Kitabı oku: «Poesie e novelle in versi»

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Ferdinando Fontana

Poesie e novelle in versi


Pubblicato da Good Press, 2020

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066068363

Indice

MILANO

A ANTONIO GHISLANZONI

SCUOLA MODERNA[1]

LIRICHE

LA FORMA E L'IDEA

NOJA LETTERARIA

LETTERATURA DISONESTA

VERITAS, VANITAS!

LE DEMOLIZIONI

IN MORTE DI EMILIO PRAGA[1]

ANACREONTE

EVO MEDIO

IL SECOLO DI PERICLE

A TAIDE

LA NOTTE DI SAN SILVESTRO

LA SENAVRA[1]

IN ALTO

CIRCOLO

A FULVIO FULGONIO

LA CHIESETTA DEI MORTI

A UNA DONNA INTELLIGENTE

IL DÌ DEI MORTI

PER IL SANTO NATALE

CORAGGIO!

DITIRAMBO

PER UNA SUICIDA

QUANDO?

ARS, ALMA MATER

DE MINIMIS.

MORS TUA, VITA MEA

FLECTAR, NON FRANGAR

MELODIA

SEMINARE E RACCOGLIERE

IL MARE CANTA

EN ATTENDANT

A UN CALENDARIO AMERICANO

ACQUA DEI MONTI

IN CORPO DI GUARDIA

ULTIMA RATIO

DIES.

MERIGGIO

SERA

NOTTE

CITTÀ ITALIANE

NAPOLI

CAGLIARI

SOCIALISMO

EPISTOLA

NOVELLE IN VERSI

ACQUA E FUOCO

A FELICE UDA

II.

FUOCO

MASTRO SPAGHI

II.

IV.

V.

VI.

VII.

X.

XI.

XII.

XV.

POESIE
E
NOVELLE IN VERSI
MILANO

Indice

1877.

A ANTONIO GHISLANZONI

Indice

SCUOLA MODERNA[1]

Indice

AD ANTONIO GHISLANZONI, DEDICANDOGLI IL LIBRO.

Alla tua nota satira

Chi porse l'argomento?

Forse i carmi d'un giovane

Da pochi giorni spento?[2]

Forse il Torso di Venere O il Düalismo ardito, Che una Musa propizia Dettava a un erudito?[3]

Non già!…. Dalle tue laudi

Fu consacrato il primo;

Tu lo sapesti scegliere

Dal medïocre limo; [4]

All'altro degli stolidi

Soltanto il volgo indegno

Oggi contrasta il fervido

Estro e il robusto ingegno.

Forse dell'Inno a Satana [5] Ti spaventò il concetto? No!…. Che tu abborri i vincoli Che strozzan l'intelletto, E so che, quando mediti, Ti ribelli ai confini, Al pensier del filosofo Imposti dai cretini.

È ver, talora il genio

Ama le forme strane,

Ma il pensator sa leggere

Nelle sue cifre arcane,

E sa discerner l'enfasi

Del verso che non crea

Dal balenar fantastico

D'una sublime idea.

Spesso il cantor d'Ofelia,

Col labbro d'uno stolto,

Strambi concetti mormora

Ed è di nebbie avvolto,

Ma sempre, come folgore

Che irradia la tempesta,

Risplende tra le nebbie

L'olimpica sua testa….

Evvia!…. se qualche Bécero,

Nelle invalide carte,

Pallia coll'artificio

La mancanza dell'arte;

Se con grottesche immagini

Pochi grulli impotenti

Cercano un vieto elogio

A mal composte menti;

Se nella solitudine

Dove ti sei rinchiuso

È giunto qualche cantico

Di giovinetto illuso.

Se un impudente o un ebete

Parlando in metro oscuro

S'imbranca colle vecchie

Che dicono il futuro;

Deh!…. non armar la cetera

Colla mordente corda!

Carni di imbelli vittime

Il verso tuo non morda!

Frena, romito Antonio,

La beffarda parola;

Non dir che pochi stolidi

Son la moderna scuola!

Serba ai pedanti, agli arcadi,

Lo scherno e l'ironia;

Taglia pei dorsi elastici

Le vesti in parodia;

Non fornir armi ai deboli

Che temono di noi

E che verranno a irriderci

Cantando i versi tuoi.

Pensa che ai pochi giovani,

Che vedon l'ardua meta,

Il ben d'un raro plauso

I grami giorni allieta….

E che il maggior cordoglio

Che contristi i gagliardi

È di sentirsi mettere

Col volgo dei codardi.

[1] Questi versi vennero già pubblicati in risposta ad una poesia del signor Ghislanzoni, dallo stesso titolo, nella quale l'egregio umorista avea preso a far la satira di certi sedicenti innovatori letterarii. Più die a rispondere al signor Ghislanzoni, questi versi intendevano a metter in chiaro la differenza che passa fra costoro e quelli che operano con vero ingegno.

[2] Emilio Praga.

[3] Due splendide liriche di Arrigo Boito.

[4] Il Ghislanzoni fu il primo che incoraggiò l'ingegno di Praga. Quando questi pubblicò la sua Tavolozza, l'eminente critico, parlandone in un giornale cittadino, dava principio al suo articolo colle seguenti parole: "Finalmente, abbiamo un poeta."

[5] L'Inno a Satana, di Giosuè Carducci.

LIRICHE

Indice

PREFAZIONE AI MIEI VERSI

Esser pöeti è legger nei futuri

Giorni; è spaziar nel cielo delle indagini

Condannate dai timidi cervelli;

Esser pöeti o sentirsi maturi

Quando nel sangue bollono i vent'anmi;

È ridere di tutto, esser ribelli

Alla gloria e agli affanni.

Esser pöeti è librarsi giganti

Sull'universo e, in sè raccolti, vivere

Animati da incognita scintilla;

È accogliere del par sorrisi e pianti,

Inni e bestemmie, rantoli e vagiti;

È scrutar con impavida pupilla

I misteri infiniti;

È piangere col vinto e coll'afflitto,

Nè al forte, al vincitor, negare il plauso,

Nè armar la cetra d'una corda sola;

È comprender la colpa ed il delitto,

Laudando il sacrifìcio e l'innocenza;

È cantar tra un bicchiero e una carola

Il chiostro e l'astinenza.

Prisma novello, col pensiero, i mille

Raggi dell'universo in sè raccogliere

E mutarli in cadenze e in armonie;

Poi fra le genti seminar scintille,

Fatali incendi suscitando intorno,

Turbando il cranio alle persone pie…

O illudendole un giorno!

Esser pöeti è salir sovra un monte,

Di notte, quando il ciel di stelle è fulgido,

E, in estasi, esclamar: "Credo! V'è un Dio!"

E inginocchiarsi, e chinare la fronte,

Ripieno il cor di mistica paura…

Poscia negarlo o metterlo in oblio

Discesi alla pianura!

Esser pöeti è viver d'illusioni

Che sull'Eterno Nulla il piede appoggiano;

È celiar con sè stessi e con coloro

Che vi sanno ammirar nelle canzoni;

È accettare, negando, il Bene e il Male;

È desiare la miseria e l'oro,

La reggia e l'ospedale.

Esser pöeti è tentar l'ocëano

Della vita; è svelarlo; è, ansanti, correre

Dietro un caro idëal…. cui non si crede!

È comprender del tutto il nulla arcano,

E, d'ogni cosa quaggiù disperando,

Trovare ancora entusïasmo e fede

Per vivere cantando.

Esser pöeti è abbandonarsi ai sensi;

È compendiare un secolo in un distico;

È mutar l'alimento del mattino,

A vespro giunti, in voli eccelsi, immensi….

E, invero, questi versi sono usciti

Dalle vivande o dal preteso vino Che l'oste m'ha imbanditi.

LA FORMA E L'IDEA

Indice

(A EMILIO PRAGA)

La forma son le tenebre,

E la luce è l'Idea;

La Forma è il rito, il simbolo

Del pensiero che crea;

Il pensiero è l'Iehova

Dei veggenti profeti

Che parla dai roveti.,

E la Forma è Gesù.

La Forma è la parabola,

La Forma è il pane, è il vino,

È l'orto, il bacio, il Golgota,

È la Croce, è Longino;

E il pensiero è l'assiduo

Svolgersi del crëato,

Cui spiegar non è dato

Alle menti quaggiù!

Eterna lotta!…. Scorgere

L'Idea!…. Vedere il sole!…

E disperar d'esprimerlo

Con possenti parole!

Nelle affannose veglie

Concepir l'universo….

E alla foga del verso

Non saperlo svelar!

Dietro un fatal connubio

Il cervello si stanca!….

Giunge lo sposo al tempio,

Ma la sposa vi manca;

Egli, il Pensiero, l'évoca

Colla voce pietosa….

Ma la Forma, la sposa,

Non si reca all'altar.

Ahi!…. Talora nel cranio,

Indarno affaticato,

Disperando, un terribile

Dubbio m'è balenato!

Pensai che forse esistono

Idee sì vaghe e arcane

Che invan le menti umane

S'attentano a scolpir!

Forse passò fra gli uomini

Il sommo dei pöeti

Fra la schiera dei mutoli

E degli analfabeti….

E, forse, il suo silenzio

Fu incompresa epopea,

In cui sfuggì l'Idea

Della Forma il martîr!

Ah!…. Perché, dunque, struggerti,

O povero cervello?

Contro la Forma, il despota,

Sorgi, schiavo rubello!

Non ti curar degli uomini!

Vivi in te stesso e pensa!….

La tua melòde immensa

Non rivelar che a te!

Chiuso nel tuo silenzio

Ogni idïoma oblia!

Del tempo e dello spazio

Comprendi l'armonia!

Ogni idïoma e frivolo

A esprimer l'Universo!

Nato a servire un verso

Il mio pensier non è!!

Evvia!…. Sorridi, Emilio!….

Sorge nel Ciel l'aurora,

E, solitario, io vigilo

Sulle mie carte ancora!

Stolto!…. Giuro il silenzio,

E ti favello intanto!….

Stolto!…. E rileggo il canto

Che la mia man notò!

Emilio, io voglio illudermi!

Sono troppo felice!

Mi risveglio da un'estasi

E il pensiero mi dice:

"Stretto è il fatal connubio!

"Chiudi gli occhi e riposa….

"Questa notte la sposa

"All'altar si recò…."

Milano, giugno 1875.

NOJA LETTERARIA

Indice

Favello a voi, cui ferve la scintilla

Dei febbrili entusiasmi nel cervello;

Favello a voi, dentro il cui sguardo brilla

La balda gioja d'un pensier novello!

Favello a voi, che, frammezzo alle genti,

Vecchi a vent'anni, in silenzio passate,

Colla pupilla vólta ai firmamenti

E colle mani alle reni appoggiate.

Favello a voi, cui nota è l'armonia

D'ogni cosa creata, e cui son noti

Cogli entusiasmi la melanconia

E gli sconforti; a voi favello, iloti,

Dannati a conservar la stessa creta

Leggendo dentro ai secoli venturi;

Dannati a scorger la splendida meta

Dietro le grate di carceri oscuri!

Favello a voi, per cui dolore e gioja,

Pari al lampo, non duran che un istante,

E che desiate, per fuggir la noja,

Un'angoscia od un gaudio incessante;

Favello a voi, che vivete com'ebri

D'un arcano licor sovra la terra,

Ed avete un uncino nei cerébri

Che l'Universo nei suoi moti afferra!

Noi siam mendíchi, a cui la gente antica

Le briciole lasciò di lauta mensa;

Viviam di stenti e il genio s'affatica

Dietro una turba di fantasmi immensa.

Gli antichi Numi, ispirator dei carmi,

Son morti nel sogghigno universale;

La Natura ci annoja; il suon dell'armi

Ne spaventa; ridiam dell'idëale;

L'amore è un campo in cui non resta zolla

Da fecondare; senza scrosci è l'ira;

Il nostro corpo e una corteccia frolla,

Mentre la mente a nuovi cieli aspira.

E nuovi cieli, splendidi, profondi

Come lo spazio, immaginar n'è dato….

Ma dall'estasi, a cui traggonci i mondi

Senza cifra, un poëta non è nato!

I nostri canti son feti già morti;

Sono la serpe che la coda addenta;

Son l'urna ove troviam pochi conforti

E la febbre che i giorni ne tormenta.

Noi li cantiamo a noi stessi soltanto,

E all'ultimo levita siamo eguali,

Che, derelitto nel suo tempio santo,

Celebrerà da solo i ritüali….

E non ci resta che cingere i fianchi

Col bigiastro mantel del pellegrino,

E correre la terra erranti e stanchi,

E abbandonarci ad un pazzo cammino….

Milano, luglio 1875.

LETTERATURA DISONESTA

Indice

A CESARE TRONCONI [1].

Que la muse, brisant le luth des courtisanes,

Fasse vibrer sans peur l'air de la liberté;

Qu'elle marche pieds nuds, comme la verité.

ALF. DI MUSSET.

Dunque perchè le pagine

Noi modelliam sul vero;

Perchè neghiam di battere

Ogni volgar sentiero;

Perchè volgiamo intrepidi

Le pensierose fronti

Alla più vasta cerchia

Di splendidi orizzonti;

Dunque perchè l'indagine

I nostri libri ispira;

Perchè i costumi ipocriti

Ci fanno schifo ed ira;

Perchè, toccando l'ulceri,

La nostra man non trema.

D'insultatori un popolo

Ci scaglia l'anatema!?

Scosso all'ingiusto oltraggio,

Tu ti contristi e piangi:

Nelle dolenti veglie

Fremi e la penna infrangi;

E, forse, al melanconico

Ingegno tuo tu chiedi

Se un mondo immaginario

È quel che ascolti e vedi!

Me pur gli insulti colsero

Dei grulli e dei perversi,

E, inesperto degli uomini,

Un tempo anch'io soffersi..

Allor pensai che inutile

Pazzia sono i miei canti,

Che un vano desiderio

È il vincere i pedanti!

E mi tentò, nell'aride

Mie notti d'apatia,

La vile idea di scegliere

Men faticosa via;

E, a tesser panegirici

Alla Morale e a Dio,

Nel branco delle pecore

Giurai d'entrare anch'io!

Evvia!…. Sorridi!…. Il fascino

Della verace Musa

Venne a guarir l'insania

Della mia mente ottusa!

E da quel giorno, libero

Da ogni dubbio codardo,

Contro i melensi e gli Arcadi

Io sursi più gagliardo!

E il temerario oltraggio

Come una celia accolsi,

E l'amarezza inutile

Nella risata io sciolsi;

E i profili ridicoli

Di grotteschi figuri

Della mia stanza vennero

A popolare i muri.

Una lanterna magica

Mi rallegrò le notti;

E vidi volti d'ùpupa.

Ventri che parean botti,

E smisurate orecchie,

E code smisurate,

E uno stuolo di scimmie

Da artisti camuffate.

Imitando dei chierici

La vieta filastrocca,

Tutte ad insulse nenie

Aprivano la bocca;

E, mentre mi passavano

Lentamente dinanti,

Un'eco lontanissima

Ne ripeteva i canti:

"Heine e Musset son scettici

"Degni dell'odio umano;

"Giorgio Byron non merita

"Una stretta di mano!

"Con quei che il vero parlano

"Non si discute mai!….

"Se sonvi error, celiamoli;….

"Correggerli?…. Giammai!

"Lasciam che il mondo seguiti

"Le usanze inveterate;

"Che le donne ci aizzino

"A passioni dannate;

"Che le fanciulle uccidano

"I bambini illegali;

"Che le piaghe si coprino

"Con fiori e madrigali!

"L'amor del mondo è soffio….

"Ma guai chi fa all'amore!

"Giusto è che i vecchi imprechino

"Dei giovani al vigore!

"La Società dev'essere

"Il modello dell'Arte….

"Ma noi vogliamo scorgerla

"Soltanto da una parte!

"Perché della famiglia

"Son sante le affezioni,

"Non canterem che bamboli,

"Che madri in ginocchioni;

"Non canterem che Sindaci

"Che porgono l'anello;

"Consulteremo il Codice

"Per giudicare il Bello!

"Per chi dirà che esistono

"Altre fonti di gioja;

"Per chi dirà che a scrivere

"Al par di noi si annoja;

"Per chi dirà con libera

"Parola un'opinione,

"Invocheremo l'indice, "La Santa Inquisizione!

"Su, giovinetti!…. Facile

"Strada v'abbiam dischiusa!

"Crear vorreste?…. È inutile!

"Deve copiar la Musa!

"Deve copiare!…. E il plauso

"Le largiranno tutti….

"E grideranno al genio

"Babbi, mammine e putti!

"Lasciate che combattano

"Per le donne gli stolti!

"Esse non saran l'ultime

"A graffiar loro i volti!

"Le donne sono un popolo

"Mansüeto di schiave….

"Non è d'un cuor di femmina

"Il buon-senso la chiave!

"Su, giovinetti!…. Facile

"Strada v'abbiam dischiusa!

"A magri pranzi assidasi

"L'indipendente Musa!

"Sol nella vita pratica

"Siate veristi!…. Il male, "Fatto con volto ipocrita., "Diventa più idëale!!"

Ahimè!…. Superba Lirica,

L'ali su te ripiega!

Non già tuonar., ma ridere

Mi fe' quella congrega!….

Alle grottesche immagini

Dal letto mio, celiando,

Risposi, amico Cesare,

Coi versi che ti mando:

"Tutto è quaggiù possibile!

"Il tempo è omai passato,

"In cui, fanciullo e ingenuo,

"Mi son maravigliato!

"Degli antichi filosofi

"Or la saviezza imito;

"Alla meta so incedere

"Indifferente e ardito….

"E se color che insultanci

"Bandissero domani

"Che, per pudore, debbano

"Portar le brache i cani,

"Io, nel veder l'eccentrica

"Innovazion morale,

"Continüando a ridere,

"Direi: È naturale!"

Napoli, 16 marzo 1876.

[1] Cesare Tronconi, l'autore della Passione maledetta e delle Madri… per ridere. Cesare Tronconi, il romanziere più calunniato e più vilipeso dagli spigolistri. Ripeto a bella posta il suo nome per risarcirlo in parte della guerra sleale e vigliacca mossagli da alcuni giornalisti, i quali per non dargli voga erano andati d'accordo per chiamarlo l'innominabile…. tout court.

VERITAS, VANITAS!

Indice

Una sera piovosa, äutunnale,

Ora schivando il fango, ora una pozza.

Io seguii la carrozza

Che manda al Cimitero l'Ospedale.

Cimitero e Ospedal son buoni amici

E tengono fra lor conti correnti.

Davver, pochi clienti

Si dan l'un l'altro tanti benefici!

L'Ospedale gli manda i suoi defunti,

E il Cimiter lo paga col dolore,

Che rende infermo il cuore

E fa le donne e i giovinetti smunti….

L'Ospedale gli manda le sue spoglie,

E il Cimiter gli manda i suoi pöeti,

Che in mezzo ai sepolcreti

Tentano col pensier le eterne soglie….

La carrozza che va dall'Ospedale

Al Cimitero, portandovi i morti,

M'ha dati più conforti

Che non millanta libri di morale!

Filosofando, io le cammino allato

E vo pensando a chi dentro vi giace,

E, spesso, mi do pace

Se per caso quel dì non ho pranzato!

La colomba che sopra v'è scolpita

Par che dica, mandandomi un saluto:

"Che giova esser vissuto!

"Che giova il darci pena della vita!"

Or, quella sera, deposte le bare,

Il negro carro era diggià partito,

Ed io, come impietrito,

Restai del camposanto al limitare.

Là m'inchiodava una visione strana,

Di quelle che sa far soltanto il Vero,

E che vede il pensiero

Sol di chi studia la Commedia Umana.

Una vecchia magrissima e grinzosa

S'era posta a seder sovra le bare,

Ed io l'udìa cantare

Una canzon con voce cavernosa.

La solinga megera, gravemente,

S'accompagnava nelle note basse

Battendo sulle casse

Coll'ossa delle gambe macilente.

Elia diceva: "Io son la portinaja,

"E sono vecchia, e di pessimo umore….

"Ma quando ero sul fiore

"Degli anni, allora, ero leggiadra e gaja!

"Quanti baci, quand'ero ancor fanciulla,

"Su queste spalle secche e questa bocca

"Ora, bazza a chi tocca!

"Io vo' morir, che non son buona a nulla!

"Forse, qui dentro, in queste casse bianche

"Han chiuso qualche giovane d'allora,

"Che si tolse all'aurora

"Dalle mie braccia, colle membra stanche!

"Forse, a quel tempo, egli m'avrà adorata

"Come a ventanni un'illusion si adora!

"Il giovane d'allora

"Amore, arte, piacer m'avrà chiamata!

"Chicchetussia dei mille amanti miei,

"Che mi presti la bara a seggiolone,

"Sappi che un'illusione

"Per te, se fosti vivo, ancor sarei….

"E sarei la più triste e la più grama,

"La più steril di pace e d'allegrezza,

"E potrei d'amarezza,

"Non più di gaudio, pagar la tua brama.

"Sappi ch'io sono ancora un'illusione,

"Ma non siccome un dì bella e gioconda,

"Né alla mia treccia bionda

"Chiederesti il profumo e l'oblivione!

"Sappi che piangeresti in mia presenza,

"Perch'io son l'illusion la più inumana;

"La più caduca e vana;

"L'illusion dei sepolcri: l'Esperienza!"

Agosto 1876.

LE DEMOLIZIONI

Indice

A EUGENIO TORELLI-VIOLLIER.

Pietre, da tanti secoli

In un bacio congiunte,

Travi e barre, dall'acqua

E dal sole consunte,

Barcollanti casipole,

Ieri viventi ancora,

Oggi il Tempo vi mormora:

"È giunta l'ultim'ora!"

Il Tempo!… Il triste scettico;

L'êra, l'anno e l'istante;

L'orco che mangia i popoli;

L'impassibil quadrante;

La sfinge inaccessibile;

Il mistico serpente,

Che afferra, eterno circolo,

La sua coda col dente.

In un nembo di polvere

Cadon le vecchie mura;

Sembran côlte le tegole

Da un'orrenda paura;

Ed i balconi, vedovi

D'imposte e senza vetri,

Sovra i passanti guardano

Come occhiaje di spetri.

Povere case!… Il rantolo

Della vostra agonia

Fu lungo!… Il dì novissimo

Lentamente venìa!

Barbari sempre, gli uomini

V'han fatto i funerali,

Pria che cadeste vittime

Sotto i colpi mortali.

E accanto a voi scolpirono,

A scherno, in questi giorni,

Di fastosi palagî

I superbi contorni.

Ah! quei colossi risero

Di voi pigmei morenti,

E più amari vi fecero

I fatali momenti!

Povere case!… Io vagolo

A voi dintorno.—È notte.

E l'ombre dalle fiaccole

Rosseggianti son rotte;

E, somiglianti ai demoni

Cui l'eccidio conduce,

I pïonieri nereggiano

Sugli sprazzi di luce.

Ed io penso alla storia

Delle mura cadenti;

Ai drammi, alle commedie,

Agli idilii innocenti

Che si ordiron per secoli

Nelle piccole stanze

Ed impressero un marchio

Sulle umane sembianze.

Ed io penso alle veglie,

Alle insonnie, ai riposi,

Alle fedi, alle infamie,

Ai convegni amorosi,

Ai sorrisi, alle lagrime,

Ai dì foschi, ai dì lieti,

Ai pöemi che videro

Quelle quattro pareti!

Oh!… non ridete, splendide

Case dai freschi ornati,

Palagî da una magica

Mano in un dì crëati!

Or tutti a voi sorridono

Con beata alterezza

Ed i vostri muri spirano

La balda giovinezza….

Ma verrà il dì che i posteri

Vi chiameran capanne,

Ed al suolo abbattendovi,

Come fragili canne,

Tesseranno una lirica

Sovra i detriti immani….

Più caduchi edifizii

Innalzando il domani!

Tu sol, bigio fantasima,

Gotico tempio altero.

Tu, frastaglio di guglie,

Tu, gigante severo,

Vedrai le metamorfosi

Dei giorni che verranno,

Sogghignando alla gioja,

Sogghignando all'affanno!

Finchè il Tempo, il terribile

Tarlo che rode il mondo,

Verrà te pure a spingere

Nell'abisso profondo;

E forse, fra un millennio,

Quivi sostando un uomo,

Tenterà di far credere

Che tu esistevi, o Duomo!….

Eugenio, sono effimeri,

Al par di queste stanze

D'ogni mortale i gaudii

I pianti e le speranze;

Il passato è macerie

Su cui sorge il presente,

E l'avvenire è il figlio

D'un vegliardo cadente.

Oh! umani eventi! oh! frivole

Parvenze d'un istante!

Perchè dunque ci esagita

Questa febbre incessante?

Perchè dunque sussistono

Il sepolcro e la culla?

Perchè mai tanto fremito

Se tutto attende il Nulla?

Perchè?… Perchè lo struggere

E il crëar son la vita;

Perchè la noja è l'unica

Larva da noi fuggita;

Perchè questa è l'armonica

Legge dell'universo;

Perchè senz'essa il cérebro

Non mi darebbe un verso!

Milano, 2 ottobre 1875.

IN MORTE DI EMILIO PRAGA[1]

Indice

Egli visse sognando e sogna ancora

Chiuso per sempre in questa negra bara;

Sogna il tripudio della nuova aurora

E il fior, che per il maggio si prepara.

Quand'ei moveva per le nostre vie

Parlava sempre del supremo giorno,

Ed un nembo di canti e d'armonie

Al grosso capo gli aleggiava intorno.

E poi che il guardo umano invan s'attenta

Di legger della Morte nei misteri,

Ei rafforzava la pupilla lenta,

Oppur tarpava il volo ai suoi pensieri.

E, spaventato dal fatal problema,

Triste amatore d'un'estasi arcana,

Cantava a sè medesimo un pöema

Inebbrïando la sua forma umana!

Or, ditemi, fu in lui colpa o sventura

Questo dispregio dei nostri costumi?

Dobbiamo noi su questa sepoltura

Rammentar la sua vita o i suoi volumi?

È vero!…. È vero!…. Ei calpestò un affetto,

Che men compianta potea far sua vita!….

È vero!…. È vero!…. Al domestico tetto

Per lui la mensa fu di duol condita!….

Ma chi di noi, sovra il proprio cammino,

Non calpestò, rimpiangendolo, un fiore?…

Nascer pöeta è orribile destino!

Il cérebro talor soffoca il cuore!

Oh! guai nascer pöeta ove la Musa

Non trova il pane per nudrire i figli!

Ove ogni sciocco delle labbra abusa

Per esser largo solo di consigli!

Oh! guai nascer pöeta ove il sol splende

Ed infervora i cantici ispirati,

Ma dove l'uomo allori e culto rende

Soltanto ai pensatori trapassati!

Costui vivrà da pochi consolato,

Fra il bivio orrendo d'essere un buon padre,

O di spezzar la cetera indignato,

Per altre voluttà meno leggiadre!

Costui vivrà la famiglia cantando,

La famiglia idëal,—cui dritto avea—

E ch'egli dovè perder lagrimando….

Chè, coi versi, nudrir non la potea.

Noi, cui sorride l'italo orizzonte,

Siamo un popol di bimbi analfabeti!

Da qualche lustro appena alziam la fronte….

Siam troppo grami per pagar pöeti!

Non turbi adunque questo popol gramo

Il sepolcro d'un povero cantore….

Meditiam la sua vita e confessiamo

L'ignoranza d'un secolo e l'errore!

Emilio! Emilio!… Son le tue parole

Ch'io ripeto commosso… e (lo rammento)

Da te un giorno le udii che le vïole

Dicean l'april con profumato accento.

E tu piangevi per le tue sventure,

Antiveggendo questo estremo istante,

Senza sentirne le viete päure

E mentre il viso tuo parea raggiante!

Poi soggiungesti sorridendo: "Amico,

"Quando mi porteranno al cimitero

"Verrai tu pure, com'è l'uso antico,

"A far dei versi sul mio drappo nero;

"Ma ti ricorda degli accenti miei,

"Ed agli astanti, quel dì, li ripeti….

"Se tu prima morissi, io li vorrei

"Ripetere fra i mille sepolcreti.

"E là, dove la Morte i ricchi accoglie

"E i poveri del par, tutti eguagliando,

"Mi parria che dovrebber le tue spoglie

"Ascoltare i miei versi giubilando!"

…………………………

Quest'oggi, in cui la legge di Natura

Te primo, Emilio, al dì fatal condusse,

D'ogni giogo servil la mente pura,

Pieno il cor delle mie fedi inconcusse,

Io vengo a replicar su questa bara

Le tue parole; io compio il tuo desìo….

E sento, amico, che mi è meno amara

L'ultima volta che ti dico: Addio!

[1] Questi versi vennero letti dall'autore il giorno 28 dicembre 1875 sul feretro del poeta delle Penombre.

ANACREONTE

Indice

Fra le colonne—d'un bianco tempio

Sacro a Minerva,—la Dea propizia

Ai savî, austera Dea,

Pensieroso sedea

Anacrëonte,—cantor dei fervidi

Baci e degli inni—nati fra i calici

E delle porporine

Rose allacciate al crine.

Sedea pensoso,—stringendo l'abile

Stil nella destra,—la intatta tavola

Sulle gambe giacente

Guardando avidamente.

Un sacerdote—dall'occhio linceo

Di là passava;—vide l'insolito

Vate nel sacro albergo

E gli si fece a tergo.

Ei non udìllo;—come le statue

Chiuse nel tempio—pareva immobile,

E la fisa pupilla

Non mandava scintilla.

Spesso la destra—la cerea tavola

Avvicinava;—ma sulla tenue

Veste che la copriva

Non un verso scolpiva.

E d'inusato—pallor coprivansi

D'Anacrëonte—le tempia, e l'unghia

Tormentava la lama

Con rabbïosa brama.

Nella clessidra—cadea la polvere,

E intorno, intorno—con suon monotono,

Sotto le arcate fosche,

Ronzavano le mosche.

Alfin lo stile—sovra la tavola

L'acuta punta—venne a configgere,

E con note indefesse

Questo cantico impresse:

"Perchè mi manca nel pensier la vita?

"Perchè come una spugna inaridita

"Mi sta il cervel nel cranio?

"Perchè la luce mi niega i colori?

"Perchè il profumo mi niegano i fiori,

"E la Musa un esametro?

"Non sono io quello che i ridenti canti

"Questa notte vergò?—Perchè gli incanti

"Söavi, perchè l'estasi

"E l'armonia dei non studiati carmi,

"Come donne, veniano a visitarmi,

"Innamorate e ingenue?

"Ed or ch'io chieggo un verso, una melòde;

"Or che una sete mi esagita e rode

"Di profumi e di cantici,

"Non una lieta immagin mi consola,

"E invano alla mia Musa una parola

"Io chieggo in elemosina!

"Forse Minerva, l'äustera diva,

"Si vendica di me;—greggia votiva

"Non reco;—nel suo tempio

"Prima di questo giorno io non entrai;

"Gli amori, il vin, le rose io sempre amai!;

"Minerva ama il trapezio!

"Anacrëonte dai versi söavi "Non t'è propizia la Diva dei savi!" "Dirà ridendo il popolo…. "Stolto!… Il più savio è chi gode la vita! "Il più savio son io!… Pòpol m'addita "Qual'è dunque il mio tempio!

"No!… Minerva è propizia al mio poeta!

"Io sono un savio dalla fronte lieta!…

"Rido, ma penso!—Ahi!… dubito

"Che la mia Musa, de' miei baci stanca,

"Or m'abbandoni!… Già il mio crin s'imbianca

"E gli occhi miei si offuscano!…

"Nave sdruscita, si rintana in porto

"A morir nella noja e lo sconforto!

"Oh!… splendide memorie!…

"Solcasti l'onde un dì, di fiori ornata,

"E sulla tua bandiera inalberata

"Stava scritto:—Odi Erotiche.

"Venian da lunge a udir la melodia

"Che dalle tue seriche sarchie uscia

"Sotto la man de' Zeffiri,

"E del mar della vita i nocchier stanchi

"Si fean dappresso ai tuoi dorati fianchi

"Per guarir dalla noja.

"Giungevan mesti e cogli occhi infossati

"E partivano lieti e consolati

"In cor benedicendoti;

"E, giunti in patria, alle persone care

"Recavan, talismano salutare,

"Un'ode a Bacco o a Venere.

"Or sei sdruscita; le sarchie di seta

"Son rotte; il fianco tuo puzza di creta

"Guasto dal tarlo e fracido!…

"Povera nave, ti rintana in porto

"Ahimè!… Pria di perire di sconforto

"Languirai di memorie!

"O Musa mia, dammi un ultimo canto,

"L'estremo bacio sia, l'estremo incanto

"Dell'amor tuo!… D'un'estasi

"Fammi ancora bëato!… E poi… ch'io muoja!

"Più della morte ho in orrore la noja….

"E il dolore di perderti!

"Ahi!… Vane preci!… Nel pensier la vita

"Mi langue!… Come spugna inaridita

"Mi sta il cervel nel cranio!

"Ahimè!… La luce mi nega i colori!

"Ahimè!… Un profumo mi niegano i fiori

"E la Musa un esametro!"

Sovra il suo ciglio—brillò una lagrima;

Scosso era il labbro—da un lieve tremito;

E la spaziosa fronte

Chinava Anacrëonte.

Allor dei vate—battè sull'omero

Il sacerdote,—la cerea tavola

Colla destra additando,

E disse sogghignando:

"Pazzi e pöeti—sono sinonimi!

"Tu della Musa—ti lagni, il ciglio

"Ancor molle hai di pianto….

"Ed hai crëato un canto!

Luglio 1875.

EVO MEDIO

Indice

(A GIUSEPPE GIACOSA)

Oh!… Il bel tempo dei miracoli,

Dei giulivi menestrelli,

Delle fate, degli spiriti

E dei magici castelli!

Oh! il bel tempo dei pigmei,

Delle imprese e dei tornei!

Oh!… Il bel tempo delle maglie,

Dei vestiti di velluto,

Quando Iddio, la dama e il trono

Si rubavano il tributo,

E cantavasi il perdono

Sul motivo dei fendenti,

Ed insieme pullulavano

I castelli ed i conventi!

Oh!… Il bel tempo dell'assiduo

Alternar di paci e guerre,

Quando i vescovi aggiravansi

Cavalcando per le terre,

Mentre ai piè delle Eminenze

Chiedean tutti le indulgenze!

Beppe, il mondo di quell'epoca

Pare un mondo immaginario!

Il ladron della mattina

Bacia a sera un reliquiario;

Sulla massa che cammina,

Come pecore attruppate,

S'erge sempre, quasi a bussola,

Il cocuzzolo d'un frate.

* * * * *

Eran più che innumerevoli

I colori delle tonache;

Una mistica lussuria

Dava l'estasi alle monache;

E cantavansi a distesa

Inni e salmi nella chiesa.

Sovra un asse Frate Angelico

Dipingea le sue Madonne;

Sempre azzuro il manto aveano,

Sempre rosse avean le gonne;

N'era il capo incoronato

Da un bel circolo dorato.

Gli alchimisti si sfiatavano

Sulle brage dei fornelli;

I teologi soffiavano

Nei fanatici cervelli;

Il delirio universale

Era l'or filosofale.

Si chiedeva allo Zodïaco

L'avvenir delle persone;

I romiti fabbricavano

Le medaglie e le corone;

E diceano i benefíci

Dei flagelli e dei cilici.

Come noi si va in America,

Lor si andava in Palestina;

Qual tesor ne riportavano

Una scheggia peregrina

Della croce di Gesù….

Nè chiedevano di più!

* * * * *

Oh!… I corteggi all'Evo Medio

Nei trionfi e nelle feste!

Oh! i cavalli, i fanti, i carri,

L'oro e i drappi sulle teste!

Eran splendidi e bizzarri

I corteggi d'un possente,

Smaglïanti come il crotalo

Sotto il sol d'Affrica ardente.

Nani, alfieri, paggi e chierici,

Gente bella e foggie strane

E buffoni e trovatori

E vezzose castellane

Ed in mezzo ai gran signori,

Del suo prence a mano manca,

La ventraglia d'un cenobita

Su una mula tutta bianca!

Imbandíansi sulle tavole

Le vivande in piatti d'oro;

Il vestito delle dame

Era un piccolo tesoro:

Della plebe il brulicame

Facea ressa nelle vie,

Quando andavano a godersela

Monsignori e Signorie.

Poi le danze! Al suon di pifferi

Di sirvente e di mandòle

Tarantelle e cavalloggie Alternavansi a spagnole; E, vedute dalle loggie, Quelle genti a più colori Un gran mazzo ti parevano In cui vita aveano i fiori.

* * * * *

L'Evo Medio si compendia

Nella chiesa e nel castello;

Dominavan le nazioni

Un guerriero o un fraticello;

Fra le mille devozioni,

(Sacerdote il trovatore)

Una sola era pregevole,

Beppe: quella dell'amore!

Nelle chiese c'era l'organo,

Avean trombe i cavalieri,

Ma la musica del popolo

Era quella dei trovieri

E le libere parole

Uscian fuor delle mandòle.

Oh!… I bei tempi!… Il nostro secolo

È una nenia e non un canto!

Noi siam lucciole sbiadite,

Essi il fuoco, essi l'incanto!

Oggi i bozzoli e la vite

Ci preoccupan l'idea

Più dei lauri e della gloria

D'una bellica epopea!

Oh!… I bei tempi!… Eppur s'io medito

Sulle stragi dei possenti;

S'io ricordo il Sant'Uffizio

Ed i roghi dei sapienti;

S'io rifletto alle baldanze

Di tiranniche ignoranze;

Benedico le vittorie

In onor dei Veri eterni,

E il prosaico vestimento

Dei filosofi moderni;

Benedico dei presenti

La volgar monotonia;

Nella scienza e nei negozii

Trovo ancor la poesia!

Penso, è ver, che in tutti i secoli

Si pareggian beni e mali;

Che gli umani desiderii

Han confini sempre eguali….

Ma davver sono contento

Di non viver nel trecento.

Agosto, 1876.

IL SECOLO DI PERICLE

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(AL MAESTRO GIOVANNI RINALDI)

Sotto la ferrea—clava spartana

Isterilivasi,—schiava gemente,

La nata libera—volontà umana.

Delfo, silente,

Sull'aureo tripode—parea dormire,

Poichè le belliche—tube eran mute,

Nè più all'Oracolo—chiedevan l'ire

Senno e virtude.

Nojata e gelida—la Pitonessa

Sonar nel tempio—non intendea

Che d'una vecchia—la voce fessa

Cui, sorda, Igea

Degli anni all'ónere—curva lasciava,

O qualche timida—prece d'amore

Che su virginee—labbra mandava

L'ansia del cuore.—

Tebe era mutola;—tacea Corinto;

Messene, esangue,—nelle sue mura

Chiudeva un popolo—per sempre vinto

Dalla sciagura.

Brandían gli Ellenii—zappe e bipenni!

Di illustri ceneri—piene eran l'urne,

E le Olimpiadi—venian solenni

E taciturne

A baciar l'ampie—fronti dei saggi…

Ma, in fondo ai bigî—tempi, un fulgore

Brillava… ed erano—gli accesi raggi

Di Atene in fiore.

A TAIDE

Indice

Taide, il mondo è un'accolita

Di sciocchi e di bricconi;

A poche menti garbano

Le libere canzoni;

Gli sciocchi non camminano

Che coi piedi degli altri,

E l'armi degli scaltri

Son frasi e ipocrisia.

Il labbro, che ti predica

L'azzurro e la morale,

Beve, nell'ombra, al lurido

Nappo del baccanale;

Le donne oneste mostrano Nudo ai teatri il seno E chiameranno osceno Questo povero canto!

In custodia ridicola

Ognun stringe la sposa….

E volge all'altrui talamo

La mente desïosa;

Mille impotenti giovani

Sparlan dell'altrui donne….

E delle proprie nonne

Si fanno i paladini!

È l'infanzia un miscuglio

Di lubrici misteri;

La pubertà ci innebria

D'ardenti desideri;

Ma i vecchi scaraventano

Sovra noi l'anatèma,

Se ne facciamo il tema

D'un'ode in settenari.

L'arte greca è lascivia

E l'insegna il pedante;

Porta e Goldoni estasiano

E venerato è Dante;

Ma se noi, baldi giovani,

Tessiamo un inno al Vero, Sorge un popolo intero A gridarci la croce!

Quadri, melodi e statue

E commedie e volumi

Tutti d'amor ci parlano

Negli umani costumi….

È una rancida nenia!

È un nojoso frastuono!

Sempre lo stesso tôno

Su una nota tenuta!…

Taide, tu pure, ingenua,

Alla nenia credesti!

Con chi primo ti piacque

Una notte giacesti….

E trovasti, togliendoti

Al convegno geniale,

L'infamia e l'ospedale

Dove morir di stenti.

Altre, di te più caute,

Si ribellano al mondo

E, odïandoli, agli uomini

Fanno il viso giocondo;

Ed, ingannate, ingannano;

E rubano, baciando;

E ridono, sputando

In fronte ai derubati!

Innanzi a lor si inchinano

Gli sciocchi riverenti,

E i poeti le ragliano

Con patetici accenti,

E le madri del popolo,

Che soffrono la fame,

Alle fanciulle grame

Le citano a modello!

Io nacqui troppo povero

Per comperarne i baci,

E non m'impiglio al vischio

Dei lor sguardi procaci;

Delle fanciulle ingenue

La ritrosia m'annoja,

Chè dell'amor la gioja

Non disgiungo dai sensi.

Le donne oneste adescano

Senza conceder mai;

Fra gli imbecilli, o Taide,

Finor non m'imbrancai!

Odio gli altari e gli idoli

A cui la turba grulla,

Senza ottener mai nulla,

Si inginocchia pregando!

Spose od amanti, il talamo

E la tomba d'amore!

La noja o l'amicizia

Lo sùrrogan nel cuore….

Il Piacer, che n'è figlio,

Come l'Ebrëo Errante,

Con ardore incessante

Cerca novelle forme!

Taide, tu sola, vittima

Degli umani disprezzi,

Ai tristi che ti insultano

Rendi lagrime e vezzi,

Chè le fanciulle povere

Dal sangue ardente e buone,

Perdendo un'illusione

Non si mutano in serpi!

Tu sola sei possibile

Per le menti severe,

Che le catene abborrono

Adorando il piacere!

Tu, che ai ricchi ed ai poveri

Mostri un egual sembiante

E accogli in un istante

Ogni filosofia!

Tu, che non rechi i triboli

D'un amore geloso;

Che non ti atteggi a vittima

D'un dolor fastidioso;

Tu, che ti serbi vergine,

Anche da lebbra infetta

Che bocca maledetta

T'infiltrò nelle carni!

Tu, con cui scorre libera

E aperta la parola;

Tu, d'ogni umana lagrima

Educata alla scuola;

Tu, che dai per un obolo

Ciò che l'altre, per anni,

Con amarezze e inganni,

Vendono a caro prezzo!

No!… L'amor non è l'unica

Gioja al mortal concessa!

Anche l'odio ha i suoi gaudî!

E la vendetta anch'essa!

E l'han le acute indagini

Note ai sapienti, e l'ore

Consacrate all'ardore

D'un ambizioso sogno!

Vieni, povera vittima,

Vieni!… Al tuo sen mi stringi!

Al par di mille ipocrite,

Taide, il delirio infingi!

A sozze man proficua

Tu stessa non comprendi

Che la merce che vendi

È una perla preziosa!

Vieni!… Svanita l'estasi

Col sol di domattina,

Ti lascerò, per correre

Dietro un'Arte Divina….

Nè subirò la nenia

Di promesse o lamenti,

Che dei versi fluënti

Potrian rompermi il filo!…

Milano, ottobre 1875.

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16 ocak 2025
Hacim:
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ISBN:
4064066068363
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