Kitabı oku: «La novella del buon vecchio e della bella fanciulla»
I
Ci fu un preludio all’avventura del buon vecchio, ma si svolse senza ch’egli quasi l’avvertisse. In un breve istante di riposo dovette ricevere nel suo ufficio una vecchia donna che gli presentava e raccomandava una fanciulla, la propria figlia. Erano state ammesse alla sua presenza in forza di un biglietto di presentazione di un suo amico. Il vecchio strappato ai suoi affari non arrivava a levarseli del tutto dalla mente e guardava intontito il biglietto sforzandosi d’intenderlo presto e presto liberarsi dalla seccatura.
La vecchia non tacque per un solo istante, ma egli non ritenne o percepí che qualche breve frase: – La giovinetta era forte, intelligente e sapeva leggere e scrivere, ma meglio leggere che scrivere. – Poi una frase che lo colpí perché strana: – Mia figlia accetta qualsiasi impiego per l’intera giornata purché le avanzi il breve tempo di cui ha bisogno per il suo bagno quotidiano. – Infine la vecchia disse la frase che portò la scena ad una rapida conclusione: alla Tramvia prendono ora delle donne al posto di conduttrici e bigliettarie.
Subito deciso, il vecchio scrisse un biglietto di raccomandazione per la Direzione della Società Tramviaria e congedò le due donne. Lasciato ai suoi affari, li interruppe ancora per un istante per pensare: – Chissà perché quella vecchia volle dirmi che sua figlia si lava ogni giorno? – Scosse la testa sorridendo con aria di superiorità. Ciò prova che i vecchi son ben vecchi quando hanno da fare.
II
Una vettura tramviaria correva sul lungo viale di Sant’Andrea. La conduttrice, una bella fanciulla ventenne, teneva l’occhio bruno fisso sulla via larga, polverosa, piena di sole, e si compiaceva di far andare a precipizio il carrozzone cosicché agli scambi le ruote stridevano e la cassa della vettura carica di gente sobbalzava. Il viale era deserto. Tuttavia la giovinetta procedeva picchiando continuamente col piedino nervoso la leva azionante il campanello d’allarme. Lo faceva non per prudenza, ma perché essa era tanto infantile che riusciva a convertire il lavoro in un giuoco, e le piaceva di correre cosí e di far rumore con quella macchinetta ingegnosa. Tutti i bambini amano di gridare quando corrono. Era vestita di cenci colorati. Causa la sua grande bellezza sembrava travestita. Una giubba rossa sbiadita le lasciava libero il collo, poderoso in confronto della faccina un po’ patita, e libera l’incavatura precisa che avvia dalla spalla alla delicatezza del petto. Il gonnellino azzurro era troppo breve, forse perché nel terzo anno di guerra mancavano le stoffe. Il piedino sembrava nudo in uno scarpino di panno e il berretto azzurro le schiacciava dei riccioli neri non molto lunghi. Guardando la sola sua testa si sarebbe potuta credere un maschietto se già l’attitudine di quella sola parte non avesse tradito civetteria e vanità.
Sulla piattaforma, intorno alla bella operaia, c’era tanta gente che la manovra del freno era appena possibile. Vi si trovava anche il nostro vecchio. Egli doveva arcuarsi a qualche piú violento sobbalzo della vettura per non venir gettato addosso alla conduttrice. Era vestito con grande accuratezza, ma anche con la serietà conforme alla sua età. Veramente una figurina signorile e gradevole. Ben pasciuto in mezzo a tanta gente pallida e anemica, non rappresentava per questa ancora un’offesa perché non era né troppo grasso né troppo fiorente. Dal colore dei suoi capelli e dei suoi baffetti corti gli si sarebbero dati 60 anni di età o giú di lí. Non trapelava in lui alcuno sforzo di apparire piú giovane. Gli anni possono impedire l’amore ed egli da molti anni non aveva pensato a quello, ma favoriscono gli affari ed egli portava i suoi anni con superbia, e, se cosí si può dire, giovanilmente.
La prudenza era invece conforme alla sua età, e non si trovava bene in quel carrozzone mastodontico lanciato a tanta velocità. La sua prima parola rivolta alla fanciulla fu di ammonimento: – Signorina!
Al vezzeggiativo signorile la fanciulla rivolse a lui i begli occhi, esitante, non essendo certa ch’egli avesse voluto parlare con lei. Il buon vecchio ricavò tanto piacere da quello sguardo luminoso che ne fu attenuata la sua paura. Mutò l’ammonimento che avrebbe avuto significato di rampogna, in uno scherzo: – Non m’importa mica di essere qualche minuto prima al Tergesteo. – Sembrò sorridesse per il proprio scherzo e cosí poté creder la gente intorno a lui, ma invece il suo sorriso era stato rivolto a quell’occhio che gli era parso nello stesso tempo birichino e innocente. Le donne belle sembrano sempre dapprima intelligenti. Un bel colore o una bella linea sono infatti l’espressione dell’intelligenza piú assoluta.
Essa non sentí le parole, ma fu rassicurata perfettamente di quel sorriso che non lasciava dubbio sulle disposizioni benevole del vecchio. Comprese ch’egli si trovava a disagio in piedi e gli fece posto perché potesse appoggiarsi accanto a lei sul parapetto. E la corsa continuò vertiginosa fino al Campo Marzio.
La fanciulla, allora, guardando il buon vecchio quasi a domandargli un consenso, sospirò: – Qui comincia la grande noia! – Il carrozzone si mise infatti a traballare lento e pesante sulle rotaie.
Quando un vero giovine s’innamora, il suo amore spesso provoca nel suo cervello delle reazioni che presto con il suo desiderio non hanno nulla da fare. Quanti giovani che potrebbero quietarsi beatamente in un letto ospitale, non gettano per aria almeno la loro casa credendo che per andare a letto con una donna occorra prima conquistare, creare o distruggere. Invece i vecchi, di cui si dice che sieno meglio protetti dalle passioni, vi si abbandonano in piena consapevolezza ed entrano nel letto della colpa solo con debito riguardo ai raffreddori.
Semplice l’amore non è neppure per i vecchi. Da loro viene complicato nei motivi. Essi sanno che devono scusarsi. Il nostro vecchio si disse: – Ecco la mia prima vera avventura dopo la morte di mia moglie. – Secondo il linguaggio dei vecchi è vera un’avventura in cui c’entri anche il cuore. Si può dire che raramente un vecchio è tanto giovine da poter avere un’avventura non vera poiché è un’estensione che serve a mascherare una debolezza. Cosí i deboli quando danno un pugno impiegano non solo la mano, il braccio e la spalla, ma anche il petto e l’altra spalla. Il pugno per lo sforzo troppo esteso diventa debole mentre l’avventura perde in chiarezza e diventa piú pericolosa.
Poi il vecchio pensò ch’era l’occhio infantile della giovinetta che l’aveva conquiso. I vecchi quando amano passano sempre per la paternità e ogni loro abbraccio è un incesto di cui ha l’acre sapore.
E il terzo pensiero importante ch’ebbe il vecchio sentendosi deliziosamente colpevole e deliziosamente giovane fu: – La gioventú ritorna. – L’egoismo del vecchio è tanto grande che il suo pensiero non resta attaccato all’oggetto del suo amore neppure per un istante senza ritornare subito a vedere se stesso. Quando vuole una donna ricorda re Davide che dalle giovinette si aspettava la gioventú.
Il vecchio da commedia antica convinto di poter emulare la gioventú, quando pure oggi esista, dev’essere rarissimo. Il mio vecchio continuò a monologare e si disse: – Ecco una giovinetta ch’io comprerò… se è in vendita.
– Tergesteo! Non scende? – domandò la giovinetta prima di far muovere il carrozzone. Il buon vecchio, nell’imbarazzo, guardò l’orologio: – Procederò per un altro poco, – disse.
Non v’era piú tanta gente ed egli non aveva piú alcun pretesto per restare tanto vicino alla giovinetta. Si rizzò e si appoggiò ad un canto donde poteva vederla con comodità. Essa dovette accorgersi di essere contemplata perché quando la manovra non la occupava lo sbirciava con curiosità.
Egli le chiese da quanto tempo si trovasse a quel lavoro tanto faticoso. – Da un mese! – Non era tanto faticoso, essa diceva nell’atto stesso in cui doveva convertire tutto il suo corpicino in una leva per azionare il freno meccanico, ma talvolta molto noioso. Il peggio di tutto era che la retribuzione che riceveva non bastava. Il padre suo lavorava ancora, ma, dato il prezzo di tutti i viveri, era difficile di uscirne. E, sempre intenta al lavoro, lo interpellò col suo nome di famiglia: – Se Lei volesse, a Lei sarebbe facile di trovarmi qualche cosa di meglio, – e lo guardò immediatamente per vedere sulla sua faccia l’effetto di quella preghiera.
L’improvviso intervento del proprio nome scosse un poco il buon vecchio. Il nome di un vecchio è sempre un poco antico e impone perciò degli obblighi a chi lo porta. Egli cacciò dalla propria faccia ogni traccia di tensione che poteva tradire il suo desiderio. Non si meravigliò che la giovinetta conoscesse il suo nome perché la città allora era stata abbandonata da quasi tutte le famiglie piú ricche e i pochi abbienti che vi risaltavano. Guardò altrove e disse con serietà: – Ora è un po’ difficile! Ma ci penserò! Che cosa sa fare Lei? – Essa sapeva leggere, scrivere e far conti. Di lingue non conosceva che il triestino e il friulano.
Una vecchia popolana sulla piattaforma si mise a ridere rumorosamente: – Il triestino e il friulano! Ah! Questa è buona! – La giovinetta rideva anche lei mentre il vecchio, sempre irrigidito nello sforzo di non far comprendere la sua intima eccitazione, rideva di un riso falso. La popolana cui piaceva di discorrere con un simile signore non cessò piú di chiacchierare e il vecchio vi si prestò per poter simulare meglio un’indifferenza. Infine essa li lasciò soli. Subito il vecchio scattò: – A che ora è libera Lei? -
– Alle nove di sera.
– Ebbene! – disse il buon vecchio. – Venga questa sera perché domani sono impedito. – E le diede il suo indirizzo ch’essa ripeté due o tre volte per non obliarlo.
I vecchi hanno furia perché la legge di natura sui limiti di età incombe su loro. Quell’appuntamento chiesto con l’aspetto del filantropo protettore e concesso con la dovuta gratitudine pur fece trasecolare dalla gioia il vecchio. Come le cose lo favorivano!
Ma i vecchi amano la chiarezza negli affari ed egli non si decideva ancora a lasciare quella piattaforma. Si domandava ansiosamente, dubitando della propria fortuna: – E basta questo? Non occorre dell’altro? E se essa credesse sul serio di essere stata invitata ad andare a prendere una raccomandazione onde ottenere un impiego? – Egli non voleva restare inutilmente eccitato fino alla sera e avrebbe voluto essere piú sicuro del fatto suo. Ma come dire la parola necessaria senza compromettere il proprio avito nome neppure dinanzi alla fanciulla nel caso che essa sinceramente non volesse accettare da lui altro che un impiego? In fondo la situazione era quasi identica a quella che sarebbe stata nel caso che egli fosse stato piú giovane di cosí. Ma egli era vecchio! I giovani dopo un poco di esperienza od anche prima di averne alcuna trovano tutto quello che occorre mentre il vecchio è un amatore disorganizzato. La macchina per fare all’amore manca in essi di almeno una rotella.
Infine il vecchio non inventò ma ricordò. Ricordò che ventenne, dunque una quarantina d’anni prima, cioè molto prima di sposarsi, ad una donna (molto piú vecchia di quella sulla piattaforma della tramvia), che con un pretesto qualunque e dinanzi a terzi aveva già promesso di venire, egli, a bassa voce, ma concitatamente aveva ripetuto l’invito: – Verrà? – Sarebbe bastata quella parola. Però qui la strada che invidia l’amore dei giovani e ride di quello dei vecchi, lo guardava, e perciò non doveva esserci concitazione nella sua voce.
Nell’atto di abbandonare il carrozzone egli disse alla giovinetta: – Io l’aspetto dunque questa sera alle nove. – Poi, ricordando, scoperse che la sua voce, causa la strada o causa il desiderio, aveva tremato. Ma non subito se ne avvide e quando la giovinetta rispose: – Certo! Io non mancherò! – stornando per un istante l’occhio dalle rotaie e rivolgendoglielo, gli parve che la promessa fosse stata fatta al filantropo. Ma, ripensandoci, tutto fu chiaro come quarant’anni prima. Nel lampo di quell’occhio s’era rivelata la malizia come nella propria voce l’ansia. Era certo che s’erano intesi. Madre natura benignamente gli concedeva un’altra volta, l’ultima, di amare.
III
Il vecchio si avviò al Tergesteo col passo piú elastico. Si sentiva molto bene, il buon vecchio. Forse tuttociò gli era mancato da troppo tempo. Causa le sue tante occupazioni egli aveva dimenticato qualche cosa di cui il suo organismo ancora giovanile realmente abbisognava. Sentendosi tanto bene non ne poteva dubitare.
Al Tergesteo arrivò troppo tardi. Dovette perciò correre al telefono per riparare al ritardo. Per una mezz’ora gli affari lo riebbero tutto. Anche tale calma fu per lui un argomento di soddisfazione. Ricordava che in gioventú l’attesa era stata tale tortura e delizia che poi la gioia aspettata in confronto impallidiva. La tranquillità gli apparve quale una prova di forza e qui certamente si ingannava.
Lasciati gli affari, s’avviò all’albergo ove sempre mangiava come molti altri abbienti che cosí risparmiavano le provviste immagazzinate. Continuava ad esaminarsi camminando. Il desiderio in lui era virilmente calmo, ma intero. Non aveva dubbi e non ricordava neppure che in gioventú, da persona fine quale egli era, ogni simile avventura aveva agitato nel suo petto tutti i problemi del male e del bene. Vedeva solo un lato del problema e gli pareva che ciò ch’egli prendeva gli spettasse se non altro quale un indennizzo per il tanto tempo in cui era stato privo di tanta gioia. In genere è certo che la maggior parte dei vecchi crede di aver molti diritti e soli diritti. Sapendo di non essere piú raggiungibili da un’educazione, credono di poter vivere proprio come il loro organismo domanda. Il buon vecchio s’assise al tavolo con un desiderio d’assimilazione che gli ricordava la vera gioventú. Beato, pensò: – La buona e bella cura comincia.
Tuttavia nel tardo pomeriggio quando, abbandonato l’ufficio, il vecchio, per risparmiarsi l’attesa inerte in casa andò a passeggiare lungamente alla riva ed al molo, vi fu nel suo petto un lieve sobbollimento morale, che non passò senza lasciar traccia di sé nella sua anima. Non ebbe però alcuna influenza sul corso delle cose perché egli, come tutti i vecchi e i giovani, fece quello che gli piacque pur sapendo meglio.
Il tramonto estivo era chiaro e pallido. Il mare gonfio, stanco e immobile, sembrava scolorito in confronto del cielo ancora lucente. Si vedevano chiaramente i profili delle montagne digradanti verso la pianura friulana. Si intravedeva anche l’Hermada e si sentiva vibrare l’aria scossa dai colpi incessanti del cannone.
Ogni manifestazione di guerra cui il vecchio assisteva, gli faceva ricordare con uno stringimento di cuore ch’egli in seguito alla guerra guadagnava tanto denaro. A lui dalla guerra risultava la ricchezza e l’abiezione. Quel giorno pensò: – Ed io tento di sedurre una fanciulla del popolo che colà soffre e sanguina! – Era abituato da lungo tempo al rimorso dei buoni affari che faceva ed egli continuava a farne ad onta del rimorso. La sua parte di seduttore era nuova e perciò era piú nuova e intensa la sua resistenza morale. I nuovi delitti non s’accordano tanto facilmente con le proprie moralissime convinzioni e ci vuole del tempo per fare adagiare pacificamente gli uni accanto alle altre, ma non c’è da disperarsene. Intanto là, al molo, in cospetto dell’Hermada in fiamme il buon vecchio abbandonò il suo proposito. Avrebbe avviata la sua giovinetta ad un sano lavoro e non sarebbe stato per lei altri che filantropo.
L’ora fissata per l’appuntamento era pressoché giunta. La lotta morale aveva reso ancora meno difficile il compito di attenderla. Il proposito del filantropo accompagnò il buon vecchio a casa lasciandogli sempre il passo da conquistatore che aveva adottato la mattina scendendo da quella piattaforma della tramvia.
Neppure a casa la risoluzione mutò, ma gli atti non vi si conformarono. Offrire una cenetta alla giovinetta non era piú opera da filantropo. Egli aperse delle scatole di commestibili delicati e preparò una cenetta fredda prelibata. Sul tavolo, in mezzo a due bicchieri di cristallo, pose una bottiglia di sciampagna. Non per altro: il tempo era molto lungo.
Poi venne la giovinetta. Era molto meglio vestita che alla mattina, ma ciò non fu decisivo perché piú desiderabile non poteva divenire. Il vecchio in cospetto dei dolci e dello sciampagna assunse un aspetto paterno cui la giovinetta non badò perché teneva sempre rivolto l’occhio innocente alla buona cena. Egli le disse che intendeva di farle insegnare un po’ di tedesco di cui avrebbe abbisognato per l’impiego e allora essa ebbe una parola che fu decisiva. Dichiarò che era disposta di lavorare tutto il giorno a patto che le si lasciasse mezz’ora di tempo per il suo bagno.
Il vecchio si mise a ridere: – Ci conosciamo dunque da molto tempo? Non è Lei quella giovinetta che venne da me con la mamma… Come sta quella cara signora?
La parola fu veramente decisiva prima di tutto perché cosí egli aveva appreso che si conoscevano da tanto tempo. La durata dà ad un’avventura un aspetto piú serio. Poi anche la garanzia del bagno quotidiano è, specie per un vecchio, di un’importanza evidente. Adesso, appena, avrebbe potuto intendere, se ci avesse pensato, la ragione per cui la madre della giovane aveva menzionato il bagno. Il suo fare da filantropo sparí. La guardò ridendo negli occhi, quasi volesse irridere al proprio sforzo morale, l’afferrò per una mano e l’attrasse a sé.
Poi il vecchio avrebbe voluto riprendere subito il suo aspetto da filantropo. Che scopo c’era ormai di conservare l’aspetto odioso del seduttore? Ebbe il buon gusto di non parlare piú di impieghi. Diede invece presto del denaro. Poi, dopo una lieve esitazione, ne diede separatamente una seconda volta e questo lo destinò a quella cara Signora, alla mamma. Per apparire filantropico bisogna pur dare anche a chi non ha meritato. Poi è vero che i vecchi danno sempre il denaro a rate, mentre i giovani vuotano con un solo gesto la tasca salvo a pentirsene poi.
La giovinetta ebbe cosí l’arduo compito di dover accettare per ben due volte il denaro, e fingere per due volte di non volerne. Per una volta è facile e tocca a tutte. Ma la seconda volta? Essa non trovò la variazione che occorreva e ripeté macchinalmente la parola e il gesto che aveva impiegati la prima volta. Anche la terza volta avrebbe detto: – Del denaro? Io non ne voglio! – e l’avrebbe preso dichiarando: – Ma io ti voglio bene! – Dopo la seconda volta restò un po’ turbata e il vecchio attribuí tale turbamento al suo disinteresse. Invece può anche essere ch’essa dubitasse che l’importo datole fosse stato piccolo e frazionato in due per farlo apparire maggiore.
Quest’avventura tanto semplice divenne piú complessa nella mente torbida del buon vecchio. È destino! Per un verso o per l’altro, anche quando un vecchio paga sapendo che i favori non possono piú essergli regalati, egli finisce sempre col falsare le avventure d’amore e merita presto il riso di Beaumarchais e la musica di Rossini. Il mio buon vecchio, – tanto intelligente – non rise delle parole pur cosí poco elaborate della giovinetta. L’avventura doveva restare «vera» ed egli collaborava volonteroso alla falsificazione. La giovinetta era tanto graziosa che nessuna sua parola poteva apparire stonata. Ora tale falsificazione ebbe qualche importanza ma solo nell’anima del vecchio. All’esterno non ne ebbe altra che di rendere un po’ piú lunga la durata di quel primo abboccamento ed anche di quelli che seguirono. Se il vecchio avesse potuto comportarsi secondo il suo desiderio, avrebbe allontanata presto la giovinetta perché i vecchi hanno l’immoralità breve. Ma con una donna che ama non si può mica procedere cosí alla spiccia. Egli non era un vanesio. Pensava: – La giovinetta ama il lusso del mio ufficio, della mia casa, della mia persona. Forse le piace anche la dolcezza della mia voce e la finezza dei miei modi. Ama questa mia stanza in cui vi sono tanti buoni cibi. Ama tante mie cose che un poco può amare anche me. – L’offerta dell’amore è un bellissimo complimento e piace anche quando non si sa che farsene. Alla peggio può almeno equivalere ai titoli cavallereschi delle persone che negoziano in buoi, eppure si sa che ne vanno tanto gelose. Essa gli disse, ma senza alcuna intenzione di farne una tragedia, ch’egli era stato il suo primo amante. Ed egli lo credette. Insomma il buon vecchio dovette trattenersi per non offrire denaro per la terza volta. S’adagiò tanto volentieri in cosí grande dolcezza da sentirsi ferito allorché essa gli disse di non amare i giovani e di preferire i vecchi. Fu un brutto risveglio di sentirsi dare del vecchio e un dolore di dover inchinarsi per ringraziare della gentile dichiarazione. Però l’abboccamento anche quando fu meno amoroso non fu certo una tortura per il buon vecchio. La fanciulla era tutta occupata a distruggere la buona cena che le era stata offerta e cosí lui poteva riposare a suo agio.
Fu però lieto di vederla partire e di restare solo. Egli era uso alla conversazione delle persone serie e non gli era possibile di sopportare per troppo tempo il vacuo discorso della bella giovinetta. Si dirà che vi sono artisti e pensatori, gente piú seria del mio vecchio commerciante, che da giovani sopportano con delizia il cinguettio di una bella bocca. Ma si vede che i vecchi per certi rapporti sono piú serii dei piú serii giovani.
Il buon vecchio andò a coricarsi sempre un po’ preoccupato. Quando fu nel suo letto disse: – Non pensiamoci piú. Forse non la vedrò mai piú. – Era tanto poco sicuro del proprio amore che aveva stabilito con lei che al prossimo ritrovo l’avrebbe invitata con un bigliettino. Bastava perciò non scrivere ed egli ridiveniva l’uomo virtuoso ch’era stato sempre.
Prima di pigliar sonno fu torturato dalla sete. Aveva bevuto troppo e mangiato delle cose troppo condite. Chiamò la donna che gli dirigeva la casa e ne ebbe un bicchiere d’acqua e un’occhiataccia di rimprovero. Essa – non piú tanto giovine – aveva sempre sperato di finire padrona della casa. Poi aveva pensato che il ritegno del vecchio fosse dovuto al suo spirito di casta e vi si era rassegnata perché in una o nell’altra casta si nasce senza propria colpa. Ora essa aveva potuto vedere per un istante la giovinetta quando costei s’allontanò. Apprese perciò che lo spirito di casta non impediva nulla al buon vecchio. Ciò equivalse per lei ad un vero e proprio schiaffo. Si dirà che anche le qualità che rendono piú o meno desiderabili non dipendono dal proprio merito o demerito. Ma essa riteneva di avere quelle qualità e perciò era colpevole il vecchio di non avvedersene.
IV
La parola con cui il vecchio richiamò la fanciulla al ritrovo fu scritta pochi giorni appresso, ben prima di quanto egli l’avesse previsto quella sera coricandosi. Le scrisse sorridendo, contento di sé. Si lusingò anche che il secondo abboccamento sarebbe stato piú ricco di gioie. Invece fu identico al primo. Quando congedò la giovinetta fu altrettanto prudente come la prima volta e stabilí di nuovo ch’essa sarebbe ritornata a lui quando egli l’avrebbe richiamata. La richiamò ancor piú presto al terzo abboccamento, ma il congedo fu lo stesso. Mai arrivò a stabilire subito il prossimo convegno. Perché il buon vecchio era sempre felice: quando chiamava la fanciulla e quando la congedava, cioè quando intendeva di ritornare alla virtú. Se, congedando la fanciulla, egli avesse subito stabilito il prossimo ritrovo, tale ritorno alla virtú sarebbe stato meno intero. Cosí invece mancava ogni compromissione e la sua vita restava regolata e virtuosa con l’eccezione di un brevissimo intervallo.
Degli abboccamenti poco piú ci sarebbe da dire se il vecchio non fosse stato colto dopo qualche tempo da una folle gelosia. Folle non per la sua violenza ma per la sua stranezza. Ecco: non si manifestava quando egli scriveva alla giovinetta perché era il momento in cui egli la portava via agli altri; né quando la congedava perché era il momento in cui agli altri la consegnava, volonteroso, tutta. La gelosia da lui s’accompagnava proprio all’amore, nello spazio del tempo. L’amore ne era rilevato e l’avventura diveniva piú «vera» che mai. Una delizia e un dolore indescrivibile. A un dato momento gli si figgeva in mente il pensiero che la giovinetta senza dubbio avesse degli altri amanti e tutti giovani quanto lui era vecchio. Se ne doleva per sé (oh! tanto!), ma anche per lei che poteva perderci ogni possibilità di vita decorosa. Guai se si fosse fidata di altri come s’era fidata di lui. Nella gelosia faceva capolino la propria colpa. È perciò che a compensare il proprio iniquo esempio, il vecchio s’abituò a predicare la morale proprio quando faceva all’amore. Le spiegava quanti pericoli le potevano derivare dagli amori disordinati.
La giovinetta protestava di non avere che un amore, quello per lui. – Ebbene! – gridava il vecchio nobilitato nello stesso tempo dall’amore e dalla morale, – se tu, per ritornare alla virtú dovessi risolvere di non vedermi piú, io ne sarei felice. – Qui la giovinetta non rispondeva e ciò per buone ragioni. Per lei l’avventura era chiara tanto che non le era possibile di mentire come faceva lui. Non bisognava lasciare per il momento quella relazione. Era anche facile di tacere quando egli la copriva di baci. Quando però egli si permetteva uno sfogo piú sincero e parlava, – attribuendoglieli – di altri amanti, allora essa ritrovava la parola: – Come poteva crederlo? Prima di tutto essa non passava le vie della città altro che in tramvai, poi sua madre la sorvegliava e infine nessuno voleva saperne di lei, poveretta! – E giú un paio di lagrime. Cattiva retorica quella che s’appiglia a tanti argomenti, ma intanto dal vecchio sparivano l’amore e la gelosia e si poteva ritornare alla cena.
Si può da ciò vedere come funzionino regolarmente i vecchi. Dai giovani ogni singola ora è disordinatamente occupata dai sentimenti piú disparati mentre dai vecchi ogni sentimento ha la sua ora, tutta. La giovinetta camminava di conserva col vecchio. Quando la voleva, veniva; se ne andava quando non la voleva piú. Discutevano! Poi facevano all’amore e mangiavano indi di buonissimo umore.
Il vecchio, forse, mangiava e beveva troppo. S’attaccava ad una manifestazione di forza.
Non voglio mica dire che sia perciò che il vecchio ammalò. È chiaro che un eccesso di anni è piú pericoloso che un eccesso di vino, di cibo e anche di amore. Può essere che uno di tali eccessi aggravi l’altro, ma a me non importa di asserire neppure tanto.
V
S’era coricato tranquillo come ogni sera e specialmente quelle sere in cui finalmente dopo di aver mangiato tutto quello che le era stato offerto, la giovinetta se ne era andata.
Prese presto sonno. Ricordò poi di aver sognato, ma tanto confusamente che egli niente piú ricordava. Molte persone dovevano averlo circondato urlando, discutendo con lui e fra di loro; poi tutte s’erano allontanate ed egli, frastornato, s’era sdraiato su un sofà per riposare. Allora su un tavolino proprio all’altezza del sofà vide un grosso topo che lo guardava con i suoi piccoli occhi lucenti. V’era un riso, anzi una derisione in quegli occhi. Poi il topo sparí, ma egli con spavento s’accorse che era penetrato nel suo braccio sinistro e scavando furiosamente procedeva verso il petto causandogli un dolore insopportabile.
Si destò ansante, coperto di sudore. Era stato un sogno, ma qualche cosa di reale restava: il dolore insopportabile. L’immagine dell’oggetto che causava il dolore subito mutò. Non era piú un topo, ma una spada confitta nella parte superiore del braccio e di cui la punta arrivava allo sterno; arcuata, non tagliente ma ruvida e velenosa perché dove toccava comunicava il dolore. Non gli permetteva il respiro e alcun movimento. La spada si sarebbe potuta spezzare squarciandolo se egli si fosse mosso. Egli urlava e lo sapeva perché lo sforzo di farsi sentire gli ledeva la gola, ma non sentí con certezza il suono che emetteva. C’erano molti rumori in quella stanza vuota. Vuota? In quella stanza c’era la morte. S’avvicinava a lui dal soffitto un’oscurità profonda, una nube che quando lo avrebbe raggiunto, gli avrebbe soppresso il piccolo respiro che ancora gli era concesso e l’avrebbe tagliato per sempre da ogni luce mandandolo fra le cose basse e sudice. L’oscurità s’avvicinava lentamente. Quando l’avrebbe raggiunto? Oh! certo! Poteva anche dilatarsi da un momento all’altro e avvilupparlo e strangolarlo in un attimo. Cosí era fatta la morte di cui aveva saputo dall’infanzia in su? Cosí insidiosa e accompagnata da tanto dolore? Egli si sentiva colare le lagrime dagli occhi. Piangeva dal terrore e non per destare pietà, perché egli sapeva che pietà non c’era. E il terrore era tanto grande che a lui parve di essere privo di colpa e di peccato. Veniva strangolato a quel modo, lui buono e mite e misericordioso.
Quanto tempo durò quel terrore? Egli non avrebbe saputo dirlo e avrebbe potuto credere che fosse durato tutta una notte se la notte poi non fosse stata troppo lunga. Gli parve che prima si fosse allontanata da lui l’oscurità minacciosa e poi il dolore. La morte non c’era piú e il giorno appresso egli avrebbe risalutato il sole. Poi il dolore si mosse e fu subito un sollievo. Fu esiliato piú in alto verso la gola donde poi sparve. Egli s’avvolse nelle coperte. Batteva i denti dal freddo e un tremito convulso gli impediva il riposo. Il ritorno alla vita era però completo. Egli non gridò piú e fu lieto che il suo lamento non fosse stato udito. La donna di casa – maliziosa – avrebbe ritenuto causa del male la visita della fanciulla della sera prima, per questa via egli ricordò la fanciulla e, subito, pensò: – Io all’amore non faccio piú!
VI
Il dottore, chiamato alla mattina, esaminò, studiò, e non diede subito grande importanza all’accesso. Il vecchio gli aveva raccontato l’avventura della sera prima, compresovi cibo e sciampagna, e al dottore parve che il male fosse dovuto a quel disordine. Disse ch’era sicuro che il male non si sarebbe ripetuto a patto che il vecchio avesse saputo vivere in riposo, prendere regolarmente ogni due ore una certa polvere e si fosse astenuto dal vedere l’oggetto del suo amore e anche dal pensarci.
Il dottore che aveva la stessa sua età ed era suo antico amico lo trattava con grande confidenza: – Tu potrai andare dalla tua amante solo quando te lo permetterò io.
Il vecchio, che ci teneva alla propria salute piú del dottore, pensava invece: – Anche quando tu me lo permettessi non andrei da lei! Stavo tanto meglio prima di conoscerla!
Poi, però, lasciato solo, pensò subito alla giovinetta per liberarsene definitivamente. Egli tuttavia ricordava che la giovinetta lo amava. La credeva perciò capace di venire a trovarlo dopo qualche tempo anche senza suo invito. Tutti sanno la potenza dell’amore. E allora che figura ci avrebbe fatta lui che aveva deciso di non riceverla neppure col permesso del dottore? Le scrisse che improvvisamente e per lungo tempo doveva lasciare la città. Al suo ritorno l’avrebbe avvisata. Uní alla lettera un importo di denaro destinato a saldare il conto con la propria coscienza. La lettera si chiudeva anche con un bacio, scritto dopo un istante di esitazione. No! Quel bacio non gli aveva alterato il polso.
Il giorno appresso si sentí rassicurato per una notte tranquilla benché quasi insonne. Il grande dolore non s’era ripetuto mentre egli, ad onta delle assicurazioni del medico, aveva temuto di venirne colto ogni notte nell’oscurità. Si ricoricò piú tranquillo e riacquistò la fiducia, ma non il sonno. Si sentiva il brontolío del cannone ed il buon vecchio si domandava: – Perché non hanno ancora inventato il modo di ammazzarsi senza fare tanto chiasso? – Non era tanto lontano quel giorno in cui il suono del combattimento aveva destato in lui un sentimento generoso. Ma la malattia gli toglieva quel residuo di spirito sociale che la vecchiaia non era riuscita a distruggere in lui.
Il dottore nei prossimi giorni cacciò delle gocce fra polveretta e polveretta. Poi, per garantire il sonno notturno, veniva di sera a fargli delle punture. Anche per l’appetito venne la medicina speciale che bisognava prendere a date ore. Non mancavano le occupazioni nella giornata del vecchio. E la donna di casa, reietta nei giorni buoni, divenne molto importante. Il vecchio, che sapeva essere riconoscente, si sarebbe forse affezionato a lei, che qualche volta doveva levarsi anche di notte per propinargli delle medicine. Ma essa aveva un difettaccio: non gli perdonava i suoi trascorsi e vi faceva allusione di sovente. La prima volta che per cura dovette propinargli una piccola dose di sciampagna, l’accompagnò con l’osservazione: – È tuttavia di quella ch’era stata acquistata per tutt’altro scopo.
Per qualche tempo il vecchio protestò volendo farle credere che fra lui e la giovinetta non ci fosse altro che un affetto purissimo. Poi, visto ch’essa non si lasciava smuovere dalla sua convinzione, egli cominciò a credere ch’essa la sapesse lunga e lo avesse spiato. Chissà in quale istante? Lungamente indagò per intenderlo. Arrossiva specialmente di quello che la donna sapeva perché il resto non esisteva, ma con quella maledetta donna finiva coll’esistere tutto date quelle sue allusioni vaghissime colle quali si poteva ricordare l’avventura intera. Ne risultò ch’egli non poté piú soffrire quella donna e la tollerava a sé daccanto soltanto quando di lei aveva bisogno. Vero che ne aveva bisogno anche per chiacchierare, cosí che neppure di quest’odio che sarebbe stato abbastanza vitale nulla risultò. Si limitò a dire a bassa voce al medico: – È brutta come il peccato.
In quella lotta con la sua donna ricordava la giovinetta, ma non per rimpiangerla. Egli rimpiangeva solo la salute o meglio ciò ch’egli riguardava come la propria gioventú. La gioventú era morta con l’ultima visita della giovinetta e il rimpianto di questa sussisteva nel rimpianto di quella. Ora, sul serio, egli avrebbe procurato un impiego alla giovinetta… se egli avesse riavuto la salute. Poi sarebbe ritornato alla sua grande proficua attività e non al peccato. Il peccato era quello che danneggiava la salute.
L’estate andò via. Uno degli ultimi giorni sereni gli fu concesso di uscire in vettura. Il medico l’accompagnò. L’esito non fu cattivo perché egli si sentí lieto della variazione e il suo stato non peggiorò, ma col maltempo che sopravvenne l’esperimento non si poté ripetere.
Cosí continuò la sua vita vuota. Non v’era altra novità che nei medicinali. Ogni medicinale era buono per qualche tempo. Poi per avere lo stesso effetto bisognava aumentare la dose eppoi sostituirlo con un altro medicinale. Vero è che dopo qualche mese si ritornava da capo.
In quell’organismo però si creò un certo equilibrio. Se andava verso la morte il suo movimento era impercettibile. Non si trattava piú del dolore, eroico per la sua intensità, di quella notte quando la morte aveva alzato il braccio per dargli il colpo decisivo. Tutt’altro. Forse – come era allora – non valeva piú la pena di colpirlo. Egli credeva di stare ogni giorno meglio. Gli pareva che l’appetito anch’esso fosse ritornato. Ci metteva del tempo ad ingoiare le sue minestre insipide e credeva sinceramente di mangiare. In casa c’erano ancora di quelle scatole contenenti cibi eccitanti. Il vecchio ne prendeva una nelle mani tremanti: leggeva il nome della celebre fabbrica e la riponeva. Pensava di conservarla per il giorno in cui sarebbe stato meglio. Per quel giorno erano conservate anche bottiglie di sciampagna. S’era visto che per la malattia quel vino non giovava.
La parte piú importante della giornata era quella ch’egli passava ad una finestra nelle ore piú calde. Quella finestra era un pertugio per cui si vedeva la vita che continuava a svolgersi sulle strade anche dacché egli ne era stato esiliato. Se la donna del peccato (cosí egli la chiamava) gli era vicina, egli criticava con lei il lusso che tuttavia appariva sulle povere vie di Trieste o compiangeva con tono alquanto enfatico la miseria che vi transitava in processione. Di faccia alla sua casa vi era un fornaio e spesso a quella porta si schierava la fila della gente che aspettava il tozzo di pane. Il vecchio compiangeva quella gente che aspettava con tanta ansietà un pane mal cotto che a lui faceva schifo, ma qui la sua pietà era una vera ipocrisia. Egli invidiava coloro che liberamente si movevano per le vie. Puerilmente. In massima egli si trovava bene nella stanza protettrice, ben riscaldata, ma gli sarebbe piaciuto di vedere anche al di là di quella via. Gli esseri che passavano e destavano la sua curiosità, perché vestiti troppo bene o troppo male, svoltavano ed ecco che per lui erano perduti.
Una notte in cui non poteva dormire, si mise a camminare per la stanza, e nell’ansietà di moversi e di avere una distrazione andò alla finestra. La fila alla porta del fornaio era già costituita, tanto lunga che anche di notte macchiava di nero il marciapiede. Neppure allora compianse sinceramente quella gente che aveva sonno e non poteva andare a dormire. Egli aveva il letto e non poteva dormire. Stavano certo meglio i componenti della fila!
In quei giorni ci fu Caporetto. Le prime notizie del disastro egli le ebbe dal suo medico venuto a trovarlo per piangere in compagnia del vecchio amico, che egli (povero medico!) credeva capace di sentire come lui. Invece il vecchio non vide in quell’evento altro che un beneficio: la guerra si allontanava da Trieste e perciò da lui. Il medico piangeva: – Non vedremo piú neppure i loro velivoli! – Il vecchio mormorava: – Infatti! Forse non li vedremo piú! – Sentiva nell’animo la gioconda speranza di notti tranquille, ma tentava di copiare sulla propria faccia il dolore che vedeva impresso su quella del medico.
Nel pomeriggio, quando stava bene, riceveva il suo procuratore, un vecchio impiegato che godeva di tutta la sua fiducia. Negli affari il vecchio rimaneva abbastanza energico e lucido, e l’impiegato ne traeva la conclusione che la malattia del vecchio non fosse molto grave e che prima o poi sarebbe ritornato agli affari. Ma l’energia negli affari era la stessa che lo dirigeva nella tutela della sua salute. La piú lieve indisposizione lo induceva a rimandare gli affari al giorno dopo. E per stare meglio sapeva anche dimenticare gli affari non appena il suo impiegato se n’era andato. Si sedeva davanti alla stufa e amava di gettarvi dei pezzi di carbone che guardava poi bruciare. Poi chiudeva gli occhi abbacinati e li riapriva per riprendere lo stesso giuoco. Cosí passava la sera di giornate pur esse tanto vuote.
Ma cosí non doveva finire la sua vita. È il destino di certi organismi di non lasciar alcun residuo per la morte che cosí non arriva ad afferrare altro che un vaso vuoto. Tutto quanto poteva ardere arse e l’ultima sua fiamma fu la piú bella.
VII
Il vecchio era alla finestra a guardare sulla via. Era un pomeriggio fosco. Il cielo era coperto da una nebbia grigiastra e il selciato bagnato ad onta che non fosse piovuto da due giorni. La fila degli affamati andava formandosi dinanzi alla porta del fornaio.
Il caso volle che la giovinetta passasse giusto allora dinanzi al balcone occupato da lui. Era senza cappello, ma al vecchio che non avrebbe saputo indicare alcun particolare del suo vestito parve meglio messa che nei tempi in cui l’amava. L’accompagnava un giovane vestito esageratamente alla moda, inguantato, un fine ombrello che si alzò alto due o tre volte col braccio che volle accompagnare la parola evidentemente vivace. Anche la giovinetta rideva e ciarlava.
Il vecchio guardava e ansava. Non era piú la vita altrui che passava per quella via, era la propria. E il primo istinto del vecchio fu di gelosia. L’amore non c’entrava, ma solo la piú abbietta gelosia: – Essa ride e si diverte mentre io sono ammalato. – Avevano sbagliato insieme e a lui ne era derivata la malattia, a lei nulla. Che fare? Essa procedeva col suo passo leggero e presto sarebbe arrivata alla svolta della via dove sarebbe scomparsa. Perciò il vecchio ansava. Non c’era neppur tempo di chiarire i propri pensieri ed egli avrebbe sentito tanto il bisogno di parlare e di predicare la morale!
Quando la giovinetta e il suo compagno scomparvero il vecchio volle tagliar corto alla propria agitazione che poteva danneggiarlo e disse: – Tanto meglio! Essa vive e si diverte!. – V’erano due menzogne in quelle poche parole che prima di tutto avrebbero voluto significare che il vecchio durante la malattia si fosse preoccupato della sorte della giovinetta eppoi anche che egli sentisse una soddisfazione al vederla correre a quel modo le vie per divertirsi. Perciò non ne ebbe quiete. Restava alla finestra e guardava dalla parte dove la giovinetta era scomparsa. Se fosse ritornata egli l’avrebbe chiamata dalla finestra. Non faceva troppo freddo eppoi gli pareva necessario di vederla. E qualcuno, sospettoso, dal suo interno gli domandò: – Perché? Vuoi ricominciare? – Il vecchio si mise a ridere: – Desiderio? Ma neanche per sogno! – Però guardava sempre dalla stessa parte con l’atteggiamento del desiderio piú intenso. – Io – pensò, convinto questa volta di dire la verità, – sarei del tutto tranquillo se sapessi che quel giovinotto l’ama e vuole sposarla.
Nessuno, neppure lui stesso avrebbe saputo decifrare l’animo del vecchio, appassionatamente malcontento della giovinetta e di se stesso. Egli vedeva chiaro che nel comportamento della giovinetta era implicata una propria responsabilità. Cercava di diminuirla ricordando ch’egli le aveva predicata la morale e cercava di obliare il resto. Per riconquistare la tranquillità egli doveva ripeterle piú chiaramente (cioè ad essa, ch’egli per sé nulla domandava) i precetti di morale ch’essa poteva aver dimenticati. E v’era anche il pericolo che essa avesse dimenticato le sue parole e non le sue azioni.
Corse al tavolo per scriverle di venire a trovarlo. Perché no? L’avrebbe ricevuta sereno come tuttavia i suoi dipendenti in ufficio e le avrebbe raccomandato di badare meglio al suo destino.
Con la penna in mano si trovò imbarazzato. Voleva farle intendere subito che la lettera non proveniva da un amante ma da un vecchio rispettabile che la invitava per suo bene di venire a trovarlo. Prese un biglietto da visita e sotto al proprio nome scrisse due parole d’invito. Lasciò il biglietto sul tavolo e ritornò alla finestra. Sarebbe stato meglio ch’essa fosse passata di nuovo per la via. C’era il pericolo che a quell’invito, strano per lei, essa non corrispondesse. Ma era importante ch’essa venisse, importante per lui.
Ritornò al tavolo e riscrisse lo stesso biglietto che le aveva mandato tante volte. Col piú vivo rossore perché la sua colpa era cosí evocata addirittura tangibilmente. Ma non aveva da usare riguardi a quella bambina. Gli bastava d’indurla a venire per gettarla fuori dal proprio destino; e per nettare il suo destino da una presenza tanto incomoda a lui sembrava non occorresse altro che di poter dirle chiaramente (piú chiaramente di quanto avesse potuto farlo in passato): – Per quanto mi concerne, ti domando d’essere virtuosa con me e con tutti. – Poi sarebbe stato facile di non pensarci piú.
Cercò la quiete col rendere definitiva la propria risoluzione. Trovò il modo di spedire quel biglietto senza farlo passare per le mani della sua infermiera. L’appuntamento era per il giorno appresso nelle ore tarde del pomeriggio. Le prime ore erano dedicate a cure.
Ritornò alla finestra. Nel desiderio di nettarsi la coscienza di ogni rimprovero riandò col pensiero la storia delle relazioni colla giovinetta. Sarebbe stato strano di attribuirle una importanza. Troppo facile era stato di avere quella giovinetta. Un’avventura comunissima. Non nella sua vita, però, e anche importante per la giovinezza e la beltà della fanciulla. – È certo – pensò il vecchio – che gli altri sono peggiori di me e che oggi, poi, io sono superiore a tutti. – Gli pareva un vanto di non sentire alcun desiderio e un secondo vanto ancora maggiore di chiamare a sé la giovinetta per farle del bene.
Le avrebbe dato del denaro. Quanto? Due… tre… cinquecento corone. Il denaro bisognava darlo se non altro per acquisire il diritto di educare. Poi l’avrebbe messa in guardia contro gli amori disordinati. Anche in passato aveva predicato contro gli amori, ma bisognava far ora dimenticare ch’egli aveva tentato allora di mettere il proprio amore fra quelli permessi.
Su la via si svolse una scena che attrasse tutta la sua attenzione. Ne scorse già da lontano gli attori perché venivano dalla parte ch’egli fissava. Un fanciullo di forse otto o dieci anni, scalzo, scendeva la via traendosi dietro per mano un uomo evidentemente ubriaco. Pareva che il fanciullo fosse conscio della sua responsabilità. Procedeva con un passo piccolo ma risoluto. Guardava di tratto in tratto dietro di sé il grande uomo che pareva convinto di dover seguirlo, eppoi guardava dinanzi a sé per vedere la propria via. Certo egli sapeva di dover consigliare e dirigere. Cosí giunsero sotto le finestre del vecchio. A quel punto il fanciullo scese dal marciapiedi per camminare meglio e non subito fu seguito dall’uomo. Perciò avvenne che le loro braccia allacciate andarono a cozzare contro il colonnino di un fanale. Non subito il fanciullo intese che avrebbe dovuto retrocedere per accompagnarsi all’uomo. Aveva fretta e probabilmente fece male all’ubriaco premendone la mano sul colonnino. Costui fu preso da un improvviso furore. Si svincolò dal fanciullo e subito gli menò un calcio atterrandolo. Per fortuna la sua ebbrezza gli impediva la rapidità dei movimenti, perché si capiva che si raccoglieva per picchiare ancora. Il fanciullo, a terra, si celava puerilmente la faccia col braccio per proteggersi e piangeva, guardando terrorizzato l’ubriaco ch’era chino su lui e non riusciva a riacquistare l’equilibrio.
Il vecchio, alla finestra, fu invaso dal terrore. Aperse le lastre dimenticando per un istante la cura della propria salute e si mise a gridare con la sua voce roca chiamando aiuto. Subito, dalla fila alla porta del fornaio accorsero molte persone, tante, che, presto, il vecchio non poté piú vedere né il fanciullo né l’ubriaco. Richiuse la finestra, chiamò l’infermiera e, ansimante, si gettò su una poltrona. Era troppo per lui. Le gambe non lo reggevano piú.
Nella sua lunga solitudine, egli aveva accarezzato una grande ambizione e s’era creduto benefico e superiore a tutti, ma ora appena provava una sensazione veramente nuova e sorprendente di vera, istintiva bontà. Per un breve tempo restò buono e generoso senza che il suo sentimento fosse oscurato da alcun pensiero a se stesso. È ben vero che non fece alcun atto che avvicinasse a lui quel povero fanciullo abbisognante di soccorso e di conforto. Non ci pensò neppure; ma nel pensiero accarezzava con grande emozione la puerile figura abbattuta. Scoperse anche nella propria memoria un particolare che valse ad aumentare la sua pietà: egli aveva visto il pianto del fanciullo, ma non aveva sentito alcun suo grido. Forse il fanciullo si vergognava di essere punito in pubblico e la sua vergogna, che gli impediva di attrarre l’attenzione degli altri, era piú forte del suo terrore. Povero, piccolo essere reso perciò anche piú inerme.
Ben presto però il vecchio ritornò alla sua occupazione abituale: alla cura di se stesso. Intanto il suo sentimento generoso gli aveva allargato tanto bene il petto che poté subito constatare un beneficio da quel suo abbandono. Per continuarne l’effetto parlò con la sua infermiera della sua grande avventura. Disse di aver salvato lui quel fanciullo: – Se io non avessi gridato, quell’omaccio lo avrebbe spezzato. – Invece era possibile che il suo roco grido non fosse neppure giunto fino alla via.
Ritornò col pensiero alla fanciulla e qualche contatto si costituí nel suo pensiero fra il fanciullo maltrattato e la giovinetta che sulla stessa via veniva trascinata a perdizione da uno zerbinotto. La comprensione per il fanciullo lo portò fino a rimproverarsi di non aver fatto per lui altro che spalancare la finestra e gridare.
Si liberò da tale peso pensando: – Io ho da pensare ad una disgrazia e basta per me!
La notte fu sino al mattino insonne. Non soffriva e giaceva meditando. Capiva benissimo che la sua coscienza non era tranquilla ma non ne vedeva la ragione. Decise di dare una somma anche maggiore alla giovinetta. Gli parve che sarebbe bastato di indurla a dirsi grata per riavere la coscienza tranquilla.
Verso mattina s’addormentò ed ebbe un sogno: camminava al sole tenendo per mano la bella fanciulla, proprio come l’ubriaco teneva per mano il ragazzo. Anch’essa lo precedeva di poco, ciò che a lui serviva per vederla meglio. Era bellissima, vestita di cenci colorati come il primo giorno in cui egli l’aveva vista. Camminava picchiando il piccolo piede al suolo e ad ogni suo passo risonava il campanello d’allarme come quel giorno sul viale di Sant’Andrea. Il vecchio che fino allora era proceduto col suo passo lento, si sforzò di raggiungere la giovinetta. Essa era divenuta per lui la donna del suo desiderio, tutta, coi suoi cenci, col suo passo e persino quel suono argentino del campanello che doveva essere attaccato al suo piedino. Poi fu subito stanco e volle sciogliere la sua mano da quella della giovinetta. Non vi riuscí che quando esausto cadde a terra. La giovinetta come un automa si allontanò da lui senza neppur guardarlo, con lo stesso passo sempre sonoro per il campanello d’allarme. Portava il sesso ad altri? A lui nel sogno di ciò non importò. Si destò. Era coperto di sudore come quella notte della grande angina.
– Sozzo! Oh! Sozzo! – gridò addirittura spaventato del proprio sogno. Volle chetarsi ricordando che il sogno non appartiene a chi lo fa ma che gli è mandato da potenze occulte. Ma la sozzura era evidentemente sua. Ebbe certo maggior rimorso per il sogno fatto di quanto ne avesse avuto per quella recente realtà cui aveva consciamente collaborato. In mezzo alle cure che riempivano la sua mattina egli che non poteva liberarsi dal ricordo dell’avventura notturna ebbe un’ispirazione: fra il ragazzo atterrato e battuto e la fanciulla del sogno che come un automa offriva la propria bellezza esisteva un’analogia. – E fra me e l’ubriaco? – indagò il vecchio. Volle sorridere al paragone impossibile. Poi pensò: – Posso tuttavia riparare beneficandola e istruendola meglio.
Nel corso della giornata ebbe anche altri dubbii. E se nella realtà egli avesse da comportarsi come s’era comportato nel sogno? Sta bene che i sogni sono mandati da altri e che la propria responsabilità non c’entra, ma egli era vecchio abbastanza per sapere che anche nella realtà, talvolta, in certe azioni, non si riconosce se stessi. Per esempio lui era entrato in quell’avventura dopo quella storica passeggiata al molo nella quale era stato accompagnato da tutt’altri propositi. Ora se i suoi propositi attuali non avessero avuto maggior efficacia di quelli di allora, addio pace eppoi addio salute e certo anche addio vita.
Ma qui spuntò nel vecchio una decisione di vera nobiltà. Risolse di abbandonare la vita piuttosto che ritornare a vivere solitario come prima in mezzo alla sua farmacia. Oggi, specie dopo di quel sogno, si sentiva ancora piú desideroso di vivere e di agire. Oggi, se avesse assistito di nuovo al maltrattamento del fanciullo non si sarebbe saputo abbandonare al riposo come il giorno prima. Ed egli pensò che anche quando avesse chiarito la sua posizione con la fanciulla, egli avrebbe potuto ritrovare e beneficare anche il giovinetto. Solo che ora la cosa era troppo complicata e bisognava aspettare la visita di qualche amico influente che avrebbe incaricato delle ricerche necessarie. Ai tanti altri bambini che si trovavano in circostanze simili e a portata di mano, il vecchio non pensò e quello che egli amava per averlo visto battere fu presto da lui dimenticato.
Al medico egli disse qualche cosa della sua avventura notturna. Il vecchio amico, che ogni giorno trovava il modo di scoprire un indizio della prossima guarigione, sorrise: – Vedi che ritorna la salute, anzi la gioventú.
– Che cominci cosí la salute e la gioventú? – domandò il vecchio perplesso. Ebbene! Egli di quella gioventú non voleva saperne. Voleva la calma, la serenità, la vera salute. Prima di tutto voleva liberarsi da ogni rimprovero per il contegno da lui avuto con la giovinetta. Il dottore non poteva indovinare che allora il suo paziente era deciso di curarsi a modo suo tanto piú che il vecchio stesso non avrebbe saputo dirglielo. Egli stesso non sapeva che correva dietro una nuova cura.
Nel pomeriggio il vecchio dormí a lungo di un sonno ristoratore e privo di sogni. Si destò sorridente come un bambino da quel sonno finalmente innocente perché privo di immagini.
Poi preparò la cena per la fanciulla proprio come la prima volta in cui l’aveva attesa. Prima di accingersi a tale lavoro ebbe un istante di esitazione. Ma poi si disse che prima o poi la giovinetta avrebbe dovuto sentire da lui parole dure e prediche meno divertenti e che perciò era bene di offrirle il compenso cui essa apparentemente teneva tanto. Aperse perciò con accuratezza le scatole che per tanto tempo aveva tenute in serbo. Sorrideva vuotandole nei piatti preparati sul solito tavolino: si trattava di indorare una pillola che alla giovinetta sarebbe potuta sembrare amara.
Assistendo a tanti preparativi, la sua infermiera s’allarmò. Non avrebbe essa avuto il dovere di avvisare il dottore? Il vecchio la rassicurò con aria di superiorità. L’ultimo suo sonno era stato tranquillo, ed il precedente dimenticato. Perciò il sospetto dell’infermiera non poteva neppure offenderlo. Le disse che essa avrebbe potuto assistere all’abboccamento dalla stanza vicina. Per la prima volta parlò chiaramente del passato confessando quello ch’essa sapeva o di cui almeno dubitava. – I trascorsi di gioventú devono essere dimenticati. Ad ogni modo non possono piú essere ripetuti. – Ma l’infermiera non si quietò. Per quanto non le mancasse nulla in quella casa, pure le spiaceva di veder preparati per altri quei buoni cibi. Velenosamente rispose: – Cinque mesi or sono Lei era dunque giovine!
– Solo cinque mesi sono trascorsi da allora? – domandò il vecchio stupito. A lui pareva fosse trascorso un secolo dall’ultima visita della giovinetta. Rifece il conto e trovò che quel periodo di tempo non raggiungeva neppure i cinque mesi. Non rispose all’infermiera, ma dubitò di essere vecchio essendo stato tanto giovine cinque mesi prima. Non dubitò però del proprio sincero desiderio di morale e di bontà.
VIII
La giovinetta, come sempre, fu puntuale all’appuntamento. Nel vecchio non c’era stata quell’ansietà nell’attesa come in passato. Da ciò egli ebbe conforto: se il sogno aveva simulato eccitazioni sessuali, la realtà – ora ne aveva la certezza – era fatta tutt’altrimenti. Ma una grande sorpresa gli diede l’enorme emozione da cui fu preso al rivedere il caro viso della giovinetta. Ora s’avvedeva ch’era escluso ch’egli assumesse con lei, come s’era proposto, le arie di un capo ufficio. Quasi sveniva. Come era incantevole quella faccina dai grandi occhi, di cui sapeva ogni linea per averla baciata, e come era armoniosa quella voce udita da lui quando commentava atti di cui provava rimorso. Non trovava parole per salutarla e lungamente tenne la piccola manina inguantata nelle proprie. Era tanto bello di voler bene. Sorgeva per lui una nuova, un’ultima gioventú? Una nuova cura piú efficace di tutte?
Poi la guardò. Il volto gli parve meno fresco. Attorno alla bocca che cinque mesi prima gli era sembrata un fiore appena sbocciato, qualche linea s’era spostata. Orizzontalmente la bocca s’era un poco allungata e le labbra sembravano meno alte. Qualche cosa d’amaro? Un rancore per lui, forse? Perché – ora soltanto lo ricordava – egli aveva promesso amore e protezione, e improvvisamente s’era sottratto a qualunque impegno che avesse avuto con lei. Perciò le sue prime parole furono dette per domandare perdono. Le raccontò che quella volta quando le aveva scritto di dover lasciare la città, s’era invece ammalato. Descrisse la grande angina, che pur giaceva tanto lontano da lui, come se ne avesse sofferto fino alla vigilia. In certo modo, perciò, mentí, ma solo per essere sicuro di ottenere subito il perdono.
Essa, però, non ci pensava di serbargli rancore. Tutt’altro! Aveva subito fatto atto di baciarlo addirittura sulla bocca. Egli porse la guancia e sfiorò la sua con le proprie labbra. – Che peccato! – essa disse – sarebbe stato pur meglio che tu fossi partito piuttosto che ammalare.
Egli, per vederla meglio, la fece sedere all’altro capo del tavolo. Dev’essere stato coordinato da madre natura il fatto che i vecchi vedono meno bene da vicino con quello che non c’è scopo per essi di avere gli oggetti a portata di mano.
Subito osservò stupito che i riccioli che il giorno prima egli aveva visto svolazzare liberi all’aria, erano ora coperti da un cappello elegante adorno di piume dai colori fini e sobrii. Perché quella metamorfosi come si poteva dirla a Trieste, ove il cappello delle donne designa addirittura la classe cui esse appartengono? Veniva da lui in cappello e non lo portava per camminare le vie? Strano! E com’era mutata nel modo di vestire! Quella non era piú una fanciulla del popolo, ma apparteneva alla borghesia per il cappellino, e per il vestito dal taglio elegante e dalle stoffe abbondanti come si usava allora quando le stoffe mancavano. Appartenevano pure alla borghesia, ma un po’ degenere, quelle calze di seta trasparenti che proteggevano poco le gambe dal freddo, e gli scarpini laccati. Non solo per affetto il vecchio non seppe assumere l’aria burbera che aveva premeditata, ma anche per un po’ di soggezione. Essa era indubbiamente la persona piú elegante con la quale egli da lungo tempo avesse conversato. Egli, invece, era vestito ben comodo e non portava neppure il colletto perché lo affannava. Con gesto istintivo portò le mani al collo per accertarsi di aver abbottonata la camicia.
Donde potevano essere venuti tutti i denari che occorrevano per acquistare tutte quelle belle cose? Anziché pensare a quello che aveva da dire il vecchio si perdette in calcoli. Quanti denari le aveva rimessi lui cinque mesi prima? Potevano bastare i denari dati da lui per spiegare tanto lusso?
Essa lo guardava sorridendo e pareva aspettasse. Egli aveva già deciso di non assumere per il momento l’aspetto di un mentore tanto piú che gli pareva di ammonire abbastanza dando un esempio di virtú. Fu proprio perché non sapeva che altro dire che le domandò: – Sei tuttavia al tramway?
Dapprima sembrò ch’essa non avesse bene sentito: – Al tramway? – Poi parve ricordasse. Non era un posto adatto per una giovine. Lo aveva lasciato da parecchio tempo.
Egli l’invitò a mangiare. Era un modo di guadagnare tempo perché in lui c’era il dubbio se non avesse dovuto farle un rimprovero per l’abbandono del lavoro. Mentre essa s’accingeva a mangiare levandosi lentamente i guanti, egli le domandò: – E che cosa fai ora?
– Ora? – domandò la giovinetta anch’essa esitante. Poi sorrise: – Ora sto cercando un impiego e dovresti procurarmene tu uno.
– Ben volentieri, – disse il vecchio. – Non appena sarò guarito ti prendo con me in ufficio. Hai studiato un po’ di tedesco?
– Bravo! Il tedesco! – disse essa ridendo di cuore. – Noi due abbiamo cominciato a volerci bene col tedesco e si potrebbe continuare a studiarlo insieme. – Era una proposta che egli finse di non intendere.
Essa si mise a mangiare, ma molto compostamente. Il coltello e la forchetta lavoravano con grande sicurezza e alla boccuccia arrivavano i bocconi nella giusta misura mentre alle cene cui egli l’aveva convitata prima anche i ditini avevano dovuto collaborare al frazionamento del cibo e al suo trasporto. Al vecchio parve di dover compiacersi di trovarla tanto affinata.
Egli era titubante sempre. Se continuava a ridere e sorridere con lei, dove sarebbe arrivato? Per non offenderla volle parlare solo della propria colpa: – Se quel giorno mi fossi avvicinato a te solo per consigliarti per il tuo meglio…
Il buon senso semplice della giovinetta ebbe qui una obbiezione che doveva occupare il vecchio anche piú tardi: – Ma se tu non ti fossi innamorato di me non ti saresti neppure avvicinato. – Infatti egli riconobbe subito che se egli non fosse stato tenuto su quella piattaforma del tramway dal suo desiderio, sarebbe disceso al Tergesteo senza neppur avvedersi che la giovinetta avrebbe potuto aver bisogno di lui.
Essa non aveva preso molto sul serio le sue parole perché subito gli disse: – Ero carina su quel carrozzone? Di’ la verità! Ti piacevo molto! – Si levò, andò a lui e gli fece una carezza sulla guancia che quel giorno era stata rasata. Egli non poté fare a meno di corrispondere alla carezza poggiandole la mano sotto il mento.
Egli volle riprendere il filo del suo discorso: – Io ero troppo vecchio per te e avrei dovuto saperlo.
– Vecchio! – essa protestò. – Io ti volevo bene perché mi piacevi con quel tuo aspetto distinto! – Al complimento egli dovette sorridere davvero contento. Egli sapeva di avere anche da vecchio una figura distinta e se ne compiaceva tuttavia.
– Se poi – essa aggiunse mangiando – tu volessi adottarmi da figlia, bada che siamo ancora in tempo. Non sarei forse una bella figlia?
Trapelava una grande presunzione da ogni parola ch’essa diceva e a lui sembrava che la fanciulla del popolo fosse stata differente. Nei cenci, proprio quando lo aveva sedotto, essa era stata tanto piú morale. Mangiando essa trovava il tempo di stendersi sulla poltrona e sporgere alla vista del vecchio le gambe elegantemente calzate. Adottarla? Una donna che gli faceva vedere delle gambe che non gl’importavano?
L’ira lo rese piú eloquente. – Già quel giorno io m’avvicinai a te per farti del bene e avviarti ad una vita migliore. Ricordi che ti parlai d’impieghi e studii? Lo ricordi? Poi la passione ebbe il sopravvento. Ma ricordi che subito la prima sera volli riparlare di lavoro eppoi ne parlai la seconda e sempre ogni volta che ti vidi? Poi ti dissi anche di stare attenta e di non lasciarti trascinare ad altri amori disordinati. Ricordi? – Aveva cosí detto e senz’alcuno sforzo che anche il proprio amore era stato disordinato.
E respirò. Visto che la giovinetta ricordava tutto quello ch’egli voleva e nient’altro, respirò. Gli pareva d’essere nettato da ogni rimprovero e credeva che adesso avrebbe potuto dedicarsi ad insegnare la morale alla giovinetta senza trovare impedimento nell’esempio ch’egli stesso aveva dato. Con la propria infermiera egli era stato piú sincero ed aveva scusati gli antichi trascorsi con la propria gioventú. Con la giovinetta, invece, tendeva a cancellare quei trascorsi con le parole con le quali li aveva accompagnati.
Pareva che ci fosse riuscito e ne provò una gioia indicibile. Credette di poter guardare il mondo intero oggettivamente trovandosi finalmente fuori di tutte le compromissioni cui tutti son spinti dalle proprie debolezze. Se fosse stato veramente l’osservatore oggettivo che credeva, avrebbe potuto accorgersi che nella fanciulla sussisteva tuttavia qualche cosa di popolare, di semplice e d’ingenuo, e averne gioia. Essa continuava a mangiare di buon appetito e diceva di ricordare tutto quello ch’egli non voleva. Non aveva affatto capito perché egli parlasse a quel modo, ma non si sorprendeva delle sue parole. Non si sarebbe affatto meravigliata se egli si fosse poi messo a baciarla ed abbracciarla come in passato. Poteva cioè essere che in passato egli avesse usato di fare a l’amore prima e predicare poi mentre, dopo la sua grave malattia, avesse deciso di cominciare dalla predica; e non era suo il compito di intendere la ragione di tale nuovo aspetto.
Però essa asserí di aver sempre tenuto conto delle sue raccomandazioni. Non le aveva mai dimenticate e mai s’era abbandonata ad amori disordinati. Lo diceva serenamente, continuando a masticare e senza studiare affatto la faccia del suo interlocutore per vedere se lui ci credesse.
Egli non le credette, ma si sentiva in obbligo di dimostrarle un poco di riconoscenza perché era stata tanto accondiscendente con lui. – Brava, – le disse, – sono molto contento di te. Mi fai un vero regalo conservandoti onesta e vedrai che te ne sarò molto grato. – Gli sembrava di aver fatto molto in quel primo abboccamento. Il resto si poteva riservarlo al giorno appresso dopo di essersi preso il tempo necessario alla riflessione. Tuttavia non seppe cambiar discorso e non solo perché i vecchi sono un po’ come i coccodrilli che non cambiano facilmente direzione, ma anche perché oramai con la giovinetta egli non aveva che un legame. In fondo piú di uno con lei non aveva mai avuto, solo che non era piú lo stesso. – E quel giovinotto, col quale passasti ieri sotto le mie finestre?
Essa non subito ricordò di essere passata per quella via. Lo ricordò dopo uno sforzo di memoria anzi di ragionamento: doveva essere passata per quella via essendo giunta a quell’altra da casa sua. Il giovinotto era un suo cugino ritornato dagli studii. Un ragazzo cui non bisognava dare importanza.
Di nuovo egli non le credette, ma gli parve per il momento di non dover insistere. Prima di congedarla – pretestò una grande stanchezza – le diede del denaro, questa volta non chiuso in una busta, ma contato accuratamente sul tavolo. Guardò la fanciulla per poter gioire della sua riconoscenza. Non ne vide molta. Prima di tutto a lei ripugnava sempre di parlare di denaro e il vecchio dovette piú volte invitarla di assistere a quel computo perché essa guardava via; poi la somma non era grande in verità perché allora con quei denari si potevano comperare tutt’al piú gli stivali che la giovinetta portava.
Essa se ne andò dopo di avergli dato un gran bacione e certamente pensò che l’amore veniva riservato al secondo abboccamento.
IX
Il vecchio quando voleva mettere ordine nei propri pensieri usava di chiacchierare con la persona che aveva a mano, dunque sempre la sua nemica e la sua unica compagna, l’infermiera. Perciò le raccontò ch’egli si sentiva sollevato perché la giovinetta aveva ricordato anche le lezioni di morale da lui datele in passato, e non s’arrestò per un’occhiataccia di meraviglia che l’infermiera gli inviò. Le raccontò poi bonariamente, come se avesse pensato a voce alta, ch’egli intendeva ora di beneficare la giovinetta e disse anche la somma di denaro che quel giorno intanto le aveva dato.
L’infermiera scattò. Diventava sempre cattiva quando sentiva nominare la giovinetta, ma cominciò con lo sprezzare la cifra di denaro che a lui era sembrata tanto vistosa. Non fu accorta – come poi si vedrà, – ma allora perseguí una certa sua politica con la quale tendeva a farsi aumentare il salario. Effettivamente il vecchio non aveva ancora capito come il denaro fosse divenuto piú vile che mai. Poi, appena, essa soggiunse: – In quanto a quella lí – l’accenno vago della mano era per la fanciulla – le è facile di ricordare le belle lezioni di morale da voi date; è certo che ne approfittò per bene.
Questa seconda osservazione fu per il vecchio meno importante della prima; gli appariva gravissimo il fatto che s’era bruttato di avarizia proprio quando aveva voluto mostrarsi tanto generoso. Se era vero quello che diceva l’infermiera egli aveva sbagliato gravemente perché quella somma doveva rappresentare il proprio riscatto che non poteva essere pagato con un importo lieve.
Questa fu la prima ragione di malcontento dopo tanta fiducia di arrivare alla quiete. In fondo il rimorso non è altro che il risultato di un dato modo di guardarsi in uno specchio. Ed egli si vide misero e piccolo. Sempre egli aveva pagato troppo poco quella giovinetta. Per certe gioie gli uomini generosi assumono equivalenti impegni. Per non assumerne alcuno egli ricordava di non avere in passato neppur preso anticipatamente degli appuntamenti con lei cosí che quando ne ebbe abbastanza gli bastò di non richiamarla. Gli altri uomini usano di pagare le donne ogni giorno perché esse devono mangiare anche quando nulla si chiede da loro. Lui invece l’aveva fatta lavorare alla Tramvia perché potesse mangiare ogni giorno eppoi l’aveva pagata in modo che a lui era sembrato signorile perché gli era parso di non dover altro che il fitto di poche ore. Cosí egli aveva condotto quell’avventura ch’egli, per diminuire l’aspetto sconcio, aveva voluto designare di «vera».
E gli parve che questo fosse il rimorso vero, non il fatto ch’egli, vecchio, si fosse attaccato ad una giovinetta. Perché avrebbe dovuto rimordergli se egli avesse presa con sé la giovinetta e messa al posto di quell’odiosa infermiera? Il vecchio sorrise, con un poco d’amarezza, ma sorrise. La giovinetta eternamente a sé da canto! La grande angina sarebbe intervenuta ben prima. Non adesso perché egli era sicuro che avrebbe potuto vivere vicinissimo alla giovinetta senz’aver a temere alcuna tentazione. Lo seccava ch’essa con lui continuasse ad assumere quelle arie di sirena e questa era la ragione per cui egli ora non avrebbe potuto sopportarla accanto a sé.
Ma in passato, avendola amata, il suo obbligo sarebbe stato di tenerla con sé e sarebbe stata educata meglio. Cosí facevano i giovani, mentre i vecchi amavano e correvano via o spingevano da sé l’oggetto amato.
Come doveva esser stato ridicolo lui quando l’aveva costretta ad assistere alla revisione di quella gran somma ch’egli le offriva! Ma a ciò poteva riparare. Ordinò subito all’impiegato di fargli avere per il primo giorno appresso una somma vistosa di denaro.
Poteva riparare anche ad altro. Provando per essa solo un affetto paterno poteva pur tentare di educarla. Se ne sentiva la forza. Solo doveva prepararsi bene prima d’incontrarla. Adesso non gli importava piú di farle ricordare quelle sciocche parole dalle quali soleva far accompagnare le manifestazioni della propria corruzione. Era stato debole con lei perché ancora sempre preoccupato dell’insensato desiderio di apparire puro.
Per qualche tempo restò ancora a meditare sulla poltrona. Gli sarebbe stato tanto comodo di spiegare a qualcuno le proprie intenzioni prima di metterle in atto. Anche negli affari egli usava consultarsi col procuratore per avere la visione netta di quello ch’egli voleva. Ma in questo affare da lui condotto da solo non poteva avere il consiglio di nessuno. Certo con la sua infermiera non doveva parlarne.
Ed è proprio cosí che nei suoi tardi anni il mio buon vecchio divenne scrittore. Quella sera scrisse solo degli appunti per la conferenza ch’egli voleva tenere alla giovinetta. Abbastanza alla breve: raccontava le proprie colpe senza attenuarle. Egli aveva voluto approfittare di lei e sottrarsi a qualunque obbligo verso di lei. Queste le sue due colpe. Era tanto semplice di scriverle! Avrebbe egli avuto il coraggio di ripetere ciò alla giovinetta? Perché no quando egli era pronto a pagare? Pagare con denaro e pagare di persona, cioè educarla e tutelarla. Quello zerbinotto non avrebbe avuto piú tanto facile il giuoco. Ecco che, scrivendo, veniva a galla anche costui che pur doveva avere avuto la sua parte nei dolori e nei rimorsi del vecchio.
Questi appunti furono scritti prima a matita eppoi copiati accuratamente a penna. I manoscritti in quella stanza non correvano pericolo perché la sua infermiera non sapeva leggere. Scrivendoli in penna vi aggiunse una morale piú generale un po’ noiosa e retorica. A lui pareva di aver corretto e completato. Invece aveva distrutto. Ma era inevitabile questo in un novellino. In passato il buon vecchio era stato uno scettico. Ora che la sua infermità aveva squilibrato il suo organismo si sentiva propenso alla protezione dei deboli e nello stesso tempo incline alla propaganda. Egli credette tutt’ad un tratto di aver qualche cosa da dire e non mica alla sola giovinetta.
Rilesse il manoscritto e a dire la verità fu una disillusione. Ma non assoluta perché egli credette di aver pensato bene e di aver scritto male. Ciò in un secondo tentativo avrebbe potuto essere corretto. Intanto gli pareva che quegli appunti potevano servirgli per la giovinetta. Per lui che tante volte dacché aveva aperti gli occhi al senno aveva dovuto star a sentire predicazioni di morale, quella roba non faceva. Ma la giovinetta era probabilmente stanca a quell’ora di molte cose di questo mondo, ma non di morale. Forse quelle parole ch’egli aveva scritto sentendole ma che ora, leggendole, non sentiva piú, l’avrebbero commossa.
Anche quella notte fu inquieta ma non sgradevole. L’insonnia prolungata è sempre un po’ delirante. Non tutte le cellule rimangono deste. Certe realtà scompaiono e quelle che restano deste si sviluppano senza freno. Il vecchio sorrideva a se stesso come a grande scrittore. Egli sapeva di aver da dire qualche cosa al mondo, solo in quel dormiveglia non sapeva bene che cosa. Però era cosciente di essere a mezzo addormentato e sarebbe pur venuto il giorno e la luce a completare la sua mente.