Kitabı oku: «Lo Spirito Del Fuoco», sayfa 19

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Le guardie li avevano riportati, a suon dei consueti spintoni, nella loro umida e sudicia cella. Appena rimasti soli, il folletto, uscito finalmente dal mantello, fece apparire la sua sfera luminosa.

Sconvolto terribilmente, Jack ancora tremava. Quella, la peggior giornata della sua vita. Impotente, aveva assistito alla morte di due creature che, per quanto non umane, erano comunque sempre esseri viventi. Certo, la prima aveva cercato di massacrarlo e ucciderlo e lo stesso aveva provato a fare il colosso con i suoi compagni. Ma nonostante quello, le loro esecuzioni lo avevano scioccato tremendamente. Tra le sue labbra e tra un dente e l'altro, ancora i residui della sabbia dell'arena.

Accorgendosene sputò d'istinto, cercando con la lingua di togliere fino all'ultimo granello. Per quanto stranamente insapore, la sabbia gli lasciò un terribile gusto di morte nel palato. La sua mente, traumatizzata, di certo non lo stava aiutando.

Aveva anche combattuto per la prima volta, o così aveva memoria, e in un modo che mai si sarebbe potuto immaginare.

Ora, a distanza di ore e con l'adrenalina al minimo, il suo corpo doleva.

Insistenti, invadenti e dolorosi, i lividi gli contorsero il viso in una decisa smorfia.

«Cerca di non pensarci. Svuota la mente e rimuovi ogni cosa.» gli consigliò Santos guardandolo con fare paterno.

Il ragazzo annuì. L'astro aveva ragione, continuare a pensarci non l'avrebbe fatto di certo stare meglio.

Anche i suoi custodi erano usciti malconci dall'incontro e, con i corpi ricoperti di graffi e contusioni, si sedettero entrambi a terra con la schiena poggiata contro la parete. Jack li imitò, lasciandosi quasi cadere ormai sfinito. Il contatto con la fredda e umida roccia non lo disturbò, anzi, gli provocò un senso di piacere e di sollievo. La sua schiena, ricoperta da diversi lividi, ringraziò quella scelta appiattendosi il più possibile contro la parete.

Tra i due, Gabriel sembrò quello messo peggio.

Le carnose labbra, di una tonalità leggermente più scura della pelle, sanguinavano ancora. Dal naso, un filo di sangue scendeva morbido andandosi a unire a quello presente sulla bocca. Di un violaceo quasi nero, il grosso livido che gli ricopriva il volto, dal mento alla parte più alta del piccolo naso leggermente all'insù, si stava annerendo ogni secondo di più trasformando il suo viso in una grossa chiazza corvina.

Aveva dovuto far fede a tutte le sue ultime energie per sconfiggere l'avversario. Ora, prosciugato totalmente e senza forze, cercò di ritrovare un equilibrio mentale in grado di donargli un po’ di quiete. Aveva rischiato di morire, non per i colpi seppur letali ricevuti, ma per il totale dispendio di energie. Quell'infame stregone si era impegnato per farli uscire sconfitti, ma grazie al loro grande orgoglio e alla assidua tenacia, l'avevano scampata.

Come l'amico, anche Santos aveva raggiunto il limite e, alzatosi l'ormai logora stoffa bianca che gli avvolgeva il corpo dal bacino al collo, si massaggiò delicatamente l'addome dove un grosso ematoma dalle svariate sfumature rossastre e violacee regnava incontrastato. Quello, il doloroso ricordo dell'immane pugno ricevuto dal gigante delle paludi e con il quale avrebbe dovuto convivere per molteplici giorni.

Il silenzio regnò per diversi minuti. Nessuno dei tre aveva le forze per intraprendere qualsiasi tipo di discorso.

«Avete rischiato seriamente la vita, tutti e tre. Dobbiamo andarcene e al più presto!». Boris, che dal loro ingresso nella cella aveva provato a mordersi la lingua per lasciare un po’ di tregua ai tre compagni, non resistette un secondo di più dando sfogo ai suoi pensieri.

«Quel che dici è vero, ma per ora, non possiamo far altro che aspettare il momento giusto per fuggire. Cercare di scappare in questo momento sfondando la porta ci porterebbe solo a una più veloce fine. Dobbiamo resistere, pazientare e, quando ci si presenterà l'occasione, sparire il più in fretta possibile» gli rispose l'astro contorcendo visibilmente le labbra dal dolore.

«In queste condizioni e con questi collari al collo saremo morti ancor prima di oltrepassare il primo corridoio» continuò Gabriel malinconico.

«Allora ve li toglierò io!», così dicendo, il folletto si parò davanti al suo amico dalla pelle olivastra e senza dargli modo di rispondere, sprigionò un incantesimo dalla sua piccola bacchetta magica.

Il risultato però non fu quello aspettato e, quasi a riflettergli il proprio colpo, il collare ribatté la magia contro di lui facendolo rotolare all'indietro fino alla parete opposta.

«È inutile, ti farai solo del male», continuò l'astro preoccupato per il piccolo amico.

«Lurido stregone, la pagherai!» minacciò il folletto ancora intontito per le molteplici capovolte appena fatte.

«Allora troveremo il modo di liberarvi da questi cosi una volta scappati. Non possiamo restare, moriremo!», insistette nervoso il re delle terre dell'Ovest.

«Il male è sulle nostre tracce, ricordalo. Ora come ora siamo troppo vulnerabili.» gli ricordò Santos.

Boris non stava dicendo delle fesserie, lo sapeva bene. Per quanto avrebbe voluto portare Jack fuori da lì il prima possibile, in quel momento nessun piano a cui aveva pensato li vedeva liberi ma sopratutto vivi.

«Dobbiamo avvicinarci il più possibile al mago e ucciderlo!», s'intromise Gabriel deciso.

«Come potete uccidere un mago così potente usando meno di un quarto delle vostre forze? È un suicidio! Per non contare le centinaia di guardie e gli dei solo sanno quali altre creature che abitano questo luogo. Dobbiamo scappare al più presto, senza farci scoprire e dopo pensare a come liberarvi da quei collari». Boris non mollava, voleva mettere al sicuro il ragazzo. Prima di ogni altra cosa contava la sua salute.

«Sono d’accordo con Gabriel. Dobbiamo sbarazzarci dello stregone. Solo in questo modo riusciremo a riavere le nostre forze. Così non siamo in grado di proteggere Zeno e tanto meno noi stessi». Con quelle parole, l'astro fece intendere al piccolo amico che il discorso era terminato e di non insistere ulteriormente.

Boris, che lo conosceva bene, capì e con gli occhi al cielo sbuffò per poi sedersi su un piccolo sasso in un angolo massaggiandosi nervosamente la folta barba grigia.

«Fate voi!» bisbigliò ormai arreso.

Jack ascoltò senza intromettersi. Voleva scappare il prima possibile, ma le parole dei suoi compagni erano giuste e tentare di fuggire per poi morire non aveva alcun senso.

Nella sua mente, rimbombavano forti le parole dell'astro. Il male era sulle loro tracce, lo aveva chiaramente ammesso pochi istanti prima il suo maestro. Come avrebbero potuto sopravvivere? A quanto appreso, le cose erano due, morire trucidato da qualche strana creatura nell'arena, o essere raggiunti dagli individui sulle loro tracce e fare la medesima fine.

Improvvisamente gli vennero in mente le immagini del primo incontro con il Trokor.

In quell’occasione, Santos aveva rischiato di perdere la vita nel tentativo di salvarlo. Era successo tutto così in fretta.

Il bosco, l’incontro con l’astro, tutte quelle storie così assurde sul suo destino, l’incredulità e lo stupore. Poi, quell’essere spaventoso, il terrore e la fuga all’ultimo secondo. Nel ripensarci, si strinse contro la parete della cella. Quel giorno aveva corso come non mai vedendo il suo maestro spaventato come non lo aveva più visto. Quella creatura maligna non doveva trovarli per nessuna ragione e quel posto, per ora, era il luogo più sicuro almeno fino a quando i suoi due protettori fossero rimasti schiavi di quei maledetti collari magici. Stare lì, rinchiusi in quella sudicia cella, li avrebbe messi sì di fronte a diversi avversari, ma di certo meno pericolosi di quelli che li cercavano per i dieci pianeti della Grande Costellazione. Non avevano scelta, dovevano sopravvivere e la luce in fondo al tunnel non si vedeva affatto. Di fronte a lui, si proiettava solo più un'ombra, quella della morte.

Jack si addormentò poco dopo, sotto gli sguardi dei suoi compagni di viaggio. Tutti e tre poi, con un ultimo sguardo, si diedero la buona notte e Boris, con il solito movimento della bacchetta, fece affievolire la sfera di luce fino a farla scomparire definitivamente, lasciando nuovamente la cella al buio. Il tenero russare del folletto accompagnò il sonno di tutti, che a causa delle enormi fatiche compiute quel giorno, si addormentarono all'istante in cerca di pace.

«Sveglia, ragazzo!» gli urlò Boris burbero, in piedi sul suo petto.

Jack aprì gli occhi assonnato.

«Cosa succede?»

«Nulla, ed è proprio questo che ci preoccupa» rispose Gabriel poggiato alla parete di fronte a lui.

Santos era in piedi, orecchio sulla porta, impegnato a carpire ogni singolo rumore. Era mattina inoltrata ormai e nessuno si era ancora fatto vivo.

Provato più che mai, Jack aveva dormito diverse ore dopo il risveglio dei suoi amici.

Lui non era un guerriero, non aveva passato la vita a combattere. Era un semplice terrestre. Le uniche fatiche erano gli allenamenti in palestra. Non avrebbe mai pensato di ritrovarsi in un’arena costruita dentro una montagna a combattere contro una creatura sconosciuta per salvarsi la vita.

Nel sentire il forte rumore del suo stomaco ormai a digiuno da giorni, si strinse l'addome con le braccia nel tentativo di combattere la fame.

«Tieni ragazzo, ce ne sono ancora una decina, mangiali» gli disse Santos porgendogli la piccola sacca, ormai quasi vuota, di semi di Rios.

Dopo averla afferrata con ferocia, Jack si bloccò.

«E voi?»

«Non preoccuparti, mangia, noi non patiamo!», lo rassicurò il maestro sorridendogli.

Impareggiabili, unici, solo così poteva definire i suoi tre compagni di viaggio ormai suoi amici.

Avrebbe voluto esser forte come loro, resistente e coraggioso. Tolte le sue discrete abilità combattive apprese sulla Terra non aveva altre qualità che lo distinguessero se non la debolezza.

Nel pensare agli allenamenti di arti marziali, gli si strinse il cuore. Gli vennero in mente sua madre e Max e come si fossero sentiti dopo la sua improvvisa scomparsa. Si ricordò di aver lasciato l’amico nella piazza di Sentils per andare nel bosco dal quale poi non aveva più fatto ritorno. Chissà quanto dolore provato dalle persone a lui care, quante domande senza alcuna risposta.

Pensò che la notizia della sua scomparsa avesse raggiunto ormai anche i banchi di scuola e, in un turbinio di emozioni improvvise, si chiese come avesse reagito Stella, la ragazza amata, la bella e imprendibile da sempre lontana da lui.

Alzò lo sguardo al soffitto per non far uscire una lacrima e con un forte sospiro si tirò su leggermente cercando di nascondere il suo stato d’animo. Sapeva che non poteva tornare indietro, che aveva un destino da compiere e che non sarebbe stato affatto facile. Ma non poteva mollare, perché arrendersi significava la fine di tutto. Il male non poteva vincere e lui doveva impedirlo. Se lo ripeteva dall'inizio, più volte al giorno, nella speranza di rendere quelle lontane convinzioni reali e poter così tornare alla sua vita.

Grazie a quei pensieri dedicati alle persone più importanti, si riprese deciso a vender dura la pelle. Per quanto senza luce, avrebbe percorso quel tunnel sconfiggendo l'oscurità.

Affamato, divorò in un sol boccone la decina di semi e subito, il suo stomaco lo ringraziò. Per quanto piccoli, gli giovarono donandogli energie e alleviando i forti crampi dovuti al digiuno.

«Arriva qualcuno…», Santos si allontanò dalla porta.

Pochi secondi dopo, quest’ultima si aprì di colpo cigolando rumorosamente.

«Fuori!», tre cartni, lame alla mano, erano venuti a prenderli.

Jack si tirò su terrorizzato. Non voleva tornare nell’arena, non voleva combattere ancora. Sperò di non doverlo più fare e di non assistere più a quelle macabre esecuzioni. Il sapore della morte gli ritornò in bocca nauseandolo. Voleva che i suoi maestri riuscissero a liberarsi dei collari il prima possibile così da poter scappare senza dover più combattere contro chissà quale creatura. In una frazione di secondo, come di consuetudine, la sua determinazione stava vacillando fortemente risucchiandolo in un vortice di ansia e di paura.

Scosse il capo con decisione.

Si sentì uno stupido e un vigliacco. I pensieri incoraggianti avuti pochi istanti prima erano svaniti come fumo nel vento alla vista di quelle orribili guardie deformi. Non poteva essere succube delle sue paure e, deciso a combatterle, si alzò sotto la minaccia dei cartni.

Abile nel leggere gli stati d'animo degli individui, Santos percepiva ormai da giorni la sua lotta interiore tra paura e determinazione e, facendo finta di nulla, spostò nuovamente lo sguardo verso le abnormi creature.

Boris, che non aveva avuto modo di saltare nella tasca del mantello, si era appiattito in tempo contro la parete, nascosto da un piccolo masso.

Poggiando una mano sulla spalla del giovane dopo essersi alzato, Gabriel lo invitò a uscire seguendo l’astro che già si trovava nel corridoio in compagnia delle guardie.

Usciti dalla cella i tre si misero in fila indiana seguiti e preceduti dai cartni. Il bestione davanti si mosse e così tutto il gruppo.

Jack, a testa bassa, si incamminò, rassegnato e spaventato cercando di trovare in cuor suo il coraggio di cui aveva bisogno.

La guardia però imboccò un altro cunicolo laterale, modificando così il percorso fatto il giorno prima. Accorgendosi del cambiamento, il ragazzo alzò il capo nel tentativo di capire dove li stessero portando.

I due maestri camminavano tranquilli, senza lasciar trasparire la minima emozione. Li ammirò per qualche istante, invidiandone il sangue freddo.

Il cunicolo in cui si ritrovarono, a differenza di quello che portava nell’arena, presentava pareti più larghe e un soffitto più alto. La paura comunque non sparì, perché qualcosa stava per succedere e non saperlo non era affatto rassicurante.

Dopo aver svoltato e risvoltato ancora in diversi cunicoli, il gruppo si trovò davanti a una grossa e malandata porta in legno massiccio.

La guardia si arrestò e bussò con decisione. Sulla porta, lo stemma di una spada e di un braccio muscoloso incrociati fra loro misero ancor più ansia al giovane che, per quanto cercasse di farsi forza, non riuscì a trovare un equilibrio interiore.

Attimi di pura convinzione, accompagnati da un forte coraggio, si alternavano ripetutamente ormai da tempo con quelli in cui l'ansia e il terrore lo paralizzavano rallentandogli il cammino.

Dopo pochi secondi le porte si aprirono dall’interno spinte da altre due guardie che, vedendo i tre malcapitati, scoppiarono in una forte e sonora risata sbavando come animali.

Davanti a sé, Jack si trovò un’immensa sala, anch’essa scavata nella roccia.

Dalle altissime e spigolose pareti, la zona si districava disordinata, divisa qua e là da grosse e abbozzate colonne.

Come nei corridoi, anche lì l'umidità era forte, favorendo così la diffusione delle muffe che, praticamente ovunque, si erano impossessate delle pareti.

Gabriel sorrise.

All’interno, numerosi guerrieri dalle razze diverse erano impegnati negli allenamenti in svariati e approssimativi ring delimitati solo da piccoli pali di ferro arrugginiti e taglienti collegati da sudice e ammuffite corde.

Jack sgranò gli occhi nel vedere così tanti schiavi e nel capire che erano in molti a dover combattere per aver salva la vita, deglutì nervosamente.

Oltre al forte odore di muffa, a riempirgli le narici si aggiunse un deciso tanfo di sudore misto a sangue. Sparse disordinatamente, chiazze di sangue recenti e altre incrostate ormai da tempo condivano quel luogo.

«Passerete qui la giornata. Non create problemi!» urlò una delle guardie uscendo, seguita dalle altre richiudendosi la porta alle spalle.

Oltre agli schiavi, rimasero solo più quattro grossi cartni a osservarli.

Due all’ingresso e altri due al fondo della sala.

Jack si sentì spaesato. Lì dentro c’erano guerrieri ovunque, ognuno appartenente a chissà quale razza. L'unica nota triste che li accomunava era il collare magico al collo e il non averlo lo sminuì ancor di più. Non era considerato un vero guerriero, un individuo pericoloso e dall'energia da limitare, quasi a fargli capire che già si sapeva che non avrebbe avuto vita lunga in quel luogo.

I due maestri si avviarono verso il centro della sala dove un grosso tavolo in legno avrebbe fornito loro un punto comodo per sedersi e osservare al meglio ogni cosa. Convinti di essere seguiti dal loro protetto, camminarono veloci senza fermarsi. Nessuno diede importanza ai tre nuovi arrivati ma Zeno, se pur intimorito, si fermò quasi affascinato da quell’ambiente. Quattro nani, in fondo alla sala, si stavano allenando, sanguinanti, nel corpo a corpo combattendo senza tregua. Poco lontani, altri due energumeni, che il giovane non riuscì a identificare, erano impegnati in un combattimento con i bastoni.

Poi, il suo sguardo si posò su un grosso nano dalla barba e dai capelli rossi come il fuoco. Solo, seduto su una sporgenza rocciosa di una parete, era lì, immobile a fissare il terreno.

Jack lo fissò per diversi secondi affascinato dalla sua mole che, per essere un nano, era davvero impressionante.

Il giovane non si era trovato di fronte moltissimi nani da quando tutto era cominciato, ma quelli che aveva visto fino a quel momento non potevano assolutamente reggere il confronto. Neanche i quattro che si stavano allenando in fondo alla sala, per quanto muscolosi e pieni d’energia, si avvicinavano alle sue dimensioni.

Una leggera armatura in cuoio gli copriva il corpo, lasciando comunque scoperte le possenti braccia segnate da molteplici cicatrici. Accanto a sé, poggiata anch’essa al muro, una grossa ascia riposava tranquilla. Jack si bloccò fisso sull’arma. Sporca e scheggiata, emanava una potenza straordinaria, degna appunto di un guerriero spaventoso e possente come quel nano.

Il ragazzo non riuscì a togliere lo sguardo da entrambi per qualche minuto, fin quando, come se si fosse sentito quasi toccato dal giovane, il guerriero alzò improvvisamente lo sguardo incrociando il suo. Jack trasalì e in una frazione di secondo lo distolse. Gli occhi del nano, di un'arancione intenso costellato da ambrate sfumature, lo avevano fulminato trasmettendogli puro terrore.

Solo allora si accorse di non essere più al fianco dei suoi due maestri e spaventato cominciò a guardarsi intorno nel tentativo di trovarli. Si girò di scatto per accertarsi che non fossero alle sue spalle ma, nel farlo, perse l’equilibrio rischiando di cadere al suolo. Per non rovinare a terra, finì addosso a un grosso bestione dalla nuca rasata e ricoperta di strani tatuaggi. Quest’ultimo, infastidito, si girò verso Jack braccio alzato e pugno chiuso, pronto a fargliela pagare.

Da lontano, Santos, che aveva individuato Zeno, scattò per salvarlo.

Senza pensarci su, il bestione caricò il pugno pronto a frantumargli il viso.

Jack si bloccò terrorizzato chiudendo gli occhi, aspettando di sentire le nocche di quella grossa mano colpirgli il volto. Ma nulla lo colpì. Ancora spaventato, il giovane aprì un occhio. Solo allora capì quel che era successo. Un piccolo braccio, nero e definito, aveva afferrato il polso dell’aggressore bloccandolo. Rosso in viso dallo sforzo, il bestione cercò di far forza e liberarsi dalla presa senza però riuscirci. Jack seguì quel braccio che tanto piccolo non era se non paragonato a quello del suo aggressore. L’arto apparteneva a un alto ragazzo dalla pelle scura, dai lineamenti del viso morbidi e dagli occhi neri come la notte. Con lo sguardo penetrante fisso negli occhi dell’energumeno, il ragazzo dalla pelle scura non sembrò minimamente affaticato nel trattenere quel braccio così muscoloso quanto voluminoso. Al contrario, il suo non era particolarmente grosso, ma decisamente più definito, così tanto che Jack riuscì a vedergli chiaramente le vene e i nervi in tensione.

«È ora che prosegui per la tua strada!» ordinò il ragazzo dalla pelle scura.

Non avendo potuto contrastare la presa del ragazzo, il bestione si girò rassegnato lanciando un’ultima occhiata minacciosa a Jack che subito si strinse su se stesso.

L'aggressore se ne andò a passi lenti verso un angolo della sala, dove enormi pesi in ferro lo aspettavano per l’allenamento quotidiano.

«Brutta rogna, caro mio. Quello ti avrebbe rotto il muso per bene, la prossima volta stai più attento o non durerai molto in mezzo a questi bestioni», gli sorrise il ragazzo guardandolo diritto negli occhi.

Jack non rispose, la paura non era ancora andata via del tutto.

Immobile e in silenzio, lo fissò.

Più alto di lui di una ventina di centimetri e dalla strana capigliatura, il suo salvatore aspettava una risposta.

Piccole trecce scendevano disordinate fino a metà del collo, terminando in minuscole e scintillanti palline colorate.

«Ah questi?» aggiunse toccandosi i capelli percependo la curiosità del piccolo elfo.

«Sono delle trecce, è la capigliatura tipica della mia tribù».

Jack non rispose nuovamente, imbarazzato e ancora timoroso. Il suo interlocutore, infatti, pochi istanti prima aveva allontanato e bloccato con un solo braccio un energumeno se non il doppio quasi il triplo di lui, ordinandogli di andare via.

«Io sono Abù, scusa la mia maleducazione», gli sorrise ancora il giovane mostrando una dentatura perfetta e brillante.

«Io sono Jack, grazie per quello che hai fatto» disse questi tutto d’un fiato rilassandosi leggermente.

«Sei nuovo, vero? Come sei finito nelle mani di Xeng Mang?» domandò Abù continuando a sorridere.

Nel frattempo Santos, che si era lanciato nel tentativo di salvare il suo protetto, si era fermato a osservare la scena, conscio del fatto che il ragazzo con il quale Jack stava parlando non rappresentava una minaccia.

Il suo istinto non si sbagliava mai sul valutare gli individui e il sorriso genuino del giovane dalla scura pelle confermò i suoi pensieri. Per quanto avesse voluto andar dal suo protetto per accertarsi che tutto fosse a posto, si trattenne. Anche Jack aveva bisogno di scoprire il mondo intorno a lui e parlare con un ragazzo poco più grande gli avrebbe solo giovato.

Il giovane terrestre annuì con il capo non riuscendo a dar voce ai suoi pensieri.

«Siamo di poche parole, eh?», scherzò il ragazzo di colore colpendolo alla spalla con un leggero e amichevole pugno.

Jack sorrise. Quello strano individuo lo divertiva, sia per il suo aspetto stravagante, sia per il suo carattere socievole.

«Ma come hai fatto?», si sbloccò prendendo sicurezza.

«A far cosa?»

«A bloccare quel bestione con un solo braccio», continuò Zeno incuriosito.

«L’ho semplicemente bloccato, amico. Non ho fatto nulla di strabiliante. Se non l’avessi fatto, a quest’ora saresti a terra, privo di sensi e con il viso tumefatto. Come ogni bestione che si rispetti, anche quello che ha provato ad aggredirti non gode di una spiccata intelligenza e ti avrebbe rovinato se non ucciso a suon di pugni anche solo per averlo urtato accidentalmente» rispose Abù indicandogli due piccole sedie in legno appoggiate su una parete alle loro spalle e invitandolo a sedere.

Ormai tranquillo, Santos decise di tornare da Gabriel lasciando così modo al suo protetto di parlare liberamente con l'indigeno proveniente sicuramente da qualche tribù.

Nonostante ciò, si sedette anche lui sul tavolo in legno vicino al suo amico con lo sguardo puntato comunque verso Jack. Non poteva permettersi in alcun modo di perderlo di vista. In fin dei conti erano circondati da svariati ceffi pericolosi e senza scrupoli.

«Forte il ragazzo dalla pelle scura», ironizzò Gabriel.

«Già, ho notato anche io la facilità con la quale ha bloccato l'energumeno.»

«Deve appartenere a chissà quale tribù indigena», continuò l’urano.

Santos confermò con un cenno del capo, ritornando con la mente all’accademia del Consiglio. Si rivide con quel suo lungo mantello blu, impegnato a correre, libri in mano, da un’aula all’altra per non fare tardi alle lezioni.

Sorrise in memoria di quei tempi lontani, dove tutto era ancora un gioco e dove le difficoltà e le paure erano solo scritte sui grossi tomi scolastici.

Gli venne in mente poi quella lezione di antropologia tenuta da quel professore dal nome impronunciabile e perciò dimenticato.

“Popoli di grandi guerrieri gli indigeni. Sui pianeti della Grande Costellazione, molte tribù vivono nei luoghi meno ospitali e accessibili. Queste popolazioni differiscono tra loro per aspetto. Il colore della pelle, i lineamenti del viso e del corpo, la lingua, le usanze, tutte diverse le une dalle altre. Esse sono unite da un unico sentimento comune, il rispetto della natura. Tribù delle foreste, delle montagne e dei deserti sono alcune tra le più conosciute. Popolazioni comunque isolate dal resto dei mondi e per questo uniche e avvolte da antichi misteri”.

Quanto parlava quel professore dalla lunga e affusolata barba bianca.

Quella mattina, un alunno del primo anno, nel sentire la spiegazione si era lasciato scappare una piccola risata, che esprimeva tutta la sua discriminazione verso quelle tribù per lui insignificanti.

“Attento a non farti mai scappare un ghigno del genere davanti a un membro di una tribù, giovane sciocco. La loro forza può portarti alla morte così velocemente che non potrai avere il tempo di accorgertene. Mai, mancare di rispetto a un indigeno, mai se si vuole rimanere in vita”.

L’astro rimase fisso sulla marmaglia di guerrieri impegnati negli allenamenti ma con la mente indietro di una vita. Si domandò, con ritegno, quale sorte fosse capitata a quell’odioso ragazzino del primo anno così tanto stupido.

Jack non era più in pericolo, ma non grazie a lui. Nuovamente, non era riuscito a proteggerlo, venendo meno al suo compito primario. Per lui, l'ennesimo fallimento. Ora i ricordi passati avevano lasciato il posto a una fastidiosa e logorante frustrazione. Se Zeno non si sentiva in grado di adempiere al suo destino, anche per l'astro non era così diverso. Per lui però, non era un qualcosa predetto dalle sacerdotesse di Numit. Gli era stato affidato un compito dai suoi superiori, niente di più. Se si trovava lì era appunto per una pura scelta e, nel pensare e ripensare alla loro situazione, neanche poi così giusta… Che il Gran Consiglio degli astri avesse sbagliato ad affidare l'incolumità del salvatore proprio a lui? Era riuscito a mettere in pericolo la vita del suo protetto più e più volte in pochi giorni e con estrema facilità.

Affranto da questi terribili pensieri, Santos scosse nervosamente il capo cercando di scacciarli il più lontano possibile e, sbattendo con decisione la mano destra sulla spessa lastra di legno del tavolo, si alzò scrocchiandosi il collo.

«Forza, alleniamoci!» furono le sue parole.

Gabriel, ancora con gli occhi fissi sull'indigeno, saltò giù al volo senza farselo ripetere due volte. L'amico dalle dita affusolate lo aveva anticipato di pochi secondi.

Era conscio del malumore dell'astro e, con un sorriso beffardo, si scrocchiò tutte e dieci le dita delle mani in modo spocchioso facendo così spuntare un lieve sorriso sulle sottili labbra del compagno di mille avventure. Tra loro, una sana e decisa competizione nata in tenera età e destinata a durare in eterno.

Senza dargli il tempo di accorgersene, Gabriel partì all'attacco. Questa, una delle sue migliori abilità, l'effetto sorpresa.

Santos schivò al pelo il primo pugno e da subito iniziarono a darsele di santa ragione in un piccolo spazio ritagliatosi tra il grosso tavolo e un paio di brandine lerce schiacciate contro una delle irregolari pareti della sala.

In men che non si dica lo scontro attirò le attenzioni di diversi guerrieri che, incuriositi, smisero di allenarsi creando un cerchio intorno a loro.

I due maestri non sembravano affatto in allenamento e a suon di colpi roteavano in ogni direzione per poi ripartire all'attacco.

«Te l'hanno risparmiato, vedo» disse Abù toccandosi il collare magico.

Istintivamente, anche Jack si toccò il collo e, con lo sguardo rivolto verso il basso, alzò le spalle scuotendo il capo.

«Penso non abbiano visto una minaccia in me» rispose dopo alcuni secondi, sentendosi in difetto.

«Guarda quei due come se le danno!», cambiò discorso Abù, attratto dalle urla degli spettatori ormai numerosi.

Al centro, Jack intravide in un turbinio di calci e pugni i suoi due maestri.

Sorrise.

«Sono i miei mae…», si interruppe in tempo nella speranza che il giovane dalla pelle scura non avesse sentito.

«Compagni di viaggio!», riprese facendo finta di nulla.

Fortunatamente, il suo interlocutore non fece caso alla sua interruzione, attratto decisamente dalla scontro.

Jack non poteva permettersi in alcun modo di svelare la loro vera identità o qualsiasi altra informazione. Santos era stato chiaro. In alcun modo nessuno doveva venire a conoscenza della loro missione o dubitare minimamente di qualsiasi cosa. La posta in palio era troppo grande per mandare tutto all'aria e, sentendosi un vero stupido, si morse la lingua irato con se stesso.

Dall'altra parte della sala, i due maestri continuavano, colpo su colpo, il loro pseudo allenamento che, agli occhi del giovane, sapeva più di un puro e semplice sfogo.

L'unico a non prestare minimamente attenzione allo scontro fu il grosso nano dai capelli color fuoco.

Jack lo notò nuovamente proprio per questo motivo e, nel fissarlo ancora una volta, si accorse di una cosa che catturò totalmente la sua curiosità.

Proprio come lui, anche l'imponente nano non aveva il collare limitante al collo. Sgranò gli occhi incredulo.

Se lui, con il suo esile corpicino e la giovane età non aveva spinto Mang e Zacaria a decidere di limitargli le energie con il collare, per il nano quale incomprensibile motivo c'era sotto?

Di certo, non poteva essere la forza che, per quanto immobile e assente dal resto dell'ambiente che lo circondava, emanava costantemente.

Sorridente, Abù si alzò dalla piccola sedia in legno e con ammirazione si avviò verso i due amici.

Ancora rapito dal nano, Jack si affrettò a raggiungere il ragazzo vedendolo già a metà della sala.

Questa volta, fece attenzione a ogni singolo passo. Tutto voleva, tranne che far adirare un altro energumeno.

I due si fermarono vicino a una grossa e tozza colonna scavata nella roccia dalla quale la vista dello scontro gli fu finalmente pulita.

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Yaş sınırı:
18+
Litres'teki yayın tarihi:
21 ağustos 2020
Hacim:
570 s. 1 illüstrasyon
ISBN:
9788893985468
Telif hakkı:
Tektime S.r.l.s.
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