Kitabı oku: «Rime di Argia Sbolenfi con prefazione di Lorenzo Stecchetti»
Olindo Guerrini
Rime di Argia Sbolenfi con prefazione di Lorenzo Stecchetti

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066073367
Indice
L'EDITORE. ADEMPIUTI I DOVERI. ESERCITERÀ I DIRITTI SANCITI DALLE LEGGI
PREFAZIONE
A. PIETRO SBOLENFI
LIBRO PRIMO
SI DESCRIVE UN VAGO DESIO![*]
LA BALLATA DEL RE MORO
SONETTO
SI DESCRIVE UN TEMPORALE. NEL DESERTO
LA MIA GHIRLANDA POETICA[*]
LA BATTAGLIA DI SADOVA
LA ROMANZA DEL PAGGIO
RISURREZIONE[*]
IL LAMENTO DEL PRIGIONIERO[*]
PIANTO DELLA CHIESA BOLOGNESE. SENZA PASTORE
TEMPESTA IN MARE
PER LA CADUTA DI PALAMIDONE. SONETTO SBOLENFIO DI PRIMA CLASSE
ALLA POETESSA. ARGIA SBOLENFI
A. EDRA COPRODITE. PASTORE ARCADE
SI COMPIACE DELLE PROSSIME NOZZE [*]
EGLOGA[*]
SI SCUSA PER AVERGLI MOSTRATO POCO RISPETTO[*]
SFOGO CONTRO COLUI[*]
AVE CRUX![*]
L'APPARIZIONE
IN DISPREZZO DI UNO SPASIMANTE VECCHIO E STORTO
IN DISPREGIO DELLA IMMONDA RANA[*]
TAVOLETTE MORALI
IL GENTIL CAVALIERO
¡POBRE CARLOS![*]
LA RISPOSTA DELLA FIGLIA MALEDETTA
SI DESCRIVE UNA RUSTICA CAPPELLA
INNO AL SALAME
LAMENTO[*]
LIBRO SECONDO
LE DECADENTI
ANACREONTICA
L'ALBA
IN MARE
LA CAPRETTA
IN BICICLETTA
AD UN OROLOGIO GUASTO
A LUI
È VERO
AFFETTI DI UNA PELLEGRINA. ALL'AUGUSTO VEGLIARDO
LA BALLATA DEL CAVALIER DISCORTESE
SONETTI MITOLOGICI
LA ROVINA DEL SASSO[*]
SONETTO[*]
AL MIO DESTRIERO
ODE FARMACEUTICA
ALLA. SOCIETÀ EMILIANA DELLE LAVATRICI. COME SEGNO DI OMAGGIO CORDIALE. QUESTA ODE OSTETRICA. È DEDICATA
KLYSO
HUNYADI JÀNOS
NEL BAGNO
A UN VASO NUOVO. DI PORCELLANA GINORI
AI COLLEGHI
"NASCITVRO"[*]
A. SUA ECCELLENZA REVERENDISSIMA. MONSIGNOR VESCOVO. TITOLARE DELLA CHIESA CATTEDRALE. DI SEBOIM. NELLE PARTI DEGLI INFEDELI. QUESTO NUOVO LAVORO. DI MANO AMICA SE NON ESPERTA. ACCRESCA IL PIACERE DELLA ESALTAZIONE
«EN REV'NANT D'LA REVUE»
LE ELEZIONI DI MILANO—1895
DEO CREPITVI SACRVM
FANTASIA EGIZIANA
SAMBVCI[*]
A VENERE GENITRICE
IL PRIMO CAPELLO BIANCO
SONETTI DECADENTI
MORBUS
ELEZIONI
DOPO IL PLICO
DA CAPO
PRIMO MAGGIO MDCCCXCV
NOVEMBRE
MENTRE PARTONO
ALPINI
ULTIME NOTIZIE
PISCICOLTURA
SERMONE DI NATALE
ALLE MADRI
AGLI EROISSIMI
QUANDO IL MUNICIPIO DI BOLOGNA. FESTEGGIÒ LA B.V. DI S. LUCA. ESPONENDO I CENCI ANTICHI. PER INVITO DEI CLERICALI. MASCHI E FEMINE
L'IDILLIO DI ORLANDO
AI REDUCI DALLO SCIOA
NOTTE D'AUTUNNO
IL MIO CUORE
PARLA IL LIBRO
COMMIATO
L'EDITORE ADEMPIUTI I DOVERI ESERCITERÀ I DIRITTI SANCITI DALLE LEGGI
Indice
PREFAZIONE
Indice
Ecco un libro sbagliato.
E poichè una cortese ma assidua insistenza durata oramai tre anni, riuscì pure a levarmi di sotto questa prefazione che non scrissi volontieri, così, per patto espresso, mi serbai il diritto di dire l'animo mio tutto intero e lo dico.
* * *
Ai lettori (se il libro ne avrà, che non li merita) riuscirà difficile capire come diavolo possa esser nata una insanità simile a questa; ed ecco, per quel ch'io so, come avvenne.
Vegetava in Bologna, e può darsi che vi agonizzi ancora, un foglietto di carta stampata venduto una volta la settimana ai cittadini che non sanno come sciupare il tempo. S'intitolava «È permesso?…» e non poteva uscire dalla breve cerchia delle mura poichè mordeva solo gli uomini che dentro alle mura hanno fama, uffici o difetti. Perciò era scritto o in dialetto o in italiano così fitto d'idiotismi da parere un peggiorativo del dialetto. Lo dirigeva un certo Cesare Dallanoce, al cui cognome botanico s'era appiccata l'aggiunta di Moscata; giovane nottambulo, di qualche spirito, con un fisico di cercopiteco peggiorato, sotto al quale stavano mescolati l'odio e la bontà in un connubio stravagante. Anzi l'odio era uno e le bontà parecchie; e segno dell'odio cieco, furibondo, indomabile era il Presidente di questa Deputazione Provinciale che non gli aveva mai fatto niente; anzi non gli badava nemmeno. Ma il Moscata era fatto cosi e se la sua bestia nera avesse fatto più miracoli che non S. Antonio di Padova, gli avrebbe tolti i meriti ad uno ad uno, mordendolo e lacerandolo tutti i sabati nel suo foglio di carta.
Tolto questo brutto difetto, che doveva esser vizio di natura incurabile, era buon diavolo e tutti gli volevano bene. Prestava volentieri sè stesso e il giornale per opere di beneficenza, non diceva troppo male del prossimo suo, insomma era simpatico a molti ed odiato da nessuno.
Aveva avuto la fortuna, fin da principio, di contare tra i collaboratori «El sgner Pirein» il signor Pierino, il cui nome ed il cui tipo non saranno dimenticati così presto dai bolognesi.
Antonio Fiacchi, bravo e buon giovane di brillante ingegno, aveva trovato questo esilarantissimo tipo del vecchio petroniano col cappello bianco a cilindro l'estate, il tabarrino a pipistrello l'inverno e le scarpe di panno tutta l'annata; il vecchietto brontolone, credenzone, ricordatore inesausto dei tempi passati, detrattore dei presenti, ma in fondo ingenuo sino alla balordaggine. In un altro di questi giornaletti municipali aveva fatto le prime armi, in un dialetto italianizzato che accresceva comicità al contenuto di certe lettere che non possono ricordarsi tuttora senza ridere. Il tipo aveva fatto fortuna ed era quasi assunto alla dignità di maschera cittadina come il dottor Balanzone; cosicchè in certe feste carnovalesche, in un villaggio di legno e di cartone che serviva da fiera, il signor Pierino fu fatto sindaco e sciorinò proclami ed allocuzioni da non dire. Ma il Fiacchi fu chiamato a Roma e il signor Pierino tacque.
Il Moscata che aveva buon fiuto, lo cercò pel suo giornaletto, ma il Fiacchi rispondeva a buona ragione che, fuori dell'ambiente bolognese, si sentiva disorientato e che temeva di non far nulla di buono. Moscata insistè e si venne a questo che il signor Pierino Sbolenfi avrebbe scritto come corrispondente dalla capitale; e così fu.
Allora il bel tipo ideato dal Fiacchi rivisse in una serie di lettere datate «dalle rive del Colosseo» che fecero la fortuna del giornale. L'egregio signor Sbolenfi aveva ingrandito l'allegro campo dell'arte sua ed oltre alle amene confidenze delle sue tribolazioni famigliari, ci dava le impressioni romane ricamate sulla tela delle proprie avventure. E lo vedemmo uscire di non so qual Ministero, autocandidato al tempo delle elezioni Giolitti, perdere l'impiego e cercarne un altro per perderlo di nuovo. Lo vedemmo custode dei tempietti municipali sacri alla Dea Cloacina abbandonarsi a meste riflessioni sulle miserie umane ed a giudizi comparativi argutissimi sul giornalismo contemporaneo in relazione ai riti celebrati nel suo tempietto. Ma poichè le autorità municipali nel tempo del colèra avevano segretamente ordinato a lui ed ai colleghi una sorveglianza intima sulla condotta dei cittadini ed egli aveva propalato la cosa nel giornale, eccolo di nuovo senza impiego ed in cerca di un altro. Insomma tutto un romanzo comico, pieno di trovate felici, di festività arguta e qualche volta di velata melanconia.
E il signor Pietro Sbolenfi aveva per moglie la signora Lucrezia e per figlia la signorina Argia, attrici principali nella stravagante commedia della sua vita. La grafomania è contagiosa e la signorina Argia cominciò a mandare al giornale le sue epistole lamentevoli e pretenziose.
Si voleva, a quel che pare, crear un altro tipo; quello della ragazza che ebbe una mediocre istruzione e che, inacetita dal celibato, chiama il pubblico a testimonio delle sue isteriche sofferenze, Il tipo non era così allegro come l'altro; di più non era nuovo e le manifestazioni dell'isterismo essendo spesso erotiche, c'era pericolo di cadere in una triviale pornografia.
E la signorina ci cadde malamente, lunga e distesa.
È ben vero, lo ripeto, che il tipo non si poteva intendere senza l'erotismo; ma c'è modo e modo. È ben vero che i lettori di un giornale quasi in dialetto non avrebbero inteso bene una Nuova Eloisa e che per ottenere l'effetto occorreva sal grosso di cucina, non aromi delicati; ma resta tuttavia che nulla giustifica il turpiloquio mal velato sotto gli equivoci grossolani, la scatologia suina che non si vergogna della sua loia. Ci fu chi torse il naso, ma purtroppo il pubblico in generale applaudì!
Così l'Argia si mise in piazza, prima, come ho detto, con certe lettere ridicolose che rifacevano l'ortografia e lo stile paterno, poi a poco a poco, con certe poesie non meno ridicole di cui son saggio le prime di questo sbagliato volume.
Unico merito, se pure è tale, è un progressivo levarsi e correggersi, come di chi, avvistosi dell'errore, cerca di spacciarsi dal brago. Ma ciò non scusa in modo alcuno la bassezza e la sudiceria sciocca degli esordi.
A questo modo la poetessa (come si battezzava da sè modestamente) seguitò a metter fuori le sue fagiolate e il male non sarebbe poi stato grande se non si fosse pensato a raccoglierle in volume. Ah, veramente il bisogno di una sporcizia di più, a questi, bei lumi di luna, non era sentito!
A me pareva impossibile che si potesse giungere a questo; tanto che, pregato anni sono, di fare la prefazione alla raccolta, dissi di sì, nella certezza che non se ne sarebbe fatto nulla. I versi erano ancora pochi e pensavo che fino ad un volume la poetessa non ci sarebbe arrivata; ed ahimè, ci arrivò!
Ora innamorata dell'Imperatore di Germania che credeva venuto a Roma per sposar lei, ora intabaccata di un canonicaccio di manica larga, degno Vescovo di Seboim, la pettegola figliò tanti versi da mettermi al punto di mantenere la promessa. Non è a dire quante scappatoie cercai per esimermene, come volli dissuadere, come temporeggiai! Ma non ci fu verso. La parola era data e, per quanta ripugnanza ci avessi, dovetti mantenerla. Solo mi riserbai di dire schiettamente quel che ne penso, non perchè il disapprovare possa valermi di scusa, ma perchè lo sfogarsi dopo tutto è un sollievo.
* * *
Se frugo nei più intimi ripostigli della mia coscienza, non ci trovo nulla che mi chiami all'onore degli altari. In quel quarto d'ora di notorietà cui, come tanti altri, soggiacqui, non fui precisamente lodato come continuatore delle virtù di S. Luigi Gonzaga o come emulo di Giuseppe servo di Putifar. Tempi, ahimè, troppo lontani e che volentieri rivivrei; parole e versi che, potendo, ridirei senza rimorso e senza rossore; ma tempi, ahimè, troppo lontani!
Dico questo, non per balorda libidine di parlare de' fatti miei, ma perchè si creda che, disapprovando senza restrizioni queste scelleraggini, scrivo per convinzione e non per affettazione. Allora ed oggi mi persuadeva e mi persuade la teoria della immacolatezza dell'arte, purchè sia arte e sia bella. Venere Anadiomene e Cristo Crocifisso sono rappresentati ignudi tutti e due e nessuno dei due nella rappresentazione artistica è immorale. Onorato di Balzac, che non è poi il primo capitato, nell'Avant—propos de la Comédie Humaine, diceva—«Le reproche d'immoralité qui n'a jamais failli à l'écrivain courageux, est d'ailleurs le dernier qui reste à faire quand on n'a plus rien a dire a un poète. Si vous étes vrai dans vos peintures, si à force de travaux diurnes et nocturnes vous parvenez à écrire la langue la plus difficile du monde, on vous jette alors le mot immoral à la face»—Solo il brutto è immorale.
È perciò che questa studiata ricerca del brutto, del triviale, dell'imbecille, mi irrita. Questa non è più arte, è laidezza, è turpiloquio spregievole; ed ho appunto voluto ricordare il quarto d'ora di notorietà che ebbi in passato perchè si vegga che la disapprovazione non viene da bigotta ipocrisia, ma da convinzione salda intorno alla ragion d'essere dell'arte. E che cosa ha da fare l'arte con queste cretinerie pediculose che s'intitolano romanze, favolette etc.? Anzi è bestemmia solo il ricordare il nome santo dell'arte a questo proposito e il criterio non corrotto del pubblico italiano condannerà senza dubbio e senz'appello queste stolte sconcezze all'obbrobrio ed all'oblio che meritano.
Mi duole di dover parlare così acerbamente, ma era, lo sento, mio stretto dovere.
Più avanti la poetessa (chiamiamola così, poichè lo vuole) lascia lo sterquilinio in che si compiaceva e si innalza, per quanto glielo permettono le deboli penne, ad una forma un po' più elevata. C'è per esempio un «Inno a Venere» che, se nel concetto è della più abietta pornografia, nella esecuzione si può dire più conforme ai canoni della lirica; ed io, appunto per quel che ho detto di sopra, non lo disapprovo affatto. Qui si potrà parlare d'arte, ma nella prima parte del volumetto, no, mai. Tutt'al più ci potremmo rifugiare nella caricatura, nella rimeria giocosa, negli scherzi più o meno piacevoli, ma il giudizio, anche il più indulgente, sarà sempre di riprovazione. La stupidità può muoverci alla compassione, ma l'affettazione, la caricatura della stupidità, specie se oscena, potrà muoverci al riso per un momento, ma non mai all'applauso sincero.
Nè vale sfoderare illustri esempi. Ma chi oserebbe parlare del Berni, del Burchiello od anche dei poeti maccheronici o fidenziani a questo proposito? Certo, in quei capitoli e in quei sonetti c'è il doppio senso, l'allusione mal velata, la forma volutamente pedestre: ma il punto di partenza è proprio diametralmente opposto a quello da cui parte la nostra poetessa. Il Folengo, per esempio, par che voglia rifare (almeno nella Zanitonella), il contadino che si sforza di parlare come il cittadino, l'idiota che si sforza di parlar colto. Qui invece è la persona colta che si sforza di parere abietta. Là c'è uno che vuoi uscire, come il Vallera della Nencia, dal dialetto e dalla rusticità e cerca il comico nel tentativo di elevarsi alla dignità dell'arte; qui, al contrario, abbiamo la ricerca del comico intervertita, la rappresentazione di una persona colta che, per far ridere, si abbassa e si infanga in tutti i letamai che trova per via. Là c'è una caricatura del tentativo di salire, qui del discendere. Là c'è il pagliaccio che esce dal circo e s'ingegna di far intendere che, uomo anch'egli, soffre ed ama; qui abbiamo invece la persona per bene (almeno lo spero!) che s'incanaglia e si fa pagliaccio per far ridere colle smorfie e le contorsioni del viso infarinato. È perciò che male si potrebbero addurre gli esempi come scusa, perchè gli esempi non calzano.
Si può essere di manica larga, vantarsi spregiudicati e sorrider di tutto; ma in fondo al cuore resta pur sempre qualche cosa che si rivolta al puzzo ed alla lordura. La ripugnanza pel laido è istintiva e si vede mal volentieri un'artista, o una che si crede tale, far getto così sconciamente della propria dignità. Avete visto in qualche «caffè concerto» di ultima classe certe matrone appassite e verniciate cantar colle gambe e gesticolare colle natiche? Ne inorridite ancora? Ebbene, questa della signorina Sbolenfi è letteratura da «caffè concerto.»!
Dunque, riprovazione piena, intera ed assoluta.
* * *
Ed ora che ho detto per lungo e per largo il parer mio, bisognerà pur cercare in questo scellerato libercolo, non dirò qualche cosa degna di lode, che non ce n'è, ma un pretesto per invocare le circostanze attenuanti. Una prefazione che fosse una stroncatura da capo a fondo sarebbe una mostruosità. Proviamoci.
Si potrebbe dire intanto che l'autrice ha fatto bene ordinando queste cose sue in modo che crescano sempre di serietà (!) e di correzione. Parte dalla insanità cercando di salire alla lirica e in questo successivo progresso è il filo che lega il volume. Bisogna ricordare che si tratta di una pettegola semi letterata che va raffinandosi a poco a poco. Questo almeno pare che sia il concetto generale e, anche nei volumi di liriche, credo lodevole un legame che costringa le parti diverse. Sia un mazzo di fiori, sia un fascio di stecchi, un vincolo ci deve essere, se no, invece di un mazzo o di un fascio, avremo un mucchio incoerente di spazzatura. M'è sempre piaciuto, anche nelle raccolte di versi, un romanzo che spieghi tutto. Il Canzoniere del Petrarca (se non è peccato mortale ricordarlo qui ed a questo proposito) non è egli dunque un romanzo d'amore? Un concetto unico circola per le diverse parti, come il sangue nelle membra e vivifica l'opera nella mente del lettore. Un libro deve essere un organismo.
Ed anche non è da passare senza almeno un segno di benevolo consentimento sul tentativo di poesia patriottica ed un po' socialista, che fa capolino in fondo al volumetto. In questi nostri bellissimi tempi pareva che il patriottismo consistesse tutto nel prendere la roba altrui. Di qui i disastri eritrei, di qui l'epizoozia dei commendatori, la quistione morale e i sospetti, confortati da troppe probabilità, sulla corruttela, la venalità, la disonestà insomma, di chi doveva esser esempio del contrario. Sottrarre gli accusati all'istruttoria ed ai giudici costò poco ad una maggioranza metà di amici, metà di complici, ma è facile capire come questi segni di decadenza morale fossero dolorosamente sentiti da tutti coloro pei quali il patriottismo non fu mai una chiave falsa per aprire gli scrigni pubblici o privati. «Avete fatta l'Italia per mangiarvela» dissero i clericali, così pronti a profittare delle calamità del loro paese; egli Italiani, scettici per istinto, rilessero dubitando le pagine della storia loro e sentirono rimpicciolire in se stessi le sante idee di patria, di indipendenza e di libertà. Quanto male abbiano fatto alla coscienza italica gli ultimi scandali, lo dirà purtroppo l'avvenire: per ora intanto la patria non è più di moda.
Di moda invece vuoi diventare il clericalismo. Chi guadagnò diventa conservatore e conservatori si dicono e sono tutti gli arrivati. Se, per fortuna delle idee liberali, la cocciutaggine della decrepitezza non mantenesse così ampia la fossa che separa l'Italia dal papato, tutti questi conservatori d'oggi sarebbero papalini domani. Già le classi abbienti fan l'occhio di triglia alla teocrazia, si offrono e si danno. Poichè la fiducia nella protezione della Benemerita Arma è scemata e i timori per la sicurezza della proprietà sono cresciuti, gli abbienti pensano che la paura dell'inferno può essere utile ed efficace. Di qui un ritorno interessato alla religione e l'adorazione nuova di un Dio personale, terribile e punitore. Non è la fede che fa queste miracolose conversioni, ma il basso, il laido interesse. Se costoro pensassero di trovare altrove una buona tutela dei beni o delle cariche, con la stessa facilità sarebbero domani protestanti, ebrei e magari repubblicani. Per conservare una buona rendita si può portare anche il berretto rosso.
E così si veggono a poco a poco scomparire i partiti intermedii nella gran massa dei cittadini. Si riveggono soltanto in Parlamento, poichè per giungere su quegli scanni, è necessario l'ibridismo. Il deputato deve essere come il pipistrello che si diceva topo od uccello secondo il bisogno; deve essere possibile sempre ed atto per indecisione di lineamenti a qualunque trasformazione. Ma il paese non è così e va scindendosi in due grandi partiti; il clericale e il socialista.
E sono le due uniche schiere dove ci sia ancora vitalità, abnegazione, e passione di proselitismo. Tutto il resto è morto od è moribondo. Guardatevi intorno e dite se questa non è la verità.
Così a poco a poco ciascuno entra in una di queste due parti, secondo le convinzioni o gli interessi. Gli odiatori del nuovo, i timorosi dell'avvenire, tornano penitenti a Canossa; gli altri che hanno ancor fede nel progresso dell'umanità, nella perfettibilità dell'assetto sociale, fanno un passo innanzi e, socialoidi oggi, saranno socialisti domani.
E dell'esser andata piuttosto con chi va avanti che con chi retrocede, volevo tener buon conto all'autrice di queste rime; di quelle, dico, che chiudono il volume. Tuttavia, siccome questo sarebbe un giudizio di opinione e non di letteratura, me ne astengo. Ma ho voluto dir tutto questo anche per notare un altro difetto del libro; quello cioè di esser formato, nella sua parte men pessima, di rime di occasione, le quali, come è naturale, colla occasione, sfioriscono. Molti fatti e molte allusioni domani non saranno più ricordati; alcuni anzi, anche oggi, sono quasi fuori della nostra memoria. È perciò che questo libercolo, secondo me, è nato morto, e gli sta bene! Già era meglio che non nascesse.
Ma quel che sopratutto mi piace nella poetessa, (come si chiama lei) è l'aver sdegnato i novissimi deliri simbolisti e decadenti, nei quali pure poteva cascare, tratta com'era dalla smania della stravaganza. Di questo, senza restrizione alcuna, la lodo.
Oh, i preraffaelisti! Chi ci libererà finalmente da questi nuovi monaci in veste di artisti, che per libidine di novità, per ricerca di posa, retrocedono sino alle puerilità del Beato Angelico, nell'odio affettato ed ipocrita della vita vera e della forma plastica? Perchè, lettori, chinatevi pure, raccogliete i torsoli di cavolo, magari le pietre e scagliatemi tutto sulla testa, ma lasciatemi dire quel che sento: il Beato Angelico non lo posso soffrire. Ah, come sono antipatiche quelle sue Madonne magre allampanate, con gli occhi inebetiti e le carni verdoline; e quegli angeli col parucchino biondo bene arricciato, la trombettina alla bocca e il tutto su fondo d'oro! Bella roba, per Dio, impiastrava questo frataccio, in pieno Rinascimento! Anche un passo indietro e tornava ai bizantini, vivente Donatello! Se c'è qualche cosa da ammirare in lui, sono i suoi ammiratori.
Ed ora, a sentire questi nuovi missionari dell'arte ideale, bisognerebbe ritornare forse più indietro. La carne è impura per loro come per gli asceti della Tebaide, e dipingono certe figure anemiche, sofferenti per stento di pubertà malaticcie, che fanno venir sulle labbra il motto imperativo stampato su tutti i muri Bevete il Ferro-china Bisleri! Bevetelo e lasciate in pace queste figurine di uomini senza polpe e di donnine che vedon bianco. Non ci sono solo angoli al mondo; ci sono anche le curve.
È certo che lo studio e la riproduzione del mondo esterno come è, costano più fatica che non l'operare secondo una formola od una maniera. Non è così difficile il buttar giù una di queste faccine insipide e di madreperla, come il mettere il sangue e la vita in un viso di carne sana come fecero il Correggio e il Tiziano; e sia. Ma perchè mascherare l'impotenza colle teorie e tornare indietro e non confessare piuttosto che manca la forza per andare avanti? Ah no, mangiate carne o ricorrete magari a tutti i ricostituenti, a tutti gli intrugli farmaceutici più corroborativi, ma non dipingete più fantasime e burattini!
E come sono noiose le sciarade del simbolismo! Pensare che ci sono dei superuomini che invidiano gli allori di Oscar Wilde; pensare che tutto questo è un regresso, un ritorno al Medio Evo, proprio quando sta per cominciare il secolo ventesimo! Ma dunque sarà proprio vero che l'intero genere umano sia malato di nervi, poichè in tutti questi libri non si trovano che squilibrati e mattoidi? Non ci sono più donne sane in terra che da ogni pagina vaporano le aure dell'isterismo? È possibile che non si trovi più un cuore buono, un cervello equilibrato, un utero normale? L'epilessia e l'allucinazione sono dunque la regola e la sanità l'eccezione?
Se i disturbi dell'innervazione sono così generali, come sembra a questa letteratura psicopatica, non sarebbe egli più utile raccomandare ai sofferenti, non la morfina, ma le docciature e la bicicletta? Se l'esaurimento nervoso è il male che affligge la presenti generazioni, non sarebbe meglio leggere l'Ariosto all'aria aperta, piuttosto che inghiottire l'Ibsen nell'afa del teatro? Ma no; l'Ariosto non è più di moda e l'aria aperta sciupa il candore della pelle clorotica; e così sia!
Anche la signorina Sbolenfi è isterica, e come! Ma essa sorride della propria imperfezione e la mette in caricatura, per finire il volume, se non perfettamente risanata, almeno convalescente. E di questo ritorno a lodarla, perchè è troppo facile, in tempi di contagio, ammalare come il prossimo.
* * *
Ed ora che ho detto il bene e il male, depongo volentieri, anzi con gioia, la penna che non avrei preso in mano se una promessa non mi ci avesse costretto. Abbandono il libro al disprezzo dei virtuosi ed alle risate di quegli altri, lieto, in quanto a me, di aver imparato questo; che non bisogna prometter mai prefazioni e tanto meno farne.
L. STECCHETTI
A PIETRO SBOLENFI
Indice
LA FIGLIA ARGIA
RICONOSCENTE
OFFRE DEDICA CONSACRA
LIBRO PRIMO
Indice
LE CRETINE
SI DESCRIVE UN VAGO DESIO![*]
Indice
Condannata da l'empio destino
a l'iniquo mestier della cuoca,
io compongo vicino alla fuoca[1]
i miei deboli versi d'amor,
e l'imago d'un giovin divino
m'apparisce a gli sguardi incantati;
sento l'orma de i passi adorati
echeggiarmi ne l'vergine cor!
Quant'è bello il diletto garzone
cui le grazie fan lungo corteo!
Rassomiglia a Giulietta e Romeo
che la penna de l' Tasso cantò!
E' robusto sì come Sansone,
è più forte di Tirsi e d'Orlando,
e se snuda il durissimo brando
qual mal donna resister ci può?
Vieni meco, mio energico amico,
ch'io ti stringa in un morbido amplesso!
Tu sei bello, sei forte, sei desso,
il marito che innanzi mi sta!
Ma chi rompe l'imene pudico,
ma chi turba il mio sogno fremente?
E' mio padre che grida furente:
«La brasàdla la pòzza e d' strinà!»[2]
(Pensata nella domestica cucina e scritta ivi il giorno dopo)
[*] Questo fu il primo parto della nostra Poetessa e le mende
storiche e mitologiche ne accusano l'inesperienza.
[1]: Focolare, Dialetto bolognese.
[2] "La costoletta puzza di bruciato", Dial. bol.
LA BALLATA DEL RE MORO
Indice
Tra le palme del deserto
C'è un magnifico castel,
Ch'è impossibile di certo
Di trovarne uno più bel.
Ivi tien la sua dimora
Di quei popoli il signor.
Egli è bello e giovin, fuora
Che ha il difetto d'esser mor.
Stando assente dal paese
D'una vergin s'invaghì.
Era bella e bolognese,
E difatti la rapì.
Ma suo padre, ahi sorte dura!
Che mandarla giù non può,
Si rivolse alla Questura
Che due guardie ci mandò;
E alla patria abbandonata
La volevan trascinar,
Ma la bella innamorata
Non voleva ritornar,
E rivolta al suo diletto
Ci diceva: «o bel re mor,
»Fa il piacere, tienmi stretto,
»Non lasciarmi con costor!
»Deh, non fia che il fato amaro
»M'allontani dal tuo sen!
»Ah, difendimi, mio caro,
»Che ti voglio tanto ben!»
Ma il re moro pensieroso
Resta muto sul sofà
E un pensiero mostruoso
Nello sguardo e in cor gli sta!
Poichè il moro non risponde
Sta la bella in oppression;
Straccia via le chiome bionde
E si butta in ginocchion.
E poi fece tante cose,
Disse, pianse e supplicò…
Ma quel porco non rispose,
Stette zitto e la piantò!
SONETTO
Indice
CONTRO UN ANONIMO CHE CI FECE LA BURLA DEL TELEGRAMMA[*]
O scellerato che tirasti su
Quel genitor che il cielo a me largì,
Hai ben ragion che sei non si sa chi
E il telegramma senza il nome fu!
Empio, domanda pure a chi vuoi tu
Se son cose da far quelle che lì,
Che sta sicuro che se fosti qui
Staresti un pezzo di non farne più,
Che colla forza la maggior che ho
Ti vorrei scorticar da capo a piè
E con la pelle tua farmi un paltò!
Nessun ti salverebbe, a meno che
Fosti bello e robusto anzichenò
E promettesti di sposarmi me.
[*] L'ottimo Signor Pietro Sbolenfi si portava candidato alla Deputazione in tutti e tre i Collegi di Bologna. Il vero merito non è mai conosciuto e lo Sbolenfi rimase in terra. Un malvagio, rimasto avvolto nelle ombre del mistero, telegrafò allo sconfitto candidato che invece la sorte gli aveva sorriso. La famiglia quasi impazzì di gioia, il signor Pietro diede le dimissioni dal suo impiego di ff. di inserviente di III classe e si trovarono sul lastrico. Onta sul cranio indegno che pensò simile orrore!
SI DESCRIVE UN TEMPORALE NEL DESERTO
Indice
Che veggo? Che miro? Rimbomba già il tuono!
Il tempo mi pare che faccia da buono!
Ahi, miser chi a casa scordato ha l'ombrel!
La grandine è grossa che pare una noce
E omai per vederci nel scuro feroce
Accender fa d'uopo frequenti candel.
Che veggo? Che miro? Un giovin garzone
Che solo soletto traversa il ciclone
E par che non curi dell'acqua il piombar!
Ah, certo tra i lampi lo guida l'amore!
Mel dice la speme che m'arde nel core!
Ah, certo quell'uomo mi viene a sposar!
Deh, frena il furore, fa un poco più adagio,
Che tu nol rovini, mio buon nubifragio!
Deh, fa che non giunga bagnato al mio sen!
Che veggo? Che miro? Ah, cruda mia stella!
M'illuse la speme, ho fatto padella![1]
Egli era il Questore, non era il mio ben!!
[1] Prendere un granchio: Decapodus brachiurus Linn.
LA MIA GHIRLANDA POETICA[*]
Indice
Ad Enrico Zanettini
I
Questa è la mia ghirlanda! Il lauro eterno
Intrecciato co' fior, m'orna la fronte
E così salgo il dilettoso monte
Che il Nume de' poeti ha in suo governo.
Questa è la mia ghirlanda e state, o verno
O venti, o geli, non le arrecan onte.
La bagnò l'onda del Castalio fonte,
Col raggio la baciò l'astro superno.
Eccola: a voi, poeti, a voi la mostro
Olezzante di rose e di vïole,
Pura qual neve che sull'alpe fiocca.
Eccola dei color di croco e d'ostro,
Leggiadra come un fior che s'apre al sole:
Dio me l'ha data e guai chi la tocca!
II
Ma se tu, Zanettin, toccarla vuoi,
L'Argia t'adora e non se ne lamenta
E se magari ami fiutarla, il puoi,
Che tu ne sarai lieto ed io contenta.
Vieni Enrico ed ammira i color suoi:
Prendi e sciupala pur se ti talenta,
Poi che intatta la porgo agli occhi tuoi
E sguardo indagator non la sgomenta.
La conservai qual me la diede Iddio
Pura nella favella e nei pensieri,
Sogno dei vati e de' guerrier desio;
Ma poichè mi son legge i tuoi voleri,
Ad un solo tuo cenno, Enrico mio,
Te la do tutta quanta e volentieri!
[*] Enrico Zanettini domestico di S.E. Reverendissima Mons. Vescovo
di Fano, respinse indignato l'effemeride dove scriveva la
Poetessa, perchè infetta di massime eterodosse. La signorina Argia
gli pose affetto e gli inviò una corona di cardi con questi
sonetti.
LA BATTAGLIA DI SADOVA
Indice
S'ode a destra tirar per la valle,
A sinistra si tira lo stesso;
D'ambo i lati si vedon le palle
Da pistole montate scoppiar.
Lunghi e grossi ch'è un gusto guardarli
Sono i pezzi che scarican spesso,
E se alcuno provasse a tastarli
Sentirebbe la mano a scottar.
Colle gambe per aria da un lato,
Colle gambe per aria dall'altro,
Cade a terra il meschino soldato
Che l'amante al paese lasciò.
Fieramente si drizza l'ardito,
Cautamente si china lo scaltro,
E ciascun ha un enorme prurito
Di pigliar meno botte che può.
Da una parte si sente un comando,
Una bomba dall'altro si sente;
Gli ufficiali che impugnano il brando
In un lampo si vedon venir.
C'è chi un membro sul campo ha perduto
E rimane per sempre impotente:
C'è chi morto in un fosso è caduto,
Nè più mai gli fia dato d'uscir.
Finalmente Bismarck grida in fretta:
«Abbiam vinto!»—ed un'eco risponde!
Va pur là, Cancelliere polpetta,
Anche questa la devi pagar!
Assassini! Ed intanto arrabbiate
Ardon mille ragazze infeconde!
Assassini! Se i maschi ammazzate,
Noi dovremo i somari sposar!
SI DUOLE DI ESSERE ABBANDONATA DALL'AMANTE
SONETTO SBOLENFIO
Già con versi diversi offersi a Tirsi
Un cor lieto d'offrirsi e gliel'apersi,
Ma i carmi tersi se n'andar dispersi
Ed io soffersi quel che non può dirsi.
Potè fuggirsi dunque e non sentirsi
Il crudo petto aprirsi al mio dolersi?
Potè amato sapersi e compiacersi
D'indispettirsi meco e di partirsi?
Tardi lo scorsi e tardi il piè ritorsi
Dai sentieri percorsi! Urge fermarsi
E rassegnarsi dei rimorsi ai morsi.
Quei dì son scorsi ed or che resta a farsi?
Il crin velarsi, il bruno intorno porsi,
E i discorsi trascorsi, ahimè, scordarsi!
LA ROMANZA DEL PAGGIO
Indice
Son circa tre anni, tre mesi e tre giorni
Che il paggio Fernando montava a caval
E adesso galoppa per questi contorni
Saltando gli abissi, le piante e il canal.
Per cosa galoppa? Un turco infernale
Al povero paggio l'amante rubò
Ed ora egli cerca quel porco maiale,
Perchè di sbranarlo Fernando giurò.
Ma il turco, ben visto dal proprio Sovrano,
Fu giusto per Pasqua promosso Pascià;
Pascià da tre code, che dopo il Sultano
È l'uom più codardo di quella città.
Fernando che il seppe, fu svelto e ci andiede
E incognito al turco si fe' presentar.
Un monte di ciarle d'intender ci diede,
Di modo che a pranzo si fece invitar.
Mangiato l'allesso, mangiato l'arrosto,
Il turco si fece portare i marron,
Sui quali Fernando buttò di nascosto
Dei torcibudella che avea nei calzon.
—«O Dio, che dolori! Chiudete la porta …
Chiamatemi il prete… più regger non so …
Io muoio!…» Ed insomma, per farvela corta?
Fu tanta la sciolta che il turco crepò.
Allora Fernando andò sull'altana,
Chiamò la sua bella, la fece scappar,
Ci diede i quattrini la Banca Romana
E a casa col treno potetter tornar.
Garzoni e donzelle che attenti ascoltate
La lieta canzone che pianger vi fa,
L'amore del prode Fernando imitate,
Però col permesso del vostro papà.
RISURREZIONE[*]
Indice
Suonate campane la Pasqua giuliva,
Prendete o fanciulli in mano la piva,
Fedeli soldati sparate il cannon!
Risorto è il giornale che dianzi moria,
Risorto è Pierino, risorta l'Argia,
La vergin che disse la casta canzon!
Pudiche fanciulle, dal pianto cessate,
La danza del ventre pel gaudio danzate,
La vostra Sbolenfi tra i vivi e tuttor.
E, vergine sempre, ritorna fra voi
Tirando più forte d'un paio di buoi
Il carro funesto del proprio dolor.
Deh, come, o fanciulle, deh come piangeste
E tristi nel letto solingo diceste
«La nostra Sbolenfi perchè non è qui?»
Ma mentre la bella defunta pareva,
La morte che in pugno già stretta l'aveva,
Dischiuse le dita e quella fuggì.
Ed or che il mio canto più dolce rinacque,
All'opra interrotta che tanto vi piacque,
Pudiche fanciulle, tornate con me.
Destata dal sonno, col plettro rivengo,
Lo scuoto, lo stringo, nel pugno lo tengo
E voglio provarvi che morto non è.
[*] Rinasceva l'effemeride nella quale la Poetessa e Pietro, suo
genitore, deponevano le loro secrezioni cerebellari.
IL LAMENTO DEL PRIGIONIERO[*]
Indice
Cadea la notte. Già il cancelliere
Avea degli atti chiuso il volume
E il Presidente disse all'usciere:
«Portate il lume!»
Non un sussurro s'udia nel Foro,
Nemmeno un lieve ronzar d'insetto,
Quando, calzati gli occhiali d'oro,
Lesse il verdetto,
E disse: «Vista la legge, udita
La parte avversa, pesati i danni,
La pena è questa:—Galera in vita
Per quarant'anni».
Briscola! Quando mi sentii preso
Così da questa sentenza infame,
Cascai per terra lungo e disteso
Come un salame,
E il giorno dopo due immense palle
Recar dovetti per ogni dove,
E mi fu scritto dietro le spalle
«69»
Quante ferriate nella finestra!
Quanti bigatti nel mio pan nero!
Quanti fagioli nella minestra
Del prigioniero!
Ed il mobilio? Ecco un saccone
Dove gl'insetti tengon cappella
E per … (s'intende) là in quel cantone
C'è la mastella.
Sono vestito di panno grosso
Con un stifelius tagliato male,
E la catena che porto addosso
Pesa un quintale.
Con una lima, frega e rifrega,
Potrei scappare non osservato …
Ah, se potessi farmi una sega,
Sarei beato!…
O giornalisti, da sera a mane
Vi sia presente questo mio stato.
Un per finire fatto da cane M'ha rovinato!
[*] Parla il Direttore della effemeride citata, il quale era
accusato di aver commesso un per finire diffamatorio, mentre non era che cretino. Il processo andò a monte.
PIANTO DELLA CHIESA BOLOGNESE SENZA PASTORE
Indice
Non relinquam vos orphanos; veniam ad vos. Jo. XIV, 18.
Sopra le piume vigilando sola,
Colei che già fu di Petronio e Zama
Leva le palme al ciel, languida e grama,
Poi che gaudio d'amor non la consola.
Lungo uno strazio è nella sua parola
Qual già nel pianto di Rachele in Rama,
E dal vedovo letto il __Padre__ chiama
Perchè non scordi la fedel figliola.
E prega e mostra le gramaglie nere
In che da sì gran tempo il viso asconde,
E la nave di Dio senza nocchiere:
Ma il suo pianto non posa e n'ha ben d'onde
Poi che il barbaro __Padre__, alle preghiere
Con l'iniqua parola,[1] ahimè, risponde!
[1] L'iniqua parola è una interiezione dialettale bolognese che suona ingiurioso invito ad operazioni pneumatiche.
TEMPESTA IN MARE
Indice
Fra Bordighiera e Nizza,
Dove più azzurro è il mar,
Un giovin marinar
L'albero drizza.
Forte, gentile e bello
Vola sull'Ocean,
Col suo timone in man,
Come un uccello.
Nè morte nè ferita
Gli fa terror, perchè
Assicurato egli è
Sopra la vita;
Ma dalle parti basse
Di Greco e Maestral
Si leva un temporal
Di prima classe,
S'odon da lunge i tuoni
Si vede lampeggiar
E allora il marinar
Dice: «Coioni![1]
Se dura niente niente
Tra poco si anderà
In pasto ai baccalà
Sicuramente.
Le braghe di fustagno
Umide sono già….
Cosa dirà mamà:
Se me le bagno?
In mar si sta benone,
Ma, se credete a me,
Si gode più al Caffè
Del Pavaglione,[2]
E se a toccare il suolo
Arrivo col seder,
Piuttosto che il nocchier
Fo il ruscarolo».[3]
Ma per combinazione
Mentre dicea così,
Il tempo si schiarì
Là, in quel cantone.
Dell'onde il mal governo
In un balen cessò
E il temporale andò
Verso Paderno.[4]
L'iniqua alfin parola
Ode in un porto dir
E tira un gran sospir
Che lo consola.
Gli affari di famiglia
Scorda e l'orrendo mar
E corre a ritrovar
La Centomiglia;[5]
Ahi lasso! e i suoi quattrini
Li spende così mal
Che va nell'Ospedal
Da Gamberini.[6]
Vedi da ciò quant'erra
Il detto popolar
Che dice: «loda il mar, Tienti alla terra».
[1] Interiezione marinaresca che denota sorpresa.
[2] Condotto da Enrico Lamma in piazza Galvani a Bologna.
[3] Raccoglitore ambulante di detriti organici. Dial. bol.
[4] Qui la geografia è bastonata. Paderno non è tra Bordighiera e
Nizza, ma sui colli a sud di Bologna.
[5] Etera peripatetica e scalcagnata che disonora i vicoli di
Bologna.
[6] Già Direttore della Clinica Dermosifilopatica all'Ospedale di
S. Orsola.
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