Kitabı oku: «I primi anni dell'Opus Dei»

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Tavola dei Contenuti

SIGLE

PRESENTAZIONE

CAPITOLO I. I PRIMI PASSI DELL’OPUS DEI

L’Università di Madrid

Gli intellettuali spagnoli

1. La fondazione dell’Opera

L’arrivo al Patronato di Santa Isabel

L’ampiezza dell’attività sacerdotale

Contrarietà e difficoltà

2. Le opere di San Michele, san Gabriele e San Raffaele

L’idea di aprire un’accademia

Gli esercizi spirituali del 1932

I preparativi per l’Opera di San Raffaele

Le catechesi

Le lezioni di formazione

Una sede improvvisata

CAPITOLO II. L’ACCADEMIA (1933−1934)

Introduzione. L’associazionismo studentesco

1. Un’accademia per universitari

Il progetto

La ricerca di un locale

2. Un appartamento in calle Luchana

Benedizione dell’appartamento e preparativi

Migliorie nelle stanze

3. Direzione e amministrazione dell’Accademia

Una direzione condivisa

La questione economica

I rapporti con le autorità diocesane

4. La proposta accademica, culturale e religiosa

Lo studio

Le lezioni private di alcune materie

Il corso di religione

Il corso di latino

5. La formazione cristiana dei giovani

La direzione spirituale

I ritiri mensili

Le lezioni di formazione cristiana

La catechesi e le visite ai poveri

Le letture spirituali e le pubblicazioni

Un’accademia di amici

Gli universitari di DYA

6. La formazione delle persone dell’Opera

La chiamata all’Opera

Il Padre

Il fondamento della vita cristiana

Le riunioni formative

Gli scritti

La naturalezza nella vita sociale

Le altre attività apostoliche

7. Nell’Accademia durante l’estate

Un ritiro dai Redentoristi

Lo scambio di corrispondenza

“Noticias” di DYA

La casa desiderata

CAPITOLO III. IL DECOLLO DELLA RESIDENZA (1934−1935)

Le residenze di Madrid

1. L’apertura

Le questioni economiche e amministrative

La benedizione e l’inaugurazione

La promozione

2. Sviluppi istituzionali e situazione economica

Il governo dell’Opera

La direzione dell’Accademia−Residenza

La questione economica e le sue conseguenze

I rapporti con il Vicario di Madrid e con altre personalità

Alcune contrarietà

3. La vita nella Residenza

L’oratorio

I residenti

Il personale di servizio

Il regolamento e la convivenza

4. L’Accademia

Le lezioni

Il corso di religione

5. L’apostolato con gli universitari

Lo studio

L’amicizia con Dio

Le lezioni di formazione cristiana

Il ritiro mensile

Catechismo e visita ai poveri

Amicizia e convivenza

6. La formazione dei membri dell’Opera

La chiamata all’Opera

Le persone che si avvicinarono all’Opera

La formazione personale e collettiva

Gli scritti

Altre dimensioni dell’apostolato del fondatore

7. Gli “amici di DYA”

8. Un’estate con I residenti

Corrispondenza e “Noticias”

Un nuovo ritiro dai Redentoristi

CAPITOLO IV. LA RESIDENZA DYA AL CULMINE (1935−1936)1. La sede dell’Accademia−Residenza

La Residenza di calle Ferraz 50

L’Accademia di calle Ferraz 48

2. Il governo del progetto

La gestione economica e amministrativa

Contatti istituzionali

3. Gli abitanti di DYA

I residenti

Il personale di servizio

Orario e regolamento

4. Le attività accademiche

Lo studio

Le lezioni nell’Accademia

5. Vita cristiana

Orazione e culto eucaristico

Altri aspetti della formazione

6. La formazione delle persone dell’Opera

La formazione in DYA

La vita in famiglia

Altri campi di apostolato

7. La società di Collaborazione Intellettuale

8. La “personalità” di DYA

Incontri tra amici e feste

Sport e gite

Prosopografia

CAPITOLO V. LA RESIDENZA DI CALLE FERRAZ 16 (1936−1939)1. DYA e la situazione socio−politica

Un residente incarcerato e condannato

2. Una nuova sede

Programmi di espansione

L’acquisto dell’immobile

3. Gli effetti della guerra civile spagnola

Tra rifugi e proteste

I preparativi da Burgos

La fine di DYA

BIBLIOGRAFIA

©José Luis González Gullón

©Fundación Studium

ISBN: 978-84-09-34118-4

I primi anni dell’Opus Dei
Fondazione e Residenza DYA (1928−1939)

José Luis González Gullón

Traduzione di Vittorio Varvaro

A cura di Cosimo Di Fazio

SIGLE

ACCAM: Archivio Centrale della Curia dell’Arcidiocesi di Madrid

ADZ: Archivio della Diocesi di Saragozza

AGA: Archivio Generale dell’Amministrazione, Alcalá de Henares

AGP: Archivio Generale della Prelatura dell’Opus Dei, Roma.

AGUCM: Archivio Generale dell’Università Complutense di Madrid

AHDM: Archivio Storico della Diocesi di Madrid

AHN: Archivio Storico Nazionale, Madrid

AVM: Archivio Generale della Città di Madrid

PRESENTAZIONE

Josemaría Escrivá de Balaguer ha diffuso il messaggio dell’Opus Dei fin dalla sua fondazione, il 2 ottobre 1928[1]. Presto formò piccoli gruppi di studenti, laureati, impiegati, artigiani, lavoratori manuali e sacerdoti. Cinque anni più tardi aprì a Madrid un’accademia per l’approfondimento degli studi universitari, l’Accademia DYA. L’intenzione di questo progetto era di trasmettere lo spirito dell’Opera, specificamente agli studenti e ai laureati. Nel 1934 l’iniziativa si ampliò con la creazione di una residenza universitaria, l’Accademia—Residenza DYA, attiva per due anni accademici, fino allo scoppio della guerra civile spagnola nel luglio del 1936.

La storia della DYA aiuta a capire la figura di Josemaría Escrivá de Balaguer e il modo in cui comunicava il messaggio dell’Opera. Nell’accostarci a quegli anni, ci addentriamo in un periodo appena successivo alla fondazione, ad anni in cui il fondatore riceveva quelle che poi chiamò “particolari luci di Dio”.

Frequentavano l’Accademia -Residenza molte persone con cui il fondatore era entrato in contatto. Si trattava soprattutto di studenti universitari che si ritrovarono, negli anni della Seconda Repubblica spagnola (1934−1936), in un contesto di grandi passioni e di grandi agitazioni, di confronti socio-politici sempre più aspri.

In questo libro analizzeremo il duplice soggetto storico che caratterizzò DYA. Per un verso, l’Accademia-Residenza fu il luogo dove si svolgeva l’attività accademica e residenziale; per un altro, fu l’ambito in cui Josemaría Escrivá de Balaguer diffuse il messaggio dell’Opus Dei. Questo duplice aspetto —che si svelerà progressivamente, man mano che illustreremo attività accademiche, scientifiche e formative— influenzerà successivamente alcune caratteristiche dell’Opera. Certamente la storia dell’Accademia-Residenza fu una realtà circoscritta, soprattutto se paragonata alle vicende della Spagna e della Chiesa in quei tempi, su cui faremo delle digressioni di micro-storia, ma si tratta di una vicenda emblematica per comprendere l’avvio dell’apostolato dell’Opus Dei.

Dopo la guerra civile spagnola le persone dell’Opera aprirono alcune residenze universitarie, come quella di Jenner (Madrid, 1939), Samaniego (Valencia, 1940) o Zurbarán (Madrid, 1945). A metà degli anni quaranta del secolo scorso l’Opus Dei si diffuse nei cinque continenti e contemporaneamente furono inaugurate diverse residenze, tuttora esistenti, come la Residenza Universitaria Panamericana (Città del Messico, 1949), la RUI (Roma, 1958) Althaus (Bonn, 1959), Ashwell House (Londra, 1962), Los Aleros (Buenos Aires, 1963) o Warrane College (Sydney, 1971).

Su DYA finora erano stati pubblicati brevi studi, nelle biografie sul fondatore e nelle storie dell’Opera, tra cui spicca la monografia di John Coverdale sui primi anni dell’Opus Dei[2]. Esistono anche due ricerche specifiche: una panoramica della documentazione dell’Archivio Generale della Prelatura su DYA e la pubblicazione delle lettere di un residente ai suoi genitori[3]. Sono stati inoltre pubblicati diversi documenti e racconti della vita di Escrivá de Balaguer in quegli anni, in particolare i suoi appunti sui rapporti intercorsi col vicario generale della diocesi di Madrid-Alcalá, e le ricerche relative al suo lavoro pastorale nel Patronato di Santa Isabel[4].

La nostra monografia è pensata per un pubblico non particolarmente esperto delle vicende della Seconda Repubblica spagnola né della storia dell’Opus Dei. Si consiglia in tal senso la lettura del dizionario dedicato al fondatore dell’Opera[5] e della sua biografia scritta da Andrés Vázquez de Prada[6]. Il dizionario presenta sinteticamente molti aspetti della vita e del messaggio di Josemaría Escrivá de Balaguer; a sua volta, la biografia analizza dettagliatamente la vita spirituale del fondatore —ciò che la Chiesa chiama santità di vita che culminò nel 2002 con la canonizzazione—, aspetto chiave e imprescindibile per chi vuole capire la forza con cui operò Josemaría Escrivá nella diffusione dell’Opus Dei.

Per la metodologia adottata, questo testo può inserirsi, in buona misura, negli studi di storia culturale e religiosa, soprattutto nell’analisi del contesto universitario dell’epoca e nei risvolti sociologici e prosopografici.

Dato che l’oggetto storico del libro è l’Accademia - Residenza DYA, il lettore non troverà una biografia di Josemaría Escrivá de Balaguer, e neppure una storia dell’Opus Dei tra gli anni 1933 e 1936, anche se buona parte della vita del fondatore e del suo messaggio si intrecciò con la storia di DYA. Per questa ragione, non analizzeremo la sua tesi dottorale né i suoi impegni pastorali o l’insieme delle persone che trattava, a voce o per corrispondenza[7]. Tuttavia, ricorderemo le persone che frequentarono DYA e a piè di pagina riporteremo i dati biografici di chi ebbe un più stretto rapporto con il fondatore.

Gli scenari spaziali e cronologici nei quali ci muoveremo sono ben delimitati. Apre il libro un capitolo che analizza gli anni precedenti l’apertura di DYA (1927−1933). Dopo alcuni brevi riferimenti all’Università di Madrid e al ruolo degli intellettuali spagnoli in quell’epoca, si illustra il contesto nel quale nacque, nella mente del fondatore, l’idea di aprire un’accademia universitaria.

Dopo, il secondo capitolo inizia illustrando il mondo studentesco di allora, per passare poi all’Accademia DYA, che, tra il dicembre del 1933 e il settembre del 1934, aveva sede in calle Luchana 33.

Il terzo capitolo è dedicato all’anno accademico 1934−1935, primo anno dell’Accademia-Residenza in calle Ferraz 50. Come introduzione, basta una breve panoramica sul ruolo delle residenze universitarie in quel periodo di crescente tensione sociale. Successivamente, analizzeremo in dettaglio l’evoluzione di DYA, sia negli aspetti didattici e residenziale, lezioni nell’Accademia e vita della Residenza, sia in quelli formativi cristiani.

L’anno accademico 1935−1936 è l’oggetto del quarto capitolo. Si metterà in rilievo il successo della Residenza DYA, con l’affluenza di numerosi universitari, sullo sfondo di una crisi molto complessa per l’Università e per la società spagnola in genere.

Il quinto capitolo comincia con la descrizione della situazione socio-politica spagnola nella primavera del 1936. Quindi, si spiegano i motivi per cui DYA, nel mese di luglio, cambiò sede. Infine si illustra lo stato in cui si ritrovò la casa durante la guerra civile spagnola.

Questo libro è stato scritto sulla base delle fonti disponibili, abbondanti per alcuni argomenti, scarse per altri. Le fonti primarie provengono dall’Archivio Generale della Prelatura dell’Opus Dei. Tra esse, il diario di DYA —che ci è servito per strutturare il libro— è una ricca risorsa storica. Spesso siamo riusciti a rimanere dietro agli avvenimenti, lasciando che fosse il redattore del diario a raccontare, col suo stile personale, quali furono le persone o le vicende di maggior rilievo. Inoltre, sono risultati utili gli schemi per le lezioni di formazione cristiana impiegati dal fondatore dell’Opera, i riassunti delle riunioni del primo Consiglio dell’Opera e la corrispondenza di Josemaría Escrivá de Balaguer, degli altri membri dell’Opera e di alcune persone conosciute.

Abbiamo consultato anche alcuni archivi statali di Madrid. Tra le fonti secondarie, sono stati estremamente preziosi i ricordi delle persone che frequentarono il fondatore[8]. Abbiamo anche potuto intervistare, prima che morissero, José Ramón Herrero Fontana e Javier Lahuerta Vargas, che avevano frequentato l’Accademia-Residenza.

Infine, descriviamo il diario dell’Accademia−Residenza, che è stata la fonte essenziale per il nostro studio.

Josemaría Escrivá de Balaguer era ben consapevole che stava contribuendo alla nascita di un nuovo fenomeno pastorale nella vita della Chiesa. Per questo motivo archiviò, per quanto possibile, i resoconti degli avvenimenti. A tal riguardo, affidò ai suoi Apuntes íntimos[9] e ad altri scritti personali, gli aspetti che riguardavano il progresso interno dell’Opus Dei, segnato da luci e mozioni che, come diceva, Dio gli andava concedendo. Dopo, quando si aprì l’Accademia DYA, il fondatore stabilì che si scrivesse un diario, affinché rimanesse memoria degli avvenimenti significativi, anche se minimi, della vita quotidiana[10] (gli faceva piacere pure che si facessero delle fotografie, per conservare alcuni documenti visivi per i posteri[11]). Come scrisse un mese più tardi, «di tutto l’apostolato esterno dell’Opera di Dio di solito non prenderò nota. Se ne occupano i ragazzi»[12]. Infatti i membri dell’Opera si avvicendavano nell’annotare anche solo qualche riga su ciò che avveniva ogni giorno[13].

In questo modo scrissero cinque quaderni, che costituiscono il Diario di DYA, tra il 1933 e il 1936[14]:

Diario 1, intitolato “Quaderno N. 1. Diario della Casa dell’Angelo Custode, che riguarda il periodo tra il 15 novembre 1933 e il 2 settembre 1934[15]. Si compone di 223 pagine: 206 seguite da altre 17 intercalate. Si cominciò a scrivere il 25 gennaio 1934 —ricostruendo a memoria quello che era successo nelle prime settimane— e si concluse il giorno 26 febbraio[16]. La finalità del diario, come è detto all’inizio, è che si possa «sapere come questa [iniziativa] era cominciata, e di quali mezzi si era avvalso il Signore per la sua O. [Opera]»[17]. Manuel Sainz de los Terreros scrisse il diario dal 15 novembre 1933 al 5 luglio 1934 e Ricardo Fernández Vallespín continuò la redazione tra il 15 luglio e il 2 settembre 1934.

Diario 2, intitolato “Quaderno N. 2. Diario della Casa dell’Angelo Custode”, compilato fra il 3 settembre 1934 e il 5 aprile 1935. Contiene 206 pagine: 201 seguite da altre 5 intercalate. Ricardo Fernández Vallespín vi scrisse dal 3 settembre al 16 ottobre 1934; Manuel Sainz de los Terreros gli subentrò dal 19 ottobre 1934 al 9 aprile 1935.

Diario 3, intitolato “Quaderno N. 3. Diario della Casa dell’Angelo Custode”, scritto tra il 10 aprile e il 15 settembre 1935. Sono 107 pagine: 91 di fila più 16 aggiunte. Lo scrissero Manuel Sainz de los Terreros dal 10 aprile al 19 maggio 1935; Ricardo Fernández Vallespín, dal 9 giugno al 15 settembre 1935; e Julio Roca, dal 9 agosto al 20 agosto 1935. Vi sono inoltre tre annotazioni isolate di Fernández Vallespín: una del settembre 1935, senza data; un’altra del 20 ottobre 1935 e una terza del 28 gennaio 1936.

Diario 4, intitolato “Diario N. 3” [sic]. Sono 181 pagine, scritte tra il 24 settembre 1935 e il 3 maggio 1936. I redattori del diario furono: Álvaro del Portillo, dal 24 settembre al 12 novembre 1935; Juan Jiménez Vargas, dal 14 novembre al 4 dicembre 1935; Álvaro del Portillo, dal 5 dicembre 1935 al 22 gennaio 1936 (con alcune annotazioni di Manuel Sainz de los Terreros, il 16 dicembre 1935); Pedro Casciaro, dal 23 gennaio al 16 febbraio 1936; Josemaría Escrivá, dal 24 al 25 febbraio 1936; Ricardo Fernández Vallespín, il 26 febbraio 1936; Pedro Casciaro, dal 26 febbraio al 31 marzo 1936; e Juan Jiménez Vargas, dall’1 aprile al 3 maggio 1936.

Diario 5, intitolato semplicemente “5”. 202 pagine, scritte tra il 4 maggio e il 28 luglio 1936. Fu scritto esclusivamente da Juan Jiménez Vargas.

Ringrazio Mons. Javier Echevarría, vescovo e prelato dell’Opus Dei, per la fiducia dimostratami, permettendomi di fare ricerche nell’Archivio della Prelatura, anche se attualmente sottoposto ad un riordino. Sono anche in debito di gratitudine verso i professori Mercedes Alonso, Constantino Ánchel, Eduardo Baura, José Luis Illanes, Jesús Longares, José Manuel Martín, Lucas Francisco Mateo-Seco, Fernando de Meer, Ignacio Olábarri, María Eugenia Ossandón, Santiago de Pablo, Cristóbal Robles e Alfredo Verdoy, che hanno letto una delle versioni del manoscritto del libro e mi hanno inviato preziosi suggerimenti.

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Prossimo capitolo

[1] Siccome l’oggetto storico del nostro studio si colloca negli anni trenta del secolo scorso, utilizzeremo i modi usati allora per riferirsi alle persone e agli avvenimenti. Così, il nome del fondatore dell’Opus Dei apparirà come era: José María Escrivá Albás. Fu più tardi, negli anni sessanta, che sulla carta intestata riunì in uno i due primi nomi di battesimo, “Josemaría”, per devozione a san Giuseppe e alla Vergine Maria.

Allo stesso modo, salvo che in questa introduzione, il primo cognome apparirà come egli lo utilizzava negli anni trenta: Escrivá. Successivamente —nell’ottobre del 1940— adottò la dizione “Escrivá de Balaguer” (Balaguer è il territorio di Lérida in cui, nei secoli passati, si erano stabiliti gli Escrivá). Il motivo del cambiamento fu il desiderio di distinguersi da altri rami della famiglia, perché talvolta col suo cognome si faceva un po’ di confusione. Per esempio, nello stesso edificio in cui aveva sede la Residenza DYA, a Madrid, c’era una famiglia che si chiamava “Escrivá de Romaní”, che non era imparentata con gli Escrivá Albás.

D’altra parte, l’espressione “Opus Dei” fu utilizzata da José María Escrivá dopo la guerra civile spagnola. Negli anni trenta impiegò l’espressione “l’Opera di Dio” o, semplicemente, “l’Opera”. Per questo motivo, menzioneremo l’Opus Dei solo in contesti generici.

[2] Cfr. John F. Coverdale, La fundación del Opus Dei, Ariel, Barcelona 2002, pp. 123−165.

[3] Cfr. Constantino Ánchel, “Fuentes para la historia de la Academia y de la Residencia DYA”, Studia et Documenta 4 (2010) 45-101; e José Carlos Martín de la Hoz — Josemaría Revuelta Somalo, “Un estudiante en la Residencia DYA. Cartas de Emiliano Amann a su familia (1935−1936)”, Studia et Documenta 2 (2008) 299−358. Citeremo l’Archivio Generale della Prelatura con la sigla AGP perché è quella adottata da molte pubblicazioni sulla storia dell’Opus Dei. In Spagna questa sigla è usata dai ricercatori per indicare l’Archivio Generale di Palazzo (Madrid).

[4] Cfr. Santiago Casas Rabasa, “Las relaciones escritas de san Josemaría sobre sus visitas a Francisco Morán (1934−1938)”, Studia et Documenta 3 (2009) 371−411; Beatriz Comella Gutiérrez, Josemaría Escrivá de Balaguer en el Real Patronato de Santa Isabel de Madrid (1931−1945), Rialp, Madrid 2010; Idem, “Introducción para un estudio sobre la relación de Josemaría Escrivá de Balaguer con el Real Patronato de Santa Isabel de Madrid”, Studia et Documenta 3 (2009) 175−200.

[5] Cfr. Diccionario de San Josemaría Escrivá de Balaguer, Monte Carmelo — Instituto Histórico San Josemaría Escrivá, Burgos 2013.

[6] Cfr. Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. I (“Signore, che io veda!”), Leonardo International, Milano 1998; vol. II (“Dio e audacia”), Leonardo International, Milano 2003; vol. III (“I cammini divini della terra”), Leonardo International, Milano 2004.

[7] In quanto estranei all’oggetto, questa monografia non si occupa neppure di altri elementi che mostrano la ricchezza interiore del fondatore dell’Opus Dei —la sua vita di relazione amorosa con Dio— o del significato teologico e giuridico del messaggio dell’Opera. Ci limitiamo a mostrare la vita del fondatore dell’Opus Dei negli aspetti più inerenti alla storia dell’Accademia e della Residenza DYA.

[8] Molti ricordi sono estratti dalle dichiarazioni presentate in occasione della Causa di Beatificazione e Canonizzazione di Josemaría Escrivá. Qui appaiono sotto il titolo “Ricordo di”, seguito dal luogo e dalla data in cui furono firmati.

[9] Sugli Apuntes íntimos del fondatore dell’Opus Dei, cfr. Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico-histórica preparada por Pedro Rodríguez, Rialp, Madrid 2004, pp. 18−27, e Pedro Rodríguez, “Apuntes íntimos (obra inédita)”, in Diccionario de San Josemaría Escrivá de Balaguer, o.c., pp, 131−135. Non abbiamo potuto consultare questa fonte.

[10] Poco dopo aver cominciato il diario, Josemaría Escrivá diede al suo primo redattore, Manuel Sainz de los Terreros, la seguente istruzione: «da ora in avanti metteremo in questo diario non solo quello che succede o si progetta, ma tutte le osservazioni che facciamo, che pensiamo siano di qualche interesse in futuro e tutto ciò che riteniamo opportuno, con assoluta libertà» (Diario de Luchana, 22−III−1934, pp. 58 e 59, in AGP, serie A.2, 7−2−1); lì si dice che il sacerdote Pedro Poveda confidò a Josemaría Escrivá che si pentiva di non aver fatto lo stesso con l’Istituzione Teresiana (cfr. ibidem, p. 58). Anche Ricardo Fernández Vallespín, direttore di DYA, ricevette l’indicazione di «annotare qualche fatto o dettaglio della nostra vita che col tempo ci aiuterà a ricordare» (Scritto da Ricardo Fernández Vallespín, 29−V−1934, in AGP, serie A.2, 7−2−1).

[11] Cfr. Diario de Luchana, 23−IV−1934, pp. 88-89; Diario de Ferraz, 15−I−1935, p. 111; 17−I−1935, p. 115; e 19−I−1935, p. 118.

[12] Apuntes íntimos, n. 1097 (30−XII−1933), in Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico-histórica, o.c., p. 885.

[13] Conosciamo il metodo che seguì uno di loro, Juan Jiménez Vargas: durante la giornata prendeva nota nella sua agenda degli avvenimenti che considerava rilevanti e la sera li passava in bella nel diario (cfr. Diario di Ferraz, 19-VI-1936, p. 43a).

[14] Cfr. Diario 1, in AGP, serie A.2, 7−2−1; Diario 2, con la stessa segnatura; Diario 3, in AGP, serie A.2, 7−2−2; Diario 4, in AGP, serie A.2, 7−2−3; e Diario 5, AGP, serie A.2, 7−2−4. Al fine di evitare ripetizioni, non scriveremo di nuovo i riferimenti archivistici di questi documenti, né ricorderemo le persone che ne furono i redattori.

[15] Spiegheremo in seguito che la “Casa dell’Angelo Custode” fu il nome della prima sede dell’Opera.

[16] Manuel Sainz de los Terreros scrisse il diario in casa della sua famiglia fino al 26 febbraio, giorno in cui lo portò all’Accademia (cfr. Diario di Luchana, 26−II−1934, p. 47). Supponiamo che, da quel momento, scrisse il diario nella sede dell’Accademia.

[17] Diario di Luchana, 25−I−1934, p. 2.

CAPITOLO I. I PRIMI PASSI DELL’OPUS DEI

Il nostro racconto comincia nel 1927, quando José María Escrivá si trasferì a Madrid. In quegli anni la Spagna era una nazione di profilo modesto, sia per la sua forza economica che per il suo sviluppo sociale. Il paese si era lasciato alle spalle la perdita di Cuba, di Puerto Rico e delle Filippine nel cosiddetto “disastro” del 1898 e, ripiegato in sé stesso, attraversava una lunga fase di modernizzazione.

Contando sull’appoggio del re Alfonso XIII, nel 1923 alcuni generali, con in testa Miguel Primo de Rivera, avevano fatto un colpo di Stato. Il dittatore aveva proposto un ambizioso programma di progresso, che includeva tre punti: la fine della guerra con le tribù marocchine del Rif, che si concluderà nel 1926; il rinnovamento della vita politica e istituzionale, obiettivo mancato, perché non concesse le indispensabili libertà politiche; e la pacificazione sociale, un compito impegnativo, che non seppe affrontare per svariati motivi, come il confronto con le idee rivoluzionarie o le conseguenze dell’intenso esodo dalle campagne verso le grandi città[1].

Nel 1927 il generale Primo de Rivera teneva in piedi un regime che, pur essendo un direttorio civile —era stata ripristinata la carica di presidente del Consiglio dei Ministri ed era stata creata una Assemblea Nazionale Consultiva—, non disponeva degli strumenti necessari per stimolare la vita politica. Cominciavano a moltiplicarsi le voci a favore di un sistema repubblicano, anche tra alcuni politici di destra, come Niceto Alcalá−Zamora o Miguel Maura, e fra gli intellettuali[2]. Inoltre, nelle grandi città cresceva il desiderio di cambiamento, soprattutto di una maggiore partecipazione alla vita sociale. I partiti politici e i sindacati vedevano aumentare il numero di iscritti. La diffusione delle idee trovava nuovi campi di espressione attraverso il cinema e la radio, e gli incontri sportivi e folcloristici mobilitavano le masse.

La capitale, Madrid, risentiva in quegli anni di una forte espansione. Pur non essendo originariamente una città industriale, fin dall’inizio del XX secolo vi si erano stabilite parecchie imprese e industrie, con la corrispondente crescita del numero dei lavoratori. Si verificò un’autentica alluvione di immigranti dalle campagne, alla ricerca di migliori condizioni di vita, anche in settori dove il lavoro era duro, come quello edile o ferroviario. Così, dai 750.800 abitanti del 1921, Madrid passò agli 866.200 del 1927. La popolazione era foranea ed era giovane: il 68,6% degli abitanti era nato fuori dalla capitale; l’età media era di 29,1 anni e la media di quelli in età lavorativa si aggirava sui 35 anni[3].

La distribuzione della popolazione madrilena rispecchiava le differenze sociali ed economiche tra i vari gruppi. La zona del centro e quella della prima espansione erano abitate da gente di buona posizione sociale, soprattutto nei quartieri creati da progetti urbanistici definiti, come quello di Salamanca. Invece i quartieri della zona sud di sviluppo e quelli periferici presentavano vasti insediamenti di baracche, abitate da operai e impiegati. A nord, attorno alla borgata di Tetuán de las Victorias, abitavano persone di scarse risorse economiche[4].

Da parte sua, la Chiesa cattolica in Spagna contava 49.000 sacerdoti e religiosi[5]. Il suo statuto giuridico era definito nel Concordato del 1851. Lo stato era confessionale cattolico, con una voce del bilancio nazionale destinata al “culto e clero”, e con vari vescovi che, in accordo con la costituzione del 1876 ancora vigente, erano senatori in Parlamento. Il multisecolare impianto della Chiesa era organizzato in diocesi, a loro volta divise in parrocchie. La capitale, Madrid, faceva parte della diocesi di Madrid−Alcalá, suffraganea di Toledo. Il vescovo era Leopoldo Eijo Garay, al governo della diocesi dal 1923.

Alla fine degli anni venti risiedevano a Madrid in modo stabile 1.700 sacerdoti, dei quali 1.100 erano secolari o diocesani e 600 di ordini e congregazioni religiosi. Il numero era sufficiente per l’assistenza spirituale degli abitanti della capitale. Tra i secolari, la metà apparteneva alla diocesi di Madrid−Alcalá, e l’altra metà proveniva da altre. I presbiteri servivano con il loro ministero un certo numero di istituzioni, sia ecclesiastiche che civili: parrocchie, comunità religiose, ospedali, scuole e cimiteri. La maggior parte di questo clero viveva modestamente[6].

L’Università di Madrid

Nel 1927 in Spagna vi erano dodici università. Gli studenti erano poco più di 30.000, di cui il 5 per cento; la percentuale femminile sarebbe aumentata fino all’8,8 per cento nell’anno accademico precedente alla guerra civile. Come accadeva nel resto d’Europa, i giovani costituivano la speranza intellettuale del paese, dato che solo l’un per cento della popolazione possedeva un titolo universitario.

La capitale era la principale città spagnola quanto ad offerta accademica, grazie all’Università Centrale, denominata anche Università di Madrid, e alle scuole tecniche superiori[7]. “La Centrale” si preparava a celebrare i cento anni della sua attività nella capitale spagnola. La Legge Generale sull’Istruzione Pubblica, “Legge Moyano”, promulgata dalla Regina Isabella II, regolava la vita universitaria, anche se durante la Restaurazione aveva subito alcune modifiche riguardo al numero delle facoltà, i programmi di studio, lo statuto dei docenti e il governo dei centri universitari[8].

L’Università Centrale era composta da cinque facoltà. La Facoltà di Scienze riuniva le sezioni di Scienze esatte, Fisico−matematica e Fisica, Fisico−Chimica, Chimica e Scienze naturali; la laurea si otteneva in quattro anni. La Facoltà di Giurisprudenza (Diritto) prevedeva un corso quinquennale, preceduto da un anno preparatorio. La Facoltà di Filosofia e Lettere era divisa in quattro sezioni: Filosofia, Lettere, Storia e Pedagogia[9]. Tutte queste facoltà avevano la loro sede in calle San Bernardo.

La Facoltà di Medicina, invece, si trovava in calle Atocha 104 ed era una delle più grandi, con 4.000 studenti immatricolati, che completavano i loro studi in sette anni. Frequentavano le varie specialità nell’Ospedale Clinico San Carlos, adiacente alla Facoltà, o in alcuni padiglioni situati nella zona della Moncloa. La Facoltà, inoltre, si avvaleva di un Istituto di Odontologia, specializzazione che si otteneva in due anni accademici. Infine, la Facoltà di Farmacia, in calle Farmacia 11, concedeva il titolo dopo cinque anni di studi; gli studenti del primo anno dovevano presentarsi alla Facoltà di Scienze per superare alcuni corsi comuni.

L’ambito universitario includeva anche l’insegnamento tecnico. La Scuola Superiore di Architettura richiedeva il superamento di sette materie dei primi anni del corso in Scienze Esatte e tre esami di disegno, come condizione necessaria per l’iscrizione. D’altra parte, esistevano numerose scuole di specializzazione per ingegneri: Ingegneria di Strade, Canali a Porti; Ingegneria Agronomica; Ingegneria delle Montagne; Ingegneria mineraria; Ingegneria Industriale; Ingegneria Navale; Ingegneria delle Telecomunicazioni.

Gli edifici universitari —facoltà, scuole, aule e biblioteche— sparpagliati per Madrid, erano scarsamente funzionali, determinando grandi disagi per professori e studenti[10]. Per attenuarli, negli anni venti si cominciò a costruire la cosiddetta Città Universitaria, con un campus moderno e ben attrezzato. In tal modo il contesto urbano si dilatava verso ovest[11].

Circa dodicimila studenti erano iscritti all’Università Centrale e alle Scuole Superiori. I requisiti necessari per immatricolarsi erano tre: aver compiuto quindici anni, possedere il diploma di licenza liceale e, in alcuni casi, superare un esame di ammissione o frequentare un corso preparatorio. Il calendario accademico cominciava il 1° ottobre e si concludeva il 31 maggio, con due periodi di vacanze a Natale e nella Settimana Santa. Lo studente poteva frequentare le lezioni —insegnamento ufficiale— oppure limitarsi a dare gli esami[12]. Gli esami ordinari avevano luogo a maggio, giugno e settembre, e gli appelli straordinari si fissavano a discrezione della facoltà o della scuola corrispondente.

Gli intellettuali spagnoli

Così come qui viene intesa, la figura dell’“intellettuale” fece la sua comparsa a fine Ottocento, in una Francia segnata dalla democratizzazione della vita sociale e politica[13]. L’intellettuale era una persona di cultura generalmente liberale, versatile in scienze umanistiche —spesso era uno scrittore—, esistenzialmente legata ai destini del suo paese[14]. In un’accezione più generica, il termine “intellettuale” comprendeva i membri della comunità accademica, soprattutto i professori, ma anche gli studenti e i laureati.

In ogni paese occidentale gli intellettuali costituivano una minoranza. Difendendo l’identità del paese, miravano a dar vita a una nazione nuova, capace di attuare il proprio destino nella storia. Questo piano nazionale doveva adeguarsi alle caratteristiche peculiari, vale a dire, alle sue espressioni culturali e alle sue tradizioni politico−sociali. Un tale cambiamento nelle strutture e nella mentalità sarebbe avvenuto grazie alle istituzioni dello Stato. Per questo motivo si pose un particolare accento sulla necessità che l’insegnamento —da quello elementare a quello universitario— fosse conforme ai principi.

Nella Spagna del XIX secolo il mondo intellettuale aderì alle grandi correnti culturali del momento, a cominciare da quella liberal−progressista, tesa a riformare il paese mediante l’educazione e la scienza, secondo una concezione immanente dell’uomo. Un’altra corrente era quella confessionale cattolica, che propugnava una visione tradizionale e trascendente della persona umana, a cui si aggiungeva una coscienza unitaria della Spagna inseparabile dalla fede cattolica del popolo. Oltre a queste due correnti, fiorivano delle sotto−culture di carattere reazionario come l’integralismo cattolico, o rivoluzionario come il socialismo, il marxismo e l’anarchismo. Nell’ambito universitario spagnolo si diceva che la corrente liberal progressista era la più influente, ma erano pure numerosi i docenti di mentalità tradizionale o di tendenze socialiste.

L’ideologia liberale della sinistra borghese aveva trovato il suo catalizzatore nella Institución Libre de Enseñanza (ILE). Le sue radici si ritrovavano nella filosofia idealista di Krause, discepolo di Schelling. Era stata adattata, a metà del XIX secolo, alla peculiarità culturale spagnola da Julián Sanz del Río. Più che una filosofia, il Krausismo era una morale e una teoria dell’educazione, un movimento di riforma destinato a instaurare un nuovo modo di convivenza. Quando Francisco Giner de los Ríos, successore di Sanz del Río, con altri professori universitari fu allontanato dalle aule per aver criticato la mancanza di libertà d’insegnamento in Spagna, venne istituzionalizzato il krausismo creando nel 1876 la ILE, i cui scopi erano l’approfondimento e la diffusione della scienza attraverso l’insegnamento, dalle scuole elementari alle superiori. I fondamenti statutari proclamarono il principio di libertà di scienza, in accordo con una coscienza individuale e autonoma, estranea al dogma o ad autorità esterne. La ILE rifiutava in tal modo l’esistenza di una rivelazione divina. Non è che i krausisti fossero atei, perché spiegavano che la ragione si pone sempre la domanda su Dio e, di fatto, nella prima generazione dell’istituzione vi fu una notevole religiosità. Ma la concezione immanente li rendeva intellettualmente gnostici[15].

In questa guerra di idee, di radice religiosa, la battaglia fu ingaggiata sul fronte dell’insegnamento. Secondo i riformatori, il progresso della scienza —la ragione che indaga liberamente la verità— era incompatibile con la fede cattolica —fondata sui dogmi—. Pertanto, l’educazione doveva essere laica[16]. Per loro l’aconfessionalità era un principio basilare per la maturazione integrale dell’uomo. Propugnavano programmi di secolarizzazione come condizione sine qua non per portare a buon fine la riforma di cui la Spagna aveva bisogno. L’insegnamento della religione doveva essere eliminato in ogni ambito scolastico, e sostituito da una educazione morale basata sull’onestà, il patriottismo e la tolleranza.

I tira e molla con i politici della Restaurazione, l’evoluzione del krausismo alla fine del XIX secolo e gli effetti politici della guerra del 1898 con gli Stati Uniti, limitarono l’introduzione in grande scala dei progetti istituzionali. Inoltre, la ILE fallì il tentativo di costituirsi in università privata, per cui l’espansione avvenne attraverso enti minori. Concretamente, nel 1878 fu aperta a Madrid una scuola elementare e, più modesta, una scuola secondaria, oltre a un centro studi universitari dove si impartivano lezioni al di fuori dell’insegnamento ufficiale. Nello stesso tempo, e a causa della scarsa incisività delle iniziative private in Spagna, la ILE sostenne la ricerca nei centri ufficiali e domandò aiuti economici allo Stato[17].

Per la ILE l’occasione propizia si presentò nel 1900 con la creazione del Ministero dell’Istruzione Pubblica e, soprattutto, quando questo Ministero, sette anni dopo, istituì la Giunta per l’Ampliamento degli Studi e della Ricerca Scientifica (JAE), un’agenzia statale promossa e coordinata dalla ILE. Nel corso dei successivi tre decenni la JAE favorì il progresso scientifico in Spagna. Concesse circa cinquanta borse di studio ogni anno a professori e a laureati per svolgere attività di ricerca in centri internazionali di prestigio. Inviò delegazioni ai congressi scientifici e intrattenne relazioni culturali con varie istituzioni straniere[18]. All’interno della Spagna creò alcuni organismi con l’intento di rinnovare la ricerca, come il Centro di Studi Storici e l’Istituto Nazionale di Scienze. Inoltre gestì parecchie iniziative di carattere educativo, tra le quali si possono ricordare la Residencia de Estudiantes (1910) e l’Instituto−Escuela (1918). La Residencia de Estudiantes per universitari, costituita dalla Residencia masculina e dalla Residencia de Señoritas, costituì il Circolo di Belle Arti e l’Ateneo come il principale ambito culturale di Madrid[19]. Da parte sua, l’Instituto−Escuela fu un centro pubblico in un regime di coeducazione. Il suo corpo docente si era costituito per libera indicazione della JAE. Questi moderni metodi pedagogici furono immediatamente apprezzati dalle famiglie di tradizione liberale, che inviarono in queste scuole i loro figli[20].

I primi decenni del XX secolo furono contrassegnati, nella cultura occidentale, da una profonda crisi di valori. Il concetto di uomo, tanto nella versione razionalista come in quella tradizionalista, si era logorato. Si cercarono allora nuovi modelli per comprendere la realtà umana, o argomenti che sostenessero l’ambizione del progresso inarrestabile, attraverso il progresso della scienza, dell’economia capitalista o del materialismo storico[21].

Paradossalmente, la Spagna vide alcuni decenni di crescita culturale, una “Età di Argento”, con intellettuali, scrittori e artisti di tre generazioni, quella del ’98, quella del ’14 e quella del ’27. Se la generazione del ’98 era stata quella della protesta, coerentemente con la sua origine romantica, quella del ’14 propugnò l’azione attraverso il progresso della scienza e l’inserimento nella cultura europea secolarizzata. La generazione letteraria e scientifica del ’27 fu una avanguardia liberale, che tentò di impiantare la “morale della scienza” come fondamento di un patriottismo non esente da formulazioni e conseguenze politiche[22]. Un pensatore influente del primo terzo del secolo fu José Ortega y Gasset, che si assunse il compito di trasformare la cultura spagnola tradizionale mediante il modello offerto dalla scienza moderna. Si impegnò perché le idee contemporanee, che in fin dei conti erano appannaggio di una minoranza liberale, arrivassero alle masse, allora prive di cultura, attraverso l’insegnamento[23].

Da parte loro, anche gli intellettuali cattolici difesero il concetto secondo cui a ogni nazione spettava, per diritto proprio, un ruolo da svolgere nella storia dell’umanità. Sin dalla fine del XIX secolo la gerarchia cattolica aveva pensato ad un progetto corporativo e confessionale alternativo al liberalismo: l’instaurazione di un ordine sociale cristiano che rendesse possibile la riconquista cattolica della nazione e che fondasse il “regno di Cristo sulla terra”. Fra le tante realizzazioni, forse la più nota fu l’Associazione Cattolica Nazionale dei Giovani Propagandisti, creata nel 1909. Gli scrittori e gli intellettuali propagandisti costituirono una minoranza selezionata, pronta a dirigere l’azione sociale dei cattolici e ad influire sulla vita pubblica[24].

Man mano che il secolo XX avanzava, l’ambito confessionale cattolico formulò due grandi progetti che, sebbene apparissero uniti dai medesimi principi, erano separati quanto alle conclusioni[25]. Gli uni condividevano gli impegni scientifici o educativi promossi dalla corrente liberale innovativa o rispondevano con modelli che, pur rimanendo cattolici, avevano qualche relazione con la cultura liberale. Gli altri, invece, si rifacevano a modelli di matrice tradizionale. Per i primi, possibilisti riguardo alle forme politiche e riformiste dello Stato, era necessario convivere con i valori della cultura contemporanea, pur non condividendone i postulati, perché pensavano che fosse possibile apportare soluzioni cristiane. Per i secondi, integralisti e anti−riformisti, la concezione laica e secolare del liberalismo e, a maggior ragione, del socialismo, rendeva impossibile un dialogo intellettuale.

All’Università gli intellettuali cattolici si sentirono emarginati ed esclusi dalle avanguardie culturali. Non era raro incontrare docenti che difendevano, come preciso postulato, il divorzio tra ragione e fede. Questo modo di pensare disorientava gli studenti cattolici. Per esempio, uno studente di dottorato di cui parleremo, José María González Barredo, «era preoccupato per i problemi dell’Università, dato che alcuni premi Nobel (Madame Curie, per esempio) avevano perduto la fede e anche perché alcuni professori dell’Università operavano in tal senso»[26]. E Aurora Medina, una studentessa di Magistero che si formava a Madrid con le teresiane, ricordava che «aveva colleghi e professori agnostici, che spesso non erano in grado di risolvere i problemi di fede in cui si imbattevano»[27].

1. La fondazione dell’Opera

Proveniente da Saragozza, José María Escrivá Albás arrivò a Madrid il 20 aprile 1927[28]. Aveva venticinque anni e ne aveva appena compiuti due come sacerdote. La sua personalità si distingueva per il carattere vivo e forte, la fede in Dio, la passione per il ministero sacerdotale, la simpatia e l’amore per la libertà. Da bambino aveva assistito alla morte di tre sorelle piccole e al fallimento del negozio paterno, che aveva comportato il trasferimento della famiglia da Barbastro a Logroño. A sedici anni aveva capito che Dio lo chiamava e che il cammino per adempiere la volontà divina includeva il sacerdozio. Allora era entrato nel seminario di Logroño e successivamente in quello di San Francesco di Paola a Saragozza dove, oltre a concludere gli studi di Teologia, aveva frequentato i corsi di Diritto in quella che si chiamava Universidad Literaria. Nel novembre del 1924, quando era ormai vicina la sua ordinazione presbiterale, morì suo padre, per cui si ritrovò capo famiglia e con la necessità di sostenere economicamente sua madre e i suoi due fratelli[29].

Escrivá voleva ottenere il dottorato di Diritto all’Università Centrale di Madrid, l’unica in Spagna che concedeva questo titolo. Perciò si iscrisse alla Facoltà di Diritto non appena arrivato nella capitale[30]. Si sosteneva con i compensi giornalieri di cinque pesetas e cinquanta centesimi, ricevuti per la celebrazione della Messa nella Chiesa pontificia di San Miguel[31]. Abitava in una pensione in calle Farmacia.

Una settimana e mezza più tardi —era il 30 aprile 1927— si trasferì nella Casa Sacerdotale, al numero 3 di calle Larra, di fronte al giornale liberale e riformista El Sol. La Casa era gestita da una nuova e attiva congregazione religiosa, le Dame Apostoliche del Sacro Cuore[32]. La residenza aveva trentuno camere, alcune non occupate. Lì José María simpatizzò presto con altri residenti, soprattutto con i presbiteri più giovani, come Jesús Gutiérrez Ayllón, Avelino Gómez Ledo e Fidel Gómez Colomo[33].

Fra la fine di maggio e i primi di giugno, la fondatrice delle Dame Apostoliche, Luz Rodríguez−Casanova[34], chiese per Escrivá al vescovado di Madrid−Alcalá le licenze ministeriali e la nomina a primo cappellano dell’Opera Apostolica del Patronato de Enfermos, che aveva la propria sede in calle Santa Engracia 13. Questa istituzione aveva lo scopo di fornire aiuti materiali, sanitari e spirituali a persone indigenti. Il Patronato disponeva del convento, dove vivevano otto Dame Apostoliche, a capo delle quali c’era la superiora, Rodríguez−Casanova, e vari edifici adiacenti: uno destinato a scuola di bambini, un altro alle mense di carità, e un terzo, quasi una clinica, ai malati privi di mezzi. Il 1° giugno Escrivá cominciò la sua attività pastorale nel Patronato. Immediatamente fece amicizia con il secondo cappellano, Norberto Rodríguez García[35].

L’attività sacerdotale di Escrivá nel Patronato de Enfermos consisteva nella celebrazione della Messa alle nove del mattino, la successiva esposizione dell’Eucaristia, il servizio al confessionale della cappella e la recita del rosario alle tre e mezzo del pomeriggio, alla quale faceva seguito la benedizione con il Santissimo. A queste, aggiunse altre attività di propria iniziativa. Così, durante alcuni fine settimana ascoltava le confessioni dei bambini che le Dame Apostoliche e le loro Ausiliari portavano al Patronato perché assistessero alla Messa e ricevessero la catechesi. Erano una parte delle migliaia di bambini delle oltre cinquanta scuole semi−gratuite che le religiose gestivano, disseminate nell’hinterland di Madrid. Altre volte don José María si trasferiva in queste scuole per ascoltare le confessioni dei bambini[36]. Prese anche l’abitudine di passare a mezzogiorno dalle mense di carità —una era la mensa dei cosiddetti “poveri vergognosi”— per parlare con qualcuna delle oltre seicento persone che ogni giorno ricevevano un pasto gratuito nel Patronato. Inoltre, visitava a casa loro numerosi malati, che confessava e ai quali portava la Comunione. Dette pure alcune lezioni di catechesi che le Dame Apostoliche organizzavano nei “quartieri più periferici”[37].

Gradualmente, le visite fuori dal Patronato ampliarono il ventaglio delle sue conoscenze: dai poveri miserabili, che vivevano in case di lamiera a Tetuán de las Victorias, fino ai parenti e agli amici aristocratici di Luz Rodríguez−Casanova[38].

Il cappellano del Patronato percepiva circa 1.500 pesetas l’anno: 600 dallo stipendio e il resto da altre retribuzioni[39]. Un reddito inferiore alle 2.000 pesetas l’anno collocava una persona ad un livello di povertà, rendendo impossibile il mantenimento di una famiglia[40]. Per questo Escrivá cercò altre occupazioni che fossero compatibili con la sua attività pastorale.

Nell’anno accademico 1927−1928 ottenne un posto di professore di Diritto Romano e di Istituzioni di Diritto Canonico nell’“Academia Cicuéndez. Especial de Derecho”[41]. L’Accademia era un centro di «insegnamento privato di studi giuridici»[42], dove gli alunni, interni ed esterni approfondivano la conoscenza delle materie insegnate a Legge. La sede si trovava in una posizione invidiabile, perché occupava il primo piano di calle San Bernardo 52, angolo calle Pez, proprio di fronte alla Facoltà di Giurisprudenza. «Per la sua vicinanza all’Università era molto nota tra gli studenti di legge. Godeva di un grande prestigio», ricordava uno studente[43]. L’impegno di José María si concretò in due lezioni pomeridiane la settimana per più di quattro anni[44]. Inoltre dava alcune lezioni private a casa sua.

Nel novembre del 1927 il sacerdote prese in affitto un appartamento al quarto piano di calle Fernando il Cattolico 46. Sua madre Dolores, che aveva cinquanta anni, sua sorella Carmen, di ventotto, e il beniamino della famiglia, Santiago, di otto anni, si trasferirono dall’Aragona e vennero ad abitare con lui. José María era l’unico in grado di guadagnare quel tanto necessario per mantenere la famiglia, perché sua madre e Carmen si occupavano delle faccende domestiche[45]. Nei mesi che seguirono si concentrò sugli impegni pastorali che aveva assunto, oltre che sulle lezioni e la tesi.

Il 30 settembre 1928 José María Escrivá cominciò gli esercizi spirituali nel convento dei Lazzaristi, in calle García de Paredes. La mattina di martedì 2 ottobre, mentre compilava e leggeva alcune schede nelle quali aveva annotato idee e vicende della sua vita interiore, ricevette da Dio «l’illuminazione su tutta l’Opera» e «si rese conto dello splendido e pesante carico che il Signore, nella sua bontà insondabile, gli aveva messo sulle spalle»[46]. Escrivá ricevette una luce soprannaturale che dava un senso alle preghiere e alle ispirazioni degli anni precedenti, proiettandolo nella realizzazione di una missione specifica. Accolse nel suo cuore il messaggio divino, che consisteva nella diffusione tra i fedeli cristiani, sacerdoti e laici, della consapevolezza di essere chiamati a divenire santi in Gesù Cristo nelle occupazioni normali della vita quotidiana. Nello stesso tempo capì che sarebbe stata necessaria una istituzione per trasmettere questo messaggio nella Chiesa[47]. Emozionato, s’inginocchiò e rese grazie a Dio[48].

Fra l’ottobre del 1928 e il novembre del 1929 Escrivá non ricevette altre ispirazioni che potesse attribuire a Dio[49]. Sebbene avesse capito che il messaggio ricevuto richiedeva persone che lo divulgassero, resisteva al pensiero di fondare una nuova istituzione. Perciò cercò se esisteva, in Spagna o all’estero, una realtà ecclesiale che coincidesse con ciò che aveva visto, per domandare di essere ammesso. Chiese informazioni sulle diverse “opere” o movimenti cattolici nei quali i membri vivevano una donazione a Dio senza costituire una congregazione religiosa tradizionale e realizzavano attività apostoliche tra i fedeli[50]. Ebbene, tutte le istituzioni esistenti presentavano divergenze sostanziali con la luce da lui ricevuta il 2 ottobre 1928. Fra queste, un caso emblematico. Escluse la Compagnia di san Paolo, fondata pochi anni prima dal cardinal Ferrari, perché aveva capito che l’Opera era solo per gli uomini, e invece fra i paolini c’erano pure donne. Come avrebbe ricordato dopo: «Anche se l’Opus Dei non differisse dai Paolini in alcun altro aspetto che nel non ammettere neppure lontanamente le donne, la differenza sarebbe già notevole»[51].

José María Escrivá parlò del messaggio dell’Opera a sacerdoti e a persone di diversi ambienti, e anche a studenti che cercavano il suo aiuto spirituale. Lo divulgò progressivamente, e personalmente. Uno dei primi giovani con i quali ne parlò fu José Romeo, che aveva conosciuto quando stava a Saragozza[52]. Nel giugno del 1929 Pepe, come lo chiamavano familiarmente, era venuto a Madrid per sostenere un esame di disegno, una delle materie previe all’ingresso nella Scuola di Architettura. Nei giorni in cui si trattenne nella capitale assisteva alla Messa che José María celebrava nel Patronato de Enfermos. Un giorno, dopo aver fatto colazione, il sacerdote gli lesse e gli commentò alcuni appunti che si riferivano all’Opera. Romeo se ne entusiasmò e decise di aderirvi. Alcuni giorni dopo ritornò a Saragozza. Mantenne contatti epistolari con José María fino a giugno dell’anno successivo, quando si trasferì a Madrid per cominciare il corso di studi[53].

Quando passava da Madrid fra il 1929 e il 1930, Pepe presentava a José María alcuni amici dell’Associazione degli Studenti Cattolici, come Guillermo Escribano[54] o Pedro Rocamora[55]. Romeo pensava che fossero in grado di comprendere gli insegnamenti di Escrivá sulla vita cristiana e sull’Opera. Proprio per poterlo incontrare, Rocamora andava alla Messa che José María celebrava nel Patronato de Enfermos.

Da parte sua Escrivá ampliò il numero dei sacerdoti frequentati. Con alcuni di loro era stato ospite della Casa Sacerdotale delle Dame Apostoliche, li aveva conosciuti in occasione delle attività pastorali o li aveva anche fermati per la strada chiedendo loro di pregare per l’Opera. Fra i presbiteri amici, comunicò le sue ansie soprannaturali a Blas Carda Saporta, Manuel Ayala, Ángel del Barrio e Pedro Siguán —quest’ultimo, un religioso della Sacra Famiglia—[56]. Nel dicembre 1929 ebbe una lunga conversazione con il secondo cappellano del Patronato de Enfermos, Norberto Rodríguez García, e lo ammise nell’Opera. Poco tempo dopo Escrivá gli fece leggere alcuni fogli sui quali annotava quello che, secondo lui, erano luci ricevute da Dio. Finita la lettura —secondo ciò che ricordava don José María più tardi—, don Norberto gli disse: «La prima cosa da fare è l’Opera maschile»[57].

L’anno 1930 portò nuove sorprese. La più importante avvenne il 14 febbraio. Quel giorno José María Escrivá celebrava la Messa nella cappella della casa di Leónides García San Miguel, marchesa di Onteiro e madre di Luz Rodríguez−Casanova. Dopo la comunione, comprese che Dio voleva che nell’Opus Dei vi fossero anche le donne[58]. Allo stesso tempo, questa intuizione lo convinse che non doveva fare altre indagini, ma piuttosto dar vita a una nuova realtà ecclesiale, che sarebbe stata al servizio del messaggio ricevuto: «Era necessario fondare, senza alcun dubbio»[59], dirà in seguito. Da quel momento selezionò le persone a cui spiegare l’Opera e fece nuove amicizie tra i conoscenti di Pepe Romeo, gli studenti dell’Accademia Cicuéndez e alcuni parenti delle Dame Apostoliche e delle Ausiliari che collaboravano con loro.

Il 24 agosto incontrò Isidoro Zorzano, un ex compagno liceale di Logroño, che lavorava come ingegnere a Malaga nelle Ferrovie Andaluse[60]. Pochi giorni prima Isidoro aveva ricevuto una sua lettera nella quale gli manifestava il desiderio di rivederlo, se fosse capitato a Madrid. La mattina del 24 Zorzano aveva tentato invano di incontrare l’amico. Avendo la sensazione che si sarebbero visti, rimase a passeggiare in calle Nicasio Gallego. Anche Escrivá si sentì mosso a passare dalla stessa strada. Quando si videro, si salutarono affettuosamente. In quel periodo Zorzano cercava di capire ciò che Dio gli chiedeva per la sua vita. Aveva pure pensato di diventare religioso, ma non ci vedeva chiaro. I due amici conversarono con calma durante il pomeriggio. Isidoro arrivò alla conclusione che aveva trovato quello che cercava e chiese a José María di far parte dell’Opera[61].

In quel periodo, di solito nel pomeriggio della domenica, Escrivá andava a casa di Romeo per costituire un archivio di ritagli di giornali e di riviste su alcune istituzioni cattoliche. La conoscenza dello spirito e dell’apostolato di queste realtà ecclesiali aiutò don José María a meditare sull’Opera che stava avviando[62].

José María Escrivá cercava un luogo adatto per parlare del messaggio ricevuto sulla santità in mezzo al mondo, un luogo in cui incontrarsi con studenti, amici sacerdoti e anche operai[63]. L’appartamento in affitto di calle Ferdinando il Cattolico era troppo piccolo per ricevere visite[64]; né le cose erano migliorate quando, nel settembre del 1929, gli Escrivá Albás si erano trasferiti nella casa del cappellano del Patronato de Enfermos in calle José Marañón n. 4[65]. Ecco perché José María incontrava i sacerdoti e gli universitari nel Patronato de Enfermos, in locali pubblici o, semplicemente, per strada, fermandosi per fare una visita a Gesù Cristo nel tabernacolo di una chiesa. Talvolta andava con gli studenti in un chiosco che si trovava nella Castellana, quasi all’angolo con calle del Marqués de Riscal, oppure al Parco del Retiro. Seduto in mezzo ai giovani, José María leggeva alcuni appunti di carattere spirituale che raccoglieva in un quaderno: «Alcuni pomeriggi, all’imbrunire, ci leggeva pagine intere, o a volte soltanto due o tre pensieri»[66], ricordava Pedro Rocamora.

Un luogo spesso frequentato da Escrivá era “El Sotanillo”, che si trovava nei pressi della Porta de Alcalá. Era rinomato soprattutto per la cioccolata calda. Pur trovandosi in un piccolo seminterrato, disponeva di diversi tavolini che permettevano di parlare tranquillamente. Pepe Romeo, Pedro Rocamora o Julián Cortés−Cavanillas —quest’ultimo era uno studente dell’Accademia Cicuéndez[67]— andarono lì molte volte per fare merenda con José María Escrivá. Mentre assaporavano una cioccolata calda o una bibita, conversavano con il sacerdote di realtà divine e di realtà umane. Qualche volta don José María portava schemi o quadri sinottici sull’Opera e li commentava. Poi, ricorda Rocamora: «uscivamo e percorrevamo la calle di Alcalá e la Gran Vía fino ad arrivare alla Red de San Luis dove era solito prendere il tram che lo portava a calle Santa Engracia. Se non ricordo male, era il tram n. 28 che aveva un cartello che diceva “Linea di San Luis−Guindalera−Prosperidad”. Altre volte, arrivati a Cibeles, piegavano per Recoletos, passeggiando per calle Genova»[68].

Quando stava per iniziare l’anno accademico 1930−1931, Escrivá decise di modificare il suo lavoro pastorale. Il ruolo di cappellano del Patronato non gli assicurava la stabilità a Madrid. Egli rimaneva un sacerdote extradiocesano, trasferito per motivi di studio, e, viste le severe leggi ecclesiastiche sulla residenza dei presbiteri nella capitale, correva il rischio certo di essere rimandato nella sua diocesi[69]. Inoltre la cappellania del Patronato de Enfermos gli assorbiva la maggior parte del tempo, dedicato generosamente ai penitenti, alla catechesi e alla visita domiciliare dei malati. Ora —così ragionava— doveva impegnarsi maggiormente per l’Opera, stimolando l’apostolato e formando i primi membri[70]. D’altra parte, non sembrava opportuno che cercasse donne per l’Opera nel confessionale delle Dame Apostoliche, che era la sede centrale della congregazione. Infine, c’era anche un motivo umano, anch’esso rilevante: l’attività del Patronato era così logorante che, pensava: «lì mi annichilo, mi annullo. Intendo sul piano fisico: di questo passo finirò con l’ammalarmi e non potrò quindi svolgere un lavoro intellettuale»[71].

A questa situazione si aggiungeva l’evoluzione politica e sociale della Spagna. Il 14 aprile 1931 veniva proclamata la Seconda Repubblica. Niceto Alcalá−Zamora assunse l’incarico di presiedere un Governo provvisorio che aveva il compito di convocare le elezioni per una Costituente e governare il paese fino all’approvazione di una nuova Costituzione. Il re Alfonso XIII abbandonò la Spagna per evitare una possibile guerra civile.

La Repubblica annunciò la separazione tra la Chiesa e lo Stato. La Spagna non era più ufficialmente cattolica, interrompendosi così una tradizione secolare. La vita religiosa —Messa e altri atti di culto— non fu turbata dal nuovo sistema repubblicano. Cosa ben diversa fu da quel momento l’abitudine degli insulti per strada contro i sacerdoti che portavano l’abito talare[72].

Come molti cattolici, José María Escrivá accolse il nuovo regime —la Seconda Repubblica— con una certa preoccupazione. Il motivo stava nell’ideologia anticlericale di cui faceva sfoggio la maggior parte dei partiti politici del Governo provvisorio. Comunque, personalmente fece buon viso alla richiesta della Gerarchia della Chiesa che chiedeva ai cattolici spagnoli di accettare il nuovo potere costituito[73]. Tuttavia, ci fu un fatto congiunturale che lo riguardò: l’avvento della Repubblica fece tramontare la possibilità di essere nominato cappellano della giurisdizione palatina[74].

Quattro settimane dopo —l’11 maggio— avvenne “l’incendio dei conventi”, che interessò diverse località spagnole. A Madrid circa trecento giovani —in maggioranza dell’estrema sinistra repubblicana e anarchici— incendiarono nove conventi, cinque scuole e una dipendenza parrocchiale. Il Governo provvisorio mantenne per tutta la giornata un atteggiamento indolente finché, data la gravità degli avvenimenti, decretò lo stato di guerra e ordinò che l’esercito presidiasse le strade[75].

Come altri sacerdoti e i religiosi, José María Escrivá visse questa giornata vivamente preoccupato. A metà mattina, quando lo informarono che i rivoluzionari stavano dando alle fiamme la casa professa dei gesuiti in calle de la Flor, andò nella cappella del Patronato de Enfermos. Lì si vestì in borghese e, insieme a suo fratello Santiago, al padre e al fratello di Pepe Romeo, e a Julián Cortés−Cavanillas, uscì «con una pisside piena di Ostie consacrate avvolta in una veste talare e in un po’ di carta»[76]. Un taxi li portò da Santa Engracia 13 —dov’era il Patronato— fino all’abitazione della famiglia Romeo, al numero 134 della stessa strada[77].

Le minacce anticlericali e la sensazione di insicurezza provata durante “l’incendio dei conventi” facevano presagire nuove aggressioni alle istituzioni ecclesiastiche. Siccome il Patronato de Enfermos era un possibile obiettivo per gli incendiari, José María Escrivá cercò una casa sicura per la famiglia. Il 13 maggio gli offrirono un piccolissimo appartamento in calle Viriato 22, secondo interno a destra, di proprietà di Luz Rodríguez−Casanova. Per quanto sembrasse inadeguato ad alloggiare quattro persone, gli Escrivá Albás vi si trasferirono appena possibile. In questa «casa modesta»[78] sarebbero rimasti un anno e mezzo.

Nel frattempo, don José María proseguiva la ricerca di un nuovo incarico sacerdotale che gli permettesse di dedicare più tempo all’Opera. Conobbe nuove persone in grado di comprendere il messaggio di cui si sentiva depositario e conservò i suoi impegni accademici e pastorali. Nei primi mesi del 1931 gli avevano presentato altri giovani. Ad alcuni fece la proposta di seguirlo nell’Opera. Più precisamente, all’inizio di maggio —rispettivamente, nei giorni 1 e 6— due ragazzi si mostrarono disposti a formarsi nello spirito dell’Opus Dei: José Muñoz Aycuéns[79], un pittore, e Adolfo Gómez Ruiz[80], studente di medicina, amico di Pepe Romeo.

Nella Casa Sacerdotale delle Dame Apostoliche Escrivá conobbe anche un altro sacerdote secolare che poteva capire il messaggio dell’Opera. Si chiamava Sebastián Cirac. Lavorava come archivista della Curia diocesana di Cuenca, ma veniva spesso a Madrid per seguire i corsi di dottorato nella Facoltà di Filosofia e Lettere[81]. Dopo alcune conversazioni tra i due, Cirac decise di incorporarsi nell’Opera nel mese di luglio[82].

Il caso di Pedro Cantero —un sacerdote che Escrivá aveva conosciuto mesi prima all’Università Centrale— fu un po’ diverso[83]. Il 14 agosto parlarono dell’Opera e, come frutto di questa conversazione, Cantero si propose obiettivi più ambiziosi per la sua azione pastorale e apostolica. In particolare, durante i mesi che seguirono, i due sacerdoti visitarono i malati in alcuni ospedali. In seguito, però, i rapporti si attenuarono a causa dei rispettivi impegni pastorali[84].

Come era la personalità di José María Escrivá? Chi lo frequentava notava il suo «carattere aperto, l’aspetto cordiale e la simpatia irresistibile»[85], una personalità attraente che parlava «senza alcuna leziosaggine, perché non era per nulla, assolutamente per nulla, presuntuoso»[86]. Si distingueva soprattutto nella celebrazione dei sacramenti e negli atti di culto. Nella cappella del Patronato le Dame Apostoliche osservavano che Escrivá passava «lunghe ore vicino al Tabernacolo in conversazione con il Signore. Era solito stare in chiesa nei momenti in cui era vuota»[87]. Secondo Rocamora, «senza prediche, senza omelie, semplicemente con la maniera di dir messa, l’emozione con cui compiva il Sacrificio era talmente potente che si trasmetteva a chi gli stava vicino»[88].

Le persone che lo conoscevano —e, in modo particolare, i giovani— sentivano la voglia di parlare con lui. «Si rivolgeva ai giovani con il loro stesso linguaggio»[89], trasmettendo idee stimolanti. I suoi studenti dell’Accademia Cicuéndez si offrivano alle volte di accompagnarlo fino a casa sua dopo le lezioni, o all’uscita improvvisavano una tertulia[90]. Julián Cortés−Cavanillas ebbe «molti incontri, generalmente alla fine del pomeriggio e almeno una volta la settimana»[91]. Cortés, durante le passeggiate, «affrontava temi e problemi complessi di natura anticonformista»[92] ed Escrivá «li confutava o cercava di orientarmi, soprattutto nelle questioni religiose, riportandomi nell’alveo della stretta ortodossia»[93]. Manuel Gómez−Alonso, anche lui studente dell’Accademia, scrisse che era «facile fare amicizia con lui, e —ricordava— assai spesso, al termine delle lezioni, l’ho accompagnato camminando per strada verso casa sua»[94].

Il rapporto personale con José María Escrivá metteva in crisi perché affrontava i temi da un punto di vista sacerdotale con fede e, allo stesso tempo, in modo spontaneo. Non presentava un programma di vita strutturato, né faceva esposizioni sistematiche della dottrina cristiana o della luce ricevuta il 2 ottobre 1928. Trasmetteva il desiderio di diventare santo attraverso le realtà della vita quotidiana. Gli studenti si stupivano perché Escrivá parlava «come un uomo ispirato. Impressionava la sua profonda fede nel dovere fare “quello”»[95]. Qualcuno pensò che era «un sognatore»[96], perché lo vedeva «così solo, così disarmato, così privo di aiuti, da sembrare impossibile che quel “suo sogno” divenisse un giorno realtà»[97]. Un giorno Pedro Rocamora gli disse che le sue proposte di vita cristiana gli sembravano buone, ma erano troppo ambiziose. Il sacerdote lo interruppe: «Guarda che non è una mia invenzione; è la voce di Dio»[98].

L’arrivo al Patronato di Santa Isabel

Nella storia politica spagnola il secondo semestre del 1931 fu contrassegnato dalla tormentata approvazione della Costituzione della Seconda Repubblica che, in sostanza, sancì un progetto culturale e sociale praticabile soltanto dai repubblicani di sinistra e dai socialisti.

Le Camere Costituenti furono inaugurate il 14 luglio e nei giorni che seguirono furono discussi gli articoli della Costituzione. Il dibattito precedente l’approvazione degli articoli 26 e 27, che sancivano lo statuto della Chiesa, fu particolarmente teso e appassionato. Furono approvati, rispettivamente, il 14 e il 15 ottobre, dopo una settimana di forti contrasti dialettici nella Camera. Fra le altre misure, agli ordini religiosi era proibito l’insegnamento e venivano iscritti in un registro speciale; la Compagnia di Gesù veniva sciolta e i suoi beni nazionalizzati; veniva anche soppresso il fondo destinato al culto e al clero[99]. In tal modo la separazione andava al di là del concetto di uno Stato non confessionale o indifferente al fatto religioso. Era un modello statalista, che introduceva il laicismo[100].

Come tutti i cattolici spagnoli, José María Escrivá seguiva questi avvenimenti con grande trepidazione; però, nel suo caso, quei mesi furono caratterizzati anche da altre vicende che lo coinvolgevano ben oltre la situazione politica. Ricevette nuove luci fondazionali, che gli permisero di capire la fisionomia spirituale dell’Opus Dei. In alcuni momenti sentì in modo del tutto speciale l’azione divina. Il 7 agosto, mentre celebrava la Messa nel Patronato de Enfermos, comprese che il lavoro professionale è il mezzo mediante il quale i membri dell’Opera si identificano con Cristo e rendono visibile la sua dottrina di salvezza[101]. Poi, durante l’autunno —e in particolare nei giorni 22 settembre, 16 e 29 ottobre—, si sentì inondato dalla gioia di essere e di sapersi figlio di Dio; da quel momento spiegava che il senso della filiazione divina diveniva il fondamento dello spirito dell’Opus Dei[102].

Nel frattempo riuscì a cambiare l’incarico pastorale, come chiedeva insistentemente. Nel luglio del 1931 venne a sapere che le agostiniane del Patronato di Santa Isabel avevano bisogno di un cappellano che celebrasse la Messa per loro. Quel Patronato, ubicato in calle Santa Isabel, era costituito da un monastero di agostiniane di clausura, una chiesa conventuale e una scuola per bambine diretta dalle religiose dell’Assunzione. Alla sua sinistra si trovava l’Ospedale Provinciale, comunemente chiamato Ospedale Generale, e, di fronte, la Facoltà di Medicina e l’Ospedale Clinico di San Carlo. Il quartiere era abitato da persone di ceto medio−basso, tra cui alcuni dipendenti della vicina stazione ferroviaria di Atocha[103].

Un rettore e due cappellani —uno per il monastero e l’altro per la scuola— era l’organico del personale ecclesiastico del Patronato di Santa Isabel[104]. Quando fu proclamata la Seconda Repubblica, lo Stato si era assunto l’incarico di pagare gli stipendi dell’organico; dal punto di vista ecclesiastico, il clero era rimasto sotto la giurisdizione palatina, retta allora dal vescovo Ramón Pérez Rodríguez. Sennonché il 16 giugno il Governo provvisorio della Repubblica soppresse lo stipendio del personale ecclesiastico dei patronati, rimuovendo don Josemaría dall’incarico. Temporaneamente alcuni padri agostiniani provvidero alla comunità del monastero di Santa Isabel.

Messo al corrente di questa situazione da Catalina García del Rey, collaboratrice delle Dame Apostoliche, José María Escrivá offrì i suoi servizi pastorali. Nel mese di settembre la priora del monastero delle agostiniane ottenne la concessione verbale del vescovo palatino di accogliere don José María come cappellano; da parte sua, il sacerdote accettò di non ricevere una nomina ufficiale, né uno stipendio, né l’alloggio nei locali destinati al clero del Patronato. I suoi obblighi di cappellano consistevano nella celebrazione della Messa alle otto del mattino nella chiesa del monastero, con la partecipazione della comunità delle agostiniane; e nella cura delle confessioni prima e dopo la Messa. Il 21 settembre 1931 Escrivá celebrò per la prima volta nella chiesa di Santa Isabel. Un mese dopo, il 28 ottobre, concluse definitivamente l’incarico di cappellano del Patronato de Enfermos[105].

Dal punto di vista giuridico, l’incarico a Santa Isabel era molto incerto. Dato che le autorità repubblicane non gli concedevano la nomina ufficiale di cappellano, neppure l’autorità ecclesiastica palatina gli concedeva quella canonica o ecclesiastica scritta; pertanto non poteva far altro che accontentarsi di essere un cappellano supplente designato sulla parola[106]. Neppure dal punto di vista economico, la nuova mansione risultava vantaggiosa. Fino a quel momento, pur non trovandosi in una situazione florida, José María Escrivá aveva potuto mantenere la famiglia grazie alla somma dei diversi contributi che riceveva: lo stipendio della cappellania del Patronato de Enfermos e quello dell’Accademia Cicuéndez, gli introiti per le lezioni private, oltre alle retribuzioni delle Messe. Ora rimanevano le lezioni private e le regalie delle monache di santa Isabel.

D’altra parte, con il passaggio al Patronato di Santa Isabel, don José María raggiungeva alcuni dei suoi obiettivi. Per un verso, disponeva di più tempo, necessità di cui sentiva l’urgenza per far crescere l’Opera; per un altro, otteneva un incarico pastorale che, fino a un certo punto, giustificava la sua residenza a Madrid. Quanto meno evitò il rischio di essere espulso dalla capitale. Nel mese di novembre Mons. Eijo Garay, vescovo di Madrid−Alcalá, stabilì che tutti i sacerdoti residenti nella sua diocesi inviassero al vescovado una scheda, dalla quale risultasse la loro occupazione pastorale. Per quel che venne a sapere José María Escrivá, questa disposizione mirava a «inviare alle loro rispettive diocesi i signori Preti che non siano della diocesi di Madrid−Alcalá»[107]. Siccome il nuovo lavoro di Escrivá si svolgeva sotto l’autorità del vescovo palatino, non dovette neanche compilare questa scheda.

Nonostante i cambiamenti, don José María non voleva perdere i contatti con i malati e i poveri. Desiderava portare loro, come aveva fatto sinora, la luce e la consolazione cristiana: «Nel Patronato de Enfermos —scrisse— il Signore volle che io trovassi il mio cuore di sacerdote»[108]. Ecco perché poche settimane dopo il suo arrivo a Santa Isabel, e grazie a una conversazione con il sacrestano della chiesa, entrò in contatto con la “Congregazione di San Filippo Neri dei secolari”[109]. I cosiddetti filippini costituivano una confraternita formata da laici di varie professioni civili e da alcuni sacerdoti, che assistevano i malati nell’Ospedale Generale. I loro compiti di volontariato erano preziosi, perché il personale del centro sanitario non era sufficiente per assistere gli oltre mille pazienti ricoverati.

La domenica i filippini si riunivano nella cappella dell’Ospedale alle quattro del pomeriggio per pregare. Poi, per due o tre ore, si distribuivano in coppie e giravano l’ospedale per assistere i malati. Spesso erano costretti a svolgere compiti sgradevoli, sia per le condizioni dei pazienti —bisognava lavarli, tagliare loro i capelli o le unghie, rifare i letti—, sia per le reazioni anticlericali di alcuni malati o delle loro famiglie. José María Escrivá collaborò a quest’opera di misericordia a partire da domenica 8 novembre[110].

La sua presenza nell’Ospedale Generale e in altri ospedali si intensificò col passare dei mesi. Il sacerdote Pedro Cantero lo accompagnò «moltissime volte»[111] in vari centri: l’Ospedale Generale, l’Ospedale Nazionale delle Malattie Infettive che aveva sede a Chamartín de la Rosa, l’Ospedale de la Princesa nella strada omonima, all’angolo di calle Alberto Aguilera, e l’Ospedale del Niño Jesús ubicato dietro al Parque del Retiro. Rimase impressionato dal modo con cui Escrivá diceva «ai malati parole di consolazione intense e profonde, non dolciastre, ma piene di amore e di fortezza»[112]. Allo stesso tempo, e come contropartita, il fondatore invitava i pazienti «a offrire al Signore le loro sofferenze, la degenza, la loro solitudine —alcuni erano veramente soli—, per il lavoro che svolgeva con i giovani, senza altre spiegazioni. Per questo era ragionevole che umanamente e soprannaturalmente si producessero degli effetti soprannaturali, perché il Signore voleva che l’Opera andasse avanti a prescindere dagli uomini, malgrado me stesso, che sono un povero uomo»[113].

L’ampiezza dell’attività sacerdotale

Era arrivato il tempo della prima espansione dell’Opus Dei. Scriverà tempo dopo il fondatore, facendo un riassunto delle sue attività in quei mesi: «Da quel giorno [2 ottobre 1928] il somaro rognoso (burrito sarnoso) si rese conto di quanto fosse bello e pesante il carico che il Signore, nella sua insondabile bontà, aveva posto sulle sue spalle. Quel giorno il Signore fondò la sua Opera: da allora ho cominciato a trattare anime di laici, studenti o no, purché giovani. E a formare gruppi»[114]. Come abbiamo visto, queste persone erano di estrazione diversa: studenti, operai, artigiani, professionisti e sacerdoti.

Don José María fece in modo che la domenica i ragazzi conosciuti lo accompagnassero all’Ospedale Generale. Sapeva bene che l’incontro con il dolore aiuta sia il malato che il visitatore. Tra gli studenti c’erano Pepe Romeo e Adolfo Gómez Ruiz, i quali, a loro volta, portarono i fratelli —rispettivamente, Manuel e Pedro— e alcuni amici, come José Manuel Doménech, studente di Giurisprudenza, o Julio Torres Azara[115].

Dopo le visite ai malati, si fermavano un po’ a conversare. Ricorda Pepe Romeo: «qualche volta passeggiavamo, altre volte ci sedevamo su una panchina del Retiro o andavamo a fare merenda al Sotanillo, un locale dove bevevamo una birra. Altre volte facevano merenda per strada con panini e ciccioli»[116]. Escrivá si fermava per qualche minuto a parlare con qualcuno a quattr’occhi o interveniva nella discussione «per portare, con naturalezza, la conversazione verso temi spirituali e apostolici»[117]. Assai spesso li invitava a vivere pratiche spirituali o iniziative di carità cristiana, come la recita del Rosario, la lettura del Vangelo o le visite ai poveri per portare un po’ di affetto e qualche aiuto materiale.

Domenica 22 novembre 1931, per esempio, scriveva: «Quando sono uscito dall’ospedale, mi aspettavano Adolfo e Isidoro. La sorpresa mi fece piacere. Siccome si può dire che non ho una casa, siamo andati al Sotanillo. C’era molta gente e il padrone del locale ci fece entrare nella sua sala da pranzo. Lì abbiamo parlato molto della O. [Opera] di D. [Dio] e di cose spirituali»[118]. Qualcosa di simile accadde tre settimane dopo, domenica 13 dicembre, quando si riunì con altri: «Ieri sera ci siamo riuniti, con D. Norberto e in casa sua, Pepe R. [Romeo], Isidoro, Pepe A. [Muñoz Aycuéns] e Adolfo [Gómez Ruiz]. Prima siamo stati nel Sotanillo»[119].

Come già era avvenuto con gli studenti di Cicuéndez, Escrivá conquistava l’attenzione perché parlava con determinazione. Non aveva alcuna importanza l’evidente mancanza di mezzi, la difficile situazione della Chiesa in Spagna o la sempre più complessa congiuntura internazionale, in allarme per l’affermarsi dei totalitarismi. L’Opera di Dio —ripeteva con convinzione— si aprirà strada tra gli uomini. Così Dio glielo aveva detto in molti modi. Uno di questi fu molto eloquente. Il 12 dicembre 1931 sentì con una tale intensità, nel suo intimo, le parole latine del versetto 10 del salmo 103 —Inter medium montium pertransibunt aquae (“le acque passeranno attraverso le montagne”)— che sentì l’impulso di annotarle: «le ho capite; sono la promessa che l’O. [Opera] di D. [Dio] supererà gli ostacoli e che le acque del suo apostolato passeranno oltre tutti gli impedimenti che si presenteranno[120]. Incoraggiato da questa fede, continuò l’apostolato con i laici e i sacerdoti che venivano a parlare con lui.

In novembre, Norberto Rodríguez parlò dell’Opera con Lino Vea−Murguía[121]. Lino era stato il primo cappellano del Patronato de Enfermos prima di Escrivá e ora era il cappellano delle religiose Schiave del Sacro Cuore. Norberto lo invitò a far parte dell’Opera e, avendo ricevuto una risposta affermativa, ne parlò a José María[122]. L’arrivo di Lino fu provvidenziale perché allora il fondatore si chiedeva come imprimere un carattere più formativo e organico alle riunioni che organizzava.

Il 29 dicembre 1931 José María si riunì con Lino e Norberto in casa di quest’ultimo. Discussero sulla possibilità di scegliere alcuni presbiteri ai quali spiegare il messaggio dell’Opera. Lino suggerì i nomi dei suoi amici di seminario, i “tre José María” come li chiamava. Pochi giorni dopo —era la prima settimana del 1932— Lino presentò José María Vegas[123], cappellano della parrocchia di San Ginés, e José María Somoano[124], cappellano di un padiglione per tubercolotici nell’Ospedale Nazionale di Malattie Infettive, volgarmente conosciuto come Ospedale del Re, ubicato a Tetuán de las Victorias, a nord di Madrid. I due si entusiasmarono alle proposte di Escrivá. Un mese dopo il fondatore andò a trovare il terzo, José María García Lahiguera, direttore spirituale del Seminario di Madrid; in questo caso, e forse perché García Lahiguera aveva numerosi incarichi pastorali, gli chiese di pregare per l’Opera, ma non lo invitò a farne parte[125].

Il 22 febbraio i sacerdoti che aderivano al messaggio dell’Opera —Rodríguez, Vea−Murguía, Somoano, Vegas e Cirac— si riunirono con il fondatore in casa di Norberto. Dall’incontro nacque un primo corso di formazione nello spirito dell’Opus Dei. Per rendere la riunione più fruttuosa, José María Escrivá distribuì alcuni fogli, come scrisse: «Lunedì scorso ci siamo riuniti per la prima volta in cinque sacerdoti. Proseguiremo queste riunioni una volta la settimana, per essere sempre più consapevoli. A tutti ho consegnato la prima meditazione, di una serie sulla nostra vocazione, per pregare nella notte fra il giovedì e il venerdì»[126]. Da allora il fondatore incontrò i sacerdoti tutti i lunedì, nella cosiddetta conferenza sacerdotale o riunione del lunedì. Nel maggio del 1932 si aggiunse un altro presbitero, Saturnino de Dios[127], che Escrivá aveva conosciuto all’Ospedale Generale.

Quasi tutti i sacerdoti —cominciando dallo stesso José María Escrivá— si trovavano al di fuori dell’organizzazione parrocchiale della diocesi di Madrid−Alcalá. Si occupavano di cappellanie, e questo gli permetteva di avere una parte della giornata libera per altre attività. Il fondatore pensava che tale peculiare situazione era essenziale, perché in futuro questi sacerdoti si sarebbero dedicati agli apostolati dell’Opus Dei, a loro volta compatibili con le loro attività pastorali. Li univa anche il desiderio di portare il Vangelo ai malati e ai poveri. Così, a partire dal gennaio del 1932, Vea−Murguía, Escrivá e Vegas si recavano, insieme a Samoano, ad assistere i tubercolotici dell’Ospedale Nazionale di Malattie Infettive, amministrando la confessione e distribuendo la Comunione. Erano giovani. Tranne Norberto Rodríguez, di cinquantadue anni, avevano tra i ventisei e i trent’anni[128].

Il lavoro pastorale a Santa Isabel e l’amicizia con Lino Vea−Murguía e José María Somoano favorirono l’avvio di un altro apostolato, quello femminile, che non era stato possibile nel Patronato de Enfermos. Invece la chiesa di Santa Isabel aveva un confessionale frequentato da ogni tipo di persone, in maggioranza del quartiere. Escrivá riteneva che il confessionale fosse il luogo adatto per trovare, tra le donne che venivano a confessarsi e a ricevere la direzione spirituale, quelle che avrebbero potuto assimilare il messaggio dell’Opus Dei.

Il 6 novembre 1931 venne a confessarsi Carmen Cuervo, una insegnante del Colegio de la Asunción[129]. Desiderava conversare con il sacerdote perché aveva notato con quanta devozione celebrava la Messa. Vedendo le sue disposizioni interiori, José María Escrivá le parlò dell’Opus Dei. Carmen «restò colpita dalla fede con cui le parlava di una realtà tutta da fare, un’Opera grande, per una maggior gloria di Dio»[130]. Da quel momento frequentò il confessionale per ricevere orientamento spirituale. Tre mesi dopo, il 14 febbraio 1932 chiese di far parte dell’Opera. Dopo, per volontà del fondatore, Carmen ebbe come confessore don Norberto. Don José María continuò a formarla nello spirito dell’Opus Dei[131].

Alcune donne conobbero l’Opera nel padiglione dell’Ospedale Nazionale per le Malattie Infettive, dove era cappellano José María Somoano. All’Ospedale il sabato mattina si recava Lino Vea−Murguía per dare una mano nell’assistenza spirituale ai malati. Il 4 aprile Lino raccontò, durante la riunione sacerdotale, di aver conosciuto fra i tubercolotici una donna che poteva capire il messaggio dell’Opera. Si chiamava María Ignacia García Escobar[132]. Una settimana dopo Lino parlò con María Ignacia, che domandò di essere incorporata nell’Opera. Nella riunione sacerdotale seguente, Escrivá propose di recitare un Te Deum per ringraziare Dio per questa nuova chiamata. Subito, il 10 aprile, Carmen Cuervo andò all’Ospedale per fare visita a María. Due giorni dopo José María Somoano parlò con un’altra ammalata dell’Ospedale, Antonia Sierra, e anche lei volle incorporarsi nell’Opera[133].

In quegli stessi giorni Escrivá strinse amicizia con alcuni filippini dell’Ospedale Generale, che si mostravano interessati allo spirito dell’Opus Dei. Cominciò così a curare la direzione spirituale di un gruppo di professionisti giovani. Nei mesi che seguirono due di loro gli manifestarono il desiderio di appartenere all’Opera: Luis Gordon, un imprenditore birraio di trentatré anni, direttore di una fabbrica di malto a Ciempozuelos, non lontano da Madrid[134]; e Antonio Medialdea, impiegato in un negozio della capitale[135].

Contrarietà e difficoltà

Nell’estate del 1932 José María Escrivá subì un duro colpo. Il 16 luglio nell’Ospedale Nazionale delle Malattie Infettive José María Somoano morì, dopo tre giorni di forti dolori e vomito. Le minacce di morte ricevute nei mesi precedenti e la virulenza della malattia fecero pensare a un avvelenamento del sacerdote in odio alla fede[136].

Un mese più tardi, il 10 agosto, ci fu un tentativo di colpo di Stato, diretto dal generale Sanjurjo e da altri ufficiali contrari alla politica assunta dalla Repubblica. Alcuni giovani tradizionalisti si unirono alla sollevazione. Fra loro, alcuni studenti che frequentavano Escrivá[137].

Il tradizionalismo era difeso da alcuni gruppi politici, tra i quali spiccavano a Madrid gli “albiñanisti” e i carlisti tradizionalisti. I primi facevano parte del Partito Nazionalista Spagnolo fondato da José María Albiñana Sanz, noto come Doctor Albiñana. Il suo programma prevedeva una Monarchia costituzionale e parlamentare; allo stesso tempo si batteva perché il potere esecutivo fosse autoritario, per rafforzare il nazionalismo spagnolo[138]. I giovani di questo partito erano chiamati i “Legionari di Spagna”. In pratica si trattava di una forza paramilitare, pronta ad agire se, a loro parere, il paese ne avesse avuto bisogno[139].

Da parte loro i carlisti volevano il ritorno della monarchia tradizionale, rappresentata da Alfonso Carlos di Borbone, che li aveva radunati nella cosiddetta Comunione Tradizionalista Carlista. Contro il sistema liberale, democratico e aconfessionale, difendevano un modello di Stato corporativo cattolico, secondo l’Antico Regime. Dopo molte perplessità, avevano accettato di convivere nel sistema parlamentare con l’intenzione di sostituirlo dopo aver conquistato il potere politico. Nella Seconda Repubblica i carlisti pensavano di aver trovato l’occasione storica per la loro ideologia che si riassumeva nel motto “Dio, Patria, Re”.

In effetti la legislazione repubblicana rafforzò i tradizionalisti e la destra integralista nelle loro opinioni politiche. Una volta approvata la Costituzione, il 9 dicembre 1931, Manuel Azaña fu nominato Capo del Governo e ministro della Guerra. Applicò immediatamente i provvedimenti costituzionali che limitavano l’azione pubblica della Chiesa, specialmente per quanto riguardava le congregazioni religiose. Così il 23 gennaio 1932 fu approvato il decreto che sanciva lo scioglimento della Compagnia di Gesù in Spagna e la confisca dei suoi beni; il 30 gennaio fu decretata la secolarizzazione dei cimiteri; e il 2 febbraio entrò in vigore il divorzio. L’opposizione dei tradizionalisti era alimentata non solo dall’oppressione della Chiesa, che minacciava l’identità cattolica della Spagna, ma pure dallo smembramento del paese con lo Statuto della Catalogna.

Per questi motivi, il 10 agosto 1932, circa quattrocento uomini —militari e civili tradizionalisti— tentarono un colpo di Stato a Madrid e a Siviglia, che fallì perché era stato mal preparato. Inoltre, il presidente Manuel Azaña era stato informato del tentativo. Per questo a Madrid non si andò oltre uno scambio di spari tra gli insorti e le forze dell’ordine repubblicane. Alla fine dello scontro, che durò alcune ore, si contarono dieci ribelli morti e diciannove feriti. Quasi tutti gli insorti furono arrestati[140].

Che accadde ai giovani di don José María? Gordon riuscì a fuggire all’inizio dell’insurrezione. Pepe Romeo, che avrebbe voluto prendere parte al complotto, non poté farlo perché i genitori, venuti a sapere che cosa stava tramando, glielo impedirono[141]. Invece Gómez Ruiz, Doménech e Torres Azara furono arrestati e processati. Un mese dopo furono confinati a Villa Cisneros, un possedimento spagnolo del Sahara Occidentale[142]; altri, come Palacios, scontarono la condanna nel Carcere Modello di Madrid[143].

La collaborazione di questi studenti alla bravata era il risultato delle loro idee politiche. Romeo rievoca: «Era una nostra intenzione, che nasceva dalla nostra personale responsabilità civica nel mondo agitato degli anni della Seconda Repubblica. Era il nostro modo personale di rispondere alle aggressioni contro la Chiesa»[144]. Palacio aggiunge: Se «ci unimmo alla sollevazione militare fu per difendere i nostri ideali cristiani, per farla finita con gli incendi dei conventi e per difendere la Chiesa e il Papa» perché «consideravamo la situazione della Spagna come un grande problema religioso»[145].

Escrivá non aveva avuto niente a che vedere con queste vicende, perché rispettava le scelte politiche di quei giovani e non voleva coinvolgersi di tali questioni. Infatti gli studenti si erano già accorti che il sacerdote si asteneva dal «parlare di politica», come ricorda Doménech[146]. In ogni caso, però, ne subì le conseguenze, constatando che si stava disperdendo l’apostolato iniziato con gli studenti, in maggioranza amici di Romeo e Gómez Ruiz.

Altro avvenimento ugualmente doloroso fu la malattia di Luis Gordon che a fine di agosto subì una grave affezione polmonare con serie difficoltà respiratorie. Infine, a complicare ancor più le cose, Pepe Romeo fu vittima di una crisi nervosa —in seguito a varie perquisizioni poliziesche in casa sua—, per cui in ottobre si trasferì a Saragozza e un mese dopo a Pau (Francia), dove poté riposare fino al marzo del 1933[147].

2. Le opere di San Michele, san Gabriele e San Raffaele

José María Escrivá era convinto che Dio gli aveva concesso una ispirazione di estrema importanza, cioè proclamare la chiamata alla santità dei fedeli laici nel compimento dei loro doveri ordinari e dar vita a una istituzione che trasmettesse questo messaggio. L’origine, lo spirito e i fini soprannaturali dell’Opera erano stati definiti. Invece la luce divina non comprendeva gli aspetti organizzativi, formativi e giuridici che pur erano indispensabili per realizzare la missione ricevuta. «È necessario determinare chiaramente i campi di azione», annotava Escrivá nel giugno del 1930[148]. Considerando tale realtà, impiegò le risorse a sua disposizione: anzitutto, l’orazione e la mortificazione personale, unita alla richiesta di preghiere ad altri; poi lo studio e il confronto delle luci ricevute con la vita della Chiesa e con l’ambito civile; in seguito, mettere per iscritto i pensieri e gli schemi organizzativi; e finalmente, la verifica, talvolta con un controllo che gli faceva maturare una maggiore esperienza, dei modi in cui questi ideali prendevano corpo.

Don José María chiese consiglio e suggerimenti a tre sacerdoti di sua fiducia: Valentín Sánchez, Pedro Poveda e Juan Postius. Il padre Valentín Sánchez Ruiz era suo confessore dal luglio del 1930[149]. Da parte sua, Pedro Poveda, fondatore dell’Istituzione Teresiana, conosceva José María Escrivá dal febbraio del 1931[150]. Nacque allora una forte amicizia fra i due sacerdoti secolari, entrambi fondatori ed entrambi mossi da un intenso desiderio di evangelizzare la società. Infine, il claretiano ed esperto canonista Juan Postius ebbe uno speciale rapporto con Escrivá tra il febbraio e l’aprile del 1932[151]. Il motivo fu che Valentín Sánchez si vide obbligato a lasciare la residenza dei gesuiti di Chamartín de la Rosa quando, nel gennaio del 1932, entrò in vigore il decreto di scioglimento della Compagnia di Gesù. Fintantoché Sánchez Ruiz rimase in una situazione precaria a Madrid insieme ad altri gesuiti, Escrivá si confessò con Postius.

Come abbiamo detto, Escrivá aveva raccolto diverse informazioni su istituzioni della Chiesa, come le congregazioni fondate dal cappuccino Honorato Kozminski in Polonia, la Compagnia di San Paolo, i fratelli Moravi o le Dame di Nazareth del gesuita olandese Jacques van Ginneken[152]. Lo studio delle loro istituzioni e delle relative forme giuridiche gli servirono per conoscere realtà ecclesiali che potevano somigliare sia pure esteriormente e in qualche aspetto concreto all’Opus Dei. Questa ricerca gli fece inoltre pensare alla possibile struttura organizzativa e giuridica per l’approvazione ecclesiastica e civile dell’Opera.

Comunque, non trovò nulla che potesse essergli utile. Ebbe ancora una volta la conferma che le caratteristiche dello spirito dell’Opus Dei avevano origine in un progetto soprannaturale, che si andava concretando nella sua vita di orazione e nella sua esperienza personale. E siccome era convinto che la mano di Dio stava dietro le vicende della sua vita, prendeva nota di ciò che riteneva fossero luci ricevute dall’alto. In queste note —molte sono riunite negli Apuntes íntimos— cominciarono a comparire idee e schemi che potevano contribuire, in un primo abbozzo, a delineare la futura organizzazione interna e le attività apostoliche dell’Opera[153].

L’idea di aprire un’accademia

Un punto su cui tornava continuamente riguardava il messaggio di Dio per cui le attività apostoliche dell’Opera dovevano avere un carattere laico. Non era una cosa semplice. Come dice Vázquez de Prada, «a quel tempo, negli anni trenta, le opere apostoliche erano create o promosse dalla Gerarchia ecclesiastica, o da Ordini o Istituti religiosi, e il loro apostolato risultava un’attività regolata dall’alto o dall’esterno dell’ingranaggio sociale. Inoltre, nella maggior parte dei casi, la direzione di questi apostolati non era nelle mani dei laici»[154]. Invece gli apostolati dell’Opera sarebbero stati presenti nella società per quello che erano: iniziative promosse da cittadini comuni. In tal senso, nel dicembre del 1930 scriveva: «Da tempo mi arrovellavo, senza capire come inquadrare praticamente l’Opera di Dio, perché appaia chiaramente come associazione di laici»[155]. Per il momento arrivò a una soluzione, «evitando la confusione tra lo spirituale e le imprese materiali»[156]: una cosa era la trasmissione del messaggio dell’Opus Dei, che provvisoriamente chiamò “Lega spirituale”; altra cosa, invece, le attività apostoliche, le “imprese di apostolato” come le chiamava, che avrebbero promosso i membri dell’Opera, responsabili di fronte alla società civile[157].

Un passo definitivo verso la prima “impresa di apostolato” fu dato tra l’estate e l’autunno del 1932. Tra i modi pratici ai quali pensava per organizzare l’apostolato dell’Opera, José María Escrivá valutò la possibilità di creare un’associazione di universitari; in questi termini ne parlò a Julián Cortés−Cavanillas e ad altri conoscenti[158]. Inoltre, il 30 giugno, mentre celebrava il Sacrificio eucaristico, gli venne in mente che avrebbe potuto costituire una Fraternità o Pia Unione per gli studenti[159]. Avrebbe poi affidato il lavoro con i giovani alla Vergine Maria sotto l’invocazione di Nostra Signora della Speranza[160]. La forma associativa avrebbe favorito l’aumento del numero di universitari che si sarebbero avvicinati all’Opera e il pieno svolgimento «della formazione spirituale dei suoi membri (vita interiore), dell’apostolato di catechesi dei bambini, le conferenze, “le propagande”, le attività a favore delle missioni degli infedeli, ecc.»[161]. Escrivá disegnava così alcuni tratti del futuro apostolato con la gioventù, cioè la formazione nelle verità di fede cristiana e l’esercizio della carità mediante la catechesi e altre attività.

Se l’aspetto spirituale e formativo di questo apostolato risultava abbastanza chiaro, quello giuridico non lo era affatto. Era innegabile il bisogno di disporre di «un tetto che proteggesse legalmente le sue attività apostoliche e formative»[162], ma non riusciva a individuare la forma che avrebbe assunto. Il 7 luglio parlò con Sánchez Ruiz e Postius sull’opportunità di creare un’associazione cattolica di universitari. Dopo questi colloqui, i pezzi del rompicapo non combaciavano; perciò pregò di nuovo Dio e cercò altri modi con cui organizzare il suo apostolato con la gioventù[163].

Il 7 agosto ebbe un nuovo scambio di idee con Juan Postius. Il claretiano lo informò dei difficili rapporti che si erano venuti a creare tra i claretiani e le autorità civili nei ultimi mesi: «Sono stato con il p. Postius per trattare intorno la P.U. di n. Sra. [Pia Unione di Nostra Signora] della Speranza. Mi ha consigliato di prescindere dall’intervento ecclesiastico e di dare all’associazione un carattere culturale, senza parlare nel regolamento di nessun aspetto religioso, altrimenti il Governo Civile non l’avrebbe approvato, com’è avvenuto recentemente a loro con un’altra associazione che volevano creare»[164]. Escrivá prese in considerazione le parole di Postius. Chi voleva formare una associazione, anche ecclesiastica, doveva presentare una istanza al Ministero degli Interni richiedendo la corrispondente autorizzazione, ma correva il rischio di vedersela negare. Pensò allora che sarebbe stato più opportuno puntare su un ente culturale da registrare civilmente e diretto da laici[165]. «Un’associazione di carattere culturale avrebbe consentito loro di riunirsi per ricevere le lezioni di formazione senza il pericolo di trovarsi fuori legge ogni volta che veniva sospeso il diritto di riunione dei cittadini»[166].

A metà settembre, e per incarico di José María Escrivá, Lino Vea−Murguía incontrò a Santander un cappuccino chiamato Laureano Martinez de Muñecas; nel corso di quell’anno Escrivá aveva già scritto a Martínez de Muñecas per chiedere informazioni sull’organizzazione delle congregazioni del padre Honorato Kozminski[167]. Anche se non si aspettava concreti risultati da questa conversazione, voleva informazioni sulle soluzioni giuridiche adottate. Il 28 settembre riassumeva il suo pensiero su questo aspetto: «Non so se il p. Laureano porterà una soluzione pratica per presentare l’O. [Opera] all’autorità ecclesiastica e all’autorità civile. [...] I soci e le associate dovranno formare società culturali»[168].

Lunedì 29 settembre José María Escrivá parlò con l’amico Pedro Poveda; ne uscì confermato sulla evoluzione del suo pensiero. Metteva definitivamente da parte l’idea di formare un’associazione di studenti. Sarebbe bastato disporre di uno strumento materiale, una sede, per riunirsi. E questo luogo avrebbe avuto un carattere civile e professionale. In tale contesto nacque l’idea di aprire un’accademia di insegnamento privato: «Oggi sono stato da p. Poveda. Consiglia di non fare un’associazione di giovani. Di lavorare senza un’associazione: aprendo un’accademia, per esempio. È quello che pensavo io»[169].

Gli esercizi spirituali del 1932

Da quando José María Escrivá iniziò l’incarico della cappellania nel Patronato di Santa Isabel, aumentava progressivamente il numero delle persone che gli si avvicinavano per formarsi nello spirito dell’Opera. In alcuni casi gli avevano chiesto di farne parte. Sacerdoti secolari, professionisti, impiegati, studenti universitari, donne con diverse mansioni e malate incurabili formavano un insieme eterogeneo, il cui punto di connessione era il fondatore. Questa varietà determinava nuovi problemi formativi e anche strutturali: come poteva organizzare l’apostolato con persone così diverse?

Da parecchi mesi Escrivá sentiva il bisogno di ritirarsi per un certo tempo e parlare a lungo con Dio. Intuiva che avrebbe ricevuto nuove luci, come aveva scritto: «Ho bisogno di solitudine. Anelo un lungo ritiro, per stare con Dio, lontano da tutto. Se Egli vuole, me ne darà l’occasione. Lì sedimenterebbero molte cose che ribollono dentro di me; e Gesù, sicuramente, preciserà particolari importanti per la sua Opera»[170]. Alla fine, si presentò l’occasione. Sabato 3 ottobre cominciò nel convento−noviziato delle Carmelitane Scalze di Segovia gli esercizi spirituali di nove giorni, che avrebbe fatto da solo con Dio.

Le giornate si susseguirono con pace esteriore e grande attività interiore. Giovedì 6 [sic] andò a pregare accanto alla tomba di San Giovanni della Croce, situata in una cappella laterale della chiesa del convento. In quei momenti ebbe una mozione interiore: «Oggi, nella cappella di S. Giovanni della Croce (vi passo tutti i giorni alcuni momenti di solitudine piena di compagnia) ho visto che, per iniziare le riunioni sacerdotali e tutte le altre in cui si tratti dell’O. di D. [Opera di Dio], faremo la seguente preghiera [...]: 1/ Veni Sancte Spiritus. 2/ Sancte Michaël, ora pro nobis. — Sancte Gabriel, ora pro nobis. — Sancte Raphaël, ora pro nobis. 3/ In nomine Patris, et Filii et Spiritui Sancti. Amen. 4/ Sancta Maria, Sedes Sapientiae, ora pro nobis»[171]. José María Escrivá sentì una mozione con un marcato carattere fondazionale. Le idee sulla organizzazione degli apostolati dell’Opus Dei, alle quali aveva lavorato durante l’estate, si concretavano ora in tre opere, ognuna sotto l’invocazione di un arcangelo: l’Opera di San Raffaele, per la formazione cristiana dei giovani; l’Opera di San Michele, rivolta a chi fosse chiamato a vivere il celibato apostolico in mezzo al mondo; e l’Opera di san Gabriele per le persone di ogni condizione, sposate o meno, ma senza impegni di celibato[172].

Due giorni prima della fine degli esercizi, Escrivá meditò sul suo impegno apostolico. Ebbe così una conferma: «tutte le mie attività, se devo compiere la Volontà divina, devono essere per l’O. di D. [Opera di Dio]»[173]. Poi adottò quattro propositi come risposta all’interrogativo «che posso fare io per l’Opera?»[174]: continuare l’attività formativa con i sacerdoti nelle “riunioni del lunedì”, perché si identifichino con il messaggio dell’Opera; formare «il gruppetto di laici (uomini e donne) che il Signore ha inviato e quelli che continuerà a inviare»[175] per l’Opera di san Michele; mantenere i rapporti con le persone che, più avanti, potrebbero far parte dell’Opera di san Gabriele; preparare un gruppo di ragazzi con i quali cominciare, il più presto possibile, il lavoro di san Raffaele. Su questo punto era sempre più convinto della necessità di avviare un’accademia: «Con la massima prudenza, lavorare con un numero ristretto e selezionato di giovani universitari, preparando il lavoro che, in modo permanente, deve fare l’O. [Opera] con loro, sotto la protezione di Santa Maria della Speranza e il patrocinio di San Raffaele Arcangelo. E ciò sempre senza costituire associazione di alcun genere: a base di accademie»[176].

Evidentemente i giovani che si sarebbero avvicinati all’Opera lo avrebbero fatto a titolo personale, uniti solamente dal desiderio di migliorare la loro vita cristiana. Da parte sua il fondatore offriva loro una formazione spirituale e apostolica che avrebbe favorito il dialogo con Dio Padre, lo studio ben fatto e le relazioni con le rispettive famiglie e con gli amici. Tale formazione avrebbe avuto luogo nella sede dove si sarebbero riuniti. Può darsi che avesse pensato di affidare la proprietà dell’immobile a una società anonima con la quale stipulare un contratto di affitto[177]. Naturalmente si sarebbe trattato di un’attività «con una impostazione giuridica civile»[178], registrata e approvata dall’autorità competente.

Al rientro a Madrid, José María Escrivá entrò nel pieno dell’impresa, cominciando dall’orazione e dalla mortificazione offerta a Dio, pregando così per la crescita degli apostolati dell’Opus Dei. Le riunioni del lunedì con i sacerdoti erano già riprese dopo l’estate; più precisamente, il primo incontro era stato il 26 settembre, alcuni giorni prima di partire per Segovia. Venne ricordato in particolare Somoano: «Ci siamo riuniti, con don Norberto e a casa sua, Lino, José María Vegas, Sebastián Cirac ed io. Si è parlato dell’O. [Opera] e abbiamo recitato un responso per José María Somoano»[179]. Per ciò che riguarda le donne, continuò l’attività di formazione spirituale di Carmen Cuervo, María Ignacia García Escobar e Antonia Sierra —queste due ultime ricoverate all’Ospedale Nazionale delle Malattie Infettive—. Inoltre, nei mesi che seguirono si avvicinarono all’Opera Modesta Cabeza, che viveva con la sua famiglia a Madrid[180], ed Hermógenes García, segretaria in un istituto bancario[181]. Cercò anche di allacciare un rapporto con gli artisti, come il pittore José Muñoz Aycuéns o lo scultore Jenaro Lázaro[182].

Nello stesso tempo, con tutte le sue forze, intensificò le attività per la gioventù universitaria, decidendo che questa sarebbe stata la priorità apostolica. In tal modo concentrava gli impegni e diffondeva nel più breve tempo possibile lo specifico messaggio di santità dell’Opera. Escrivá riteneva che gli intellettuali avrebbero portato in modo efficace la linfa evangelica a persone dei più diversi contesti sociali. E alcuni studenti, riflettendo sul messaggio dell’Opera e vedendolo rispondente alle proprie esigenze spirituali, avrebbero chiesto l’ammissione.

A questo punto, quali erano i passi da fare per poter disporre di una accademia? A parte i permessi burocratici, le necessità reali erano altre: un minimo di personale che si occupasse della gestione, gli esperti in grado di impartire le lezioni, gli studenti che sarebbero venuti a ricevere la formazione e i mezzi economici sufficienti[183].

I preparativi per l’Opera di San Raffaele

Finché non si trovò un luogo adatto per l’accademia, fu necessario accontentarsi di altro. Le soluzioni degli anni precedenti erano risultate insoddisfacenti. Don José María incontrava i ragazzi in un bar o per strada; con i sacerdoti, in casa di Norberto Rodríguez; con le donne, poi, non aveva neppure un luogo dove riunirle, per cui doveva accontentarsi di una conversazione personale nel confessionale di Santa Isabel o, nel caso delle malate, in ospedale.

In dicembre si presentò una soluzione provvisoria. Da quando in maggio (1931) si era trasferito con la famiglia in un appartamento di calle Viriato, a causa degli “incendi dei conventi”, José María Escrivá non vedeva l’ora di lasciarlo perchè i locali erano troppo angusti e non ci si trovava bene. Inoltre, era di proprietà delle Dame Apostoliche e, dall’estate 1931, Escrivá lavorava a Santa Isabel. Pregando e cercando offerte accessibili, trovò una casa al numero 4 di calle Martínez Campos, che da poco aveva preso il nome di calle Francisco Giner, anche se tutti continuavano a chiamarla col nome di prima. José María Escrivá firmò il contratto di affitto il 10 dicembre 1932. Malgrado non fosse caro —115 pesetas mensili—, risultava impegnativo, data la situazione economica. Prima, il 2 dicembre, aveva riconosciuto negli Apuntes íntimos: «Mi trovo —più che mai— senza un centesimo. La nostra povertà (mia gran signora, la povertà) è identica, da alcuni anni, a quella di quanti chiedono l’elemosina per strada»[184]. Perciò fu costretto a chiedere un prestito alla “Corporación Española de Crédito y Finanzas”. Era convinto che valeva la pena assumere questo impegno, perché migliorava le condizioni della sua famiglia e rendeva possibile ricevere visite a casa sua.

Le fonti di sostentamento restavano le stesse dell’anno precedente: fondamentalmente, le retribuzioni per le Messe celebrate a Santa Isabel e le lezioni private di legge. Non erano cambiate neppure le attività che svolgeva, sia quelle remunerate che le volontarie. In primo luogo c’erano i doveri contratti con il convento delle agostiniane del Patronato di Santa Isabel, ai quali aggiungeva le confessioni e alcune meditazioni alle bambine della Scuola dell’Assunzione[185]. Poi, le ricerche per il suo dottorato. E ancora, le visite ai malati negli ospedali; si recava regolarmente all’Ospedale Generale, all’Ospedale Nazionale delle Malattie Infettive e, in modo più sporadico, all’Ospedale de la Princesa e all’Ospedale del Niño Jesús. D’altra parte, e a richiesta del suo amico Pedro Poveda, qualche volta confessava e celebrava la Messa nella residenza femminile dell’Istituzione Teresiana in calle Alameda, e anche nell’Istituto Cattolico Femminile in calle Núñez de Balboa; inoltre, confessava le teresiane nella casa per convalescenti che l’Istituzione gestiva nella Ciudad Lineal, nell’hinterland nord−est di Madrid[186].

In quel periodo José María Escrivá pensava ad un modo efficace per diffondere dottrina, attingendo agli scritti che contenevano le mozioni ricevute da Dio, agli appunti presi dal Breviario, ai libri di spiritualità e alle sue meditazioni sulla Scrittura[187]. Nell’agosto del 1931 aveva annotato che voleva «scrivere dei libri di fuoco e farli correre per il mondo come una fiamma viva che dia luce e calore agli uomini, e di trasformare tanti poveri cuori in braci ardenti per offrirli a Gesù come rubini della sua corona di Re»[188]. Ai primi di dicembre di quell’anno scrisse d’un fiato un piccolo manoscritto che intitolò Santo Rosario[189]; lo scritto voleva facilitare la contemplazione della vita di Cristo seguendo i misteri del Rosario della Vergine Maria. Pochi giorni dopo lo lesse a José Muñoz Aycuéns e a un amico. Passato il Natale, nel gennaio o febbraio del 1932, copiò a macchina e poi stampò al ciclostile Santo Rosario —dieci cartelle su due facciate e graffate— con una tiratura che non superava le cento copie[190].

Passata l’estate, mise insieme duecento quarantasei frasi e massime spirituali, quasi tutte ricavate dagli Apuntes íntimos, e in dicembre le stampò con il titolo di Consideraciones espirituales[191]. Questo testo, un fascicolo di sedici fogli, aveva lo scopo, come il precedente, di stimolare il dialogo personale con Dio[192].

Spesso prestava guide e schemi in cui riuniva alcune idee sulla vita cristiana oppure lui stesso commentava le annotazioni degli Apuntes íntimos. La sua fede ottimista traspirava in quelle idee magnanime, che sollecitavano il miglioramento della vita cristiana. Per esempio, in uno scritto inviato a Pedro Cantero nel febbraio del 1932 affermava: «Gesù ci esorta: vuole che lo si innalzi di nuovo, non sulla Croce, ma nella gloria di tutte le attività umane, per attrarre a sé tutte le cose (Joann. XII, 32). E assicura in questo momento che l’O. di D. [Opera di Dio] starà con Lui in ogni luogo, consolidando il regno di Gesù Cristo per sempre (Et fui tecum in omnibus ubicumque ambulasti, firmans regnum tuum in aeternum). Si incontreranno ostacoli che potranno sembrare insormontabili... ma “inter medium montium pertransibunt aquae”, li supereremo! L’ostacolo più insormontabile siamo noi, ma forse Gesù non ha saputo fare di un asino! il suo trono di Re? (Marc. XI, 2 e 7)»[193].

Tuttavia era difficile trovare persone capaci di identificarsi con lo spirito dell’Opera. Molti lo avvicinavano e gli chiedevano di ricevere la direzione spirituale; ma erano pure numerosi, e a volte per motivi inspiegabili, quelli che scomparivano. L’evento più doloroso, naturalmente fu la morte di José María Somoano, che aveva compreso l’Opera e poteva divenire un sostegno. Però il fondatore soffriva anche quando qualcuno non si decideva a seguire Dio pienamente o perché abitava fuori Madrid, come Pepe Romeo, che passava un lungo periodo di riposo a Pau, o Isidoro Zorzano, che stava a Malaga. Si trovava in questa situazione, quando il 5 novembre morì Luis Gordon per una polmonite che si trascinava dall’estate. Il giorno dopo, mosso dal dolore di questa separazione, rifletteva: «La Croce, La Santa Croce pesa sull’Opera di Dio. Da una parte, i miei peccati. Dall’altra, due che se ne vanno dalla terra, un altro lontano, un altro ancora più lontano (benché non materialmente), altri con malattie e afflizioni..., e altri che hanno un “volere senza volere” ...»[194].

Cercò così di mettersi in contatto con un giovane che aveva conosciuto qualche mese prima. Si chiamava Juan Jiménez Vargas, aveva ventinove anni e frequentava il quinto anno di Medicina all’Università Centrale di Madrid[195]. Il suo miglior amico era Adolfo Gómez Ruiz. Malgrado la differenza di età —Adolfo aveva quattro anni di più—, li univano gli stessi studi, le stesse idee politiche e gli stessi colleghi. Un giorno, agli inizi del 1932, Juan accompagnò Adolfo a casa di Norberto Rodríguez. Arrivando, salutarono José María Escrivá, che si trovava nell’appartamento. Quella volta Juan e don José María si scambiarono solamente qualche parola di saluto; ma da quel momento le cose, per il giovane studente, avrebbero preso una piega impensata.

Ricorda lo stesso Jiménez Vargas: «alla fine di novembre o ai primi di dicembre del 32 la madre di Adolfo mi avvisò che D. José Mª voleva parlarmi. Io non potevo neppure immaginare il perché, però questo avviso mi provocò un gran piacere, perché da qualche tempo, in seguito a quello che avevo letto in alcuni libri di spiritualità, sentivo la necessità di un direttore spirituale e lo chiedevo ogni giorno nella comunione e ho pensato che il Signore me lo aveva concesso»[196]. Juan andò a trovarlo con un amico, probabilmente José María Valentín[197]. Nella conversazione «D. José Mª ci disse come pensava di organizzare il catechismo e le riunioni a Porta Coeli, e mi fece capire che voleva parlare con me da solo»[198]. Infatti s’incontrarono di nuovo, questa volta da soli, il pomeriggio di Natale. Juan avvertiva profonde inquietudini personali: si era proposto la rinuncia al matrimonio, ma non riconosceva di avere una vocazione religiosa o sacerdotale. Conversarono a lungo e, alla fine, e per suggerimento di Escrivá, Vargas pregò per nove giorni lo Spirito Santo, chiedendo luci a Dio. Quando finì la novena, chiese al fondatore di far parte dell’Opera. Era il 4 gennaio 1933.

Le catechesi

José María Escrivá spiegava il messaggio dell’Opera con l’esempio della sua vita. Nella direzione spirituale apriva orizzonti di vita cristiana. Stimolava a leggere testi spirituali. Si faceva accompagnare nelle sue visite ai malati. Senza rinunciare a queste attività, decise che l’apostolato con i giovani, che aveva posto sotto il patrocinio di San Raffaele e San Giovanni, sarebbe cominciato con due strumenti formativi tradizionali nella vita della Chiesa: le catechesi e le lezioni di formazione cristiana. Con le catechesi gli studenti avrebbero generosamente impiegato il loro tempo e avrebbero imparato a spiegare le verità fondamentali della fede; con le lezioni avrebbero migliorato la conoscenza del Signore e il rapporto personale con Dio.

Il fondatore conosceva il mondo della catechesi. Negli anni in cui era stato alunno esterno del Seminario di Logroño aveva partecipato alle catechesi domenicali. Dopo l’ordinazione sacerdotale, aveva insegnato catechismo nel paese di Perdiguera. A Saragozza aveva organizzato alcune catechesi nel quartiere povero di Casablanca, portando con sé studenti che frequentavano la chiesa di San Pedro Nolasco, dove era cappellano. A Madrid, poi, aveva collaborato alle catechesi delle Dame Apostoliche, soprattutto nel preparare i ragazzi alla Prima Comunione, e ora dava delle meditazioni alle ragazze della Scuola dell’Assunzione. Inoltre aveva impartito lezioni di catechismo ai figli e ai domestici dei Sevilla González[199]. Dai figli di questa famiglia sappiamo che spiegava la dottrina per mezzo di illustrazioni sul significato dei comandamenti o dei sacramenti. Inoltre, «raccontava con molto garbo alcuni episodi dell’infanzia del Bambino Gesù o dell’armonia che regnava nella casetta di Nazareth, altre volte raccontava ricordi della sua infanzia»[200].

Escrivá sapeva bene che sarebbe stato modesto il contributo di un ridotto gruppo di studenti al deficit catechetico di migliaia di bambini madrileni. Essendo inoltre universitari, avevano poco tempo da dedicare ad attività estranee allo studio. Ma il meglio era nemico del buono: il loro contributo avrebbe rinvigorito il tessuto cristiano del luogo dove facevano catechesi. D’altra parte, le catechesi —come le visite ai malati— avevano una benefica ricaduta su chi le svolgeva. Alcuni mesi prima aveva espresso queste idee nei suoi Apuntes íntimos: «I nostri, per diventare uomini di Dio, dedicheranno all’inizio una buona parte della loro attività alla catechesi dei bambini e alla visita dei malati. Per farsi capire dai primi, dovranno umiliare la loro intelligenza; per comprendere i poveri malati dovranno umiliare il loro cuore. E così, messa in ginocchio la loro intelligenza e il loro cuore, sarà per loro facile arrivare a Gesù attraverso il cammino sicuro della conoscenza della miseria umana, della miseria personale, che li porterà ad umiliarsi, per permettere a Dio di costruire sul loro nulla»[201].

Un avvenimento imprevisto accelerò questi progetti. José María annotò quanto segue il 27 novembre: «uscendo la mattina da casa per andare a Santa Isabel, sulla porta di una scuola del “Patronato de Enfermos” ho trovato un’immagine della Madonna Immacolata, buttata via e sporca di fango: l’ho raccolta e poi mi sono reso conto che era una pagina strappata da un catechismo. Nell’attuale situazione politica, l’aver strappato il catechismo alla porta di una scuola cattolica... e un presentimento che non riesco a vincere, mi fanno supporre che si tratti di un’offesa alla nostra Sta. Fede, di odio alla Dottrina Cristiana. Perciò non brucerò la povera immagine —una pessima stampa, su carta brutta e lacerata—, la conserverò, la farò incorniciare bene, quando avrò denaro... e chi mi dice che non si darà culto di amore e riparazione, con il tempo, alla “Madonna del Catechismo”!»[202]. Pochi giorni dopo incorniciò l’incisione. Come contropartita di quest’atto di pietà chiese alla Madonna che la catechesi cominciasse subito.

Per avviarla si affidò a Juan Jiménez Vargas, che ne parlò ad alcuni amici. E quanto al luogo, ne trovò subito uno. Domenica 15 gennaio si recò alla Scuola Divino Redentore, retto dalle Missionarie della Dottrina Cristiana. Questa scuola era situata in un avvallamento del quartiere Pinos Altos o Los Pinos, nel comune di Tetuán de las Victorias, a nord di Madrid. Data la sua peculiare localizzazione, tutti la chiamavano la “Scuola del Torrente”. Tutta la zona era molto degradata, come diceva suor María Auxiliadora Lemus, una monaca della scuola: «Il quartiere era costituito da baracche, costruite per lo più con lamiere. Non vi erano impianti igienici di alcun tipo, e neppure acqua corrente. Le bambine entravano in classe piene di pidocchi e sudiciume»[203]. Escrivá offrì alle monache una catechesi; allo stesso tempo Lino Vea−Murguía chiese al vicario generale della diocesi, Francisco Morán[204], il permesso di impartire questa catechesi.

Due giorni dopo José María ritornò a Los Pinos, in compagnia di Lino, per parlare con il cappellano della scuola, Gabriel García Reoyo. Escrivá annotò che, «nonostante la grande nevicata, andammo Lino e io a vedere il locale e a salutare le suorine, che hanno molto buono spirito, e il cappellano. Si meravigliarono di vederci arrivare in mezzo alla neve: con così poco ci siamo guadagnati il Signore»[205]. L’immagine dei due sacerdoti che camminavano sulla neve non si cancellò dagli occhi delle religiose. Una di esse, suor María Auxiliadora, ricordava molti anni dopo: «quella mattina abbiamo visto dalla sala della ricreazione della Comunità, che stava al primo piano, avvicinarsi alla scuola due sacerdoti vestiti con talare e mantello. Erano le prime ore del mattino ed era ancora tutto bianco e pulito; poco dopo tutto sarebbe diventato un mare di fango»[206]. Una studentessa, Pilar Ángela Hernando, riprende il racconto del momento in cui avvistarono «lungo il pendio i due sacerdoti che camminavano con una certa difficoltà e che cominciavano a scivolare giù. Poco dopo persero l’equilibrio e caddero ruzzolando verso il basso. Mi pare di sentire ancora la sonora risata e il brio con cui si alzarono, e anche la nostra»[207].

Trovato l’accordo sulla catechesi, l’attività ebbe inizio la domenica successiva, 22 gennaio. Juan e alcuni colleghi della Facoltà di Medicina —tra i quali Ángel Cifuentes[208], Joaquín Herrero[209], Aurelio Torres[210] e José María Valentín— frequentarono da allora con regolarità. Secondo Vázquez de Prada, «gli amici di Juan erano giovani con ardore patriottico, assidui alle riunioni di propaganda politica che di solito si tenevano la domenica, proprio il giorno della catechesi. Qualcosa placò i bollori di quegli intrepidi attivisti, tanto da far loro pensare di essere più utili nella catechesi che negli incontri politici»[211]. L’insegnamento del catechismo non richiedeva solamente la rinuncia ad altre attività tipiche della domenica mattina, ma manifestava l’impegno cristiano, il desiderio di evangelizzare una zona povera dove regnava un clima avverso al cattolicesimo; nel caso della Scuola, si arrivò all’estremo di subire un attacco incendiario il 4 maggio[212]. «Fu come la prova del fuoco della loro generosità»[213], ricordava uno degli studenti.

Il programma della catechesi era semplice. I catechisti preparavano prima gli argomenti. Poi la domenica mattina s’incontravano in una stazione del metrò del centro di Madrid e da lì si recavano a Tetuán. Suor María Auxiliadora si abituò a vedere la domenica «un gruppo di studenti universitari, quasi tutti di Medicina»[214], che appena arrivavano entravano nella cappella; e lì recitavano una preghiera: «Degnatevi, Signore, di inviare la vostra santa benedizione per imparare e praticare la Dottrina che avete portato dal cielo sulla terra. Tre avemarie»[215]. Poi, si davano gli avvisi opportuni, ricevevano i bambini e li dividevano in gruppi per il catechismo. Alla fine, assistevano ad una meditazione di quindici minuti, data da José María Escrivá o da Lino Vea−Murguía[216]. Alle undici del mattino il cappellano della scuola celebrava la Messa per i piccoli.

Una volta avviata la catechesi di Tetuán, Escrivá ne fece partire un’altra, tenuta dalle donne che stava formando. Almeno due di loro —Carmen Cuervo e Modesta Cabeza— le domeniche del primo semestre del 1933 andarono a insegnare il catechismo nel quartiere La Ventilla, non lontano da quello de Los Pinos[217].

Le lezioni di formazione

Quando Juan Jiménez Vargas cominciò la direzione spirituale, don José María Escrivá gli disse che «aveva urgenza di trovare un gruppo di studenti per cominciare al più presto l’Opera di San Raffaele»[218]. Ciò che fino a quel momento era stata un’attività provvisoria, negli incontri informali de “El Sotanillo” o per strada, doveva diventare una realtà strutturata con un ordine del giorno, una serie di argomenti ed incontri programmati. Queste lezioni di formazione religiosa —così ripete il fondatore nelle annotazioni— segneranno l’inizio dell’Opera di San Raffaele[219].

Juan parlò con vari amici della Facoltà di Medicina e concordò un appuntamento con due di loro, José María Valentín e Vicente Hernando Bocos[220], per sabato 21 gennaio. Il luogo dell’incontro fu fissato nell’Asilo de Porta Coeli, retto dai religiosi trinitari, in calle García de Paredes 25. Don José María conosceva il posto perché vi si recava regolarmente per insegnare il catechismo e per confessare i giovani abbandonati che vi abitavano, imparando gratuitamente un mestiere. Chiese alle monache che, in cambio del suo servizio ministeriale, gli permettessero di utilizzare una volta alla settimana una stanza e la cappella per riunioni con degli studenti.

Il 21 gennaio i tre giovani e il fondatore si presentarono a Porta Coeli. Le monache li introdussero in una sala contigua alla cappella. L’arredamento del luogo si presentava poco accogliente. Per di più «bisognava rimanere col cappotto addosso; e anche così faceva freddo, c’era soltanto un beffardo braciere spento»[221]. Don José María aveva portato con sé l’immagine incorniciata della “Madonna del Catechismo”, che presiedette la riunione. Si sedettero attorno al braciere. Il sacerdote cominciò con una preghiera all’arcangelo San Raffaele e all’Apostolo San Giovanni. L’argomento trattato ruotava attorno ad un concetto di fondo: se volevano ricavare qualche frutto dalla catechesi, che sarebbe cominciata il giorno successivo, avevano bisogno di un solido fondamento. Secondo Valentín, che scrisse un riassunto dell’incontro, don José María disse: «Insegnare la dottrina ai bambini, per favorire la loro salvezza, non deve andare a scapito della nostra anima, e perciò dobbiamo colmarci prima di tutto noi di Grazia di Dio, per donarla poi a loro. Dobbiamo essere conchiglie, non canali»[222]. La riunione si concluse con un ricordo dei patroni di questo apostolato: «S. Raffaele, l’angelo che accompagna Tobia e gli facilita un buon matrimonio; e S. Giovanni, l’apostolo che fu sempre vergine e per questo più amato da Gesù»[223].

Dopodiché i tre studenti entrarono nella cappella dell’Asilo. Il sacerdote impartì la benedizione con il Santissimo. Durante la cerimonia Jiménez Vargas rimase impressionato dal comportamento del sacerdote, dalla calma e raccoglimento nell’atto liturgico[224]. José María Escrivá non dimenticherà mai la sua preghiera in quei minuti: «Al termine della lezione, andai nella cappella con quei ragazzi, misi il Signore Sacramentato nell’ostensorio, lo alzai e benedissi quei tre..., e io ne vedevo trecento, trecentomila, trenta milioni, tremila milioni..., bianchi, neri, gialli, di tutti i colori, di tutte le combinazioni che l’amore umano può creare. E le mie previsioni erano in difetto, perché oggi, dopo quasi mezzo secolo, è tutto una realtà»[225].

Da quel giorno le lezioni seguirono a ritmo regolare. Tra il 21 gennaio e il 17 maggio 1933, vi furono diciotto riunioni, che si tenevano il mercoledì, eccetto la prima che si tenne sabato 21 gennaio e la quarta che fu posticipata al giovedì 9 febbraio. Una o due volte al mese —in sette dei diciotto incontri— la lezione si concluse con la benedizione eucaristica. Tutte le riunioni ebbero luogo nell’Asilo di Porta Coeli.

In totale, a questa serie di lezioni furono presenti nove studenti: Juan Jiménez, Vicente Hernando, José María Valentín, suo fratello Jacinto[226], Eloy González Obeso[227], Jaime Munárriz[228], Ángel Cifuentes, Gil Padillo e Joaquín Herrero. Questi universitari avevano in comune la frequenza alla facoltà di Medicina all’Università Centrale, tranne Jacinto, che studiava Giurisprudenza, ed erano quasi tutti affiliati ai movimenti tradizionalisti. Erano stati invitati da Jiménez Vargas, eccetto Jacinto che si presentò sollecitato da suo fratello. Due di loro —Hernando Bocos e Gil Padillo— vennero un paio di volte e poi rinunciarono; gli altri parteciparono a tutte le riunioni.

Il 15 febbraio José María Escrivá stabilì l’ordine del giorno delle lezioni: «1° Preghiera iniziale. 2° Lettura del resoconto della riunione precedente. 3° Lettura e spiegazione del S.to Vangelo. 4° Conversazione. 5° Scambio di impressioni sulle cose accadute durante la settimana. 6° Lettura spirituale. 7° Preghiera finale»[229]. Dalla settimana successiva si attennero a questo programma. Per i testi della lettura spirituale si utilizzarono brani dell’Imitazione di Cristo, o alcuni testi su temi di attualità, come la partecipazione dei cattolici alla vita pubblica o l’istituto matrimoniale, intercalati dal Catecismo social del padre Sánchez Ruiz[230].

Gli argomenti delle lezioni erano quelli abituali della prassi spirituale cristiana, adattati alle circostanze degli ascoltatori: l’amore per l’Eucaristia, l’orazione, la mortificazione, la perseveranza nel rapporto con Dio e il lavoro professionale[231]. Secondo José María Valentín, il modo in cui don José María esponeva gli argomenti «era, tuttavia, caratteristico, nuovo per quel tempo, perché, senza alcuna retorica, puntava direttamente al tema: così le idee che esponeva erano, per noi, profonde e chiare»[232]. Nel primo incontro don José María ne chiarì la finalità: «Devono stimolare la vita interiore. Questo è l’obiettivo principale di queste riunioni»[233]. Nella lezione successiva ritornò sulla stessa idea: «A queste conversazioni siamo presenti un n.° piccolo e selezionato di persone e la presenza sarà assolutamente volontaria. In esse si punterà soprattutto alla nostra formazione spirituale e molto in secondo piano, alla preparazione della catechesi»[234].

L’insegnamento della dottrina cristiana era sempre unito al sostegno spirituale degli studenti. Scrive Juan Jiménez Vargas: «oltre che alla riunione settimanale, tutti andavano una volta la settimana a casa del p. [Padre] a conversare privatamente con lui; alcuni, perché lo avevano adottato come direttore spirituale fin dall’inizio»[235].

Il 17 maggio parteciparono all’ultima lezione del corso. Stavano per arrivare le vacanze e don José María li incoraggiava a mantenere il rapporto con Dio durante l’estate. Ebbe un’idea semplice: «Nel congedare quelli di San Raffaele, ho regalato a ognuno un santino dell’Amore Misericordioso sul quale ho scritto le seguenti invocazioni che i ragazzi si dovrebbero impegnare a recitare ogni giorno: Santa Maria, Speranza nostra, Sede della Sapienza, Prega per noi. San Raffaele, prega per noi. San Giovanni, prega per noi»[236]. Poi, raccomandò loro vivamente di non trascurare il rapporto con Dio e con gli altri: «Frequentare i sacramenti, recitare la preghiera che c’è sul dorso del santino e scrivere due lettere al mese»[237]. Poi l’incontro si concluse nella cappella dell’Asilo con la benedizione col Santo Sacramento.

Alla fine di giugno José María Escrivá compilò un possibile programma per l’Opera di San Raffaele in vista del successivo anno accademico. Dopo aver tracciato una croce con quattro punte terminali, intitolò lo scritto “San Rafael” e, subito dopo, aggiunse le attività e i nomi degli studenti che avrebbero potuto aiutarlo: «1/ Circoli settimanali di 9. 2/ Uno generale al mese. 3/ Catechismo (Munárriz). 4/ Medicina (Azúa[238]). 5/ Missioni (Valentín, per [il piccolo]). 6/ Proselitismo (Vargas ed Herrero, J.R.). 7/ Amministrazione (Cifuentes)»[239]. Inoltre incluse un punto che riassumeva gli obiettivi che dovevano essere comuni ai ragazzi partecipanti: «8/ Pietà Studio — Fraternità — Segreto — Obbedienza — Una lingua straniera»[240]. Erano idee che aveva già trasmesso nei mesi precedenti: pregare con devozione, studiare con serenità, volersi bene sinceramente, essere discreti al momento pubblicizzare l’apostolato dell’Opera —farlo in modo naturale, senza ostentazione—, obbedire al direttore spirituale per quanto concerne il rapporto con Dio e utilizzare l’estate per studiare una lingua straniera.

Una sede improvvisata

Nel primo semestre del 1933 l’apertura dell’accademia fu preceduta da alcuni episodi. Infatti si incorporarono all’Opera José María González Barredo, Jenaro Lázaro, Manuel Sainz de los Terreros e, nel semestre successivo, Ricardo Fernández Vallespín. I primi tre erano giovani professionisti, su cui don José María contava perché collaborassero alle attività di direzione o di gestione dell’accademia. Inoltre, l’appartamento degli Escrivá Albás, in calle Martínez Campos, si respirava un ambiente gradevole, familiare, che favorì la formazione degli universitari che si avvicinavano all’Opera.

José María González Barredo aveva conosciuto don José María sei anni prima[241]. A quell’epoca assisteva ogni giorno alla Messa nella cappella del Patronato de Enfermos, prima delle lezioni nella Facoltà di Scienze Chimiche della Centrale. Nel marzo del 1931 il cappellano gli aveva chiesto di pregare per una intenzione particolare. Come annotò Escrivá, «la mia intenzione era che lui, così devoto, fosse scelto da Dio come apostolo nella sua Opera. Già altre volte, vedendolo dal mio confessionale, avevo chiesto la stessa cosa al suo Angelo custode»[242]. Poi però le vicende avevano preso un’altra piega, in quanto Escrivá si era trasferito al Patronato di Santa Isabel e González Barredo aveva ottenuto una cattedra alla Scuola Secondaria di Linares, vicino Jaén.

Nel 1932 il giovane laureato in Chimica si fermava durante le vacanze a Madrid per redigere la tesi dottorale nell’Istituto di Fisica e Chimica. Disponeva di un finanziamento della Fondazione Rockefeller. Inoltre, riusciva a conciliare questo lavoro con l’apprendimento del tedesco nell’ “Hogar Santa María”, in calle Martín de los Heros[243]. Un giorno attorno al Natale di quell’anno don José María lo incontrò per strada. Il sacerdote propose al dottorando un appuntamento per quello stesso pomeriggio. Finito il suo lavoro in laboratorio, González Barredo vi si recò. Dopo i preamboli di saluti, Escrivá gli parlò del messaggio di santità nella professione, proprio dell’Opera, mettendo l’accento sul suo carattere soprannaturale. José María, che da anni si domandava che strada doveva intraprendere nella sua vita —l’apertural’unica cosa chiara che aveva era la sua vocazione scientifica—, ricordava la sua risposta: «Fu tale l’impressione che mi produsse il Padre, e nello stesso tempo la tranquillità e la pace, che mi decisi a chiedere l’ammissione all’Opera immediatamente e senza alcun tipo di dubbio»[244]. Don José María gli raccomandò di concedersi un po’ di tempo per meditare davanti a Dio questa decisione e per consultare il suo direttore spirituale. Poche settimane dopo, l’11 febbraio 1933, González Barredo disse a Escrivá che aveva deciso. Poi ritornò a Linares. Da lì mantenne un contatto epistolare con il fondatore e qualche volta Isidoro Zorzano gli fece visita[245].

Abbiamo visto che Jenaro Lázaro aveva conosciuto don José María nelle corsie dell’Ospedale Generale alla fine del 1931. Lavorava come dipendente delle ferrovie, ma allo stesso tempo si dedicava alla scultura religiosa, disponendo di un piccolo laboratorio personale. Un po’ per volta le sue opere incontrarono apprezzamenti. Man mano che riceveva altre commesse si appassionava, pensando alla possibilità di dedicarsi professionalmente all’arte. Aveva trentun anni quando, il 10 febbraio 1933, chiese l’ammissione all’Opera.

Pepe Romeo, assente per malattia dall’estate dell’anno precedente, ritornò a Madrid nel marzo del 1933 e s’iscrisse come studente esterno di Architettura. Per recuperare parte del tempo perduto, seguì delle lezioni private insieme a un amico, Manuel Ambrós, «di due materie del terzo e quarto anno —Resistenza dei materiali e Calcolo delle strutture— particolarmente impegnative»[246]. Le lezioni, che si tenevano in casa di Romeo, erano impartite da Ricardo Fernández Vallespín, uno dei migliori studenti del penultimo anno di Architettura[247]; queste lezioni gli consentivano di collaborare al sostegno della sua famiglia. Il pomeriggio del 14 maggio —ricordava Fernández Vallespín—, «mentre io stavo svolgendo su una piccola lavagna il tema della lezione, si aprì la porta ed entrò il Padre»[248]. Si presentarono, e il sacerdote invitò il professore a incontrarlo un giorno a casa sua; poi Escrivá si congedò perché non voleva disturbare la lezione.

Il 29 maggio Ricardo andò a casa di don José María in calle Martínez Campos. Dialogarono a lungo sulla vita cristiana. «Prima di congedarmi il Padre si alzò, andò davanti a una libreria, prese un libro che aveva usato e nella prima pagina scrisse, come dedica, queste tre frasi che poi inserì con un commento nel suo libro Consideraciones Espirituales, che io poi spero di aver adempiuto: + Madrid −29−V−33. Cerca Cristo. Trova Cristo. Ama Cristo»[249]. Il libro era la Historia de la Sagrada Pasión, del gesuita Luis de la Palma. Ricardo annotò in un diario personale l’impressione che gli provocò: «una nuova conoscenza che può influire non poco nella mia vita; ho fatto amicizia con il Padre José María, un giovane Apostolo entusiasta»[250].

Durante l’estate Fernández Vallespín andò in vacanza a Ávila con degli amici. Al ritorno, ebbe alcuni colloqui sporadici con Escrivá fino al 2 novembre, giorno in cui la conversazione in calle Martínez Campos fu più lunga. Ricorda Ricardo: «capii chiaramente che l’Opera che Dio Nostro Signore voleva che si realizzasse sulla terra non mirava a risolvere il problema della Spagna in quel tempo di persecuzioni; che la voleva per tutto il mondo e per sempre; che un gruppo di cristiani, decisi a farsi inchiodare sulla croce con Cristo, potevano ricristianizzare il mondo, portando l’amore di Dio a tutte le creature nell’esercizio delle loro attività in mezzo al mondo»[251]. Escrivá non lo invitò immediatamente a propagare questo ideale. Però Fernández Vallespín disse: «“Io voglio far parte di questo”. Scrisse così perché neppure sapeva come si chiamava “questo”, cioè l’Opera di Dio. Il Padre mi guardò e mi disse di andare per tre giorni a fare la comunione, chiedendo allo Spirito Santo di vedere con chiarezza se ero realmente deciso. Io ero felice, non pensavo a ciò che avrei dovuto lasciare, ma al fatto che avevo trovato un tesoro. E così sono andato, per la prima volta in vita mia, a fare la comunione per tre giorni di seguito; poi sono andato a confermare la mia richiesta, senza dubitare che era Dio a chiedermelo e io ero molto contento che me lo chiedesse»[252].

Attraverso Pepe Romeo, José María Escrivá conobbe anche Manuel Sainz de los Terreros[253]. Manolo, come lo chiamavano gli amici, aveva terminato gli studi di Ingegneria civile nel gennaio di quell’anno 1933. Mentre cercava un posto di lavoro, dedicò il tempo disponibile ad attività di volontariato, assistendo alcune famiglie povere. Un giorno del mese di maggio andò a servire il pranzo ad alcuni poveri di Tetuán de las Victorias, insieme a suo fratello Luis e a due amici, Pedro Antonio Alarcón e Pepe Romeo. Il pasto era stato pagato con una colletta fra tutti. Alla fine, mentre ritornavano in metropolitana, «Romeo mi parlò di... una cosa vaga, di un’Accademia, e mi invitò a parlare con D. José Mª Escrivá»[254]. Qualche giorno dopo, il 14 giugno, «attorno alle 7½ sono andato molto tranquillo in calle Martínez Campos 4, a vedere “questo Sr. Presbitero che voleva parlarmi dell’Accademia”»[255]. Durante il colloquio, Manolo spalancò il suo cuore al sacerdote. Notando che era inquieto per una eventuale chiamata di Dio, José María Escrivá gli propose di fare un triduo allo Spirito Santo. Quando lo finì ritornò in calle Martínez Campos e chiese al sacerdote di far parte dell’Opera.

La casa presa in affitto dagli Escrivá in calle Martínez Campos ebbe un ruolo fondamentale come luogo di incontri per i membri dell’Opera e gli amici. A quanto pare, la prima riunione in quell’appartamento si tenne il 19 marzo, giorno dell’onomastico di don José María. Fecero una merenda con dei pasticcini regalati dalla madre di don Norberto[256]. Da quel giorno in poi alcuni universitari, di pomeriggio, andavano a conversare, a ricevere formazione cristiana e anche a fare merenda. Santiago Escrivá, che aveva quattordici anni, vide sfilare «molti ragazzi trattati da José María. Io andavo a cercare biscotti e frittelle per le tazze di cioccolata che preparava Carmen. Anche mia madre collaborava con piacere. I ragazzi impazzivano per la cioccolata»[257]. Qualche volta Santiago si lamentava perché era rimasto senza merenda e diceva: «I ragazzi di José María si sono mangiato tutto»[258].

Gli incontri erano informali riunioni di amici. Ricorda González Barredo: «parlavamo di qualsiasi cosa e cantavamo. Il Padre aveva sempre qualcosa da darci; portava caramelle o altro per fare merenda»[259]. Lo scopo di queste riunioni era chiaro: creare un clima piacevole in un rapporto di amicizia. Per Jiménez Vargas, «qualcuno avrebbe potuto pensare che era semplicemente un momento di conversazione, ma ben presto si sarebbe accorto che il Padre lo considerava una necessità, perché era un modo per farci comprendere che cos’è la vita di famiglia»[260]. La maggior parte di loro erano universitari. Ma c’erano anche professionisti di varia provenienza, come lo scultore Jenaro Lázaro, il maestro Ramón Franquelo, il giornalista Julián Cortés−Cavanillas o un medico di trentatré anni, Rafael Roldán, che lavorava a Madrid con Jiménez Díaz.

Nel marzo del 1933 José María Escrivá spiegò ai membri dell’Opera un piano o programma di pratiche o norme di pietà cristiana, perché ognuno lo praticasse quotidianamente[261]. Il “piano di vita”, come lo chiamavano diversi autori di spiritualità[262], li avrebbe aiutati nel loro impegno personale per fondere, «in unità di vita, l’ascetica propria del cristiano con l’esercizio della professione»[263]. Questo piano includeva alcune pratiche di vita spirituale radicate nella tradizione cristiana[264]: offerta delle azioni appena alzati, un momento di orazione mentale, Messa e Comunione, visita al Santissimo, lettura di un brano del Vangelo e di un libro spirituale, recita del Rosario, dell’Angelus e delle preci dell’Opera[265], ed esami di coscienza[266]. Il piano di vita doveva essere completato nella giornata, tenendo conto degli obblighi professionali o sociali di ciascuno. Per questo richiedeva agli universitari e ai giovani professionisti un ordine nell’orario, in modo che fosse compatibile con il loro lavoro[267].

Anche alcune donne andavano a trovarlo per uno scambio di idee sulla vita cristiana. Un giorno del mese di maggio, per consiglio della sorella María Ignacia, Benilde García si presentò senza preavviso in calle Martínez Campos. Escrivá la ricevette e «centrò subito il tema, che fu esclusivamente spirituale. Più o meno mi disse che potevo far parte dell’Opera e che María Ignacia gli aveva già spiegato la situazione nella quale mi trovavo. Mi disse anche che potevo già alimentare una vita spirituale più intensa, indicandomi il modo. Ricordo un particolare che mi sembrò assai significativo: che portassi le mie figlie, con tutta libertà, se a loro faceva piacere, a fare la Visita al Santissimo tutti i pomeriggi»[268]. Qualcosa di simile accadde con l’altra sorella, Braulia, che andò a casa di don José María per insistenza di María Ignacia[269].

Invece gli incontri del lunedì con i sacerdoti proseguirono in casa di Norberto Rodríguez. A Martínez Campos andavano soltanto quelli più conosciuti da José María, Come Norberto o Lino[270]. Nel mese di giugno un altro sacerdote parlò a José María Escrivá del suo desiderio di formarsi nello spirito dell’Opera. Si chiamava Blas Romero ed era il cappellano della parrocchia di Santa Bárbara[271].

Alla fine del mese, Escrivá avviò a casa sua un’attività spirituale che poi diventò consuetudine quotidiana. Prima che i ragazzi ritornassero alle loro case, prendeva un messale grande, da altare, e commentava il passo del Vangelo che era stato letto nella Messa di quel giorno. Nel mese di luglio mise per iscritto questa consuetudine: «Da qualche giorno tutti i pomeriggi alle otto e mezzo leggo il santo Vangelo della Messa e lo commento brevemente davanti a chi è presente in casa, dell’Opera o no»[272].

Inoltre consegnò agli altri le sue annotazioni, sia quelle già pubblicate al ciclostile —Santo Rosario e Consideraciones espirituales—, sia altri fogli che faceva stampare, distribuendole fra le persone che conosceva. Il suo amico Pedro Cantero, che frequentava l’appartamento di calle Martínez Campos, ricordava: «certe volte, dopo una conversazione, per aiutare la mia orazione personale, leggevo alcuni pensieri scritti in piccoli fogli. Dovevano essere sintesi di conversazioni tenute ai ragazzi o punti di meditazione»[273].

Alla fine di giugno José María Escrivá decise di preparare un secondo fascicolo di Consideraciones espirituales. Mise insieme 87 testi, tratti dalle sue annotazioni negli Apuntes íntimos e li stampò col ciclostile. Uniti ai 246 della prima edizione di Consideraciones, sommavano in tutto 333 massime spirituali —era un numero simbolico scelto in onore della Trinità di Dio— che le persone dirette spiritualmente potevano meditare[274]. Il 22 luglio lo avevano già ricevuto alcuni membri dell’Opera, affinché ne facessero buon uso durante il periodo estivo[275].

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[1] Cfr. Shlomo Ben−Ami, La dictadura de Primo de Rivera. 1923−1930, Planeta, Barcelona 1983; e Eduardo González Calleja, La España de Primo de Rivera. La modernización autoritaria, 1923−1930, Alianza Editorial, Madrid 2005.

[2] Cfr. Genoveva García Queipo de Llano, Los intelectuales y la dictadura de Primo de Rivera, Alianza Editorial, Madrid 1988, pp. 534−555.

[3] Cfr. Anuario Estadístico de España. Año XXVI. 1951, “Principales actividades de la vida española en la primera mitad del siglo XX. Síntesis estadística”, Madrid, 1952, p. 10; Censo de la población de España según el empadronamiento, tomo I, Talleres del Instituto Geográfico y Catastral, Madrid 1932, pp. LXXII−LXXIII. Per età lavorativa s’intende quella delle persone che hanno un’età compresa tra i 15 e i 69 anni.

[4] Cfr. Madrid. Información sobre la ciudad, Municipio di Madrid, Madrid 1929, p. 28. Lo sviluppo e la trasformazione di Madrid, contemporanee alla crisi economica, aiutano a capire il complesso mondo del lavoro e del sindacalismo operaio di quegli anni (cfr. Santos Juliá Díaz, Madrid, 1931−1934. De la fiesta popular a la lucha de clases, Siglo XXI, Madrid 1984).

[5] Concretamente, 32.607 sacerdoti secolari e 16.447 religiosi. Le religiose erano 59.966 (cfr. Ministerio de Trabajo, Censo de población de 1930, tomo II, “Resúmenes generales de la población”, Madrid 1930, pp. 8−9).

[6] Cfr. José Luis González Gullón, “El clero de Madrid. Demografía y distribución “, in Santiago Aurell — Pablo Pérez López (eds.), Católicos entre dos guerras. La historia religiosa en España en los años 20 y 30, Biblioteca Nueva, Madrid 2006, pp. 255−282.

[7] L’Università Centrale era l’erede dell’Università Complutense, fondata dal cardinal Cisneros alla fine del XV secolo ad Alcalá de Henares. A metà del XVIII secolo la Complutense si smembrò a causa della diminuzione degli introiti e alla perdita di ideali. Nel 1836 si trasferì a Madrid. Due decenni dopo ricevette il titolo di Università Centrale. Nel 1970 assunse il nome di Università Complutense di Madrid. In seguito, nel 1977, fu creata l’attuale Università di Alcalá, che ha sede ad Alcalá de Henares. Cfr. Joaquín de Entrambasaguas, Grandeza y decadencia de la Universidad Complutense, Editorial Complutense, Madrid 1996.

[8] La legge fu redatta dal ministro di Fomento, Claudio Moyano Samaniego, e ratificata dalla regina Isabella II il 9 settembre 1857. Rimase in vigore per quasi un secolo, fino al 1943. I programmi di studio e i modi di accesso all’Università furono parzialmente modificati durante la Seconda Repubblica (cfr. Universidad de Madrid. Libro del estudiante. 1934−1935, Madrid 1934, p. 143).

[9] La Sezione di Pedagogia della Facoltà di Filosofia e Lettere fu creata nel gennaio del 1932, sostituendo in tal modo la Scuola Superiore di Magistero. Nel gennaio del 1933 la Facoltà di Filosofia e Lettere si traferì in un nuovo edificio appositamente costruito nella Città Universitaria, ad ovest di Madrid.

[10] Cfr. Pablo Campos Calvo−Sotelo, 75 años de la Ciudad Universitaria de Madrid. Memoria viva de un campus trascendental, Editorial Complutense, Madrid 2004, p. 14.

[11] Benché varie facoltà avessero la loro nuova sede in avanzato stato di costruzione, prima della guerra civile nella Città Universitaria si poté inaugurare solo la sede della Facoltà di Filosofia e Lettere. Nel campus erano aperte anche la “Fundación del Amo”, la Casa de Velázquez e alcuni impianti sportivi. Cfr. Pilar Chías Navarro, La Ciudad universitaria de Madrid. Génesis y realización, Editorial de la Universidad Complutense, Madrid 1986, p. 143.

[12] Cfr. Universidad de Madrid. Libro del estudiante. 1934−1935, Madrid 1934, p. 35.

[13] Ringrazio il Prof. Álvaro Ferrary dell’Università di Navarra per i suggerimenti da lui fatti su questo paragrafo.

[14] Cfr. Vicente Cacho Viu, Los intelectuales y la política. Perfil público de Ortega y Gasset, Biblioteca Nueva, Madrid 2000, p. 47.

[15] Cfr. Prólogo de Vicente Palacio Atard a Mª Dolores Gómez Molleda, Los reformadores de la España contemporánea, CSIC, Madrid 1981, p. XXV. Sanz del Río morì nel 1869 e Giner de los Ríos nel 1915.

[16] L’inizio e il primo sviluppo della ILE si trovano in Vicente Cacho Viu, La Institución Libre de Enseñanza. I. Orígenes y etapa universitaria (1860−1881), Rialp, Madrid 1962. Il libro è stato rieditato da Octavio Ruiz−Manjón in Fundación Albéniz — Sociedad Estatal de Conmemoraciones Culturales, Madrid 2010.

[17] Cfr. Vicente Cacho Viu, La Institución Libre de Enseñanza, o.c., p. 453.

[18] L’influenza della JAE sull’Università spagnola fu enorme. Nel caso di Madrid, «dei 125 professori ordinari della Università Centrale in attività nel 1935, il 75,2 per cento (94) avevano in qualche modo un vincolo con la JAE, o per aver goduto di una borsa di studio all’estero o per aver fatto parte degli istituti e dei laboratori finanziati dalla JAE.»(Luis Enrique Otero Carvajal, “La Junta para Ampliación de Estudios y la Universidad Central”, in Eduardo González Calleja — Álvaro Ribagorda (eds.), La Universidad Central durante la Segunda República. Las Ciencias Humanas y Sociales y la vida universitaria, Dykinson, Madrid 2013, p. 47).

[19] Cfr. Margarita Sáenz de la Calzada, La Residencia de Estudiantes. Los residentes, CSIC−Sodiedad Estatal de Acción Social — Amigos de la Residencia de Estudiantes, Madrid 2011, pp. 165−216.

[20] Cfr. Encarnación Martínez Alfaro, Un laboratorio pedagógico de la Junta para Ampliación de Estudios. El Instituto−Escuela, Sección Retiro de Madrid, Biblioteca Nueva, Madrid 2009, p. 239.

[21] Cfr. Gonzalo Redondo, “El 2 de octubre de 1928 en el contexto de la historia cultural contemporánea”, Anuario de Historia de la Iglesia XI (2002) 727.

[22] Le tre “generazioni” sono strettamente connesse per le idee di nazionalismo e di modernità. Cfr. José Carlos Mainer, Historia de la Literatura Española, vol. 6, “Modernidad y nazionalismo (1900−1939)”, Crítica, Barcelona 2010.

[23] Cfr. Vicente Cacho Viu, Los intelectuales y la política. Perfil público de Ortega y Gasset, Biblioteca Nueva, Madrid 2000, p. 53; e Gonzalo Redondo, Las empresas políticas de José Ortega y Gasset, “El Sol”, “Crisol”, “Luz” (1917−1934), 2 voll., Rialp, Madrid 1970.

[24] Cfr. Joaquín Azpiazu, Jóvenes y juventudes, Razón y Fe, Madrid 19342, p. 118. Ci riferiremo ai propagandisti più avanti, quando parleremo delle associazioni studentesche.

[25] Cfr. Álvaro Ferrary, El franquismo: minorías políticas y conflictos ideológicos. 1936−1956, EUNSA, Pamplona 1993, p. 27. Cfr. anche Enrique Sánchez Costa, El resurgimiento católico en la literatura europea moderna (1890−1945), Encuentro, Madrid 2014.

[26] Intervista a José María González Barredo, Pamplona, 14−IX−1986, in AGP, serie A.5, 216−3−11.

[27] Aurora Medina, «Un recuerdo para la historia», in AA.VV., Pedro Poveda. Volumen−homenaje. Cinquentenario. 1936−1986, Narcea, Madrid 1988, p. 36.

[28] Probabilmente arrivò un giorno prima, il 19 aprile, perché quello fu il giorno in cui partì da Saragozza diretto nella capitale spagnola (cfr. Benito Badrinas Amat, “Josemaría Escrivá de Balaguer. Sacerdote de la diócesis de Madrid”, Anuario de Historia de la Iglesia VIII [1999] 607). Il sacerdote aveva ricevuto la relativa autorizzazione da parte dell’arcivescovo di Saragozza per risiedere fuori dalla diocesi (cfr. Registro de Decretos, 1929−33, fol. 120, n. 1813 e fol. 121, n. 1820, in ADZ, 205−B).

[29] Le tappe preliminari della biografia di José María Escrivá si possono leggere in Carlo Pioppi, “Infanzia e prima adolescenza di Josemaría Escrivá: Barbastro 1902−1915. Contesti, eventi biografici, stato delle ricerche e prospettive di approfondimento”, Studia et Documenta 8 (2014) 149−189; Jaime Toldrà Parés, Josemaría Escrivá en Logroño (1915−1925), Rialp, Madrid 2007; e Ramón Herrando Prat de la Riba, Los años de seminario de Josemaría Escrivá en Zaragoza (1920−1925): El seminario de San Francisco de Paula, Madrid, Rialp, 2002.

[30] Per gli studi del dottorato in Diritto, cfr. Pedro Rodríguez, “El doctorado de san Josemaría en la Universidad de Madrid”, Studia et Documenta 2 (2008) 13−103. Sul trasferimento da Saragozza a Madrid, che risentì di alcune difficoltà familiari, cfr. John F. Coverdale, La fundación del Opus Dei, o. c., pp. 38−44.

[31] La chiesa era sotto la giurisdizione della Nunziatura a Madrid ed era retta dai padri Redentoristi. Nel 1930 ricevette il titolo di Basilica minore.

[32] La Congregazione aveva ricevuto la prima approvazione nel 1924. Fu eretta canonicamente da Mons. Eijo Garay, vescovo di Alcalá−Madrid, il 24 giugno 1927. A Madrid la Casa centrale si trovava nel Patronato de Enfermos —calle Santa Engracia— e dal 1929 vi era un noviziato al Paseo de La Habana (Chamartín de la Rosa). Le Dame Apostoliche ricevettero l’approvazione dalla Santa Sede il 29 maggio 1943. Cfr. Emilio Itúrbide, Doña Luz. Madre de los pobres, Gómez, Pamplona 1963.

[33] Condivise con loro le vicende del momento e le aspirazioni apostoliche. Per esempio, Gómez Colomo ricordava che un giorno stavano camminando «commentando una cosa che era accaduta ma che ora non ricordo, quando [Escrivá] mi parlò della necessità di fare apostolato anche con gli intellettuali perché, aggiungeva, sono come le vette innevate: quando la neve si scioglie, l’acqua scende giù e le valli fruttificano» (Ricordo di Fidel Gómez Colomo, Madrid, 15−X−1975, in AGP, serie A.5, 216−1−8).

[34] Luz Rodríguez−Casanova era nata ad Avila il 28 agosto 1873. Iniziò la sua attività apostolica nel 1902. Frequentò José María Escrivá tra il 1927 e il 1931, gli anni in cui il sacerdote fu cappellano del Patronato de Enfermos. Morì a Madrid l’8 gennaio 1949. Cfr. Francisco Martín Hernández, Luz Casanova. Una vida consagrada a los pobres, Congregación de Damas Apostólicas, Madrid 1991.

[35] Norberto Rodríguez García era nato ad Astorga (León) il 26 aprile 1880. Ricevette l’ordinazione sacerdotale il 29 settembre 1905 restando incardinato nella diocesi di Astorga. Si trasferì a Madrid nel 1910. Dal 1924 al 1932 fu il secondo cappellano delle Dame Apostoliche. Fra il 1932 e il 1936 occupò, sempre a Madrid, il posto di secondo cappellano delle Schiave del Sacro Cuore. Strinse un rapporto stretto con José María Escrivá fino alla guerra civile. Dopo la guerra fu cappellano delle Carmelitane scalze di calle Aranaz a Madrid. Morì l’8 maggio 1968. Cfr. Jaume Aurell – José Luis González Gullón, “Josemaría Escrivá en los años treinta: los sacerdotes amigos”, Studia et Documenta 3 (2009) 47−51.

[36] Cfr. Ricordo di Asunción Muñoz González, Daimiel, 25−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 230−4−4.

[37] Sulla collaborazione data da Escrivá al Patronato de Enfermos, si può leggere un reportage dell’epoca in Enrique Luño Peña, «Pan y Catecismo», La Acción Social 13 (I−1928) 6−9.

[38] Cfr. Julio González−Simancas y Lacasa, “San Josemaría entre los infermos de Madrid (1927−1931)”, Studia et Documenta 2 (2008) 147−203.

[39] Cfr. annotazione di José María Escrivá, in AVM, Padrón 1930, tomo 85, foglio n. 26476; e Lettera di José María Escrivá a José Pou de Foxá, Madrid, 13−V−1931, in AGP, serie A.3.4, 253−1, 300513−1.

[40] Cfr. José Luis González Gullón, El clero en la Segunda República. Madrid, 1931−1936, Monte Carmelo, Burgos 2011, p. 114.

[41] José Cicuéndez Aparicio era un sacerdote della diocesi di Toledo. Oltre a dirigere l’Accademia, era primo cappellano del Patronato di Santa Isabel di Madrid.

[42] Opuscolo Extracto de Reglamento. Academia Cicuéndez. Especial de Derecho, p. 2, in AGP, serie A.1, 5−2−6. L’Accademia era ospitata in un piccolo convitto e aveva otto posti.

[43] Ricordo di Pedro Rocamora Valls, Madrid, 12−XI−1977, in AGP, serie A.5, 241−1−5.

[44] Insegnò almeno fino all’estate del 1932. Si conserva una richiesta del proprietario dell’Accademia perché continuasse a dare lezioni di Diritto Romano nell’anno accademico 1932−1933, ma non risulta che la richiesta sia stata accolta. Cfr. Lettera di Florián Ruiz Egea a José María Escrivá, Madrid, 2−X−1932, in AGP, serie A.6, 372−2; e Constantino Ánchel, “Actividad docente de san Josemaría: el Instituto Amado y la Academia Cicuéndez”, Studia et Documenta 3 (2009) 330.

[45] Cfr. Ricordo di Santiago Escrivá de Balaguer, Madrid, 10−II−1979, in AGP, serie A.5, 210−1−5. Carmen, che aveva studiato nella Escuela Normal de Maestras di Logroño, impartì alcune lezioni private. In ogni caso, dedicò quasi tutte le sue energie ai lavori domestici, perché sua madre aveva bisogno di aiuto per motivi di salute.

[46] Apuntes íntimos, n. 306 (2−X−1931; la prima frase è una nota marginale degli anni sessanta), citato in Pedro Rodríguez, Opus Dei. Struttura & Missione. Un profilo ecclesiologico, Edizioni Ares, Milano 2013, p. 58. Il corsivo è nell’originale.

[47] Cfr. ibidem, pp. 64−65. Uno studio teologico su questo momento fondamentale si può trovare in José Luis Illanes Maestre, “Datos para la comprensión histórico−espiritual de una fecha”, Anuario de Historia de la Iglesia XI (2002) 655−697. Cfr. anche Pedro Rodríguez — Fernando Ocáriz — José Luis Illanes, El Opus Dei en la Iglesia. Introducción eclesiológica a la vida y al apostolato del Opus Dei, Rialp, Madrid 2014, pp. 201−205, dove si spiega che la luce fondazionale includeva tanto un messaggio quanto una istituzione che lo diffondesse.

[48] Nel 1931 il fondatore condensò in tre giaculatorie quali erano i fini di quest’Opera divina: Deo omnis gloria (“Per Dio tutta la gloria”), cercare di realizzare ogni cosa per e a gloria di Dio; Regnare Christum volumus (“Vogliamo che Cristo regni”), rendere effettivo il regno di Cristo nella società; e Omnes cum Petro ad Iesum per Mariam (“Tutti con Pietro a Gesù attraverso Maria”), impegnandosi per la santità propria e altrui (cfr. Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico−histórica, o.c., pp. 225−228).

[49] Cfr. Apuntes íntimos, n. 179 (22−III−1931), commentato in Antonio Aranda, “El bullir de la Sangre de Cristo”. Estudio sobre el cristocentrismo del beato Josemaría Escrivá, Rialp, Madrid 2000, pp. 97 e 99.

[50] Si conservano più di quaranta ritagli di giornale, pubblicati tra il 1920 e il 1933, su diverse istituzioni cattoliche —come pie unioni, ordini terziari, associazioni—, e anche scuole, convegni e case editrici cattoliche di Spagna, Stati Uniti, Francia, Olanda, Ungheria, Italia e Polonia. Furono raccolti da José María Escrivá, aiutato da José Romeo (cfr. AGP, serie A.1, 6−4−1, serie A.3, 179−1−5, e serie A.3, 179−1−6).

[51] Apuntes íntimos, n. 1869 (14−VI−1948), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 334. La frase è tra virgolette già nell’originale. Come si vedrà subito, sedici mesi più tardi capì che nell’Opera dovevano esserci anche le donne. Sul cardinale Carlo Andrea Ferrari (1850−1921), arcivescovo di Milano, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1987, apparve allora una biografia nell’Anuario Eclesiástico, nella quale si menzionavano le tre sezioni della Compagnia di San Paolo, tra le quali quella femminile (cfr. Pedro Voltas, «El cardenal Ferrari. Su obra. La Compañía de San Pablo», in Anuario Eclesiástico, Eugenio Subirana, Barcelona 1928, pp. 105−128).

[52] José Romeo Rivera era nato a Saragozza il 2 marzo 1911. Lì conobbe José María Escrivá nel 1926. José aveva allora 14 anni e studiava nel Colegio del Salvador dei gesuiti. Suo fratello maggiore, Manuel (Colo), fu compagno di studi di Escrivá nella Facoltà di Giurisprudenza di Saragozza. José si formò nello spirito dell’Opus Dei fino al marzo del 1935, quando se ne separò. Dopo la guerra civile spagnola, lavorò come architetto. Morì, dopo una lunga malattia, il 7 luglio 1985. Cfr. Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico−histórica, o.c., p. 20, nt. 13.

[53] Cfr. Racconto autobiografico di José Romeo Rivera (inizi del 1935), in AGP, serie A.2, 34−3−10.

[54] Cfr. Intervista a Guillermo Escribano Ucelay, Madrid, 17−IX−1975, in AGP, serie A.5, 343−2−3.

[55] Pedro Rocamora Valls era nato a Madrid il 9 dicembre 1910. Frequentò la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Madrid tra il 1926 e il 1931. Fu avvocato e giornalista. Don José María Escrivá benedisse il suo matrimonio. Morì a Madrid il 31 dicembre 1993 (cfr. AGUCM, Dossier degli studenti della Facoltà di Diritto, DE−831).

[56] Cfr. “Confesores de san Josemaría a Madrid”, in AGP, serie A.1, 5−2−3.

[57] Apuntes íntimos, n. 354 (26−X−1931), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 479. Questo suggerimento di Norberto Rodríguez avvenne dopo il 14 febbraio 1930.

[58] «Non posso dire che vidi, ma sì che intellettualmente, nei particolari (poi ho aggiunto altre cose sviluppando la visione intellettuale), ho colto ciò che doveva essere la Sezione femminile dell’Opus Dei» (Apuntes íntimos, n. 1871 [14−VI−1948], in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 335). Su questa vicenda, cfr. Francisca R. Quiroga, “14 de febrero de 1930: la transmisión de un acontecimiento y un mensaje”, Studia et Documenta 1 (2007) 163−189; e Gloria Toranzo, “Los comienzos del apostolato del Opus Dei entre mujeres (1930−1939)”, Studia et Documenta 7 (2013) 20−25.

[59] Apuntes íntimos, n. 1872 (14−VI−1948), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 335.

[60] Isidoro Zorzano Ledesma era nato a Buenos Aires il 13 settembre 1902 da genitori spagnoli. Tre anni dopo la famiglia ritornò in Spagna e si stabilì a Logroño. Isidoro si laureò nel 1927 in ingegneria industriale a Madrid. Dal dicembre del 1928 al giugno del 1936 lavorò nella Compagnia delle Ferrovie Andaluse a Malaga. Dopo la guerra civile continuò a lavorare nelle ferrovie, ma a Madrid, collaborando con il fondatore all’espansione dell’Opus Dei. Morì il 15 luglio 1943 a causa di un tumore. Il 21 dicembre 2016 Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sull’eroicità delle sue virtù.

[61] Cfr. José Miguel Pero−Sanz Elorz, Isidoro Zorzano Ledesma: ingeniero industrial (Buenos Aires, 1902 — Madrid, 1943), Palabra, Madrid 1996, pp. 115−119.

[62] Cfr. AGP, serie A.1, 6−41, serie A.3, 179−1−5, e serie A.3, 179−1−6; note di Juan Jiménez Vargas, serie A.2, 9−5−3.

[63] Sappiamo che nel febbraio del 1930 José María Escrivá confessò alcuni operai nel loro centro di riunione. Un mese dopo predicò e confessò ancora degli operai nella Cappella del Vescovo, accanto alla parrocchia di Sant’Andrea, in una missione o predicazione organizzata dal Patronato de Enfermos (cfr. Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 359).

[64] Cfr. Ricordo di Santiago Escrivá de Balaguer, Madrid, 10−II−1979, in AGP, serie A.5, 210−1−5.

[65] Questa abitazione, invece, costituì un sollievo per le modeste finanze della famiglia. Essendo l’abitazione ufficiale del cappellano del Patronato de Enfermos, José María Escrivá non doveva pagare l’affitto. Cfr. AVM, Padrón 1930, tomo 185, foglio n. 26476.

[66] Ricordo di Pedro Rocamora Valls, Madrid, 12−XI−1977, in AGP, serie A.5, 241−1−5.

[67] Julián Cortés−Cavanillas era nato a Madrid il 9 marzo 1909. Nel 1928 conciliava gli studi nella Scuola di Giornalismo de El Debate con quelli di Giurisprudenza, nella cui Facoltà si era immatricolato come studente esterno. Da giornalista, fu corrispondente da Roma del giornale ABC per ventuno anni. Morì a Madrid il 15 ottobre 1991 (cfr. ABC, 20−III−2009, p. 59).

[68] Ricordo di Pedro Rocamora Valls, Madrid, 12−XI−1977, in AGP, serie A.5, 241−1−5.

[69] Cfr. Pedro Rodríguez, “El doctorado de san Josemaría en la Universidad de Madrid”, o.c., p. 45; e Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., pp. 277−282.

[70] In quegli anni scrisse: «Per ora il lavoro è personale: ci riuniamo solo per fare l’orazione» (Apuntes íntimos, n. 128 [10−XII−1930], in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 391).

[71] Apuntes íntimos n. 207 (15−VII−1931), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 395).

[72] Cfr. John F. Coverdale, La fundación del Opus Dei, o. c., pp. 79−80.

[73] In una lettera inviata a Isidoro in maggio gli scrive quale dev’essere il suo atteggiamento nei confronti della Repubblica: «Notizie: il cambiamento politico non ti deve fare né freddo né caldo: ti deve importare soltanto che non offendano Dio. Ripara...» (Lettera, Madrid, 31−V−1931, in AGP, serie A.3.4, 253−1, 310505−1).

[74] In Spagna la giurisdizione palatina riguardava l’assistenza spirituale della famiglia reale e del personale al suo servizio. Un prelato esercitava la sua giurisdizione su una prelatura o parrocchia nullius con territorio, clero e popolo propri, vale a dire, al di fuori della giurisdizione ordinaria. Questo prelato era denominato Pro−Cappellano maggiore, e il suo incarico prevedeva il titolo di vescovo di Sión e di Patriarca delle Indie. A Madrid aveva giurisdizione sul Palazzo Reale e sui sei Reali Patronati, il cui organico comprendeva circa sessanta cappellani (cfr. Juan Postius y Sala, El Código de Derecho Canónico aplicado a España, Corazón de María, Madrid 1926, pp. 535−536).

[75] Un riassunto di quello che accadde a Madrid si può leggere nel nostro contributo in El clero en la Segunda República. Madrid, 1931−1936, o. c., pp. 346−363. Una visione d’insieme sulla vicenda e le sue conseguenze in William J. Callahan, La Iglesia Católica en España (1875−2002), Crítica, Barcelona 2003, pp. 226−229.

[76] Apuntes íntimos, n. 202 (18−V−1931), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 383.

[77] Cfr. Relato autobiografico di José Romeo Rivera (inizio del 1935), in AGP, serie A.2, 34−3−10.

[78] Apuntes íntimos, n. 877 (24−XI−1932) in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 513. Durante i giorni degli «incendi dei conventi» José María e suo fratello Santiago vissero in casa dei Romeo, mentre sua madre e sua sorella si trasferirono in casa di conoscenti in calle General Oraá.

[79] José Muñoz Aycuéns era stato per un certo tempo geronimita nel monastero di Santa María del Parral (Segovia). Conobbe José María Escrivá attraverso il religioso clarettiano Juan Postius. Non sembra che sia arrivato a frequentare DYA, perché smise di avere rapporti con Escrivá nell’autunno del 1933. Morì ad Azuqueca de Henares (Guadalajara) l’11 ottobre 1964. Cfr. ABC, 13−X−1964, p. 100.

[80] Adolfo Gómez Ruiz era nato a Segovia nel 1909. Si laureò in Medicina all’Università Centrale e fu un medico della Beneficenza Municipale. Confinato a Villa Cisneros nel settembre del 1932 per aver partecipato al tentativo di colpo di Stato del 10 agosto, ritornò nella Penisola Iberica, a Lisbona, nella primavera del 1933. Nell’aprile del 1934 fu amnistiato e poté ritornare in Spagna. Da allora frequentò in modo sporadico la Residenza DYA, pur non sentendosi vincolato all’Opera. Dopo la guerra civile fu procuratore nel Parlamento Spagnolo. Morì per un tumore a 47 anni, nell’ottobre del 1956. Cfr. ABC (edizione di Siviglia), 12−X−1956, p. 32.

[81] Sebastián Cirac Estopañán era nato a Caspe (Saragozza) il 17 settembre 1903. Il 17 marzo 1928 era stato ordinato presbitero. Nel 1930 ottenne un canonicato nel capitolo di Cuenca; quando si presentò, il vescovo lo nominò archivista. Ottenne il dottorato in Filosofia, Teologia, Filologia e in Filosofia e Lettere. Nella primavera del 1934 si occupò del nihil obstat necessario per la pubblicazione di Consideraciones Espirituales, che precedette Camino. Dall’ottobre del 1934 fino a metà del 1938 approfondì gli studi a Monaco (Germania). Dopo la guerra civile spagnola fu decano della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università di Barcellona. Morì il 17 marzo 1970. Cfr. Jaume Aurell — José Luis González Gullón, “Josemaría Escrivá en los años treinta: los sacerdotes amigos”, o. c., pp. 58−60.

[82] Cfr. Schede delle prime persone trattate da José María Escrivá a Madrid, in AGP, serie A.2, 35−1−1.

[83] Pedro Cantero Cuadrado (1902−1978) aveva studiato all’Università Pontificia di Comillas. Ordinato sacerdote nel 1926, quattro anni dopo si trasferì a Madrid per ultimare gli studi di Diritto e prendere il dottorato. Fu visitatore dell’Associazione Cattolica Nazionale dei Propagandisti. Dopo la guerra civile svolse l’incarico di Rettore del Patronato di Loreto. Ricevette l’ordinazione episcopale nel 1951, trasferendosi nella sede di Barbastro. Nel 1953 passò alla diocesi di Huelva e nel 1964 fu nominato arcivescovo di Saragozza dove rimase fino alla sua rinuncia, per motivi di salute, nel 1977. Per i suoi rapporti con José María Escrivá, cfr. Jaume Aurell — José Luis González Gullón, “Josemaría Escrivá en los años treinta: los sacerdotes amigos”, o. c., pp. 51−55. Una sua breve biografia si trova nel Boletín Eclesiástico Oficial del Arzobispado de Zaragoza (V−1964) 404−405; e in J.B.P., “Cantero Cuadrado, Pedro”, in Gran Enciclopedia Aragonesa, vol. III, Zaragoza 1980, p. 631.

[84] Cantero fu coinvolto in una intensa attività nell’Associazione Cattolica Nazionale dei Propagandisti e nell’Istituto Sociale Operaio (cfr. Pedro Cantero Cuadrado, Josemaría Escrivá de Balaguer. Un hombre de Dios, Palabra, Madrid 1991, p. 20).

[85] Ricordo di José Romeo Rivera, Siviglia, 27−III−1976, in AGP, serie A.5, 242−2−5.

[86] Ricordo di Carlos Sánchez del Río Peguero, Saragozza, 14−XI−1975, in AGP, serie A.5, 245−1−5.

[87] Ricordo di Amalia de Santa Ana Pérez (S.M.R.), Valencia, 15−VI−1980, in AGP, serie A.5, 245−2−9.

[88] Ricordo di Pedro Rocamora Valls, Madeid, 12−XI−1977, in AGP, serie A.5, 241−1−5.

[89] Ibidem.

[90] Cfr. Intervista a Jesús Manuel Sanchiz Granero, Madrid, 7−X−1975, in AGP, serie A.5, 5−2−6.

[91] Julián Cortés−Cavanillas, «Mi amigo el Padre Escrivá», in ABC, 14−IX−1986, p. 52.

[92] Ibidem.

[93] Ibidem.

[94] Ricordo di Manuel Gómez−Alonso Gómez−Alonso, Madrid, 4−X−1976, in AGP, serie A.g, 216−1−3.

[95] Ricordo di Pedro Rocamora Valls, Madrid, 12−XI−1977, in AGP, serie 241−1−5.

[96] Intervista a Guillermo Escribano Ucelay, Madrid, 17−IX−1975, in AGP, serie A.5, 343−2−3.

[97] Ricordo di Pedro Rocamora Valls, Madrid, 12−XI−1977, in AGP, serie A.5, 241−1−5.

[98] Ibidem.

[99] Il mondo cattolico protestò soprattutto perché i religiosi erano diventati “costituzionalmente sospetti”. L’articolo 26, fra gli altri aspetti, dichiarava: «Tutte le confessioni religiose saranno considerate come associazioni sottoposte a una legge speciale»; si proibiva loro di «esercitare l’industria, il commercio o l’insegnamento»; inoltre, «i beni degli Ordini religiosi potranno essere nazionalizzati»; «sono sciolti quegli Ordini religiosi che impongano per statuto, oltre i tre voti canonici, un altro speciale di obbedienza a un’autorità diversa da quella legittima dello Stato. I loro beni saranno nazionalizzati e destinati a fini di beneficenza e di insegnamento». Cfr. Víctor Manuel Arbeloa, La semana trágica de la Iglesia en España (octubre de 1931), Encuentro, Madrid 2006; e Fernando de Meer Lecha−Marzo, La Cuestión religiosa en las Cortes Constituyentes de la II República Española, EUNSA, Pamplona 1975. Per il caso particolare dei gesuiti, cfr. Alfredo Verdoy, Los bienes de los gesuita. Disolución e incautación de la Compañía de Jesús durante la Segunda República, Trotta, Madrid 1995.

[100] Il cambiamento politico−sociale che la sinistra repubblicana e il socialismo erano riusciti a fare approvare appariva rivoluzionario «in due sensi: come cambiamento radicale delle istituzioni e della forma di governo, ma anche come processo aperto di trasformazione sociale, politica, culturale ed economica» (Manuel Álvarez Tardío, Anticlericalismo y libertad de conciencia. Política y religión en la Segunda República Española [1931−1936], Centro de Estudios Políticos y Constitucionales, Madrid 2002, p. 358).

[101] José María Escrivá annotò che gli erano venute con forza alla mente, in latino, le parole di Gesù «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32), mentre celebrava la Messa: «E compresi che saranno gli uomini e le donne di Dio a innalzare la Croce con la dottrina di Cristo sul pinnacolo di tutte le attività umana... E vidi il Signore trionfare e attrarre a sé tutte le cose» (Apuntes íntimos, n. 217 [7−VIII−1931], in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 402). La comprensione e la visione di quel giorno conferivano un nuovo senso corredentore ai membri dell’Opera e, per estensione, a tutti i cristiani. Cfr. Pedro Rodríguez, “La exaltación de Cristo en la Cruz (Gv 12, 32) en la experiencia espiritual del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer”, in Gonzalo Aranda, Biblia, Exégesis y Cultura. Estudios en honor del Prof. D. José María Casciaro, EUNSA, Pamplona 1994, pp. 573−601.

[102] Cfr. Fernando Ocáriz, “La filiación divina, realidad central en la vida y en la enseñanza de Mons. Escrivá de Balaguer”, in Fernando Ocáriz – Ignacio de Celaya, Vivir como hijos de Dios. Estudios sobre el Beato Josemaría Escrivá, EUNSA, Pamplona 1993, pp. 11−89; Antonio Aranda, “Fundación del Opus Dei”, in Diccionario de San Josemaría Escrivá de Balaguer, o. c., pp. 552−561; ed Ernst Burkhart — Javier López, Vita quotidiana e santità nell’insegnamento di san Josemaría, vol. II, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2018, pp. 21−56.

[103] La storia del Patronato di Santa Isabel si può leggere in Beatriz Comella Gutiérrez, La jurisdicción eclesiástica palatina en los Patronatos Reales del Buen Suceso y de Santa Isabel de Madrid (1753−1931), Fundación Universitaria Española, Madrid 2004.

[104] Fino al 16 giugno 1931 il rettore era stato Buenaventura Gutiérrez San Juan; il cappellano del monastero, Mariano Villapún Sancha; e il cappellano della scuola, José Cicuéndez Aparicio, proprietario dell’Accademia Cicuéndez, che risultava malato. Cfr. Beatriz Comella Gutiérrez, Josemaría Escrivá de Balaguer en el Real Patronato de Santa Isabel de Madrid (1931−1945), o.c., p. 65.

[105] Cfr. Ibidem, pp. 138−142.

[106] Cfr. Ibidem, p. 151, nt. 76; Cfr. anche Benito Badrinas Amat, “Josemaría Escrivá de Balaguer. Sacerdote della diocesi di Madrid”, o. c., p. 616. Il Governo provvisorio della Repubblica creò una commissione per i patronati che nominò i nuovi rettori. I cappellani, invece, furono esclusi.

[107] Apuntes íntimos, n. 403 (20−XI−1931), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 400. Le schede richieste dal vescovo si possono vedere nell’Archivio Storico della Diocesi di Madrid, “Carpeta E, Serie V. Estadística sacerdotal parroquial. 1931”.

[108] Apuntes íntimos, n. 731 (20−V−1932), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 460.

[109] Cfr. “El R. p. José María Escrivá de Balaguer y la Congregación de Hermanos Filipenses”, Como yo os amé 32 (1975) 5.

[110] Da allora, e fino alla guerra civile spagnola, le visite di José María Escrivá ai malati dell’Ospedale Provinciale furono frequenti. A seguito di una sua richiesta, la Giunta dei filippini lo nominò «fratello della nostra amata congregazione» (Lettera di Tomás Mínguez a José María Escrivá, Madrid, 10−VI−1934, in AGP, serie A.1, 5−3−11).

[111] Pedro Cantero Cuadrado, Josemaría Escrivá de Balaguer. Un hombre de Dios, o.c., p. 23.

[112] Ibidem.

[113] Appunti di una riunione di famiglia, 19−II−1975, in Catequesis en América 1975, vol. III, p. 278 (AGP, Biblioteca, P.04).

[114] Apuntes íntimos, n. 306, in Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico−histórica, o.c., p. 8, nt. 21. Secondo Pedro Rodríguez, autore di questa edizione, si tratta di una nota a margine autografa di José María Escrivá, scritta nel 1968 in un quaderno del 1932.

[115] Cfr. Ricordo di José Romeo Rivera, Siviglia, 27−III−1976, in AGP, serie A.5, 242−1−1.

[116] Ibidem.

[117] Ricordo di José Manuel Doménech de Ibarra, Lérida, 13−III−1985, in AGP, serie A.5, 208−3−5.

[118] Apuntes íntimos, n. 410, (23−XI−1931), in Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico−histórica, o. c., p. 986.

[119] Apuntes íntimos, n. 479 (14−XII−1931).

[120] Apuntes íntimos, n. 476 (13−XII−1931, in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 413. È la citazione esatta del salmo 103, versetto 10 (salmo 104 nell’edizione della Vulgata).

[121] Lino Vea−Murguía Bru era nato a Madrid il 24 aprile 1901. Fu ordinato presbitero il 18 dicembre 1926. Dal 1930 e fino alla guerra civile fu cappellano delle religiose Schiave del Sacro Cuore in calle Martínez Campos 6, collaborando all’apertura dell’Accademia DYA. Fu assassinato, in quanto sacerdote, il 15 agosto 1936. Cfr. Jaume Aurell — José Luis González Gullón, “Josemaría Escrivá en los años treinta: los sacerdotes amigos”, o. c., pp. 60−64.

[122] Cfr. Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 486.

[123] José María Vegas Pérez (1902−1936). Ricevette l’ordinazione sacerdotale nel 1927. Fu nominato cappellano della parrocchia di San Ginés. Nel 1935 fu assegnato al rettorato del Santuario del Cerro de los Ángeles, a sud di Madrid. Morì fucilato il 27 novembre 1936 in uno dei tristemente celebri “rastrellamenti” di Paracuellos del Jarama (cfr. AHN, Fondo Contemporáneo, Causa General, 1557, f. 291).

[124] José María Somoano Berdasco era nato ad Arriondas (Asturie) il 4 febbraio 1902. Ordinato sacerdote della diocesi di Madrid−Alcalá l’11 giugno 1927, era stato il cappellano dell’Asilo di Porta Coeli di Madrid dall’aprile del 1929 al febbraio del 1931; poi dell’Ospedale del Re dall’aprile del 1931 fino al decesso. Per la sua morte prematura, il 16 luglio 1932, fu il primo defunto dell’Opus Dei. Cfr. José Miguel Cejas, José María Somoano en los comienzos del Opus Dei, Rialp, Madrid 1995.

[125] Cfr. José María García Lahiguera, Josemaría Escrivá de Balaguer: Un hombre de Dios. Testimonios sobre el Fundador del Opus Dei, Palabra, Madrid 1991, p. 16; e Ricordo di José María García Lahiguera, Madrid, 23−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 214−3−1.

[126] Apuntes íntimos, n. 613 (II−1932), in Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico−histórica, o.c., p. 562, nt. 11. Le meditazioni, comprese tra i mesi di febbraio e luglio 1932, si trovano in AGP, serie A.3, 177−3−2.

[127] Saturnino de Dios Carrasco era nato il 14 dicembre 1906 ad Arabayona de Mógica (Salamanca). Fece gli studi di Teologia a Comillas (Cantabria). Ordinato nel 1931, restò incardinato nella diocesi di Salamanca. Tra il 1931 e il 1933 fu precettore di un figlio adottivo della famiglia Ruiz−Ballesteros. Nell’estate del 1935 si traferì a Mieres (Asturie) per lavorare nel Liceo del paese. Dopo la guerra civile ottenne un canonicato nel Sacro−Monte di Granda. Morì nel 1981. Cfr. Ricordo di Saturnino de Dios Carrasco, Gijón, 30−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 208−2−17.

[128] Cfr. Jaume Aurell — José Luis González Gullón, “Josemaría Escrivá en los años treinta: los sacerdotes amigos”, o.c., p. 75.

[129] Cfr. Apuntes íntimos, n. 381 (8−XI−1931), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 488−489. María del Carmen Cuervo Radigales era nata il 25 febbraio 1895 a Madrid. Laureata in Filosofia e Lettere, in Diritto e “maestra nazionale”, diede alcune lezioni nella Scuola dell’Assunzione del Patronato di Santa Isabel. Ispettrice ausiliare del Lavoro dal 1928. Nel mese di aprile del 1933 vinse un concorso al Ministero del Lavoro e fu destinata a Soria. Un anno dopo interruppe ogni contatto con l’Opera. Morì il 28 luglio 1996. Cfr. Pratica personale di María del Carmen Cuervo Radigales, in AGA, Trabajo, 36/13818; AGP, serie A.6, 375−3; e Gloria Toranzo, “Los comienzos del apostolato del Opus Dei entre mujeres (1930−1939)”, o.c., pp. 32−38.

[130] Intervista a Carmen Cuervo Radigales, Madrid, 29−X−1975, in AGP, serie A.5, 206−2−8.

[131] Cfr. Apuntes íntimos, n. 602 (15−II−1932), in Romana et Matritense. Beatificationis et canonizationis Servi Dei Iosephmariae Escrivá de Balaguer, Sacerdotis Fundatoris Societatis Sacerdotalis S. Crucis et Opus Dei. Positio super vita et virtutibus. Biographia documentata, Roma 1988 (in seguito, Positio...), p. 324.

[132] María Ignacia García Escobar era nata a Hornachuelos (Córdoba) il 2 luglio 1896. Dal luglio del 1930 si trovava nell’Ospedale del Re per essere curata da una tubercolosi che l’aveva colpita dieci anni prima e che le provocherà la morte il 13 settembre 1933. Cfr. José Miguel Cejas, La paz y la alegría: María Ignacia García Escobar en los comienzos del Opus Dei. 1896−1933, Madrid, Rialp, 2001.

[133] Antonia Sierra Pau era nata il 3 aprile 1895. Nel 1912 si sposò ed ebbe una figlia. Fu ricoverata all’Ospedale del Re e dopo, tra il maggio del 1934 e il dicembre del 1936, fu trasferita all’Ospedale Generale. Andata via da Madrid, fu ospite di diversi ospedali del Levante —Villafranca del Cid (Castellón), Castellón, Lucena e Estivella (Valencia)— per ritornare poi nell’Ospedale Generale di Madrid. Nel settembre del 1937 José María Escrivá cercò di inviarle un po’ di denaro; nel 1938 ebbe nuove informazioni sul suo stato di salute. Sierra morì il 13 agosto 1939. Cfr. Gloria Toranzo, “Los comienzos del apostolato del Opus Dei entre mujeres (1930−1939)”, o. c., pp. 49−54; e Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., II, o.c. p. 148 e 300.

[134] Luis Gordon Picardo era nato a Cadice il 20 agosto 1898. Nel 1925 creò una società per la fabbricazione del malto, indispensabile per la produzione della birra, a Ciempozuelos (Madrid). Gordon presentò Saturnino de Dios a José María Escrivá nell’Ospedale Provinciale. Colpito da una polmonite, morì a Madrid il 5 novembre 1932. Cfr Pedro Pablo Ortúñez Goicolea — Luis Gordon Beguer, “Luis Gordon Picardo. Un empresario en los primeros años del Opus Dei (1898−1932)”, Studia et Documenta 3 (2009) 107−138.

[135] Antonio Medialdea era di Guadix. Probabilmente si trasferì a Jaén dopo la guerra civile. Lì aprì un negozio di paramenti liturgici e di immagini sacre. Morì nel 1965. Cfr. Ricordo di José Romeo Rivera, Siviglia, 27−III−1976, in AGP, serie A.5, 240−1−1.

[136] Cfr. Ricordo di Sor María Casado, Figlia della Carità, Gijón, 16−III−1993, in AGP, serie A.5, T−13083.

[137] Adolfo Gómez Ruiz (ventitré anni) era presidente dell’Associazione degli Studenti Tradizionalisti. Erano tradizionalisti anche Pepe Romeo (ventun anni), José Antonio Palacios (venti anni), José Manuel Doménech (ventitré anni) e Julio Torres Azara (venticinque anni). Al colpo di mano partecipò anche Luis Gordon (trentatré anni).

[138] Cfr. Julio Gil Pecharromán, “Sobre España immortal, sólo Dios”. José María Albiñana y el Partido Nacionalista Español (1930−1937), UNED, Madrid 2000, p. 51.

[139] Dopo gli incendi del maggio 1931, alcuni tradizionalisti e “albiñanisti” presidiarono di notte i conventi di Madrid, soprattutto quelli di Clausura. Cfr. Ricordo di José Antonio Palacios López, Madrid, 30−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 235−2−8.

[140] Una buona descrizione della vicenda accaduta a Madrid si può leggere in Ahora, 10 e 11−VIII−1932.

[141] Cfr. Relato autobiografico de José Romeo Rivera (inizi del 1935), in AGP, serie A.2, 34−3−10.

[142] Tra i deportati c’erano anche il fratello e il padre di Adolfo Gómez. I tre riuscirono a fuggire da Villa Cisneros su un peschereccio francese il 31 dicembre 1932. Poi si rifugiarono a Lisbona e a Parigi. Nell’aprile del 1934 rientrarono in Spagna perché il Governo repubblicano aveva concesso l’amnistia ai condannati per l’insurrezione. Cfr. Fernando G. Vinuesa, De Madrid a Lisboa por Villa Cisneros, Estrella, Madrid 1933, pp. 361−362.

[143] José María Escrivá si recò al Carcere Modello per offrire il suo aiuto spirituale e la sua vicinanza a Gómez Ruiz e ai suoi amici. Quelli che non furono deportati rimasero nel carcere di Madrid circa dodici mesi (cfr. Ricordo di José Antonio Palacios López, Madrid, 30−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 235−2−8).

[144] Ricordo di José Romeo Rivera, Siviglia, 27−III−1976, in AGP, serie A.5, 242−2−5.

[145] Ricordo di José Antonio Palacios López, Madrid, 30−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 235−2−8.

[146] Ricordo di José Manuel Doménech de Ibarra, Lérida, 13−III−1985, in AGP, serie A.5, 208−3−5, che aggiunge: «Per il Padre la politica era una opzione responsabile e personale. Egli rispettava le idee di tutti e non manifestava le sue». I partecipanti alla bravata sono unanimi: «Mai il Padre ha parlato esplicitamente delle sue idee politiche» (Ricordo di José Romeo Rivera, Siviglia, 27−III−1976, in AGP, serie A.5, 242−2−5); don José María, «senza far politica e parlando soprattutto di amore per la Chiesa e il Papa, dava dottrina» (Ricordo di José Antonio Palacios López, Madrid, 30−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 235−2−8)..

[147] Quando Romeo ritornò a Madrid, i problemi di stanchezza mentale, che gli rendevano difficile seguire i corsi universitari, continuarono (cfr. Lettera di Ricardo Fernández Vallespín a Manuel Sainz de los Terreros, Madrid, 18−VII−1934, in AGP, serie M 1.1, C146−B3; e Diario di Ferraz, 15−I−1935, p. 111).

[148] Cfr. Apuntes íntimos, n. 42 (15−VI−1930), in Amadeo de Fuenmayor — Valentín Gómez Iglesias — José Luis Illanes, L’itinerario giuridico dell’Opus Dei. Storia e difesa di un carisma, Giuffrè Editore, Milano 1991, p. 65; e Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., II, o.c., p. 440.

[149] Valentín María Sánchez Ruiz era nato a Orellana la Vieja (Badajoz) il 16 ottobre 1879. Entrò nella Compagnia di Gesù che era ancora adlescente. Il 21 giugno 1911 ricevette l’ordinazione sacerdotale. Emise il quarto voto il 2 febbraio 1914. Era conosciuto per il suo Misal cotidiano latino−spagnolo ad uso dei fedeli, che ebbe quindici edizioni. José María Escrivá lo scelse come direttore spirituale dal 1930 al 1940, salvo il periodo della guerra civile. Il padre Valentín Sánchez Ruiz non si intromise nel governo dell’Opera, perché riconosceva che era un compito esclusivo del fondatore. Invece Escrivá gli chiedeva il parere su temi precisi, per raccogliere elementi sui quali riflettere. Sánchez Ruiz morì a Madrid il 30 novembre 1963 (cfr. Ramón Pereira, “Sánchez Ruiz, Valentín María”, in Diccionario de San Josemaría Escrivá de Balaguer, o.c., pp. 1108−1109).

[150] Pedro Poveda Castroverde era nato a Linares (Jaén) il 3 dicembre 1874. Il 17 aprile 1897 ricevette l’ordinazione sacerdotale. Fu professore nel seminario di Guadix, città nella quale aiutò i poveri e i bambini analfabeti. Tra il 1906 e il 1913 fu canonico a Covadonga (Asturie). La distanza che si era creata tra la fede e la ragione moderna era la sua preoccupazione dominante, che si concretò nella fondazione dell’Istituzione Teresiana. Nel 1911 aprì a Oviedo un’Accademia Femminile per Normaliste (allieve magistrali), la prima delle Accademie Teresiane. Nel 1924 la Istituzione Teresiana fu approvata come Pia Unione di fedeli. Poveda fu nominato cappellano d’onore della Reale Cappella a Madrid. Durante la Seconda Repubblica spagnola collaborò con le istituzioni nate per proteggere l’insegnamento cattolico nelle scuole, come S.A.D.E.L. (Società Anonima di Insegnamento Libero) o Los Cruzados de la Enseñanza [I percorsi dell’Insegnamento]. Era anche segretario della Procappellanía Mayor, dalla quale dipendevano i patronati reali. Il 28 luglio 1936 morì assassinato nel cimitero dell’Est. Il Papa Giovanni Paolo II lo canonizzò il 4 maggio 2003. Cfr. “Breve noticia biográfica del Autor”, in Pedro Poveda, Obras, I, Creí, por esto hablé, vol. III (1931−1936), Narcea, Madrid 2005, p. 1397.

[151] Juan Postius Sala era nato l’8 luglio 1876 a Berga (Barcelona). Prese i voti nella Congregazione dell’Immacolato Cuore di Maria nel 1894. Diventò dottore in utroque iure a Roma. Svolse diverse mansioni di governo nella sua istituzione. Divulgò la devozione alla Madonna mediante i congressi mariani internazionali. La sua opera più nota è El Código canónico aplicado a España (Corazón de María, Madrid 1926). Morì il 23 agosto 1952 a Solsona (Lérida). Cfr. Tomás Luis Pujadas, El Padre Postius: un hombre para la Iglesia, Claret, Barcelona 1981.

[152] Cfr. Ricordo di José Romeo Rivera, Siviglia, 27−III−1976, AGP, serie A.5, 242−2−5; e AGP, serie A.1, 6−4−1, serie A.3, 179−1−5, e serie A.3, 179−1−6.

[153] Cfr. Pedro Rodríguez, “Apuntes íntimos (opera inedita)”, in Diccionario de San Josemaría Escrivá de Balaguer, o. c., pp. 133−134.

[154] Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 615.

[155] Apuntes íntimos, n. 140 (27−XII−1930), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., III, o. c., p. 302, nt. 126.

[156] Apuntes íntimos, n. 147 (27−XII−1930), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 615.

[157] Apuntes íntimos, n. 144 (27−XII−1930), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 615.

[158] Cfr. Julián Cortés−Cavanillas, “Mi amigo el Padre Escrivá”, in ABC, 14−IX−1986, p. 52.

[159] Cfr. Apuntes íntimos, n. 766 (30−VI−1932), in Positio..., o.c., p. 329.

[160] Cfr. Crónica 1985, p. 604 (AGP, Biblioteca, P.01).

[161] Apuntes íntimos, n. 766 (30−VI−1932), in Positio..., o.c., p. 329. Le «attività a favore delle missioni degli infedeli» erano un’usanza dell’epoca, che riguardava la collaborazione con le missioni in terre dove non era stata predicata la dottrina cristiana. Le «propagande» erano i modi per fare arrivare il messaggio cristiano attraverso pubblicazioni e iniziative benefico−sociali.

[162] Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., pp. 514−515.

[163] «Spero che Gesù ci darà il suggerimento preciso per cominciare come Egli vuole» (Apuntes íntimos, n. 770 [11−VII−1932], in Positio..., o. c., p. 329).

[164] Apuntes íntimos, n. 808 (12−VIII−1932), in Positio..., o.c., p. 343. Non abbiamo trovato riferimenti archivistici o bibliografici sull’associazione dei claretiani.

[165] L’idea non era completamente nuova. Due anni prima aveva scritto: «Non c’è nulla in contrario nel dare ad alcune delle nostre case un carattere simile, esteriormente, a un Ateneo, a un Circolo di belle arti, ecc.» (Apuntes íntimos, n. 39 [15−VI−1930]); sul ruolo dei sacerdoti in queste attività, aveva annotato che «saranno solamente —e non è poco— Direttori di Anime» (Apuntes íntimos, n. 158, [II−1931], in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 615−616).

[166] Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 617.

[167] Cfr. epistolario in AGP, serie A.6, 408−2.

[168] Apuntes íntimos, n. 835 (28−IX−1932), in Positio..., o. c., p. 343. Non conosciamo le idee apportate da Martínez de Muñecas; alcuni mesi dopo la corrispondenza tra i due cessò, senza che risulti che si sia arrivato a qualcosa di concreto.

[169] Apuntes íntimos, n. 837 (29−IX−1932), in Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 533, nt 159 (per errore Vázquez de Prada trascrisse “p. Postius” invece di “p. Poveda”). I consigli che gli poteva dare Poveda provenivano da una persona assai esperta. A Madrid l’Accademia delle teresiane si trovava in calle Alameda 7. Durante il 1932 si era trasferita in calle O’Donnell 7; poi, nel 1933, al Paseo del Prado 14, col nome di “Veritas. Academia Femenina”.

[170] Apuntes íntimos, n. 746 (1−VI−1932), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 494.

[171] Apuntes íntimos, n. 1642 (6−X−1932), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 496.

[172] Il fondatore aggiunse subito l’altra invocazione a tre apostoli, e così si formarono le invocazioni a San Michele e San Pietro, a San Gabriele e San Paolo, e a San Raffaele e San Giovanni. Fin dall’inizio José María Escrivá pensava alle persone che sarebbero entrate nell’Opus Dei con vocazione al matrimonio; questa realtà si poté concretare nel 1948, con l’approvazione della Santa Sede (cfr. Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., III, o.c., pp. 141−148).

[173] Apuntes íntimos, n. 1697 (10−X−1932), in Positio..., o. c., pp. 335 e 349.

[174] Ibidem.

[175] Ibidem.

[176] Apuntes íntimos, n. 1697 (10−X−1932), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 534, nt. 161.

[177] L’idea appare annotata già il 10 febbraio 1932 (cfr. Escrito para Carmen Cuervo, in AGP, serie A.3, 175−6−4).

[178] Ricordo di Juan Jiménez Vargas, Pamplona, 1−X−1976, in AGP, serie A.5, 221−1−2.

[179] Apuntes íntimos, n. 834 (28−IX−1932), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 487.

[180] Modesta Cabeza Cobos era nata in novembre del 1902. Studiò nel conservatorio di Madrid. Conobbe il fondatore dell’Opera nel confessionale di Santa Isabel. All’inizio della guerra civile subì un forte shock vedendo l’incendio di una chiesa; fu un colpo che poi si trasformò in una turba psichica permanente. Morì a Ciempozuelos (Madrid) il 4 novembre 1971. Cfr. Gloria Toranzo, “Los comienzos del apostolato del Opus Dei entre mujeres (1930−1939)”, o. c., pp. 61−64; e Ricordo di Braulia García Escobar, Hornachuelos, 29−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 213−3−12.

[181] Hermógenes García Ruiz era nata il 25 aprile 1897. Lavorò come dattilografa nella sede di Madrid di una ditta tedesca. Certe volte copiava a macchina «alcuni fogli con scalette che l’aiutavano a fare la meditazione e dove si trascrivevano anche gli argomenti spirituali appuntati durante le riunioni [con Escrivá] alle quali assisteva» (Ricordo di Braulia García Escobar, Hornachuelos, 29−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 213−3−12). Durante la guerra civile mantenne i contatti con la madre e la sorella di don José María. Morì il 27 marzo 1974. Cfr. Gloria Toranzo, “Los comienzos del apostolado del Opus Dei entre mujeres (1930−1939)”, o. c., pp. 55−60; e Ricordo di Natividad González Fortún, Madrid, 4−IX−1975, in AGP, serie A.5, 217−1−3.

[182] Jenaro Lázaro Gumiel era nato a Villaluenga (Saragozza) il 20 ottobre 1901. Studiò nell’Istituto Cattolico di Arti e Industrie (I.C.A.I.) di Madrid, acquisendo il titolo di aiutante tecnico elettricista. Fu poi alunno esterno della Scuola di San Fernando. Sino alla guerra civile lavorò nelle ferrovie spagnole. Divenne un celebre scultore di immagini processionali e di pezzi di oreficeria. Morì a Codosera (Badajoz) il 15 settembre 1977. Cfr. “Genaro [sic] Lázaro Gumiel”, in Antonio Bonet Salamanca, Escultura procesional en Madrid (1940−1990), Pasos, Madrid 2009, pp. 143−144.

[183] In ottobre scrisse: «24−X−1932: Questa mattina mi sono raccomandato al Sto. [Santo] Arcangelo, sollecitandolo a farci cominciare presto questa parte dell’O. [Opera]»: Apuntes íntimos, n. 851 (24−X−1932), in Positio..., o. c., p. 335. Nel calendario liturgico allora vigente il 24 ottobre era la festa dell’Arcangelo San Raffaele.

[184] Apuntes íntimos, n. 884 (2−XII−1932), in Andrés Vázques de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 507. Una copia del contratto si trova in AGP, serie A.1, 5−2−12. Un dettaglio aneddotico: la famiglia Escrivá Albás non aveva telefono. Se don José María doveva telefonare, usava «il telefono del bar che stava sotto l’appartamento in cui abitava» (Ricordo di José María González Barredo, Washingron D. C., 25−V−1976, in AGP, serie A.5, 216−1−11).

[185] Escrivá andava per la catechesi e le confessioni delle bambine in occasioni precise, perché quella scuola aveva un proprio cappellano. Cfr. Ricordo di Pilar Crespí de Valldaura y Liniers, Madrid, 9−X−1975, in AGP, serie A.5, 206−2−5.; e Beatriz Comella Gutiérrez, Josemaría Escrivá de Balaguer en el Real Patronato de Santa Isabel de Madrid (1931−1945), o. c., pp. 177−180.

[186] Cfr. Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 544.

[187] Sul significato e la varietà dei suoi scritti, cfr. José Luis Illanes, “Obra escrita y predicación de san Josemaría Escrivá de Balaguer”, Studia et Documenta 3 (2009) 203−276.

[188] Apuntes íntimos, n. 218 (7−VIII−1931), in Amadeo de Fuenmayor, Valentín Gómez−Iglesias, José Luis Illanes, L’itinerario giuridico dell’Opus Dei, o.c., p. 21.

[189] Cfr. Josemaría Escrivá de Balaguer, Santo Rosario. Edición crítico−histórica preparada por Pedro Rodríguez, Constantino Ánchel y Javier Sesé, Rialp, Madrid 2010, pp. 3−5.

[190] Sulla stampa del testo, cfr. Josemaría Escrivá de Balaguer, Santo Rosario. Edición crítico−histórica, o.c., pp. 8−9. Il testo al ciclostile si trova in AGP, serie A.3, 102−2−1, e l’originale in AGP, serie A.3, 102−3−1. Il ciclostile era una copiatrice ad alcool, una macchina rudimentale che funzionava con una pasta di glicerina o gelatina posta su un vassoio della grandezza del foglio sul quale andava passando la carta che rimaneva stampata con un colore violaceo. Pepe Romeo possedeva un ciclostile che fu utilizzato in diverse occasioni per stampare documenti dell’Opera.

[191] Cfr. Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico−histórica, o. c., p. 28.

[192] Cfr. AGP, serie A.3, 102−2−1, per Santo Rosario; e AGP, serie A.3, 96−1−1 per Consideraciones espirituales.

[193] Scritto a Pedro Cantero, 19−II−1932, in AGO, serie A.3, 175−6−3.

[194] Apuntes íntimos, n. 863 (6−XI−1932), Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico−histórica, o.c., p. 833.

[195] Juan Jiménez Vargas era nato a Madrid il 24 aprile 1913. Iniziò gli studi universitari nel 1928, laureandosi nel giugno del 1935 e ottenendo poi il titolo di dottore in medicina il 26 luglio 1940. Fu professore ordinario di Fisiologia all’Università di Barcellona (luglio 1942) e all’Università di Navarra (1954). A Pamplona avviò la Facoltà di Medicina, della quale fu decano. Morì il 29 aprile 1997. Cfr. AGUCM, Expedientes Medicina, M−352, 9; Francisco Ponz − Onésimo Díaz, “Juan Jiménez Vargas (1913−1997)”, Studia et Documenta 5 (2011) 229−260.

[196] Racconto autobiografico di Juan Jiménez Vargas, Madrid, 15−II−1934, in AGP, serie A.2, 34−3−1. Ricordiamo che dal mese di settembre del 1932 Adolfo Gómez Ruiz era esiliato a Villa Cisneros per aver partecipato alla bravata.

[197] Alla fine del 1932 Valentín fu presentato al fondatore da Juan Jiménez Vargas nell’appartamento di Martínez Campos (cfr. Ricordo di José María Valentín, Toledo, 31−XII−1975, in AGP, serie A.5, 251−1−5). José María Valentín y Fernández de la Hoz era nato a Madrid il 19 dicembre 1914. Era un medico oculista. Morì nel 2004.

[198] Racconto autobiografico di Juan Jiménez Vargas, Madrid, 15−II−1934, in AGP, serie A.2, 34−3−1. Dell’Asilo di Porta Coeli si parlerà più avanti.

[199] Cfr. Ricordo di Luis Sevilla González, Betanzos (La Coruña), 18−IV−1978, in AGP, serie A.5, 246−1−8.

[200] Ricordo di sor Severina Casado Yagüe, in AGP, serie A.5, 203−1−10. In quegli anni la Casado lavorava come domestica della famiglia Sevilla.

[201] Apuntes íntimos, n. 647 (11−III−1932), in Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico−histórica, o.c., p. 587.

[202] Apuntes íntimos, n. 883 (28−XI−1932), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 507. Questa scuola del Patronato de Enfermos stava sotto casa sua nella calle de Viriato.

[203] Ricordo di la Hermana San Pablo (María Auxiliadora) Lemus y González de la Rivera (senza data), in AGP, serie A.5, 222−3−2.

[204] Cfr. Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 628, nt. 27. Juan Francisco Morán Ramos era nato a Manzano (Salamanca) nel 1874. Dottore in Giurisprudenza e in Diritto Canonico, fu vicario generale della diocesi di Madrid−Alcalá dal 1927 fino alla sua morte, avvenuta nel 1943. Cfr. Santiago Casas Rabasa, “Las relaciones escritas...”, o. c., p. 372.

[205] Apuntes íntimos, n. 907 (19−I−1933), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 508.

[206] Ricordo di la Hermana San Pablo (María Auxiliadora) Lemus y González de la Rivera (senza data), in AGP, serie A.5, 222−3−2.

[207] Ricordo di la Hermana Pilar Ángela Hernando Carretero, Caldas de Reyes, 3−V−1977, in AGP, serie A.5, 219−2−5.

[208] Ángel Cifuentes Martín era nato a Villalpando (Zamora) il 23 settembre 1913. Cominciò gli studi di Medicina a Madrid nel 1930 e li terminò dopo la guerra civile. Durante gli anni della Repubblica ricevette la direzione spirituale da José María Escrivá.

[209] Joaquín Herrero Fontana era nato il 29 settembre 1914 a Logroño. Anch’egli iniziò gli studi di Medicina nel 1930 e si laureò nel 1935. Durante la guerra civile nascose José María Escrivá nel sanatorio per malati mentali di un suo amico medico, Ángel Suils. Esercitò come medico ginecologo. Morì il 20 novembre 1992.

[210] Aurelio Torres−Dulce Ruiz era nato a Vellisca (Cuenca) il 14 ottobre 1915. Cominciò gli studi di medicina nell’anno accademico 1931−1932 e li terminò nel 1940. Morì il 17 dicembre 2002.

[211] Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., pp. 508−509.

[212] Ricordo di la Hermana María Auxiliadora Lemus y González de la Rivera (senza data), in AGP, serie A.5, 222−3−2.

[213] Ricordo di José Ramón Herrero Fontana, Madrid, 1−III−1979, AGP, serie A.5, 7−3−4.

[214] Ricordo di la Hermana San Pablo (María Auxiliadora) Lemus y González de la Rivera (senza data), in AGP, serie A.5, 222−3−2.

[215] “Catecismo. Catequesis” (senza data), in AGP, serie A.2, 40−1−6.

[216] Cfr. “Orden de la Catequesis” (senza data), in AGP, serie A.2, 40−1−6.

[217] Cfr. Ricordo di Braulia García Escobar, Hornachuelos, 29−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 213−3−12.

[218] Ricordo di Juan Jiménez Vargas, Madrid, 22−II−1985, in AGP, serie A.5, 221−1−2.

[219] Cfr. Apuntes íntimos, n. 913 (25−I−1933), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 509.

[220] Vicente Hernando Bocos era nato il 5 novembre 1909. Nel 1933 era il presidente dell’Associazione degli Studenti Cattolici di Medicina. Dopo la guerra civile esercitò la professione medica. Morì a San Esteban de Gormaz (Soria) l’8 maggio 2001. Cfr. Ricordo di Vicente Hernando Bocos, Palencia, 3−IX−1975, in AGP, serie A.5, 219−2−4.

[221] Cfr. “Obra de San Rafael hasta fin del curso 34−35” (senza data), in AGP, serie A.2, 40−1−2 (questo documento è stato pubblicato e commentato da Fernando Crovetto, “Los inicios de la obra de San Rafael. Un documento del 1935”, Studia et Documenta 6 [2012] 395−412). Alcuni anni dopo Valentín ricorderà «i tempi di Porta Coeli per il freddo che faceva» (Diario de Ferraz, 18−XI−1935, p. 37).

[222] Riassunto dei primi Circoli di San Raffaele, p. 2, in AGP, serie A.2, 40−1−1.

[223] Ibidem, pp. 2−3.

[224] Cfr. Ricordo di Juan Jiménez Vargas, Madrid, 22−II−1985, in AGP, serie A.5, 221−1−2.

[225] Appunti di una riunione di famiglia, 19−II−1975, in Catequesis en América, vol. III, p. 278 (AGP, Biblioteca, P.04). Probabilmente utilizzò una pisside e non un ostensorio, perché fu un’esposizione minore.

[226] Jacinto Valentín y Fernández de la Hoz era nato a Madrid l’11 novembre 1916. Si era iscritto alla Facoltà di Diritto nel 1934. Villeggiava con i suoi genitori e il fratello a Boecillo (Valladolid). Morì all’inizio della guerra civile, nel mese di agosto del 1936.

[227] Eloy González Obeso era nato a Reinosa (Cantabria) nel 1913. Cominciò gli studi di Medicina nell’anno accademico 1929−1930. Nel 1934 si trasferì a Barcellona per finire lì gli studi. Ricevette il titolo di Odontologo il 18 gennaio 1936. Morì nel 1975.

[228] Jaime Munárriz Escondrillas era nato a Cascante (Navarra) il 18 giugno 1915. Iniziò gli studi di Medicina a Madrid nel 1931. Durante gli anni accademici 1934−1935 e 1935−1936 rimase nel suo paese, facendo gli esami nella Università di Saragozza. Morì il 21 luglio 1936 nella guerra civile.

[229] Resoconto dei primi Circoli di San Raffaele, p. 12, in AGP, serie A.2, 40−1−1. Più tardi la lettura del resoconto della lezione precedente fu sostituita da un riepilogo orale.

[230] L’Imitazione di Cristo —scritto alla fine del XIV secolo o al principio del XV— aveva avuto numerose edizioni; è forse il libro di spiritualità più diffuso. Il libro del padre Sánchez Ruiz fu pubblicato come Catecismo social: sacado de documentos de la Santa Sede y de autores Católicos: para uso de personas adultas, Sucesores de Rivadeneyra, Madrid 1933.

[231] Si conservano le tracce di tutte le lezioni di formazione, eccetto di due, delle quali si menziona soltanto il luogo, il giorno e i partecipanti (cfr. resoconto dei primi Circoli di San Raffaele, pp. 2−26, in AGP, serie A.2, 40−1−1).

[232] Ricordo di José María Valentín, Toledo, 31−XII−1975, in AGP, serie A.5, 251−1−5.

[233] Resoconto dei primi Circoli di San Raffaele, p. 12, in AGP, serie A.2, 40−1−1.

[234] Ibidem.

[235] “Obra de San Rafael hasta fin del curso 34−35”, di Juan Jiménez Vargas (senza data), in AGP, serie A.2, 40−1−2.

[236] Apuntes íntimos, n. 1029 (4−VII−1933), in Federico M. Requena, «San Josemaría Escrivá de Balaguer y la devoción al Amor Misericordioso (1927−1935)», Studia et Documenta 3 (2009) 169. Una copia di questo santino, che riproduce una scultura di Coullaut Valera, nella quale appare un Crocifisso con la sfera del mondo ai suoi piedi, si conserva in AGP, serie A.1, 6.2.1. Sul messaggio e la portata della devozione all’Amore Misericordioso, cfr. Federico M. Requena, Católicos, devociones y sociedad durante la dictadura de Primo de Rivera y la Segunda República: La Obra del Amor Misericordioso en España (1922−1936), Biblioteca Nueva, Madrid 2008. L’invocazione alla Vergine Maria come Nostra Signora della Speranza nell’attività con la gioventù, che don José María utilizzò dal mese di giugno del 1932, si è conservata come invocazione ordinaria nella vita dell’Opus Dei (cfr. Escrito de Juan Jiménez Vargas, 17−VI−1940, in AGP, serie A.3, 87−5−7).

[237] Resoconto dei primi Circoli di San Raffaele, p. 12, in AGP, serie A.2, 40−1−1.

[238] Luis de Azúa Dochao era nato il 24 giugno 1913 a Villa de Ves (Albacete). Frequentò l’Accademia DYA a Luchana e a Ferraz. Si laureò in Medicina. Nel 1946 ottenne la cattedra di Dermatologia all’Università di Saragozza. Morì il 15 settembre 1977.

[239] “San Rafael”, in AGP, serie A.2, 40−1−5 (sul retro di questo volantino si legge, in stampatello, l’invito a una riunione presieduta da Ángel Herrera Oria in occasione della giornata della Stampa Cattolica, che ebbe luogo giovedì 29 giugno 1933). Il “piccolo” dei Valentín era Jacinto; il suo incarico nelle missioni consisteva, probabilmente, nel raccogliere piccole quantità di denaro da inviare nei paesi di missione. “Proselitismo” significava avvicinare persone all’apostolato dell’Opus Dei. Questo termine non aveva l’odierna connotazione negativa. Per esempio, tre anni dopo Jiménez Vargas scriverà del suo desiderio di essere aiutato a installare qualche attrezzatura sportiva nella nuova residenza. E si espresse così: «Continuo a fare proselitismo per la palestra» (Diario di Ferraz, 9−VII−1936, p. 70a). Cfr. Javier López Díaz, “Proselitismo”, in Diccionario de San José María Escrivá de Balaguer, o. c., pp. 1029−1033).

[240] «San Rafael», in AGP, serie A.2, 40−1−5.

[241] José María González Barredo nacque a Colunga (Asturie) il 3 giugno 1906. Si laureò in Scienze Chimiche alla Università di Madrid. Durante la Seconda Repubblica fu professore nell’Istituto di Linares (Jaén) fino a giugno del 1933; tra il novembre di quell’anno e l’estate del 1935 fu destinato all’Istituto di Plasencia (Cáceres), anche se per qualche tempo si stabilì a Madrid per redigere la tesi dottorale. Conclusa la guerra civile, ottenne la cattedra di Fisica−Chimica all’Università di Saragozza. Nel 1946 andò a lavorare negli Stati Uniti, dove rimase per oltre quarant’anni. Morì a Pamplona il 28 novembre 1993. Cfr. Constantino Ánchel, “Fuentes para la historia de la Academia y de la Residencia DYA”, o. c., p. 76, nt. 27.

[242] Apuntes íntimos, n. 184 (25−III−1931), in Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 516.

[243] Il “Hogar Santa María” era una casa che ospitava i cattolici tedeschi che studiavano in Spagna. Era diretta da un sacerdote che nel 1935 si recò in visita alla Residenza DYA (cfr. Diario di Ferraz, 30−VI−1935, pp. 44−45).

[244] Ricordo di José María González Barredo, Washingron D. C., 25−V−1976, in AGP, serie A.5, 216−3−11.

[245] Cfr. José Miguel Pero−Sanz Elorz, Isidoro Zorzano Ledesma, o. c., pp. 144−145.

[246] Ricordo di Ricardo Fernández Vallespín, Madrid, 7−VII−1975, in AGP, serie A.5, 211−2−1.

[247] Ricardo Fernández Vallespín era nato a El Ferrol (La Coruña) il 23 settembre 1910. Tra il 1928 e il 1934 frequentò i corsi di Architettura nella Scuola Superiore di Madrid. Nel dicembre del 1934 fu nominato aiuto della Scuola Superiore di Architettura di Madrid. Alla fine della guerra civile progettò e diresse la costruzione di diversi edifici del Consiglio Superiore della Ricerca Scientifica, sempre a Madrid. Ricevette l’ordinazione sacerdotale nel 1949. Nel marzo dell’anno dopo, su richiesta del fondatore, partì per l’Argentina per iniziarvi l’attività apostolica dell’Opus Dei. Nel 1962 ritornò in Spagna, dove continuò la sua attività pastorale. Morì il 28 luglio del 1988. Cfr. José Luis González Gullón, “Fernández Vallespín, Ricardo”, in Diccionario de San Josemaría Escrivá de Balaguer, o. c., pp. 501−502.

[248] Ricordo di Ricardo Fernández Vallespín, Madrid, 7−VII−1975, in AGP, serie A.5, 211−2−1.

[249] Ibidem. Don José María aveva fatto anche una versione di questa preghiera in chiave mariana: «Non mi abbandonare, Madre! Fa’ che io cerchi tuo Figlio, fa’che io trovi tuo Figlio, fa’ che io ami tuo Figlio... con tutto il mio essere! Ricordati, Madonna, ricordati» (Apuntes íntimos, n. 122 [8−XII−1930], in Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico−histórica, o.c., p. 554).

[250] Scritto di Ricardo Fernández Vallespín (senza data), in AGP, serie A.2, 7−3−1.

[251] Ricordo di Ricardo Fernández Vallespín, Madrid, 7−VII−1975, in AGP, serie A.5, 211−2−1.

[252] Ibidem.

[253] Manuel Sainz de los Terreros Villacampa era nato a Solares (Cantabria) il 12 agosto 1907. Collaborò all’apertura dell’Accademia e della Residenza DYA. Nel 1937 passò dalla zona repubblicana a quella nazionalista attraverso i Pirenei insieme a José María Escrivá. A partire dall’ottobre 1938 mantenne contatti più sporadici con l’Opera, della quale fu cooperatore sino alla fine della sua vita. Lavorò come ingegnere a Pamplona. Morì il 18 giugno 1995.

[254] Scritto di Manuel Sainz de los Terreros, Madrid, 25−IV−1934, in AGP, serie A.5, 243−3−4.

[255] Ibidem.

[256] Cfr. Apuntes íntimos, n. 952 (19−III−1933), in Flavio Capucci, “Croce e abbandono. Interpretazione di una sequenza biografica (1931−1935)”, in AA.VV., San Josemaría Escrivá. Contesto Storico. Personalità. Scritti, Università della Santa Croce, Roma 2003, p. 166, nt. 33.

[257] Ricordo di Santiago Escrivá de Balaguer, Madrid, 10−II−1979, in AGP, serie A.5, 210−1−5.

[258] Ibidem.

[259] Ricordo di José María González Barredo, Washington D. C., 25−V−1976, in AGP, serie A.5, 216−3−11. González Barredo si trovava a Madrid dall’aprile del 1933, avendo terminato le sue lezioni nell’Istituto di Linares. Nell’estate di quell’anno andò a vivere in una pensione situata in calle Luchana.

[260] Ricordo di Juan Jiménez Vargas, Madrid, 22−II−1985, in AGP, serie A.5, 221−1−2.

[261] «Le Norme provvisorie furono scritte dal fondatore il 24−III−1933, festa di san Gabriele (Apuntes, n. 966). Nascono da una sintesi del piano di norme di pietà che aveva scritto durante il ritiro spirituale del 1932 a Segovia» (Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o.c., p. 537, nt. 204). Esiste una copia dattilografata delle “Norme provvisorie” in AGP, serie A.2, 7−3−5 (il documento non è datato, salvo un’aggiunta di ottobre 1933).

[262] Per esempio, cfr. Pedro Poveda, Plan de vida. Colección de Instrucciones, Reglas prácticas y Consideraciones devotas, Publicaciones de la Institución Teresiana, Madrid 19649 (la prima edizione è del 1910). I ragazzi che ricevettero la formazione spirituale di Escrivá utilizzavano l’espressione “piano di vita” abitualmente: Cfr. Lettera di Ángel Cifuentes Martín a José María Escrivá, Villalpando (Zamora), 30−VI−1933, in AGP, serie A.6, 372−2.

[263] Andrés Vázquez de Prada, Il Fondatore..., I, o. c., p. 519. Il fondatore dell’Opera considerava il piano di vita una realtà onnicomprensiva, che favorisce l’unione con Dio nelle diverse attività della giornata. Cfr. Elena Álvarez, “Plan de vida”, in Diccionario de San Josemaría Escrivá de Balaguer, o. c., pp. 977−980.

[264] La Chiesa raccomandava un piano di vita simile al clero secolare e ai fedeli devoti. José María Escrivá osservava queste pratiche da quando era adolescente. Cfr. Ramón Herrando Prat de la Riba, Los años de seminario de Josemaría Escrivá a Zaragoza (1920−1925), o. c., p. 268.

[265] Le preci dell’Opera contengono una serie di testi tratti dalla Sacra Scrittura e dalla Liturgia della Chiesa (cfr. AGP, serie A.3, 7−3−5). Le prime copie delle “Preces ab Operis Dei sociis recitandae” sono del novembre 1930 (cfr. AGP, serie A.3, 87−6−1).

[266] Il piano di vita contiene in più la confessione sacramentale ogni settimana, l’offerta di una mortificazione il sabato, il ritiro mensile quando possibile e l’impegno a mantenere sempre vivo il rapporto con Dio; nel documento appaiono anche altre norme di carattere pratico come la collocazione di una immagine della Madonna in camera da letto o avvisare quando si era malati per poter essere accuditi (cfr. AGP, serie A.2, 7−3−5).

[267] Cfr. Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino. Edición crítico−histórica, o. c., p. 287, dove si commenta il punto 76 di Cammino: «Se non hai un piano di vita, non avrai mai ordine».

[268] Ricordo di Benilde García Escobar, Hornachuelos, 25−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 213−3−11.

[269] Cfr. Ricordo di Braulia García Escobar, Hornachuelos, 29−VIII−1975, in AGP, serie A.5, 213−3−12. Nel settembre del 1933 María Ignacia García Escobar morì e le sue due sorelle lasciarono Madrid, interrompendo così ogni rapporto con Escrivá.

[270] Cfr. Ricordo di Santiago Escrivá de Balaguer, Madrid, 10−II−1979, in AGP, serie A.5, 210−1−5.

[271] Blas Romero Cano era nato il 1° marzo 1882 a Membrilla (Ciudad Real). Fu ordinato il 25 maggio 1907. Lavorò in varie parrocchie di Ciudad Real fin quando si trasferì a Madrid. Nel 1929 ricevette la nomina a cappellano della parrocchia di Santa Bárbara. Diede lezioni di canto nella Residenza DYA. Dopo la guerra civile ritornò a Ciudad Real. Morì il 28 marzo 1958. Cfr. Jaume Aurell — José Luis González Gullón, “Josemaría Escrivá en los años treinta: los sacerdotes amigos”, o. c., pp. 55−58.

[272] Apuntes íntimos, n. 1035 (VII−1933), in Positio..., o. c., p. 346. Nella stanza dove si riunivano c’era un quadro della Madonna col Bambino, che ora presiede l’Oratorio di Santa María, Stella Orientis, nella Curia della Prelatura dell’Opus Dei a Roma. Cfr. Crónica VI−1955, pp. 59−60 (AGP, Biblioteca, P.01).

[273] Pedro Cantero Cuadrado, Josemaría Escrivá de Balaguer. Un hombre de Dios, o.c., p. 25.

[274] I fascicoli si trovano in AGP, serie A.3, 96−1−2. Questa edizione del 1933 s’intitola Consejos espirituales −Consideraciones espirituales. In questo periodo trascrisse una serie di 112 brani della Scrittura, che utilizzava per la sua orazione e per la sua predicazione. Cfr. Francisco Varo, “San Josemaría Escrivá de Balaguer. ‘Palabras del Nuevo testamento, repetidas veces meditadas. Junio − 1933”, Studia et Documenta 1 (2007) 259−286.

[275] Cfr. Lettera di Isidoro Zorzano a José María Escrivá, Málaga, 22−VII−1933, in AGP, IZL, C 330722.

CAPITOLO II. L’ACCADEMIA (1933−1934)

L’anno accademico 1933−1934 si presentò piuttosto agitato. Da mesi l’Europa assisteva all’ascesa inarrestabile dei totalitarismi. Adolf Hitler era stato nominato cancelliere nel gennaio del 1933 e due mesi dopo il Parlamento tedesco gli aveva concesso i pieni poteri. Fra gli altri regimi, anche il fascismo italiano e il comunismo russo ricorrevano a soluzioni di forza, che mettevano in discussione i sistemi parlamentari.

In Spagna, per ciò che si riferisce alla relazione tra la politica e la religione, il Governo di Manuel Azaña proseguiva con la sua politica secolarizzatrice. Così, dopo una lunga polemica, il Parlamento approvò la Legge delle Associazioni e Congregazioni Religiose che, fra gli altri provvedimenti, proibiva ai religiosi di esercitare l’insegnamento. Niceto Alcalá−Zamora, Presidente della Repubblica, la firmò il 2 giugno. Il giorno dopo Papa Pio XI dichiarò il suo dispiacere nell’enciclica Dilectissima Nobis[1]. Il Pontefice deplorava il laicismo spagnolo, che gettava sulle congregazioni religiose il sospetto di essere pericolose per lo Stato. E come raccomandazione concreta, chiedeva ai cattolici di rimanere uniti e di iscriversi all’Azione Cattolica[2].

La Legge sulle Congregazioni Religiose andò avanti con qualche difficoltà per il capo del Governo a causa delle divisioni all’interno della coalizione repubblicano−socialista, sulla quale si sosteneva. Inoltre, da alcuni mesi il mondo cattolico spagnolo aveva creato diverse strutture che prevedevano la gestione o anche la proprietà delle scuole degli ordini religiosi. Il tal modo si garantiva la loro identità cattolica[3].

Alcalá−Zamora ritirò la fiducia al Governo il 7 settembre. Un mese dopo furono indette le elezioni generali. Quelle precedenti, del giugno 1931, erano servite per eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente. Ora le elezioni dovevano essere un plebiscito non solo per i Governi di Manuel Azaña, ma per la stessa Costituzione.

Le elezioni si tennero il 19 novembre 1933, con una seconda tornata il 3 dicembre. Come novità, le donne votavano per la prima volta nella storia spagnola. Concluso lo scrutinio, risultarono vincitori il Partito Radicale —102 seggi su un totale di 472—, che rappresentava il centro politico repubblicano, e la Confederazione Spagnola delle Destre Autonome —115 seggi—, che accettava di convivere all’interno della Repubblica (il suo leader, José María Gil−Robles, fece una dichiarazione di lealtà repubblicana). Dei partiti della sinistra, la forza più votata fu il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE), che ottenne 59 seggi[4].

I conflitti politico−sociali si intensificarono perché il nuovo Governo, guidato dal Partito Radicale, emarginò i sindacati. Inoltre, i dirigenti dei movimenti operai socialisti e anarchici dichiararono che la CEDA intendeva entrare nel Governo per far diventare la Repubblica un regime autoritario di stampo fascista, per cui domandarono l’annullamento delle elezioni. In caso contrario, aggiungevano, l’unica alternativa restava la rivoluzione sociale[5]. Di fatto, se in tutto l’anno 1933 vi furono a Madrid capitale ventisette scioperi, solo nel primo semestre del 1934 se ne registrarono ventotto, di cui uno generale, con vari morti e feriti negli scontri con la polizia[6].

Da parte loro, molti cattolici pensarono che era arrivato il momento del “revisionismo” legislativo. Ben presto la gioia per la vittoria elettorale si trasformò in delusione. Molti furono i fattori che resero difficile l’azione dei Governi di centro destra, che ebbero il potere esecutivo tra il dicembre del 1933 e il febbraio del 1936. Il Partito Radicale si opponeva ad una revisione delle misure adottate durante il biennio precedente. Emersero profonde differenze politiche tra il presidente Alcalá−Zamora e il leader della CEDA, Gil−Robles. Infine, lo sciopero generale rivoluzionario dell’ottobre del 1934, e la successiva repressione, aprirono una falla enorme nella società spagnola[7].

Lo status della Chiesa, definito dalla Costituzione del 1931, non fu modificato in modo sostanziale dal punto di vista legislativo. In cambio, il nuovo Governo addolcì l’applicazione delle leggi ritenute anti−clericali dai cattolici. Così, la Legge delle Associazioni e Congregazioni Religiose di fatto rimase sospesa. Frattanto i vescovi spagnoli cercarono di stabilire con il Governo della Repubblica un nuovo modus vivendi, che sostituisse l’inoperante Concordato. I sacerdoti continuarono senza grandi difficoltà le consuete attività pastorali nelle parrocchie, nei conventi e nelle scuole cattoliche, anche se a volte dovettero fare i conti con qualche violento rigurgito anticlericale, sopportando frequenti insulti per strada.

Introduzione. L’associazionismo studentesco

L’apertura di un’accademia per universitari, che era l’intenzione del fondatore, va inquadrata nella situazione della gioventù spagnola, e in genere dell’associazionismo giovanile, nella Madrid della Seconda Repubblica[8].

Anche se non è semplice tracciare il profilo di un universitario degli anni Trenta, possiamo ricorrere a modelli diffusi. Lo studente abitava in famiglia o, se non era della capitale, in una pensione. Nei giorni lavorativi assisteva alle lezioni in facoltà. Il resto del tempo lo impiegava nello studio o in altre attività. La domenica, giorno festivo, era la giornata ideale per le passeggiate con amici e amiche, andare al cinema, fare sport e, se capitava, partecipare a una festicciola. Dal punto di vista socio−politico, lo studente si sentiva coinvolto nelle grandi questioni del momento. Era inquieto per l’andamento della Repubblica e spesso manifestava in modo appassionato le sue posizioni politiche.

La necessità di un contatto tra i giovani e gli ambiti sociali propiziò la fioritura di associazioni di ogni tipo: scientifiche, religiose, culturali, politiche e sportive. Gli studenti si incontravano nelle sedi di queste associazioni di pomeriggio o nei fine settimana. Era la principale occasione di condivisione, dato che il telefono e la radio, che erano ancora una novità, non avevano sostituito il rapporto personale, irrinunciabile per ampliare il ventaglio di conoscenze. Per questo molti universitari erano affiliati contemporaneamente a varie associazioni.

C’erano tre grandi tipi di associazioni: quelle professionali o accademiche, che avevano come oggetto comune l’ambito della stessa branca universitaria; quelle confessionali, a cui partecipavano i giovani praticanti; quelle politiche, conformi all’orientamento del rispettivo partito.

Le associazioni professionali

Le facoltà dell’Università spagnola pullulavano di associazioni professionali di studenti, che dovevano restare indipendenti, apolitiche e aconfessionali. Quella che a Madrid aveva una più lunga tradizione era la Federazione degli Studenti delle Scuole Speciali di Ingegneri e Architetti (INGAR). Ogni scuola speciale superiore aveva costituito un’associazione, che si univa alle altre mediante una struttura federativa. Gli associati organizzavano attività professionali, sportive e di tempo libero. Per esempio, un gruppo di radiotelefonia aprì una emittente; altri nei fine settimana andavano a sciare sui monti attorno a Madrid; altri ancora si dedicavano a organizzare feste, cene di gala e balli[9]. In maggioranza, gli affiliati erano e si dichiaravano cattolici[10].

La Federazione Universitaria Scolastica (FUE) era presente nelle facoltà e nelle scuole speciali[11]. Durante la Seconda Repubblica si politicizzò, sostenendo una ideologia repubblicana di sinistra. Alcuni dei suoi membri militavano in organizzazioni socialiste mentre altri provenivano dal mondo liberale. Inoltre, il Governo repubblicano provvisorio aveva concesso alla FUE il monopolio delle sovvenzioni statali e della rappresentanza studentesca nei consigli di facoltà, come ricompensa per la collaborazione alla instaurazione della Repubblica. Questa situazione di privilegio che si protrasse dal giugno del 1931 fino all’ottobre del 1934, determinò un senso di discriminazione insopportabile negli studenti di destra, che si sentirono esclusi[12].

Le associazioni confessionali

L’associazionismo studentesco cattolico si sviluppò notevolmente a partire dagli anni venti. Aveva come scopo la formazione cristiana dei giovani[13]. Gli anni trenta videro la crescita dell’Azione Cattolica (AC), che seguiva il modello sostenuto dal Papa Pio XI[14]. La AC si definiva come «l’apostolato secolare organizzato in una nazione sotto la direzione della Gerarchia ecclesiastica, per la restaurazione dell’ordine sociale cristiano, secondo i principi cattolici»[15]. L’approvazione dei suoi scopi, nel giugno del 1932, e la costituzione del Consiglio Centrale, nel febbraio del 1933, diedero vita a questa forma di apostolato diretto dalla gerarchia. Ángel Herrera Oria, un avvocato dello Stato ed ex−direttore de El Debate, fu il presidente del Consiglio Centrale della AC. Contava sul sostegno dei vescovi spagnoli e in modo particolare del nunzio apostolico, Federico Tedeschini.

I giovani dell’Associazione Cattolica Nazionale dei Propagandisti (ACNP) si assunsero il compito di rilanciare la AC[16]. Fin dalla sua fondazione la ACNP formava i leader cattolici perché fossero presenti nei gangli della società spagnola. La difesa del cattolicesimo era la risposta al processo di secolarizzazione e al laicismo. Questa minoranza cattolica, preparata per l’azione pubblica, dava vita a iniziative di rilievo, come la Editorial Católica, il giornale El Debate, la Confederazione Nazionale degli Studenti Cattolici, la Gioventù Cattolica, l’Università Estiva e il Centro di Studi Universitari (CEU)[17].

Nell’ambito accademico, l’associazione professionale e confessionale più corposa era la Federazione degli Studenti Cattolici (FEC), integrata nella Confederazione degli Studenti Cattolici di Spagna. Nati all’inizio degli anni venti, grazie alla ACNP, gli Studenti Cattolici seguivano un «criterio di orientamento di massa e di formazione di minoranze selezionate»[18].

La FEC aveva un’associazione di studenti in ogni facoltà. Il suo domicilio sociale a Madrid era nella Casa dello Studente, calle Mayor 1, secondo piano. Questa Casa divenne il luogo dove ordinariamente si incontravano gli universitari cattolici. Vi organizzavano conferenze e seminari di studio; redigevano scritti che inviavano alla stampa e alle istituzioni civili; e programmavano anche rappresentazioni teatrali, lezioni di musica e campionati sportivi.

Della Federazione faceva parte anche un’associazione femminile, animata da don Pedro Poveda[19]. Dal maggio del 1931 questa prese il nome di Lega Femminile di Orientamento e Cultura. Era riconosciuta civilmente. Aveva sede nella Casa della Studentessa, in calle del Carmen 36. Disponeva di biblioteca, laboratorio, sala di studio e aula magna. Organizzava con regolarità circoli di studio in Filosofia, Letteratura, Sociologia e Apologetica[20].

Per quel che riguarda la Gioventù Cattolica, si trattava di una istituzione creata dalla AC nelle parrocchie per formare gli universitari e i liceali nelle verità di fede e nella dottrina sociale della Chiesa. Quasi tutte le parrocchie di Madrid avevano un Centro parrocchiale della Gioventù di Azione Cattolica (JAC), diviso in un gruppo maschile e in un altro femminile. I leader della JAC erano membri della ACNP[21]. Le attività della Gioventù Cattolica erano coordinate dall’Unione Diocesana di Madrid−Alcalá, a sua volta dipendente dal Consiglio Centrale della AC. Il metodo abituale di formazione della JAC era il Circolo di studi, che consisteva nella esposizione di un tema di carattere religioso o sociale, curata da uno dei giovani del Centro parrocchiale.

I Centri parrocchiali organizzavano anche atti liturgici e devozionali, oltre alle Messe, agli esercizi spirituali e alla partecipazione all’Adorazione Notturna. Vi erano poi altre attività, culturali e sportive[22]. Inoltre, vari studenti erano impegnati nell’assistenza a persone bisognose. In particolare, alcuni della JAC furono associati alle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli. L’attività caritativa prevedeva il servizio alle mense di assistenza sociale e la distribuzione di prodotti alimentari alle famiglie povere dell’hinterland madrileno[23].

Le Congregazioni Mariane, da parte loro, erano pie associazioni di laici, dirette dalla Compagnia di Gesù, che perseguivano l’obiettivo di mobilitare la gioventù intorno ai valori cristiani[24]. La Congregazione di Nostra Signora del Buon Consiglio e San Luigi Gonzaga —denominata «los Luises»— riuniva i giovani tra i sedici anni e il momento del matrimonio. Da quando, nel gennaio del 1932, era stata sciolta la Compagnia di Gesù, la Congregazione si chiamava «Circolo Culturale Cattolico»[25]. A Madrid i congregati iscritti erano più di settecento[26]. Per formare gli intellettuali e i dirigenti cattolici la Congregazione impiegava diversi mezzi «nelle due direzioni complementari delle lettere e della spiritualità: le conferenze, l’Accademia, le serate teatrali; poi, quelle cinematografiche, l’esercizio della retorica, per ciò che riguardava il primo aspetto; e per il secondo, le pratiche di vita interiore e gli esercizi spirituali»[27].

Questo variegato mondo delle associazioni cattoliche presentava almeno due punti di frizione. Il primo si produsse come reazione all’intento della AC di coordinare l’apostolato organizzato dai laici. La conseguenza fu che le altre associazioni cattoliche —le organizzazioni cattoliche giovanili dei religiosi e le pie associazioni tra cui si annoveravano gli Ordini Terziari, le Confraternite e le Pie Unioni— venivano considerate opere ausiliari o aderenti alla AC, pur conservando i loro statuti e un proprio governo[28].

Il secondo motivo di frizione fu la filiazione politica dei soci della Gioventù di Azione Cattolica. Teoricamente le Basi della AC distinguevano chiaramente il piano apostolico da quello politico. La AC era un’organizzazione apostolica che «formava una coscienza civica pronta all’impegno politico al di fuori dell’organizzazione»[29]. In altri termini, una volta ricevuta la formazione cristiana, il membro della AC che non fosse dirigente poteva militare nei partiti politici o nei sindacati[30]. I più giovani, invece, venivano invitati ad aspettare la conclusione della loro tappa formativa per poi affiliarsi ai partiti. Ebbene, le circostanze della Repubblica non solo portarono alla politicizzazione della Gioventù Cattolica, ma in realtà i giovani cattolici furono captati da alcuni partiti come la CEDA. Si vivevano tempi appassionati e molti studenti non si accontentavano della formazione e dei riferimenti teorici all’azione sociale del cristiano[31].

Ci furono anche casi di studenti cattolici che non si associarono o abbandonarono l’associazione confessionale perché non soddisfaceva le loro aspettative. Secondo uno scritto critico della stessa Federazione degli Studenti Cattolici, la qualità della formazione lasciava a desiderare: «Praticamente non esistono pubblicazioni, corsi, conferenze o riunioni in cui si cerchi e si ottenga una formazione cattolica integrale e un approccio alle radici della nostra religione. Tutto è superficiale»[32]. Gli studenti cattolici —continuava lo stesso documento— si riunivano nei Circoli di Studio delle parrocchie, ma la formazione che ricevevano non arrivava al mondo accademico: «Scarsa o nulla l’azione professionale. Questo è sempre successo. Ci siamo limitati a elaborare relazioni meravigliose e a elevare proteste “energiche” molto ben redatte, ma che non erano altro che cartastraccia»[33].

Le associazioni politiche

Nelle associazioni studentesche di carattere politico si produsse, fin dall’inizio della Repubblica, una netta divisione tra i sostenitori della sinistra, repubblicana od operaia, che si dichiaravano anti−cattolici, e i cattolici che, vista la politica di scristianizzazione, difendevano il modello di una società dell’ordine[34].

Adottato il motto “Dio, Patria, Re”, il Raggruppamento Scolastico Tradizionalista (AET) si batteva perché la Spagna tornasse confessionalmente cattolica, con un regime monarchico non parlamentare. La AET si dichiarava monarchica, cattolica e favorevole al decentramento e alle autonomie[35]. Riguardo ai richiami della Santa Sede per l’accettazione del potere costituito, riteneva che fosse possibile, sempre che non comportasse adesione o obbedienza[36].

Invece gli studenti della Gioventù monarchica erano affiliati a Rinnovamento Spagnolo, il partito guidato da Antonio Goicoechea, che chiedeva insistentemente il ritorno in Spagna del re Alfonso XIII e l’istituzione di un Parlamento corporativo. Mantennero contatti con il Partito Tradizionalista, col quale si allearono in vista delle elezioni del 1933 nella TYRE —Tradizionalisti e Rinnovamento spagnolo— proponendo pure un progetto di unione monarchica[37].

Molti giovani si affiliarono alla Gioventù di Azione Popolare (JAP), che era costituita da giovani della CEDA, e in molti casi anche da membri della AC. Nel 1934 il pensiero politico collaborazionista s’infranse in seno alla JAp. Come nel caso della Gioventù monarchica, le circostanze indussero alcuni studenti della JAP a vedere di buon occhio i modelli autoritari e persino l’affiliazione a gruppi paramilitari[38].

Nell’ottobre del 1933 nacque la Falange Spagnola. Un mese più tardi fu creato il Sindacato Spagnolo Universitario (SEU), che aveva in programma la sindacalizzazione professionale, corporativa e nazionale della gioventù, in una entità unica e di iscrizione obbligatoria. Mosse i primi passi sotto un triunvirato presieduto da Manuel Valdés Larrañaga, studente della Scuola di Architettura. Uno dei suoi obiettivi era la soppressione della FUE; un altro, il coinvolgimento degli studenti della FEC in programmi di azioni violente[39]. In tal modo, il SEU finì per assumere un aspetto decisamente militarizzato[40].

Tra le associazioni studentesche di sinistra vi era il Blocco Scolastico di Opposizione Rivoluzionaria (BEOR), creato dai comunisti all’inizio del 1934. Il BEOR tentò di trasformare la Federazione Universitaria Scolastica (FUE) in una organizzazione marxista di opposizione alle associazioni cattoliche e di destra.

Per tutte queste associazioni studentesche l’anno accademico 1933−1934 costituì un cambiamento. La protesta politica divenne sistematica, attraverso scioperi, assemblee e distribuzione di volantini di propaganda. I movimenti giovanili difesero le posizioni politiche che superavano il sistema repubblicano vigente o lo annullavano. Di fatto, cresceva il travaso di giovani dalla FEC verso il SEU, o verso le posizioni più autoritarie dei militanti della JAp. Qualcosa di simile avvenne con gli studenti della FUE, che partecipavano alle attività professionali o sportive dell’associazione e che finirono per refluire nella gioventù socialista o comunista.

Alcune associazioni politiche studentesche presentavano una organizzazione marcatamente gerarchica e paramilitare, che includeva l’esercitazione militare, con allenamenti fisici, istruzioni sulla fabbricazione degli esplosivi e sull’uso delle armi da fuoco[41]. La polizia trovò spesso pistole, esplosivi e foglietti clandestini nei locali della FUE, della AET e del SEU. Inoltre i gruppi dei giovani falangisti e quelli socialisti si davano battaglia per strada quando si vendeva F.E., il settimanale della Falange, o Renovación, quello della Federazione dei Giovani Socialisti. Così, l’11 gennaio Francisco de Paula Sampol, uno studente falangista, fu colpito a morte mentre leggeva F.E. per strada. Fu il primo di una lunga serie di assassini politici.

L’Università si trasformò in una ribalta politica. Il 23 gennaio la FUE proclamò uno sciopero generale di quarantotto ore in tutta la Spagna, perché la sua associazione era stata interdetta all’Università di Saragozza. Al fine di evitare eventuali polemiche, il rettore dell’Università di Madrid decretò la sospensione delle lezioni. Il 25 gennaio circa cinquanta membri della AET e del SEU assaltarono l’edificio della Facoltà di Medicina, passando attraverso l’attiguo Ospedale di San Carlos, allo scopo di distruggere la sede della FUE. I fueisti, che conoscevano i piani, li aspettavano armati. Nello scontro morì Antonio Larraga, vicesegretario del gruppo fueista e studente di terzo anno del corso di Medicina; furono feriti anche diversi poliziotti. Quello stesso giorno si verificarono altri scontri nella Scuola del Commercio di Madrid[42].

Durante i mesi successivi proseguirono gli scioperi e gli scontri violenti tra la Falange e la Gioventù Socialista[43]. Un momento critico fu l’assassinio, il 9 febbraio, di Matías Montero, un vecchio militante della FUE, che era affiliato al SEU. La Falange Spagnola si riarmò, provocando il «passaggio da una violenza studentesca caotica a un autentico gangsterismo professionale, che trasformava la lotta ideologica universitaria in un vero e proprio problema di politica nazionale»[44]. L’esasperazione aveva raggiunto un punto tale che il Ministero dell’Istruzione Pubblica approvò una disposizione che proibiva la detenzione di armi all’interno dei recinti universitari, anche con il porto d’armi, perché alcuni universitari portavano nelle aule libri svuotati e contenenti manganelli o pistole[45].

Nel mese di maggio del 1934 il conflitto studentesco si aggravò. Il giorno 1 vi furono scontri in tutto il territorio nazionale. Tra il 10 e il 16 i combattimenti fra falangisti e fueisti lasciarono sul terreno un morto e diversi feriti gravi. Di conseguenza, all’Università Centrale, le sedi della FUE e delle Giunte di Offensiva Nazionale−Sindacalista (JONS) vennero chiuse. Gli studenti indissero scioperi di protesta. E la giunta di governo dell’Università decise di considerare concluso l’anno accademico. Gli edifici furono aperti solo in giugno perché gli studenti potessero sostenere gli esami.

1. Un’accademia per universitari

Il termine “accademia” si riferisce all’ambito in cui i filosofi greci insegnavano i principi della sapienza. Nel Rinascimento le accademie furono i luoghi in cui si coltivavano le arti e le scienze. Durante il XVIII secolo i re spagnoli ne crearono alcune, come la Reale Accademia Spagnola, che aveva lo scopo di fissare e coltivare la lingua castigliana; la Reale Accademia di San Fernando, per architettura, pittura e scultura; la Reale Accademia della Storia. Poi, nel XX secolo, il termine fu utilizzato come sinonimo di istruzione intellettuale. In concreto, la parola “accademia” veniva impiegata per indicare una istituzione nella quale era possibile approfondire i propri studi[46]. In molti casi costituivano un complemento alle facoltà, con la preparazione per l’ingresso, o la spiegazione delle materie più difficili di un corso.

Negli anni della Seconda Repubblica, a Madrid operavano più di trecento accademie. Le più prestigiose preparavano gli studenti per l’iscrizione nelle Scuole Superiori: Academia Toral−Cos e Academia Misol, per gli ingegneri civili; Academia Soto, per gli ingegneri industriali; Academia Pol−Laviña, per gli ingegneri minerari; Academia Cibrián−Rodrigáñez, per gli ingegneri agronomi. Inoltre c’erano accademie mercantili e commerciali, accademie per gli studi liceali e accademie per l’accesso ad alcuni corpi dello Stato: militari, posta e telegrafi, dattilografia e stenografia. Infine, esistevano alcune specializzazioni in lingue estere, canto, disegno, ballo e taglio[47].

Vi erano pure dei sacerdoti che dirigevano accademie private o ne avevano sostenuto l’apertura. Così, Juan Gualberto Hernández, un presbitero diocesano di Toledo e residente a Madrid, dirigeva il Colegio Aristotélico, situato nel vicolo di San Ginés, ai numeri 3 e 5. Questa scuola programmava lezioni di scuola primaria e secondaria, e disponeva di un’accademia dove ci si preparava agli esami del liceo, delle scuole commerciali e dei concorsi statali[48]. Un altro esempio è quello del cappellano delle religiose di Maria Riparatrice, Andrés Molinera, che alla fine del 1931 aprì un centro docente cattolico, con residenza−internato, che chiamò Colegio−Academia Balmes[49]. Un terzo esempio è quello di Joaquín Martínez Riesgo, della diocesi di Madrid, che fu direttore del Colegio−Academia de Nuestra Señora de las Angustias[50].

Pedro Poveda, fondatore dell’Istituzione Teresiana, aveva aperto un’accademia a Madrid due decenni prima. Nel 1933 si chiamava “Veritas. Academia Femenina” e si trovava nel Paseo del Prado 14. La maggior parte delle studentesse iscritte si preparavano per accedere alla Sezione di Pedagogia della Facoltà di Filosofia e Lettere di Madrid. Le lezioni erano rigorose, tenendo conto che si trattava di ragazze che avevano quindici o sedici anni, perché l’iscrizione avveniva mediante un concorso pubblico, a numero chiuso. Però il rigore valeva la pena perché il titolo abilitava ad una cattedra in una Scuola Normale di Magistero primario, luogo in cui si formavano i maestri nazionali.

Nelle loro accademie le teresiane privilegiavano la formazione cristiana mediante lezioni di religione cristiana e atti di devozione. Facevano in modo che le future maestre, oltre ad avere una preparazione scientifica adeguata, operassero «in base alla fede nelle strutture educative e culturali della società, come alternativa alla cultura laicista del momento»[51]. Secondo Poveda, «l’idea principale della Istituzione [Teresiana] era la cristianizzazione dell’insegnamento ufficiale, ispirandosi all’esterno a ciò che faceva la ILE [Istituzione Libera di Insegnamento] e all’interno all’imitazione della vita dei primi cristiani»[52].

Anche alcune congregazioni religiose dirigevano accademie[53]. Il caso dei gesuiti era connesso alla situazione politica. Nel gennaio del 1932 lo Stato si era impossessato delle due scuole che essi gestivano a Madrid, il Colegio Nuestra Señora del Recuerdo, a Chamartín de la Rosa, e il Colegio Areneros e ICAI di calle Alberto Aguilera. Quell’anno i padri della Compagnia di Gesù —che si erano introdotti illegalmente in alcuni appartamenti[54]— aprirono due Accademie: l’Academia Didaskalion, situata nel Paseo de Rosales 56, per gli ex alunni del Colegio Areneros; e l’Academia Cristóbal Colón, che aveva sede nel Paseo de la Castellana, e più tardi in María de Molina 30, per quelli che avevano frequentato il Colegio di Chamartín[55]. In queste accademie, che si riempirono immediatamente[56], c’erano come professori dei gesuiti che, pur vestendo abiti civili, davano agli studenti la stessa formazione intellettuale e spirituale di prima[57].

Da parte sua, José María Escrivá aveva conosciuto personalmente il mondo delle accademie, sia a Saragozza che a Madrid. Nel capoluogo aragonese era stato professore dell’Instituto Amado, tra l’ottobre del 1926 e l’aprile del 1927[58]. Questo centro preparava all’accesso nelle Scuole di Ingegneria, nelle Facoltà di Scienze e Lettere, nelle Accademie militari e nei diversi corpi dello Stato. Escrivá aveva dato lezioni di Diritto Canonico e di Diritto Romano agli studenti dell’Università di Saragozza[59].

Nel maggio del 1927 don José María si trovava già a Madrid e viveva nella Casa Sacerdotale delle Dame Apostoliche. Lì alloggiava anche don Ángel Ayllón, un presbitero che lavorava nell’Accademia Cicuéndez come segretario e coordinatore. Molto probabilmente si parlò dell’esperienza didattica di Escrivá a Saragozza e della necessità di aumentare i suoi introiti. Quel che è certo è che, dopo l’estate, don José María fu assunto dall’Accademia Cicuéndez come professore di Diritto Romano e di Diritto Canonico. Vi lavorò per cinque anni, fino all’estate del 1932, impartendo lezioni due pomeriggi la settimana a una decina di studenti, in maggioranza alunni esterni della Facoltà di Diritto.

Il progetto

Durante l’anno accademico 1932−1933, José María Escrivá pensò alle linee programmatiche per avviare un’accademia, considerandola lo strumento idoneo per far crescere l’Opera di san Raffaele. Pensò anzitutto alla necessità di un clima familiare: «Per quelli di S. Raffaele —scriveva—, l’accademia non è l’accademia. È la loro casa»[60]. Un altro aspetto, di cui abbiamo già parlato, doveva essere l’assenza di associazionismo: «Il lavoro di S. Raffaele e di S. Giovanni si farà sempre nelle nostre accademie, senza formare con gli studenti associazioni di alcun genere»[61].

Nella primavera del 1933 cominciò la ricerca di un locale adeguato. Fu particolarmente aiutato da Juan Jiménez Vargas, Isidoro Zorzano —quando da Malaga veniva a Madrid— e José María González Barredo[62]. Il 1° giugno prese nota: «Vennero Zorzano e Barredo. Si parlò dell’Accademia. Hanno cercato l’appartamento. Si lavora, ed entro quest’estate sarà cosa fatta, per cominciare in ottobre»[63].

In mezzo a questo trambusto, José María Escrivá riusciva a trovare pause per la preghiera. Dal 19 al 28 giugno fece gli esercizi spirituali nel convento dei Redentoristi in calle Manuel Silvela 14. Le note scritte in quei giorni dimostrano come la sua relazione filiale e amorosa con Dio fosse la chiave che spiega la determinazione costante con cui affrontava gli ostacoli. Metteva in gioco tutte le sue capacità di preghiera e di espiazione, in accordo con il suo confessore: «Omnes, cum Petro, ad Iesum per Mariam. Serviam! Regnare Christum volumus. Deo omnis gloria. Questo ideale, guerreggiare —e vincere— con le bandiere di Cristo, diverrà una realtà solamente con la preghiera e la mortificazione, con la fede e con l’Amore. Dunque..., bisogna pregare, bisogna credere, bisogna mortificarsi e bisogna Amare!»[64]. Durante quel ritiro accadde che, per la «prima e unica volta» dal 1928, gli venne «questo pensiero amarissimo: “e se tutto fosse una menzogna, una tua illusione, e perdessi il tempo..., e —peggio— lo facessi perdere a tanti altri?”». La sua immediata reazione fu di rispondere a Dio: «Se [l’Opera] non è tua, distruggila; se lo è, rassicurami»[65]. E subito sopraggiunse la sicurezza.

Durante i giorni di ritiro meditò sulla sua «azione immediata» e annotò tre propositi. Il primo consisteva nel concludere il dottorato in Diritto Civile e affrontare quello di Teologia, impegni che avevano subito un rallentamento a causa della sua attività nei patronati e allo sviluppo iniziale dell’Opera[66]. Il secondo si riferiva alla sua dedizione pastorale: «Devo lasciare ogni attività, anche se è veramente apostolica, che non sia completamente orientata al compimento della Volontà di Dio, che è la O. [Opera]. Proposito: sono arrivato a confessare settimanalmente in sette posti diversi; lascerò questi incarichi, tranne che per i due gruppetti di ragazze universitarie»[67]. Vedremo fino a che punto riuscì a realizzare queste intenzioni. Poi, il terzo proposito: Formare «sacerdoti, uomini laici e donne che il Signore ha inviato e continua a inviare. — Almeno, i primi che vengano. Proposito: terminato il lavoro per ottenere i titoli accademici, lanciarmi —con tutta la preparazione possibile— a dare esercizi, prediche, ecc., a coloro che sembrano idonei alla O., e a scrivere meditazioni, lettere, ecc., in modo che rimangano le idee seminate negli esercizi e nelle prediche, oltre che nelle conversazioni personali»[68].

José María Escrivá finì i suoi esercizi e arrivò l’estate. La maggior parte delle persone che formava nello spirito dell’Opus Dei lasciò dalla capitale in cerca di luoghi più freschi. Il fondatore rimase a Madrid, insieme a Juan Jiménez Vargas e a José María González Barredo. Allora, mosso dal desiderio di mantenere i contatti, sostituì la parola con la penna.

Infatti i giovani che avevano partecipato alle lezioni di formazione avevano promesso di scrivere nella prima quindicina di ogni mese. Da parte sua, Escrivá avrebbe risposto nella seconda metà del mese. Anche se il ritmo non fu costante, la verità è che il fondatore ebbe uno scambio di lettere estive con Cifuentes, Munárriz, González Obeso, Herrero Fontana e i due fratelli Valentín. Inoltre, mantenne un contatto epistolare con coloro che erano già nell’Opera: Isidoro Zorzano, Pepe Romeo, Manolo Sainz de los Terreros, Rafael Roldán, Carmen Cuervo e i sacerdoti delle riunioni del lunedì.

Escrivá chiedeva a tutti di non allentare il loro rapporto con Dio. Ad alcuni inviò l’edizione ampliata di Consideraciones espirituales, e ricordò a tutti l’importanza di osservare il piano di vita spirituale, curando in modo particolare l’orazione mentale personale e la partecipazione alla Messa: «Fa’ la comunione ogni giorno —scrive a Rafael Roldán— e non tralasciare mai l’orazione. Guarda, figlio mio, che non abbiamo altre armi. Quando scrivi, non preoccuparti se hai voglia di scrivere a lungo. Racconta quello che vuoi; sfogati»[69]. Orientò anche le loro preoccupazioni apostoliche. A Manolo Sainz de los Terreros, che gli aveva scritto che voleva spiegare il catechismo a un gruppo di bambini, rispose a giro di posta: «Mi sembra ammirevole che voglia lavorare nella catechesi: è indispensabile impiegare bene la giornata, e questa è un’occupazione molto nostra. Poi mi dirai se hai cominciato a mettere in pratica questo proposito»[70].

Da parte loro, gli studenti spiegavano a don José María i loro programmi, sia per ciò che si riferiva al rapporto con Dio sia al riposo e allo studio, aggiungendo qualche dato sulle loro famiglie e sugli amici. La maggior parte andava a Messa ogni giorno, di mattino presto, studiava per alcune ore e poi andava al mare o passeggiava con gli amici. Per esempio, Jaime Munárriz riassumeva così il suo orario estivo: «Mi sono alzato alle 6 e ho studiato fino alle 8½ quando sono andato a Messa; ora ritorno e mi metto a scrivere a Lei; quando avrò terminato la lettera mi metterò a studiare (ma ne ho poca voglia) fino alle 11 e poi andrò a farmi un bagno, anche se mi sembra che oggi non andremo perché fa abbastanza freddo; poi a pranzo e poi alla Gioventù Cattolica fino alle tre e mezzo, quando mi metterò a studiare fino alle 6, ora in cui andrò a spasso fino alle 8½»[71].

Le lettere dei giovani dimostrano il rispetto e l’affetto che avevano per lui. Mettono anche in evidenza l’amicizia che stava fiorendo tra loro —in luglio José María Valentín inviava «saluti a tutta la compagnia»[72]—, tanto da chiedere senza problemi a Jiménez Vargas alcuni “favori accademici”, come il rinnovo dell’iscrizione in facoltà o l’invio delle date degli esami una volta finita l’estate.

Eppure il fondatore sentiva la lontananza fisica dei giovani universitari. Quando arrivò il mese di agosto erano trascorsi quasi tre mesi dall’ultima riunione con gli universitari e probabilmente ancora non erano ripresi gli incontri con i sacerdoti. Sabato 12 si lamentava: «Come sono solo certe volte! È necessario aprire l’Accademia, succeda quel che succeda, malgrado tutto e tutti»[73]. Il riferimento a “tutti” è normale, ma dimostra che non soffriva solo per una mancanza di una compagnia fisica, ma anche per l’assenza di altre persone che lo aiutassero adeguatamente.

Probabilmente fu in quel mese di agosto quando Escrivá mise per iscritto una decisione già presa in febbraio: «Ormai è necessario chiedere al Signore l’apertura dell’Accademia (v. nota a parte) nei mesi dell’estate prossima»[74]. Il progetto fu redatto a macchina, in cinque cartelle rettangolari intitolate “Academia”[75]. Il testo fu diviso in paragrafi che riguardavano i docenti e gli studenti, la formazione cristiana, l’internato, gli insegnamenti impartiti, la biblioteca, lo sport e gli ex−alunni.

Fin dal primo momento il fondatore inquadrò l’Accademia come una realtà profondamente apostolica. Tutto il manoscritto ruota intorno a questa idea centrale: l’accademia è un progetto formativo, che faciliterà la trasmissione del messaggio dell’Opera e lo sviluppo organico dei suoi apostolati. Per Escrivá questa priorità non metteva in secondo piano gli aspetti caratterizzanti di un’accademia come centro privato di insegnamento, vale a dire, la qualità didattica, il carattere civile dell’istituzione e il livello accademico dei professori.

Il documento inizia con una invocazione alla Santissima Trinità e alla Vergine Maria. Poi dice: «L’accademia che stiamo per fondare e quelle che in seguito saranno fondate dall’O. D. [Opera di Dio] in tutto il mondo, sono un mezzo per attirare gli intellettuali verso l’apostolato laico[76], e uno strumento per la formazione dei nostri che accederanno a cattedre ufficiali. Ma non sarà mai un fine dell’O. [Opera] che informerà lo spirito di coloro che dirigeranno queste accademie»[77]. Nel quadro formativo generale, compaiono così i due motivi per cui si creano le accademie, due scopi che nella sostanza sono uguali: avvicinare alla fede gli universitari (gli “intellettuali”) mediante la spiegazione della dottrina, perché a loro volta la trasmettano agli altri (“apostolato laico”); e formare cristianamente i membri dell’Opera impegnati nell’ambito universitario.

A questo punto menziona l’eccellenza accademica —la cattedra—, ottenuta da persone che lavorano nell’ambito pubblico. Vista la dicotomia che a volte, nella Spagna di allora, si presentava tra l’insegnamento pubblico e quello confessionale, José María Escrivá riteneva che molti intellettuali cattolici dovevano svolgere il lavoro professionale in centri ufficiali dello Stato, aprendosi a ventaglio, senza trincerarsi dietro le istituzioni cattoliche[78]. In tal senso, non pensava che l’apertura di accademie o di centri di insegnamento fosse un fine dell’Opera, ma uno stimolo alla santità; in quanto normali cristiani, le persone dell’Opus Dei sarebbero state conosciute nell’ambito pubblico per il loro prestigio professionale, e non perché si presentavano come cattoliche[79].

Riteneva che la fase iniziale dell’accademia sarebbe stata proporzionata ai mezzi disponibili: «Gli inizi di questa prima accademia devono essere modesti. Quel che nasce grande è mostruoso e muore. Cominceremo, forse, con la preparazione ad una sola facoltà universitaria: ciò che sarà possibile, senza pretese»[80]. Stabilisce così, come criterio, che l’estensione dell’apostolato dev’essere costante e progressiva, evitando sia la fretta che gli indugi. Per esempio, pensava che per cominciare era sufficiente affittare un paio di appartamenti[81].

Per ciò che riguarda i professori, conferma la necessità che assimilino i fini dell’accademia, ma anche che possiedano l’indispensabile competenza professionale: «Il corpo insegnante dev’essere giovane, con spirito cristiano, maneggevole, che abbia voglia di lavorare e di primeggiare nella professione»[82]. Gli insegnanti prepareranno gli universitari «secondo le consuetudini dei centri privati, ma migliorando il sistema —è ragionevole— perché insegnanti, dottori e laureati, saranno uomini di Dio: perciò non si limiteranno a insegnare, ma formeranno cristianamente i loro studenti»[83]. Da parte sua, la direzione dell’accademia curerà la «formazione dei docenti, per quanto possibile, sostenendoli nella loro formazione professionale, cercando di fornire attraverso l’accademia i fondamenti di cui hanno bisogno. Naturalmente, procurando loro una formazione religiosa, scientifica, morale, professionale e di vita interiore, mediante circoli di studio che non facciano loro perdere tempo»[84].

Riguardo agli alunni, scrisse solo una frase laconica: «Si ammetterà chiunque paghi, riservandoci, com’è ragionevole, il diritto di espulsione»[85]. Tra questi universitari, chi voleva ricevere una formazione cristiana più profonda, poteva partecipare alle attività dell’Opera di San Raffaele o, più avanti, a quella di San Gabriele: «Formazione degli alunni, mediante gli stessi insegnanti che in ogni corso selezioneranno alcuni ragazzi di talento —pochi, pochi—, che, se avranno virtù, passeranno al gruppo di San Raffaele, senza costituire associazioni di alcun genere»[86]. Passerà il tempo, e «alla fine degli studi, alcuni —se il lavoro sarà fatto come si deve— usciranno semplicemente meglio formati sul piano professionale e spirituale; la maggior parte passerà al gruppo di San Gabriele (SO−CO−In) e gli altri —pochi, naturalmente— all’O. di D. [Opera di Dio]»[87].

José María Escrivá programmò quattro tipi di insegnamento: A) Ripassi, preparando «gli studenti, ufficiali o esterni, a sostenere gli esami del loro corso di laurea nell’Università»[88]. B) Preparazione ai concorsi. C) Corsi di approfondimento, vale a dire, «un semplice approfondimento delle materie previste nel programma ufficiale o, anche, la spiegazione di una materia che non si insegna all’Università, date le molte lacune dei programmi di studio. Si iscriverà in tal caso “gente che dovrà studiare”»[89]; questa attività «è un’occasione perché i nostri ragazzi di San Raffaele e i partecipanti ai concorsi che fanno parte del gruppo di San Gabriele, si adoperino per consigliare la frequenza ad altri giovani che non sono né sono stati studenti dell’accademia e che, per il loro talento e la loro buona condotta, diano speranza per l’apostolato laico»[90]. D) Attività di ricerca o di laboratorio, un lavoro di seminario che dovrà essere ridotto «perché credo che il più [delle] volte questo tipo di formazione dovrà essere impartito in edifici dello stato e con denaro dello stato»[91].

La biblioteca dell’Accademia è concepita come «un altro mezzo per formare i nostri di San Raffaele e di San Gabriele che partecipano ai concorsi»[92]. L’ambiente di studio «attrarrà molti studiosi, laureati o no, i quali, pur non essendo nostri studenti, si propongono di utilizzare seriamente il tempo. A questo scopo si darà loro un biglietto a modico prezzo (apostolato del non dare)»[93]. Per facilitare il lavoro, «il locale deve essere comodo e accogliente»[94]; e per ciò che riguarda il materiale di studio che si mette a disposizione, «oltre ai libri di testo e di consultazione, deve avere riviste nazionali ed estere di specializzazione, di cultura»[95].

Fa notare anche la necessità di fondare «in ogni casa un’associazione di ex−alunni»[96]. Con le persone conosciute si potrebbe richiedere un certo mecenatismo a favore della biblioteca o dei laboratori, aiuti per la catechesi o elemosine per le missioni. Inoltre, «per mezzo della rivista dell’associazione si potrà comunicare con tutti i soci per alimentare la loro vita spirituale»[97]. Infine, pensa a un campo sportivo. «Quando sarà possibile, lo avremo. Sia pure molto modesto»[98]. Per concludere afferma che «da questa prima uscirà un’altra accademia, o due o tre nelle città universitarie della Spagna, per fare un lavoro identico, e quanto prima all’estero»[99].

Fin qui le principali idee sulla futura accademia, pioniera di molte altre che si sarebbero aperte in tutto il mondo. Ma poco dopo il fondatore aggiunse un paragrafo collegato al successivo passo da fare: «INTERNATO: quando il gruppo di San Raffaele sarà abbastanza numeroso, si potrà aprire un internato soprattutto per loro. Pagheranno il dovuto, e in ogni casa gli interni saranno divisi in famiglie di 9, mettendo a capo di ogni famiglia uno dei nostri (3+3+3+1), che badi soprattutto al comportamento irreprensibile dei suoi»[100]. L’idea dell’internato rimaneva così legata alla formazione dei ragazzi di San Raffaele, dei giovani interessati alla crescita contemporanea della loro qualità professionale e della vita cristiana. Un aspetto importante in tal senso sarebbe stata l’istallazione di una cappella o un oratorio. La presenza di Gesù sacramentato, in una casa dell’Opera, era per Escrivá un grande sogno. I ragazzi di San Raffaele e i membri dell’Opera avrebbero meglio compreso la vicinanza di Dio.

Così, la convivenza con l’Eucaristia, lo sviluppo dell’Opera e l’intensità formativa divennero motivi fra loro collegati, che spiegano perché José María Escrivá sognava una residenza quando stava ancora dando forma a un’accademia.

La ricerca di un locale

Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre José María fece due viaggi a Fonz per occuparsi di uno zio, il sacerdote Teodoro Escrivá, che era gravemente malato. Il 5 settembre don Teodoro morì. José María fu presente ai funerali insieme a sua sorella Carmen. Pochi giorni dopo ritornò a Madrid, dove lo aspettava María Ignacia García Escobar, anche lei agonizzante. Già da prima dell’estate don José María andava spesso a farle visita in ospedale. Ora la preparava a morire bene. La fine avvenne il 13 settembre. Escrivá organizzò la sepoltura nel cimitero di Chamartín de la Rosa. Erano presenti altri sacerdoti che, probabilmente partecipavano alla Conferenza sacerdotale, perché la sorella di María Ignacia ricordava: «Quando arrivò il momento terribile di coprirla, don José María prese un pugno di terra, lo baciò e lo gettò sulla bara; poi con un gesto mi invitò a fare lo stesso. Non so da dove trassi la forza, ma, vedendo la serenità che aveva il Padre, lo feci con una grande pace. Recitò il responso in latino. Poi alcune preghiere che io non conoscevo e alle quali risposero gli altri sacerdoti. Mi sembrò di udire —o almeno, così mi parve— Opus Dei»[101].

All’inizio dell’anno accademico non ci furono solo tristezze. Gli studenti universitari ritornarono a Madrid e, con loro, ripresero gli incontri nell’appartamento di Martínez Campos. Si vedevano per casa facce nuove. Joaquín Herrero Fontana presentò suo fratello José Ramón, studente liceale[102]. Jaime Munárriz si fece accompagnare da un amico di facoltà, Luis de Azúa. E González Barredo arrivò con Manuel Valdés, un giovane medico appena rientrato dalla Germania. Il 20 ottobre Escrivá e González Barredo andarono a far visita a Valdés, che era costretto a casa, colpito da una angina. Appena arrivato, parlarono per un po’. Quindi don José María gli illustrò l’Opera. Manuel, che non poteva parlare perché aveva la gola infiammata, scrisse su un foglio: “E i mezzi?”. La conversazione si concluse poco dopo. Il giorno dopo Escrivá confermò quali erano i suoi mezzi, e li fece conoscere a Valdés: «Mentre pregavo per lui nella Santa Messa, mio Padre mi fece vedere che debbo mandargli i nostri mezzi e, con José María [González Barredo], gli ho mandato, insieme a poche parole, un Crocifisso e il Santo Vangelo. Vedremo»[103].

Nel mese di settembre, spesso in compagnia di Juan Jiménez Vargas, don José María andò a vedere alcuni appartamenti in affitto pensando alla sede adeguata per l’accademia. Andirivieni da un appartamento all’altro, senza risultati. A volte il prezzo era troppo alto, altre volte il locale non presentava un minimo di condizioni accettabili. E il futuro medico incoraggiava il sacerdote: «Avanti! Il Signore tiene conto di ogni passo, e nulla di tutto questo è sterile; è tutto fecondo»[104]. Però, in quel momento, bisognava esercitare la virtù della pazienza.

Da tempo era consapevole della sproporzione fra ciò che Dio gli chiedeva e le sue forze. Fin dagli inizi dell’Opera, era sicuro che la sua crescita si sarebbe realizzata con la grazia divina. Aveva alimentato costantemente una disposizione interiore di fede in Dio, impegnandosi a tenere lontano lo «scoraggiamento dovuto al fatto di vederci così miserabili e piccoli..., così privi di mezzi. Dopo la Santa Messa ho provato circa venti minuti di scoraggiamento. Poi mi sono avvicinato al Tabernacolo e, con la fronte appoggiata sull’altare, ho capito ciò che Egli vuole... Non abbiamo mezzi? L’orazione ci renderà onnipotenti»[105].

In ottobre Escrivá percepì un certo vuoto, la sensazione che le cose non procedevano al ritmo previsto. Il giorno 6 scrisse: «Non perdo la pace, ma ci sono momenti in cui mi sembra che mi scoppi la testa, tante sono le cose a gloria di Dio —la sua O. [Opera]— che bollono in me, e tanta è la pena che mi dà il vedere che ancora non si concretano in realtà tangibili. — Indubbiamente, sono io l’ostacolo. Perdono, Gesù: voglio essere strumento»[106]. La maturazione delle idee in realtà tangibili riguardava, tra molte altre, il disporre di una sede. Voleva vedere realizzati i progetti che, per quel che capiva, erano volontà di Dio. Invece, quando i progetti non si realizzavano, sentiva un certo malessere. Il 18 ottobre ripeteva: «Ho mal di testa. Soffro, per la mia mancanza di corrispondenza e perché non vedo l’Opera muoversi»[107].

Sabato 21 andò a confessarsi. Espose la sua situazione al padre Valentín Sánchez. Sentiva l’angoscia di non riuscire a fare di più nei rapporti apostolici. Infatti, vedeva che alcune persone gli sfuggivano dalle mani. Il confessore assunse una posizione ferma nei suoi confronti, come scrive: «Sto piuttosto male, sono molto raffreddato. Mi sono confessato —è sabato— e il padre Sánchez mi ha rimproverato per la mia impazienza nel desiderare, soffrendo, che si concreti in qualcosa il nostro apostolato dell’O. [Opera]»[108].

Cinque giorni dopo José María Escrivá prese la penna e scrisse alcuni fogli, indirizzati al padre Sánchez Ruiz, da cui traspira un tono diverso, spassionato. Lo scritto riassume le idee che gli erano venute in mente nei giorni precedenti. Comincia facendo riferimento a quanto aveva detto il giorno 21: «Mi è accaduto che non mi sono espresso chiaramente quando lo scorso sabato le ho parlato delle mie impazienze, vista la lentezza dei progressi dell’O. [Opera], e cercherò di precisare per iscritto la mia situazione, affinché V.R. mi dica se adempio la Volontà amabilissima di Dio, che è l’unica cosa che mi importa»[109]. Dopo aver recriminato sulla mancanza di tempo, indica una soluzione e quindi traccia un programma operativo multiplo e ambizioso. La citazione è lunga, però riassume con chiarezza la sua linea di pensiero. Escrivá divide in cinque gruppi le persone che forma cristianamente secondo lo spirito dell’Opus Dei: «Il rimedio, indubbiamente, sta nell’affittare un locale —lo sto cercando— e lì, col pretesto di una accademia —è semplice— riorganizzare il nostro apostolato, aiutato dai sacerdoti dell’O. [Opera], dedicando i pomeriggi esclusivamente a compiere la Volontà di Dio nella sua Opera: 1) formando, nel nostro spirito, quegli stessi sacerdoti; 2) riunendo tre gruppi di San Raffaele (studenti), ogni gruppo in un giorno diverso della settimana —il gruppo è formato da nove giovani— secondo il programma del corso; 3) riunendo tutti i laici dell’O. un altro giorno della settimana; 4) un’altra riunione settimanale per i nostri amici (San Gabriele) —avvocati, medici, architetti, ingegneri, lau. [laureati] e dottori in filosofia, lettere, storia, scienze, ecc.— tutti giovani, allo scopo di arrivare alla fondazione della “So−Co−In” ai primi dell’anno 34[110]; 4) [sic] riunendo ogni domenica le nostre, con l’occasione di un apostolato di propaganda, facile da fare, —evitando che quel giorno vengano uomini— per formarle: farò in modo che quel giorno non manchi alla riunione uno dei nostri sacerdoti, uno in età matura; uno dei sacerdoti, seguendo un determinato programma, terrà una meditazione, e poi io parlerò dello spirito e dell’apostolato dell’O. di D. [Opera di Dio], che devono vivere...»[111]. Stabilisce in tal modo un programma per far crescere gli apostolati dell’Opera. Così pensata, l’accademia appare uno strumento indispensabile.

La lettera programmatica termina con uno slancio degli apostolati verso il futuro: «Qui, Padre, c’è un piano di lavoro che forse contribuirà a migliorare il mio ordine; che darà tranquillità alla mia anima (non pace, perché non l’ho perduta); che sarà fecondo per la formazione degli apostoli dell’O. [Opera]; e che indubbiamente faciliterà (vi sono persone devote e di valore: gli imbecilli non li vogliamo) un lavoro più conforme alla Volontà di Dio, alla sua O., per il prossimo anno»[112].

Che cosa era avvenuto perché José María Escrivá passasse da una certa preoccupazione interiore ad audaci progetti a breve termine? Si ha l’impressione che lo scritto inviato al padre Sánchez Ruiz il 26 ottobre abbia segnato una linea di svolta. Ha analizzato con obiettività il problema e, una volta chiariti i pro e i contro, ha ripreso a sognare nuove iniziative. Infatti, pochi giorni dopo, scrive cinque cartelle dal titolo “Apostolati immediati”. Lì il suo pensiero riacquista un brio inaspettato, con idee che vanno oltre l’apertura di un’accademia. Questo nuovo documento comincia dicendo che il primo apostolato “immediato” sarà «un’attività intensiva, mediante l’internato o residenza per gente ben selezionata»[113]; pertanto, il valore aggiunto della residenza consisterà nell’intensità della formazione accademica e cristiana, ricevuta mediante l’esempio e la parola. Il secondo apostolato consisterà nell’aprirsi a ventaglio: «Un’attività intensiva con gruppi di universitari, per fare una selezione al loro interno»[114].

E ancora una volta Escrivá intensifica la ricerca del locale adeguato. Il 30 ottobre annota: «In questi giorni, di nuovo, stiamo cercando un appartamento. Quante scale e quante impazienze! Egli mi perdoni»[115]. Sperava davvero che la Provvidenza trasformasse i suoi desideri in realtà: «Nelle imprese di apostolato è bene —è doveroso— che consideri i tuoi mezzi terreni (2 + 2 = 4), ma non dimenticare —mai!— che puoi contare, per fortuna, su un altro addendo: Dio + 2 + 2...»[116].

All’inizio di novembre[117] José María González Barredo, che abitava nella pensione tedesca in calle Luchana 33[118], si accorse che a pianterreno dell’edificio alcuni cartelli indicavano che quei locali erano in si affitto. Subito comunicò la notizia a don José María, che concordò una visita dell’appartamento.

A metà del mese —non abbiamo potuto stabilire il giorno preciso—, Escrivá si recò con Fernández Vallespín a visitare l’appartamento di calle Luchana 33[119]. Il proprietario, Modesto Chapa, li accompagnò nella visita[120]. La superficie era di centoundici metri quadrati, divisa in cinque stanze, due bagni e una cucina. Appena videro l’appartamento capirono che avevano trovato quello che cercavano.

2. Un appartamento in calle Luchana

Il fondatore chiese a Isidoro Zorzano di firmare lui il contratto di affitto, perché era un professionista affermato e abbastanza grande nell’Opera. Nel fine settimana dal 10 al 12 novembre Isidoro si recava a Madrid, ma non avendo il tempo per concludere l’affare, lasciò a don José María una delega scritta perché potesse firmare il contratto a suo nome[121]. Il sacerdote firmò il documento il mercoledì 15. L’affitto sarebbe costato 210 pesetas al mese. Inoltre, quella stessa settimana Manolo Sainz de los Terreros stipulò il contratto della luce con la Cooperativa Electra Madrid per «6 lampadine di 25 candele»[122]. Per il contratto pagò 23 pesetas che aveva ricevuto da don José María. Secondo i calcoli, a partire da quel momento avrebbero speso tra le 20 e le 30 pesetas al mese per l’energia elettrica.

L’appartamento faceva parte del complesso “Abitazioni di D. Modesto Chapa”, ed era stato costruito sei anni prima. Aveva otto piani: seminterrato, pianterreno, piano principale, quattro piani e attico[123]; a sua volta, ogni piano era diviso in quattro appartamenti: sinistra, centro−sinistra, centro−destra, destra. La facciata dell’edificio presentava un arredo architettonico distribuito in basamento, piano nobile e attico. Questo attico utilizzava un ordine ionico che sottolineava la verticalità dell’edificio, accentuata inoltre da un torrione con pinnacolo di ardesia[124]. Tutti gli appartamenti erano abitati, per un totale di centoundici persone residenti; inoltre, all’angolo c’era un negozio di mobili[125]. La provenienza e l’estrazione sociale dei residenti erano diverse, come diversi erano gli affitti, che oscillavano tra le 2.500 pesetas annue per un pianterreno, fino alle 3.960 pesetas annue (per l’appartamento del terzo piano a sinistra). In ogni caso, si trattava di un edificio in un quartiere medio−alto. Poco prima vi aveva abitato il presidente del consiglio, Diego Martínez Barrio[126].

La calle Luchana era relativamente centrale. Si trovava nel quartiere di Trafalgar, che a sua volta faceva parte del distretto di Chamberí. A poca distanza c’erano le facoltà di Farmacia, di Diritto e di Scienze. Inoltre, stava a soli cinque isolati dall’appartamento di José María Escrivá, in calle Martínez Campos, per cui il sacerdote poteva arrivare comodamente a piedi in poco tempo. Qualcosa di simile accadeva a Manolo Sainz de los Terreros, che abitava col padre e i fratelli in calle Sagasta 33; a Juan Jiménez Vargas, che stava con i suoi in calle San Bernardo 33; e a Ricardo Fernández Vallespín, che abitava con i genitori e i fratelli in calle Argensola 14. Tutti arrivavano a piedi in calle Luchana dai rispettivi domicili in meno di venti minuti.

Una volta affittato il locale, lo si doveva trasformare in una accademia. Furono precisati quattro interventi fondamentali: opere murarie, gestione delle prime spese generali, acquisto di mobili e oggetti di arredamento, organizzazione dei servizi di pulizia e di portineria. Questi impegni richiesero un investimento di tempo e di denaro nelle settimane che seguirono, in particolare fino al 15 gennaio 1934, data concordata con il Municipio per l’apertura ufficiale[127]. José María González Barredo versò i soldi che aveva risparmiato: «Sono andato in una banca che stava, mi pare, in calle Montera e ho chiesto tutti i soldi che tenevo lì. Non so esattamente quanto fossero, ma non si trattava di grandi cifre. Presi il denaro e lo diedi al Padre e così affittammo l’appartamento. La cosa strana fu che due o tre giorni dopo seppi che la banca era passata in amministrazione controllata»[128].

Dopo le elezioni generali del 19 novembre 1933 i muratori innalzarono «un tramezzo per dividere in due una delle stanze esterne, «e così si sono formate quelle che oggi sono il salotto e l’aula»[129]. La separazione restituì all’appartamento l’assetto che aveva quando fu costruito[130]. Imbiancarono la nuova parete, senza darle alcun colore, perché non se ne sentiva la necessità e peraltro non disponevano di risorse economiche sufficienti.

Lo spazio del modesto appartamento risultò così composto da sei stanze, una cucina, una toilette e una stanza da bagno completa (Planimetria 1)[131]. I locali furono distribuiti secondo il modello pensato da José María Escrivá durante l’estate, vale a dire privilegiando la biblioteca e le sale per le riunioni professionali e formative. Le tre stanze che guardavano all’esterno, su calle Juan de Austria, diventarono due uffici e una libreria, mentre le tre stanze interne diventarono la sala di ricevimento, l’aula e la direzione.

In novembre Ricardo Fernández Vallespín portò alcuni oggetti da casa sua[132], e comprò alcuni mobili a Mengíbar, un negozio della periferia di Madrid: «Un grande tavolo e 2 scaffali per la Biblioteca; altri 6 tavoli più piccoli e 30 sedie per le altre stanze; una scrivania per la Direzione e alcune poltrone, sedie e tavolinetti per la sala e un attaccapanni per l’ingresso, e nient’altro. Il tutto riuscì a star dentro le mille pesetas circa»[133]. Le sedie erano di seconda mano, ma erano «in buono stato, avevano il sedile impagliato (tipo Thonet)»[134]. José María Escrivá diede altri mobili che gli avevano regalato e diversi attrezzi[135]. Il 26 novembre i mobili stavano già al loro posto. L’arredamento iniziale riguardò soprattutto la sala accanto all’ingresso e la biblioteca[136].

Benedizione dell’appartamento e preparativi

L’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione di Maria, in calle Luchana si riunirono alcuni universitari dell’Opera e i loro amici, che avevano partecipato alle lezioni di formazione. Pepe Romeo, Juan Jiménez Vargas, Ricardo Fernández Vallespín, Manolo Sainz de los Terreros, i due fratelli Valentín e Jaime Munárriz si misero «alcuni a incollare carta sui vetri, altri a lisciare le porte che non chiudevano bene, altri ancora a sistemare le luci e a piantare chiodi e ganci [per i quadri], e così tutti, finché verso le 7 [del pomeriggio] D. José María ci avvisò e, lasciato tutto, ci saremmo riuniti nella Biblioteca»[137]. Indossata la cotta, benedisse ogni stanza fino a ritornare nella biblioteca. Lo aiutava don Lino Vea−Murguía, arrivato poco prima, che aveva l’incarico di sostenere il secchiello con l’acqua benedetta durante la breve cerimonia. «Terminata la Benedizione —aggiunge il diario della casa—. D. José María ci rivolse delle semplici parole riguardanti l’atto e, alla fine, tutti abbiamo ripreso le nostre occupazioni di imbianchino, falegname ed elettricista, come se nulla fosse successo»[138].

L’atto non era stato previsto. Sembra che sia stato un dono di Escrivá alla Vergine Maria in occasione della sua festa[139]. Infatti, aggiunse il cronista del diario, «un dettaglio che non vogliamo omettere, perché rivela il buon umore e la voglia che tutti avevano di scherzare, è il seguente. Vi fu chi, con tutta la serietà possibile, protestò che non ci fosse la bicchierata, in quanto era la cosa più importante. Poveretto! Si dovette accontentare dell’acqua del rubinetto»[140].

È facile immaginare la gioia di don José María nel vedere una sede che permetteva di incontrare adeguatamente i membri dell’Opera e i ragazzi di San Raffaele. Le annotazioni della settimana successiva evidenziano il suo spirito, anche se nasconde i suoi sentimenti dietro quelli degli studenti: «Che entusiasmo nei nostri ragazzi nel sistemare la casa!»[141]. Quell’appartamento era la prima sede materiale dell’apostolato dell’Opera, aperto cinque anni dopo la fondazione. In realtà, come spiega lo stesso Escrivá, si poteva dire che era la seconda, perché «la 1ª è la Casa del Cielo, con José Mª, Luis e María»[142]. Come sede dell’Opus Dei le mise il nome di Casa dell’Angelo Custode, e lo spiegò durante la cerimonia della benedizione: «La casa è stata affidata all’Angelo Custode dell’O. [Opera]; così, fra di noi, sarà chiamata la Casa dell’Angelo Custode»[143].

Furono distribuite otto copie di chiavi dell’appartamento, che andarono a José María Escrivá, Lino Vea−Murguía, Ricardo Fernández Vallespín, Juan Jiménez Vargas, Jacinto Valentín e Manolo Sainz de los Terreros, più il portiere e la signora delle pulizie[144]. Quelli che avevano la chiave erano così liberi di entrare e uscire quando volevano.

Nei giorni successivi apportarono piccole migliorie materiali[145]. Il ritmo di lavoro era lento, perché si avvicinavano le vacanze di Natale. Tra il 26 e il 29 dicembre, s’incontravano lì ogni giorno per ultimare i lavori. Il 26 don José María propose il nome dell’Accademia a Isidoro, a José María e a Manolo. Voleva che si chiamasse DYA, iniziali che, come spiegò, volevano dire “Dio e audacia” e che coincidevano con “Diritto e Architettura”[146]. Il nome aveva una sua storia, perché anni prima, in alcuni schemi nei quali condensava le idee sullo spirito e gli apostolati dell’Opera, il fondatore aveva annotato che i membri dell’Opus Dei praticavano l’orazione, la mortificazione e l’azione, con il motto “Dio e Audacia!”. L’espressione —che per lui non era sinonimo di temerarietà[147]— si riferiva alla trasmissione del messaggio cristiano mediante la parola e l’esempio, e anche attraverso le preghiere e le mortificazioni offerte a Dio. José María Escrivá andava alla ricerca di persone audaci in tutti gli ambiti della vita: «I nostri uomini e le nostre donne di Dio, nell’apostolato di azione, abbiano per motto: Dio e audacia! — Secondo me, questo grido si adatta mirabilmente anche agli altri due apostolati: di orazione e di espiazione»[148].

Nell’ambito civile e in quello amministrativo, DYA era un’accademia per il ripasso di alcune materie universitarie. La sigla significava “Diritto e Architettura”, riassumendo così i due tipi di docenza che si volevano offrire: lezioni sulle materie della Facoltà di Diritto e delle Scuole Superiori, tanto di Architettura come dei diversi settori di Ingegneria.

Un’altra questione che si risolse fu il pagamento delle spese amministrative. Il 28 e 29 dicembre Manolo e Isidoro andarono alla Delegazione delle Finanze e all’Ufficio del Debito Pubblico del Municipio di Madrid per formalizzare la tassazione[149]. Pagarono la tassa sull’affitto e ufficializzarono l’apertura di una nuova attività, e cioè una «Accademia con un solo professore»[150]. Questa qualifica permetteva il pagamento di 150 pesetas, la tassa più bassa da versare per l’apertura di un centro di insegnamento. Dopo aver incassato il denaro, gli impiegati dell’Ufficio del Debito Pubblico aggiunsero che avrebbero dovuto pagare circa 40 pesetas al mese per tenere aperta l’accademia; più avanti il contributo sarebbe stato modificato in base all’andamento dei conti[151].

Comprarono anche altri oggetti indispensabili: «una lavagna; una pianta di Madrid (stradario) e una mappa della Spagna, alcuni cestini per la carta straccia, un portaombrelli, un portasciugamani, 8 faldoni per la biblioteca, fogli di carta, sputacchiere, chiodi, ecc. ecc., e anche piumini e spazzole»[152]. Manolo, Isidoro, Pepe e Ricardo collocarono nell’aula la lavagna, di metri 1,10 per 2. Il giorno dopo José María Escrivá elogiò la reazione spontanea di quei giovani: «Certi dettagli sono veramente belli! Proprio ieri, dopo aver collocato la lavagna in un’aula, i quattro artisti (due ingegneri e due mezzi architetti) la prima cosa che hanno scritto è stata: Deo omnis gloria! E so, Gesù, che ti ha fatto piacere»[153].

Anche nelle stanze furono apportate modifiche e miglioramenti. Il quadro della Madonna, davanti al quale erano cominciate le riunioni di San Raffaele, fu adornato nel miglior modo possibile, tenuto conto dei mezzi di cui disponevano. González Barredo «comprò un damasco azzurro Prussia e un gallone in argento antico, da mettere come sfondo all’immagine»[154]; poi collocarono la tela e il quadro nella biblioteca. Jenaro Lázaro restaurò nella sua bottega la scultura lignea di un angelo, donato da alcune religiose a don José María; e due panche, regalate da una signora, furono divise in quattro per gli orfani dell’Asilo di Porta Coeli.

Altre spese di minore entità si aggiunsero a quelle per il contratto d’affitto, a quello della luce e alle tasse erariali: l’assunzione di una donna che pulisse la casa due volte la settimana —25 pesetas al mese— e la quota al portiere dell’immobile —10 pesetas—. Riassumendo, le spese inerenti all’apertura dell’accademia salirono a un po’ più di 1.500 pesetas. Da quel momento, le spese mensili si aggireranno attorno alle 325 pesetas[155]. Questa somma equivaleva allo stipendio mensile di un operaio poco qualificato.

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Yaş sınırı:
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Litres'teki yayın tarihi:
13 kasım 2024
Hacim:
751 s. 3 illüstrasyon
ISBN:
9788409341184
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