Kitabı oku: «Vecchie cadenze e nuove»

Yazı tipi:

Emilio De Marchi

Vecchie cadenze e nuove


Pubblicato da Good Press, 2020

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066073251

Indice

SECONDA EDIZIONE

PARTE I

PRELUDIO

CANTA L'USIGNUOLO

A UNA GIOVINE POETESSA

LITANIE VECCHIE. E LITANIE NUOVE

IL TELEGRAFO. SULLA MONTAGNA

LA TRASMISSIONE. DELLA FORZA ELETTRICA

A UN VINCITORE IN UN DUELLO

ORA DI TEDIO

IL TEMPO E LA MANO

"PER QUARANT'ANNI PARROCO"

L'AGNELLINO DORME

IL CONTADINO

CONCA ALPINA

IL ROSARIO DELLA NONNA

LA CAPRA ED IO

LA FANCIULLA BENEFICA

IL FIUME E LA VITA

AD UN GENEROSO SIGNORE

IL CANTONIERE

A UN VECCHIO CROCIFISSO

PARTE II

CANTILENE DI NATALE

LA CHIESETTA

CANZONETTE DI PRIMAVERA

LASCIAMOLE VOLAR….

I CONSIGLI DEL VECCHIO MARINAJO

IL MAESTRO CONTENTO

LA VILLETTA CHIUSA

DOPO LA PIOGGIA

IL FUNERALE DEL POVERO

IL FABBRO

I VECCHIETTI

LE DUE POESIE

LA SARTINA

ANGELINA

MARIA

L'ACQUA E IL SASSO

IL SORRISO

PREDICHETTA

FESTE E GLORIE

BRINDISI DEI TIPOGRAFI

A VICTOR HUGO

ALL'ITALIA

ODE A VERDI

ALLA TOMBA. DI RE VITTORIO EMANUELE II

I FRATELLI CAIROLI

PARTE III

SUL CAMPO DELLA BATTAGLIA

IL CANTO DELLA PIETÀ

IL CANTO DELL'ULIVO

EVOCAZIONI

LE ORE DELLA VITA

FUNERALE BIANCO

LAGRIME

IL TRISTE RITORNO

VOCE DALL'ALTO

LE VISIONI DEL CIECO

PREGHIERA

SECONDA EDIZIONE

Indice

LIBRERIA EDITRICE NAZIONALE

Diritti di riproduzione, ristampa, traduzione, riservati per tutti i paesi a termini di legge.

Società Lito-Tipografica Lombarda BOLLINI e COLOMBO

MILANO—Via A. Kramer, 19

1904

Al lettore,

Quando nel 1899 usciva per la prima volta sotto forma di Strenna (dell'Istituto dei Rachitici) questa raccolta di poesie che ora si ripresenta nella serie delle Opere complete di Emilio De-Marchi come parte integrante del pensiero e dell'animo suo, il compianto Senatore Gaetano Negri che alla profonda intuizione filosofica univa tanta genialità artistica e amore per tutte le cose gentili presentava il poeta con queste parole:

"Vecchie cadenze e nuove", chiama l'Autore la raccolta delle sue poesie, volendo farci intendere che, se in alcune di esse, si ritrovano le forme e i procedimenti stilistici del tempo vecchio, egli non rifugge dagli allettamenti e dalle raffinatezze dello "stil novo" ch'egli ode. E sta bene. Ma ciò che ci piace, sopra tutto, è che il De-Marchi, e nelle vecchie e nelle nuove cadenze, non abbandona mai quel supremo, direi anzi, quell'unico precetto dello scriver bene, e in prosa ed in versi, che è di scrivere solo quando "amore spira" e di significare a quel modo ch'ei detta dentro. Tutta la differenza, come già ci insegnava Dante, fra gli scrittori profondi e gli scrittori superficiali, fra gli scrittori che rimangono e quelli che non vivono che un'ora di fugace applauso, è tutta qui. Gli uni hanno la sincerità dell'ispirazione a cui risponde la sincerità dell'espressione. Gli altri non hanno che l'artifizio dell'una e dell'altra. Tutte le discussioni d'arte, di scuola, di metodo, non sono che logomachie retoriche e pedantesche. Bisogna che le penne, come dice il padre Dante, vadano "strette diretro al dittatore" Quando ciò avvenga, tutte le cadenze, e vecchie e nuove, sono buone.

"Il De-Marchi divide la sua raccolta in tre parti, ognuna delle quali ha un titolo suggestivo. I segreti pensieri, la prima, Le vaganti immagini, la seconda, Gli intimi sensi, la terza. Il lettore, nei Segreti pensieri e nelle Vaganti immagini, segue gli inquieti atteggiamenti e il continuo agitarsi dello spirito moderno, davanti a problemi a domande, a misteri che ci appaiono tanto più insolubili ed oscuri, quanto più viva è la luce con cui l'intelligenza li rischiara e li determina; negli Intimi sensi egli risentirà la nota tranquilla di un'anima che, nella coscienza del dovere e nella fede degli ideali, sa trovar il conforto e la ragione della vita. Nelle due prime parti, la varietà e la snellezza dei metri riproducono la prontezza dell'impressione e del riflesso che essa suscita nel pensiero; nella terza, l'onda pacata del verso sciolto, condotto con classico magistero, porta sovra di sè la meditazione serena che armoniosamente si svolge con una cadenza misurata e sicura. Fra le belle cose di questa ultima parte, sono due componimenti Le ore della vita e Funerale bianco, che mi sembrano aver un pregio ben singolare di poesia e di pensiero. Si sente in quei versi il palpito di un uomo che è passato per le prove dolorose della vita, e trasmette agli altri la commozione profonda, ma non sconfortante, non disperata, di cui serba le tracce indelebili."

PARTE I

Indice

I SEGRETI PENSIERI
PRELUDIO
CANTA L'USIGNUOLO

Indice

"Benvenuto, vicin, di nuovo in questa Erma dimora, che al lume si accende. Che fu gran tempo spento al pianto mio; Or che la notte la finestra splende, Ove tu preghi su tuoi canti pio, La veglia del giardin non è più mesta.

"Il verde delle foglie anche si accende, La paura si dissipa di questa Antica frasca, nido al pianto mio: Brillan le stelle e vanno per la mesta Vôlta del ciel in un circolo pio Intorno ad una che lucida splende.

"È vuoto il nido tuo…. è vuoto il mio: La speranza non più nel cor accende Garrule gioie e lieti amori in questa Notte del viver nostro; indarno splende La danza delle stelle… In nota mesta Al tuo risponde il mio querelar pio.

"Ma se un raggio di giubilo non splende, Ci conforti, fratel, il cantar pio, Che rompe il duolo della notte mesta. Piangon le mute cose al pianto mio (La nostra sorte altra non è che questa) Nel canto il morto spirito si accende.

"S'apron l'ali agli affanni e scioglie il pio Vol la pietà, se una canzone mesta Nell'alta solitudine si accende. Degli alberi al dolor mescolo il mio Dolor canoro ed ogni stella a questa Grazia vedo tremar che in alto splende.

"A noi concesse un buono Iddio la mesta Voce del canto onde l'amor si accende. Cantano i cuori amanti al canto mio, E se tu canti, la virtù più splende: Null'altro ufficio agli uomini è più pio, Null'altra sorte è pura come questa"

A UNA GIOVINE POETESSA

Indice

Quel che nel verso mio matura a stento

All'ombra dell'antico biancospino

Fiorisce In un momento

In mille rose in mezzo al tuo giardino.

Quel che nel verso mio languido pianto

Suona o singhiozza nella notte oscura

Esce limpido canto

Presso il mattin dalla tua bocca pura.

Quel che alle carte io chiedo dei poeti

E faticosamente intesso al verso,

Al ciel, ai campi lieti,

Al mar tu strappi armonioso e terso.

Tu colle mani verginelle infiori,

O della vita interprete sincera,

I giovinetti amori:

Io sol conforto la vecchiezza a sera.

Piegarsi come salice al tuo pianto

Sento il dolore di mia vita oscura,

Ma quando ride il canto

Del tuo sorriso, rìde la Natura.

—Oh, cessi alfin—a me dice la gente

Una nenia che l'anima ci schianta;

A te, musa innocente,

Gridan l'altre fanciulle: canta, canta…

LITANIE VECCHIE E LITANIE NUOVE

Indice

Nell'ore languide dei caldi estati,

Mentre ronzavano

Api e farfalle d'oro nei prati,

E nella nitida chiesetta il sole

Pingea l'altare,

Non altro udivasi che un susurrare

Di labbra e un morbido

Striscio di suole.

Poi nulla, Attonita nel paradiso,

Bianca la tonaca e bianco il viso,

La pia badessa, dicendo l'Ave, In un soave Sonno chiudeva le luci stanche Entro una nuvola di cose bianche. Il rossignolo nella foresta. Facea la siesta. L'aria tacea calida. Solo All'ora inutile un oriolo Metteva il segno Nella sua vecchia cassa di legno.

* * *

Cangiano i tempi: crollano i santi

Dai pinti portici:

Se alcun ne resta, come si vede,

Su per i canti,

È dell'intonaco più forte il merito

Che della fede.

Stridon le macchine, stridono i garruli

Telai. La grande

Anima torna d'un mondo fossile

E pei comignoli urla e si spande.

Due mila ruote

Un soffio, un sibilo

Agita, scuote

Indemoniate da cento spiriti:

Treman le vôlte,

Balzan gli scheletri delle sepolte.

* * *

I tempi nuovi filano i vecchi,

Dai denti striduli degli apparecchi

Esce il rosario della felice

Età che dice:

"O Pane, o Pane, o bianco o giallo,

Ave boccone!

Dal primo fallo d'Adamo e d'Eva

Confitto in l'ugola l'uomo solleva.

Oggi non basta di un'età casta

La salmodia:

Sui fusi rotola la litania

E l'orazione:

Ave, boccone!

"Te a mattutino, te a mezzogiorno

E te a compieta

Chiama una gente irrequieta,

Che in mezzo ai vortici degli arcolai

Tesse la tela dei lunghi guai:

Ave, boccone, cotto nel forno!

"Sudore e lagrime inteneriscono

Un pan di cenere e di carbone

Che il dente macina della malsana,

Macchina umana.

Ave, boccone!

"O Pane, o Pane, o giallo o nero,

Tu sol sei vero,

Ave, spes unica. Se tu ne manchi, Cedono i fianchi, cedon le braccia, E nella macina il cor si schiaccia."

* * *

Così risonano nel rombo immenso

Del giorno e salgono, monache pie,

De' nuovi tempi le litanie

In mezzo a nugoli di nero incenso.

Ma s'io ritorno per il sentiero

Quando la bianca luna si specchia

Nei rotti muri del monastero,

Mi par d'intendere, o monacelle,

Le campanelle

Che ancor vi chiamano a salmodia:

"O rosa mistica, O domus aurea, Ave, Maria.."

* * *

A queste note,

Che d'una morta speranza parlano,

Del cor io sento strider le ruote

E sonar l'ora d'una passata

Notte stellata.

IL TELEGRAFO SULLA MONTAGNA

Indice

Van per la verde valle e s'inseguono,

Salgono il clivo in ordin lento

I retti tronchi, la rupe sfidano,

Sfidano il vento.

Carche di folgori dal ciel le nuvole

Scendon, ma i tronchi salgono ancora,

Traendo il gracile filo, dell'aquila

Alla dimora

Il pie' confitto nella vulcanica

Roccia, fedeli soldati all'erta,

Dell'uom la scossa alma trascinano

Per la deserta

Region dei turbini, oltre le vergini

Cime, alle soglie d'irti ghiacciai,

Ove non pose capra selvatica

Orma giammai.

Mentre più candido cade sugli omeri

Dell'alpe il verno e tutto tace,

Mentre la spuma del fiume rigida

Sepolta giace:

Mentre sopiti dormono i pascoli,

Che udir nel maggio mugghiar gli armenti,

Sull'agil trama caldo lo spirito

Va delle genti,

Vanno le alate novelle ai popoli,

Vanno gli amori. Da lande ignote

Escon le insidie e delle lagrime

L'aride note.

Spesso nell'ululo piange dei turbini

Un cuor di madre, a cui da sponde

Arse pel vuoto sen dello spazio

Piange e risponde

Del caro figlio l'estremo anelito:

L'ansie s'inseguono al filo ordite,

Urtano i baci estremi e cadono

Spesso due vite.

Cinge la sorda terra una nervea

Rete, che spasima e pianto stilla:

Palpita il mondo del nostro palpito

Alla scintilla.

Così la Mente d'un invisibile

Nume la cieca materia avviva,

E a noi da cieli inaccessibili

La voce arriva.

Tolti gli indugi, muore più rapida

L'ora felice; ai tardi mali,

Tu dei viventi forse il più misero,

Hai dato l'ali.

LA TRASMISSIONE DELLA FORZA ELETTRICA

Indice

(Paderno-Milano, 29 Settembre 1898)

L'oziosa cascata di candide piume

Vestita, delizia di oziosi poeti,

Che versa da secoli dell'acque il volume

Scherzose tra i muschi dei ruvidi greti,

Dei gelidi laghi la chioma fluente,

Dei cieli, dell'iride lo specchio lucente,

La liquida ninfa—mirabile gioco!

Sprigiona, sfavilla dall'anima il fuoco.

Quell'acqua che molle sull'alpe beveste

Nel cavo del tufo freschissima e chiara,

Che lenta trascina nel verde la veste

A greggi, a pastori sì limpida e cara,

Da viva coscienza d'un subito invasa

Scintilla sul desco dell'umile casa,

Nel grave silenzio per lungo viaggio

Sui bruni miei canti diffonde il suo raggio.

Non più di remoti destini contenta

Agli echi susurra del povero sasso,

Non più del molino si abbraccia alla lenta

Costanza e alla ruota fa muovere il passo:

Percossa da nuova superba parola

Lo spirto dell'acque precipita, vola,

Divora le tenebre, le macchine invade,

Riempie di sibili le morte contrade.

Così d'una blanda memoria lontano

Discende la forza a un giovine cuore,

Così la carcassa di morbida mano

L'incendio vivifica d'un fervido amore,

Così dalle lagrime di muta pupilla

La fede d'un nobile coraggio scintilla

E scende infocato da pure sorgenti

Benevolo e forte il Genio alle genti.

Rallégrati, Italia!—non più della lorda

Fuliggine il limpido tuo cielo si oscura,

E manda il comignolo dall'ugola ingorda

Di nordica nebbia mal compra sozzura.

Per rupi e dirupi, per morbidi clivi

Correndo, saltando, tra lauri ed ulivi

Discende al tuo popolo da vette lontano

Sul raggio del sole men sudicio il pane.

Sia caro l'augurio! Se ancora feconda

Dal sasso deriva sì limpida e piena,

Se ancor nelle sabbie de' secoli abbonda,

O madre, la pura italica vena,

Sia caro l'augurio! l'umano destino

Dai cento ruscelli che versa Appennino,

Se al ciel non contrasti la sorte nemica,

Attenda una luce che vinca l'antica.

Qui dove dischiuse del morto metallo

I sensi e ne trasse gli spiriti ardenti,

Qui dove le forze nel ferreo cavallo

Più indomite strinse al cenno frementi,

Qui dove di nuovo miracolo ardito

Disdegna gli spazi del mondo finito

E sciolto dai lacci l'ignoto rischiara,

L'italico genio i tempi prepara.

A UN VINCITORE IN UN DUELLO

Indice

Or che l'orgoglio è pago e che le strette

Corser dei fidi amici e alfin respira

La bella, che ti spinse alle vendette,

Or che pende la spada e cessa l'ira,

Che a te discende per antica vena,

E rossa la tua gloria il mondo gira,

A te vien la mia Musa e una serena

Notte invoca di stelle all'agitato

Spirto sfuggito agli aspri colpi appena.

Umile ancella essa si pone a lato

Del letto, e mentre van ombre e perigli

Ti chiama al sonno il canto delicato.

A nova luce tu al mattino i cigli,

O signor, aprirai; ma se ghermiva

La morte il core coi feroci artigli,

A ben più nera e lacrimosa riva

Or scenderesti, ove il fratel si duole

Della ferita che il tuo ferro apriva.

Ivi non scende a colorire il sole

I soavi desiri e della cara

Vita son morte tutte le parole.

Nella palude senza fine amara,

Lugubre navicel, cerca e non trova

Ove sbattuta approdi ivi una bara.

E allora, o ciechi, il dolce amor che giova,

Che negli umani affanni il sole accende

Di vita in questa così breve prova?

Perchè da un cieco alto mister si scende

In questa valle inermi pellegrini,

Se nella rete sua l'odio ci prende?

Non come esigui e vani moscerini

Nascemmo intorno a un lume a far ronzio,

Ma per toccare agli ultimi gradini

D'un sacro tempio, ove il mortal desio

Trova riposo, dove l'uom sicuro

Di sua coscienza si abbandona in Dio.

Sia pace dunque, almen nel picciol muro

Che c'imprigiona in una mesta sorte,

Dove il sangue che cade è fango oscuro.

Tramontan presto le giornate corte

Del vivere ed ancor bianca è la sera,

Che già bussa nell'anima la Morte.

Allor ci sarà buona la preghiera

Dell'opra nostra, se con lampa accesa

Ci accompagni sull'ultima scogliera;

L'ira non già, non la fraterna offesa,

Non la vendetta, non dell'odio il vanto,

Non la minaccia, che sull'urna stesa

Nella tenebra eterna ulula il pianto.

ORA DI TEDIO

Indice

Non il piangere, no, tedio è il sentire

Morire in mezzo al core la speranza:

Non il morir, ma il non poter morire,

Quando non più che la memoria avanza.

Non l'onda umana, non la furibonda

Tempesta al marinar reca tormento:

Ma il deserto del mar senza una sponda,

Ma il legno infranto e non un fil di vento.

Non dir tu che la man stendi per via

Che il chieder pane è una miseria infame,

È più miseria, è più malinconia

Viver tra i vivi e non aver più fame.

Arder nel fuoco e far dal fuoco uscire

Una fiammante idea, gemer in croce

E dalla croce il mondo benedire

Come Gesù colla morente voce,

Questa che il cor distrugge od affatica

Od altra ancora più nemica sorte

Ti salvi dal languir misera ortica,

Non morto, no, ma segno della morte.

Pur ch'io senta il mio cor, fategli intorno

Di spine una corona e pur ch'io viva

Mi basta il breve luccicar d'un giorno

Di grande incendio scintilluzza viva.

IL TEMPO E LA MANO

Indice

Come il Tempo si uccida ah non mel' chiedere,

azzimato garzon, ch'io questo solo

conosco che la vita è un fil brevissimo

d'erba o più breve tra due fili un volo.

So che l'ora è una goccia, che dal vertice

scende al fiume per vie ridenti o cupe;

or rugiada d'un fior, or scarsa lagrima

ai dolori che spetrano la rupe.

So che il Tempo tra i doni è il sol che esiguo

Iddio comparte a' suoi figliuoli eguale;

ma quel che il perde al bell'ordito ingiuria

della sua tela povera e mortale.

Chè nel tessuto (e questo anche conoscere

i consigli mi diedero materni)

può ricamare ognun d'eterne istorie

con operosa man i segni eterni.

La Mano e l'opra, o mio fanciullo, innalzano

argin non breve al cieco andar del fiume,

nè tutto quel che s'inabissa perdesi

in oscuro mistero o in vane spume.

Il Tempo passa, ma restìo sul margine

siede il pensier del navigante. Ancora

il fuoco vive del lontan crepuscolo,

mentre già nasce la novella aurora.

De' morti amori ancor le rose ridono

nelle canzoni e la pietade ordita

prega nel sacro arredo a cui la gracile

man della Santa consumò le dita.

Il Tempo passa, ma nel marmo candida

palpita ancora calda alle percosse

la bella Ninfa, che stancò di Fidia

la mano e i morti popoli commosse.

Non men se l'ardua chiave intrudi ed agiti

nei giri arcani di ferrato scrigno,

senti del morto fabbro uscir lo spirito,

che ti parla così dal vecchio ordigno:

"Vivi nell'opra tua, garzon, se il vivere

ti piace e il viver breve anche t'è grave:

o in marmo o in tela o in un pensier recondito

o di mestizia in un lavor soave

"agita i giorni del tuo Tempo e semina

nella speranza i frutti del tuo cuore.

D'una pianta vitale all'ombra pallida

di cento vite rigermoglia il fiore."

"PER QUARANT'ANNI PARROCO"

Indice

Questa nel vecchio sasso

D'un uom la storia, o grande Machiavello!

Ignoto oltre il cancello

Giace sepolto in un coi morti il tumulo

Nell'erba folta antica,

Che ondeggia ai colpi rigidi del vento:

E va l'amara ortica

Per l'obliato muro a piacimento.

Costui di stridi e lagrime

Non fe' sua gioia, nè macchiò le mani

Nel vil sangue del popolo,

Come sta scritto dei più chiari eroi:

Non arse ville, nè gli piacque il mobile

Trofeo dei penzolanti corpi umani,

Come si legge ne' volumi tuoi:

Non dei tiranni coll'oblique insidie

Il pallido coraggio

Sostenne e i nappi taciti di morte,

O crebbe illustre di natura oltraggio;

Povero prete, il suo latin col povero

Divise e il poco pane e l'umil sorte.

Di carte filosofiche

Non consumò nè raddoppiò volumi:

Nè dal suo labbro balbettante uscirono

Dell'eloquenza i fiumi

D'oziosi grandi alto sollazzo e noia:

Predicò, benedisse, al capo languido

De' morenti arrecò l'ultima gioia,

Pregando a sè l'eguale in l'ultim'ora:

Cultor d'umili cose

Come chi per amor veglia e lavora

Nel picciol orto egli incurvò le pallide

Mani tra i rovi e suscitò le rose.

Se non parlan di lui le larghe pagine

Che il volgo bacia ed ama,

Se della rauca fama

Non vola alto il clangor, nostra è l'ingiuria:

Nostra che il falso orniamo

Ed ai superbi alziam templi di lauro,

Mentre la dolce ai vivi

Virtù nemmen sepolta adombra un ramo

Di lagrimosi ulivi.

Taccia l'insulsa istoria!

Tu sola, o santa poesia, sei vera,

Che il vivo senso delle morte cose

E i tenui affetti susciti

In mezzo all'ombre, ai sassi, alle nemiche

Care al Silenzio e d'ogni ben gelose

Invidiose ortiche.

Ove manchi il sospiro di Natura,

Irrigidite larve e di cuor vuote

Stan le passate immagini

Di questa labil vita, che si oscura

Di giorno in giorno in disperato oblìo.

Amor, luce di Dio, le scalda e scuote.

Sia gloria e luce all'ignorato atleta:

Se mai del pianto egli schiarì le torbide

Fonti e dei vivi alleggerì le spalle,

Per quante sciolse dalla rozza creta

De' suoi fratelli mistiche farfalle,

Per quel che disse e tacque

E che non scrisse, o grande Machiavello,

Al vergognoso avello

Sia pace e luce e gloria!

Di lui qual altro fu maggior poeta,

Di lui che tanto umano

Spirito strinse nelle sacre dita?

Che val la morta mano

D'un re che impugna un'asta irruginita

Di fronte a questa carità serena

Che dei più ciechi osò guidare i passi?

Restino ai grandi i sassi;

Egli altro onor non brama

Di quel che colla man leggiera e piena

In mezzo all'erbe il grato april ricama.

L'AGNELLINO DORME

Indice

Nell'ombra alta del frassino

Dove più l'erba è molle,

Dorme i sogni innocenti:

Sogna la balza morbida,

Il verde ampio del colle,

I giochi e l'acque garrule e lucenti.

Accanto bruca e vigila

La madre e sparsa giace

La greggia in suo riposo:

Mentre un sonar di fistole

Sveglia nell'erma pace

Dell'imminente sasso il Nume ascoso.

Dormi, agnellino! Il semplice

Spirto frattanto ignori

Quel che prepara il cielo….

Or or giunse alla bettola

E cionca tra i pastori

Cieco d'un occhio un uom dal rosso pelo.

Tonda la faccia ed ilare,

Nude le braccia, a sghembo

Sul ciglio alza il cappello;

Mentre affilato luccica

Nel rovesciato lembo

Di sanguinosa tunica il coltello.

Sogna, agnellino, e dissipi

L'alterne orrende voci

A te pietoso il vento,

Perchè non scenda al misero

Tuo cor dei patti atroci

Nel traboccar dei nappi lo spavento.

Il sangue tuo discendere

Dovrà prezzo del vino,

Ma tu, lieto, nol sai….

Se non è dato il leggere

Nel prossimo destino,

Meglio è sognar così come tu fai.

Perchè superbo e misero

Cerco al saper atroce

Dell'avvenir la sorte?

Passan le liete immagini

All'ombra della croce,

Che sulla culla ci piantò la morte.

IL CONTADINO

Indice

CANTILENA

Di nostra vita sparge lentamente

Il mesto pan, più caro al ciel che agli uomini,

Il contadin paziente.

Al gelo, al sole, al monte, al colle, al piano

Si muove egual la bionda spiga a tessere

Del contadin la mano.

Quando beati sulla prima aurora

Sognano i ricchi nelle piume morbide,

Il contadin lavora.

Se avvampa agosto torrido la testa,

A freschi lidi i cittadini emigrano:

Il contadino resta.

Se la gragnuola stermina o più rara

Fa la messe, Epulone il ciel bestemmia:

Il contadin ripara.

Mentre dei campi, alle sfrenate voglie

D'una bella, il signor i frutti sperpera,

Il contadin raccoglie.

Raccoglie e pane e vino e biade e strame

Agli uomini e alle bestie e spesso, ah misero!

Il contadino ha fame.

Se di fortuna cangia la bandiera,

Fatti feroci i fortunati stridono:

Il contadino spera.

Mentre di Dio la provvidenza nega

Sardanapalo in suo supremo orgoglio,

Il contadino prega,

Per molte vie tu ville a te procacci,

O tesorier, ma non avanza fabbriche

Il contadin nè stracci.

Quando sente d'aver compiute l'ore

Di sua giornata, all'ospedal si strascica

Il contadino e muore.

Han sulle fosse i re della fortuna

Croci di marmo, di bronzo e di porfido;

Il contadin nessuna.

CONCA ALPINA

Indice

Dentro il còncavo

Della rupe umido seno,

Non più grande

D'una coppa il tuo s'espande

Specchio lucido sereno.

Il ciel nitido

Vi discioglie l'oltremare:

S'arde in ciel rossa una nuvola

Sangue pare.

Bella a sera

Nel tuo freddo orror ferrigno,

Quando incombe la bufera,

Quando trema sul macigno

Un sottil candor lunare.

Pari a questa

Piccioletta anima mia

La tua conca all'armonia

Apri tutta dì natura.

Sotto i brividi

Della rigida tempesta

Senti il gelo

Che t'invade e che t'indura,

Umil conca d'acqua pura

Presso il cielo.

IL ROSARIO DELLA NONNA

Indice

Pende dal chiodo sul guancial, di grani

fitto il rosario della nonna mia:

pende e sui sonni miei torbidi o vani

l'ombra distende pia:

Fanciullo, il tintinnir mi piacque e il lento

volger di questa coronina antica;

e ancor quando la tocco ancor ne sento

uscir la voce amica

dei cari giorni e dei misteri santi,

che stanno ora confitti al vecchio muro:

che non temon di dotti e di pedanti

il perfido scongiuro.

Serban le perle le ancor calde impronte

delle tue dita, o nonna, ove passasti,

quando inchinata al tuo Signor la fronte

de' tuoi pensier più casti

gli svelavi i tesori intimi, arcani;

onde non morti ancor dopo molt'anni

come piccoli cor battono i grani

pieni dei santi affanni.

Forse già tutte consumò le nude

ossa la terra e accanto al sasso pio

della tua tomba già forse si schiude

un fior che non è mio;

ma quel che fu tuo spirito immortale

palpita e vive in questo scapolare,

che il ciel congiunge colla terra e vale

per me più d'ogni altare.

Presso qui sta di gravi opere denso

un armadio di libri, che raduna

in poco il mare della scienza immenso

che sta sotto la luna;

che la ragione delle cose amara

mi distilla nel cerebro e l'essenza

com'acido purifica e rischiara

della volgar coscienza;

a cui, del capo urtando al vecchio legno,

chiedo la notte e chiedo il dì la sorte

del viver mio, ma invan chiedo.—ed un segno

che plachi un po' la morte:

chè tutt'insieme il venerando stuolo

non fa più breccia, quando il cuore assale,

di quel che faccia lento un vermiciuolo

nel logoro scaffale….

Ma tu, sol che ti tocchi, una dolcezza

versi che definir non san le scuole:

scintilla amor e passa una carezza

su tutto ciò che duole.

Morremo e immota in suo rigor di sasso

starà dei saggi la ragion superba:

tu, povera umiltà, col picciol passo,

ove più dura e acerba

scende la via, sorreggi il piede e il fianco

alla languida vita; e sull'eterna

scala ove trema il pellegrin più stanco

innalzi una lucerna.

LA CAPRA ED IO

Indice

Sovra la rupe aerea,

Dove non giunge mai

Foglio di stampa od orma d'esattore,

Soli tra spini e cardi

Tra le nebbie emergenti e i scialbi sassi

Siamo una capra ed io.

Non prati, non ovili,

Ma solamente burroni scoscesi

Fra cui serpeggia e luccica

Al sol d'un'acqua povera la striscia:

Intorno alto il silenzio

Scende nel lento scendere del giorno.

Io lei rimiro ed essa

Sui piè diritta e rigida

Guarda il borghese ignoto che la guarda

E non sappiam che dire.

Qual scienza mai d'una barbara capra

Intese i biascicati sillogismi?

Del mio scarso viatico

Porgo alla bestia un morsellin di pane,

Che lieta il muso sporge

E mangia e ancor ne chiede: io la cornuta

Testa carezzo, chè già sento un nuovo

Affetto entrarmi in seno.

O sacra forza d'un boccon di pane!

Già in fondo agli occhi gialli

Io veggo il lento fluttuar di un'anima

Che mi ringrazia; parmi

Che anche un pensier si snodi

Tra la cornuta e l'uomo.

Un picciol suon non più che di zanzara

È degli umani il dire

In riva al mar ch'ogni pensiero asconde.

Meglio parla il silenzio

Degli occhi che una luce a noi riflettono

Degli infiniti flutti.

"—Amici entrambi del deserto, i cari

Verdi cerchiamo e l'ombre

Dei più segreti boschi;

Guardar nel fondo degli abissi e i cieli

Correr col guardo è giubilo

Comune—-essa mi dice s'io l'intendo.—

"Se de' belati tuoi, fratel, l'ascoso

Senso non colgo, la pietà del cuore

Sento nel pan che dài.

Una sola bontà forse ne spinge

Per i sassi del mondo

Verso un fonte che scioglie i tristi arcani.

"Rotta questa di carne e d'unghie e d'ossa

Compagine diversa,

Nel ben comune scioglierem le voglie

Or impedite, e cara

In altri mondi men ricchi di mali

Sarà di questo incontro la memoria.

"Però ti prego, o senza-corni, stendi

La mano alla mammella

E un po' del latte mio spremi a ristoro

Della riarsa sete:

Chè più del pane è dolce

Il beneficio che si rende altrui."

Obbediente all'amoroso invito

Porsi la mano e molle

Trassi alle labbra il tiepido tesoro.

Povera capra, addio!

Se Dio tien nota, ci vedremo all'ultimo

Di Giosafat in qualche ombra romita.

Perchè ride, marchesa?

Se tra gli umani irsuti arido è spesso

Il favellar e il vivere

Qual colpa n'ha la capra?

Qual colpa il servo suo quando all'altero

Riso non ride e l'anima non trova?

Ücretsiz ön izlemeyi tamamladınız.

Yaş sınırı:
0+
Litres'teki yayın tarihi:
16 ocak 2025
Hacim:
80 s. 1 illüstrasyon
ISBN:
4064066073251
Yayıncı:
Telif hakkı:
Bookwire
İndirme biçimi:

Benzer kitaplar