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Kitabı oku: «La vita Italiana nel Rinascimento. Conferenze tenute a Firenze nel 1892», sayfa 16
IL SAVONAROLA e la PROFEZIA
DI
FELICE TOCCO
Signore e Signori,
Dall'argomento della mia conferenza altri di me più degno avrebbe dovuto tenervi parola. Ma per sfortuna mia e vostra chi scrisse a giudizio unanime la migliore storia del Savonarola, è lontano da noi, e per il bene della cosa pubblica dobbiam tutti sperare che non faccia sollecito ritorno100. Un altro scrittore avrebbe potuto degnamente tenerne il luogo, il nostro Gherardo che intorno al Savonarola seppe scoprire nuovi documenti e dottamente illustrarli. Ma poichè anche a lui non fu dato di accettare il difficile còmpito, eccomi di nuovo innanzi a voi, per riprendere a così dire il filo della conferenza, che ebbi l'onore di tenere: or sono due anni sull'eresia del Medio Evo. Giacchè io non intende parlarvi soltanto del Savonarola e dell'opera sua, ma ben piuttosto del modo come il frate ferrarese si ricolleghi coi profeti medievali, che lo precedettero. Escludo dal mio discorso le leggendarie o apocrife profezie del mago Merlino, della Sibilla Eritrea o del Carmelitano Cirillo, e di quei profeti solo vi terrò parola, dei quali abbiamo sicure testimonianze. E per non risalire più in su fino a san Nilo o santa Ildegarde, comincerò da quell'abate Gioachino, a voi ben noto, che a giudizio di Dante sarebbe stato realmente di spirito profetico dotato. Parecchi in verità revocarono in dubbio codesto dono della profezia, e san Tommaso glielo negò addirittura. Ma i più erano dell'avviso di Dante, specie gli spirituali francescani, che consideravano le principali opere di Gioachino come cosa sacra; e già sapete che ripubblicandole e chiosandole non dubitarono di dirle Evangelo eterno. Le loro chiose furono condannate solennemente dalla Chiesa, le profezie stesse di Gioachino smentì l'anno fatale 1260; ma ad onta di ciò la fede dei Gioachimiti non venne meno, e parecchi altri seguitarono a profetare, come l'abate Calabrese. La differenza tra questi nuovi profeti e gli antichi del Vecchio Testamento sta in ciò, che questi si sentivano in contatto diretto con la Divinità e ne udivano le voci, e sotto dettato, a così dire, ne scrivevano le rivelazioni; invece quelli a tanto non arrivano, e non a torto la maggior parte di essi, da Gioachino al Savonarola medesimo, dichiarano spesso di non essere nè profeti nè figli di profeti. Per quanto a loro non facciano difetto nè i sogni nè i rapimenti dei profeti veri, per quanto possano vantare anch'essi quella forza divinatrice, che squarcia il velame del tenebroso futuro, pure indarno cercate in loro la vena larga e potente dell'ispirazione diretta; poichè non le proprie visioni essi interpretano, ma le altrui. Non sono profeti, bensì commentatori di profezie, e le più oscure come il libro di Daniele e l'Apocalisse preferiscono.
Si conserva ancora inedita nella nostra Laurenziana la postilla sull'Apocalissi di uno dei più famosi seguaci di Gioachino, minorità, ben s'intende, e capo degli spirituali di Provenza, fra Giovanni di Piero Olivi, nato nel 1248, morto cinquantanni dopo. Negli ultimi tempi della sua vita, benchè avesse vedute tutte le speranze del suo partito dileguarsi, e l'eremita Celestino cedere la tiara a Bonifacio VIII, avido di potere e di gloria mondana, pure non ismise la sua fede, nè dubitò che l'ora della tremenda vendetta fosse per scoccare. In una lettera ai figli di Carlo II di Napoli, scrive: “Orsù, generosi soldati, preparatevi alla pugna. Il tempo della potatura è venuto, e si è udita sulla nostra terra la voce della tortora che sospira e che ha il gemito per canto. È d'uopo che nell'aprire il sesto suggello il sole e la luna s'oscurino, e che cadendo le stelle dal cielo, la terra ne tremi così, che tutte le montagne e le isole siano svelte dalle loro sedi… Poichè a quel modo che sul secentesimo anno della vita di Noè si ruppero le fonti dell'abisso, e le cateratte del cielo si apersero a segno che nessuno potè salvarsi all'infuori dei ricoverati nell'arca fatta per comando di Dio; così fa d'uopo che l'empia Babilonia nel profondo del mare si sommerga.„ L'empia Babilonia è la Chiesa carnale, conculcatrice della povertà evangelica, e il ministro della vendetta divina sarà l'Anticristo.
La fede nel prossimo avvento dell'Anticristo è così radicata nei circoli dei beghini e degli spirituali, che Arnaldo di Villanova, celebre medico e studioso delle scienze occulte, non dubita di scrivere un trattato De adventu Antichristi, che gli fruttò le persecuzioni del vescovo parigino. Il trattato, ancora inedito, fu scritto nel 1297, come dice l'autore stesso, e non è se non un commento di alcuni luoghi delle Profezie di Daniele. Eccovene un saggio: “Compiuti i mille duecento anni dal tempo, in cui il popolo ebreo perdette il possesso della sua patria, entrerà nel luogo santo l'abbominio della desolazione, o l'Anticristo, il che sarà circa nel settantottesimo anno del secolo futuro. Non posso determinare con maggior precisione, ma certo intorno al 1378 si compirà quello che il Profeta predisse.„ E più appresso contro i suoi contradditori aggiunge: “Senza dubbio questa conclusione non segue dalla parola di Daniele in modo certo e necessario; ma ha l'evidenza di una grande probabilità, in quanto che con questa interpretazione concordano altri luoghi della sacra scrittura.„ Era tanta la fede di Arnaldo nelle divinazioni sue, che uno scritto sul medesimo argomento ardì leggere al papa Clemente V; e non solo noi, ma i contemporanei stessi, a cominciare da Filippo il Bello, non sapevano più di che cosa meravigliarsi, se dell'audacia del lettore o della benignità soverchia di chi l'ascoltava. Ai medici di gran grido, che si crede abbiano in mano la vita nostra, sono permesse molte cose; e un papa meno docile e mansueto di Clemente V, lo stesso Bonifacio VIII, si mostrò indulgente col Villanova, e lo assolse dalle censure del vescovo di Parigi, purchè non s'impacciasse più oltre di teologia.
Non meno audaci sono le predizioni di frate Ubertino da Casale, l'eloquente difensore dell'Olivi, le cui dottrine segue, lievemente modificandole, in quel libro intitolato Arbor vitæ crucifixæ, che finì la vigilia di San Michele Arcangelo del 1305 nella solitudine dell'Alvernia, dove i suoi superiori l'aveano esiliato, perchè non predicasse più oltre nello stile degli esaltati spirituali. Nulla di nuovo egli dice sui sette stati o periodi in cui va divisa la storia della Chiesa o dell'Umanità, che secondo questi frati sono tutt'uno; poichè anch'egli, come l'Olivi, risale a Gioachino, e fa gli stessi calcoli e pone a confronto gli stessi passi scritturali per argomentare prossima la fine del sesto periodo. Quando esso abbia cominciato, o dalla rivelazione fatta dall'abate Gioachino, come dicono alcuni, o dalla conversione di san Francesco, come dicono altri, o infine dalla protesta che i frati spirituali levarono contro i trasgressori della regola francescana, non importa decidere; perchè tutte queste date possono essere vere secondo che si consideri tutto il periodo ora da un aspetto, ora dall'altro. Quel che monta è constatare che si affretta alla sua fine. La qual cosa non può mettersi in dubbio; perchè scorsi 1293 anni dalla morte di Cristo, s'è veduta quell'orribile novità dell'abdicazione di papa Celestino e dell'usurpazione del suo successore. E come se questo segno non bastasse, ecco pullulare nuove eresie, come alla fine d'ogni periodo; e molti sostenere non essere la povertà evangelica il nocciolo della perfezione cristiana, e alcuni filosofi di Parigi andare più oltre, e proclamare con Aristotele che il mondo fu “ab eterno„ ed in eterno durerà. Le quali eresie mostrano chiaramente essere già nato il mistico Anticristo, vale a dire il precursore e il simbolo di quel vero Anticristo, che sorgerà più tardi alla fine del settimo stato. L'Anticristo mistico non è nè un imperatore nè un pontefice, ma bensì quel pseudo-cristiano che condannerà lo spirito di Cristo nella povertà evangelica. E di questi pseudo-cristiani al tempo di Ubertino non facea difetto.
Se non che la fine del mondo non ebbe luogo in tutto quel secolo, sul cui cominciare Ubertino scriveva, e nuove tribolazioni non mancarono. Rinacquero sotto Giovanni XXII le lotte coll'Impero, non chetate neanche sotto i successori Benedetto XII e Clemente VI, e la Chiesa, infeudata ai re di Francia, travagliarono mali e scandali siffatti, che Avignone fu detta non pure dagli spirituali francescani ma dal Petrarca medesimo: l'avara Babilonia, fontana di dolore, albergo d'ira, scuola d'errori, tempio d'eresia. Non è meraviglia che in questa età procellosa rifiorisse la Profezia. Anche i poeti, quindi, come il cantore di Laura, prendono il tono di veggenti, e minacciano e rampognano e predicono imminente lo scoppio dell'ira divina.
Fiamma del ciel su le tue trecce piova,
Malvagia, che dal fiume e dalle ghiande
Per l'altrui impoverir sei ricca e grande…
Nido di tradimenti, in cui si cova
Quanto mal per lo mondo oggi si spande…
Ma pur novo Soldan veggio per lei
Lo qual farà, non già quando io vorrei,
Sol una sede, e quella fia in Baldacco.
Gl'idoli suoi saranno in terra sparsi
E le torri superbe al ciel nemiche,
E suoi torrier di for, come dentro, arsi.
Ma dopo la tempesta verrà il sereno, e il Petrarca anche lui vede in nube quel Papa, da questi profeti concordemente chiamato angelico, che sbalzerà di seggio gl'indegni ministri:
Anime belle e di virtude amiche
Terranno il mondo; e poi vedrem lui farsi
Aureo tutto e pien dell'opre antiche.
Non diversamente canta frate Stoppa dei Bostichi, che non può essere vissuto dopo il papa Clemente VI, a cui rivolge le più fiere rampogne, chiamandolo specchio evidente, nel qual potrà mirare ogni superbo, e nell'impeto dell'ira esce in questa profezia:
Sarà la Chiesa de' pastor privata;
Fie beato qual potrà negare
Il chericato, e rifiutar l'entrata,
Fiane cagion la terra d'oltremare.
Invidia, gola al chericato guata
Superbia, simonia, lussuriare;
Poi fie la Chiesa ornata di pastori
Umili e santi, come fur gli autori.
Intorno allo stesso tempo sarà probabilmente sorta quell'altra profezia, attribuita a Jacopone da Todi, ma che certamente non gli appartiene, dove par che si confidi più in un potente imperatore che in un papa angelico:
Da poi che seran structi li tiranni
Et li preti cacciati alli lor danni,
Verrà cului che di terra di lor mani
Serà alevato…
Costui serà segnor de tucto 'l mundo,
Facendo della terra el quadro e 'l tundo:
Sposo d'Italia, questo non abscundo,
Imperatore…
Costui farà far pace in ogne lato,
Descacciarà del mundo ogne peccato,
Non si trovarà chi sia superchiato
Dal suo vicino.
Costui convertirà alla fede Saracino
Et Tartaria con tucto quil camino;
Poi intrarà ad quil luoco divino
Sacrificato.
Poi tornarà Roma nel suo stato
De tuctu quanto el mundo repusato:
Li sancti preti di novello Stato
Predicaranno.
E tucti l'infidel convertiranno,
Tucti vestiti d'un aspero panno,
Et sensa proprio sempre viveranno
Im povertade.
In simili profezie credono anche gli uomini politici, specie quel Cola da Rienzi, che da oscuro popolano assunto ai primi poteri dello Stato, ebbro della sua insperata fortuna, prende pubblicamente il bagno nella vasca Costantiniana, perchè dalle macchie dell'ignobile origine appaia deterso il nuovo cavaliere dello Spirito Santo. Sembra che anche nei giorni del suo trionfo Cola abbia avuto sogni e visioni. Almeno egli stesso racconta che pochi giorni prima della cruenta sconfitta dei Colonnesi, gli apparve in sogno Bonifacio VIII per incitarlo alla vendetta contro gli autori della sua cattura. Quando poi, dimessa la dignità tribunizia, si ritrasse nel silenzio di Monte Sant'Angelo presso i romiti della Majella, le sue fantasie apocalittiche ebber nuovo alimento. Ed uno di quei fraticelli, a nome Angelo, gli predisse dovere fra non molto risorgere tale, che morì fra le persecuzioni (forse fra Pietro di Giovanni Olivi?), e che alla sua voce nascerebbe grande confusione e terrore tra i maggiorenti della Curia, ed il Papa stesso correrebbe pericolo, finchè brillerebbe la nuova luce. Allora sarà fatta la riforma della Chiesa, e non pure tutti i Cristiani, ma i Saraceni con essi, formeranno un popolo solo, e a capo di tutti si porrà il Papa angelico. A queste profezie il tribuno prestava ascolto, tanto più che egli stesso doveva aver non piccola parte nella futura rinnovazione del mondo. E per infondere nell'imperatore e nell'arcivescovo di Praga la propria fede, si fa a sua volta commentatore ed interprete di profezie, e fra tante sceglie la più recente, che, nata senza dubbio sullo scorcio del secolo decimoterzo, fu attribuita ad un profeta Cirillo, contemporaneo di Gioachino, del quale non si sa nulla all'infuori della profezia medesima; e che non sarà meno apocrifo di essa. Comunque sia, Cola sa ben torcere l'oscuro oracolo al senso che più gli torna; e sotto il sole che entrerà nelle viscere dello scorpione e sarà lacerato dai figli dello scorpione medesimo, intende proprio lui, Cola, che andrà glorificato da Dio e posto al governo di Roma, e poscia dal Papa e dai cardinali sarà perseguitato, e nell'anno del giubileo chiuso nella squallida spelonca del carcere imperiale. Frate Angelo da Monticelli aveva ben insegnato la sua arte al credulo tribuno!
Un altro minorita, non meno credente di frate Angelo, ardiva divulgare le medesime profezie nella sede stessa della corte papale in Avignone. Avea nome fra Giovanni di Roquetaillade, latinamente de Rupescissa; ed oltre che per le sue profezie è noto per lo studio che, al pari di Arnaldo da Villanova, faceva dell'alchimia. Le sue predizioni risalgono, come dice egli stesso, al 1356, l'anno avanti che cominciassero le secolari guerre tra Francia e Inghilterra. La sua voce fu inascoltata; anzi Clemente VI, lo stesso papa così avverso a Cola, lo chiuse in prigione, e ve lo rimise il successore Innocenzo VI, tenendovelo per tutta la vita. Una profezia, che costui compose nelle carceri ad istanza di un suo correligionario, comincia così: “Le rendite ecclesiastiche sappiate che fra breve andranno tutte perdute, poichè molti popoli della terra spoglieranno il Clero dei beni temporali, lasciandogli appena da vivere. La Curia romana fuggirà da questa città peccatrice di Avignone, e non sarà più dove è ora. Prima che si compiano sei anni da questo presente, che è il 1356, la superbia clericale sarà prostrata nel fango, e distrutta ogni malvagità. La città delle delizie sarà convertita in lutto, e il mondo si perderà per l'avarizia; ma dopo innumerevoli tribolazioni scenderà la misericordia alla gente desolata, perchè un angelo, vicario di Cristo, spargerà tutte le virtù evangeliche, e convertirà gli Ebrei e i Tartari e i Saraceni e i Turchi distruggerà.„ Come vedete questo profeta anche a costo di andare crudelmente smentito dai fatti predice le cose a termine fisso ed a breve distanza. E non muta stile in un altro libercolo intitolato Vade mecum in tribulatione, composto l'anno dopo, dove riassume tutte le predizioni sue sparse negli altri libri, che cita e magnifica come annunziatori di fatti da poi verificatisi, quale la cattura del re di Francia. Anche nel Vade mecum vuol essere preciso più di quel che convenga a un profeta. “Pria che il mondo arrivi all'anno 1370, egli dice, prima che corrano altri tredici, da questo che abbiamo ora compiuto, 1356, avrà principio la restaurazione del mondo, e sarà palese quello che ora annunzio. Nel 1365 sorgerà l'Anticristo orientale, e gli Ebrei ingannati da codesto falso Messia infiniti danni recheranno al popolo cristiano. E nello stesso anno i veri seguaci del santo mendico di Assisi saranno di nuovo tribolati, come al tempo di Michele da Cesena; ma ben presto si rifaranno dei loro danni, e l'ordine loro si dilargherà per l'universo ed i loro conventi si moltiplicheranno come le stelle del cielo. Ma non vale la pena di riferire più oltre i sogni del povero prigioniero, che aspetta prossima la liberazione sua e dei suoi compagni. Dirò solo che anche egli adduce a prova delle sue profezie il versetto di Daniele, che soleva citare Arnaldo; ed anche lui, facendo cómputi sottili, arriva all'anno 1370 nello stesso modo che un secolo prima Gioachino di Fiore arrivava al 1260.
Al di sopra di questi, sarei per dire, computisti della Profezia, si eleva una donna di alto sentire e di nobilissimo sangue, santa Brigida di Svezia. Nata intorno all'anno 1302, a sedici anni sposò il diciottenne principe Wulf di Nerik, da cui ebbe otto figliuoli. Alla morte del marito, dato un addio agli splendori principeschi e diviso il patrimonio tra i suoi figli, vestì le ruvide lane del pellegrino e venne a Roma, dove scrisse le sue Revelationes. A differenza di tutti i vaticinatoli precedenti la santa svedese non s'indugia a commentare le altrui profezie; ma come i profeti antichi conversa direttamente con Dio, che le svela il segreto dell'avvenire. “Io non disdegno di parlare con te, le dice Gesù, e benchè la mia umanità sembri essere dentro di te e parlar teco, pure è più verisimile essere la tua anima e la tua coscienza con me e in me, poichè a me nulla è difficile nè in cielo nè in terra.„ Una volta in una chiesa di Roma la Vergine stessa le apparve, e in tuono di comando le disse: “Tu devi mandare da parte mia questa parola al legato del Papa.„ Al che la donna rispose: “Egli non mi crederà e volgerà i miei detti in derisione.„ E di rimando la Vergine: “Benchè io conosca l'intimo animo di quel prelato, pure è d'uopo che tu gli faccia sapere che le fondamenta della Chiesa vacillano, e la vôlta è screpolata in più parti, e le colonne piegano e il pavimento si avvalla così, che i ciechi che v'entrano sono per cadere.„ Questo ardito linguaggio osava tenere la santa al cardinale Albornoz, legato di Clemente VI, che, per riacquistare il sacro patrimonio, riempiva l'Italia di sangue e di rovine. Di Urbano V, il successore di Clemente, la Vergine stessa le dice: “Io condussi Urbano papa da Avignone a Roma senza alcun pericolo suo. E che cosa fa egli? Mi volge le spalle e intende partirsi da me. Il maligno spirito lo guida colle sue frodi. Ma se accadrà che egli faccia ritorno alla terra dove fu eletto, sarà colpito nella guancia così che i suoi denti scricchioleranno, e il suo volto diverrà caliginoso e fosco, e tutte le membra del suo corpo tremeranno.„ La profezia si avverò nel modo più tragico; che il Pontefice, non appena tornato in Avignone, vi morì. Nè meno energiche sono le ammonizioni, che Maria manda per mezzo della santa a Gregorio XI. “Come la pia madre, ella dice, che stringe al petto il suo bambino nudo e tremante di freddo per riscaldarlo del suo calore e nutrirlo del suo latte, così io farò di Gregorio, se vorrà tornare a Roma con animo di rimanervi e di riformare la Chiesa tutta. E perchè in avvenire non adduca la scusa dell'ignoranza, io gli annunzio che, se non obbedirà alle ingiunzioni mie, proverà la verga della mia giustizia e l'indignazione del mio figliuolo.„ Tutte queste visioni, ed altre non meno terribili sulla regina Giovanna, ebbe la santa donna in Napoli, dove sostò per qualche tempo tornando dal faticoso pellegrinaggio di Palestina. A lei non era dato vedere il frutto delle sue coraggiose ammonizioni, poichè, tornata a Roma, vi morì grave d'anni il 23 luglio 1373.
L'opera da santa Brigida lasciata a mezzo, fu continuata da un'altra santa, che anch'ella ha estasi e visioni, anch'ella talvolta cade in tale anestesia, da poterlesi conficcare nella pelle un grosso ago, senza che si riscuota od avverta alcun dolore; ma forse più ancora della Svedese, ha un tatto finissimo per guidare gli uomini e riuscire nelle imprese più scabrose. Intendo parlare di Santa Caterina da Siena, che nata nel 1347 da un agiato popolano, e pur digiuna di lettere, seppe levarsi a tanta altezza di concetti, a tanta squisitezza di forma, che la sua prosa è anche oggi tenuta in grandissimo pregio. A quindici anni, vinte le opposizioni della madre, che la voleva sposa ad un ricco congiunto, entrò nelle Mantellate, terziarie domenicane, che non professavano voti solenni, e dopo tre anni passati nella sua cella tra preghiere e digiuni e torture d'ogni sorta, che ella infliggeva al delicato suo corpo, escì all'aperto ministra di pace e di carità. Nella peste del 1374 ella sola mostrò tale coraggio, tale abnegazione nell'assistere gl'infermi più gravi, da parere agli occhi di tutti un essere superiore. E ben si comprende come questo miracolo di sacrifizio, dovunque mostravasi, sapesse imporre la pace ai più riottosi, e comunicasse agli altri quell'ardente carità, che le bruciava il petto; talchè non pure a Siena, ma nella maggior parte delle terre toscane era chiamata come paciera, e la sua fama saliva tant'alto, che i più consumati uomini di Stato non disdegnavano d'entrare in relazione con lei; come, per citarne un solo, Bernabò Visconti. E a tutti teneva un linguaggio fermo e di gran buon senso. Al cardinale d'Ostia, legato pontificio, grida: “Pace, pace, pace, padre carissimo. Ragguardate voi e gli altri, e fate vedere al Santo Padre più la perdizione dell'anima che quella delle città; perocchè Dio richiede l'anime più che le città.„ Allo stesso papa Gregorio XI, non appena scoppiata la guerra con Firenze, scrive, ribadendo il concetto della santa svedese: “Andate innanzi e compite con vera sollecitudine e santa quello che per santo proponimento avete cominciato, cioè dell'avvenimento del santo e dolce Passaggio (vale a dire il ritorno della Santa Sede in Roma). E non tardate più, perocchè per lo tardare sono avvenuti molti inconvenienti… Pregovi che coloro che vi sono ribelli, voi gl'invitate ad una santa pace, sicchè tutta la guerra caggia sopra gl'infedeli.„ “Ma pare che la somma ed eterna Bontà permetta che gli stati e delizie sieno tolti alla sposa sua, quasi mostrasse che volesse che la Chiesa santa tornasse nel suo stato primo poverello, umile e mansueta come era in quello tempo, quando non attendevano altro che all'onore di Dio e alla salute delle anime, avendo cura delle cose spirituali e non temporali. Che poi che ha mirato più alle temporali che alle spirituali, le cose sono andate di male in peggio.„ Mandata dalla repubblica Fiorentina in Avignone per trattare la pace col Papa, Caterina vi si adoperò con tutte le sue forze; e se non riescì a comporre il dissidio, ottenne però quello che più le stava a cuore sovra ogni altra cosa, il ritorno della Santa Sede a Roma. Questo è il suo pensiero dominante, che il felice passaggio, come diceva lei, avrebbe posto riparo a tutti i mali della Chiesa. E la sua fede invitta seppe trasfonderla in Gregorio: “Andiamoci, Ella scriveva, andiamci tosto, babbo mio dolce, senza veruno timore; se Dio è con voi, veruno sarà contro di voi. Dio è quello che vi move, sicchè gli è con voi. Andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta impallidita, perchè gli poniate il colore.„ “E io vi prego da parte di Cristo Crocifisso, che voi non siate fanciullo timoroso, ma virile. Aprite la bocca e inghiottite l'amaro, per lo dolce… Spero… che voi sarete uomo fermo e stabile e non vi moverete per verun vento nè illusione di dimonio, nè per consiglio di dimonio incarnato.„ E fermo fu Gregorio. Non valsero le preghiere calde e insistenti di suo padre e delle sue sorelle, non valsero le opposizioni dei cardinali e le rimostranze del re di Francia. Su tutti e contro tutti vinse la fanciulla di Siena; e lo stesso giorno che ella lasciò Avignone, anche il Papa ne partì per non ritornarvi più mai. Singolare tempra di donna, a nessun'altra pari, fuorchè in parte ad un'altra vergine, nata non meno umile della Benincasa, Giovanna d'Arco. Anche questa fanciulla, pochi anni dopo Caterina, apparisce nel mondo come dotata di una potenza misteriosa. E al re di Francia e all'esercito suo disfatto ed avvilito, ella, la povera fanciulla d'Orléans, sa ridare il coraggio e la confidenza in sè e li conduce alla vittoria. Diverso fu il destino delle due profetesse: l'una levata sugli altari, l'altra dannata al rogo: ma entrambe operarono prodigi, perchè prodigi erano elle stesse di fede, di amore, di sacrifizio.
Il ritorno del Papa a Roma, secondo la veggente Sienese, doveva essere il principio di quella riforma della Chiesa, a cui ella come tutti i profeti aspiravano, e che avrebbe dovuto portar seco la pacificazione degli animi in Italia e l'unione di tutte le forze cristiane contro l'irrompere dei Maomettani. Il Signore stesso in una fatidica visione le commette di dire al Papa: “che levi la croce santissima sopra gl'infedeli, e levila sopra dei sudditi suoi… in perseguitare e' vizii e difetti loro. Divelto il vizio è piantata la virtù, ponendo questa croce in mano di buoni pastori e rettori nella santa Chiesa„. E in un'altra, ancor più notevole, le svela il segreto delle tribolazioni della Chiesa, che egli permette per divellere le spine della sua sposa che è “tutta imprunata„. “Sai tu come io fo? Io fo come feci, quando io ero nel mondo, che feci la disciplina di funi e cacciai coloro che vendevano e compravano nel tempio, non volendo che della casa di Dio si facesse spelonca di ladroni. Così ti dico che io fo ora. Perocchè io ho fatta una disciplina delle creature, e con essa caccio i mercanti immondi e avari ed enfiati per superbia vendendo e comprando i beni dello Spirito Santo.„ Sfortunatamente queste profezie non si avverarono, poichè la Chiesa, non che riformarsi e rinvigorirsi, ebbe a subire nuovi travagli dal lungo scisma, che tenne dietro alla morte di Gregorio. E indarno la vergine Sienese s'adoperò a soffocarlo sul nascere, scrivendo lettere di fuoco a principi e cardinali. Ormai la battaglia era impegnata, ed ella, accorsa al fianco di Urbano VI, si preparava a sostenerla virilmente, quando la morte sopraggiuntale nell'aprile del 1380 le risparmiò nuovi e più cocenti dolori.
Un altro profeta, certo molto da meno della santa di Siena, non si faceva invece alcuna illusione. Era costui il frate terziario francescano, Tommasuccio da Foligno, che nato nel 1319 dicono morto nel 1377; ma certo avrà vissuto ben oltre quell'anno, perchè dell'elezione di Urbano VI è testimone, e di tutte le sciagurate conseguenze dello scisma tra Urbano e Clemente che tristamente descrive, se pure le strofe, ove di ciò si tratta, non s'abbiano a dire interpolate nel suo rozzo componimento, che fu oltremodo popolare:
Urbanu et Chiomento
Faran nova quistione
Et l'uno in Vengnone
Forte terà sua sysma.
In fede et in bactisma
Crescierà suo podere,
Mectendo grande herrore
Nella cristiana gente.
In Italia primamente
Ne seguirà strazio,
Che ne sarà ben sazio
El sangue de oltramontani.
…
Serà fra li dui munti
In Roma grande divisa,
Ogni cosa provisa
El caso mino offende.
Però ongne omo che intende
Ol mio parlar diverso,
Che no sarà somerso
El bel castello Ursinu;
Poi ad priesso ad Marinu
La jente oltremontana
Fra monti valli e piani
Fugerà e sarà presa.
Qui sono accenni e fatti determinati, come la presa del castello Orsino e la battaglia di Marino, accaduti nel 1379. E nessun profeta nè antico nè nuovo entra in particolari, se non è contemporaneo dei fatti che annunzia. Comunque sia, fra Tommasuccio crede anch'egli nel papa angelico:
Verrà poi nello strimo
Dalla benigna stella
Uno che renovella
El mundo in altra forma.
Darà la bella norma
Ad nostra vita activa,
Et farà la terra priva
De vitii fallace.
Per lu universo pace
Serà da cielo in terra
Et follia e guerra
Serà nello inferno remessa.
Ahimè! Pur troppo la triste realtà era ben lontana da questo roseo sogno; poichè le condizioni della Chiesa peggioravano ognor più, e se Urbano poteva vantare della sua parte e santa Caterina e Giovanni dalle Celle, neanche a Clemente VII faceano difetto uomini d'insigne pietà, come a dirne uno, san Vincenzo Ferrero, teologo e profeta egli pure. Ormai non si sapeva più da qual parte stesse il diritto, e peggio ancora a quale fra i combattenti sarebbe per arridere la vittoria: talchè i profeti stessi, parteggiando chi per l'uno chi per l'altro, in questo solo s'accordavano: nel credere prossima la fine del mondo. E vi credè il suddetto Giovanni dalle Celle, che, pur avendo combattuto per tutta la sua vita contro i Fraticelli, non teme ora d'imitarne il linguaggio, e di risalire anche lui allo stesso abate Gioachino, dai Fraticelli tenuto per suprema autorità. “L'abate Gioachino, egli scrive, fu nel 1138 e fece un libro il quale si chiama el Papa, dove egli infino all'avvenimento di Anticristo dipinse tutti i papi… Ma questo papa Gregorio (XI) pone che è l'ultimo papa e pone che fugge in forma di fraticello. E dopo di questo papa dipinse una terribile bestia, che colla coda avvinghia molte stelle, e dalla punta della coda esce una spada. Gli uccelli del Cielo sono i religiosi e questa bestia è l'Anticristo…„ Il libro che il Vallombrosano crede composto intorno al 1138, quando probabilmente Gioachino era ancor fanciullo, non è se non quello che racchiude gli apocrifi vaticini intorno ai Pontefici, vaticini dei quali, come delle profezie di Merlino, di Cirillo e delle varie Sibille, si fecero tratto tratto nuove edizioni con aggiunte ed interpolazioni per adattarle ai nuovi fatti. Su questi libri, sfacciatamente bugiardi, e sopra un creduto vaticinio tradotto, dicevasi, dall'ebraico in latino per opera di un Dandolo Ilerdense, e intitolato Oroscopo, fonda altresì le sue congetture l'eremita calabrese Telesforo o Teoforo o Teleoforo da Cosenza. Per parte mia credo che questo profeta faccia il paio col supposto Cirillo; e parmi non poco probabile che sotto il pseudonimo di un conterraneo di Gioachino si nasconda qualcuno, che non vivea molto lontano dalla Curia avignonese e ne divideva le speranze. Comunque sia, racconta il nostro eremita che vivendo nelle solitudini di Tebe presso Cosenza, dopo avere sparse molte lagrime e durati parecchi digiuni per divenir degno di conoscere il principio e il termine dello scisma; finalmente addormentatosi in sull'aurora della Pasqua del 1386, gli apparve un angelo dal volto verginale, dall'ali lucenti e dell'altezza di due cubiti, che lo invitò a raccogliere i libri di Gioachino e di Cirillo, se voleva conoscere il segreto che tanto l'affannava. Destatosi l'eremita si mise a cercare insieme con un suo compagno, Eusebio Vercellese, le opere dei due profeti, e non solo quelle trovò in gran copia, ma tutte le altre che vi ho testè citate. Come si vede, il Cosentino, benchè gli appaiano gli angeli dalle bianche vesti, non è neanche lui un profeta, ma piuttosto uno studioso delle altrui profezie. E resta altresì molto indietro ai predecessori suoi; poichè non nelle sacre carte cerca di leggere l'avvenire, ma nelle profezie più recenti, e non nelle autentiche, ma nelle spurie, come a dire i falsi vaticini sui Pontefici, che egli conosce sotto il nome di Fiore, e il falso commento alla pretesa profezia di Cirillo. La sua ingenuità arriva anzi a tal segno, da credere in buona fede che Gioachino, morto nel 1202, abbia potuto commentare la profezia Cirilliana, la quale, secondo Telesforo, sarebbe apparsa nel 1264. Ma i profeti, che vedono tanto bene nel futuro, non hanno l'obbligo di conoscere per filo e per segno il passato. Alla luce di queste pseudo-profezie al nostro eremita si rischiarano tutti i dubbi; ed ora legge nell'avvenire come in un libro aperto. “Il presente scisma, ei scrive, è nato dai vizi e dalle colpe della Chiesa, che dei beni terreni apparve più sollecita che degli spirituali; e non avrà fine se non al tempo dell'angelico pastore, che seguirà immediatamente alle presenti tribolazioni, e rinunzierà spontaneamente a tutti i suoi possessi.„ Dicevano in Avignone che la ragione del ritorno della Santa Sede in Italia dovevasi ricercar nel desiderio di riconquistare quel dominio temporale, che i principi e le città collegate con a capo Firenze stavano per togliere alla Chiesa. Ed aggiungevano che sarebbe stato molto meglio subire tale spogliagione, che mettersi allo sbaraglio di uno scisma. Anzi l'antipapa Clemente di una gran parte del patrimonio di San Pietro avea costituito un ducato in favore dell'Angioino, per riceverne aiuto e difesa nelle presenti strettezze. Telesforo, andando più oltre, aggiunge che il successore di Clemente, o il Papa Angelico, non ad una parte sola dei possessi suoi rinunzierebbe, ma bensì a tutti. Se non che prima che spunti questo avventuroso giorno nuove calamità sovrasteranno ai fedeli, e dalla Germania sorgerà, secondo un'antica leggenda tedesca, un terzo Federico, della semente del secondo, il quale, non meno infesto alla Chiesa, pugnerà contro la Francia, come un tempo Manfredi contro Carlo d'Angiò, e più fortunato di lui riuscirà a menare prigione il re francese. Ma non tarderà molto, che le sorti della guerra muteranno e l'imperatore tedesco sarà sconfitto e l'impero stesso passerà nelle mani di re Carlo di Francia, il quale, stretto in intimo accordo col Papa Angelico, dominerà tutto il mondo cristiano, sconfiggerà i Saraceni, convertirà i Tartari, e la Chiesa greca unirà con la latina. Nel qual tempo si verificherà l'antica profezia di un solo ovile e di un solo pastore, e per lunga pezza la pace sorriderà agli uomini. Nè qui si arresta l'incauto profeta, ma discorre ancora dei successori del Papa Angelico, che saranno in numero di tre, dopo i quali il Diavolo sarà sciolto di nuovo, e verrà l'ultimo Anticristo, che con doni ed incanti sedurrà il popolo dei credenti; dopo di che seguiranno la finale catastrofe e il giudizio universale. Di tutti questi avvenimenti, dei quali neppur uno si è verificato, è così certo il nostro eremita da snocciolarvene le date con precisione matematica. Lo scisma avrebbe fine nel 1417, e nel 1432 sarebbe legato Satana, e tra altri 420 anni dal 1386, vale a dire nel 1806, sarebbe accaduto il giudizio universale. Siamo, come si vede, in piena decadenza della profezia. Telesforo è un commentatore di commentatori; e non si contenta se non quando ha colmate tutte le lacune, assegnate tutte le date. La sua profezia è un libro di partito, scritto per rincorare i suoi, ed accertarli che, non ostante i rovesci e le sconfitte, la vittoria finale non sarà per mancare. Non gl'importa che di lì a poco tempo il fatto possa smentirlo. Quel che preme ora, è non perdersi d'animo; e nulla giova tanto ad assicurare la vittoria, come la piena fiducia di doverla conseguire.
