si dimora

per tutta Europa chei non sien palesi?

La fama che la vostra casa onora,

grida i segnori e grida la contrada,

sì che ne sa chi non vi fu ancora;

e io vi giuro, sio di sopra vada,

che vostra gente onrata non si sfregia

del pregio de la borsa e de la spada.

Uso e natura sì la privilegia,

che, perché il capo reo il mondo torca,

sola va dritta e l mal cammin dispregia».

Ed elli: «Or va; che l sol non si ricorca

sette volte nel letto che l Montone

con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,

che cotesta cortese oppinïone

ti fia chiavata in mezzo de la testa

con maggior chiovi che daltrui sermone,

se corso di giudicio non sarresta».

Ücretsiz ön izlemeyi tamamladınız.

Türler ve etiketler

Yaş sınırı:
0+
Litres'teki yayın tarihi:
10 ekim 2024
Hacim:
110 s. 1 illüstrasyon
ISBN:
4064066074159
Yayıncı:
Telif hakkı:
Bookwire
İndirme biçimi:

Benzer kitaplar