Kitabı oku: «ANTIAMERICA»
AntiAmerica
Copyright © 2018 T.K. Falco
Traduzione © 2020 Giulia Bussacchini
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Creato con Vellum
Indice
1. Ingegneria sociale
2. Phishing
3. Droghe
4. Clonazione
5. Smishing
6. Linguaggio Non Verbale
7. Sesso
8. Shoulder Surfing
9. Imbrogli
10. Baiting
11. Pretesto
12. Doxxing
13. Discorsi da Smanettoni
14. Rovistare nella Spazzatura
15. Vishing
16. Quid Pro Quo
17. Impersonificazione
18. Ingegneria Sociale Inversa
19. Corner Game
20. Tailgating
21. Whaling
22. Epilogo
1
Ingegneria sociale
Ad Alanna non piaceva ingannare il suo miglior amico. Anche quando non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che le stesse nascondendo qualcosa.
Guardò Brayden di sottecchi dal sedile del passeggero. Guidava in silenzio la sua Kia Soul lungo la US1 bagnata dalla pioggia. Il tatuaggio dai caratteri cinesi era visibile attraverso la sua canottiera verde, sotto gli spessi dreadlock abbandonati sulla spalla. Un cenno alle origini asiatiche da parte del padre.
Quando mangiarono qualcosa al Pollo Tropical al largo di Bird Road, gli aveva chiesto perché nessuno avesse visto o sentito Javier la settimana precedente. I due erano stati grandi amici fin dall'infanzia. Se c'era qualcuno che conosceva il motivo della sua scomparsa, quello era Brayden. Ma aveva affermato altrimenti, poi aveva trascorso il resto del pasto masticando il suo sandwich di pollo in solenne silenzio. Non era nemmeno lontanamente bravo a mentire quanto lo era lei. Quando aveva insistito affinché si fermassero all'appartamento di Javier, Brayden aveva accettato la scusa di lei, ovvero che era preoccupata per il ragazzo. Non era riuscita a rivelare la vera motivazione dietro il cambio di programma. Se Brayden stava omettendo alcuni aspetti, lo avrebbe fatto anche lei.
Quando svoltarono in Brickell Avenue, Alanna resistette alla tentazione di controllare il suo iPhone per la centesima volta. Dopo il messaggio di Javier del giorno prima era riuscita a malapena a dormire. Brayden parcheggiò di fronte al grattacielo. Osservò l'esterno di vetro freddo dell'edificio mentre chiamò Javier con il suo telefono usa e getta.
“Segreteria”, disse con il suo forte accento giamaicano.
“Adesso mi capisci? Qualcosa non va. Ne sono sicura”.
“Stai esagerando”, rispose lui con il telefono ancora all'orecchio. “Mi sorprende che in tutto il tempo in cui siete stati insieme tu non gli abbia mai fatto phishing, come fai con tutti gli altri. Ci avrebbe risparmiato il viaggio”.
Alanna rivolse un'occhiataccia a Brayden. Questi l'aveva ingannata peggio di quanto facesse lei stessa tramite le truffe che perpetrava. Non che avesse voce in capitolo. Secondo Javier, Brayden ed i suoi amici hacktivisti una volta avevano violato il sito web dell'IRS. Si definiva un Grey Hat. Il termine aveva poco significato per lei. Il suo mondo era o bianco o nero, senza vie di mezzo. Erano entrambi criminali. Indorare la pillola non avrebbe cambiato il passato. Per entrambi.
Dopo aver lasciato un messaggio dicendo che erano fuori, Brayden allungò la mano oltre la ragazza all'altezza del ventre di lei per aprirle la portiera. “Parcheggio nella via successiva. Non metterci troppo”.
Il senso di portare Brayden con sé era di non salire da sola all'appartamento. “Non vieni con me?”
“Perché? Se non risponde è perché non c'è o non vuole che nessuno lo disturbi”.
“Vieni con me. Ci vorranno solo pochi minuti”.
I suoi dreadlocks caddero quando scostò la testa di lato. “Dovrei trovare un parcheggio. E poi non vedo perché stai facendo storie. Lo conosci. Probabilmente è immerso in modalità hacker e sta lavorando su un bug bounty”.
Si grattò la nuca. In circostanze normali Brayden avrebbe avuto ragione sul fatto che Javier poteva essere stato preso dal suo hacking etico, ma non in quel momento, quando la sua assenza era avvolta da un alone di mistero. I suoi amici del college non lo sentivano da giorni. Avevano detto che non era andato a lezione per tutta la settimana. Non era il tipo da svanire da un momento all'altro. Se avesse dovuto allontanarsi dalla città per un'emergenza lo avrebbe detto a qualcuno.
“Non sei affatto preoccupato?”
“Pffft. Quel tizio ha sempre avuto la testa sulle spalle. Mi preoccuperei se derubasse quelli come te”.
“D'accordo. Aspetta in macchina”.
“Non infiltrarti a casa degli anziani per rubare soldi e gioielli”.
Alanna uscì nel caldo soffocante senza far caso alla battuta di Brayden. La macchina arancione proseguì fino allo stop. Dopo averlo visto svoltare a sinistra all'incrocio, si diresse verso l'entrata girevole della porta. Alanna non aveva rubato i soldi della gente. Solo i loro dati personali. Identità e registri finanziari. Numeri di carte di credito. Username e password. Cartelle cliniche. I dati con il simbolo del dollaro allegato.
Aveva ottenuto i dati allo stesso modo in cui aveva intenzione di oltrepassare la guardia di sicurezza posizionata al centro della lobby—tramite l’ingegneria sociale. Hackerando le persone. Una delle sue molteplici capacità che aveva ereditato dal padre. Questi ne faceva poco uso poiché era un hacker etico, quindi le aveva solamente insegnato le nozioni fondamentali. Il resto l’aveva imparato da sola, in fuga da sola a Miami.
Alanna avanzò sullo scintillante pavimento di marmo, e la guardia restò incurvata alla scrivania della reception. Gli diede un’occhiata quando s’avvicinò appena dalla sua parte della scrivania ad arco. Gli occhi di lui erano incollati al video di una protesta anarchica che veniva condivisa in diretta dal telefonino di uno dei partecipanti. Alanna controllò nuovamente il suo iPhone. Nessun nuovo messaggio.
Dopo aver tamburellato le dita sul bancone per qualche secondo, si schiarì la voce in modo udibile. Il ventenne dal taglio di capelli ben curato la fissò da seduto sulla sedia di pelle. Si sistemò il colletto della polo bianca dopo averle dato un’occhiata. Un pubblico passivo.
“Vorrei affittare un monolocale. Posso parlare con qualcuno dell’agenzia immobiliare?”
“Hai un appuntamento?”
“No. Ho visitato altri appartamenti in zona e ho pensato di fare un tentativo anche qui. È un problema?”
Il ragazzo cercò di elaborare una risposta, e lei gli rivolse un sorriso raggiante sbattendo le ciglia. Lui le sorrise di rimando, allungano un foglio ed una penna sul bancone dicendole di firmarlo. Quando lei firmò come “Alanna Blake” aggiungendo l’orario sulla riga preposta, la guardia di sicurezza si alzò dalla poltrona, spostandosi verso l’ascensore.
Dopo aver avvicinato il proprio pass ad una tastiera appeso al muro, il ragazzo premette con forza il pulsante sotto lo stesso. Strinse lo sguardo quando portò l’attenzione su di lei. L’aveva riconosciuta? Alanna l’aveva notato l’ultima volta in cui era andata lì. Il ragazzo sembrava non averla considerata molto quando Javier l’aveva accompagnata di sopra. Quando stavano ancora insieme.
Alanna ricambiò brevemente la sua occhiata prima di rivolgere nuovamente lo sguardo verso gli ascensori. Era meglio che non reagisse in modo esagerato. Molti ragazzi la guardavano. O facevano commenti sul suo aspetto. Aveva perso il conto delle volte in cui l’avevano definita esotica. Un modo educato per dire che non erano in grado di definire la sua etnia. Durante tutte le occasioni in cui era sorta tale domanda nessuno aveva mai capito che Alanna era irlandese e malese senza che lei lo spiegasse.
Il ragazzo inarcò le sopracciglia quando indietreggiò verso la scrivania. “L’agenzia immobiliare è all’ultimo piano. Il ventesimo. Vai all’ufficio accanto alla piscina, lì possono rispondere alle tue domande”.
All’interno dell’ascensore Alanna premette i tasti dodici e tre—il piano di Javier. Il suo piccolo stratagemma aveva funzionato. Livello di difficoltà nella sua personale scala di ingegneria sociale? Un due. Non erano necessarie molte abilità. Solo qualche bugia ed un sorriso seducente. Il sangue di Alanna circolava con vigore. Preferiva di gran lunga manipolare i suoi bersagli via telefono o email, piuttosto che di persona.
Dopo aver dato un’ultima occhiata al suo iPhone, lo ripose nella sua borsa nera di pelle. Era dalla mattina precedente che si affidava alla speranza che Javier avrebbe risposto. Non aveva mai risposto ai messaggi in segreteria che gli aveva lasciato—tantomeno agli sms e le email. Reazioni scatenate da un messaggio trasmesso all’iPhone di lei: “Alanna. Sono in pericolo. Vieni a prendermi”.
A tale segnalazione non aveva seguito nessun dettaglio. La sua immaginazione esagerata aveva ipotizzato diversi scenari terribili. Aveva tenuto Brayden all’oscuro di tutto poiché il messaggio era indirizzato solamente a lei. Senza contare il fatto che non aveva parlato a nessuno di Javier da quando si erano lasciati, poiché la fine della relazione l’aveva fatta diventare poco aperta alla condivisione. Quando si chiusero le porte dell’ascensore avanzò agilmente nella direzione dell’appartamento di lui.
L’edificio era progettato in modo che sembrasse all’avanguardia—non accogliente. Era molto più bello della sua sistemazione a Olympia Heights. Ma di gran lunga più inquietante. Prima di allora Alanna non aveva mai percorso quel corridoio da sola. Era più consapevole del riverbero prodotto dai propri passi sul monotono pavimento di ceramica. La sua ombra si estendeva lungo i muri di colore beige. Poiché alcuni punti luce erano bruciati, i muri sembravano chiudersi attorno a lei.
Quando raggiunse la porta di Javier fece collidere diverse volte le nocche contro il serramento di metallo bianco. Niente. Bussò altre due volte prima di far aderire l’orecchio alla porta. Silenzio. Appoggiò quindi la fronte sulla superficie fredda. Per sei settimane Alanna non aveva avuto idea di cos’avesse fatto per far allontanare Javier. Non sapeva perché dopo due anni di relazione ad un certo punto il ragazzo aveva interrotto ogni tipo di rapporto con lei. Non poteva tirarsi indietro proprio adesso.
Abbassò la maniglia. Chiusa a chiave. Le sue dita rimasero ferme sull’oggetto freddo, ma le sue labbra s’incurvarono in un ghigno. Un importante lato positivo dell’aver scelto di vivere secondo i principi dell’ingegneria sociale era godersi la libertà di avventurarsi ovunque gradito—sia online che nel mondo reale. Le porte restavano chiuse solamente perché glielo si concedeva. Allungò quindi una mano nella tasca posteriore dei suoi jeans, appropriandosi del tensore e del grimaldello. Era giunto il momento di avere delle risposte.
Indossò il cappuccio grigio scuro della felpa, e premette il torso contro la porta. Sbirciò nel corridoio mentre infilò il grimaldello nella serratura. L’unica cosa che la separava dal ritrovarsi sul sedile posteriore di una pattuglia della Polizia di Miami era una sola telefonata al 911. Anni prima aveva fatto una promessa a suo padre. Farsi arrestare l’avrebbe infranta. Non aveva alcuna intenzione di far sì che ciò succedesse.
Si fermò per allontanarsi la frangia rossa tinta dagli occhi. Ogni minima distrazione la stressava. Il battito nel suo petto. Quel formicolio dalla testa ai piedi. I pensieri di Javier che le affollavano la mente. Si ricordò delle parole di suo padre. Chiudi gli occhi. Respira profondamente. Isola ciò che ti circonda. Solleva le palpebre. Sblocca la porta.
Aveva sei anni quando le aveva regalato gli attrezzi da scasso e le aveva insegnato come usarli. Sonda il buco della serratura con il grimaldello fino a quando l'estremità appuntita dello stesso finisce sulla testa di un perno di blocco. Spingi verso l'alto fino a quando il perno non si sposta in posizione. Ripeti l’operazione con i rimanenti perni di blocco. Quindi abbassa la maniglia della porta e pronuncia le parole magiche apriti sesamo. Si infilò gli attrezzi in tasca e si affrettò a entrare.
L’appartamento era completamente buio. Le tende erano tirate. Alanna rimase sulla soglia facendo in modo che i suoi occhi si adattassero all’assenza di luce. Si tolse quindi il cappuccio dalla testa. L’aria condizionata non veniva accesa da un po’. Tastò il muro fino a quando non percepì della plastica. Dopo aver sollevato l’interruttore si precipitò verso la lampada accanto al divano grigio.
La cucina e il soggiorno erano un disastro. C’erano cassetti e armadi aperti. Vestiti, carte e libri erano sparsi sul pavimento di legno. La pervase un brutto presentimento. Javier non avrebbe mai lasciato il suo appartamento in quelle condizioni. Strinse le mani tremanti in pugni. Non aveva idea di quando avesse avuto luogo tale carneficina. Potrebbe essere stata una questione di giorni. O minuti.
Sul pavimento della cucina si trovava un martello, fra gli altri strumenti. Lo sollevò dalla piastrella di linoleum. Le sue dita afferrarono la maniglia di gomma dell’attrezzo mentre si avvicinava al muro, poi fece aderire la schiena allo stesso. Sulla soglia della camera da letto trattenne il respiro per evitare di andare in iperventilazione. Rimase lì per un momento con gli occhi chiusi prima di addentrarsi con il martello alzato.
Sul pavimento della stanza si trovava altro armamentario di Javier. Espirò profondamente prima di abbassare la guardia, poi scrutò attorno a sé. Chiunque aveva fatto irruzione non si era fatto scrupoli a distruggere ogni centimetro dell’appartamento. Non desiderava scoprire in prima persona quale danno avrebbero arrecato a chiunque si fosse trovato sulla loro strada. Il suo cuore perse un battito. Il messaggio di Javier. L’intrusione doveva essere stato il problema di cui l'aveva avvertita.
Accese tutte le luci quando perlustrò ogni angolo dell'appartamento. Armadi e bagno erano stati saccheggiati. Il monitor del computer era rivolto verso il basso sul tavolo. Mancavano il laptop e il computer fisso di Javier. Niente sangue, niente corpi. La vita le aveva insegnato ad aspettarsi il peggio. Per una volta fu felice di apprendere che le sue paure erano sbagliate. Almeno per il momento. Non sarebbe riuscita ad essere tranquilla finché non avrebbe saputo per certo che Javier era sano e salvo.
Javier non aveva dato segni di problemi quando avevano parlato l'ultima volta, più di un mese prima. Era stato meno loquace del solito, cosa che lei aveva attribuito alla loro rottura la settimana precedente. Quando gli aveva chiesto una spiegazione, il ragazzo non le aveva dato una risposta chiara. L’aveva richiamato pretendendo delle spiegazioni faccia a faccia. Le sue ultime parole prima di riagganciare erano stato “Abbiamo bisogno di una pausa l'uno dall'altra”.
Aveva rotto con lei perché la sua vita era in pericolo? Si coprì la bocca con la mano. La situazione era così spaventosamente surreale. Era lei la criminale informatica. Javier era l'hacker etico. La persona più decente che conosceva. Se qualcuno avesse dovuto finire in pericolo sarebbe dovuta essere lei, non lui.
Un bip emesso dal suo iPhone la distrasse dal proprio terrore. Un messaggio. Probabilmente era Brayden che voleva sapere come andava, o forse era Javier. Infilò il martello sotto l'ascella mentre si affrettò a pescare il telefono dalla borsetta. Quando avvicinò lo schermo agli occhi apprese che il mittente del messaggio era Javier.
Il messaggio recitava: “Devo confessarti il mio segreto, Alanna. Vieni a prendermi”.
Il martello le scivolò sul gomito quando rabbrividì. Pensò di mandare un messaggio a Javier chiedendogli che diavolo stesse succedendo—una volta fuori dall’edificio. Ripose il telefono in borsa. Gli intrusi sarebbero potuti ritornare. Non voleva andarsene a mani vuote. Avrebbe esaminato nuovamente l'appartamento in cerca di qualsiasi indizio collegato alla posizione di Javier, poi se ne sarebbe andata.
Una rapida analisi del soggiorno si rivelò infruttuosa. Mentre frugava nel disordine nella camera da letto quasi non calpestò una cornice. Alanna accarezzò la forma ovale del suo viso. Una foto di famiglia di uno minuto Javier con un sorriso vacuo in piedi accanto ai suoi genitori e alla sorellina. Gli accarezzò il viso in foto con la punta delle dita prima di posizionare la cornice sul comò bianco accanto al suo letto.
Diede un'altra occhiata alla stanza, invano. Niente in quella confusione offriva delle risposte. Fermò le gambe affinché smettessero di tremare. Era ora di andarsene. Ora che sapeva per certo che la vita di Javier era a rischio, poteva condividere tutto con Brayden. Forse allora sarebbe finalmente stato disposto a fare lo stesso. Si spostò verso porta principale, quindi spense le luci prima di uscire dall'appartamento.
Alanna si affrettò lungo il corridoio vuoto. L'ascensore più vicino si trovava a diversi metri di distanza, ma un suono acuto la fece fermare. Apparve un ragazzo calvo con addosso un abito scuro e dal fisico di un pugile. Restò a bocca aperta quando portò lo sguardo su di lei. Alanna resistette alla tentazione di indietreggiare.
Inclinò la testa cercando di apparire educata e composta. “Salve”.
Lui fece cenno con la mano destra. “Resta lì. Non muoverti”.
I muscoli della ragazza si irrigidirono. Il suo riflesso iniziale fu di obbedire al comando. Ma la sua razionalità prese il sopravvento. Si affrettò quindi nella direzione opposta.
“Ho detto 'non muoverti'!” Urlò.
Quando raggiunse il cartello che indicava l’uscita, aprì di scatto la porta. Si aggrappò alla ringhiera mentre correva giù per le scale. La porta che si chiuse dietro di lei isolò il rumore provocato dai passi e delle grida provenienti dal corridoio. Alanna stava scendendo l'ultima rampa di scale quando il suo inseguitore entrò nella tromba delle scale. Una volta raggiunto il piano inferiore sfrecciò attraverso la porta davanti a sé.
Una zaffata di aria umida la raggiunse mentre si precipitava nel parcheggio. L'ingresso era situato all'estremità opposta rispetto a dove si trovava. Si diresse verso l’uscita alla sua destra. Quando abbassò la maniglia, la stessa si mosse di pochissimo. Dedusse quindi che qualcosa vi spingeva contro dall’altra parte.
Indietreggiò di qualche passo prima di lanciarsi contro la porta. All’esterno una donna dalla coda di cavallo bionda, una camicia elegante bianca e pantaloni scuri si stava rimettendo in piedi. La donna la fulminò con lo sguardo, come se anche lei fosse in procinto di attaccarla. Alanna doveva agire in fretta, prima che il ragazzo calvo la potesse raggiungere.
Allungò il braccio destro. Era chiaro che cosa avesse in mente. “Non ci pensare nemmeno” disse la donna dalla coda di cavallo. Troppo tardi.
Alanna si avventò su di lei, spingendola sull'erba. Mentre correva lungo la passerella di cemento adiacente, la donna ruggì frustrata. Alanna seguì la fila di palme di fronte al porticciolo alla sua sinistra, verso la parte anteriore dell'edificio. Tale sezione di Brickell consisteva in grattacieli e cemento di fronte alla baia. Poco traffico in strada. Nessuno sul marciapiede.
Era all'aperto. La Kia di Brayden era parcheggiata a un isolato da dove si trovava. Girò l'angolo correndo a tutta velocità con un sorriso sulle labbra. L’adrenalina le scorreva nelle vene. All'incrocio si voltò quando notò un furgone blu che stava accelerando pochi isolati più avanti.
La strada dove Brayden aveva parcheggiato si trovava proprio di fronte a lei. Se avesse corso verso l’auto, avrebbe potuto andarsene di lì in un minuto. Ma non poteva farlo. Dedusse che i suoi inseguitori fossero poliziotti o Federali. Non aveva nessuna intenzione di trascinare Brayden in quel casino. Guardò dritto davanti a sé, poi continuò a correre nella stessa direzione di prima.
Quando Alanna si guardò alle spalle vide il ragazzo calvo che sfrecciava davanti a Coda di Cavallo, che nel frattempo si era rimessa in piedi. Aveva bisogno di un posto dove nascondersi. La strada successiva portava ad un parcheggio vuoto e ad un ristorante chiuso sulla sua destra, mentre alla sua sinistra si trovavano un grattacielo e un vicolo cieco. Corse verso il parcheggio sperando di trovare un riparo oltre il ristorante.
Dopo aver girato l'angolo si fermò per asciugarsi il sudore dalla fronte. Da una parte si estendeva una parete di legno bianca, troppo alta per arrampicarvisi. Dall'altra si trovavano grandi alberi e un edificio commerciale in mattoni marroni. Lanciò i suoi attrezzi da scasso nei pressi dell’albero più vicino a lei. Erano la prova dell'irruzione, che poteva essere usata per incriminarla. Quando i suoi preziosi ricordi svanirono tra le foglie, strinse i denti e riprese la sua fuga.
Attraversò il parcheggio asfaltato. Il rumore di passi altrui si fece più vicino. Aveva quasi raggiunto il ristorante quando iniziò a perdere fiato. I suoi polmoni in fiamme la costrinsero a rallentare il ritmo. Pochi istanti più tardi venne trascinata da potenti braccia che le cinsero la vita. Il suo corpo venne sbattuto a terra con forza.
Tutto il fianco destro le pulsava dal dolore. Il marciapiede le grattò la guancia quando boccheggiò in cerca d'aria. Il suo aggressore si alzò in piedi. Le costole ammaccate, la gamba e il gomito raschiati la fecero lamentare dal dolore quando la sollevò da terra. Quando voltò lo sguardo verso il ragazzo, questi le forzò il ginocchio sulla schiena. Crollò sotto la veemenza del gesto.
Dopo essersi sdraiata a faccia in giù gemendo sonoramente per alcuni istanti, si rialzò di nuovo. Il peso del suo avversario la spinse verso il basso finché non ritornò ad aderire completamente a terra. Sentì delle persone urlare dietro di loro. Tutte le sue speranze vennero infrante quando vide Coda di Cavallo e altri due uomini che correvano verso di lei. Il mondo intero le stava crollando addosso.
“Lasciami andare!” urlò.
Un forte dolore nell'incavo della spalla destra la paralizzò quando le venne forzato il braccio dietro la schiena. Una fascia di metallo le soffocava i polsi. Le venne poi fatto lo stesso con il braccio sinistro. Lottò finché non riuscì più a sopportare le manette che le affondavano nella pelle. Il sangue le martellava in testa. Chiuse gli occhi per isolare l'agonia e l'urlo dei suoi rapitori. Scusami, papà. Ti ho deluso—di nuovo.
2
Phishing
Se glielo permetterai, le persone ti dissangueranno. Promettimi che non finirai come me, inerme—una vittima.
Suo padre reggeva una bottiglia di whiskey in mano quando gliel’aveva fatto promettere all’età di undici anni. Stava dicendo la verità, ubriaco o no. Una volta arrivata a Miami, Alanna aveva avuto modo di appurare quanto ciò fosse vero. Se l’era cavata meglio di molti altri.
Aveva finito la fortuna a sua disposizione. Sedeva con le mani in mano in una fredda stanza per interrogatori, si trovava lì da più di un’ora. Il tizio pelato le aveva comunicato quali fossero i suoi diritti mentre le schiacciava la colonna vertebrale. Dopo aver ricevuto indicazioni da Coda di Cavallo, lui ed un uomo dai capelli grigi l’avevano spinta sul sedile posteriore di un’auto federale e l’avevano accompagnata al loro ufficio in centro a Miami.
Le era stata confiscata la borsetta contenente il denaro ed i suoi documenti. Il suo nome, foto, impronte digitali e DNA si trovavano ora nel loro database. Alanna era ufficialmente nella rete federale, ed era l’ultima cosa di cui aveva bisogno—poiché sarebbero sicuramente accadute cose anche peggiori. Storse il naso al proprio riflesso allo specchio sul muro grigio e batté il piede a terra con fare agitato sul pavimento di mattonelle nere. Se i Federali la stavano spiando voleva far loro capire che era stufa di aspettare.
Gli Agenti che l’avevano arrestata facevano parte dell’Unità Federale Crimini Informatici, ed era la prima volta che Alanna ne sentiva parlare. C’erano così tante unità contro i crimini informatici, così tante squadre e task force, aveva perso il conto. Era chiaro che le truffe d’ingegneria sociale che aveva perpetrato le stavano presentato il conto. Gli avvertimenti di Brayden si erano rivelati fondati. Pregava che i Federali non avrebbero acciuffato anche lui.
Quindici minuti più tardi la raggiunse un uomo alto di mezza età. Abbronzato, dai capelli neri e dall’abito scuro. Lasciò cadere sul tavolo di legno una cartella ed un block-notes giallo unitamente ad una penna. Lo sguardo dell’uomo fu presto su di lei quando si accomodò su una sedia di metallo di fronte ad Alanna. “Signorina Blake. Mi chiamo Ethan Palmer. Sono un Agente speciale dei Servizi Segreti”.
La ragazza rimase inerte, lasciando le braccia lungo i lati della sedia. I Servizi Segreti ed i Federali. Un’esagerazione per una semplice effrazione. Si chiese quali delle sue truffe fosse comparsa sul loro radar. O da quanto a lungo la stessero osservando. Che prove avessero. Non aveva nessuna intenzione di rivelare qualcosa in merito alle sue truffe o all’effrazione.
L’uomo poggiò la mano sulla cartelletta. “Il tuo fascicolo dice che sei stata dichiarata scomparsa in North Carolina poco dopo il tuo sedicesimo compleanno. Da quel momento non è stata registrata nessuna attività. Ti va di dirci che cos’hai fatto in questi ultimi anni?”
Alanna distolse lo sguardo. Ogni centimetro del muro era ricoperto dal medesimo strato di pittura grigia scialba e deprimente. L’uomo raccolse la penna con un ghigno in viso. “Entrambi i tuoi genitori sono stati dichiarati deceduti. C’è qualcuno che vorresti che contattassimo? Un amico o un membro della famiglia?”
“No”.
“Mi spiace. Dev’essere dura—una ragazza così giovane che vive da sola”.
L’ultima cosa di cui aveva bisogno era che questo tizio la compatisse. “Ha mai avuto a che fare con ragazze della mia età?”
“In realtà mia figlia maggiore ha un paio d’anni in meno di te”.
Gli angoli della bocca di lui s’incurvarono in un sorriso, mentre Alanna si sforzò consapevolmente di non reciprocare alcun segno di emozione. Il silenzio venne interrotto quando Coda di Cavallo irruppe nella stanza indossando una giacca blu sulla maglia bianca a maniche lunghe. In bocca aveva una gomma da masticare ed avanzò oltre il tavolo, raggiungendo la parte posteriore della stanza.
L’uomo indicò nella direzione della donna mantenendo comunque il contatto visivo con Alanna. “Se non sbaglio hai già incontrato l’Agente Speciale dei Crimini Informatici Sheila McBride”.
Rivolse poi una breve occhiata all’Agente, gesto che lei ignorò. “Scusa se abbiamo iniziato senza di te”.
La donna si appoggiò al muro ed affondò entrambe le mani nelle tasche della sua giacca. Aveva tutte le caratteristiche di una maniaca del controllo. Alanna l’aveva capito dal modo in cui questa Agente McBride aveva abbaiato ordini al momento del suo arresto. Le era inoltre molto familiare lo sguardo penetrante che le aveva rivolto l’Agente, lo stesso che le stava rivolgendo in quel momento. Per tutta la vita le persone l’avevano considerata una delinquente. A ciò lei rispondeva sempre con un ampio sorriso laconico.
L’Agente dei Servizi Segreti le agitò la mano davanti al viso per attirare la sua attenzione. “Hai intenzione di dirci che cosa stavi facendo in quel condominio? O perché sei scappata dagli Agenti Federali che ti hanno avvicinata?”
Quando l’uomo unì le dita delle mani, Alanna appoggiò le spalle sullo schienale della sedia.
“Ti spiace dirci come ci sei arrivata? Abbiamo localizzato la tua auto, si trova al tuo appartamento”.
Alanna contrasse la mascella. Se non sapevano di Brayden di sicuro lei non gliel’avrebbe detto. L’Agente McBride avanzò verso il tavolo. Era sicuramente ancora indolenzita dallo scontro all’esterno dell’appartamento di Javier. L’ostilità era reciproca. Alanna provava poco trasporto per chi l’ostacolava. Specialmente le tipe con un caratteraccio. Lo attribuiva agli anni trascorsi accumulando la rabbia causata da una figura materna disfunzionale. A sufficienza per una vita intera.
L’Agente McBride si avvicinò con fare minaccioso. “Indovina che cosa hanno scoperto sul tuo computer in seguito alla perquisizione del tuo appartamento”.
I dati in merito ai suoi attacchi di phishing—la sua truffa più proficua. Aveva mandato partite di email che sembravano provenire da Instagram, Facebook ed ogni altra fonte fidata. Alcuni soggetti ignari le aprivano, cliccavano il link contenuto nel messaggio ed inserivano le proprie informazioni personali su finte pagine web create da lei.
Abbassò il mento prima di rispondere. “Minecraft?”
L’Agente McBride strinse lo sguardo dagli occhi azzurri. “Dati personalmente identificabili. Furto d’identità. Resistenza all’arresto. Effrazione. Stai per rendere molto felice un prosecutore federale molto fortunato”.
Il battito del cuore di Alanna accelerò. La maggior parte delle informazioni sul suo computer erano criptate su un server privato. Ad eccezione delle email che aveva mandato quella mattina. Avrebbe potuto fare più attenzione, ma non pensava avrebbe subito un’imboscata nel primo pomeriggio. Se non stavano bluffando era fregata. Ma non si sarebbe tradita dimostrando il panico che provava. La strategia dell’Agente McBride era giocare con la sua mente. Alanna si era trovata diverse volte nella posizione in cui si trovava in quel momento, quindi la cosa non la turbava più.
Spostò l’attenzione sull’Agente Palmer. Doveva avere poco più di quarant’anni. Iniziavano a vedersi le rughe sul suo viso. “Voglio un avvocato”.
“Ne hai uno da chiamare? Se così non fosse dovrai aspettare per ore prima che il tribunale te ne assegni uno”.
Alanna si accigliò all’accenno di intimidazione mostrata dall’uomo. “Aspetterò. Non otterrete niente da me fino a quel momento”.
L’uomo interruppe l’Agente McBride prima che quest’ultima potesse commentare. “D’accordo. Non parlare. Puoi almeno ascoltare ciò che abbiamo da dire?”
“Faccia pure”.
L’Agente aprì la cartella e poi le sbatté un foglio di carta sotto al naso. “Hai mai sentito parlare di questo gruppo?”
Alanna riconobbe subito la schermata. In alto si trovava una bandiera anarchica rossa e nera con una stella al centro. Sotto vi era un’immagine in bianco e nero di Che Guevara—quella che si vedeva sulle magliette. Javier non era stato molto entusiasta quando aveva visto la faccia dell’uomo nel momento in cui Brayden aveva sfoggiato il sito web hackerato. La sua famiglia era scappata da Cuba, quindi non era un grande sostenitore di Che.
Sotto all’immagine era stata inserita una citazione: “È il momento di gettare il giogo, di forzare la rinegoziazione dei debiti stranieri oppressivi e di costringere gli imperialisti ad abbandonare le loro basi di aggressione”.
Portò il capo verso la spalla sinistra. “Sì. So di AntiAmerica. Appaiono al telegiornale ogni dannato giorno”.
Non che stesse tenendo volontariamente il conto. Era Brayden che le forniva aggiornamenti tempestivi in merito. Un hacktivista di vecchia data e forte sostenitore di cause sociali su Internet, oltre ad un recitatore di sfoghi anticapitalisti. Quando iniziava a discutere sul come “il sistema è a favore dei benestanti e sfrutta le masse” nessuno era in grado di farlo tacere.
L’Agente Palmer si riappropriò del foglio e l’agitò davanti alla ragazza mentre la sua partner si spostò nell’angolo della stanza. “Era il sito web della Banca Nexus prima che AntiAmerica l’attaccasse il primo maggio, in occasione della commemorazione degli attacchi della Paura rossa nel 1919, un secolo fa. In seguito hanno avuto luogo gli attacchi a Dominion e First Regency. Le tre banche più importanti del paese che sono state attaccate nei due mesi scorsi”.
Gli Agenti si stavano comportando come se il loro discorsetto avrebbe avuto un qualche tipo d’influenza su di lei. “È per questo che mi state parlando?”
L’Agente Palmer annuì. “Io e l’Agente McBride facciamo parte di una task force inter-agenzie per conto delle quali ci è stato assegnato il compito di investigare”.
“Buon per voi”.
“Qual è la tua opinione circa AntiAmerica?”
Le orecchie di Alanna erano sature del suono prodotto dal masticare della gomma dell’Agente McBride. “Non ne ho. Non me ne frega niente. Lei che ne pensa?”
“Non sono hacktivisti che si battono per una causa come gli LulzSec o NullCrew. Sono anarchici. Il loro scopo finale è mettere in ginocchio il paese. E più acquisiscono sostenitori più diventano pericolosi”.
Dal momento in cui era stato postato un manifesto online da AntiAmerica dopo il loro primo attacco avevano radunato ogni anarchico tramite forum, chat room e Twitter. Non sapeva esattamente quanti fossero. Ma ogni volta in cui accendeva la televisione, al notiziario abbondavano storie in merito a nuove proteste che pullulavano nelle principali città del mondo.
“Okay. Sceneggiate a parte—che cosa c’entra tutto ciò con me?”
L’uomo rilassò la schiena e poi unì le mani. “Conosci un hacker di nome Paul Haynes?”
Alanna appoggiò la nuca sullo schienale della sedia. Il fatto che i Federali avessero menzionato il nome di Paul significava che erano al corrente del fatto che fosse un hacker black hat. Le conveniva procedere con cautela. In quanto all’oscuro delle prove che detenevano nei confronti di Paul, non poteva tradirsi negando qualsiasi connessione con quest’ultimo.
L’Agente Palmer inclinò la testa. “Puoi rispondere ad una semplice domanda con un sì o un no? Lo conosci o non lo conosci?”
Il silenzio li avrebbe certamente convinti della sua colpevolezza. Forse se avesse risposto, l’Agente sarebbe finalmente arrivato al punto. “Lo conosco. Ma non tanto bene. Abbiamo parlato qualche volta”.
“Quand’è stata l’ultima volta in cui avete parlato?”
“Qualche mese fa. Perché?” era meglio farlo passare per una conoscenza. Alanna era già abbastanza a rischio causa i suoi misfatti criminali, non era necessario che venissero associati a quelli di lui.
“Il suo coinquilino è stato assassinato”.
Lo stomaco di Alanna si contrasse quando la ragazza si agitò sulla sedia. Gli Agenti stavano studiando con fare interessato le sue reazioni—aveva tentato di dominare le proprie emozioni. Ma non poteva fare a meno di stare male per Paul. Nonostante la sua opinione su di lui non poteva non considerare il fatto che una perdita simile doveva essere stata straziante.
“Avevamo intenzione di convocarlo in centrale un paio di settimane fa per discutere di un exploit creato da lui, poiché era stato utilizzato nel primo attacco AntiAmerica. Gli Agenti mandati al suo appartamento a South Beach hanno trovato il corpo del suo coinquilino. Era stato legato, picchiato e strangolato”.
Alanna si morse il labbro inferiore. “Wow. Non ho mai conosciuto il suo coinquilino. Ma Paul mi è sempre sembrato un bravo ragazzo. Credete che sia stato lui ad ucciderlo?”
“Non lo sappiamo. Ma è ovviamente un potenziale sospetto, dato che è scomparso nel periodo in cui è stato assassinato il suo coinquilino”.
Paul e Terry erano una coppia—non coinquilini. I Federali però non l’avrebbero appreso da Alanna. Anche se si stava distanziando da Paul, a nessuno più di lei piaceva tenere nascosti i dettagli sulla vita privata. Si strinse il ventre sotto al tavolo. Paul parlava della sua relazione come se avesse trovato l’amore della sua vita. Alanna era scettica in merito al fatto che si fosse trattato di tortura ed omicidio.
L’Agente Palmer si sporse in avanti sul tavolo. “Dove l’hai visto per l’ultima volta?”
“Al Mechlab.” L’hackerspazio locale. Un centro ricreativo/biblioteca/bottega/laboratorio di computer. Paul era stato uno dei primi che aveva incontrato quando era diventata una frequentatrice assidua del locale un paio di anni prima. Brayden e Javier lo conoscevano anche da più a lungo.
“Sai dove potremmo trovarlo?”
“No, mi dispiace. Non lo vedo e non lo sento da tempo”.
L’Agente McBride intervenne, “E Javier Acosta? Quand’è stata l’ultima volta in cui l’hai visto o sentito?”
Alanna la fissò, ma era nascosta dall’ombra nell’angolo. “Javier? Lui che cosa c’entra?”
Quando l’Agente avanzò, Alanna notò l’espressione fiera che aveva in volto. “È scomparso da qualche settimana, vero? Risulta inoltre essere amico di Paul Haynes—il quale è scomparso nello stesso periodo”.
Accidenti. I Federali stavano cercando Javier. Stavano sorvegliando il suo appartamento—non lei.
L’Agente McBride inclinò il capo fino a quando gli occhi delle due erano alla stessa altezza. “Alanna? Javier Acosta—che cosa sai sulla sua scomparsa?”
“Non farebbe del male a nessuno—e non prenderebbe mai parte ad AntiAmerica”.
“La vulnerabilità dimostrata da AntiAmerica nei confronti della Banca Nexus è stata scoperta da Paul—e Javier. Stai cercando di dire che si tratta di una coincidenza?”
La perquisizione dei Federali all’appartamento di Javier era l’indicatore del fatto che lo consideravano un sospetto negli attacchi AntiAmerica. Restare in silenzio non era più un’opzione. Doveva difendere l’innocenza del ragazzo. O almeno portare altrove l’attenzione dei Federali. “Javier è un hacker etico. Le compagnie lo pagano affinché sistemi i loro bug. Non ruba”.
L’Agente McBride raggiunse il bordo del tavolo. “Sonda le vulnerabilità dei software ed hackera le compagnie in cambio di denaro. Assomiglia molto a ciò che fanno gli hacker di AntiAmerica”.
“Parlate con Paul. Forse è stato lui. O forse l’ha venduto come exploit creato da lui. Inoltre la Nexus non ha sistemato in tempo le vulnerabilità. Ma Javier non c’entra niente con l’attacco”.
L’Agente Palmer si frappose fra le due. “Anche se così fosse, vorremmo parlargli. Ma è sparito, quindi ti stiamo chiedendo di aiutarci a riempire gli spazi vuoti. Ha mai espresso insoddisfazione nei confronti di qualche istituzione finanziaria? Ha mai espresso il proprio supporto per AntiAmerica?”
“No. Javier non è un hacktivista. Non gli interessa la politica. E non ha mai commesso un crimine nella sua vita. Sapete qual è la differenza fra un hacker white hat e black hat, vero?”
La gomma da masticare verde si spostò nella bocca dell’Agente McBride. “Se lo conosci così bene allora perché hai fatto irruzione nel suo appartamento?”
Alanna distolse lo sguardo dal soffitto. Le forti luci le stavano facendo vedere delle macchie. “Siamo stati insieme. Non rispondeva al telefono. Mi sono fermata a casa sua. Non mi ha aperto. Me ne sono andata”.
L’Agente federale scosse il capo e ridacchiò. “Il tuo mentire ci convince del fatto che tu abbia qualcosa da nascondere. Ti va di parlarci dei dati criptati sul tuo hard disk? C’è qualcosa che ti collega ad AntiAmerica?”
Alanna emise una risata tesa. “Credete veramente che io sia immischiata con quei fanatici? Dovete essere veramente disperati”.
L’Agente McBride afferrò il tavolo con così tanta forza che le sue nocche si fecero bianche. “La tua recita sarebbe più convincente se non avessimo già le prove del fatto che in passato hai già rubato dati che non ti appartengono”.
“Ve lo dico chiaro e tondo: non mi immischierei mai con gli AntiAmerica o con altri pazzi. Fate tutte le ricerche che volete. Non troverete niente che mi colleghi a loro”.
“Forse il tuo ragazzo è un membro di AntiAmerica. E tu sei la sua complice”.
Alanna balzò in piedi. “Siete sordi? Non abbiamo niente a che fare con loro. Se foste bravi a fare il vostro lavoro sapreste che sto dicendo la verità”.
“Ti dico ciò che so” l’Agente federale avanzò verso Alanna puntandole l’indice contro. “So che sei una ladra ed una bugiarda. Se non smetti di fingere di essere stupida verrai condannata in quanto criminale”.
“So di che cosa si tratta. AntiAmerica vi sta facendo rincretinire, quindi arrestate il primo hacker che trovate”.
L’Agente McBride allontanò alcune ciocche dei suoi capelli sottili dal viso. “Non farti illusioni. Sei una ladra d’identità. Credi che c’interessi una nullità come te?”
“Allora perché continuate ad inventare cavolate su di me e AntiAmerica?”
“Vogliamo che ci parli di Javier Acosta. Che diamine ci facevi nel suo appartamento? Cosa sei, la sua ex ragazza psicopatica?”
Alanna si precipitò verso l’Agente federale. “Come mi hai chiamata? Ne ho abbastanza di te—”
Alanna raggiunse circa metà tavolo prima che l’Agente McBride l’afferrò per un braccio e la scagliò contro al muro. L’Agente portò il braccio sullo sterno della ragazza con un ghigno in viso, ed il suo respiro caldo raggiunse la guancia di Alanna. L’Agente Palmer si frappose fra le due fino ad allontanare la collega. Alanna si rimise a sedere senza distogliere lo sguardo dall’Agente McBride, la quale ribolliva dalla rabbia causata dall’intervento del suo partner.
L’Agente Palmer indicò nella direzione di Alanna. “Calmati. Non peggiorare le cose”.
Aveva ragione. Omicidio. Attacchi alle banche. I Federali che davano gli hacker in pasto ai lupi per molto meno. Il fatto che Alanna non potesse essere collegata ad AntiAmerica o a Javier o Paul non avrebbe avuto importanza. Non contava nemmeno il fatto che non detenesse le competenze necessarie al fine di perpetrare gli attacchi. Ai Federali interessava ottenere delle promozioni e fare in modo che i cittadini fossero felici—non aveva rilevanza arrestare la persona giusta. Questa Agente McBride la stava spingendo a fare qualcosa di stupido. Non avrebbe ottenuto niente di buono a perdere la testa.
L’Agente Palmer si rimise a sedere, allungò la mano in tasca e sbatté una busta di plastica sul tavolo, all’interno della stessa si trovava l’iPhone della ragazza. “Parliamo del perché sei qui. Ieri e oggi hai ricevuto dei messaggi da Javier. Quand’è stata l’ultima volta in cui l’hai visto?”
“Qualche settimana fa”.
“Tutti quelli che lo conoscono dicono la stessa cosa. Sembra sparito dalla faccia della terra. Ha smesso di andare a lezione. Nessuno ha avuto sue notizie”.
“Per questo stavate sorvegliando il suo appartamento?”
L’uomo serrò le labbra. “Non mi è consentito condividere quest’informazione. Tutto ciò che devi sapere è che Javier un sospettato”.
“Non sapete dov’è, quindi sicuramente sta attaccando le banche per conto di AntiAmerica, vero?”
“Tutto ciò che vogliamo è che venga a parlare con noi, in modo da poterlo eliminare dai sospetti. Se è innocente come dici tu, nessun danno nessun affanno”.
La gamba di Alanna stava tremando sotto al tavolo. “Volete che lo trovi per voi”.
“Il fatto è questo: abbiamo abbastanza prove dalle tue operazioni di phishing da mandarti in prigione. Fortunatamente per te dobbiamo parlare con Javier. Poiché sei l’unica persona con cui ha comunicato, sei l’unico collegamento. Vogliamo trovarlo per convocarlo e porgli delle domande”.
“Mi lasciate andare se spio Javier per voi?”
“Ti stiamo offrendo un patto in cui tutte le tue accuse verrebbero annullate a condizione che tu lavori come informatrice fino a quando i termini del servizio saranno stati soddisfatti. Per prima cosa localizzerai Javier ed acquisirai qualsiasi informazione che lo collega ad AntiAmerica”.
Un’informatrice. I Federali l’avrebbero completamente avuta in pugno. Avrebbe trascorso il proprio tempo spifferando dati su Javier e chiunque altro fino a quando sarebbero stati ragguagliati a sufficienza. Avrebbe dovuto dire addio a tutti gli introiti ricavati dalle sue truffe. Per quanto ad Alanna non piacesse ciò che le stavano proponendo, l’alternativa era molto peggio.
Se glielo permetterai, le persone ti dissangueranno.
Alanna restò in silenzio per un po’ prima di rispondere. “Mettiamo che vi aiuto. Che succede se non riesco a trovare Javier? Sono comunque libera?”
L’Agente Palmer scosse il capo. “Mi dispiace. Non funziona così. Affinché tu possa ricevere il nostro aiuto ci devi assistere nelle investigazioni. O ci porti da lui o ci fornisci le informazioni necessarie in modo che lo possiamo trovare”.
L’Agente McBride ronzò attorno a lei fino quando non le torreggiò sopra. “Spero che tu dica di no. Dalle prove che ho esaminato, una ladruncola come te non ha motivo di essere libera”.
Il partner della donna si alzò in piedi e si avvicinò al lato opposto del tavolo. “Se rifiuterai sarà come se getterai via la tua vita. Quindi prenditi un momento per rifletterci prima di rispondere”.
Il sangue di Alanna le si congelò nelle vene quando entrambi gli Agenti la fissarono. Rifiutarsi di aiutarli significava riporre le proprie speranze in un giudice a caso affinché questi provasse pietà per lei. Finire in prigione e macchiarsi la fedina penale l’avrebbe distrutta. Gli hacker black hat dovevano sempre fare attenzione alle spie, proprio per quel motivo. La maggior parte dei ragazzi della sua età sarebbero stati terrorizzati di trascorrere anche un breve periodo dietro le sbarre. Quei due non sapevano però che Alanna aveva in mente una terza opzione.
Fissò le sue scarpe di pelle nera, fingendo di riflettere sulla decisione. “D’accordo. Lo farò”.
Il volto dell’Agente Palmer s’illuminò. “Hai preso la decisione giusta. Io e l’Agente McBride ti accompagneremo ad organizzare il tutto. Qualcuno ti fornirà tutte le informazioni necessarie a breve”.
Alanna rivolse ai due un ultimo ghigno. “Non vedo l’ora”.
Quando l’Agente Palmer uscì dalla stanza, l’Agente McBride torreggiò su di lei e le rivolse qualche altra parola. “Avrai anche convinto lui, ma non me. Se riusciamo a collegarti agli hacking di AntiAmerica, il patto si annulla e tu vai in prigione. Se arriviamo al tuo ragazzo senza il tuo aiuto, tu vai in prigione. Il tempo scorre”.
Alanna affondò sulla sedia quando sentì la porta chiudersi. Sembrava che la collaborazione avesse allontanato l’attenzione da sé stessa. Non poteva rischiare che l’Agente McBride o gli altri Federali scavassero nella sua vita. Il phishing non era l’unico genere di truffa che perpetrava. Se fosse andato tuto per il meglio non sarebbero mai venuti a sapere del suo asso nella manica.
3
Droghe
Jessica Bright. Nata a Birmingham, Alabama, il 3 febbraio del 2001. Patente di guida rilasciata all’età di sedici anni. Fedina penale pulita. Nessun federale che la sorveglia. Più affidabile di Alanna Blake, la ladra che era stata identificata. Jessica non aveva nemmeno idea del fatto che le sue informazioni personali fossero state rubate da un’agenzia di cartelle cliniche nel Sud della Florida. Jessica era l’identità di riserva di Alanna.
Stringeva in palmo di mano una tessera sulla quale si trovavano il nome ed il volto di Jessica. Quello stesso pomeriggio si era recata alla filiale della sua banca per svuotare il suo fondo d’emergenza. Rimosse la chiave della cassetta di sicurezza dal compartimento nascosto ricavato nella spazzola per capelli. La confezione rettangolare di metallo conteneva tutto ciò che le serviva per cominciare una nuova vita: il documento d’identità di Jessica, le sue tessere bancarie, dei contanti extra, un telefono usa e getta, un laptop di scorta ed una pen drive.
Il bottino era stato originariamente messo da parte in caso le cose fossero andate male con la polizia o con i suoi clienti del mercato nero. Ora rappresentava un modo per sfuggire ai Federali. L’Unità Crimini Informatici la stava tenendo sotto sorveglianza. Avevano installato una cimice sul suo laptop o sul suo iPhone. Poteva comunicare solamente tramite il telefono usa e getta, il suo computer di riserva, o di persona.
Mise in tasca il telefonino usa e getta e ripose i documenti d’identità, le carte ed i contanti nella borsetta. Sistemò il computer nella sacca di pelle marrone. Successivamente installò sul computer un software kit che aveva acquistato specificatamente per l’incontro che avrebbe intrattenuto più tardi. Il resto del bottino si trovava nel vano portaoggetti. Scese dalla sua Toyota Corolla nera con le borse in mano.
Ad un semaforo rosso erano ferme due file di auto. Si spostò fra i veicoli per attraversare la strada, e poi osservò con cura ciò che la circondava. Una tipica serata del fine settimana a South Beach. Il traffico sulla Washington Avenue avanzava regolarmente. Fuori dai locali e dai negozi non si erano ancora formate le solite file. Le poche persone presenti sui marciapiedi si stavano facendo gli affari propri.
Sembrava che nessuno dell’Unità Crimini Informatici la stesse seguendo. L’Agente McBride le aveva giurato che i suoi l’avrebbero sorvegliata tutto il tempo. Alanna non era certa se stesse dicendo la verità o se l’Agente avesse solo cercato di condizionarla. La donna aveva messo in chiaro quanto poco si fidasse di lei. Il concetto le venne ribadito anche quando venne accompagnata fuori dallo stabile dove abitava.
L’unico aspetto positivo era che i Federali avevano lasciato il suo appartamento in condizioni migliori di quello di Javier. Un vantaggio dell’essere una loro talpa. Che le piacesse o no, renderli felici ora era il suo lavoro a tempo pieno. Aveva lasciato dei messaggi in cui chiedeva di Javier sul suo cellulare, ed aveva persino contattato i genitori di lui, i suoi cugini ed i suoi amici. Per dimostrare che stava rispettando i termini del patto.
Svoltò l’angolo. Rallentò il passo quando vide l’insegna adornata dalla scritta Serendipity in rosa accesso. Era presto. Nessuno era ancora in coda fuori dal locale. Il buttafuori muscoloso sulla soglia si passò una mano nei capelli a spazzola prima di lisciarsi la giacca dell’abito grigio quando la ragazza si avvicinò a lui.
Alanna estrasse la patente di Jessica dalla borsetta. Il gorilla le sottrasse il documento dalle mani e lo rivolse verso la luce al neon dell’ingresso. Gli occhi di lui si spostarono poi dalla foto alla ragazza. Poteva guardarla quanto voleva, nessuno si sarebbe mai reso conto che si trattava di un documento falso. Aveva fatto domanda alla motorizzazione fingendosi Jessica.
I conti correnti che aveva aperto intestandoli a Jessica usavano il numero di previdenza sociale di una bambina di cinque anni. Il numero era stato rubato dalla medesima azienda di cartelle cliniche—le agenzie di credito non verificano quell’aspetto. Alanna non aveva utilizzato i conti per derubare qualcuno, quindi non avevano motivo di sospettare qualcosa. Per quanto riguarda la bambina sarebbero trascorsi anni prima che si sarebbe preoccupata dei suoi movimenti bancari.
Il buttafuori le porse la patente e le aprì la porta. Alanna vide la propria espressione stoica riflessa nello specchio all’entrata. L’agitazione del giorno prima era un ricordo passato. Ciò che ne era conseguito era un’apatia emotiva che l’aveva fatta sentire isolata dal resto del mondo. Lo stato d'animo perfetto per frequentare un locale di narghilè.
All’interno la luce era viola. Dei divani foderati di velluto rosso e dei tavoli neri erano disposti su entrambi i lati della passerella decorata dal tappeto rosso. Il proprietario aveva optato per un arredamento opulento in stile europeo, piuttosto che il tipico decoro medio orientale, il che aveva fatto in modo che il locale attirasse i turisti stranieri e la mafia russa.
Il Serendipity era vuoto, ad eccezione di un paio di coppie che sedevano ad un tavolo a sinistra munito di un hookah d’argento, e Natalya si trovava al bancone. Meno persone presenti meglio era. Meno possibilità che i Federali la spiassero. Ripose la patente di Jessica nella borsetta, dalla quale estrasse due banconote da venti. Dopo aver sistemato la borsetta all’interno della sacca, rivolse una veloce occhiata al proprio palmo destro.
La vista del sangue secco le fece venire un leggero brivido. Alanna aveva affondato le unghie nella carne della mano per la maggior parte del pomeriggio. Aveva ideato un piano per manipolare uno dei suoi amici più cari. Durante giornate come quella Alanna era incapace di provare qualsiasi sentimento di rimorso, quindi aveva optato per l’infliggersi dolore. Nel raggiungere la parte sinistra del bar abbandonò le braccia lungo i fianchi.
Natalya l’osservò mentre sistemò dei bicchieri su un cabaret. Aveva poco più di trent’anni, ma sembrava abbastanza giovane da poter indossare il vestito nero scollato che portava in quel momento. I capelli ricci castani che di recente aveva accorciato la facevano sembrare più grande della sua età. Dopo aver messo del ghiaccio in un bicchiere, lo riempì con della Coca Cola da un rubinetto della soda. Era l’ultima persona al mondo che le avrebbe servito dell’alcol. Non che Alanna provasse il desiderio di consumarne.
Natalya posizionò il bicchiere sul bancone con fare corrucciato. “Che incosciente. Non hai letto il mio messaggio in cui ti dicevo di non venire?”
“È un’emergenza. Non ho altro posto in cui andare”.
Il viso di Natalya si animò. “E se Bogdan viene qui e ti vede?”
“Hai detto che non viene qui”.
“Ogni tanto sì. E anche i suoi amici”.
Alanna prese un sorso della bibita nel bicchiere e poi si asciugò le labbra. “Non sanno che sono qui. Se non mi vedono sarò al sicuro”.
“Gli ho mentito quando mi ha chiesto di te. Ti rendi conto in che situazione mi stai mettendo?”
Alanna alzò le mani in aria. “Mi dispiace. Mi farò perdonare. Se vuoi posso spiare ancora la tua ragazza”.
“Non è più la mia ragazza”.
“Meglio. Sei troppo per lei. Se vorrà ancora litigare con te dimmelo, le aizzerò contro la polizia”.
“Non ho bisogno del tuo aiuto per avere a che fare con lei. Non ti serve un’altra scusa per metterti nei guai”.
Alanna indicò il corridoio a sinistra, quello che conduceva al privé. “Posso usarlo, vero?”
Natalya alzò gli occhi al cielo. “Fino alle nove”.
“Grazie. Il mio amico arriverà fra poco”.
“Non un minuto più tardi. Il mio capo arriva verso le dieci. Se ti vede nel privé finisco nei guai. È molto severo”.
“Severo? Tu spacci sotto al suo naso”.
Natalya posò entrambe le mani sul bancone. “Non se n’è accorto perché faccio attenzione. Dovresti farlo anche tu ogni tanto. Hai portato i soldi?”
Alanna portò la mano sinistra sul bancone. Natalya fece scivolare verso di lei una bustina di plastica in cambio delle banconote piegate. Si mise in tasca i soldi senza nemmeno contarli. Gli stupefacenti erano pensati per i clienti che ci provavano con lei mentre stava lavorando. Alanna non era più una cliente regolare, ma le due si sostenevano ancora a vicenda.
Alanna l’aveva messa in contatto con fornitori da poco nella Zona Fantasma—il sito del mercato nero dove aveva acquistato l’identità di Jessica. Natalya la teneva informata su Bogdan ed i suoi compagni della mafia russa, le vendeva sporadicamente dosi di erba senza ricarico e l’insultava per le sue scelte di vita irrazionali. Questa volta Alanna non aveva la forza di discutere.
Mise la busta in tasca prima di dire qualcosa all’orecchio di Natalya. “Avvisami se arriva Bogdan. Scapperò dal retro”.
“Terrò gli occhi aperti. Non metterci troppo però. È meglio che tu non sia qui quando inizierà ad arrivare più gente”.
Alanna le fece l’occhiolino prima di impossessarsi del bicchiere che si trovava sul bancone. “Sono in debito. Chiamami. Adesso che sei single possiamo guardare Netflix sul tuo divano”.
Natalya si limitò a sorridere timidamente. Faceva bene a preoccuparsi. Non solo perché aveva mentito a Bogdan. Natalya era sua concorrente. Bogdan gestiva uno spietato giro di droga per i suoi capi russi. Bulgaro. Nerboruto e forte. Un sociopatico impasticcato dal carattere migliaia di volte peggiore della madre di Alanna—meno le urla e gli insulti. Sotto la superficie andava a fuoco, le fiamme si propagavano nei suoi occhi e nella sua espressione quasi sempre imbronciata. Non era qualcuno di cui si voleva essere in presenza nel momento in cui sarebbe esploso.
Bogdan era il motivo per il quale Alanna aveva mostrato il documento di Jessica all’ingresso. Forse lui non si ricordava della sua esistenza. O forse l’avrebbe uccisa a vista. Era meglio essere cauti. Non sarebbe dovuta andare affatto in quel locale, ma riteneva che i Federali stessero osservando ogni sua mossa. Se si fosse accordata per incontrare qualcuno al suo appartamento avrebbe sollevato dei sospetti. Il Serendipity fungeva da luogo pubblico in cui ci si poteva incontrare avendo un po’ di privacy.
L’illuminazione fluorescente sul soffitto la guidò oltre i servizi e verso il privé. Quando attraversò la porta le sue narici vennero raggiunte da un pesante profumo di deodorante per ambienti. La sala era illuminata del medesimo viola del neon dell’insegna. Un divano circolare di pelle rossa adornato da diversi cuscini riempiva metà stanza. Allineati ai muri erano stati disposti due tavoli neri con sedie in pelle in coordinato. I drappeggi erano scarlatti, ed al centro della circonferenza del divano era stato sistemato un tavolo nero.
Alanna sistemò al centro del tavolo il drink e la bustina fornitale dal Natalya, e poi si abbandonò sul divano. Estrasse una pallina dal sacchetto. La fornitura di erba era un altro dei motivi che l’avevano spinta a scegliere quel locale come luogo d’incontro. I Federali non avrebbero reagito bene se l’avessero vista acquistare della droga da uno spacciatore in strada. Tirò fuori dalla borsetta le cartine e le posò sul tavolo accanto all’erba prima di mettersi all’opera.
Qualche minuto dopo ricevette un messaggio da Brayden sul telefonino usa e getta. Si lamentava del fatto di essere in ritardo a casa del traffico, e le chiedeva perché avesse deciso di incontrarsi a South Beach. Il ragazzo era completamente all’oscuro del fatto che Alanna stava facendo del proprio meglio per tenergli i Federali alla larga. Erano già a caccia di una persona a lei cara. Non voleva assolutamente che il suo migliore amico comparisse sul loro radar.
Dopo aver finito di preparare la canna l’accese per rilassarsi i nervi. Normalmente fumava solamente nei giorni in cui provava molta ansia. Non le importava se l’automedicazione quando la sua vita prendeva una brutta piega la rendeva una drogata. Non molto tempo prima era schiava di droghe ben più pesanti. Un’altra caratteristica ereditata dal suo vecchio.
Nei suoi ultimi anni di vita era stato incline ad aprire il proprio cuore mentre si trovava da solo con lei ed era ubriaco. La maggior parte delle volte le raccontava degli abusi subiti da parte del suo capo e colleghi, e dell’ultimo rimprovero ricevuto dalla madre di Alanna. Le era rimasta scolpita nella mente una sua confessione rispetto alle altre. “Sei mia figlia. Ti voglio più bene che a qualsiasi altra cosa al mondo. Ma a volte vorrei che tu non fossi mai nata”.
Dopo aver inalato profondamente, Alanna si coricò sul divano con il grido d’aiuto del padre in mente. Quanto sarebbero state diverse le loro vite se la ragazza avesse compreso il suo dolore com’era in grado di fare in quel momento? Spostò la propria attenzione sulle due canne che aveva preparato per Brayden. Sperava che il ragazzo avrebbe condiviso l’abitudine di suo padre di essere completamente onesto quando fatto.
Se fosse stato disposto a parlare spontaneamente degli spostamenti di Javier gliel’avrebbe già comunicato. La sua erba preferita le avrebbe fornito le risposte a tutti i dubbi. Non era la prima volta in cui Alanna carpiva informazioni da qualcuno fatto o ubriaco. Il trucco era premere i tasti giusti piuttosto che interrogare il soggetto. Dar loro una scusa per aprirsi.
“Devo dirti una cosa”.
Alanna ruotò il capo nella direzione della voce. Brayden si trovava di fronte al divano, indossava una maglietta rosso sbiadito ed un paio di pantaloncini color cachi. Sul viso della ragazza si ampliò un sorriso quando si rese conto dell’espressione profondamente corrucciata di lui, poi gli rivolse un cenno del capo nella direzione del centro del tavolo. “Prima siediti e rilassati”.
Brayden scosse il capo e si gettò sul divano. Dopo essersi allungato verso una canna l’indicò con la mano libera. Alanna tirò fuori l’accendino dalla tasca e lo porse al ragazzo. Dopo aver acceso la canna ed aver fatto un tiro, Brayden esaminò il piccolo rettangolo liscio di argento. “Bello”.
“Ti piace?”
Brayden annuì prima di lanciarle l’accendino. “È il solo gingillo che ti ho visto portarti dietro”.
Alanna ripose l’accendino in tasca. “Gli altri miei gioielli o li ho persi o li ho dati in pegno”.
“Cimelio di famiglia?”
“No. L’ho sgraffignato”.
Brayden esalò una nuvola di fumo grigio. “Perché non ne sono sorpreso? Ho un messaggio da parte di AntiAmerica”.
“AntiAmerica?”
“Vogliono sapere perché hai fatto irruzione nell’appartamento di Javier”.
Alanna si mise a sedere. “Come sono venuti a saperlo?”
“È per questo che i Federali ti hanno messo in manette ieri, vero?”
“Ma non l’ho detto a nessuno”.
“Vogliono anche sapere che cos’hai detto ai Federali”.
“Aspetta. Come fai a parlare con AntiAmerica?”
Abbassò le spalle. “Mi hanno mandato un messaggio tramite Javier”.
La verità, finalmente. “Quindi gli hai parlato”.
“Volevo dirtelo, giuro. Ma mi ha fatto promettere di non farne parola con nessuno”.
In diverse circostanze gli avrebbe urlato addosso. Per settimane l’aveva ascoltata sfogarsi della loro rottura. Se Brayden avesse rivelato prima la verità non sarebbe entrata nell’appartamento di Javier e non sarebbe stata arrestata dai Federali. Non le piaceva il fatto che le avesse tenuto nascosta la verità. Un po’ ipocrita, considerata la situazione.
“Ti ha detto che cos’è successo?”
Brayden diede un’occhiata ai drappeggi. “No. Tutto ciò che so è che deve mantenere un profilo basso per un po’”.
“Dimmi dov’è”.
“Non lo so. AntiAmerica gli ha offerto un nascondiglio dopo averlo avvisato che le persone a lui care erano in pericolo”.
“Perché lo stanno aiutando?”
Fece spallucce dopo aver esalato. “Non ne ho idea. Parlo di loro tutto il tempo. Non ero a conoscenza del fatto che lui avesse qualcosa a che fare con loro fino a poco tempo fa”.
“Quelli della Crimini Informatici credono che sia collegato ad AntiAmerica”.
La sua voce mutò in uno strillo. “Hai parlato con la Crimini Informatici?”
“Pensavano che anche io fossi collegata con AntiAmerica”.
Brayden ridacchiò coprendosi la bocca con la mano. “Ha! Tu—e AntiAmerica? Gli hai detto che sono pazzi?”
“AntiAmerica è la ragione per la quale stavano sorvegliando l’appartamento di Javier. I Federali hanno chiesto di loro e di Javier”.
Il ragazzo guardò la canna fra le sue dita. “Ti hanno chiesto aiuto per trovarlo?”
“Mi stai chiedendo se sono una spia?”
“AntiAmerica sostiene che tu lo sia”.
“E tu ci credi”.
Brayden sollevò le braccia ossute in aria. “Beh, sei stata beccata a fare irruzione a casa di Javier. E adesso sei una donna libera e mi chiedi di lui”.
“Non sono la loro talpa. Ti ho fatto venire qui perché li sto raggirando”.
Le gambe di Brayden presero a tremare quando soppesò le parole di lei.
Non l’aveva ancora convinto. “Voglio parlare con Javier. I Federali sostengono che lui e Paul facciano parte di AntiAmerica”.
“Che cosa glielo fa pensare?”
“AntiAmerica ha utilizzato un exploit su cui hanno lavorato entrambi. Quando i Federali sono andati all’appartamento di Paul hanno trovato Terry assassinato”.
Brayden sgranò gli occhi. “Oh mio dio. Dici sul serio?”
“Paul è un sospetto. Sai in che merda è coinvolto. Lui e Javier che scompaiono nello stesso momento fa sembrare che stiano lavorando insieme”.
“Forse è una buona cosa che Javier sia scappato” borbottò Brayden.
“Non si può nascondere dai Federali. Sai quanto si fida facilmente delle persone. Paul potrebbe approfittarsi di lui. Hai parlato con Paul?”
Scosse il capo. “No. Tu?”
“Non risponde al telefono. Devo parlare con Javier per sentire anche la sua versione della storia”.
“Stai perdendo tempo. Non vuole parlare. Né con te né con nessun altro”.
“Ti prego Brayden” la sua voce si ruppe. “Sono preoccupata per lui. Mi ha mandato un messaggio dicendo che era in pericolo”.
“Javier ti ha scritto?”
“Dal suo cellulare. Ha detto che avrei dovuto trovarlo”.
Brayden si grattò la mascella con l’indice. “Javier ha lasciato il telefonino all’appartamento. Temeva che qualcuno potesse localizzarlo tramite il GPS. Sta usando un cellulare usa e getta—come te”. Alanna non aveva visto il telefono quando aveva cercato all’appartamento. “Sei sicuro?”
“L’ho visto con i miei occhi. E poi non ha contattato nessun altro a parte me e la sua famiglia. Non poteva essere lui”.
“Okay. È inquietante. Brayden, lascia che gli parli. Per favore. Dobbiamo cercarlo”.
Brayden le rivolse un’occhiata. “Ci sto già pensando io”.
Alanna si voltò fino a quando non si trovò direttamente di fronte a lui. “Ascoltami. Non farei mai la spia su Javier. Sto cercando di proteggerlo”.
“Proteggilo a modo tuo. Io lo proteggo a modo mio”. S’interruppe prima di abbassare lo sguardo sul tavolo laminato nero. “Lo chiamo. Ad una condizione. Fai ciò che ti chiede AntiAmerica. Promettimi che starai lontano”.
Sul volto di Alanna apparve una smorfia arrabbiata. “Sei dalla loro parte”.
“Sono dalla parte di Javier. Credo che lo terranno al sicuro”.
“Non ti fidi di me. Per questo mi hai tenuto nascosto alcune cose riguardo a Javier”.
Le accuse non lo turbarono minimamente. “Abbiamo avuto entrambi dei segreti. Me lo prometti o no?”.
Alanna sospirò. “Te lo prometto”.
“Lo riferirò a Javier. Ti scrivo se accetta di parlare”.
La ragazza si allungò per prenderli la mano destra. “Digli tutto ciò che ti ho detto sui Federali e su Paul”.
“Lo prometto” gli tremò il mento. “Mi spiace se non ti ho detto di Javier. Non volevo avere segreti con te. Ma mi ha convinto che fosse più sicuro per tutti”.
“Lo sto solo proteggendo, lo giuro”.
“Non devi convincere me. So che non riesci a pensare razionalmente quando si tratta di lui. Quindi aiuterai i Federali ad annientare AntiAmerica?”
“Dì loro che non lo farò. A patto che tengano Javier al sicuro. Se lo fregheranno li vedrò andare tutti quanti in prigione”.
“Riferisco”.
Il suo sguardo si spostò sull’aura viola delle luci sopra di loro. “È l’ultima volta in cui ti potrò vedere per un po’. Non voglio far sì che i Federali arrivino a te”.
“Nemmeno io. Non mi sarei mai presentato se avessi saputo che ti tenevano al guinzaglio”. Brayden sorrise quando lei gli fece il dito medio. Poi prese un altro tiro ed esalò. Alanna imitò il suo gesto. Si sistemarono sul divano senza aggiungere altro. Come le aveva detto una volta: non esistono silenzi imbarazzanti quando sei fatto. Fortunatamente per lei. Era chiaro che il suo amico non si fidava più di lei. E infrangere la promessa che aveva appena fatto non avrebbe fatto altro che aggravare la situazione.
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