Kitabı oku: «Lo Spirito Del Fuoco»
Matteo Vittorio Allorio
LO SPIRITO DEL FUOCO
(parte I – Il prescelto)
Copyright © 2018 – Matteo Vittorio Allorio
Il cuore accelerò,
le pupille si dilatarono
e in un secondo
le fiamme lo avvolsero completamente.
“Il fuoco è mio amico” ripeté a se stesso.
“Il fuoco sono io…”, terminò prima del buio più profondo.
1
Il sole del mattino illuminava la stanza e Jack si rivoltava nel letto. Non ne voleva sapere, l’effetto soporifero delle morbide coperte lo avvolgeva completamente.
Erano quasi le sette, si doveva alzare se non voleva arrivare tardi a scuola.
Ignaro dell’ora, decise di richiudere gli occhi.
Non sapeva che la sveglia aveva già strimpellato quaranta minuti prima.
I raggi del sole erano più caldi e fastidiosi e costrinsero il giovane a riaprire gli occhi.
Ci mise un minuto per capire che c’era qualcosa che non andava, il sole era già troppo alto per essere solo le sei e mezza del mattino.
Si alzò di colpo e guardò l’ora sul cellulare. Erano le sette e dieci.
Aveva neanche cinquanta minuti per lavarsi, vestirsi e prendere il pullman. Casa sua era abbastanza lontana dall’istituto ma doveva provarci.
La sera prima, tornato stanco dagli allenamenti in palestra, Jack aveva dimenticato di cambiarsi completamente, addormentandosi con addosso lo sporco pantalone della tuta. Gli allenamenti che svolgeva erano intensi e lo stremavano portandolo poi a non svegliarsi in orario al mattino. Questo succedeva sovente e aveva portato il giovane ad arrivare frequentemente in ritardo a scuola.
Questa volta però non poteva.
La sua, insieme a un'altra classe, aveva una gita. Non doveva mancare.
Ci sarebbe stata pure Stella, la ragazza della seconda B.
Si lavò velocemente faccia e denti e si tuffò dentro l’armadio per uscirne dopo neanche un minuto con indosso un jeans e una felpa stropicciata.
Entrò in salotto.
Non c’era nessuno, la madre aveva di nuovo fatto il turno di notte all’ospedale.
Prese le chiavi dal portaoggetti in legno a forma di casetta appeso sul muro a fianco alla porta e uscì di corsa.
Il pullman di linea però aveva appena lasciato la fermata davanti a casa sua, l’unica cosa che poteva fare era correre.
“Corri Jack…”
Schivò un cestino dell’immondizia, una vecchia con il cane, ma non poté nulla contro il ciclista che uscì all’improvviso dal giardino di una casa poco distante.
Lo scontro fu brusco. Il ciclista cadde a terra insieme alla propria bici, mentre Jack volò in aria per un metro per poi atterrare in uno dei cespugli che adornavano il lungo marciapiede.
I rovi gli graffiarono leggermente il viso e l’impatto con la ghiaia gli strappò i jeans sbucciandogli il ginocchio destro.
Il ciclista, un uomo pelato sulla quarantina con la tutina fin troppo aderente, corse ad aiutarlo, lo tirò su e se ne andò comunque infastidito.
«Stai attento la prossima volta ragazzo» disse rimontando sulla sua fiammante bici da corsa.
Era comune nella piccola cittadina di campagna usare come principale mezzo di trasporto le biciclette, soprattutto nella bella stagione. Le auto adornavano i vialetti delle belle case, erano usate dagli uomini in carriera, che ogni mattina, in giacca e cravatta, uscivano dalle loro lussuose casette tutti tirati con le loro ventiquattro ore in pelle. Alcuni lavoravano negli uffici del comune, ma la maggior parte si spostava fuori Sentils per i propri affari, lasciando così le strade della città libere e poco trafficate.
Ormai il pullman era un piccolo puntino in lontananza. L'ultima possibilità di arrivare a scuola aveva appena girato l’angolo in fondo alla via.
Jack non aveva voglia di passare sei ore in un’altra classe o nella biblioteca della scuola e tanto meno, di sorbirsi la solita trita e ritrita sfuriata dei professori.
Decise che era meglio tornare a casa. Aveva percorso non più di cinquanta metri e come al suo solito, aveva causato danni. Rattristato per la gita ormai persa, si avviò verso casa con le mani nelle tasche dei jeans. L’aria del mattino era fresca come se la notte non avesse ancora lasciato lo spazio alla luce e, con la mente ancora addormentata, pensò a come sarebbe stata quella giornata di svago lontano dai banchi di scuola. Arrivato davanti alla sua abitazione dalle bianche e basse staccionate, qualcosa lo turbò.
La porta in fondo al vialetto era aperta e il giovane si fermò di colpo.
Era sicuro d’averla chiusa a chiave.
“Che cosa faccio…? Ormai sei un uomo, fatti coraggio.” si disse il ragazzo.
Appassionato di serie tv, il giovane passava molte sere davanti al piccolo schermo della sua camera a immedesimarsi nelle molteplici quanto contorte vicende delle serie poliziesche, le sue preferite. Subito la sua mente elaborò diecimila spiegazioni diverse su quella strana situazione. Questa sua passione, per quanto nata in tenera età, dentro lo spaventava e per ogni avvenimento leggermente strano, volava con la fantasia immaginandosi possibili scene dei suoi telefilm preferiti. Come ogni volta, per farsi coraggio, scosse leggermente il capo cercando di scacciare via quegli strani pensieri.
Imboccò il viottolo che collegava la sua modesta casa alla strada. Su entrambi i lati, diverse piante, dai fiori colorati accompagnavano il cammino. Qua e là, piccole statuette in pietra raffiguranti gufi, canarini e conigli spezzavano quella vasta distesa di verde rendendo il tutto più accogliente e grazioso. Anche il giardino di proprietà che dava sulla strada, manifestava chiaramente l'interesse della madre. L’erba, tagliata costantemente, era rigogliosa e di un verde brillante illuminata dai raggi del sole. Nel centro, un alberello non più alto di due metri regnava sovrano. Con le radici accavallate l’una sull’altra, si aggrappava al curato terreno diramandosi in tutte le direzioni. Proprio come le radici, anche i suoi rami seguivano una logica all’apparenza assente. Anch’essi, intrecciandosi gli uni con gli altri, si aprivano creando strane forme, per poi terminare con centinaia di rigogliose foglie rossastre. Ad accogliere gli ospiti, all’inizio del vialetto, la buffa e stravagante buca delle lettere che, a differenza di quelle classiche dei vicini, presentava un tenero nano seduto su una grande roccia, vestito di blu e dal lungo cappello rosso con in mano una grossa lanterna in cui il postino e i ragazzi della pubblicità potevano mettere la posta e gli annunci dei negozi.
Non si poteva certo dire che la signora di casa non avesse gusto per la botanica e per gli arredamenti. La donna, molto bella e attraente, sfogava le sue frustrazioni proprio nel mantenimento della casa e del giardino. Sola, aveva cresciuto suo figlio cercando sempre di non fargli mancare nulla, e di non trasmettergli mai le proprie tristezze.
A metà del vialetto, Jack si fermò. Le sue fantasie poliziesche non lo volevano lasciar stare. Si guardò intorno e passando lo sguardo sui coloratissimi fiori della madre scorse, ai piedi di alcune rose rosse, una grossa pietra. Con decisione, la raccolse tenendola stretta tra le mani. Fece un gran respiro ed entrò.
Tutto taceva.
Sembrava che nessuno fosse entrato prima di lui.
Ispezionò tutta la casa. L’ampio salotto, arredato con mobili caratteristici degli anni passati, era come lo aveva lasciato e quando si convinse d’essere solo, si sdraiò sul lungo divano angolare beige accendendo la televisione.
Come di consueto, la mattina non c’era nulla d’interessante alla tv, se non programmi di cucina o giardinaggio che decisamente non facevano per lui. Annoiato, sintonizzò il canale che ventiquattro ore su ventiquattro raccontava di sport. Con suo stupore, il giornalista stava proprio parlando della sua squadra di calcio del cuore.
Era tutto interessato ad ascoltare le trattative di mercato quando un rumore strano lo disturbò.
Fece per alzarsi, ma poi scosse la testa e si rimise a guardare la tv maledicendo quella sua contorta passione per le serie poliziesche. In quei film dove la cattiveria delle persone era spiegata minuziosamente e combattuta da detective e poliziotti eroici, Jack vedeva nei protagonisti figure forti e leali alle quali s’ispirava. Voleva diventare coraggioso proprio come il detective Mastrocaltro, protagonista della sua serie preferita. Un uomo tutto d'un pezzo. Era proprio per questo che aveva convinto, dopo numerose discussioni, la madre a iscriverlo a Jeet Kune Doo, un’arte marziale orientale, la stessa praticata dal suo eroe televisivo. E con tutta la forza di volontà di cui disponeva, frequentava assiduamente le lezioni, fermandosi sempre fino a tardi per imparare il più possibile, allenandosi anche con i ragazzi più grandi del corso avanzato.
Un altro rumore.
Questa volta Jack si alzò, riprese il sasso che aveva poggiato ai piedi del divano e si diresse verso l'altra stanza.
Entrò nella sala da pranzo.
Tutto era in ordine, tranne un lungo coltello appuntito che, al posto di essere nel primo cassetto, era vicino al lavandino. Si avvicinò, lo guardò attentamente e si accorse che quello non faceva parte dei coltelli della loro cucina. Un brivido lo scosse e la sua mente iniziò a viaggiare a mille. Allungò la mano per prenderlo.
Mancavano pochi centimetri all’impugnatura quando un forte rumore proveniente dal piano di sopra lo fece ritrarre velocemente. Ansioso, si girò lentamente aspettandosi di vedere qualcuno dietro di lui.
Così non fu, davanti a lui solo il semplice tavolo di vetro sul quale pranzava e cenava da quando era nato.
Le gambe gli formicolavano, doveva calmarsi. Decise comunque di andare di sopra per vedere cosa aveva provocato il rumore.
Arrivò davanti alle scale.
Paura.
Ne aveva tanta, ma sapeva, per rispetto di suo padre, che doveva salire. L’uomo era morto quando Jack aveva sei anni e l’ultima volta che ci parlò, gli diede il compito di prendersi sempre cura della madre. Era stato un genitore e un marito eccezionale, sempre al fianco del figlio e dell'amata moglie. Era un brillante meccanico, con l’officina nel centro della città. Ereditata dal padre, Robert l’aveva mandata avanti rifiutando sempre le offerte degli avvoltoi pronti a pagare grosse somme per accaparrarsi un locale nel centro di Sentils. Dalla sua scomparsa, l’officina era passata al fratello minore Din, che con grande orgoglio e fatica aveva deciso di mollare il suo vecchio lavoro d’ufficio per occuparsene. Jack lo aveva promesso al padre e anche se erano passati dieci anni, l'impegno preso era sempre vivo nel suo cuore.
Fece un gran respiro e cominciò a salire le scale che portavano al piano di sopra.
Ogni gradino su cui poggiava i piedi cigolava e quel semplice rumore, a cui il ragazzo era abituato, gli rimbombava nella testa.
Era sempre più spaventato.
Salì anche l’ultimo gradino e quel paio di minuti sembrarono un’eternità.
Jack accennò un passo, ma si bloccò prima di farlo. Vicino alla porta della sua camera c’era un foulard rosa. Non era di sua madre, almeno credeva. Decise di raccoglierlo.
S’inchinò, lo prese e lo esaminò.
Puzzava d’alcool, non un liquore, piuttosto quello usato per le pulizie.
A Jack non interessava il foulard, anche se era quasi convinto che non ci fosse quando se ne era andato. Si rispose che magari, preso dalla fretta di non perdere il bus, non lo aveva visto.
Decise di ispezionare la sua camera, entrò e il disordine che aveva lasciato era lo stesso.
Il pigiama era proprio arrotolato come l’aveva lasciato lui. Anche i calzini sporchi erano sul comodino sotto la lampada e il piccolo armadio di legno a due ante era aperto e in confusione come da una vita. La sedia d’ufficio con le quattro rotelle che usava per sedersi alla scrivania era ancora ricoperta dei vestiti che il giorno prima la madre gli aveva stirato e ordinato di mettere a posto. Tutto era esattamente al suo uguale.
«Che strano… Devo smettere di guardare certi film…» si disse sedendosi sul suo letto sfatto. Chiuse gli occhi, doveva scacciare dalla mente tutti quei pensieri.
La casa era vuota, non c’era motivo di preoccuparsi.
Si sdraiò completamente e appoggiò la testa sul suo morbido ed enorme cuscino.
Non si era ancora accorto che qualcuno lo fissava.
Mise le mani dietro la testa guardando il soffitto. Nell’angolo lontano, una grossa ragnatela gli ricordò di non averla ancora tolta. “Il ragno porta guadagno!” gli diceva sempre suo nonno quando, da piccolo, correva da lui piangendo per i diversi insetti presenti nella casetta vicino al lago. Grazie all’anziano, il ragazzo aveva combattuto quella terribile fobia che, per un ragazzino di campagna, non era certo il massimo.
Si era dimenticato di avere ancora in mano il foulard rosa. Lo fece scivolare sul cuscino senza accorgersene.
Mancava quasi un’ora all’arrivo di sua madre e lui doveva trovare ancora il modo di spiegarle il motivo per il quale aveva fatto tardi a scuola saltando così la gita che la donna aveva pagato anticipatamente.
Dopo pochi secondi però i suoi pensieri cambiarono e la figura di Stella apparve come un raggio di luce nella sua immaginazione.
Ormai era in uno stato di dormiveglia, l’unica cosa che lo teneva sveglio era il pensiero della ragazza della seconda B.
S’immaginava insieme a lei, abbracciati sotto un albero in fiore, soli. Le carezze, i sorrisi, gli sguardi. Infine un bacio.
Era una sensazione bellissima, le sue labbra accarezzavano quelle di Stella, le sue mani poggiate sui suoi fianchi sinuosi.
Il suo respiro addosso.
Non era del tutto addormentato, sapeva bene che stava solo volando con la fantasia, ma anche se non lo stava vivendo come un vero e proprio sogno, a lui bastava.
Appoggiò la guancia sul cuscino girandosi su un lato e l’odore dell’alcool gli diede la nausea. Fra la sua pelle e la federa c’era il foulard e storcendo il naso, decise di levarlo. Non ci riuscì. Il suo corpo, paralizzato.
Un secondo dopo, stava dormendo.
2
C’era di nuovo Stella. Gli sorrideva e lo salutava.
La ragazza era in un campo di grano e lo chiamava. Una brezza leggera gli accarezzava il viso e il cielo rossastro del tramonto faceva da sfondo.
Lui però stava fermo, quasi immobile.
Era felice di sentirla.
Stella era lontana, il giovane la intravedeva a malapena, abbagliato dagli ultimi riflessi del sole.
La ragazza continuava a chiamarlo sempre più intensamente, aveva una voce soave, tranquilla.
“Jack… Jack… Jack…”. Le parole si perdevano nell’aria che lo sfiorava, accompagnate da piccole e innocenti risate. I capelli si muovevano al ritmo del vento e le mani sfioravo lunghe spighe di grano duro. Era una splendida giornata, decorata dalla presenza della giovane che lo chiamava.
Un forte fischio e poi subito il silenzio.
Il sole scomparve improvvisamente dietro a un grosso banco di nubi apparse dal nulla. Una forte e improvvisa pioggia cominciò a cadere.
Le spighe di grano si piegarono come burro sotto quell'immane furia.
Jack, non riuscì più a vedere Stella.
L’acqua gli copriva la visuale.
Provò a raggiungere il punto in cui l’aveva vista per l’ultima volta, ma non ci riuscì.
No, non poteva lasciare che alla ragazza che amava succedesse qualcosa di male, doveva andarla a cercare.
Doveva.
Urlò il nome dell’amata a squarcia gola e all’improvviso, le gambe si mossero.
Non era più immobile, poteva correre, correre da lei.
Si gettò in mezzo al campo di grano. Non vedeva niente, ma sentiva ancora il richiamo della ragazza. Aveva ancora la voce serena e tranquilla.
I piedi gli bruciavano tantissimo, si fermò.
Solo allora si accorse di non avere le scarpe. Spostò un po’ più in su lo sguardo e capì che non aveva nessun altro indumento addosso.
Questo però non lo fermò, doveva trovare Stella. L’imbarazzo, per quanto forte, cedette all'istinto.
Ricominciò la corsa.
La voce sembrava più vicina a ogni passo.
Jack corse ancora più veloce. La milza non doleva più ormai, la fatica era diventata parte di lui, sua amica.
Il richiamo era assordante. Jack sorrise, avrebbe abbracciato la sua amata e non l’avrebbe più lasciata. Non importava il diluvio, non importava non avere vestiti, in qualche modo si sarebbe coperto. L’unica cosa importante era raggiungerla.
Le spighe di grano erano sempre più alte, ormai più di lui.
La pioggia cessò all’improvviso. Tutt’intorno i danni della tempesta. Svariate spighe piegate a forza dalla pioggia galleggiavano spezzate nelle pozzanghere. Con i piedi immersi nel fango, scrutò affannato in ogni dove.
Jack corse ancora, ormai mancava poco.
Intravide una candida mano spuntare in mezzo alle spighe. Accelerò e la prese. Il contatto fu flebile.
Il campo di grano finì improvvisamente. Ora, aveva il vuoto sotto di lui.
La mano era scomparsa così com’era apparsa.
Stava precipitando nel vuoto più assoluto.
Il richiamo della giovane ora si era trasformato in un forte pianto, acuto e assordante.
Stella singhiozzava e lo chiamava.
Lui non poté far nulla, se non precipitare.
Ricominciò a piovere.
Sotto di sé il vuoto. Voleva urlare.
Le labbra, serrate come una cassaforte.
Il suo destino, quello di continuare a cadere per l’eternità in preda al panico nel buio più profondo.
3
Il ragazzo aprì gli occhi spaventato alzandosi di scatto con il braccio destro proteso in avanti.
La maglia indossata, completamente sudata. La testa girava.
“È stato solo un brutto sogno.” si disse alzandosi dal letto.
Si guardò attorno spaesato.
Il suo corpo, provato come se avesse compiuto veramente le fatiche sognate.
Prese il cellulare dalla tasca posteriore dei jeans e guardò l’ora.
Era mezzogiorno.
Sua madre doveva essere già arrivata da più di due ore.
Strano che non lo avesse svegliato urlandogli contro perché non era andato di nuovo a scuola.
Decise comunque di non scendere subito.
Doveva lavarsi, era diventato un tutt’uno con gli indumenti che indossava.
Entrò nel piccolo bagno della sua camera e levatosi le vesti bagnate, aprì l’acqua per immergersi completamente.
Era un getto bollente, ma lui non lo sentì. Tra i vapori dell’acqua che in pochi secondi invasero il bagno, ricominciò a pensare a Stella. Quella, la prima volta che gli appariva in sogno.
Era stranito.
L’acqua continuava incessante e il corpo era tranquillo.
Jack guardò il regolatore dell’acqua. Si stupì.
Di solito si lavava con l’acqua tiepida se non fredda, soprattutto nelle giornate di sole calde come quella. Il caldo non lo sopportava.
“Si sarà rotto il regolatore.” pensò passandosi le mani tra i folti capelli neri. Restò immobile ancora per diversi minuti, fisso nei suoi pensieri. Chiuse il rubinetto e intorno a lui, i vapori acquei quasi gli impedirono di vedere dove mettere i piedi. Senza accorgersene era rimasto sotto la doccia per più di mezzora. Si sentiva strano. Non sapeva decifrare quel che provava.
Uscì dalla doccia, si asciugò velocemente e ritornò in camera sua per vestirsi.
Si accorse che il pigiama che usava gli era piccolo e decise di chiedere a sua madre se nel pomeriggio sarebbero potuti andare al centro commerciale per comprarne uno nuovo.
Ottima scusa.
Sapeva che con qualche bacio la donna poi gli avrebbe comprato altri capi.
Uscì dalla camera.
La casa era avvolta dal silenzio.
“Strano.” pensò il giovane. Poi scese le scale.
Nel salotto non c’era nessuno e guardandosi intorno spaesato vide la borsa della madre sul grazioso tavolino di cristallo che separava la televisione dal divano.
Si diresse verso la cucina, sicuramente la donna era impegnata ai fornelli.
Ma anche quella stanza, vuota. Confuso, fece per uscire quando un particolare attirò la sua attenzione.
Il coltello non era più vicino al lavandino.
“Lo avrà ritirato mamma.”
Se lei in casa non c’era forse era nel giardino, luogo dove passava molto tempo.
Uscì dalla piccola porta della cucina che si affacciava sul loro modesto terreno.
Anche lì però, non c’era nessuno.
Rientrò in casa turbato. Quella che stava vivendo era la giornata più strana di tutta la sua vita.
Andò in salotto e si mise nuovamente a guardare la televisione sul divano. L’effetto rigenerante della doccia lo aveva rilassato e poggiandosi sui grossi cuscini, sentì la stanchezza, più che altro mentale, abbandonarlo lentamente. Era piacevole.
L’attenzione cadde sul tavolino di cristallo.
Il piano su cui poggiava la borsa di pelle nera della madre era sporco. Uno strano liquido rosso scuro, a delimitarne i contorni.
Si alzò velocemente dal divano e lo andò a esaminare.
“Sangue.” pensò terrorizzato.
La fronte iniziò nuovamente a gocciolare. Il cuore scoppiava nel petto quasi volesse liberarsi delle carni che lo proteggevano. La testa girò vertiginosamente. La piacevole sensazione di relax provata poco prima, svanita.
L’unica stanza che non aveva ispezionato era quella della madre.
Si fiondò di sopra facendo le scale due a due, svoltò a sinistra nello stretto corridoio e aprì la porta. Quello che vide lo tranquillizzò all’istante.
La donna era sotto le coperte.
“Sta dormendo …”. Era ancora spaventato.
«Mamma … mamma svegliati, dobbiamo pranzare.» disse il giovane sorridendo e pensando già a come salvarsi da una sicura punizione per aver marinato la scuola.
Dalle dolci labbra, nessuna risposta.
Jack si avvicinò e le scosse dolcemente il capo ripetendole la frase.
Nulla.
La madre non si mosse.
Un pensiero cupo lo avvolse.
“No, non può essere…”, tremò vistosamente.
Levò velocemente il piumone dal corpo della donna senza pensarci.
Lo scenario che gli si presentò davanti agli occhi fu macabro.
Il ventre della donna era aperto completamente lasciando così alla vista le viscere e gli organi interni.
Jack vomitò istantaneamente sul pavimento e le lacrime cominciarono a uscire inarrestabili.
Sua madre era morta, assassinata.
Le lenzuola, completamente sporche di sangue, l’avvolgevano. Solo il viso era pulito, limpido e candido come quando dormiva.
Il tempo si fermò.
Ogni singolo movimento del ragazzo rallentò. La stanza girava intorno.
Provò a urlare, ma non ci riuscì cadendo poi a terra privo di sensi e con la bocca piena di saliva.
Quando riaprì gli occhi, il corpo della madre era sparito. Restavano le lenzuola piene di sangue a testimoniare che quello a cui aveva assistito prima non era stato solo un bruttissimo incubo.
Cercò di alzarsi ma non ci riuscì, ancora bloccato sul pavimento immerso nel suo stesso vomito.
Urlare gli fu impossibile e con le tempie in fiamme, svenne di nuovo.