Kitabı oku: «Operazione Presidente»
O P E R A Z I O N E P R E S I D E N T E
(UN THRILLER DI LUKE STONE – LIBRO 5)
J A C K M A R S
Jack Mars
Jack Mars è l’autore bestseller di USA Today della serie di thriller LUKE STONE, che per ora comprende sette libri. È anche autore della nuova serie prequel FORGING OF LUKE STONE, e della serie spy thriller AGENTE ZERO.
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LIBRI DI JACK MARS
SERIE THRILLER DI LUKE STONE
A OGNI COSTO (Libro 1)
IL GIURAMENTO (Libro 2)
SALA OPERATIVA (Libro 3)
CONTRO OGNI NEMICO (Libro 4)
OPERAZIONE PRESIDENTE (Libro 5)
IL NOSTRO SACRO ONORE (Libro 6)
CASA DIVISA (Libro 7)
SERIE PREQUEL CREAZIONE DI LUKE STONE
OBIETTIVO PRIMARIO (Libro 1)
COMANDO PRIMARIO (Libro 2)
AGENTE ZERO SPY SERIES
IL RITORNO DELL’AGENTE ZERO (Libro #1)
OBIETTIVO ZERO (Libro #2)
LA CACCIA DI ZERO (Libro #3)
INDICE
CAPITOLO UNO
CAPITOLO DUE
CAPITOLO TRE
CAPITOLO QUATTRO
CAPITOLO CINQUE
CAPITOLO SEI
CAPITOLO SETTE
CAPITOLO OTTO
CAPITOLO NOVE
CAPITOLO DIECI
CAPITOLO UNDICI
CAPITOLO DODICI
CAPITOLO TREDICI
CAPITOLO QUATTORDICI
CAPITOLO QUINDICI
CAPITOLO SEDICI
CAPITOLO DICIASSETTE
CAPITOLO DICIOTTO
CAPITOLO DICIANNOVE
CAPITOLO VENTI
CAPITOLO VENTUNO
CAPITOLO VENTIDUE
CAPITOLO VENTITRÉ
CAPITOLO VENTIQUATTRO
CAPITOLO VENTICINQUE
CAPITOLO VENTISEI
CAPITOLO VENTISETTE
CAPITOLO VENTOTTO
CAPITOLO VENTINOVE
CAPITOLO TRENTA
CAPITOLO TRENTUNO
CAPITOLO TRENTADUE
CAPITOLO TRENTATRÉ
CAPITOLO TRENTAQUATTRO
CAPITOLO TRENTACINQUE
CAPITOLO TRENTASEI
CAPITOLO TRENTASETTE
CAPITOLO TRENTOTTO
CAPITOLO TRENTANOVE
CAPITOLO QUARANTA
CAPITOLO QUARANTUNO
CAPITOLO QUARANTADUE
CAPITOLO QUARANTATRÉ
CAPITOLO QUARANTAQUATTRO
CAPITOLO QUARANTACINQUE
CAPITOLO QUARANTASEI
CAPITOLO QUARANTASETTE
CAPITOLO QUARANTOTTO
La morte è un destino più dolce che la tirannia.
Eschilo
Due anni dopo…
CAPITOLO UNO
2 novembre
2:35 ora della costa orientale
Vicino al Tidal Basin- Washington DC
“Ok,” disse l’uomo, il fiato che si perdeva in nuvole bianche. “Che ci facciamo qui?”
Era tardi, e la notte era gelida con la pioggerellina che cadeva.
L’uomo si chiamava Patrick Norman, e stava parlando da solo. Era un investigatore, un uomo abituato a trascorrere lunghi periodi di tempo da solo. Parlare da solo faceva parte del lavoro.
Si trovava sul sentiero di cemento lungo la riva. Non c’era nessun altro in giro. Un attimo prima quello che sembrava un senzatetto si trovava disteso sotto dei giornali su una panchina a una cinquantina di metri di distanza. Adesso quell’uomo era sparito, e i giornali erano sparpagliati sul terreno bagnato.
Dal suo punto di osservazione, Norman riusciva a vedere il Lincoln Memorial lontano alla sua destra. Dritto davanti a lui e dall’altra parte del Tidal Basin c’era la cupola del Jefferson Memorial, illuminata da luccicanti azzurri e verdi. Le luci scintillavano sull’acqua.
Norman lavorava in quell’ambito da molto, e quello era il tipo di riunione che gli dava soddisfazione. A tarda notte, in un luogo isolato, con qualcuno che nascondeva la propria identità – rischioso, però era stato esattamente quel tipo di cose ad averlo ripagato, in passato. Altrimenti in quel momento non si sarebbe trovato lì.
Un uomo percorse lentamente il sentiero verso di lui. Era alto, indossava un lungo impermeabile e un cappello dall’ampia falda abbassato sul viso. Norman lo osservò avvicinarsi.
D’un tratto alle sue spalle ci fu del movimento. Norman si voltò, e c’erano altri due uomini. Uno era il senzatetto di prima. Era nero, in pantaloni da lavoro laceri e un pesante parka invernale. Il parka era bagnato e macchiato e sporco. Aveva i capelli ritti in strambi ciuffi e ricci sulla cima della testa. Il secondo uomo era solo un altro indefinito signor nessuno con impermeabile e cappello. Aveva folti baffi neri – se Norman avesse poi dovuto descriverlo, sarebbe stato questo il massimo che avrebbe saputo fare. Era troppo sconvolto sul momento per assorbire tanti dettagli.
“Come posso aiutarvi, signori?” disse Norman.
“Signor Norman,” disse l’uomo alto dietro di lui. Aveva una voce molto profonda. “Penso di essere la persona con cui vuol parlare.”
Norman sentì le spalle crollargli. Stavano giocando. Se quegli uomini avessero voluto fargli del male, probabilmente l’avrebbero già fatto. La cosa lo sollevò un po’ – quella era gente del governo. Fantasmi. Spie. Operativi dell’intelligence, si sarebbero definiti loro. La cosa lo infastidiva anche un po’. Nessuna misteriosa fonte con informazioni per lui. Quelli lì lo avevano trascinato là fuori in una notte piovosa per dirgli… cosa?
Gli stavano facendo perdere tempo.
Norman si voltò di nuovo per guardare in faccia l’uomo. “E lei chi è?”
Fece spallucce. Si mostrò un sorriso appena sotto all’ombra del cappello. “Chi sono non ha importanza. Ha importanza per chi lavoro. E posso dirle che i miei capi non sono contenti del livello del suo lavoro.”
“Sono il meglio che ci sia,” disse Norman. Lo disse senza esitare. Lo disse perché ci credeva. Su altro si poteva discutere. Ma una cosa che non era mai stata messa in questione era la qualità del lavoro che svolgeva.
“È quello che credevano anche loro, quando l’hanno assunta. Penso che sarà d’accordo sul fatto che sono stati pazienti. L’hanno pagata per un anno senza risultati. Però, improvvisamente è passato tutto questo tempo, e adesso i giochi sono quasi fatti. Sono costretti a prendere un’altra direzione, una direzione che speravano di non prendere. Le elezioni si svolgeranno tra cinque giorni.”
Norman scosse il capo. Sollevò le mani, i palmi verso l’alto, sui fianchi. “Cosa posso dirvi? Volevano che trovassi prove di corruzione, e le ho cercate. Non ce ne sono. Quella può essere tante cose, ma non corrotta. Non ha legami con l’attività del marito, né formali né informali. Il marito non gestisce neanche più gli affari quotidiani dell’azienda, e l’azienda non ha contratti governativi, né qui né altrove. Tutti i suoi capitali prematrimoniali vengono gestiti in un blind trust, senza apporto da parte sua – misura che ha preso quando si è guadagnata un posto in Senato quindici anni fa. Non ci sono prove di tangenti di nessun tipo, nemmeno un accenno o una voce.”
“Quindi ha fallito nel trovare qualcosa?” disse l’uomo.
Norman annuì. “Ho fallito nel…”
“Ha fallito, in altre parole.”
Un bagliore di luce apparve nella mente di Norman, una cosa che non aveva considerato perché prima non gli era mai stata chiesta.
“Volevano che trovassi qualcosa,” disse. “Che ci fosse oppure no.”
Gli uomini attorno a lui non dissero nulla.
“Se era così, perché non me l’hanno detto dall’inizio? Avrei detto loro di attaccarsi, e non avremmo mai avuto questa incomprensione. Se volete inventare brutte notizie, non assumete un investigatore. Assumete un pubblicitario.”
L’uomo si limitò a fissarlo. Il suo silenzio, e il silenzio dei suoi due accoliti, era snervante. Norman sentì il cuore accelerare il battito. Gli tremò appena il corpo.
“Ha paura, signor Norman?”
“Di voi? Neanche un po’.”
L’uomo guardò i due dietro a Norman. Afferrarono Norman senza una parola, ciascuno eseguendo su di lui una dolorosa mossa armbar, uno per lato. Gli strattonarono le braccia dietro alla schiena e lo costrinsero a mettersi in ginocchio. L’erba bagnata gli inzuppò istantaneamente i pantaloni.
“Ehi!” urlò. “Ehi!”
Urlare era una vecchia tecnica di fuga che aveva imparato a una lezione di autodifesa anni prima. Era stata di aiuto un paio di volte. Quando si era sotto attacco, urlare più forte che si poteva. La cosa sconvolgeva l’aggressore, e spesso faceva scappare la gente. Nessuno se lo aspettava, perché la gente normale raramente alza la voce. La maggior parte delle vittime non lo fa mai. Era una verità dolorosa – molta gente a quel mondo era stata rapinata o violentata o assassinata perché troppo educata per urlare.
Norman raccolse il fiato per il grido più forte della sua vita.
L’uomo gli strattonò la testa verso l’alto dai capelli e gli ficcò in bocca uno straccio. Era uno straccio grande, bagnato e sporco di petrolio o benzina o di qualche altra sostanza nociva, e l’uomo glielo spinse in profondità. Gli ci vollero molte spinte violente per ficcarlo fino in fondo. Norman non riuscì a credere a quanto arrivò in profondità, e a quanto gli riempisse tutta la bocca. La mascella gli si spalancò al massimo.
Non poteva far tornar su lo straccio. L’odore disgustoso che aveva, il sapore, lo facevano soffocare. La gola gli si mise in moto. Se avesse vomitato, sarebbe morto asfissiato.
“Ga!” disse Norman. “Ga!”
L’uomo gli diede uno schiaffo a lato della testa.
“Zitto!” sibilò.
Gli era caduto il cappello dal capo. Adesso Norman gli vedeva i feroci e pericolosi occhi azzurri. Erano occhi privi di pietà. Erano anche privi di rabbia. O allegria. Non tradivano emozioni di nessun tipo. Dall’interno del cappotto estrasse una pistola nera. Un secondo dopo estrasse un lungo silenziatore. Lentamente, con cautela, senza nessuna fretta, avvitò il silenziatore nella canna della pistola.
“Sa,” disse, “che rumore farà questa pistola quando avrà sparato?”
“Ga!” disse Norman. Gli tremava tutto il corpo senza controllo. Il sistema nervoso era impazzito – così tanti messaggi in arrivo tutti insieme, nel tentativo di spostarsi attraverso l’apparato, che Norman era congelato sul posto. Tutto ciò che riusciva a fare era tremare.
Per la prima volta, si accorse che l’uomo indossava guanti neri di pelle.
“Farà il rumore di un colpo di tosse. È così che la penso io di solito. Qualcuno ha tossito, una volta, e ha cercato di farlo piano per non disturbare nessun altro.”
L’uomo premette la pistola a lato della testa di Norman.
“Buonanotte, signor Norman. Mi dispiace che non abbia svolto il lavoro.”
* * *
L’uomo abbassò lo sguardo sui resti di Patrick Norman, ex investigatore indipendente. Era stato un uomo alto e magro con addosso un trench grigio con sotto un completo blu. Aveva la testa devastata, il lato destro esploso in un grosso foro d’uscita. Attorno alla testa del sangue si riversava sull’erba bagnata e scorreva per il sentiero. Se fosse continuato a piovere, probabilmente il sangue sarebbe stato lavato via.
Ma il corpo?
L’uomo porse la pistola a uno dei suoi assistenti, quello che prima, quella sera, aveva finto di essere un senzatetto. Il senzatetto, che pure indossava i guanti, si accucciò sul corpo e premette la pistola nel palmo destro del morto. Meticolosamente, premette ciascun dito di Norman sulla pistola in vari punti. Lasciò cadere l’arma a circa quindici centimetri dal corpo.
Poi si alzò e scosse la testa con tristezza.
“Che peccato,” disse con accento londinese. “Un altro suicidio. Immagino che trovasse il lavoro stressante. Troppi contrattempi. Troppe delusioni.”
“La polizia ci crederà?”
L’inglese offrì il fantasma di un sorriso.
“Neanche un po’.”
CAPITOLO DUE
8 novembre
3:17 ora dell’Alaska (7:17 ora della costa orientale)
Versanti del monte Denali
Parco nazionale del Denali, Alaska
Luke Stone non si muoveva di un millimetro.
Era accucciato assolutamente immobile su un tetto, dietro a una bassa tromba delle scale esterna fatta di cemento. La notte era pesante e calda – abbastanza da far sì che il sudore gli avesse inzuppato gli abiti. Respirava profondamente, le narici che divampavano, ma non emetteva suono. Il cuore gli batteva nel petto, lento ma forte, come un pugno che picchia ritmicamente su una porta.
Bum-BUM. Bum-BUM. Bum-BUM.
Sbirciò dietro l’angolo dell’annesso delle scale. Dall’altra parte, due uomini barbuti aspettavano con dei fucili automatici sulle spalle. Erano al parapetto dell’edificio, a guardare il porto sotto di loro. Chiacchieravano piano, ridendo di qualcosa. Uno si accese una sigaretta. Luke si allungò verso la gamba e fece scivolare il coltello da caccia a serramanico fuori dal nastro che glielo teneva alla caviglia.
Mentre Luke osservava, apparve il grosso Ed Newsam, che comparve nella visuale da destra, camminando quasi con noncuranza.
Il grosso uomo si avvicinò alle guardie. Adesso lo scorsero. Scorgere Ed Newsam era una frase allarmante. Ed portò le mani vuote in aria, ma continuò ad andare verso di loro. Uno degli uomini ringhiò qualcosa in arabo.
Luke comparve all’improvviso da dietro l’angolo, coltello alla mano. Un secondo, andato. Si precipitò verso di loro, i passi pesanti che scricchiolavano sul tetto di ghiaino. Tre secondi, quattro.
Gli uomini lo sentirono, si voltarono a guardare.
Adesso Ed attaccò, afferrando il più vicino dalla testa, girandogliela ferocemente a destra.
Luke colpì il suo uomo alto sul petto, facendolo cadere a terra. Gli atterrò sopra e ficcò forte il coltello nel pettorale dell’uomo. Lo perforò al primo tentativo. Gli schiacciò una mano sulla bocca, sentendo la peluria della barba. Accoltellò ancora e ancora, dentro e fuori, rapido, come il pistone di un macchinario.
L’uomo si dimenava e si agitava nel tentativo di togliersi di dosso Luke, ma Luke gli schiaffò via le mani e continuò ad accoltellare. Il coltello faceva un rumore liquido ogni volta che perforava.
Le braccia dell’uomo caddero sui fianchi. Gli occhi erano aperti, ed era ancora vivo, ma la voglia di lottare lo aveva lasciato.
Finiscilo. Finiscilo adesso.
Luke inclinò verso l’alto la testa dell’uomo, con la mano libera che ancora schiacciava forte contro alla bocca, e gli passò il coltello a serramanico sulla gola. Ne saltò fuori un getto di sangue.
Fatto.
Luke tenne la mano schiacciata contro la bocca finché l’uomo non se ne fu andato. Fissò il cielo nero della notte, lasciando che la vita rifluisse lentamente fuori dal suo avversario.
“Guarda il tuo uomo,” disse la voce di Ed. “Guarda!”
“Non voglio,” disse Luke. Continuò a fissare il cielo, la grande distesa della galassia della Via Lattea che gli riempiva la visuale. Erano visibili milioni di stelle. Era… non aveva parole per descriverla. Bellissima fu l’unica cosa che gli venne in mente. Voleva guardare quelle stelle per sempre. Sapeva che cosa avrebbe visto se avesse abbassato lo sguardo – aveva guardato già troppe volte, ormai.
“Devi guardare, bello,” disse piano Ed. “È il tuo lavoro, guardare.”
Luke scosse il capo. “No.”
Ma non c’era scelta. Buttò un’occhiata al corpo sotto di lui. La barba nera dello jihadista era sparita. Il volto aspro era stato sostituito dai bei lineamenti di una donna. I capelli ricci e neri adesso erano lunghi e morbidi e castano chiaro.
Luke stava coprendo la bocca di una donna con le mani. I suoi occhi azzurri e morti lo fissavano, ciechi – gli occhi di sua moglie Becca.
Ed adesso sussurrava. “Sei stato tu, bello. L’hai uccisa.”
Luke si svegliò d’improvviso.
Si mise seduto di scatto nella profonda oscurità, il cuore che gli martellava in petto. Era nudo, e aveva il corpo ricoperto di sudore. I capelli erano un lungo groviglio arruffato. La barba bionda era folta quanto quella di un qualsiasi guerriero santo islamico. Con quei capelli e quella barba, e la pelle segnata, poteva tranquillamente passare per un senzatetto.
Era avvolto in un sacco a pelo a mummia – tarato per il freddo estremo, venti gradi sottozero. Fuori dalla piccola tenda, fischiava il vento – la falda della tenda sbatteva rabbiosamente, un rumore così forte che riusciva a malapena a sentire il vento. Era a quasi cinquemila metri sul versante occidentale del Denali, e la montagna era già in pieno inverno. Due giorni prima era scoppiata una tempesta di neve, e il vento non aveva smesso di soffiare.
Non accendeva un fuoco da quando era arrivata la tempesta. In quaranta ore, non aveva lasciato la tenda tranne che per urinare. Era a milleduecento metri dalla sommità, e sembrava che non ci sarebbe arrivato. Alcuni avrebbero detto che non sarebbe arrivato da nessuna parte.
Era salito lassù impreparato in modo deplorevole – se ne era accorto adesso. Aveva portato abbastanza acqua per quattro giorni – era finita due giorni prima. Mangiava neve e ghiaccio per idratarsi, a quel punto. Andava bene così. Il peggio era il cibo. Si era portato un po’ di pasti pronti secchi. Adesso erano per la maggior parte andati. Quando era arrivata la tempesta, aveva cominciato a razionarli. Mangiava meno della metà delle calorie di cui aveva bisogno – per fortuna in due giorni si era appena mosso, e stava conservando le energie.
Non si era preoccupato di portare un fornello da campo. Non aveva una radio, quindi non aveva idea di cosa dicesse il bollettino meteorologico. Era arrivato in elicottero con un pilota privato, e non aveva presentato un itinerario all’assistenza del parco. Nessuno aveva la più pallida idea che lui fosse lì tranne il pilota, e gli aveva detto che l’avrebbe chiamato una volta finito.
“Sto cercando di uccidermi?” disse a voce alta. Rimase sconvolto dal suono della sua voce.
Conosceva la risposta. No. Non necessariamente. Se così fosse stato, ok, ma non stava cercando attivamente di morire. Si potrebbe dire che stava sfidando la sorte, accollandosi rischi assurdi, e che lo stava facendo dalla morte di Becca.
Lui voleva vivere. Voleva solo essere più bravo, a vivere. Se non ci riusciva…
Come marito era stato un fallimento. Come padre era un fallimento. La sua carriera era finita a quarantun anni – era uscito dal lavoro governativo due anni prima e non aveva cercato nient’altro. Non controllava i conti in banca da un po’, ma era ragionevole presumere che avesse quasi finito i soldi. Praticamente l’unica cosa in cui era bravo era sopravvivere in ambienti rigidi e impietosi. E uccidere – era bravo anche in questo. Per il resto era stato un totale e miserabile fallimento.
Poteva morire su quella montagna, ma la prospettiva non gli portava terrore.
Era spento, vuoto… intorpidito.
“Devi cominciare a pensare a come andartene di qui,” disse, ma erano solo chiacchiere – poteva andarsene, oppure no. Sarebbe stato un bel posto dove morire, nonché una cosa semplice da fare. Tutto ciò che doveva fare era… nulla. Alla fine – presto – avrebbe finito il cibo. Bere neve sciolta non lo avrebbe sostenuto a lungo. Gradualmente si sarebbe fatto più debole, finché non gli sarebbe stato impossibile scendere dalla montagna da solo. Sarebbe morto di fame. A un certo punto si sarebbe appisolato per non svegliarsi più.
Come fare a decidere? Come fare a decidere?
Di colpo urlò, inconsapevole del gesto finché non emise suono.
“Dammi un segno! Mostrami cosa devo fare!”
Proprio allora il telefono fece una cosa che non faceva da molto tempo – squillò. Il rumore lo fece saltare, e il cuore perse un colpo. La suoneria era il più forte possibile. Il motivetto era una canzone rock che suo figlio Gunner gli aveva messo nel telefono due anni prima. Luke non l’aveva mai cambiata. Anzi, l’aveva proprio tenuta di proposito. Faceva tesoro di quella canzone come dell’ultimo collegamento tra di loro.
Guardò il telefono. Gli ricordò una cosa viva, una vipera velenosa – si doveva fare attenzione nel maneggiarlo. Lo raccolse, guardò il numero e rispose.
“Pronto?”
Il rumore era confuso. Naturalmente la spessa tenda stava bloccando il segnale del satellite. Doveva uscire per rispondere a quella telefonata – un pensiero poco bello.
“Devo richiamare!” urlò nel microfono.
Persino muovendosi rapidamente, ci vollero molti minuti per assemblare lo strato di abiti necessario e vestirsi. Fuori faceva troppo freddo per vestirsi a metà. Tirò giù la zip della tenda, strisciò fuori dalla minuscola entrata e si spinse fuori nelle intemperie. Il vento e il pungente ghiaccio lo colpirono in volto tutto in una volta. Avrebbe fatto meglio a sbrigarsi.
Appese un faretto lampeggiante alla struttura della tenda e incespicando si allontanò dal rumore del tessuto che sbatteva nella neve profonda. Portò con sé una torcia potente, girandosi ogni qualche metro a segnare l’ubicazione del campo. Non c’erano luci là fuori, e la visibilità era di circa venti metri. La neve e il ghiaccio gli vorticavano attorno.
Premette il pulsante per chiamare e portò il telefono all’interno del cappuccio del parka. Rimase in piedi come una statua, in ascolto dei segnali acustici mentre il telefono stringeva la mano al satellite e tentava di avviare la chiamata.
“Stone?” disse una profonda voce maschile.
“Sì.”
“Resti in attesa per parlare con la presidente degli Stati Uniti.”
Fu un’attesa breve.
“Luke?” disse una voce femminile.
“Signora presidente,” urlò Luke. Non poté evitare di sorridere. “Da quanto tempo.”
“Troppo,” disse Susan Hopkins.
“A cosa devo l’onore?”
“Ho dei problemi,” disse lei. “Devi venire.”
Luke ci pensò per un attimo. “Oh, sono lontanissimo da tutto al momento. Sarà un po’ difficile arrivare…”
“Non importa,” disse Susan. “Ovunque tu sia, mando un aereo. O un elicottero. Qualsiasi cosa ti serva.”
“Un grosso e amichevole San Bernardo sarebbe un buon inizio,” disse Luke. “Con uno di quei barilotti di whiskey al collo.”
“Fatto. Ti porta anche un panino, nel caso avessi fame.”
Luke quasi rise. “Fame è un eufemismo. E quando ho finito di mangiare, avrò davvero bisogno di quell’elicottero.”
“Fatto anche questo. Prima che riappendiamo, ti passo qualcuno che possa prendere le tue coordinate e che mandi qualcuno a prenderti. Ci facciamo in quattro, qua. Crediamo nel servizio porta a porta.”
Luke dovette ammettere di sentire un rapido bagliore di sollievo. Pochi momenti prima non vedeva modo di andarsene da quella montagna, nessuna seconda chance per la vita. Adesso ne aveva una. Prima non lo sapeva se voleva morire o vivere – ma adesso lo sapeva con sicurezza. Lo capì dall’accelerazione del sangue quando Susan menzionò un modo per andarsene di lì. Intellettualmente, ancora non lo sapeva, ma visceralmente, il suo corpo glielo diceva.
Voleva vivere.
Nonostante tutto l’inferno che aveva passato, in qualche modo voleva vivere.
“Che succede?” disse Luke.
Susan esitò, e aveva la voce leggermente scossa. Lui lo sentì anche attraverso il vento che gli soffiava attorno. “Ieri ci sono state le elezioni.”
Luke prese in considerazione la cosa. Era disconnesso da tanto tempo che non aveva idea di che giorno fosse. Da qualche parte, lontanissimo, in un altro mondo, la gente faceva ancora campagna elettorale per la carica. Le ruote del governo continuavano a girare. C’erano politiche da discutere e importanti decisioni da prendere. C’era copertura mediatica, e mezzibusti che si urlavano addosso l’uno con l’altro. Era un po’ che non pensava a queste cose. Anzi, si era quasi dimenticato della loro esistenza.
Tra loro passò una lunga pausa.
“Luke,” disse Susan. “Ho perso le elezioni.”
CAPITOLO TRE
8:03 ora della costa orientale
Studio Ovale
Casa Bianca, Washington DC
“Che malefico bastardo,” disse qualcuno nella stanza. “Ha rubato, chiaro e semplice.”
Susan Hopkins era in piedi nel centro dell’ufficio e fissava il grande pannello televisivo piatto sulla parete. Era ancora intorpidita, quasi sotto shock. Anche se osservava con attenzione, aveva problemi a formare dei pensieri chiari. Era troppo da processare.
Era ben consapevole del completo che indossava. Era blu con una camicia elegante bianca. Era un po’ scomodo. Un tempo le era stato bene – anzi, era stato fatto su misura perché le andasse alla perfezione – ma oggi era chiaro che il suo corpo stava cambiando. Adesso l’abito le cadeva male. Le spalline della giacca erano troppo allentate, i pantaloni troppo stretti. Le spalline del reggiseno le pizzicavano la carne della schiena.
Troppi pasti a tarda notte. Troppo poco sonno. Troppa poca ginnastica.
Sospirò pesantemente. Quel lavoro la stava uccidendo.
Ieri, in quello stesso momento, appena aperti i seggi, lei era stata tra le prime persone degli Stati Uniti a votare. Era uscita dalla cabina elettorale con un gran sorriso in volto e un pugno in aria – immagine colta dalle telecamere e dai fotografi, e che era stata virale per tutto il giorno. Aveva cavalcato un’ondata di ottimismo fino al giorno delle elezioni, e gli exit poll della mattina precedente avevano fissato il supporto a lei a più del sessanta per cento di probabili votanti – una possibile vittoria schiacciante in corso.
E adesso questo.
Mentre guardava, il suo avversario, Jefferson Monroe, prese il palco nel suo quartier generale di Wheeling, Virginia Occidentale. Anche se erano le otto del mattino, c’era comunque una folla di supporter e addetti alla campagna. Ovunque le telecamere facessero una panoramica nella folla si vedevano alti cappelli alla Abramo Lincoln rossi, bianchi e blu – in qualche modo erano diventati l’emblema della campagna di Monroe. Quelli, e gli aggressivi cartelli divenuti il grido di guerra della sua campagna: L’AMERICA È NOSTRA!
Nostra? Che voleva dire? E contro chi? A chi altri doveva appartenere?
Sembrava chiaro: le minoranze, i non cristiani, i gay… i soliti. In particolare, era chiaro che si parlava dei cinesi immigrati in America, così come dei cinesi americani. Qualche settimana prima i cinesi avevano minacciato di chiedere il pagamento del debito e potenzialmente causare la bancarotta degli Stati Uniti. Ciò aveva permesso a Monroe di cavalcare un’ondata di paura cinese negli ultimi giorni della sua elezione. Monroe prosperava sulla paura – sulla paura cinese, in particolare. Stando a lui quella gente si comportava come il burattino segreto delle ambizioni imperialistiche del governo di Pechino e degli oligarchi cinesi che stavano acquistando ampi spazi di interessi commerciali e immobiliari americani. Stando a lui, se non ci facevamo duri i cinesi si sarebbero presi l’America.
La gente se l’era bevuta.
Gli arcinemici di Jefferson Monroe, e i nemici dei suoi supporter, erano i cinesi. I cinesi erano la grande nemesi dell’America, e quella testa vuota dell’ex modella alla Casa Bianca non aveva occhi per vederlo, o era una collaboratrice dei cinesi venduta.
Monroe fissò la folla con i suoi incassati occhi di ghiaccio. Aveva settantaquattro anni, i capelli bianchi, un viso rugoso e segnato dal tempo – un viso che sembrava molto più vecchio dei suoi anni. A giudicare dalla sua sola faccia, poteva avere cent’anni, o mille. Però era alto, e stava bello dritto. A detta di tutti dormiva tre o quattro ore a notte, ed era tutto quello che gli serviva.
Indossava una camicia bianca appena inamidata aperta sulla gola, senza cravatta – un altro suo marchio di fabbrica. Era miliardario, o quasi, ma era l’uomo della gente, per Dio! Un uomo venuto dal nulla. Povero in canna, originario delle montagne della Virginia Occidentale. Un uomo che, nonostante il recente benessere, aveva disprezzato i ricchi per tutta la vita. Un uomo che, più di tutto, disprezzava i liberali, soprattutto nordorientali, e in particolare i newyorkesi. Niente pantaloni costosi, abito da politicante di Washington DC e cravatta da conservatore per lui. In qualche modo era riuscito a mettere convenientemente in ombra il fatto di essere lui stesso il sommo politicante di Washington, avendo trascorso ventiquattro anni nel Senato degli Stati Uniti.
Susan pensava che ci fosse un pizzico di verità nei suoi scimmiottamenti. Aveva vissuto dei primi anni poverissimi nell’Appalachia – questo si sapeva. E si era fatto strada fuori di lì con le unghie e con i denti. Ma non era amico dell’uomo comune, né della donna. Per orchestrare la salita, fin dai primi tempi si era sempre allineato con gli elementi più arretrati della società americana. Era stato un teppista di Pinkerton da giovane, attaccava gli scioperi dei minatori di carbone con mazze e manici di mannaie. Aveva passato tutta la sua carriera nel taschino degli interessi dei maggiori produttori di carbone, sempre combattendo per una minore regolamentazione, meno sicurezza sul posto di lavoro, e meno diritti per i lavoratori. Ed era stato premiato meravigliosamente per i suoi sforzi.
“Ve l’avevo detto,” disse nel microfono.
La folla eruttò in esultazioni rauche.
Monroe le fece scemare con un gesto della mano. “Ve l’avevo detto che ci saremmo ripresi l’America.” Le esultazioni ricominciarono. “Io e voi!” urlò Monroe. “Ce l’abbiamo fatta!”
Adesso l’esultanza cambiò, trasformandosi gradualmente in uno slogan, uno slogan che a Susan era fin troppo familiare. Aveva una cadenza strana, quello slogan, come un valzer o una specie di botta e risposta.
“L’AMERICA È NOSTRA! L’AMERICA È NOSTRA! L’AMERICA È NOSTRA!”
Andò avanti all’infinito. Il rumore a Susan fece venire il mal di stomaco. Almeno non avevano cominciato con gli slogan ‘Sbattiamola fuori!’ che per un po’ erano stati popolari. La prima volta che li aveva sentiti era quasi arrivata alle lacrime. Sapeva che molte delle persone coinvolte probabilmente si stavano solo mettendo in mostra. Però almeno alcuni di quei pazzi volevano davvero appenderla, presumibilmente perché era una traditrice in lega con i cinesi. Il pensiero le lasciava dentro un vuoto.
“Basta fabbriche vuote!” urlò Monroe. Adesso fu il suo turno di sollevare in aria un pugno trionfante. “Basta città guidate dal crimine! Basta oscenità umane! Basta tradimenti cinesi!”
“BASTA!” rispose la folla all’unisono, un altro dei loro slogan preferiti. “BASTA! BASTA! BASTA!”
Kurt Kimball, frizzante, attento, grosso e forte come sempre, con una testa assolutamente calva, si mise davanti alla tv e usò il telecomando per togliere il sonoro.
Fu come se fosse stato rotto un incantesimo. Improvvisamente Susan fu di nuovo del tutto consapevole di ciò che la circondava. Era lì, nel salottino dello Studio Ovale con Kurt e la sua fidata assistente Amy, Kat Lopez, il segretario della Difesa Haley Lawrence e pochi altri. Quelli erano alcuni dei più fidati consiglieri di Susan.
Su un monitor a circuito chiuso c’era la vicepresidente di Susan, Marybeth Horning. Dopo il disastro di Mount Weather erano cambiati i protocolli di sicurezza. Marybeth e Susan non dovevano mai trovarsi nello stesso posto nello stesso momento. Ed era un peccato.
Marybeth era un’eroina per Susan. Era l’ex senatrice ultraliberale del Rhode Island che aveva tenuto corsi alla Brown per più di due decenni. Sembrava timida e fragile, con un caschetto di capelli grigi e occhiali dalla montatura rotonda da nonna.
Ma l’abito, in quel caso, non faceva il monaco. Era anche una tempestosa aizzatrice per i diritti dei lavoratori, delle donne, dei gay e dell’ambiente. Era la mente dell’iniziativa di successo sulla sanità che aveva lanciato l’amministrazione di Susan. Marybeth era nello stesso tempo un modesto genio, una storica e una feroce lottatrice politica dai denti aguzzi.
Altra cosa triste: Marybeth viveva nella vecchia casa di Susan sulla proprietà dell’Osservatorio navale. Quella casa era uno dei posti preferiti di Susan al mondo. Sarebbe stato bello andarci una volta ogni tanto.
“È un problema,” disse Kurt Kimball indicando la tv muta.
Susan quasi rise. “Kurt, ho sempre ammirato il tuo dono per la minimizzazione.”
Jefferson Monroe aveva fatto la promessa in campagna elettorale – la promessa! – che si sarebbe presentato al Congresso a caccia di una dichiarazione di guerra contro la Cina nel suo primo giorno ufficiale di presidenza. Anzi, e la maggior parte della gente aveva difficoltà a prendere la cosa seriamente, aveva insinuato che la prima mossa dell’esercito americano sarebbe consistita in attacchi tattici nucleari contro le isole artificiali della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Aveva anche promesso che avrebbe fatto erigere dei muri di sicurezza attorno alle Chinatown di New York, Boston, San Francisco e Los Angeles. Aveva detto che avrebbe chiesto ai canadesi di fare lo stesso a Vancouver e a Calgary.
I canadesi, naturalmente, si erano mostrati riluttanti.
“Il paese è impazzito,” disse Kurt. “E ci si aspetta che Monroe le chieda ancora di tenere il discorso della sconfitta, Susan.”
Kat Lopez scosse la testa. In quanto capo di gabinetto di Susan, Kat era maturata e si era fatta sicura di sé negli ultimi due anni. Era anche invecchiata di una decina d’anni. Quando era arrivata era una trentasettenne giovanile e bella in modo surreale – adesso dimostrava i suoi trentanove anni pieni, e anche qualcosa di più. Le erano apparse in volto delle rughe, il grigio stava invadendo il nero corvino dei capelli.
“Glielo sconsiglio, Susan,” disse. “Abbiamo prove di estesa soppressione del voto di minoranze in cinque stati del Sud. Abbiamo il sospetto di una vera e propria manomissione delle macchine elettorali in Ohio, in Pennsylvania e nel Michigan. Il conteggio in molti posti è ancora troppo vicino perché la partita si possa considerare chiusa – solo perché le stazioni televisive hanno dichiarato suoi questi stati, non significa che dobbiamo farlo anche noi. Possiamo trascinare questa cosa per settimane, se non per mesi.”
“E causare una crisi di successione,” disse Kurt.
“Possiamo fronteggiarla,” disse Kat. “Ne abbiamo viste di peggiori. L’insediamento non si terrà che il venti gennaio. Se ci vuole così tanto, che così sia. Guadagniamo tempo. Se ci sono stati brogli, i nostri analisti lo scopriranno. Se c’è stata soppressione del voto come pensiamo, ci saranno cause legali. Nel frattempo governiamo ancora noi.”
“Su questo sono d’accordo con Kat,” intervenne Marybeth dal monitor. “Io dico che combattiamo finché non cadiamo.”
Susan guardò Haley Lawrence. Era alto e robusto, con scarmigliati capelli biondi. Aveva il completo così spiegazzato che sembrava quasi che ci fosse svenuto dentro. Sembrava essersi svegliato appena dieci minuti prima da un incostante sonno pieno di incubi. Tranne che per l’altezza uguale, lui e Kurt Kimball nell’aspetto erano quasi agli antipodi.
“Haley, sei tu l’unico repubblicano della stanza,” disse Susan. “Monroe è del tuo partito. Voglio sapere che cosa pensi tu della cosa, prima di decidere.”
Lawrence si prese un lungo momento prima di rispondere. “Non penso che Jefferson Monroe sia davvero un repubblicano. Le sue idee sono molto più radicali che conservatrici. Si circonda di gang di giovani teppisti. Ha trascorso l’ultimo anno facendo leva sulle più ingenue e basilari nozioni della gente rabbiosa e risentita. È un pericolo per la pace mondiale, per l’ordine sociale e per gli stessi ideali sui quali è stato fondato questo paese.”
Haley fece un respiro profondo. “Odierei vedere lui e i tipi come lui occupare questo ufficio e questo edificio, anche se si scopre che ha vinto davvero. Se fossi in lei, lo ostacolerei il più a lungo possibile.”
Susan annuì. Era quello che voleva sentire. Era ora di prepararsi alla battaglia. “Ottimo. Non terrò il discorso della sconfitta. Non ce ne andiamo da nessuna parte.”
Kurt Kimball sollevò una mano. “Susan, sarò d’accordo con qualsiasi cosa lei voglia fare, fin quando avrà presente le potenziali conseguenze di queste azioni.”
“Quali sono?”
Cominciò a enumerarle sulle dita, in quello che non sembrava un ordine specifico, come se fosse pronto a descriverne ciascuna come gli venivano in mente.
“Non sostenendo volontariamente la carica, sta rompendo una tradizione di due secoli. Verrà chiamata traditrice, usurpatrice, aspirante dittatrice, e probabilmente di peggio. Infrangerà la legge, e alla fine potrebbero esser mosse contro di lei delle accuse formali. Se non sorgono prove di brogli elettorali, lei farà la figura della vanesia e della sciocca. Potrebbe danneggiare il suo posto nei libri di storia – in questo momento ha una reputazione eccellente.”
Adesso sollevò la mano Susan.
“Kurt, comprendo le conseguenze,” disse, e fece un respiro profondo.
“E io dico, portiamole in scena.”
CAPITOLO QUATTRO
11 novembre
16:15 ora della costa orientale
Cimitero di Mount Carmel
Reston, Virginia
Una sola rosa rossa, appena recisa, giaceva sull’erba marrone. Luke fissò il nome e l’epitaffio incisi sul marmo nero luccicante.
REBECCA ST. JOHN
Vivere, ridere, amare.
La tetra giornata uggiosa stava già svanendo e arrivava la sera. Sentì un brivido attraversalo. Era stanchissimo per il lungo viaggio di ritorno all’est. Si era anche rasato, aveva i capelli corti – non era più protetto dal freddo dalla criniera ispida. Distolse lo sguardo dalla pietra e guardò il cimitero, righe su righe di lapidi che coprivano i pendii tondeggianti in una zona tranquilla dei sobborghi di Washington DC.
Sollevò lo sguardo sul cielo grigio piombo. Quando si erano sposati, Becca aveva preso il suo cognome. Apparentemente aveva scelto di scendere nella tomba con il suo cognome da nubile. La cosa lo aveva bruciato, nel profondo. La loro rottura era stata completa. Quasi agitò il pugno contro il cielo, contro Becca, ovunque si trovasse adesso.
La odiava? No. Però lo aveva fatto arrabbiare moltissimo. Lo aveva incolpato di tutto ciò che era andato male nel loro matrimonio, fino a includere la sua stessa morte di cancro.
Sulla strada del cimitero, appena giù dalla collina a un centinaio di metri di distanza, una limousine nero corvino accostò di fronte all’anonima berlina a noleggio di Luke. Mentre osservava, un autista con giacca e berretto neri aprì la portiera posteriore.
Ne emersero due figure. Una era un giovane, che si stava facendo alto quanto il padre. Il ragazzo indossava jeans, sneakers, una camicia e una giacca a vento. L’altra figura era un’anziana, appena piegata, con addosso un lungo e pesante cappotto di lana contro l’aria umida dell’autunno. Luke non doveva indovinare chi fossero – lo sapeva già.
Luke aveva imbrogliato. Certo che lo aveva fatto. Quindici minuti prima aveva seguito quella stessa limousine. Quando aveva capito dove stavano andando, aveva deciso di batterli sul tempo. I due che adesso procedevano lentamente su per il sentiero, a braccetto, erano Audrey, la madre settantaduenne di Becca, e Gunner, il figlio tredicenne di Luke e Becca.
Luke distolse lo sguardo un attimo mentre si avvicinavano, scrutando l’orizzonte come se là fuori lo interessasse qualcosa. Quando si voltò di nuovo erano quasi arrivati. Li osservò arrivare. Audrey si muoveva lentamente, studiandosi i piedi con cautela quando toccavano terra – dimostrava più anni di quanti ne aveva. Gunner camminava goffamente con lei, sostenendola. Il lento passo sembrava che gli avrebbe fatto perdere l’equilibrio – era come un giovane puledro intrappolato in una stalla, tutto energia frustrata, smanioso di sprigionare la sua velocità e il suo potere.
Gunner guardò Luke interrogativamente, ma solo per qualche secondo. Erano passati quasi due anni dall’ultima volta che si erano visti – un’immensa quantità di tempo alla sua età – e per un attimo fu chiaro che non sapeva chi fosse Luke. Il volto gli si oscurò quando si accorse di guardare suo padre. Poi guardò a terra.
Audrey seppe subito chi era Luke.
“Posso aiutarti?” disse prima ancora di raggiungere la lapide.
“Tu no,” disse Luke. Audrey e suo marito Lance non lo avevano mai accettato come genero. Erano stati un’influenza tossica nel suo matrimonio da ben prima che lui e Becca si scambiassero i voti. Luke a Audrey non aveva niente da dire.
“Che ci fai qui, papà?” disse Gunner. Adesso aveva la voce più profonda. Sulla gola aveva la sporgenza del pomo d’Adamo – prima non c’era.
“Sono stato chiamato qui dalla presidente. Ma volevo prima vedere te.”
“La tua presidente ha perso,” disse Audrey. “Si è rintanata nella Casa Bianca come una pazza, rifiutandosi di ammettere la sconfitta. Ho sempre saputo che aveva qualcosa di sospetto. Adesso è sotto gli occhi di tutto il mondo. Sperava di diventare imperatrice?”
Luke guardò Audrey, con calma, esaminandola. Aveva occhi infossati con le iridi così scure da sembrare quasi nere. Aveva un naso aguzzo, come un becco. Aveva le spalle curve, e le mani erano incredibilmente fragili. Le ricordava un uccello – un corvo, o magari un avvoltoio. Un mangiatore di carogne, comunque.
“Ha perso,” disse di nuovo Audrey. “Deve farsene una ragione e prepararsi a consegnare il potere al vincitore.”
“Gunner?” disse Luke, ora ignorando Audrey. “Possiamo parlare?”
“Avevo detto senza mezzi termini a Rebecca di non sposarti. Le avevo detto che sarebbe finita in modo disastroso. Ma non avevo mai neanche immaginato che si sarebbe arrivati a questo.”
“Gunner?” ripeté Luke, ma adesso il ragazzino guardava altrove. Luke vide una lacrima scendergli giù per il viso. Il ragazzino deglutì a fatica.
“Voglio solo scusarmi.”
Le parole gli uscirono sbagliate. Scusarsi? Le scuse non bastavano. Luke lo sapeva. Ci sarebbe voluto ben più delle scuse per sistemare di nuovo la situazione, se mai fosse stato possibile. Voleva dirlo a Gunner. Voleva dirgli che avrebbe fatto qualsiasi cosa, qualsiasi, se solo gli avesse permesso di tornare nella sua vita.
Aveva commesso un errore terribile. Avrebbe trascorso il resto della vita su quello. Lo avrebbe sistemato.
Gunner lo guardò, ora piangendo apertamente. Le lacrime gli scendevano a fiumi giù per il viso. “Non voglio parlarci con te.” Scosse la testa. “Non voglio vederti. Voglio solo dimenticarti, non lo vedi?”
Luke annuì. “Ok. Ok, lo rispetto. Ma sappi che ti voglio bene e che sono sempre aperto a sentirti. Hai ancora il mio numero? Puoi chiamarmi se cambi idea.”
“Non ho il tuo numero,” disse Gunner. “E non cambierò idea.”
Luke annuì di nuovo. “In questo caso, ti lascio stare.”
La voce di Audrey seguì Luke giù per il sentiero. “Mi pare una buona idea,” disse. “Lascia stare il ragazzo.” Poi rise, un gracchio folle che sarebbe sembrato un tossire se Luke non lo conoscesse già.
“Lasciaci stare con la nostra morta.”
Luke andò alla sua auto, ingranò la marcia e fu quasi ai cancelli del cimitero prima di cominciare a piangere anche lui.
CAPITOLO CINQUE
16:57 ora della costa orientale
Bubba’s Lounge
Chester, Pennsylvania
Nessuno ricordava chi fosse Bubba.
La piccola taverna si trovava a un angolo di strada all’estremità sudorientale di Chester, vicino al fiume, da dopo la seconda guerra mondiale. In vari momenti dieci diverse persone ne erano state i proprietari, e si era sempre chiamata Bubba, per quanto ci si ricordasse. Ma nessuno sapeva perché.
“Immagino che getterà la spugna,” disse un uomo al bar.
“È solo questione di tempo,” disse un altro.
Oggi al bar c’era Marc Reeves. Marc era un veterano, sessantasette anni. Da venticinque anni di tanto in tanto spillava birra in quel bar, e ormai era sopravvissuto a tre titolari. Aveva visto la città fallire completamente, da quel bar. In una città dove praticamente tutto era stato sprangato o presto lo sarebbe stato, il Bubba era un successo. Però nessuno lo teneva a lungo.
Il locale era anche andato in fallimento – questo era il problema. Non perdeva soldi, non faceva soldi. Era meglio lavorarci, o venirci a bere, che esserne il proprietario. Almeno ti tornava qualcosa per i fastidi.
C’era un grosso e vecchio televisore a colori montato su una barra di ferro dietro al bar. A quell’ora del pomeriggio il locale aveva quattro o cinque bevitori giornalieri allineati sul bancone per buttar via gli assegni della previdenza sociale e ciò che rimaneva del fegato. Di solito la televisione era sintonizzata su una partita qualsiasi. Oggi però era diverso. Oggi la presidente teneva la prima conferenza stampa da quando aveva perso le elezioni.
Marc l’aveva guardata con scetticismo quando aveva assunto la carica, soprattutto considerando le circostanze, ma aveva cominciato a piacergli. Pensava che avesse fatto un buon lavoro, tutto sommato. Lei, e il paese, avevano fronteggiato molte tempeste. Quindi il giorno precedente aveva fatto una cosa che faceva raramente – aveva votato per lei. Erano dodici anni che non metteva piede in un seggio elettorale.
Non tutti erano d’accordo con la sua decisione.
“Il nuovo mi piace,” disse uno grasso lungo il bancone. Tutti lo chiamavano Skipper. Probabilmente non aveva mai visto una barca in vita sua. “Che cos’ha mai fatto Susan Hopkins per Chester, Pennsylvania? È questo che voglio sapere. Comunque è ora che qualcuno metta un freno a questa invasione di cinesi.”
“E che ci ridia il lavoro, visto che ci sei,” disse un uomo che si chiamava Steve-O. Steve-O era così magro da essere come uno di quei scovolini per pipa fatti a forma di omino. Entrava lì a bere birra e bourbon ogni singolo giorno. Marc non aveva mai visto Steve-O mandar giù un boccone. Sembrava sopravvivere di solo alcol.
Marc stava asciugando i bicchieri da birra appena usciti dalla lavastoviglie. “Steve-O, hai la disabilità da vent’anni.”
“Non intendevo dire il mio lavoro,” disse Steve-O.
Qualcuno rise.
In tv apparve un podio vuoto. Era fiancheggiato da bandiere americane.
“Signore e signori,” disse una voce sommessa, “la presidente degli Stati Uniti.”
Susan Hopkins salì sul palco da destra. Indossava un tailleur con pantalone marrone chiaro, i capelli in un corto caschetto biondo. Bellissima. Marc se la ricordava ai tempi in cui faceva la modella, in particolare una certa edizione in costume da bagno di Sports Illustrated di venticinque anni prima. All’epoca stava raggiungendo la mezza età, era sposato con figli. C’era qualcosa che spezzava il cuore in quello scatto – lei era eterea, irraggiungibile, di un altro mondo. Non aveva parole per quello che era. E, comunque, adesso era anche meglio – più terra terra, più matura. A Marc piacevano le donne con un certo chilometraggio.
“Levatelo, tesorino!” disse Steve-O strappando qualche risata agli altri.
Marc aveva servito a Steve-O sei shot e sei birre nelle ultime due ore. Adesso avrebbe detto che Steve-O era visibilmente ubriaco. E stava cominciando a dargli sui nervi. “Adesso basta, Steve-O.”
Steve-O lo guardò. “Cosa?”
“Chiudi la bocca o va’ a casa. È questo che sto dicendo.”
Marc tornò a voltarsi verso lo schermo televisivo. La Hopkins non aveva ancora detto nulla. Sembrava trattenere un’emozione. Era la fine, allora. Stava per fare il discorso della sconfitta. Era sembrata popolare, però alla fine era stata una presidente da una sola legislatura – e nemmeno completa.
“Miei connazionali americani,” disse.
Il bar ammutolì. La stanza da dove parlava era quasi silenziosa – Marc riusciva a sentire il ronzio e gli scatti delle macchine fotografiche.
“Esporrò i miei commenti con brevità. È stata una campagna elettorale combattuta a fatica tra due visioni dell’America molto diverse. Una visione è di ottimismo, comprensione e orgoglio per ciò che abbiamo compiuto come nazione. L’altra è un’oscura visione di pericolo, disperazione, risentimento e paranoia, persino, che vede la nostra nazione come un paesaggio rovinato che può essere salvato attraverso gli sforzi di un solo uomo. E promette violenza – violenza contro il nostro partner commerciale più importante, così come violenza contro le nostre comunità, i nostri vicini, e i nostri amici.
“Sono sicura che sapete quale visione abbraccio io. Non posso accettare una visione del mondo basata su razzismo, pregiudizio e diffidenza. Eppure, nonostante i miei timori, in circostanze normali ora avrei il compito di congratularmi con l’apparente vincitore di questa gara, e di dare il benvenuto al presidente eletto, preparandomi graziosamente per il pacifico trasferimento di potere che costituisce un tratto caratteristico della nostra democrazia.”
Fece una pausa. “Ma queste non sono circostanze normali.”
Marc si tirò dritto. Sentì un fremito lungo la spina dorsale. Guardò gli uomini allineati al bar. Ciascuno di loro adesso era incollato al televisore. Ciascuno di loro improvvisamente era attento, come un animale prima di una tempesta in avvicinamento. Che stava dicendo?
“La mia campagna ha scoperto prove di irregolarità nelle elezioni in almeno cinque stati, inclusa soppressione di voto, ma anche aperta manomissione e potenziale hackeraggio delle macchine elettorali. Abbiamo ragione di credere che le elezioni siano state rubate, non solo alla nostra campagna, ma al popolo americano. Abbiamo già contattato l’FBI e il dipartimento di Giustizia per queste nostre preoccupazioni, e intendiamo assistere a una piena e imparziale indagine. Finché questa non sarà completata – per quanto ci voglia – non posso e non riconoscerò i risultati delle elezioni, e continuerò a svolgere i doveri di presidente degli Stati Uniti, portando a termine il mio giuramento di proteggere e sostenere la Costituzione. Grazie.”
In tv, la presidente Hopkins si spostò verso destra e uscì dallo schermo. Ci fu un balbettio di voci mentre i reporter urlavano, gareggiando gli uni con gli altri per avere la sua attenzione. Scoppiarono i flash. Il televisore passò a una telecamera diversa, questa concentrata sulla presidente che veniva fatta uscire di fretta da una porta laterale dietro a un mare di grossissimi agenti dei servizi segreti. Non aveva risposto a una singola domanda.
“Che significa?” disse Steve-O. “Può farlo?”
Nessuno disse una parola.
Marc continuò ad asciugare i bicchieri di birra. Nemmeno lui conosceva la risposta a quella domanda.
CAPITOLO SEI
17:48 ora della costa orientale
34° piano
Willard Intercontinental Hotel, Washington DC
“Siamo una nazione soggetta alla legge?” urlò l’uomo al telefono.
Sedeva con i piedi sull’ampia scrivania di quercia lucidata, guardando le luci del Campidoglio fuori dalla finestra alta dal pavimento al soffitto. Fuori era buio – il sole tramontava presto in quel periodo dell’anno.
“È questo che voglio sapere. Perché se siamo una nazione soggetta alle leggi, quella donna, l’occupante attuale della Casa Bianca, deve fare le valigie. Ha perso, e ha vinto Jefferson Monroe. Jefferson Monroe è il presidente eletto degli Stati Uniti. E, arrivato il giorno dell’insediamento, se l’occupante attuale non è fuori, dovremo sfrattarla, come lo sceriffo che sfratta un inquilino lavativo.”
L’uomo fece una pausa di qualche secondo per ascoltare il reporter all’altro capo della linea.
“Ah sì, può citarmi. Stampi ogni parola.”
Riappese il telefono e lo fece scivolare sulla scrivania. Controllò l’orologio e respirò profondamente. Era stato al telefono con giornalisti per quasi un’ora da quando Susan Hopkins era scappata dal palco per sfrecciare fuori dalla stanza alla fine della sua sciocca conferenza stampa.
L’uomo si chiamava Gerry O’Brien. A cinquant’anni era molto alto e magrissimo. Stava perdendo i capelli, e il volto era tutto angoli e precipizi infossati. Pesava quanto il giorno in cui si era laureato al college. Era una maratoneta, un triatleta, e negli ultimi anni aveva preso a fare corse nel fango e di sopravvivenza. Qualsiasi cosa di difficile, tosta, estrema, dove la gente precipitava giù per le fiancate o vomitava le budella o cadeva per una collina e si spaccava le ginocchia, aveva su il suo nome.
Figlio di immigrati irlandesi, era emerso sulle strade di Woodside, Queens. Suo padre era una guardia carceraria. Sua madre una donna di servizio. Gente dura, e lo avevano cresciuto perché fosse un duro. Se si vuole crescere a Woodside, bisogna combattere. Ok? Non aveva importanza per lui. Sarebbe entrato in competizione con chiunque. Era così feroce, così spietato, che i ragazzini del quartiere lo chiamavano lo Squalo.
Fu la prima persona della famiglia ad andare al college, e poi – territorio sconosciuto – alla scuola di legge. Aveva fatto il suo primo milione prima di compiere i trenta, dando la caccia alle ambulanze – lesioni personali.
Si era fatto fare una foto in cui era molto arrabbiato (e poche persone avevano la capacità di mostrarsi arrabbiate come lui) e aveva pagato per far affiggere dei piccoli poster promozionali per tutta la metropolitana.
Ferito? Ti serve qualcuno di tosto che combatta per i tuoi diritti. Un avvocato vero. Un newyorchese vero. Ti serve Gerry O’Brien. Ti serve lo Squalo.
Quasi istantaneamente, era diventato Gerry lo Squalo. Chiunque prendesse la metro nei cinque distretti conosceva quel nome. Prendeva la metro anche lui solo per guardare le sue pubblicità – e lui la metro la odiava.
Più faceva, più manifesti poteva permettersi. E più manifesti faceva affiggere, più faceva. Ben presto passavano gli spot nella tv della notte, poi di metà pomeriggio. Jackpot. Aveva avuto tre avvocati a lavorare per lui, poi cinque, poi dieci. Poi venti. Quando dieci anni prima aveva venduto l’attività, aveva trentatré avvocati e più di cento persone dello staff.
Era andato in pensione per qualche anno. Aveva girovagato. Vagabondato. Viaggiato per il mondo. Aveva preso troppe droghe. Aveva bevuto troppo. Aveva fatto troppo… di tutto. Entrare nella politica della destra radicale probabilmente gli aveva salvato la vita. Aveva sostituito tutta la robaccia con l’autodisciplina e una visione dell’America che aveva scoperto di condividere con molta gente – un ritorno ai tempi più semplici degli albori.
Tempi in cui la supremazia dei bianchi non era in questione. Tempi in cui il matrimonio era tra un uomo e una donna. Tempi in cui un giovane poteva uscire da scuola a diciotto anni, entrare in una fabbrica e trascorrere il resto della sua vita lavorativa lì dentro, facendo tutti i soldi di cui aveva bisogno per mantenere la sua famiglia.
C’era dell’altro, ovvio, molto altro. Cose più oscure, cose per cui serviva uno stomaco forte, cose che non erano adatte a un consumo più ampio. Aveva grandi piani. Avrebbero ripulito il paese, una volta per tutte. Ma non era cosa che si poteva dire in pubblico, no? Non ancora.
Gerry lo Squalo si alzò dalla scrivania e attraversò la distesa di stanze. C’era qualche segretaria, ma la maggior parte della gente lavorava fuori. Gerry era lì non solo perché era lo stratega di punta, ma anche perché era il body man del capo, il suo assistente più fidato – e non gli piaceva non avere sotto gli occhi il vecchio.
Erano arrivati in volo da Louisville quel pomeriggio. Il suo capo era proprietario di quel… come lo si può chiamare? Appartamento? Certo, un appartamento con dieci camere, dodici bagni e mezza dozzina di uffici con una sala conferenze e una sala da pranzo per lo staff. Prendeva un piano intero di uno dei più alti e costosi hotel del mondo. Quell’hotel era il luogo in cui si era svolta la storia americana. Lì John F. Kennedy aveva avuto i suoi molti appuntamenti segreti pomeridiani. Lì.
Ci avrebbero trascorso la notte. Avevano del lavoro importante da sbrigare a Washington DC la mattina dopo, presto.
Gerry percorse sciolto il corridoio, pose la chiave magnetica sul sensore e passò nelle zone giorno. Il salotto di fronte era arredato con opulento stile da vecchio mondo, come la stanza di una villa vittoriana.
Un uomo dai capelli bianchi stava in piedi presso un’alta finestra, le tende scostate. Fissava la notte. Indossava un tre pezzi nonostante fosse a casa sua e non avesse intenzione di uscire. Le camicie dal colletto aperto erano una sciocchezza, ovviamente. A lui piaceva vestirsi bene come tutti.
Teneva in mano un martini. Il bicchiere sembrava minuscolo. Erano le mani – nonostante l’abito elegante dell’uomo, e la sua evidente salute, aveva le grosse mani nodose di una persona cresciuta facendo lavori manuali, e parecchi. Le mani dicevano: Cosa c’è di sbagliato in questo quadretto?
Era una notte fresca nella capitale della nazione, e il vento ululava fuori dalla finestra, un poco appena. Il vecchio guardava lo scenario dell’immensa estesa urbana e le luci della città. Gerry sapeva che persino dopo tutti quei decenni il ragazzo di campagna dentro al vecchio era abbagliato dalle luci della città.
“Come va la guerra?” disse Jefferson Monroe, presidente eletto degli Stati Uniti, nella sua dolce cadenza del sud.
“Benissimo,” disse Gerry, e diceva sul serio. “È in guai seri e non sa cosa fare. La dichiarazione di oggi ha chiarito il concetto. Non intende sgombrare la presidenza? Fa proprio il nostro gioco. Si sta isolando – l’opinione pubblica passerà dalla nostra parte. Se ce la giochiamo bene, potremmo riuscire a farla uscire di lì prima del previsto. Penso che dobbiamo far salire la pressione – farle lasciare la presidenza in anticipo, molto prima che si concluda un’indagine su brogli elettorali. Poi cancelliamo l’indagine noi.”
Il vecchio si voltò dall’alta finestra. “Ci sono precedenti di un presidente che abbia ceduto il potere in anticipo?”
Gerry lo Squalo scosse la testa. “No.”
“Allora come facciamo?”
Adesso Gerry sorrise. “Ho qualche idea.”
CAPITOLO SETTE
18:47 ora della costa orientale
Studio Ovale
Casa Bianca, Washington DC
Era sola quando accompagnarono nella stanza Luke.
Per un attimo, lui credette che stesse dormendo. Era seduta nel salottino, accasciata su una delle poltrone. Sembrava una bambola di pezza rotta, o una ragazzina delle superiori che mostra disprezzo per l’insegnante con quella postura da fannullona.
La nuova Resolute desk incombeva dietro di lei. I pesanti drappi erano tirati, bloccando le alte finestre. Sul pavimento, lungo i margini del tappeto ovale, era stampata un’iscrizione:
L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa – Franklin Delano Roosevelt
Le parole facevano tutto il giro del tappeto, terminando proprio dove erano cominciate.
Indossava pantaloni azzurri e una camicia bianca. La giacca era appesa sullo schienale di una sedia. Si era tolta le scarpe, che giacevano storte sul tappeto.
Nonostante la postura, aveva gli occhi acuti e vivi. Lo osservavano.
“Ciao, Susan,” disse.
“Hai visto la conferenza stampa?” disse.
Scosse la testa. “Ho smesso di guardare la tv più di un anno fa. Da allora mi sento molto meglio. Dovresti provare.”
“Ho detto al popolo americano che non mi dimetto.”
Luke quasi rise. “Scommetto che la cosa è stata accolta benissimo. Cos’è successo? Questo lavoro ti piace così tanto che non vuoi lasciarlo? Sono piuttosto sicuro che non funzioni così.”
Le apparve un piccolo sorriso in volto. Il sorriso, a malapena presente, gli ricordò perché un tempo fosse stata una top model. Era bellissima. Aveva un sorriso che poteva illuminare una stanza. Poteva illuminare il cielo.
“Hanno rubato le elezioni.”
“Ovviamente,” disse lui. “E adesso tu le rubi a tua volta. Mi pare un bel piano.” Fece una pausa. Poi le disse quello che pensava sinceramente. “Senti, penso che tu stia meglio senza questo lavoro. Adesso non avranno più Susan Hopkins da maltrattare. Lascia che scoprano quanto vanno peggio le cose senza di te. Ti imploreranno di tornare.”
Scosse la testa, il sorriso che si faceva più luminoso. “Non credo che funzioni così.”
“Non lo credo neanch’io,” disse lui.
Scosse la testa. Le sfuggì un lungo sospiro.
“Dove sei stato, Luke Stone? Saresti dovuto rimanere qui. Ci siamo divertiti parecchio qui, una volta scemato un po’ il caos. Abbiamo fatto del gran bene. E tu dovevi insegnarmi a sparare. Ti ricordi?”
Strinse le spalle. “Sì. Volevi sparare al capo dello stato maggiore congiunto. Me lo ricordo. Però non sparo da nove mesi. Andavo al poligono una volta ogni tanto, per tenermi in esercizio. Poi ho pensato, perché preoccuparsene? Non voglio sparare a nessuno. E anche se un giorno dovessi farlo, sono piuttosto sicuro che l’esperienza mi tornerà.”
“Come andare in bicicletta?” disse.
Sorrise. “O caderne.”
Si mise seduta dritta e indicò la sedia di fronte a lei. “Davvero non sai cosa sta succedendo?”
Luke si accomodò sulla sedia. Era una sedia con la spalliera dritta, né comoda né scomoda. “Ho sentito qualche tuono in lontananza. Il nuovo è di destra estrema. Non gli piacciono i cinesi. Riporterà il lavoro manifatturiero. Non so bene come – sparerà a tutti i macchinari? In ogni caso, se è quello che vuole il popolo…”
“L’ignoranza è una benedizione, immagino,” disse Susan.
“Non esattamente una benedizione, però…”
“È un fascista,” disse lei. “È un miliardario, un barone brigante che ha finanziato i gruppi di suprematisti bianchi per decenni, apparentemente anche quando era al Senato. Progetta di andare in guerra contro la Cina il primo giorno in carica, probabilmente con colpi nucleari tattici, anche se non so bene quante persone ci credano davvero. Vuole costruire recinzioni e mura difensive attorno alle Chinatown delle città americane. Le sue osservazioni indicano disprezzo per le minoranze, per i gay, per i disabili, per chiunque non sia d’accordo con lui, così come sprezzo per l’indipendenza degli organi giudiziari del governo.”
Luke non era sicuro di cosa pensarne. Era fuori dal giro da molto. Si fidava di Susan, e sapeva che lei credeva a quello che diceva. Lui però aveva dei problemi a crederci. Aveva servito nell’esercito sotto il comando di presidenti conservatori, e allo Special Response Team sotto il comando di presidenti liberali. Sì, erano diversi l’uno dall’altro, ma radicalmente diversi? Diversi fino a credere nel suprematismo bianco e nelle recinzioni di sicurezza attorno a enclave di minoranze? No. Proprio no. A prescindere da chi fosse al potere, c’era sempre qualcosa che si poteva chiamare american way.
“E stai dicendo che la gente ha votato per questa roba?”
Scosse la testa, adesso con enfasi. “Crediamo che ci siano stati diffusi brogli elettorali e soppressione di voto in almeno cinque stati, tutti swing state. È per questo che dico che hanno rubato le elezioni.”
Luke stava cominciando a vedere il puzzle, ma mancavano dei pezzi. “Vuoi che indaghi sulla cosa?” disse. “È per questo che mi hai richiamato qui? Ci sarebbero altri cento…”
“No,” disse lei. “Hai ragione. Ci sono altre cento persone. Abbiamo messo degli analisti dei dati a esaminare le macchine elettorali. Abbiamo messo degli investigatori a interrogare della gente sulla soppressione dei voti, soprattutto nei distretti neri del sud rurale. E, in maniera circostanziale e aneddotica, le prove sono già piuttosto forti. Non abbiamo bisogno di te per l’indagine.”
La sua risposta lo confuse, e forse un po’ lo infastidì. Era solo ad alta quota in montagna a lavorare sui suoi problemi. A sfidarsi. A sfidare Dio a ucciderlo. Forse anche a trovare un po’ di chiarezza.
Adesso era di nuovo a Washington DC, a farsi rimproverare da suo figlio e a ricevere sorrisetti dalla sua ex suocera. Era stato in colonna nel traffico e si era sottoposto a controlli di sicurezza. Si era rasato la barba e si era fatto tagliare i capelli. Era tornato tra gli esseri umani normali e i loro interessi e le loro preoccupazioni. Quando era un soldato in combattimento, lo chiamavano ‘tornare al mondo’ – luogo in cui in realtà non voleva stare.
“Allora che cosa ci faccio qui?” disse.
“Ancora non ne sono sicura,” disse lei. “Però so di aver bisogno di te. Ho fatto una cosa senza precedenti rifiutandomi di consegnare il potere. Non è mai stato fatto prima nella storia americana. Le cose qui potrebbero scaldarsi molto rapidamente, e non ci sono molte persone nella mia amministrazione di cui mi fidi. Voglio dire completamente, al cento per cento, senza alcun dubbio. Qualcuna sì, ma non di più.”
Lo indicò. “E te. Fin dall’inizio del mio mandato come presidente non hai fatto che salvare questo paese. Tu mi hai salvato la vita. Hai salvato mia figlia. Potresti aver salvato il mondo da una guerra nucleare. Poi sei scomparso proprio quando le cose si sono messe bene. Non avevo mai incontrato un uomo come te, Luke. Sei fatto per il brutto tempo, per usare un eufemismo. E mi sembra che si stia preparando una tempesta.”
Fatto per il brutto tempo.
Non l’aveva mai sentita messa così. Però ovviamente era vero – lo aveva etichettato meglio di quanto avesse mai fatto Becca. Meglio di quanto si fosse mai etichettato lui stesso. Non solo era fatto per quello, ma era ciò che per cui viveva. Quando faceva bel tempo, si annoiava. Si allontanava. Andava in cerca di un uragano in cui perdersi.
“Allora che cosa vuoi che faccia?”
“Sta’ vicino. Vivi nella residenza della Casa Bianca per il momento. Possiamo darti un titolo ufficiale – guardia del corpo personale. Stratega dell’intelligence. È un po’ strano, ma non importa. Chuck Berg è ancora a capo del distaccamento dei servizi segreti per la sicurezza della casa. Ti conosce e ti rispetta. Ci sono moltissime stanze in cui alloggiare. Se vuoi puoi avere la camera di Lincoln. Ci ha dormito qualche persona famosa. Il cantante della rock band Zero Hour e la moglie ci hanno dormito qualche settimana fa. Belle persone – lui non c’entra niente col suo personaggio sul palco. Fa molta beneficienza in Africa, finanzia sistemi di filtrazione dell’acqua e via dicendo.”
Si fermò per prendere fiato prima di continuare. “Ovviamente la Casa Bianca è stata completamente ricostruita due anni fa, quindi Lincoln non ha mai dormito nella nuova camera di Lincoln, però…”
A Luke adesso parvero farneticazioni. Era come una bambina che cercava di spiegare qualcosa di importante a un adulto, senza mai dire di che cosa si trattasse.
“Vuoi una coperta di sicurezza,” le disse. “È per questo che sono qui.”
Annuì. “Sì. Ne avevo una da piccola. Era morbida e aveva cucita su la simpatica immagine di un dinosauro, che col tempo è svanita in una macchia verde. La chiamavo Copertina. Dio, mi manca.”
Adesso Luke rise proprio. La risata gli uscì come l’abbaiare improvviso di un cane. Era bello ridere. Non ricordava l’ultima volta che era successo.
“Copertina, eh?”
“Esatto. Copertina.”
C’era dell’altro che gli stava chiedendo? Non lo capiva. Diamine, la residenza della Casa Bianca? Doveva essere una promozione, dalla stanza al Marriott che gli avevano dato per la notte precedente.
“Ok,” disse. “Ci sto.”
CAPITOLO OTTO
20:26 ora della costa orientale
Sud di Canal Street
Chinatown, New York City
“Ok,” abbaiò Kyle Meiner. “Stiamo per beccarli. Quindi ascoltate!”
Kyle si accucciò nel retro di un lungo furgone nero per il trasporto merci che saltellava tra buche e solchi delle strade cittadine. Guardò i suoi uomini – otto tizi grossi, ammassati lì. Tutti là dentro erano muscolosi, tipi da palestra. Non c’era un uomo lì che non riuscisse a sollevare cento chili sulla panca o centotrentacinque in squat. Tutti assumevano come minimo creatina, e alcuni ragazzi buttavano giù steroidi, l’ormone per la crescita umana, in alcuni casi roba più esotica – quelli erano i seri. Ciascuno di loro aveva un taglio a spazzola o la testa rasata.
Il corpo di Kyle era come il loro, solo più grosso, se possibile. Aveva braccia come pitoni, gambe come tronchi d’albero. Le vene gli emergevano dai bicipiti, lungo il collo, la fronte, il petto, ovunque. A Kyle le vene piacevano.
Vene voleva dire flusso sanguigno. Vene voleva dire potere.
C’erano altri cinque furgoni come quello nel convoglio, e ciò diceva a Kyle che stavano per seminare quaranta o cinquanta pragmatici attivisti irriducibili per le strade. Aderenti t-shirt a manica lunga strette su petti e torsi – ciascuna maglietta nera con le parole TEMPESTA IMMINENTE in bianco. Le lettere sembravano vagamente ossa umane, e avevano schizzi di quello che pareva sangue rosso brillante lungo il fondo.
Occhi severi restituirono lo sguardo di Kyle. Quegli uomini erano la punta affilata della lancia.
“Non voglio vedere armi là fuori,” disse Kyle. “Nessun coltello, nessuna mazza, Dio vi aiuti se vedo una pistola. Tirapugni. Se avete addosso qualcosa, lasciatela nel furgone. Intesi?”
Qualcuno brontolò e borbottò.
“Come? Non vi sento.”
I brontolii stavolta furono più forti.
“Questo è un raduno e una manifestazione, ragazzi. Non un combattimento da strada. Se i musi gialli tirano su un combattimento, ok. Difendete voi stessi e gli altri. Lanciate pure qualche comunista contro un muro di mattoni, per quel che mi riguarda. Sappiate solo che quando arriva la polizia e vi trova armati, è reato. Abbiamo avvocati in chiamata rapida, pronti a partire, ma se vi fate beccare per possesso di armi, stasera non ne uscite, e forse non ne uscirete a lungo. Devo sentirvi su questo punto. Non voglio vedere nessuno al fresco. È un male per voi, ed è una cattiva pubblicità per l’organizzazione. Intesi? Dai!”
“Intesi!” urlò qualcuno.
“Yo!”
“Abbiamo capito, bello.”
Kyle sorrise. “Bene. E adesso andiamo a spaccare qualche culo.”
I cartelli erano impilati nel retro. La maggior parte diceva L’America è nostra! Uno diceva I gialli a casa loro! Quello era il cartello di Kyle. Se quegli uomini erano la lama affilata, lui era la goccia di veleno sulla punta.
Aveva ventinove anni, ed era un organizzatore della Tempesta Imminente da poco più di due. Era il lavoro dei suoi sogni. Dove aveva trovato le reclute? In sala pesi, quasi esclusivamente. Gold’s Gym. Planet Fitness. YMCA. Posti in cui grossi e forti uomini passavano il tempo, uomini che ne avevano abbastanza. Della censura. Del pensiero della polizia. Dei lavori buoni che finivano oltreoceano. Della mescolanza razziale.
Della religione di multiculturalismo che veniva loro imposta.
Se qualcuno cinque anni prima avesse detto a Kyle che avrebbe raccolto gruppi di uomini – i migliori, i più duri, i più aggressivi giovani bianchi che riuscisse a trovare – e che avrebbero infuso la paura del Signore nelle persone che stavano trascinando giù quel paese… che avrebbero riportato l’America alla grandezza… e che lui sarebbe stato pagato per farlo? Be’, Kyle avrebbe detto che quel qualcuno era un idiota.
Però, eccolo qui.
Ed ecco i suoi ragazzi.
E il loro era un uomo che era stato appena eletto presidente degli Stati Uniti.
Non c’era che la luce del giorno davanti, e avrebbero fatto molta, moltissima strada. E chiunque si fosse parato davanti a loro, che avesse cercato di fermarli o anche solo di rallentarli – chiunque del genere sarebbe stato falciato. Così stavano le cose.
Le portiere posteriori del furgone si aprirono, e i ragazzi saltarono giù afferrando i cartelli. Kyle fu l’ultimo. Uscì in strada, la notte che pareva risplendere attorno a lui. Fuori faceva freddo – nevicava anche un po’ – ma Kyle era troppo esaltato per sentirlo. La strada era stretta, con caseggiati di quattro piani ad affollarla su ciascun lato. Tutti i cartelli al neon delle vetrine erano in cinese, grovigli di assurdità incomprensibili – impossibili da leggere, impossibili da capire.
Era ancora America, quella? Certo che sì. E la gente qui parlava inglese.
I furgoni parcheggiarono in fila. Ovunque grossi uomini bianchissimi in maglie nere, una massa che rimbalzava e si contorceva. Erano una forza d’invasione, come vichinghi in un raid costiero. Brandivano i cartelli come asce d’armi. Il sangue correva rapido.
Una folla di minuscoli asiatici sgomenti guardava con… cosa?
Shock? Orrore? Paura?
Oh sì, tutte quante.
Cominciò il primo slogan, un po’ mansueto per i gusti di Kyle, ma per cominciare andava bene.
“L’America… è nostra!”
I ragazzi trovarono la loro voce e il volume salì di una tacca.
“L’AMERICA… È NOSTRA!”
Kyle fletté le braccia. Fletté la parte superiore della schiena, e le spalle rotonde, e le gambe. Era un raduno, certo, ed era quello che aveva detto ai suoi uomini. Ma sperava che diventasse qualcosa di più. Tratteneva la rabbia da quello che sembrava moltissimo tempo.
I raduni andavano bene, però aveva davvero voglia di spaccare teste.
Nel giro due minuti, il suo desiderio venne esaudito. Mentre la fila di manifestanti si spostava giù per la strada, a forse quindici metri da lui, cominciò uno spintonamento.
Uno dei suoi prese un cinese da entrambe le spalle e lo spinse contro una vetrina di portafogli. Il cinese cadde attraverso la vetrina, che collassò istantaneamente. Altri due cinesi saltarono sul tizio. Improvvisamente, Kyle correva. Lasciò cadere il cartello e si precipitò tra la folla.
Atterrò un cinese con un pugno, poi guadò un gruppo dei loro, nuotando di brutto. I suoi pugni rompevano ossa.
E, lo sapeva bene, ne sarebbero arrivati altri.
CAPITOLO NOVE
21:15
Ocean City, Maryland
“Non benissimo,” disse Luke.
L’ascensore era tutto tappeti e pareti in vetro. Una doppia riga di pulsanti percorreva il pannello metallico. Scorse il suo riflesso nello specchio concavo di sicurezza nell’angolo in alto. Era un’immagine di lui strana, distorta, da casa degli specchi, totalmente in conflitto con il riflesso sulle pareti di vetro. Il vetro normale mostrava un uomo alto vicino alla mezza età, molto in forma, con profonde zampe di gallina attorno agli occhi e un principio di grigio nei corti capelli biondi. Gli occhi sembravano antichi.
A fissarli, improvvisamente poté vedersi da uomo vecchissimo, solo e spaventato. Era solo al mondo – più solo di quanto fosse mai stato. In qualche modo gli ci erano voluti due interi anni per capirlo. Sua moglie era morta. I suoi genitori se n’erano andati da tanto. Suo figlio si stava indurendo nei suoi confronti. Non c’era nessuno nella sua vita.
Poco prima, in macchina, appena prima di entrare nell’ascensore, aveva ripescato il vecchio numero di cellulare di Gunner. Era sicuro che Gunner ce lo avesse ancora. Il ragazzo avrebbe tenuto il numero anche dopo essersi trasferito dai nonni, anche dopo aver preso il miglior iPhone nuovo disponibile. Luke ne era sicuro – Gunner teneva il suo vecchio numero perché più di tutto voleva sentire suo padre.
Luke aveva inviato un semplice messaggio al vecchio numero.
Gunner, ti voglio bene.
Poi aveva aspettato. E aspettato. Niente. Il messaggio era andato nel vuoto, e non era tornato niente. Luke non sapeva neanche se fosse il numero giusto.
Come si era arrivati a quello?
Non aveva tempo di riflettere sulla risposta. L’ascensore si aprì direttamente nell’ingresso dell’appartamento. Non c’era corridoio. Non c’erano altre porte eccetto quelle doppie di fronte a lui.
Le porte si aprirono e lì c’era Mark Swann.
Luke si immerse nella sua visione. Alto e magro, con lunghi capelli biondo rossiccio e occhiali rotondi alla John Lennon. Aveva i capelli raccolti in una coda di cavallo. Era invecchiato, in due anni. Era più pesante di prima, soprattutto attorno alla parte media del tronco. Il volto e il collo sembravano più spessi. La t-shirt aveva le parole SEX PISTOLS sul davanti in lettere che potevano essere usate per scrivere un biglietto di riscatto. Indossava blue jeans, con scarpe Converse All-Star a scacchiera gialla e nera ai piedi.
Swann sorrise, ma Luke vide chiaramente che sforzo c’era dietro. Swann non era felice di vederlo. Sembrava che avesse mangiato pesce avariato.
“Luke Stone,” disse. “Accomodati.”
Luke ricordava l’appartamento. Era grande e iper-moderno. C’erano due piani, open space, con un soffitto alto sei metri. Una scala di acciaio e cavi saliva al primo piano, dove si collegava una passerella. Lì c’era un soggiorno, con un ampio divano sezionale bianco. Dietro di esso l’ultima volta c’era un dipinto astratto – assurde chiazze rabbiose rosse e nere che si sviluppavano per un metro e mezzo – Luke non ricordava bene come fosse. Comunque, adesso era sparito.
I due si strinsero la mano, poi si abbracciarono con fare imbarazzato.
“Albert Helu?” disse Luke usando il nome dell’alias di Swann che possedeva l’appartamento.
Swann scrollò le spalle. “Se ti va. Puoi chiamarmi Al. È come mi chiamano tutti qui. Ti porto una birra?”
“Certo. Grazie.”
Swann sparì in cucina attraverso una porta a vento.
Alla sua destra Luke poteva vedere il centro di comando di Swann. Era cambiato pochissimo. Una partizione in vetro lo divideva dal resto dell’appartamento. Una grossa sedia in pelle se ne stava a una scrivania con un argine di computer fissi sul pavimento al di sotto di essa, e tre schermi piatti sopra. Dei cavi correvano per tutto il pavimento come serpenti.
Sulla parete in fondo, dall’altra parte del sofà, c’era un gigantesco televisore a schermo piatto, forse grande la metà di quelli del cinema. Era muto. Sullo schermo, circa una dozzina di furgoni e auto della polizia erano parcheggiati su una via cittadina, le luci che lampeggiavano nell’oscurità. Cinquanta poliziotti erano in fila. Del nastro giallo della polizia si allungava in molte direzioni. Una grossa folla di gente stava dietro al nastro, fin giù per l’isolato e lontano dalla scena.
LIVE diceva la didascalia sotto alla scena. CHINATOWN, NEW YORK CITY
Swann tornò con due bottiglie di birra. Istantaneamente Luke seppe perché Swann si stava ingrassando. Trascorreva molto tempo a bere birra.
Swann indicò la tv. “Hai sentito?” disse.
Luke scosse la testa. “No. Cos’è?”
“Circa quarantacinque minuti fa un mucchio di neonazisti ha cercato di fare una specie di manifestazione nel mezzo di Chinatown a New York. Tempesta Imminente, mai sentiti?”
“Swann, e se ti dicessi che ho passato gli ultimi due anni a vivere più che altro in tenda?”
“Allora direi che non hai mai sentito della Tempesta Imminente. Comunque, in realtà sono un’organizzazione no-profit che si dedica alla custodia e alla promozione culturale… di cosa? Dei bianchi, immagino. Europei americani? Boh. Vogliono rendere l’America sicura per i bianchi. Jefferson Monroe è il loro finanziatore maggiore – fondamentalmente sono la sua versione moderna delle camicie brune. Probabilmente ci sono una mezza dozzina di gruppi così adesso, ma penso che questo sia il più grosso.”
“Cos’è successo?”
Swann fece spallucce. “Cosa vuoi che sia successo? Si sono messi a picchiare gente a caso per strada. Tu questi non li hai mai visti. Sono squadre di scagnozzi. Tipi grossi. Lanciavano gente in giro. Un paio di persone del vicinato se l’è presa. Hanno risposto ai nazisti. Si è sparato a un po’ di gente, l’ultima conta diceva cinque morti. Chi ha sparato è ancora a piede libero. È quella che chiamano una situazione fluida.”
“La gente uccisa era tutta dei nazisti?” disse Luke.
“Così pare.”
Luke fece spallucce. “Be’…”
“Esatto. Non una gran perdita.”
Luke distolse lo sguardo dalla tv. Aveva difficoltà a capacitarsi di quel che stava accadendo. Susan Hopkins credeva che le elezioni fossero state rubate. Il suo avversario, il presidente entrante, finanziava un gruppo neonazista che aveva appena acceso la scintilla di una piccola guerra razziale a New York City. Era così che venivano fatte le cose adesso? Quando era cambiato tutto? Luke era stato via parecchio, apparentemente.
“Che hai fatto ultimamente, Swann?”
Swann sedette sul grande divano bianco. Fece un cenno al posto di fronte al suo. Luke si accomodò. Aveva il beneficio tangibile di essere voltato dall’altra parte rispetto alla tv. Da dove si trovava lui, poteva guardare fuori dalle porte di vetro oscurato che davano sulla terrazza sul tetto di Swann. La vasca idromassaggio emanava una pallida luce al neon azzurra. Per il resto, là fuori era più che altro buio. Luke aveva dormito sul terrazzo, una volta. Sapeva che nelle ore di luce offriva una vista panoramica sull’oceano Atlantico.
“Non molto,” disse Swann. “Niente, a essere sincero.”
“Niente?”
Swann parve pensarci per un attimo. “Lo stai vedendo. Sono in disabilità. Quando siamo tornati dalla Siria, non sono mai riuscito a… a tornare al lavoro. Ci ho provato un paio di volte. Ma l’intelligence è roba seria. Non ci avevo mai dato importanza quando erano gli altri a rimanere feriti. Ma dopo la Siria? Ho avuto attacchi di panico. Le teste segate, sai? Per un po’ le vedevo continuamente. È stato brutto. È stato troppo.”
“Mi dispiace,” disse Luke.
“Anche a me. Credimi. E non è finita. Sono un po’ un recluso adesso. Tengo il mio vecchio appartamento a Washington DC, ma per lo più vivo qui adesso. È sicuro. Nessuno può arrivarci se non lo voglio io.”
Stone ci pensò per un secondo, ma non disse nulla. Era abbastanza vero, tutto sommato. La stragrande maggioranza della gente lì non ci poteva arrivare. La gente onesta e normale. La gente carina. Ma i cattivi? Gli assassini? Quelli delle black op? Loro ci sarebbero arrivati, se avessero voluto.
“Esco raramente,” disse Swann. “Ordino la spesa su internet. Faccio entrare il ragazzo nell’edificio da qui, e lo monitoro quando sale in ascensore. Lo osservo con la tv a circuito chiuso. Gli lascio una mancia in corridoio, lui lascia le borse della spesa sulla porta, e io lo guardo scendere. Poi esco in corridoio a prendere la roba. Un po’ patetico. Lo so.”
Luke non disse nulla. Era triste che Swann fosse ridotto a quello, ma Luke non l’avrebbe definito patetico. Capitava. Forse avrebbe potuto aiutare Swann, riportarlo nel mondo, ma forse no. In ogni caso ci sarebbe voluto molto lavoro, e tempo, e Swann avrebbe dovuto volerlo. A volte traumi psicologici del genere non guarivano mai davvero. Swann era stato prigioniero dell’ISIS, stava per essere decapitato quando Luke e Ed Newsam si erano presentati lì senza invito. Era stato percosso e avevano finto di fargli l’esecuzione prima che arrivassero.
Tra loro ci fu un silenzio, un silenzio non bello.
“C’è stato un periodo in cui ho biasimato te per quello che mi è successo.”
“Ok,” disse Luke. Quella era la verità di Swann, e Luke non si sarebbe messo a discutere la cosa con lui. Ma Swann aveva accettato la missione volontariamente, e Luke e Ed avevano rischiato la vita per salvarlo.
“Capisco che non ha molto senso, e adesso non lo credo, però mi ci sono voluti mesi di terapia per trovarmi in questo stato. Tu e Ed avete questo strano bagliore attorno a voi. È come se foste sovrumani. Anche quando rimanete feriti, sembra che non vi feriate sul serio. La gente vi si avvicina troppo e comincia a pensare che questa cosa che avete voi si applichi anche a loro. Ma non è così. La gente normale si ferisce, e muore.”
“Adesso sei in terapia?”
Swann annuì. “Due volte la settimana. Ho trovato uno che lo fa via video. Lui è nel suo ufficio e io sono qui. È piuttosto buona.”
“Che cosa ti dice?”
Swann sorrise. “Dice: qualsiasi cosa tu faccia, non comprare un’arma. Io gli dico che vivo al ventottesimo piano con un balcone aperto. Non mi serve un’arma. Posso morire quando mi pare.”
Luke decise di cambiare argomento. Parlare dei modi in cui Swann poteva suicidarsi… non era allegro.
“Vedi spesso Ed?”
Swann scrollò le spalle. “Non lo vedo da un po’. È preso dal lavoro. È comandante della squadra Recupero ostaggi. È spesso fuori dal paese. Una volta ci vedevamo di più. È praticamente lo stesso, però.”
“Ti va di lavorare un po’?” disse Luke.
“Non lo so,” disse Swann. “Penso che dipenda da che cos’è. Le richieste, quello che devo fare. Non voglio neanche giocarmi la disabilità. Paghi in nero?”
“Lavoro per la presidente,” disse Luke. “Susan Hopkins.”
“Carino. Che cosa le serve da te?”
“Pensa che le elezioni siano state rubate.”
Swann annuì. “Ho sentito. Le notizie viaggiano alla velocità della luce in questi giorni, ma questa è una storia destinata a durare. Non vuole dimettersi. Ma tu che c’entri? E, cosa più importante, io cosa c’entrerei?”
“Be’, probabilmente vorrà della raccolta di informazioni da parte nostra. Immagino che voglia smontare questi tipi. Al momento non ho dettagli.”
“Posso lavorare da qui?” disse Swann.
“Immagino di sì. Perché no?”
Luke fece una pausa. “Ma la verità è che questa conversazione mi preoccupa un po’. Sei diverso da prima. Lo sai. Vorrei assicurarmi che tu abbia ancora le tue vecchie doti.”
Swann non parve infastidito. “Mettimi alla prova come ti comoda. Sono qui giorno e notte, Luke. Che cosa pensi che faccia del mio tempo? Hackero. Ho tutte le mie vecchie doti, e alcune di nuove. Potrei persino essere meglio di prima. Finché non devo uscire…”
Adesso Swann fece un attimo di pausa. Fissò la birra che teneva nelle mani, poi alzò lo sguardo su Luke. Aveva gli occhi seri.
“Odio i nazisti,” disse.
CAPITOLO DIECI
12 novembre
8:53 ora della costa orientale
Ala ovest
Casa Bianca, Washington DC
“Ci sono state violenze per tutta la notte,” disse Kat Lopez. “I dettagli ce li ha Kurt, ma il peggio è stato a Boston, San Francisco e Seattle.”
“Perché non ne sono stata informata?” disse Susan.
Percorrevano i corridoi dell’ala ovest verso lo Studio Ovale. I tacchi ticchettavano sul pavimento di marmo. Susan si sentiva meglio di quanto non si sentisse da un po’ – ben riposata da una lunga notte di sonno. Aveva fatto colazione nella cucina di famiglia senza controllare le notizie neanche una volta. Stava cominciando a credere che gli eventi stessero volgendo al meglio. Fino a un minuto prima.
Kat scrollò le spalle. “Volevo che dormisse un po’. Non c’era nulla che lei potesse fare in piena notte, e ho pensato che questa sarebbe stata un’altra giornataccia. Kurt è stato d’accordo con me.”
“Ok,” disse Susan. Immaginava di dire sul serio.
Un uomo dei servizi segreti aprì loro le porte ed entrarono nello Studio Ovale. Lì in piedi c’era Kurt Kimball, le maniche arrotolate, pronto a partire. Luke Stone sedeva in una delle poltrone, quasi nella stessa posizione della sera precedente.
Stone indossava una semplice t-shirt nera con una giacca in pelle, jeans ed eleganti stivali di pelle. Sembrava più fresco, meno distante, più presente nel qui e ora rispetto al giorno prima. Aveva gli occhi vivi. Stone era un cowboy dello spazio, decise Susan. Talvolta era via, nell’etere. Era lì che andava quando scompariva. Ma adesso era tornato.
“Salve, Kurt,” disse Susan.
Kurt si girò verso di lei. “Susan. Buongiorno.”
“Begli stivali, agente Stone.”
Stone sollevò l’orlo dei jeans di qualche centimetro per mostrarle meglio lo stivale. “Ferragamo,” disse. “Me li ha dati un tempo mia moglie. Hanno un valore sentimentale.”
“Mi dispiace per tua moglie.”
Stone annuì. “Grazie.”
Si instaurò una pausa di imbarazzo. Se avesse potuto, una parte di Susan – la parte emotiva, si potrebbe pure chiamarla la parte femminile – avrebbe passato i successivi venti minuti a chiedere a Stone della moglie, della relazione che aveva avuto con lei, di come avesse processato la sua morte e di cosa stesse facendo per prendersi cura di se stesso. Ma Susan non ne aveva il tempo, adesso. La sua parte pratica e insensibile – l’avrebbe chiamata la parte maschile di sé? – procedeva con l’agenda del giorno.
“Ok, Kurt, che hai per me?”
Kurt indicò lo schermo televisivo. “Gli eventi si muovono veloci. Fin qui nessuna sorpresa. Ieri notte c’è stata una sparatoria di massa nella Chinatown di New York City. Un ampio gruppo di operativi della Tempesta Imminente è emerso da un convoglio di furgoni neri attorno alle venti e trenta e ha tenuto una manifestazione a sud di Canal Street. È stata una provocazione, ovviamente. Nel giro di pochi minuti si sono trovati coinvolti in risse da strada con i residenti del vicinato.”
“Tempesta Imminente, eh?” La Tempesta Imminente era una delle organizzazioni finanziate da Monroe che facevano venire il voltastomaco a Susan. Spesso si chiedeva che cosa pensassero di fare esattamente quelle persone. Certo, finora la violenza era consistita quasi esclusivamente in minacce su internet. Adesso era reale.
Kurt annuì. “Sì. Pare che reclutino i loro attivisti in base della corporatura. Le zuffe sono state assolutamente squilibrate per parecchi minuti, finché due killer sotto contratto delle Triadi di Hong Kong – apparentemente a New York per un omicidio su commissione – hanno aperto il fuoco con mitra Uzi. L’ultimo conto parla di trentasei feriti, inclusa una dozzina di cinesi, probabilmente colpiti per errore, e sette morti, tutti membri della Tempesta Imminente. Ci si aspetta che altri tre membri muoiano presto.”
Susan non sapeva bene come rispondere. Bene? Le venne in mente.
“I membri della Triade?”
“In custodia presso il dipartimento di polizia di New York per assassinio multiplo, tentato omicidio e possesso di armi. Hanno degli interpreti assegnati dalla corte, e l’ultima cosa che ho sentito è che una squadra di legali è in viaggio da Hong Kong. Le Triadi sono ben finanziate, per usare un eufemismo, e ci si aspetta che gli avvocati tentino di costruire un caso di legittima difesa per gli omicidi e che si dichiarino colpevoli del possesso di armi.”
“Che ne pensi di questo approccio?” disse Susan.
Kurt sorrise e scosse il capo. “New York non ha la pena di morte. È praticamente l’unica cosa che quelli hanno dalla loro parte per il momento.”
“E se li grazio e li rimando a casa con delle medaglie?”
“Penso che abbiamo già abbastanza problemi.”
“Dimmi il resto,” disse.
“Be’, una volta che la notizia di New York è uscita, pare che siano saltati tutti gli argini. Gruppi di giovani hanno cominciato a entrare nella Chinatown di Boston verso le ventidue aggredendo gente per la strada. Sembra che fossero uomini che stavano bevendo in bar delle vicinanze, perché i quattro che sono stati arrestati erano tutti ubriachi.”
“Quattro uomini arrestati? Hai parlato di gruppi…”
“Sì. Pare che la polizia di Boston sia stata per certi versi più indulgente di quanto si potrebbe sperare, e che abbia lasciato andare la maggior parte dei trasgressori con un semplice avvertimento.”
“Che altro?”
“Un gruppo della branca di Oakland del gruppo motociclistico dei Nazi Lowriders è entrato nella Chinatown di San Francisco e ha aggredito la gente per le strade con stecche da biliardo segate e manganelli. Ne sono stati arrestati più di quaranta. Due delle vittime delle aggressioni sono in condizioni critiche negli ospedali della zona.”
Susan sospirò e scosse la testa. “Ottimo. C’è altro?”
“Sì. Probabilmente la notizia più esaltante. Jefferson Monroe ha in programma di parlare a un raduno dei suoi seguaci stamattina, forse per affrontare il tema delle violenze di ieri sera, forse per chiedere di nuovo a lei di accettare i risultati delle elezioni. Nessuno è sicuro al cento per cento di quale sarà il copione. La parte migliore è il luogo in cui si terrà il raduno.”
A Susan non piaceva quando Kurt faceva l’evasivo.
“Ok, Kurt. Piantala. Dove?”
“A Lafayette Park. Dall’altra parte di questa strada.”
CAPITOLO UNDICI
9:21 ora della costa orientale
Lafayette Park, Washington DC
Era una cosa bellissima di cui essere testimoni.
Lo chiamavano il Parco del Popolo, e oggi il popolo era tutto lì.
Non i soliti abitanti del parco, dove generazioni su generazioni di marmaglie, agitatori e radicali – il volgo, i perdenti della vita – si erano accampate per protestare contro le politiche di un presidente dietro l’altro.
No. Non quelli.
Questo era il suo popolo. Un mare di gente – migliaia, decine di migliaia – che ieri notte si era passata parola tramite social per dirsi che il loro uomo oggi avrebbe parlato qui. Era una mossa furtiva, un’accoltellata alla schiena, il tipo di mossa in cui eccelleva Gerry O’Brien. Aveva ottenuto dalla città il permesso per quell’assemblamento appena prima della chiusura delle attività del venerdì sera, e la notizia si era diffusa come un incendio nel corso della notte, le fiamme fomentate da venti di uragano.
Adesso il popolo era tutto lì, con addosso i giganteschi cappelli di Abramo Lincoln e in mano i cartelli – cartelli fatti a mano, cartelli ufficiali della campagna, cartelli creati professionalmente dalle dozzine di organizzazioni che avevano sostenuto la campagna. La maggior parte della gente indossava pesanti e caldi cappotti e cappelli per ripararsi dal freddo assurdo.
Jefferson Monroe guardò dal palco improvvisato la brulicante massa umana – era come un festival rock and roll là fuori – e seppe di essere nato proprio per quel momento. Settantaquattro anni e molte, molte vittorie: dai primi giorni come teenager contrabbandiere d’alcolici nei recessi dell’Appalachia, passando per il periodo di giovane e arrabbiato crumiro, ambizioso dirigente d'azienda e alla fine maggior azionista e leader dell’industria del carbone.
Dopo era diventato senatore per la Virginia Occidentale e politico conservatore influente pesantemente finanziato dalle stesse aziende di carbone per cui un tempo aveva lavorato. E adesso… presidente eletto degli Stati Uniti. Una vita di lotte, lunghi decenni di salita a partire dal fondo, a farsi strada con le unghie, e improvvisamente, quasi per sorpresa (una risoluzione che non si aspettava nessuno, nemmeno lui), era l’uomo più potente della Terra.
Era lì per costringere la presidente in carica a lasciare la Casa Bianca in anticipo, e permettere a lui di entrarvi. Era la cosa più audace che avesse mai tentato. Oltre le folle e dall’altra parte della strada principale riusciva a vedere la Casa Bianca in lontananza, a sorgere su un verde poggio. Lo vedeva lei da lì? Stava guardando?
Dio, sperava di sì.
Distolse lo sguardo dalla folla, solo per un attimo. Dietro di lui, sul palco, c’era un gruppo di gente. C’era O’Brien, la mente della sua campagna, il signore oscuro dei suprematisti bianchi, un uomo motivato come minimo quanto Monroe stesso. Persino ora stava abbaiando qualcosa in un cellulare.
“Voglio quell’uccello,” sembrava dire Gerry lo Squalo. Ma come poteva essere giusto? Voglio quell’uccello? Che cosa strana da dire! In un momento del genere?
“Lo voglio, ok? Voglio che scenda dove abbiamo detto. Dimmi che ci riesci. Ok? Bene. Quando?”
Monroe si scrollò di dosso quella roba. Avere a che fare con Gerry era più che una corsa selvaggia – era una lezione di surrealismo. Il presidente eletto decise di ignorare il suo consigliere più vicino, per il momento. Parlò invece con le altre persone sul palco.
“La vedete?” disse coprendo il microfono con la mano e indicando la massiccia folla. “La vedete?”
“È la cosa più bella che abbia mai visto,” disse un giovane assistente.
Dietro di lui nella folla si cominciò ad applaudire – non a caso, ma con ritmo, migliaia di mani che applaudivano in una volta – CLAP, CLAP, CLAP, CLAP…
Stava per salire uno slogan. Era così che cominciava, con l’applauso, e in alcuni casi battendo i piedi. Ed ecco che arrivava, le voci che si sollevavano.
“U-S-A! U-S-A! U-S-A!”
Era uno slogan buono, buono per cominciare.
Monroe levò la mano dal microfono e afferrò invece l’asta. Sollevò una mano, calmando lo slogan in qualche secondo. Era come se avesse semplicemente abbassato il sonoro di un macchinario – una tv, o una radio. Ma quella non era una macchina, erano migliaia e migliaia di persone, e lui le controllava, senza fatica, con un gesto. Non per la prima volta, si meravigliò di quel potere, un potere che lui aveva. Come un supereroe.
O un dio.
“Come vi sta trattando il riscaldamento globale?” disse, la voce che echeggiava sulle moltitudini. Risate ed esultazioni si sparsero nella folla. Personalmente, Monroe aveva saputo dai climatologi delle sue aziende che il riscaldamento globale era un fatto reale, e che sarebbe stato un problema serio tra un secolo, o prima, forse persino una minaccia per la civiltà stessa. Come presidente, poteva tranquillamente cercare delle vie per implementare politiche che diminuissero in qualche modo la minaccia senza danneggiare i profitti industriali. Nel frattempo le sue aziende stavano gradualmente aumentando gli investimenti nei campi dell’energia rinnovabile – tecnologie solari, eoliche e geotermiche, che erano il futuro.
Ma il suo popolo queste cose non voleva sentirle. Voleva sentire che il surriscaldamento globale era una bufala, perpetrata in larga parte dai cinesi. Quindi era questo che Monroe avrebbe detto. Dava alla gente quello che voleva lei. E comunque oggi faceva freddo, assurdamente freddo per i primi di novembre, e quella era una prova sufficiente – non poteva esistere il surriscaldamento globale.
“Oggi è il nostro giorno, lo sapevate?”
La folla all’idea esultò con un ruggito di approvazione.
“Siamo arrivati dal niente, io e voi. Ok? E siamo arrivati da nessun posto. Non siamo cresciuti in eleganti ed esclusivi attici di Manhattan o San Francisco o Boston. Non abbiamo studiato in scuole private speciali per persone speciali. Non abbiamo bevuto latte macchiato leggendo il New York Times. Noi quel mondo non lo conosciamo. Noi quel mondo non vogliamo conoscerlo. Io e voi abbiamo lavorato duramente per tutta la vita, e ci siamo guadagnati tutto ciò che abbiamo, e tutto ciò che mai avremo. E oggi è il nostro giorno.”
L’esultanza fu un’eruzione – un terremoto – di rumore. Sembrava una grossa bestia al di sotto della superficie della Terra, per secoli dormiente, che adesso lacerava la terra per uscirne in un’esplosione di violenza.
“Oggi è il giorno in cui rimuoveremo una delle amministrazioni più corrotte della storia americana. Sì, lo so, lo so. Ha detto che non se ne va, ma vi dico una cosa. Questa faccenda non durerà. Se ne andrà, proprio così, e molto prima di quanto creda chiunque. Accadrà molto prima di quanto lei creda, questo è sicuro.”
L’esultanza proseguì. Aspettò che la folla si chetasse. Il popolo di Monroe odiava Susan Hopkins. Odiavano lei e tutto ciò per cui lei combatteva. Lei era ricca, era bellissima, era viziata – non le era mai mancato nulla in vita sua. Era una donna con un lavoro sempre svolto da uomini.
Era amica degli immigrati, e dei cinesi, le cui pratiche di lavoro a basso costo avevano distrutto lo stile di vita americano. Era un’edonista, un ex personaggio del jet set, e sembrava confermare tutto ciò che la gente degli stati centrali sospettava sulle celebrità. Suo marito era gay, per amor di Dio! Era nato in Francia. Poteva esserci qualcosa di meno americano di un francese gay?
Susan Hopkins per questa gente era un mostro. Nei recessi più remoti dei siti di cospirazioni di internet, c’era persino chi dichiarava che lei e il marito erano assassini, e peggio che assassini. Erano adoratori del diavolo. Facevano parte di un culto satanico di ricchissimi che rapivano e sacrificavano bambini.
Be’, oggi Monroe avrebbe dato a questa gente la parte omicida. Avrebbe voluto essere dentro allo Studio Ovale per vedere la sua faccia quando sarebbe uscita la notizia.
La folla si era chetata di nuovo. Adesso aspettavano lui.
“Voglio che mi ascoltiate per un minuto,” disse. “Perché quello che sto per dirvi è un po’ complicato, e non è facile da stare a sentire. Però lo dirò, perché dovete saperlo. Voi, il popolo americano, i veri patrioti, meritate di sapere. È molto importante. Il nostro futuro è in pericolo.”
Li aveva catturati. Adesso erano pronti. Eccolo che arrivava. Il passaggio dell’Ave Maria. La bomba. Jefferson Monroe si preparò e la lanciò.
“Cinque giorni prima delle elezioni, un uomo è stato trovato morto vicino a Tidal Basin, proprio qua a Washington DC.”
Il suo popolo era ammutolito. Un uomo morto? Questa era una novità. Non era il tipico discorso da raduno di Jefferson Monroe. Sembrava che migliaia di paia d’occhi fossero inchiodati su di lui. Anzi, era proprio così. Dacci qualcosa, sembravano dire quegli occhioni vuoti. Dacci carne fresca.
“A una prima impressione, è parso che l’uomo si fosse suicidato. Aveva un colpo di pistola alla testa, l’arma è stata trovata vicino al corpo, e su di essa c’erano le sue impronte. Non ha avuto un grosso impatto sui notiziari al momento – la gente muore ogni giorno, e abbastanza spesso si toglie la vita. Però io lo sapevo, ok, gente? Lo sapevo che quell’uomo non si era ucciso.”
Gli occhi lo osservavano. Migliaia e migliaia di occhi.
“Come facevo a saperlo?”
Nessuno disse una parola. Jefferson Monroe non aveva mai visto un gruppo così ampio di persone tanto silenzioso in tutta la sua vita. Percepivano che stava arrivando qualcosa di grosso, e che sarebbe stato lui a portare questo qualcosa.
“Sapevo che non si era suicidato perché conoscevo quell’uomo personalmente. Direi quasi che era mio amico. Si chiamava Patrick Norman.”
Jefferson non era estraneo alle bugie grosse. Ma comunque, a differenza di molti politici, provava una fitta quando mentiva. Non era senso di colpa. Era la sensazione che là fuori, da qualche parte, qualcuno conoscesse la verità, e che quella persona avrebbe lavorato instancabilmente per portarla alla luce. Anzi, non era nemmeno là fuori da qualche parte – almeno tre persone alle sue spalle sul palco conoscevano i fatti. Probabilmente ce n’era un’altra dozzina nell’organizzazione. Sapevano che Jeff Monroe non aveva mai parlato neanche una volta con Patrick Norman.
Insistette.
“Patrick Norman non aveva tendenze suicide – assolutamente. Al contrario, era uno degli investigatori privati migliori e più di successo degli Stati Uniti, e faceva un sacco di soldi. So quanto faceva perché lo pagavo io. Stava lavorando per la mia campagna al momento della morte.
“Fare campagna elettorale è un lavoro sporco, gente. Sarò il primo a dirvelo. A volte si fanno cose di cui non si è orgogliosi per guadagnare un vantaggio sull’avversario. E io ho assunto Patrick perché indagasse sulla corruzione nell’amministrazione Hopkins e nelle attività di compravendita del marito della futura ex presidente, Pierre Michaud. Ok? Vedete dove voglio arrivare?”
Un borbottio di approvazione, un forte mormorio, passò nella folla come un’onda.
“Patrick mi ha chiamato al telefono un paio di giorni prima di morire, e ha detto, ‘Jeff, ho trovato il fango che stai cercando. Devo solo seguire un altro paio di piste. Ma questa roba che ho – le cose brutte che ha fatto lei – farà saltare per aria le elezioni.’”
Quella era una bugia sopra a una bugia. Norman non lo aveva mai chiamato. Non lo aveva mai chiamato Jeff – non lo aveva mai chiamato proprio. Non aveva fango su Susan Hopkins, nemmeno dopo quasi un anno di ricerche. Aveva determinato che probabilmente era immacolata, oppure, se così non era, il fango era seppellito così in profondità che nessuno l’avrebbe mai scoperto.
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