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Kitabı oku: «Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4», sayfa 17

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LIBRO DECIMOSESTO

Morto in Perugia il Pontefice Innocenzio, tosto in questa medesima città unitosi il Collegio de' Cardinali, crearono per successore Cincio Savello Cardinal di San Giovanni e Paolo ch'era stato prima Cancellier di S. Chiesa, ed il quale nella fanciullezza di Federico per quattro anni era stato in Palermo suo Ajo, che Onorio III nomossi. Fu osservazione de' più diligenti investigatori de' costumi e delle azioni umane, appoggiata sopra antichi e moderni esempj, che i Pontefici maggiori nemici, che hanno avuti i Principi, sono stati quelli, che in tempo della lor privata fortuna furono di lor famigliari, e domestici: Innocenzio IV essendo Cardinale fu grand'amico di Federico: ma questi quando intese la sua elezione se ne accorò, e previde quanto accadde a lui di male. Il Re Alfonso d'Aragona sperimentò lo stesso con Calisto III ed a Carlo V Imperadore pur intervenne il medesimo. Non altramente accadde al nostro Federico; poichè Onorio nuovo Pontefice non guari dopo la sua elezione tornato a Roma, e con sommo onore, come lor cittadino, da' romani accolto, la prima cosa, che pensasse, fu di significare a Federico per sue lettere, senza molta consolazion di parole, che lasciasse la possession de' Regni di Sicilia e di Puglia a sua disposizione, perciocchè non voleva, ch'essendo Imperadore, e Re di que' Regni si giudicasse, che andasser uniti con la Imperial dignità, e non fosser Feudi della Chiesa, tanto maggiormente, che gli Imperadori d'Occidente, e fra gli altri ultimamente Ottone IV, aveano questa pretensione, che almeno il Regno di Puglia fosse dipendente dall'Imperio d'Occidente.

Federico a tal dimanda rispose col maggior rispetto e riverenza; che per ubbidirlo, se così gli fosse piaciuto, avrebbe emancipato il suo figlio Errico, e cedutigli i Reami di Sicilia e di Puglia, ed in cotal maniera sarebbero cessati tutti i sospetti; e mandò suoi Ambasciadori in Roma per tale affare, e per dargli ubbidienza. Onorio raccolsegli onorevolmente, e non potendo non accettar la giustificata, e ragionevol offerta di Federico, gli rispose, che avrebbe destinato un Legato in Sicilia, acciocchè avesse dato compimento a tal negozio, e che in questo mentre, come doveva, fosse stato fedele, ed ubbidiente al romano Pontefice.

Intanto Ottone dopo la vittoria, che riportò di lui il Re Filippo di Francia, fuggendo col misero avanzo de' suoi in Sassonia, uscito già di ogni speranza di ritornar nella perduta grandezza, s'ammalò in Brunsuich, ove in quest'anno 1218 fu da mortifera febbre tolto a' mortali. Federico vedendosi libero, e senz'alcuno ostacolo in Alemagna, fece convocare in Magonza una Assemblea di tutti i Principi e Prelati dell'Imperio, e racchetate del tutto quelle regioni, cominciò a maneggiar con Onorio la sua coronazione in Roma. Ma il Pontefice non così volentieri venne ad accordargliela, volendone esiger da lui pur troppe gravi e pesanti ricompense, siccome in fatti assai caro costò a Federico questa cerimonia; poichè siccome narra il Fazzello259, non volle concedergli, che venisse a Roma per riceverla, se prima non gli promettesse il Contado di Fondi; e fattosi ciò promettere, si contentò, che venisse a prenderla; onde Federico ricevuto tal avviso cominciò ad apparecchiarsi, ed unire un conveniente esercito per passare in Italia; e scrisse intanto a Giacomo Conte di S. Severino, che carcerasse Diopoldo ch'era suo suocero, il qual venuto nel Reame cagionava nuove rivolture e rumori, siccome colui eseguì, tenendolo custodito in stretta prigione. Inviò ancora lettere in Sicilia all'Imperadrice Costanza sua moglie, che venisse in Alemagna, la quale partendosi da quell'isola passò per mare a Gaeta, e di là in Lombardia ed in Verona, ed in altre Città amiche, con sommo onor ricevuta, e giunse in questo nuovo anno 1219 in Germania, ov'era suo marito.

In questo mentre, avutisi nuovi avvisi della necessità che vi era in Soria di soccorso, scrisse Onorio a Federico ed a tutti gli altri Principi e Popoli crocesignati, che s'apparecchiassero tantosto al passaggio di Terra Santa. Federico ricevute queste lettere confermò il giuramento fatto d'andar in Soria, e scrisse al Pontefice, che seguita la sua coronazione in Roma, avrebbe intrapreso quel viaggio. Il perchè Onorio mandò a richiedere ad Errico Conte di Brunsuich, ed al Duca di Sassonia (li quali col pretesto che Federico non fosse stato legittimamente incoronato, ritenevano tuttavia la corona, la lancia, e l'altre insegne imperiali) che subito sotto pena di censure gliele restituissero. Federico, lasciato in Alemagna il suo figliuol Errico sotto la cura di Corrado suo Coppiero, essendo ancor fanciullo di undici anni, calò coll'Imperadrice Costanza sua moglie in Italia, e richiesti invano i Milanesi, antichi nemici della Casa di Svevia, e gran partigiani del morto Ottone, di poter esser coronato in Monza della Corona di ferro, secondo il costume degli antichi Imperadori, proseguì il viaggio, e giunto a Mantova fu incontrato dal Legato del Pontefice, il quale prima di farlo passare innanzi, non parendogli di perdere sì opportuna occasione, per mezzo di questo Legato volle esiger da lui quanto potette; prima gli fece giurare di difender la giurisdizione della Chiesa romana, d'ubbidire a quella, ed a' suoi Ministri, e di cedere i Reami di Puglia e di Sicilia al figliuol Errico.

(La promessa di questa cessione fatta da Federico, si legge presso Lunig260).

Da poi proccurò che annullasse tutte le Costituzioni, e consuetudini contro la libertà ecclesiastica introdotte: indi gli fece restituire il Ducato di Spoleto, le Terre della Contessa Matilda, Ferrara, Villamediana, Monte Fiascone, e le città di Toscana appartenenti al Patrimonio. Fecegli far ordini rigorosissimi, che si prendessero gli Spoletani, e i Narniesi ribelli della Chiesa; e volle, che con effetto gli donasse il Contado di Fondi, che nell'anno 1218 s'avea fallo promettere.

(La pretensione del Papa sopra il Contado di Fondi nasceva dal testamento di Riccardo Conte di Fondi, il quale in gennaro dell'anno 1211 ne avea disposto per suo testamento in beneficio della Chiesa romana; ed in aprile del seguente anno 1212 il Papa ne avea proccurato anche assenso da Federico. Così il testamento di Riccardo, come l'assenso di Federico si leggono presso Lunig261).

Da Mantova passato da poi in Modena, accompagnato dagli Ambasciadori di quasi tutte le città, entrò coll'Imperadrice sua moglie in Roma, ed a' 22 novembre di quest'anno 1220 nella Chiesa di S. Pietro fu da Onorio con magnifica pompa insieme colla moglie incoronato Imperadore, e nell'istessa messa papale in mano del Pontefice giurò di difender la giurisdizione e Stato della Chiesa, e di passare con potente armata in Soria alla conquista di Terra Santa; e nell'istesso punto per mano d'Ugolino Cardinal e Vescovo d'Ostia, che fatto poi nell'anno 1227 Pontefice, fu detto Gregorio IX, fu segnato colla Croce. Intervennero in questa incoronazione molti Prelati e Baroni del nostro Reame, Stefano Abate di Monte Cassino, Ruggieri dell'Aquila Conte di Fondi, Giacomo Conte di S. Severino, e Riccardo Conte di Celano, ed altri Baroni noverati da Riccardo di S. Germano.

Allora fu, che Federico, per gratificare ad Onorio, promulgò in Roma dopo la celebrità della sua incoronazione quelle sue augustali Costituzioni, che leggiamo oggi nel libro secondo de' Feudi, secondo la volgare ed antica divisione, sotto il titolo de statutis, et Consuetudinibus contra libertatem Ecclesiae, etc. continenti più capitoli, rivocandosi nel primo tutti gli Statuti e Consuetudini introdotte contro la libertà ecclesiastica; stabilendosi nel secondo gravi pene contro i Gazari e Patareni ed altri Eretici; e negli altri dandosi alcuni provedimenti sopra l'ospitalità e testamenti de' peregrini, e sopra la sicurtà degli agricoltori; i quali si veggono confermati da Onorio. Nè dovrà dubitarsi, che in tal occasione, ed in quest'anno si siano promulgate queste Costituzioni in Roma da Federico; poichè oltre il testimonio di Riccardo da S. Germano262, l'istesso Federico, nel proemio delle medesime, dice averle promulgate in die qua de manu sacratissimi Patris nostri summi Pontificis (intendendo d'Onorio) recipimus Imperii diadema. Tre capitoli delle quali furono da poi inseriti nel Codice di Giustiniano sotto il titolo de Haereticis263; ed un altro sotto il titolo de Sacr. Eccles. dal quale se ne formò l'Auth. Cassa, et irrita. Ciò che abbiam voluto avvertire, affinchè queste Costituzioni augustali non si confondano coll'altre, che promulgò da poi Federico per li soli Regni di Sicilia e di Puglia, com'è quella che comincia Inconsutilem, e l'altre, che si leggono nelle nostre Costituzioni del Regno. Queste sono le Costituzioni regie, non augustali, ovvero imperiali, e furono promulgate da poi per questi Regni, quando i Patareni erano penetrati in queste nostre parti, ed in Napoli particolarmente, dove Federico nell'anno 1231 ne fece molti imprigionare e punire, come diremo più innanzi.

Ma non perchè Federico avesse con tanto suo svantaggio e diminuzione delle ragioni dell'Imperio e del Regno, proccurato soddisfar il Pontefice, fu ciò bastante per averlo amico; poichè, come scrive Orlando Malavolta nell'Istoria di Siena, dimorando ancora Federico in Roma, s'avvide, che gli ordini, ch'egli avea dati per mettere in assetto le cose di Lombardia, erano mal eseguiti dalle città Guelfe aderenti alla Chiesa, e ciò avveniva per opera di Onorio, che voleva che gli fosse resa così poca ubbidienza da' suoi partigiani, studiandosi di tener così irreconciliabili e divise queste fazioni, per tema, che non passando queste città nel partito di Federico, egli poi non fosse sopraffatto dalla sua potenza.

§. I. Delle fazioni Guelfe e Ghibelline

Qui bisogna per maggior chiarezza della istoria ricordare da capo il principio e la cagione di queste divisioni di Guelfi e Ghibellini, delle quali dovrà molto spesso favellarsene, per essersi in esse sovente intrigati i Re del nostro Reame.

(Delle varie opinioni intorno all'origine di queste fazioni, son da vedersi que' Scrittori, che raccolse Struvio264; dove rapporta la più vera, ch'è quella scritta da Andrea Prete, nella Cronaca di Baviera pag. 25, di cui ne adduce le parole).

Queste famose fazioni non nacquero, come si diedero a credere alcuni, ne' tempi del nostro Federico, ovvero ch'egli ne fosse stato autore, come a torto ne l'imputa il Fazzello; ma sursero molto tempo prima; egli le trovò già introdotte in Italia, nella quale aveano messe profonde radici. Cominciarono in Alemagna sino dall'anno 1139 ne' tempi di Corrado III, Imperadore, e nel Regno di Ruggiero I, Re di Sicilia265. I Ghibellini, che furon sempre Imperiali, presero il nome da Gibello città, ove nacque Errico figliuolo di Corrado. I Guelfi, che furon sempre Papalini, presero il nome da Guelfo Duca di Baviera. Vennero da poi questi nomi da Alemagna in Italia, per un accidente sopravvenuto in Firenze, che propagò in Italia le divisioni; poich'essendo in quella città un gentiluomo, il cui nome fu Messer Buondelmonte de' Buondelmonti, giovane vago, e molto avvenente, costui avea promesso di torre per moglie una donzella degli Amadei, nobili anch'essi; ma cavalcando un giorno per Firenze passò avanti il palagio d'una gentil donna della famiglia Donati, la quale essendosi invaghita delle maniere avvenenti del giovane, avea proposto di dargli per moglie una sua figliuola, la quale, perchè unica era nata al padre, avea redato una buona e ricca dote. Costei adunque fattasi in su l'uscio della sua casa trovare, mentre di colà passava Messer Buondelmonte ed amichevolmente salutatolo, incominciò donnescamente a proverbiarlo della donna, che preso avea, dicendogli che non era meritevole di così degno giovane, com'egli era, con soggiungere: io vi avea serbata questa mia figliuola di voi assai più degna, che quella, che presa avete; le cui parole udendo Messer Buondelmonte, e veggendo la fanciulla di nobilissima presenza e di maravigliosa bellezza, di lei incontanente innamoratosi, rispose, che sarebbe stato troppo sciocco a rifiutar così cortese offerta, e tosto la prese e sposò. Significato tal fatto agli Amadei, gli accese di grandissima ira contro Messer Buondelmonte, che così schernendogli era lor venuto meno della promessa del pattuito parentado, e mentre insieme uniti trattavano di che guisa si dovessero di lui vendicare, se con batterlo, o con ferirlo, un Messer Moscadi Lamberti, uomo, che di poca levatura avea mestiere, disse che egli avrebbe trovato un miglior modo che tutti gli altri; e non guari da poi la mattina di Pasqua di Resurrezione incontrando a cavallo Messer Buondelmonte al Ponte vecchio dell'Arno, assalitolo con alcuni altri suoi congiunti di sangue, e con molte ferite atterratolo da cavallo l'uccise appunto a piedi del pilastro, che sosteneva la statua di Marte antico Idolo de' Fiorentini. Sì fiera novella sparsasi per la città, fu cagione, che si levasse tutta ad arme e a rumore, dividendosi i Nobili di essa in due fazioni, che si chiamarono poi Guelfi, e Ghibellini; dell'una delle quali parti furono in Firenze Capi i Buondelmonti, insieme con molti altri, e si nomarono Guelfi; e dell'altra, che si nomò de' Ghibellini furono capi gli Uberti collegati con gli Amadei, e con altre molte famiglie; la qual fiera pestilenza si sparse poscia in breve tempo per la maggior parte dell'altre città d'Italia con grande lor disfacimento e rovina. Poichè nelle discordie nate tra Pontefici e gl'Imperadori, quelli del partito, che seguirono l'Imperadore furon detti perciò Ghibellini, gli altri del contrario, che seguirono le parti del Papa si dissero Guelfi; ed i Papi proccuravano mantener le fazioni, per così deprimere, o almen bilanciare le forze imperiali. Questo istesso intendeva fare Onorio con Federico, non ostante d'esser stato così ben da lui corrisposto. Ma questo Principe ciò dissimulando, lasciato in Toscana Corrado Vescovo di Spira e Cancelliero imperiale d'Italia, acciocchè mantenesse in fede i vecchi amici, e ne gli acquistasse altri di nuovo, partitosi di Roma venne in Terra di Lavoro, richiamato anche per reprimere alcune novità, che alcuni Baroni macchinavano nel Regno, e giunto a S. Germano fu a grand'onor raccolto dall'Abate Stefano; indi tolse al Conte di Fondi Sessa, Teano e la Rocca di Mondragone, che ne' passati tumulti avea occupati.

§. II. Della Corte capuana

Non guari da poi Federico, da S. Germano, passò a Capua, ove formatosi convocò un general Parlamento, nel quale diede molti provedimenti per la quiete e comun bene del nostro Reame. Allora fu, che per consiglio di Andrea Bonello da Barletta celebre Giureconsulto ed Avvocato fiscale della sua Corte si ristabilì in Capua un nuovo Tribunale, chiamato la Corte capuana266, nella quale ordinò, che i Baroni ed i Comuni delle città e terre, ed ogni altra persona, dovessero presentare tutte le concessioni e privilegi delle lor castella, e di altre cose, che tenevano da lui e da' passati Re suoi predecessori (ad esclusion però di Tancredi e suoi figliuoli, che gli ebbe per intrusi) per riconoscergli se stavan bene, o fossero stati illegittimamente conceduti in tempo di turbolenze; ingiungendo, che coloro che non gli presentassero, si tenessero caduti dalle concessioni, che in essi si contenevano e s'applicassero alla sua Camera; rivocando altresì alcune di esse, ch'erano state fraudolentemente estorte. Di che oltre di quel che ne scrisse Riccardo di S. Germano267, ne abbiamo anche nelle nostre Costituzioni del Regno un intero titolo: De privilegiis a Curia Capuana revocatis. Ciò che abbiam voluto avvertire, perchè non si creda, che Federico questa Corte l'avesse istituita in Napoli, come si diedero a credere Camillo Salerno268 e 'l Tutini269, essendo stata quella eretta in Capua, e perciò chiamata Capuana. Napoli fu da poi da questo Principe innalzata sopra tutte le altre per l'Accademia degli Studi, che vi fondò, e per lo Tribunal della Gran Corte, di che più innanzi ci sarà data occasione di favellare.

Ma ne fu grandemente biasmato il Bonello nostro Giureconsulto autor di tal Corte; poichè quella apportò danno gravissimo a molti, a' quali, o i loro privilegi furon rivocati, o pure, perchè non presentati in tempo, non fu di essi poi tenuto conto; onde i nostri Commentatori sopra quella Costituzione mal sentono di questa istituzione, e ne parlano con istrapazzo, come stabilita senza legge e senza ragione, e che sappia di tirannide; ma Marino da Caramanico antico Glossatore ben la difende contro tutti gli sforzi di costoro.

Ordinò ancora Federico in questo general Parlamento, che si abbattessero tutte le Rocche e Fortezze, che novellamente alcuni Baroni aveano edificate per lo Reame; di che l'istesso Federico in un'altra Costituzione, che abbiamo sotto il titolo de novis aedificiis, ne fece anche menzione270; e dopo aver dati altri provedimenti, che, come dice Riccardo da S. Germano, in venti capitoli erano contenuti, compita l'Assemblea, da Capua, essendo entrato l'anno 1221, se ne andò a Sessa, ove fece torre a Riccardo fratel del morto Pontefice Innocenzio il Contado di Sora, che in suo nome gli aveano donato i Governadori del Regno, mentre era egli ancor fanciullo, come si è di sopra narrato271. Comandò ancora a Ruggiero dell'Aquila, che assediasse il castello d'Arce difeso da Stefano Cardinal di S. Adriano, e l'ottenne; ed a preghiere de' Tedeschi sprigionò il Conte Diopoldo, che sin dall'anno 1218 avea fatto carcerare.

Nel medesimo tempo concedette il Contado della Cerra a Tommaso d'Aquino, e 'l creò Maestro Giustiziero di Puglia e di Terra di Lavoro272. Passò poi sopra Bojano con molti altri Baroni, ch'erano in sua compagnia, per reprimere la fellonia del Conte di Molise e d'alcuni altri Baroni; ed avendogli abbassati e posta in tranquillità quella provincia, discorse anche per la Calabria e per la Puglia, ancor tumultuanti; poichè molti Prelati e Baroni, che per la sua fanciullezza eran avvezzi a vivere a lor talento, non intendevano ubbidirlo, se non quando lor piaceva: a reprimer queste rivolture v'accorse immantenente; ed avendo discacciati alcuni Baroni, ed altri costringendogli alla fuga, questi si ricovrarono in Roma sotto il presidio del Pontefice Onorio; di che si doleva Federico, che Onorio accogliesse i suoi nemici e ribelli, e fomentasse con ciò le ribellioni ne' suoi Stati, istigando ancora molti Vescovi a far il medesimo; onde fu egli costretto per sicurezza dello Stato discacciarne alcuni dalla Puglia, e sustituire altri Vescovi in luogo loro; e, per sostenere il suo esercito, di taglieggiare indifferentemente così le Chiese come i Cherici per li suoi bisogni273.

CAPITOLO I
Prime origini delle discordie tra l'Imperadore Federico II, con Papa Onorio III

Questi furono i primi fomenti dell'inimicizie tra Federico ed Onorio. Federico portava le doglianze contro Onorio, che oltre di mantenergli le città Guelfe avverse, ricovrava sotto il suo presidio i suoi nemici e ribelli, fomentando ancora molti Prelati del Regno a questo fine. All'incontro Onorio vedendo discacciati alcuni Vescovi, taglieggiate le Chiese, ed in lor luogo sustituiti altri da Federico, altamente si querelava di lui, che così violasse l'immunità e libertà della Chiesa, ch'egli medesimo dopo la sua coronazione avea giurato di conservare, e stabilite perciò più Costituzioni. Declamava ancora, come s'arrogasse tanta autorità d'investire i Prelati del Regno e discacciar quelli rifatti da lui; onde per questo inviò suoi Legati all'Imperadore, affinchè gli restituisse nelle loro Sedie.

Ma Federico costantemente gli rispose, che fu sempre in balìa de' Principi discacciar da' loro Stati i Prelati a se sospetti e diffidenti, e che sin da Carlo M. era stato lecito agl'Imperadori d'investire i Vescovadi ed altre dignità coll'anello e collo scettro, e che fu antica autorità, anche de' Re di Sicilia nella elezione de' Prelati dar l'investiture e gli assensi: che questo lor privilegio non poteva derogarsi da Innocenzio III, come fece con una donna, mentr'egli era ancor fanciullo; e che prima si lascerebbe torre la Corona, che derogar in un punto a questi suoi diritti274.

Dall'altra parte il Papa scrisse una molto forte lettera, rapportata da Pirro275, a tutti i Ministri regj di Sicilia, perchè non permettessero l'esazione de' tributi contro i Cherici ed altre persone ecclesiastiche, ma gli lasciassero immuni, come erano sotto Guglielmo II. Alcuni scrissero, che fra questi contrasti, Federico, prima di passare in Sicilia, avesse celebrato un altro Parlamento in Melfi, come nell'anno precedente avea fatto in Capua, e che quivi avesse fatto pubblicare il volume delle sue Costituzioni, compilato per suo ordine da Pietro delle Vigne. Ed in vero se dovesse attendersi la data, che quelle portano, dovrebbe dirsi, che in quest'anno 1221 quella compilazione seguisse, così leggendosi nelle vulgate: Actum in solemni Consistorio Melfitensi, Anno Dominicae Incarnat. M.CC.XXI. Ma perchè Riccardo di S. Germano non fa menzione di tal Parlamento in Melfi in quest'anno, ma ben nell'Anno M.CC.XXXI dice, che fu tenuto in quella città, ove si stabilirono queste Costituzioni, perciò noi differiamo a parlar di questa compilazione nel tempo posto da Riccardo, ove con manifesti argomenti dimostreremo non altrimenti in quest'anno, ma in quello essersi pubblicato quel volume; e che per isbaglio degl'impressori, che era facilissimo ad accadere, in vece del 1231 siasi impresso 1221.

Pubblicò egli è vero in questo medesimo anno alcune sue Costituzioni, ma non già nel Parlamento di Melfi ma in quello che tenne in Messina, quando composte le cose di Puglia passò in Sicilia, le quali da Pietro delle Vigne furono poi anche inserite in quel volume, insieme con quelle, che pubblicò in Capua, e con altre, che stabilì altrove per varie occasioni, come ben a lungo, quando di questa compilazione ci toccherà favellare, diremo.

Intanto Federico terminato questo Parlamento in Messina passò a Palermo, ove fece raccorre per tutti i suoi Regni una general taglia della ventesima parte delle rendite degli Ecclesiastici, e della decima de' Laici, non già per avarizia, come pure a torto ne fu incolpato, ma per soccorso della guerra di Terra Santa, e particolarmente per soccorrer Damiata, la quale era strettamente assediata dal Soldano d'Egitto. Inviò pertanto colà la raccolta moneta per Gualtieri della Pagliara Gran Cancelliero, e per Errico conte di Malta Grand'Ammiraglio di Sicilia; ma giunto costoro in Damiata fu per colpa del Cardinal Pelagio, e di tutti gli altri Principi, che colà militavano, perduta quella città, che con tanti travagli si era acquistata, restituendola vergognosamente al Soldano d'Egitto: di che fieramente sdegnato Federico contro il Gran Cancelliero ed il Grand'Ammiraglio, ch'eran con gli altri concorsi a così vergognosa resa, imprigionò il Conte, e lo spogliò di tutte le terre ed ufficj che possedea, ed il Cancelliero se ne fuggì a Vinegia, dove forse in esilio morì, non facendosi di lui più menzione alcuna nelle scritture di que' tempi. Morì in questo medesimo tempo in Bologna Domenico di Gusman, che fu poi chiamato Santo.

Nel nuovo anno 1222, mentre Federico teneva Corte in Catania, giunse in queste nostre parti, e propriamente nel mese di febbrajo, la nuova al Papa della caduta di Damiata; onde questi da Roma portatosi in Anagnia, cominciò, secondo il suo costume, ad aspramente dolersi di Federico, che ponendo le mani nelle ragioni della Chiesa taglieggiava i Frati ed i Preti: che avea scacciato dalla Chiesa di Aversa il Vescovo legittimamente eletto per porvene un altro di sua testa, ed il medesimo avea fatto in Salerno, ed in Capua: che dal mandar in lungo l'espedizione da lui solennemente in voto promessa di passare in Terra Santa, i Cristiani aveano perduta Damiata, imputandogli che se fosse colà andato, non si sarebbe perduta quella città con tanto danno e vergogna. Federico volendosi purgar di queste accuse, partì da Sicilia, ed andò a ritrovar il Pontefice, ch'era passato in Veruli, ed ivi abboccatisi insieme, dimoraron colà quindici giorni continui, e pacificatisi ora a cagion de' gravi bisogni di Terra Santa, statuirono, che s'avesse a convocar una general Corte di tutti i Principi in Verona per trattare d'andare a soccorrere i Cristiani di Soria, promettendo di nuovo Federico di passarvi senz'altra dimora fra certo prefisso tempo con potente esercito.

Composte in cotal guisa le cose del Papa, passò Federico in Puglia, ove dato assetto a quella provincia, bisognò, che ritornasse subito in Sicilia, a cagion che i Saraceni gli avean mossa ribellione; e mentre egli valorosamente gli combattè, ecco che l'Imperadrice Costanza si muore nella città di Catania, avendogli partorito Errico, ed un altro figliuolo chiamato Giordano, che se ne morì fanciullo276.

Era a questo tempo l'Imperador Federico non più che d'anni 25, e vedendosi nella sua giovanezza privo di moglie, e con il solo figliuolo Errico ch'era in Germania, proccurò dopo la morte dell'Imperadrice farlo dichiarar suo successore, e lo fece coronar Re di Germania in Aquisgrana; ed aggiunge Bzovio, che Federico affrettò tal coronazione, poichè perduta Damiata, il Papa il sollecitava alla navigazione di Terra Santa: e perciò affrettò anche le nozze del fanciullo con Margherita figliuola di Leopoldo Arciduca d'Austria.

Dopo aver Federico trionfato de' Saraceni, e di Mirabetto lor Capo, fece ritorno in Puglia, ove ebbe nuovi disgusti col Papa, per cagion che gli Ufficiali regj esigevan indifferentemente le collette dalle Chiese, e dagli Ecclesiastici: di che offeso Onorio, spedì all'Imperadore il Priore di S. Maria la nuova, perchè glie lo proibisse: onde Federico mosso dalle dimande del Papa, mentr'era in Veruli subito scrisse a' suoi Ufficiali, che non più taglieggiassero le Chiese e gli Ecclesiastici.

259.. Fr. Tommaso Fazzello dec. 2 lib. 8 cap. 2.
260.. Cod. Ital. Diplom. Tom. 2 pag. 866.
261.. Cod. Ital. Diplom. Tom. 2 p. 864, 865.
262.. Riccardo, Romae quasdam edidit Sanctiones pro libertate Ecclesiae, et Clericorum, confusione Patarenorum, Testamentis Peregrinorum, et securitate Agricultorum.
263.. Cod. Just. de Haereticis. Cap. si vero dominus. Cap. Credentes praeterea. Cap. Gazaros, Patarenos.
264.. Syntag. Histor. Germ. Dissert. 17 § 4 p. 510.
265.. Inveges an. 1232 hist. Paler. tom. 3.
266.. Camill. Salern. in Praefat. ad consuet. Fr. And. p. 156 disp. feud.
267.. Ricc. di S. Germ. Capuam se conferens, et regens ibi Curiam generalem pro bono Statu Regni, suas Ascisias promulgavit, quae sub 20 capitulis continentur.
268.. Camillo Saler. nel proemio delle consuet. di Napoli, num. 3.
269.. Tutin. de' M. Giustizieri, in princip.
270.. Lib. 3 de novis aedific. Prout. in Capuana Curia per nos extitit stabilitum.
271.. Ricc. da S. Germ.
272.. Ricc. da S. Germ. Tunc etiam Thomas de Aquino factus Acerrarum Comes, et Magnus Justitiarius Apuliae, et Terrae Laboris.
273.. Gordonio in Chron. che cita l'Abate Uspergense, Nauclero, Biondo, Platina.
274.. Fazzel. dec. 2 lib. 8 c. 2 fol. 448.
275.. Pirro in Chron. Ne Clericos, et Ecclesiasticas personas tributorum erogatione premerent, sed immunes eos haberent, ut olim sub Willelmo II.
276.. Zurita Annal. d'Arag. Catanae moritur, in Panormi Æde maxima sepelitur.
Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
22 ekim 2017
Hacim:
490 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain