Kitabı oku: «Le streghe dono del folletto alle signore»
Defendente Sacchi
Le streghe dono del folletto alle signore

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066068660
Indice
ALLE NUOVE LEGGITRICI
PRELUDJ
I. Prefazione.
II. Piano dell'opera.
III. Congresso delle streghe o Sabbath.
IV. Ai curiosi.
CAPO PRIMO I MAGHI.
I. Della magìa.
II. Come si diventasse mago.
III. Il dottor Faust.
IV. Margherita di Milano.
V. Diplomi de' maghi.
VI. Cerimoniale della magìa.
VII. La bacchetta magica.
VIII. Strenne de' maghi.
CAPO II. LE STREGHE.
I. Come si divenisse strega.
II. Streghe create dagli spiriti.
III. Sdegni degli spiriti colle streghe.
IV. Ricevimento delle streghe.
V. Gli iniziati.
VI. Strumenti delle streghe.
VII. Gli unguenti.
VIII. La scopa.
IX. Moltiplicazione delle streghe.
CAPO III. ALTRE INDOVINE.
I. Intermezzo.
II. Le fate.
III. Melusina.
IV. Gli zingari.
CAPO IV. MAGÌA NERA.
I. Un richiamo opportuno.
II. Evocazione degli spiriti.
III. Dell'ammaliamento.
IV. Stregamenti mortali.
V. Sortilegio per innamorare.
CAPO V. IL FUTURO.
I. Della Divinazione.
II. Divinazione per mezzo degli spiriti.
III. Astrologìa.
IV. Mandragore.
V. Chiromanzìa.
VI. Gettatura.
VII. Il Malarbetto.
CAPO VI. AZIONI E POTENZA DEI MAGHI E DELLE STREGHE.
I. Elisir di lunga vita.
II. Edifizj fabbricati per incanto.
III. Il ponte di Pavia.
IV. Nuovi prodigj.
V. Riccardo senza paura.
VI. Il Castello degli spiriti.
VII. La barba di uno spettro.
VIII. Una donna e le orecchie d'un folletto.
IX. Ancora il Sabbath.
CAPO VII. LE PURGAZIONI.
I. Amuleti.
II. Degli esorcismi.
III. Carattere degl'indemoniati.
IV. L'esorcismo.
V. Imposture di alcuni indemoniati.
CAPO VIII. SORTE DEI MAGHI E DELLE STREGHE.
I. Come si conoscessero le streghe.
II. Processi delle streghe.
III. Urbano Grandier.
IV. Supplizj delle Streghe.
CONCLUSIONE. Il buon senso.
SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE
ALLE NUOVE LEGGITRICI
Indice
Trent'anni or sono quel brioso ingegno di Defendente Sacchi dedicava alle Signore gentili, come strenna nuovissima, l'illustrazione del vecchio mondo quando si credeva ancora alle streghe. Quel suo spiritoso lavoro era accolto come un benefico presagio della caduta delle antiche superstizioni e se ne teneva il ricordo come quello di una storia di vecchie paure.
Queste sozze scritture dovevano portare il loro frutto, e mentre scriviamo queste pagine, le nostre magistrature stanno istituendo processi contro poveri fuorviati, che tentarono uccidere infelicissime vecchierelle credendole fattucchiere.
Pur troppo l'arte dello stregare è salita di nuovo in fama e solo chi la professa ha ricorso a mezzi meno spaventosi. La vecchia dottrina di Mesmer e del truffattore Cagliostro è risorta col sonnambulismo magnetico, e la povera scienza medica che conta pur tanti martiri si trovò ad un tratto ecclissata da una nuova razza di ciurmadori. Nè qui arrestavasi la inesauribile credulità umana. Quegli astuti prestigiatori che vengono dal nuovo mondo per beffare l'antico trasferirono in Europa i tavolini parlanti e le evocazioni degli spiriti.
I fabbricatori di apparecchi elettrici danno ai giuocatori di bussoli il mezzo di rivelare i segreti di questa magìa, ma il pubblico credenzone non vi abbada, e mentre si vanta di aver demolito tutte le tradizioni della fede de' suoi padri, si fa seguace dei nuovi misteri della evocazione dei poveri morti.
Leggitrici gentili che succedete a quelle che lessero, trent'anni sono, le Streghe di Defendente Sacchi e che leggeste, ora sono due anni, la Strega di Michelet, fatevi coraggiose esorcizzatrici delle vecchie e delle nuove follìe dei negromanti. Io vi insegnerò a nome del mio defunto parente la via più sicura.
Ormai questo nostro paese ha riconosciuto che tutta la sua potenza educativa è riposta in quel sesso che ha su questa terra il duplice ufficio di destare nella umana famiglia l'istinto dell'amore e la carità che allevia e che consola. Defendente Sacchi nel chiudere questo suo scritto vi ha consigliato a trasfondere negli uomini che ora vi apprezzano e vi stimano un nuovo ammaliamento che non li porti a cose vane, ma li spinga a far del bene alla patria ora redenta.
Ecco il campo delle vostre nuove malìe; stregate pure gli uomini col fascino de' vostri vezzi per renderli buoni, operosi e cordiali. Non concedete loro un sorriso se non quando vi recano per tributo un'opera buona. Amateli come figli nella speranza di farli eroi.
Con queste affettuose aspirazioni rileggete intanto la vecchia storia delle streghe e ricordatevi qualche volta dell'autore dell'Oriele e della Pianta dei sospiri che vi amò tanto.
1.º Novembre 1869.
Giuseppe Sacchi.
PRELUDJ
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I. Prefazione.
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Leggitrici, avete inteso? No? Respiro: la prefazione colse nel segno come quelle di tutte le grandi opere; vi accenni che anche la presente avrà molta profondità, e sentirà dei concepimenti filosofici del nostro secolo. Mi do animo, e voi..... vivete come vi piace.
II. Piano dell'opera.
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Ecco un'altra superfluità che si pretende nei libri; v'ha egli bisogno che un'opera abbia un piano? o almeno che si sappia trovarlo dall'autore? Alcuni pongono innanzi l'esempio dei maestri di musica o le orecchie di quelli che li sentono: quando fanno la sinfonia del melodramma, in poche note v'infondono tutta l'indole della composizione; in un momento siete trasportati dall'ameno dei campi al rimbombo del tuono, al fragor dei cannoni, agli sdegni di guerra, alle paci degli amanti, e chi se ne intende, pregusta tutta la grande tela che seguita. Eh l'è un bell'esempio! dovrebbero seguirlo tutti gli autori dei libri; porre in principio, se è un trattato filosofico o di scienze, un'idea, come usarono Vico e gli enciclopedisti; se un romanzo, un sunto a forma di novella; sarebbe una cuccagna, il più bel progresso de' nostri lumi: la maggior parte de' lettori, udita la sinfonia, se ne andrebbero, e tutti i giornali ad ogni modo parlerebbero dell'opera dandone l'estratto.... Ma capisco, è un chiedere troppo; non è tanto facile ad un autore compendiarsi, perchè sovente non sa rendere ragione a sè stesso di ciò che abbia cantato in un grosso volume.
Per queste buone ragioni dimando anch'io umilmente perdono, se non valgo più degli altri autori; però, perchè non voglio in tutto rinnegare l'utile, se non so imitare i maestri di musica, seguirò l'esempio de' coreografi. Al primo alzar del sipario, essi sogliono attelare sul palco tutta la gente che hanno parte al ballo, dal re fino al fante, amici e nemici, e sovente anche quelli che devono arrivare da lontani paesi; tutte quelle creature fanno quattro smorfie, una danza fragorosa, si mischiano, si confondono, quasi non se ne cava più nulla; ma in fine a gran ventura capita un messo, un carro, un temporale; si acqueta quel fragore, tutti si dividono e ricomincia l'azione.
Terrò anch'io lo stesso metro; porrò innanzi assembrata tutta la compagnia di maghi e di streghe. Così, amabili lettrici, vi spicciate presto, un'occhiatina mentre fate vista di guardare al volume, e se è gente che non vi garba, lo restituite, e lasciate pure che il librajo faccia compianto coll'autore. Anzi, se volete proprio il mio parere, è meglio che lasciate il libro, non vi è nè ut.... nè dil.... Zitti, udite che baccano; lo spettacolo incomincia, mano ai cannocchiali: vediamolo.
III. Congresso delle streghe o Sabbath.
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È una landa deserta, vasta, rotonda; non vi spuntano erbe, non vi zampilla una fonte, non vi raccoglie il volo un uccello. Sul confine sorge un'alta pianta, chiude l'orizzonte una montagna che ha le creste come i merli di un antico castello. È mezzanotte; in cielo nereggia un temporale, e appena da una nube squarciata trapela un corno di crescente luna; l'aria è quieta e senza mutamento, tutto è bujo e silenzio.
Suona una campana col battaglio di legno, e tosto ecco fischiar per l'aria, strisciare sul suolo, scorrere fra' boschi notturne strigi, sibili di serpenti, miagolati di gatti, scalpitar di cavalli, voci orribili e diverse, e suon di musica strana. Di su, di giù, da ogni parte s'affollano genti a popolare quella landa, diverse di forma, orribili di favella. Sbocca dal suolo squarciato un carro che reca un nume od una bestia, sole creature a cui è concesso il trionfo.
Capita da ogni parte il corteggio: ora un uomo grave in groppa a riverso sur un somaro, prende la coda pel capo, e pare un filosofo idealista; gatti che vanno spiccando salti, rospi che camminano come uomini, animali della terra e dell'aria che tutti stridono e fanno rombazzo. Alcuni gravi sono a cavallo d'un granchio, e vanno come il progresso del nostro secolo; uccelli che camminano lindi, colla testa alzata per essere creduti più grandi degli altri; animali con più teste, uomini con molte gambe, altri colle corna o colle orecchie lunghe; donne a cavallo di scope che pajon poeti lirici che giungono da un volo; fanciulle colla coda come serpi, altre senza cuore, molte senza testa; è il mondo in simbolo: tutti entrano nel cerchio della maledizione.
In mezzo, sur un gran seggiolone, siede maestro Leonardo, spirito folletto, preside della congrega: è tramutato in caprone a tre corni, de' quali quello di mezzo gitta lume a rischiarar l'assemblea; gli altri sono inghirlandati di corone nere: ha velli irti, faccia squallida e torbida, occhi di bragia grandi, spalancati, spaventosi, barba caprina, mani simili, dita tutte lunghe ad un modo, curve, adunche; piedi d'oca, coda lunga pari a quella d'asino, e sotto di questa un viso d'uomo nero; manda una voce rauca, fioca, ha il portamento altero, aria melanconica; persona che siede in alto.
Tutte quelle strane creature che in forme diverse convenivano all'assemblea, appena entrate nel circo si tramutano in maghi o streghe; ciascuna va reverente innanzi a Leonardo, lo inchina, gli bacia la faccia che ha sotto la coda, ed ei li retribuisce con vezzi, lodi, denari.
Già l'adunanza è numerosa, il preside si leva, dà il segno e si apre la festa: è il Sabbath. Ecco, vengono parecchi spiritelli, seguaci e cortigiani di Leonardo; uno distribuisce le cure ed i posti; però alterna sempre streghe con folletti e fattucchieri. A tutti vegliano i correttori, piccoli mostri senza braccia; tengono acceso un gran fuoco, e quando qualche strega cade in errore, ve la pongono a purgare, e la ritraggono dopo la penitenza. Giungono anche i cavalieri del Sabbath; sono grandi rospi, serventi delle streghe: vestono di velluto rosso o nero, portano un campanello al collo e un altro ai piedi: camminano ritti, vaghi come damerini.
I ricreamenti incominciano: è apprestato il banchetto, tutti siedono; si servono le vivande; pane di miglio nero, carni d'impiccato o di fanciulli non battezzati, vini fermentati che girano in tazze dorate. Si mangia, si alternano canti nefandi e discorsi sacrileghi.
Finito il vivandare, suona la campana col battaglio di legno, ciascun si leva, le mense scompajono, tutti venerano Leonardo, e s'intrecciano diverse cure.
Qui si tiene ragione delle querele fra le streghe e i rospi loro cavalieri, e se questi provano di non esser ben nudriti, i correttori le castigano col fuoco. Qua streghe e fattucchieri rendono conto delle opere loro, de' mali commessi, e se non riescirono a farne, come era debito loro, punizione.
Ove si creano nuovi rospi a nuovi cavalieri, s'impone loro un nome e si danno in dono alle streghe che hanno meglio meritato dal congresso. Ove sorge un'ara, e un mago celebra un mistero infernale, e intorno alcuni stanno in atto di ossequio. In un lato bolle una pentola immane sopra un fuoco ardente; in un altro le streghe si gittano ignude, menano danze oscene, portando in mano una candela accesa, e a certe cadenze sospendono il ballo e vanno a baciare maestro Leonardo. In un angolo più appartato si confondono amori nefandi di streghe, di folletti, di maghi, nè si conosce parentela o rispetto conjugale.
Più allegra è invece la vicina quadriglia, ove le streghe e i rospi vestiti di velluto rosso menano cantando il trottiglione. È un frastuono, un trambusto orribile, una festa infernale..... Ma tutto è sospeso, tutti tendono l'orecchio, è la chicchiriata mattutina del gallo, è il segno della partenza. Leonardo prende l'acqua lustrale, fa un'aspersione all'assemblea e la licenzia. Un sibilo, un subito fragore; maghi e streghe riprendono le forme onde vennero: sparvero: la landa è deserta.
IV. Ai curiosi.
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Voi leggete ancora? Dunque non gittaste il libro? Dunque?... Eh, non presumo che possiate crederlo qualcosa; forse vi mosse curiosità di sapere tutti i riti di quella festa inusitata. Avete petto d'avventurarvi fra le superstizioni e gli errori de' tempi andati? Ve ne dirò delle strane! Imparerete di molte cose e belle: a diventar ricchi quando vi piaccia, a farvi amare da chi vi aggrada, a viaggiare senza spese, e più di tutto, che il mondo fu sovente una gabbia di matti.
CAPO PRIMO I MAGHI.
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I. Della magìa.
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Che cosa è magìa? chi sono i maghi e le streghe? uh! quante voci — una follìa, tanti impostori o pazzi. — Maravigliate: è popolo che risponde, son donne, fanciulli, uomini; ma non rispondevano così, appena ha un secolo; era allora una credenza, adesso è dissipata: aveano torto allora od adesso? Ci soccorra la storia.
La magìa era la scienza e l'arte di operar cose superiori all'umana natura col sussidio degli spiriti malefici. Però questa definizione è un po' vaga: i sapienti che ridussero la stregoneria a' principj, e Agrippa che fu il Condillac della scienza cabalistica, dice che la magìa era una facoltà fornita d'un gran potere, cui sieguono alti misteri, i quali racchiudono una profonda cognizione delle cose più secrete, la loro natura, potere, qualità, sostanza, effetti e rapporti; con questi misteri essa produce quanto v'ha di più maraviglioso, ove le sia in grado ed ove operi l'unione e l'applicazione delle differenti virtù degli esseri superiori cogli inferiori. La magìa infine è, giusta la sua sentenza, la sola e vera scienza, la filosofia più elevata e più misteriosa, in fine la perfezione di tutte le scienze naturali.
La magìa, come tutte le scienze, ha le proprie divisioni, e diverse specie tutte importanti, come quelle onde divise Buffon la storia naturale. Vi è dunque la vera magìa, ossia la divina, o la cognizione degli attributi della divinità che Dio rivela ad alcuni pochi, compartendo loro ad un tempo di poter predire il futuro, operare dei prodigj e penetrare nella mente dei mortali. La seconda è la magìa naturale, ossia lo studio dei secreti della natura, e si occupa dell'astrologia, della fisica, e in ispecie dell'alchimia e dell'astronomia giudiziaria. Finalmente l'ultima è la magìa nera, quella che rende sì potenti i negromanti, e dividesi in celestiale e in cerimoniale; la prima attribuisce agli spiriti un dominio sui pianeti, e a questi sugli uomini, sicchè si partono da essi o benigni o malevoli influssi che governano le loro azioni o virtù. La cerimoniale poi è riposta nell'invocazione dei demoni, nella podestà di comandare agli spiriti aerei od infernali, podestà che solo si consegue con un patto o tacito od espresso colle potenze dell'averno, sicchè sono sempre pronte a prestare l'opera loro ai desiderj del mago.
Quest'ultima possente magìa poi prendeva diverse denominazioni, secondo le cure a cui si rivolgeva, siccome la cabala, l'evocazione, la divinazione, la profezìa, il sortilegio, ed altre che vi davano a capriccio l'astuzia dei negromanti per abbagliare la credulità della moltitudine.
II. Come si diventasse mago.
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Queste teorie sono belle, ma come tutte le altre a sistema patiscono d'oscurità: è meglio cercare col fatto come si diventasse mago o strega, e si pigliassero in pratiche tutte queste sorta di magìa.
Il primo modo era far patto con qualche demone che servisse per alcuni anni, dandogli in compenso anima e corpo. Però come si venisse a questi patti era vario il modo, e lo vedrete: l'incontrarsi collo spirito malefico non era difficile; esso cortesissimo volava al più piccolo desiderio; anche non richiesto veniva a sedurre le persone, e tutto si adoprava perchè cadessero nelle sue grinfe. Esso poi faceva ogni lor desiderio, manteneva da galantuomo i patti, ma si faceva mantenere anche i proprj. A documento giustificativo, eccovi la storia del modo onde alcuni pattuirono con lui e si fecero maghi.
III. Il dottor Faust.
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Quando lo spirito malvagio ponevasi in capo di fare qualche conquista, siccome era furbo, non volgevasi a dappochi, ma pigliava gli uomini dotti, come le donne che non seducono mai giovani di poca polpa o di misera avvenenza. Nel secolo XVI pensò di ridurre a suo seguace il dottor Giovanni Faust, uomo pieno la mente e il petto di dottrine.
Il dottore già da alcuni giorni volgeva in animo pensieri di nuovi studj, poiché aveva già corsi quelli della medicina, della giurisprudenza e della teologìa; pensava all'astrologìa. Or mentre andava a diporto, gli appare un cane, che gli fa intorno varj giri, lo avvicina, lo accarezza, pare cercargli amicizia. Faust si ritrae a casa, e il cane dietro; l'uno lo guarda e l'altro si aggrandisce: Faust lo scongiura a scoprirsi, e il cane si tramuta in un giovane elegante: è il demone Mefistofele, solo secondo a Satana. Allora lo spirito fece i suoi complimenti al dottore, se gli propose amico; l'altro stette alquanto tremante, ma il desiderio della potenza lo vinse e vennero a patti fra loro, e stesero un contratto, che lo storico Widman riferisce, perchè forse era segretario d'inferno, e ripeto perchè si conosca come l'arte de' notaj non è solo nota alle persone di questo mondo. La scritta era in pergamena color di rosa: Mefistofele si obbligava a servire Faust per ventiquattro anni; dopo, il dottore era suo; anima e corpo. Ecco le condizioni:
Mefistofele sarà sempre ubbidiente al comando di Faust; gli apparirà sotto una forma sensibile, o prenderà quella che piacerà al suo signore.
Farà ogni comando di Faust e gli porterà prontamente tutto quello ch'ei vorrà chiedergli.
Mefistofele sarà pronto e sommesso come un servo.
Apparirà a qualunque ora sarà chiamato, di notte o di giorno.
In casa non si lascierà vedere, nè riconoscere che da Faust, invisibile ad ogni altro.
Faust invece si dava a Mefislofele senza riserva di alcun diritto di redimersi, nè di ricorrere alla divina misericordia. Lo spirito gli diede per caparra di questo contratto una cassetta piena d'oro.
Dopo quel momento Faust fu signore dell'universo, fu onnipotente: ei viaggiava per terra, per mare, per l'aria; operava prodigj d'ogni fatta. Amoreggiava le più belle donne che furono in tutte le età, ed ebbe i vezzi d'Elena, di Aspasia, di Lucrezia, di Cleopatra, sebbene le curasse poco, perchè, con buona pace delle lodi impartite loro da Omero, da Virgilio e da Lucano, amava meglio una fanciulla del suo secolo. Creava maraviglie a suo talento: alla corte di Carlo V fece comparire Alessandro il Grande: in un banchetto d'amici, coll'agitar della bacchetta, fe' zampillar vini, apparire viti e vendemmia; alla curiosità dei discepoli evocò la bella Elena, avvenente come all'uscire dal profumato talamo di Menelao. Denari non gliene mancavano mai; lo spirito gliene dava: eran di legno o di corno, ma parevano d'argento o d'oro. Faust chiudeva la bocca a que' che cicalavano e il disturbavano; allora non vi erano giornalisti.
Faust ebbe strane avventure d'amore colla fanciulla contemporanea onde fu preso; creò meraviglie, moltiplicava i libri, stendeva la sua parola per tutto l'universo.
Ma infine passarono gli anni del prodigio, e un gelo al core lo avvisò del prossimo fine. Cercò affrancarsi in un luogo sacro, ma Mefistofele lo impedì, lo condusse sur un'alta montagna: Faust si raccomandava a Dio, e il demone: — Ti dispera e muori, omai sei nostro, — e giganteggiò fantasma fino alle nubi: mandava saette dagli occhi, fuoco dalla bocca, e i piedi di bronzo mettevano sulla montagna un tintinnio orrendo: prese fra le mani adunche lo sciagurato Faust, e con iscoppj di risa orribilmente ripercossi nelle valli, lo mise a brani, e lo precipitò nell'abisso.
Il dottor Faust fu un vero dotto e un uomo utile, fu l'inventore della stampa, l'arte prodigiosa che moltiplicò i libri: però fu proclamata arte diabolica, e si cercò Faust per abbruciarlo, e l'invenzione andava distrutta, se non era Luigi XI. Widman fece della vita di quest'uomo un romanzo nel 1587; Goethe poi un dramma: la storia di Faust basta a chiarire come si adombrasse il vero colle invenzioni della magia.
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