Kitabı oku: «La pergamena distrutta»

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Virginia Mulazzi

La pergamena distrutta

Romanzo del secolo XVI


Pubblicato da Good Press, 2020

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066073343

Indice

AL LETTORE

PARTE PRIMA

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

PARTE SECONDA

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

X.

XI.

XII.

XIII.

XIV.

PARTE TERZA

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

X.

XI.

XII.

XIII.

XIV.

XV.

XVI.

XVII.

XVIII.

AL LETTORE

Indice

_Affidata ai gentili incoraggiamenti, che mi furono fatti da diverse egregie persone, mi decisi a pubblicare questo Romanzo da me composto per mio piacere.

Ho scritto liberamente, come la ispirazione mi dettava, senza la cura costante di seguire alcuna scuola dei grandi autori.

Sarò paga se questo mio lavoro varrà a far passare piacevolmente qualche ora ed a ravvivare ed accrescere il sentimento del dovere e l'amore alla virtù._

L'AUTRICE.
PARTE PRIMA

Indice

Il segreto

I.

Indice

Era una notte di gennajo dell'anno 1574.

In uno dei più bei palazzi, che contasse allora Catania, fra i meno danneggiati dal terremoto del 1563, si poteva notare un va e vieni insolito a quell'ora; e dietro le antiche finestre scorgere in molte camere dei lumi.

Perchè si vegliava sì tardi in quel palazzo?

Il vecchio duca dell'Isola, suo proprietario, era stato colpito la notte istessa da grave malore, e trovavasi in fil di vita.

L'infermo, che conservava ancora tutte le sue facoltà mentali, aveva compresa la gravità della sua posizione, e chiesto con istanza di confessarsi, non però al solito religioso, ma ad un benedettino, giunto da poco in Catania per predicarvi, e tenuto in gran conto da tutti.

Tal desiderio era stato tosto soddisfatto; ed il frate trovavasi rinchiuso coll'ammalato nella camera da letto, che aveva già un aspetto mortuario.

In una sala attigua stavano riuniti il figlio e le due figlie del duca.

Il primo, don Francesco dell'Isola, erede del titolo e dei beni del padre morente, era un uomo che non varcava i trentacinque anni, ed al quale nondimeno se ne sarebbero dati di più; tanto la sua fisonomia regolare e distinta aveva un carattere serio e riflessivo.

Soltanto i suoi occhi neri erano di una vivacità estrema; non si poteva quasi afferrare l'espressione di quello sguardo, ma se ne rimaneva soggiogati.

Quando don Francesco taceva, o fissava gli occhi al suolo, l'osservatore più acuto non avrebbe potuto leggere sul suo volto che la più grande impassibilità, l'indifferenza più altiera. L'insieme del di lui aspetto era burbero ed imperioso.

Da due anni era ammogliato. La sua sposa, unica figlia del marchese del Faro, uno dei più ricchi signori della Sicilia, morto quasi subito dopo quelle nozze, trovavasi nella notte, di cui si parla, ad un vicino castello con suo figlio, bambino di un anno.

Le sorelle di don Francesco erano molto più giovani di lui: quantunque entrambe belle, presentavano due tipi diversi.

Donna Maria contava poco più di vent'anni: bionda, dagli occhi nerissimi e lucenti, dai tratti fini ed incantevoli, aveva veramente alcun che di affascinante.

Donna Rosalia, la sorella minore, aveva pure occhi neri: bellissime trecce, parimenti nere, circondavano perfettamente il suo volto bruno, pallido e melanconico. Toccava appena i diciassette anni, e non pertanto sembrava che il dolore avesse già stampata la sua traccia su quella fronte pensosa.

Tutti tacevano.

Aspettavano per entrare dal duca che il confessore ne uscisse: se non si fosse udito un leggiero bisbiglio nella camera dell'ammalato, avrebbero cominciato a temere qualche accidente.

Infatti il tempo di una confessione ordinaria era già spirato da un pezzo.

Perchè mai quella durava sì a lungo?

Don Francesco e le sue sorelle se lo chiedevano forse tacitamente, ma non iscambiavano le loro riflessioni.

Finalmente la porta si aprì, ed il padre benedettino disse con agitazione:

—Non vi è tempo da perdere. Il duca vi attende: io tornerò fra breve.

Ed escì.

I figli del duca entrarono tosto nella camera di lui.

Donna Rosalia sola sembrava comprendere quanto quell'istante avesse di terribile: l'indifferenza si leggeva sul volto degli altri.

Certo, malgrado il turbamento del frate, credevano si trattasse soltanto di un addio supremo, e compivano quest'atto come una formalità.

Quando il vecchio duca vide i suoi figli, tentò rizzarsi, e con voce tronca disse loro:

—Avvicinatevi tutti ed ascoltate.

Essi obbedirono.

Il morente sembrava agitatissimo. La più viva ansietà era dipinta sul suo volto livido e contraffatto. Egli parve riunire tutte le sue forze: indi, prendendo la destra di suo figlio e stringendogliela:

—Devo chiedervi molto, don Francesco, gli disse: un sacrificio: ma spero che voi me lo farete.

Don Francesco lo guardò sorpreso.

—Devo palesarvi, continuò l'ammalato, ciò che ho palesato ora al confessore: un segreto importantissimo, che riguarda la nostra famiglia.

—Un segreto! esclamarono attoniti i figli.

—Sì: ma non ho tempo da perdere: udite, udite! Io aveva un fratello, il sapete, figlio della seconda moglie di mio padre, il cavaliere dell'Isola, che tutti credono morto.

—Come, egli esiste forse? chiese don Francesco accigliato.

—Non lo so: lasciatemi continuare. Mio padre lo prediligeva: lo preferiva di gran lunga a me suo primogenito…. Io lo odiava…. ed avrei voluto….

Qui parve che al morente mancasse il respiro: ed infatti per qualche momento non potè proseguire. Ma quella specie d'affanno si dileguò, grazie a qualche goccia di un cordiale che donna Rosalia gli aveva appressato alle labbra.

—Avrei voluto nuocergli, riprese; farlo cadere in disgrazia di nostro padre; rovinarlo….

Il duca s'interruppe ancora, vedendo la porta aprirsi.

—Il conte di San Giorgio, disse il cameriere di confidenza dell'ammalato, che Vostra Eccellenza mi aveva ordinato di andar a chiamare.

E si ritirò per lasciar passare colui che aveva annunciato.

Un uomo di circa trentasei anni entrò nella stanza. Era il figlio dell'unica sorella del duca.

Vestiva di velluto nero, ed era fregiato della croce ottagona dei cavalieri di Malta. Quell'abito severo dava maggior risalto alla maschia bellezza dei suoi lineamenti.

Alla vista di lui un lampo di soddisfazione apparve sul pallido viso del duca.

Donna Rosalia guardò il conte come se sperasse qualche cosa dalla sua venuta.

Donna Maria e don Francesco fecero un gesto d'impazienza.

—Avvicinatevi, cavaliere, esclamò l'infermo.

—Ma, disse sommessamente don Francesco a suo padre, è conveniente ch'egli oda?…

—Oh sì! rispose l'ammalato ad alta voce: io lo voglio! D'altronde egli è della famiglia.

—Ma che avviene? domandò il cavaliere di Malta, accostandosi al letto.

—Lo vedete, disse il duca con un tristissimo sorriso: sto per morire.

E continuò subito:

—Mentre giungeste, conte, stavo confidando a' miei figli un segreto di famiglia. Rimanete: voi pure dovete udirlo…. Vi ho mandato a prendere espressamente….—Così, aggiunse tra sè, don Francesco non potrà….

Ma sentiva la vita spegnersi nel suo seno, e si affrettò:

—Il cavaliere dell'Isola, mio fratello secondogenito, non è forse morto….

—Come? che dite? interruppe il conte.

—La verità; lo odiavo: ascoltate. Vedevo con dispetto che, malgrado quella mia avversione, nostro padre, che l'adorava, avrebbe fatto in favor suo tutto quanto gli fosse stato possibile. Fu dunque con una gioja grandissima che mi avvidi dell'amore appassionato di mio fratello per una giovane avventuriera di meravigliosa bellezza, da poco giunta a Catania. Favorii segretamente quella sua inclinazione, consigliando ad un tempo la fanciulla ad essere severa seco lui. Mi guardai bene dal parlarne per allora a nostro padre: volevo attendere che le cose fossero giunte ad un punto che quel disgraziato, il quale contava appena venti anni, non potesse più retrocedere…. Ah che feci?… Quali rimorsi mi preparai!… Ma ora sono vani i rimpianti!… Almeno si potesse riparare!…

—Riparare? chiese freddamente don Francesco.

—Sì, rispose il vecchio, guardandolo fiso con ansietà mista a terrore.

Sospirò profondamente; indi proseguì:

—Io tacqui dunque, e mi adoperai in modo che mio fratello sposasse segretamente la sua amante. Non sostenni poi apertamente la parte di delatore; ma nostro padre fu istrutto presto d'ogni cosa per opera mia. Gli si fornirono le prove: non potè dubitare. La sua collera, nell'apprendere quelle nozze così ineguali, fu terribile, maggiore di quanto lo avessi sperato. Ne provai una infernale soddisfazione!… Oh! mio Dio! come potei esser sì tristo?…

Il vecchio duca era oltremodo commosso: sollevava al cielo lo sguardo, come per chiedergli perdono.

Tutti i testimoni di quella scena tacevano.

—Mio fratello, continuò il morente, fu diseredato, scacciato…. Le sue preghiere, le sue lagrime riescirono vane. Nostro padre fu inflessibile: sembrava ch'ei volesse tenere, nel punire il suo secondogenito, la stessa misura tenuta nell'amarlo….

—Dunque, interruppe di nuovo il conte di San Giorgio, fu allora che si disse il cavaliere dell'Isola partito per una guerra lontana, ove si credette poi da tutti che avesse trovato la morte?

—Sì: mio padre volle così, perchè l'onore della nostra famiglia ne rimanesse illeso: comperò coll'oro il silenzio del prete che aveva celebrato il matrimonio, e quello di due vecchi servi, i soli che conoscessero il vero. Così nessuno ebbe mai il menomo sospetto. Tutti considerarono il cavaliere dell'Isola come estinto. Sua madre da qualche anno era già morta, come la vostra, conte: sicchè nessuno tentò placare il duca.

—Oh sventurato! esclamò donna Rosalia: sapete che ne sia avvenuto?

—Ohimè no!…

Un sorriso impercettibile ed alquanto ironico sfiorò le labbra di don

Francesco.

Donna Maria rimase impassibile.

—Ma, come volete mai rimediare allora, signore? domandò il cavaliere di Malta.

—Vi è un mezzo, in cui spero molto.

Tutti si fecero attentissimi.

Il morente impallidiva ad ogni istante più: si comprendeva facilmente come gli abbisognasse un supremo sforzo di volontà per non lasciarsi ricadere supino sul letto.

—Mio fratello, continuò con voce tronca, si era recato nell'Italia settentrionale, ed aveva preso servizio nell'armata della repubblica veneta sotto un falso nome, che non conosco. Facendo fare delle indagini però, si potrebbe trovare il cavaliere dell'Isola; o, se egli non vivesse più, ritrovare i suoi figli; poichè ne ebbe due, un maschio ed una femmina. Ecco quanto nei primi anni seppi a caso di lui. Mi sembra che si dovrebbe far pubblicare che nostro padre prima di morire aveva revocato l'atto col quale diseredava il cavaliere dell'Isola. Mio fratello od i suoi figli si presenterebbero colle carte di famiglia, ch'egli aveva portate seco. Oh, voglia il cielo che ciò avvenga!

S'interruppe ancora: indi con molta pena proseguì:

—Perchè nostro padre aveva difatti revocato quell'atto negli ultimi istanti di sua vita: si era pentito amaramente della durezza usata verso quel figlio, un dì tanto amato…. Mi aveva supplicato distruggere quell'atto, che contiene anche la rinuncia di mio fratello, il quale era stato costretto a firmarla…. Così mai avrebbe potuto presentarsi a reclamare…. Eppure non era soltanto della parte, che gli spettava degli averi paterni, che si era privato quell'infelice: ma anche di metà della dote vistosissima di sua madre…. L'altra metà il duca gliela fece consegnare in oro al momento della partenza…. Prima di morire, mio padre mi ordinò di rendere al cavaliere dell'Isola il suo nome, e dargli la terra di S…. colle vastissime sue dipendenze.—È quanto, disse, gli è ancora dovuto….

La fisonomia di don Francesco si faceva sempre più cupa, ed il morente ne sembrava spaventato….

—No, continuò poi, io non distrussi quell'atto ingiusto, quella carta fatale: ma voglio farlo adesso…. datemela! È sola nel mio scrigno, nel cassetto a destra: eccone la chiave, che portai sempre sopra di me…. Tenete, conte;…. là, nel mio gabinetto….

Il cavaliere di Malta obbedì, e tornò quasi subito con una vecchia pergamena, che porse all'infermo, il quale la prese esclamando:

—È questa!

Don Francesco gliela tolse all'istante: sino ad allora non si era mosso.

—Datemela, figlio mio, supplicò il morente: non disubbiditemi come feci io a mio padre…. Non preparatevi rimorsi simili a quelli che mi lacerano l'anima!

Don Francesco rimase impassibile. Il conte lo guardò indignato: fece per parlare; ma egli glielo impedì.

—Non accetto consigli da voi, cavaliere, gli disse: so come devo condurmi nell'interesse della mia casa.

—Avete ragione, esclamò donna Maria,—che sembrava volersi cattivare il fratello.

Il vecchio duca sospirò.

—Come! voi pure, figlia mia!

Alle parole, indirizzategli un istante prima da don Francesco, una vampa di rossore era salita al viso del conte di San Giorgio; ed involontariamente forse aveva appoggiata la mano sull'elsa della spada.

Suo cugino se ne avvide, e:

—Quando vorrete, gli disse.

—No! esclamò spaventato il vecchio: ve ne supplico entrambi!

Donna Rosalia si volse piangendo al fratello:

—Come? mormorò: anche una sfida! Ma non vedete che nostro padre sta per morire? Non comprendete quanto soffre?… Deh! rimediate al male che fece, e di cui è tanto pentito!… Fate che muoja in pace!…

—Tacete! rispose don Francesco, guardandola in modo, che la fanciulla atterrita non osò più proferire parola.

Il morente girava con angoscia lo sguardo intorno a sè, mentre andava mormorando:

—Ed il confessore, che mi assolse soltanto a condizione che venisse riparata la mia colpa!

Indi con forza:

—Don Francesco, distruggete quella carta: io ve lo impongo!

—Rifletterò, rispos'egli tranquillamente.

—Ah! voi non volete annientarla! Pietà!… Ed io che confidai in voi!…

E dopo un istante:

—Se fosse qui donna Livia!… Ella sola forse….

Quel nome di donna Livia parve fare un grande effetto su tutti gli attori di quella funebre scena.

—Sì: ella sola infatti! mormorò sommessamente il cavaliere di Malta.

Don Francesco sembrò alquanto scosso.

Suo padre continuò a bassa voce:

—Avevo ordinato si andasse a prenderla! Perchè non mi hanno obbedito?

—Sono andati, padre mio; gli susurrò all'orecchio donna Rosalia: anzi….

Ed escì inosservata: aveva udito il rumore di una carrozza: ma gli altri non vi avevano fatto attenzione.

—Oh! disse tra sè il vecchio: se potessi commuoverlo! Se il cielo lo permettesse!

E come incoraggiato alla speranza dell'ajuto celeste, tentò ancora:

—Don Francesco, disse con voce quasi inintelligibile, ve ne prego; distruggete quella pergamena!…. Non fate che Dio vi maledica!

Nell'accento del vecchio vi era quella esaltazione religiosa che al momento di lasciare la terra, s'impadronisce talvolta di coloro che in vita commisero grandi colpe.

E tale esaltazione, possibile sempre, era naturale nel duca in un'epoca in cui la fede non poteva quasi essere intieramente soffocata in alcuno: e si riaccendeva allo spegnersi della vita con tutte le proporzioni della superstizione.

Così allora quell'uomo, il quale aveva negato a suo padre moribondo ciò che a lui, moribondo pure, negava ora il figlio, e che di più era stato prima causa della ingiustizia cui voleva rimediare sì tardi, sentivasi sinceramente compreso d'orrore per la condotta di Don Francesco.

Era pentimento? Era certezza che Dio punirebbe suo figlio, come puniva lui? Forse eravi anche questo nella sua disperazione.

Vedendo don Francesco risoluto a non distruggere la pergamena, egli si chiedeva con terrore se quel segreto passerebbe così di padre in figlio, senza che mai vi fosse chi volesse rimediare.

Ma ora non era però più un vero segreto: altre persone, oltre a don Francesco, lo conoscevano: ma, ove anche parlassero, che mai potrebbero fare se egli conservava la pergamena?

Dunque a che giovava?

Poi suo figlio, che egli conosceva pur troppo ostinato e duro, non vorrebbe ottenere il silenzio di tutti, a qualunque costo?

Ed allora le sue ultime parole, invece di cancellare una colpa antica, aprirebbero mai il varco a nuovi delitti?…

Come finirebbe tutto?…

Queste idee tormentose traversavano lo spirito del duca colla rapidità del lampo, ed aggiungevano ancora, se possibile, agli strazj che già lo laceravano.

E la morte veniva. La sentiva avvicinarsi a passi accelerati!…

Ah perchè, perchè non aveva evitate sì crudeli angosce?…

Vedendo che il cavaliere di Malta voleva parlare, il morente gl'impose colla mano silenzio.

—Io muojo! esclamò disperatamente, volgendosi a suo figlio: se voi non mi obbedite, Dio non vi perdonerà! Distruggete, distruggete quella pergamena!…

—Voi, rispose don Francesco con un rispetto che sembrava una derisione, voi non ragionate più, signore! Perciò non comprendete quel che comprendeste in passato: che l'interesse cioè ed il decoro della nostra casa esigono venga conservata questa pergamena; poichè altrimenti, oltre il danno, si provocherebbe uno scandalo.

—Oh cielo!… Siete dunque risoluto?…

Ed il vecchio duca si lasciò cadere affranto sui ricchi guanciali.

—Sì, riposate, signore, continuò il figlio: vi fa male agitarvi tanto!…

E don Francesco, girando il suo sguardo imperioso intorno a sè, aggiunse lentamente:

—Chi mi impedirà di lasciare le cose come sono sempre state?

—Io!… disse entrando una giovane dama, seguita da donna Rosalia.

E strappò nello stesso tempo quasi di sorpresa la pergamena dalle mani di don Francesco attonito, interdetto.

—Donna Livia! esclamarono insieme il vecchio ed il conte.

E prima che gli astanti si riavessero dallo stupore. donna Livia aveva già gettata la pergamena sulla vivissima fiamma che splendeva nel camino, e che in un attimo la consumò.

Comparsa, parola, azione, tutto era stato l'opera di un istante.

—Oh! grazie! mormorò il vecchio duca: grazie!

—Il cielo vi ha mandata, signora! disse il cavaliere di Malta, contemplando con emozione donna Livia.

Don Francesco si avvicinò a lei, dicendole con voce concitata e tremante per la collera, per il dispetto:

—Che avete voi fatto?

—Nostro padre è morto! esclamò in quell'istante donna Rosalia, che trovavasi più vicina al letto.

Era vero!

L'ultima scossa era stata violenta! La speranza aveva precorso di qualche istante l'opera della morte!

II.

Indice

Vi fu qualche minuto di confusione.

Intanto il frate benedettino rientrò nella camera. Tornava dal convento, ove era andato ad annunziare che passerebbe tutta la notte presso il duca dell'Isola: aveva certamente creduto in una più lunga agonia. S'inginocchiò presso il morto, e si mise a pregare.

Donna Rosalia si univa sola a quelle preci: gli altri erano ancora sotto l'impressione della scena di poco prima. Anche la giovinetta non l'aveva dimenticata: ma pure poteva piangere il padre…. Sembrava che la morte, questo grande mistero, esercitasse sopra di lei una specie di attrazione. Certo dessa vi guardava senza timore, fors'anche con desiderio.

Don Francesco fissava severamente donna Livia, come se avesse voluto fulminarla col suo sguardo nero. Vi era del furore in quello sguardo, e nel furore una minaccia per ciò che ella aveva fatto.

Ella evitava di mirarlo.

Donna Livia era una bella dama, che dimostrava venticinque anni al più: i suoi magnifici capegli neri, eppure morbidi e fini, formavano un magico contrasto colla bianchezza abbagliante della sua pelle. Ma la bellezza principale di quel volto erano gli occhi, dell'azzurro più puro: grandi, profondi, perfettamente ombreggiati, ma forse un po' troppo severi per una giovane donna. Però i tratti di lei erano poco accentuati; e ciò le toglieva in severità, e le aggiungeva in grazia. La sua statura era di poco più alta dell'ordinaria, e la persona elegante in modo, d'avere nei minimi suoi atti della seduzione.

Donna Livia portava quella notte un ricco mantello da viaggio, specie di zimarra di velluto nero, foderata di seta azzurra.

Era la moglie di don Francesco, ora duca dell'Isola.

Il cavaliere di Malta seguiva con inquietudine lo sguardo di suo cugino: forse temeva per donna Livia la collera di lui.

Ed infatti come le perdonerebbe egli, per natura violento ed altiero, di aver distrutta quella pergamena, che teneva preziosa, e l'insulto ricevuto innanzi alla famiglia?…

Opporsi, come ella aveva fatto, alla volontà del marito, sfidarla in un tempo in cui questi aveva sulla moglie un'autorità illimitata, era certamente correre grave rischio.

In faccia alla morte sembra che ogni sdegno dovrebbe tacere: ed invece in quella circostanza i rancori si risvegliavano, nascevano forse.

E chi cercherebbe il cavaliere dell'Isola, od i suoi figli? Ove sarebbero?

Don Francesco che farebbe, nel caso si ritrovassero suo malgrado?…

Il benedettino conosceva la causa dell'agitazione che regnava tra i membri della nobile famiglia dell'Isola: aveva confessato il defunto, che a lui per primo rivelava il segreto. Non sapeva però nulla della scena accaduta allora.

Il vecchio duca gli aveva detto che, se non veniva distrutto l'atto col quale si diseredava nella forma più solenne il cavaliere dell'Isola, e che ne conteneva anche la rinuncia, non si potrebbe rimediare: giacchè se don Francesco lo avesse conservato malgrado gli ordini del padre, non avrebbe che a mostrarlo per rendere vano ogni sforzo.

Quel frate era veramente un uomo dedicato esclusivamente a Dio, e che metteva nell'adempimento dei suoi doveri una convinzione sincera e profonda.

Buono, caritatevole, cercava ogni mezzo per far del bene: si chiedeva adunque con vera angoscia come dovrebbe agire in quella circostanza, che poteva metterlo in difficile situazione.

Ah! nessuno pensava veramente al morto!

Tutti sembravano impietriti.

Donna Livia si strappò prima a quella immobilità.

Si accostò al letto, e s'inginocchiò presso donna Rosalia. Nel passare dinanzi a don Francesco aveva incontrato il di lui sguardo, che non l'aveva mai lasciata un istante.

—Grazie, diss'ella quindi alla giovane cognata, quando le fu vicina; senza di voi, donna Rosalia, non sarei forse giunta in tempo.

—Sono io che vi devo molta riconoscenza, rispose la giovinetta: per voi mio padre non è morto disperato…. Ah! possa Dio perdonargli!

Donna Maria notò quel breve colloquio, e lo fece con un cenno rimarcare al fratello.

—Ah, mormorò questi, sì?… Donna Rosalia le era andata incontro senza che me ne avvedessi…. L'aveva prevenuta di tutto…. Sciagurata anch'ella!

Donna Maria non potè reprimere intieramente un leggiero sorriso.

Il cavaliere di Malta le si avvicinò:

—Oh! le disse sommessamente e con indignazione: non arrossite voi, donna Maria? Invece di calmare voi attizzate gli odj! Come lo potete in questo istante?

Ma ella era nel numero di coloro che credono lecita ogni colpa, purchè siano essi che la commettano.

Alzò sul cugino i suoi grandi occhi neri, e rispose poi, torcendo il bel capo:

—Come potrei io rispondere a tali rimproveri?

Cosa strana! Quell'uomo era coraggioso, franco: eppure rimase intimidito: si pentì quasi di aver ceduto ad un subito impulso di collera.

Certe sensazioni non si ragionano: non si comprendono nemmeno talvolta: ma si provano, benchè non abbiasi il coraggio di confessarle.

Don Francesco si era pure avvicinato al letto funebre del padre, ed immergeva i suoi sguardi ora in questo, ora nella sposa, ora in donna Rosalia.

Era impaziente: il prolungarsi di quella situazione gli pesava: ma però si conteneva perfettamente, tanto che il conte di San Giorgio, il quale l'osservava di continuo, si chiese se egli si fosse risolto a perdonar tutto ed a riparare la colpa del padre.

Dopo breve tempo il cavaliere di Malta si congedò freddamente da don Francesco: non sapeva che fare: andò a stringere con amicizia le mani di donna Rosalia, sua figlioccia: poi fece per parlare alla giovane duchessa; ma in quell'istante vide donna Maria guardarlo in un modo che lo spaventò: sicchè senza proferir parola, salutò profondamente donna Livia, ed escì.

Che significava tutto ciò?

Don Francesco fece sortire le sue sorelle: indi si rivolse a donna

Livia:

—Venite, signora, le disse.

Ella si alzò e lo seguì. Era commossa; ma nulla indicava che fosse atterrita.

Il duca silenzioso la condusse nel loro appartamento in una sala, di cui rinchiuse gli usci: indi, piantandosi in faccia a lei, la fissò qualche momento senza parlare: finalmente diede libero sfogo alla sua collera.

—Ah! esclamò, voi pensaste dunque di potermi offendere impunemente? Mi credeste vostro schiavo, vostro trastullo? Non mi conoscete ancora?… Vi pentirete, signora, di quanto avete fatto: ve ne do la mia parola!…

—Mai! rispose donna Livia con voce sicura; mai mi pentirò di un'azione giusta.

—Un'azione giusta!… Osate chiamarla tale in faccia mia?…

Ed il duca furibondo fece un passo verso di lei: ma subito si arrestò. Gli è ch'ella era pur bella in quell'istante, in cui un nobile sdegno aveva acceso delle scintille ne' suoi grandi occhi, e ch'egli l'amava con vera passione.

Pure si vedeva ch'ella non cercava di affascinarlo: forse perciò appunto riesciva intieramente.

—Ah! mormorò tra sè don Francesco retrocedendo; mi sarebbe impossibile offenderla troppo! Dunque, cederò io questa volta a lei? No!

E si mise a percorrere la sala agitatissimo.

Egli aveva sposato donna Livia sapendo ch'ella non lo amava: anzi dopo che ella stessa lo aveva pregato di rinunziare alla sua mano, adducendo a motivo di quel rifiunto l'essere stata perdutamente innamorata di un cavaliere morto poco prima.

Bella, nobile, ricchissima, don Francesco aveva tentato ugualmente ogni mezzo per conseguirla; ma allora egli sperava dominarla facilmente: sin là aveva creduto la donna un oggetto di piacere, una distrazione, non di più; ma quando ebbe sposato donna Livia, comprese che ciò non era: non voleva convenirne però, e si rivoltava contro sè stesso per pensare talora il contrario.

Ed intanto si sentiva ogni giorno più trascinare verso quella donna giovane e bella, che metteva nel bene tanta forza quanta ei ne metteva nel male; e che al fascino della bellezza, della grazia, della gioventù, aggiungeva quello della superiorità del carattere.

Dopo aver passeggiato qualche tempo come un pazzo, il duca si rivolse di nuovo a donna Livia, che era rimasta in piedi dinanzi al camino.

—Voi non parlate, signora? le chiese con amarezza; perchè?

—Perchè parlando non potrei che ripetere quanto ho già detto, rispose ella freddamente.

Egli tacque: eppure soffocava dalla collera. Quando si vuol dir troppo non si dice nulla, talvolta…. Ma poi, ritornando alla sua idea fissa, che cioè non doveva cedere, nè sopportare in pace un'offesa, abbandonò quella calma forzata.

—Oh, disse, io saprò punire quelli che non rispettarono il mio volere, che tentarono farmi arrossire!… E colei che venne ad incontrarvi, ad informarvi di tutto, proverà prima il mio sdegno… Donna Rosalia…

—Voi non farete ciò, signore, rispose la duchessa; d'altronde su di me sola deve pesare la responsabilità di quanto io sola feci.

—Ah! è così che voi… Ma neghereste che mia sorella vi aveva avvertita, prevenuta?

—Non lo nego.

—Dunque?

—Dunque è egualmente inutile che vi adiriate con donna Rosalia: perchè, ove anche ella non mi avesse informata a tempo, e non mi fosse stato possibile distruggere quella pergamena….

—Ebbene?

—Mi sarei opposta a che voi la conservaste, e non cercaste rimediare….

—Oh, voi non avreste potuto nulla, signora! disse egli alzando le spalle.

—Perchè? Il segreto non era noto a voi solo, ed io certo lo avrei presto conosciuto.

—E che m'importa se mi rimaneva in mano quella prova? disse il duca con veemenza.

Ed aggiunse con maggior calma:

—Allora non avreste potuto cangiare assolutamente la menoma cosa, nè vincere la mia volontà, ve lo assicuro…. Vedete dunque che senza quella sciocca fanatica….

—Non insultate vostra sorella, che meriterebbe invece la vostra stima…. Poi, ve lo ripeto: è vano…. Non so ciò che avrei fatto; ma in ogni modo non avrei mai permesso che rimanesse a mio figlio ciò che non gli appartiene.

Don Francesco durava veramente fatica ad ascoltare ancora: meravigliava di sè stesso, della sua sofferenza. Certo la situazione, in cui si trovava, era penosa: poichè l'orgoglio, l'interesse, il risentimento combattevano nel suo cuore coll'amore una lotta orribile.

—Ah! esclamò dopo un istante; ciò che non gli appartiene? Eppure, signora, quell'atto era fatto volontariamente, e colui che lo fece aveva il potere di diseredare un figlio ribelle, che era disceso ad una unione disonorante.

—Sì; ma lo aveva revocato.

—Ah, sapete anche questo? chiese il duca con sdegno.

—Sì, disse donna Livia: e guardate, aggiunse con fermezza; per persuadervi che io avrei riparato egualmente, anche malgrado l'esistenza della pergamena, vi dirò in qual modo avrei agito.

—E come?

—Disponendo delle mie sostanze, di cui sapete che, per volere di mio padre, ho quasi per intiero l'assoluta proprietà, sino all'ammontare della parte di eredità legittima che spetta a vostro zio, e…

Il duca interruppe.

—E credete che ciò vi sarebbe stato possibile? le domandò con ironia.

—Nulla è impossibile quando la giustizia lo esige.

—Che volete dire con ciò? Che io sono ingiusto?

—No; ma che ringrazio il cielo, il quale non permise….

—Tacete! tacete! esclamò il duca furioso.

Egli si sentiva tratto con violenza ad imporre colla forza silenzio a sua moglie, a gettarle almeno in viso una di quelle parole umilianti che trafiggono coloro cui sono dirette, ed avviliscono tante donne, le quali cadono allora ai piedi di chi le insulta; ma donna Livia! Ei la conosceva: guai se non l'avesse rispettata!

Che avrebbe dato in quell'istante per non amarla?…

Ed invece la fermezza di lei, il suo coraggio gliela rendevano maggiormente cara.

Ella sembrava riflettere.

—Signore, disse poi con calma; io voglio sperare che, quando vi rifiutaste a distruggere quella pergamena, non avevate calcolato quanto ciò sarebbe stato ingiusto; e che ora mi approvate, perchè troncai delle esitazioni senza dubbio involontarie…. Voi dovete comprendere,—aggiunse con qualche alterezza,—che io ho bisogno di udir questo dall'uomo di cui porto il nome.

—Ma come! quale ardire? Siete voi ora che interrogate?

—Sì: pensate anche che, operando come avevate divisato, non avreste potuto rammentarvi vostro padre, la sua morte, senza rimorsi amari e crudeli.

—Non colmate la misura, donna Livia, esclamò il duca impazientato.

—Chiamate voi colmar la misura parlando così? Ah no! È dirvi la verità, la sola verità!

—Ma credete voi che io sopporterò d'essere insultato a tal segno? Non sapete dunque, signora, che potrei, se lo volessi, punirvi severamente? Che ne ho il diritto?

—Il diritto? disse la giovane duchessa con amarezza: dite il potere, signore, ma non il diritto. Del resto usatene, se lo credete. Non sarà già il timore che mi chiuderà le labbra.

—La vostra temerità è grande, donna Livia: oh lo riconosco! ma non so se la conservereste sempre in faccia al pericolo….

Ed il suo pensiero ricorse forse un momento ai bravi, ai trabocchetti, ai veleni ed alle altre galanterie di simil genere, che in quei tempi di felice memoria sbarazzavano più di un nobile marito di una sposa o nojosa, od incomoda.

Ma egli non avrebbe potuto rassegnarsi a non veder più colei che gli stava dinanzi, la sola donna che avesse amata, che amasse ancora. Si sarebbe punito egli stesso. Non poteva dunque ascoltare tali tentazioni…. Soltanto se avesse creduto donna Livia infedele, sarebbe stato capace di essere crudele verso di lei; ma, benchè l'avesse sempre sorvegliata con tutta la gelosia che può suggerire la passione più viva, l'amor proprio più sconfinato, non aveva mai trovato nulla a rimproverarle.

Però in quell'istante avrebbe voluto atterrirla, perchè da ciò dipendeva in parte la riuscita di un piano ch'egli avea concepito subito dopo la distruzione della pergamena.

—Voi non parlate più, le disse ironicamente: oh dunque cominciate a temere!…

—No, signore: stavo pensando come mai ad un gentiluomo possa essere venuta l'idea di conservare un patrimonio non suo.

—Un gentiluomo deve pensare prima di tutto a sostenere il decoro della sua casa, e mio padre istesso fece per sì lunghi anni ciò che io vorrei fare.

—Ma si era pentito!

—Bene! sarò sempre a tempo a pentirmi anch'io.

—Ora non avete più prove, e….

—Perchè voi distruggeste quella pergamena! esclamò don Francesco con furore.

—Sì: e ve lo ripeto: vorrei udire da voi che mi approvate; che siete disposto a riparare la colpa di vostro padre. Fatelo, signore, ed io cercherò dimenticare questa scena dolorosa.

Ella fissò in lui il suo sguardo severo e profondo, che sembrava volergli leggere in cuore.

—Orgogliosa! mormorò egli.

—Ascoltatemi, riprese donna Livia lentamente. Voi credete davvero che il rendere al cavaliere dell'Isola quanto gli si deve possa essere di gran danno alla vostra casa?… Ebbene, riflettete che ciò non è; od almeno che essa può sopportare tal danno senza perdere nulla in splendore. La maggior parte delle sostanze che possedete vi rimarrà ancora: tali sostanze saranno considerevolissime, ed unite alle mie assicureranno sempre a nostro figlio una delle rendite più ragguardevoli della Sicilia… D'altronde la pergamena è distrutta, e voi…

—La pergamena è distrutta sì, interruppe egli con forza, ma se tutti tacessero, nessuno forse verrebbe a reclamare; anzi è probabilissimo….

—Oh mio Dio! voi pensate…

—Sì: penso che voi dovrete serbare il silenzio, come le mie sorelle… A questo patto soltanto vi perdonerò il grave oltraggio che ho da voi ricevuto…. Ve lo perdonerò perchè….

La guardò un istante con passione.

—Ma, chiese donna Livia, ed il padre benedettino, ed il cavaliere?…

—Del padre benedettino non vi preoccupate; me ne incarico io. Quanto al cavaliere, vedremo….

Il suo sguardo si fece minaccioso.

—Dunque, disse la giovane duchessa con sdegno e con dolore, voi persistete?

—Sì, rispose don Francesco con fuoco: e voi rammentatevi, signora, che guai se parlerete!

—Che io taccia? Che assecondi un simile progetto?… Ah, non sarà mai! Non lo sperate!…

Il duca fece un gesto di rabbia. I suoi occhi scintillarono di collera: e non potendo contenersi più a lungo, escì dopo aver detto a donna Livia con accento minaccioso:

—Riflettete, riflettete molto, signora: ve lo consiglio nell'interesse vostro.

E per distrarsi, pensò occuparsi del frate benedettino che aveva confessato suo padre moribondo: si proponeva correre sulle di lui traccie verso il convento dove abitava.

III.

Indice

Il convento dei benedettini, a cui ricorrevano in quell'istante i pensieri dei duca, era un vasto e comodo edifizio situato nel centro di Catania.

Là vivevano quei padri nella più completa pace, dedicandosi allo studio dei libri antichi ed alle ricerche scientifiche e storiche.

Attiguo al convento eravi un bellissimo giardino, che gli stessi monaci lavoravano, ciò che loro serviva di distrazione, di riposo.

Nella città e nei dintorni si aveva per quei religiosi grande considerazione e rispetto, e si ricorreva sovente a loro per consiglio ed ajuto.

Molte volte taluno di essi aveva consolato degli infelici, rasciugate delle lagrime ed impedita qualche prepotenza.

Anche i cavalieri avevano talora, talora fingevano avere dei riguardi per quei frati.

Malgrado tutto questo però, don Francesco credeva facilissimo ridurre il benedettino, ch'ei ricercava, al silenzio.

Era questo per lui come il primo passo che farebbe in una via la quale doveva divenire aspra soltanto procedendo.

Donna Livia, il cavaliere di Malta gli sembravano i soli, i veri ostacoli, nei quali avrebbe forse ad inciampare.

Il suo amore per la sposa gl'impediva non solo di punir lei, ma ben anche di punir donna Rosalia, come lo avrebbe voluto, come lo aveva detto. Ciò gli allontanerebbe troppo, lo sentiva, donna Livia, La sapeva capacissima di qualunque più forte risoluzione, ed anche avveduta tanto da mandarla ad effetto.

La sofferenza da lui avuta quella notte, i rimproveri sopportati dalla duchessa lo facevano arrossire di sè medesimo. Cedere, riparare la colpa del padre gli sarebbe sembrato una gran debolezza; come se fosse debolezza il saper vincere i pregiudizii creati da un amor proprio eccessivo.

Il potere, che donna Livia aveva sopra di lui, umiliava il duca; ma era grande, immenso: tale che, se ei non fosse stato sì orgoglioso, sì ostinato soprattutto, sarebbe caduto a' suoi piedi quella notte; sì, quella notte istessa in cui ella aveva sì arditamente distrutta la pergamena.

Grazie alla di lui alterigia però, colla quale in apparenza soffocava la sua passione, nessuno, donna Livia istessa, sapeva fino a qual punto egli l'amasse.

Quell'amore era una specie di tormento per un uomo del carattere del duca.

In un tempo in cui le donne non sapevano opporre ai voleri ed anche alle ingiustizie dei mariti, dei padri, dei fratelli che una barriera di eterne lagrime, il carattere eccezionale della duchessa poteva spiegare in parte l'ascendente ch'ella aveva su don Francesco. Per altro, se non ne fosse stato tanto innamorato, è certo che la temerità di donna Livia, com'ei la chiamava, avrebbe potuto costarle assai cara: e questa volta, nell'affrontare la volontà del marito, ella aveva pensato poter correre pericoli reali.

Dopo averla lasciata, il duca si era dunque occupato del padre benedettino.

Ma il monaco poteva essere ancora al capezzale del morto: e prima di recarsi al convento, don Francesco se ne informò dai domestici.

Gli fu risposto che il frate era partito da qualche tempo per un paesello vicino, che gli nominarono, e ch'ei doveva essere ancora per via.

Don Francesco pensò che con un buon cavallo gli sarebbe facile raggiungerlo. Preferiva parlargli sulla strada, anzichè entrare nel convento, ove la sua presenza farebbe un chiasso che non si curava di provocare. Poi il segreto sull'affare, che tanto gli premeva, verrebbe certo più facilmente serbato.

Ordinò dunque gli si sellasse tosto un cavallo, e quando questo fu pronto, gettatosi sulle spalle un ricco mantello, partì.

Era nel mese di gennaio, come fu detto. L'aurora, spuntava appena; sicchè il freddo era abbastanza vivo.

Il duca cavalcava pensieroso, colla maggior rapidità che consentisse il terreno ineguale: poichè il villaggio additatogli era situato nella direzione dell'Etna, di cui il sole cominciava a colorire la vetta.

Ma tratto tratto don Francesco si arrestava, onde osservare innanzi a sè. Cominciava ad impazientarsi di non scorgere il frate. Finalmente lo vide; mise il cavallo al galoppo, ed in pochi istanti gli fu vicino.

Quegli si era già rivolto, e si scosse riconoscendo il duca. Che vorrebbe da lui? Ahi, che temeva d'indovinarlo! Indirizzò al cielo una muta e calda invocazione, e salutò rispettosamente don Francesco.

Questi rispose con un leggiero cenno del capo; indi:

—Devo parlarvi, padre, gli disse, e con accento alquanto imperioso, senza perdere tempo continuò:—Mi risponderete come vi parrà; ma, rammentatevelo bene, con precisione, con chiarezza.

In quell'istante il povero benedettino aveva a sopportare non soltanto l'abituale alterigia del duca, ma anche tutta la collera che questi sentivasi in cuore per tante cagioni, e che desiderava sfogare contro qualcheduno.

Quel frate non poteva davvero trovar don Francesco in un'ora peggiore.

—Vi ascolto, Eccellenza, rispose.

—Voi, riprese il duca, avete confessato mio padre, ed egli vi ha confidato un segreto.

—Ebbene?

—Ebbene, quel segreto io voglio sia sepolto per sempre: sicchè, mi comprendete…. Guai a voi se lo aveste a svelare!

—Ma la mia coscienza….

—Che coscienza! interruppe don Francesco: cosa c'entra la vostra coscienza in un affare che riguarda soltanto la mia famiglia? Vorrei vedere che ve ne immischiaste!…

E volse sdegnosamente il capo.

—Vostro padre dopo la confessione, disse il benedettino, mi aveva incaricato di svelare quel segreto; dunque….

Anche questa volta il marito di donna Livia non lo lasciò continuare, e:

—Questo non è affar vostro, ve lo ripeto: d'altronde il povero duca non ragionava più: era fuori di sè:… e voi dovete convenirne, se vi preme la vostra vita: od almeno dovete obbedirmi.

—La mia vita è consacrata a Dio, e nulla mi dorrebbe perderla in servizio suo,—rispose il frate con qualche esaltazione.

—Oh, non declamazioni, ve ne prego! Vi ho già prevenuto; vi ho detto di rispondermi con precisione, con chiarezza. Alle corte, tacerete?

Il benedettino rimase silenzioso.

—Che? pensò il duca, avrei dato anche in un frate che non ha paura?

Non so cui mi tenga dal finirla a dirittura con costui!… Ma….

Ei seppe contenersi.

Don Francesco non era uno di quei signori scapestrati che si gloriavano delle loro prepotenze. Egli invece desiderava coprire con un velo abbastanza fitto le sue. Sino ad allora non aveva avuto occasione di usarne molte, grazie al suo carattere freddo e pochissimo inclinato ai piaceri. Assai gli premeva d'altronde esser tenuto per degno capo di una casa illustre: e siccome la venerazione, che circondava i benedettini, e quella in particolare che si aveva per quel predicatore era grandissima, ei non volle per allora porre le minacce ad effetto, benchè ne sentisse gran voglia.

Pertanto non rinunciava certo allo scopo che si era prefisso. Solo pensò tentare altra via; poichè non era riescito subito, come lo aveva sperato, ad atterrire il frate.

Si volse a lui con una certa benevolenza mista di ironia, e:

—Credo comprendere, padre, le vostre reticenze, gli disse: voi non volete mancare alla promessa fatta al duca moribondo, senza che ciò torni…. a profitto di Dio—non è così!

—Che intendete? chiese il monaco un po' confuso.

—Intendo che con una buona somma data a voi…. perchè…. l'adoperiate…. come crederete…. in servigio del Signore…. vi disfereste dei vostri scrupoli.

—No, Eccellenza! esclamò il benedettino con indignazione.

Don Francesco fece un gesto di vivissima impazienza.

—Osereste rifiutare? chiese con alterigia anche maggiore del solito.

—Ma io non devo, non posso mancare a' miei doveri!

In quell'istante il duca riflettè che il monaco non era presente quando donna Livia aveva dato alle fiamme la pergamena: pensò approfittare di tal circostanza.

—Del resto, disse quindi al religioso, voi non potete far nulla. Mio padre ha dovuto dirvi che sta in mia mano un atto importantissimo, indiscutibile, e che senza il mio assenso….

—È vero! mormorò il frate.

—Dunque non comprendete che il vostro silenzio non mi è necessario, benchè ve lo abbia chiesto e lo desideri, onde evitare scandali inutili? Voi non volete tacere? Ebbene, sarete voi responsabile di quanto potrà accadere di male!… Se veramente vi premesse servire a Dio, come dite, capireste che vale assai meglio serbare un segreto, che non vi appartiene, anzichè mettervi sulla coscienza tutto ciò che io sarò forse costretto a fare, onde sostenere le mie ragioni ed il decoro della mia casa. Parlate pure!… Oh, farete la grand'opera meritoria!… aggiunse con motteggio sprezzante.

Il povero benedettino rimase interdetto: ignorando la distruzione della pergamena, trovava le parole del duca di una logica inesorabile.

Volle provarsi ad impietosirlo, benchè nulla sperasse.

—Non abusate, eccellenza, della vostra posizione elevata, gli disse: perdonate la mia arditezza, ma è a nome di Dio che vi parlo… Egli…

—Tacerete sì o no? È questo che vi domando.

—Io tacerò: tacerò con tutti, se voi stesso riparate a quella ingiustizia.

Chiamare ingiustizia ciò ch'ei voleva fare!…

Il duca si sentì tentato di far tosto pentire il frate d'aver pronunziata quella parola. Donna Livia l'aveva pronunziata anch'ella, è vero: aveva detto anche assai più; ma certo don Francesco non sopporterebbe dal benedettino ciò che aveva a suo dispetto sofferto da lei. Quel vecchio frate, coperto da un povero sajo, benchè fosse rivestito d'un carattere sacro, non faceva sul duca la centesima parte d'impressione della vezzosa sua sposa.

Don Francesco si guardò attorno adirato, e certo, se non avesse scorto alcuno, non avrebbe tardato ad insegnare al frate il modo di contenersi con uno dei più potenti baroni di Sicilia. Ma il mattino si avanzava: il sole appariva sull'orizzonte, e molti contadini passavano lì presso per avviarsi alla città.

Si propose dunque di rimandare la sua vendetta a tempo migliore, se il benedettino non avesse voluto assolutamente promettergli il silenzio: quel silenzio che, ad onta di quanto aveva detto, gli era indispensabile.

—Vi accordo una dilazione di quattro giorni, disse seccamente al religioso, grazie al vostro abito soltanto.

—Una dilazione!

—Sì: vi do tempo a decidervi; la riflessione vi persuaderà a tacere, giacchè comprenderete benissimo che il parlare, mentre non gioverebbe ad alcuno, e sarebbe affatto inutile, vi esporrebbe a funeste conseguenze. Guai se parlerete in questo frattempo! aggiunse con piglio minaccioso…. Guai!… Dunque?

Il frate riflettè un istante: indi:

—Per quattro giorni tacerò, disse.

—Bene, rispose il duca.

Volse la briglia al cavallo; lo mise al galoppo, e si allontanò come un fulmine.

……………………………………………………….. ………………………………………………………..

In breve giunse a Catania: entrò inosservato nel suo palazzo per una porta segreta, nascosta da un gruppo d'alberi del giardino, e di cui egli solo da lungo tempo teneva la chiave.

Diede il cavallo ad un palafreniere; indi si recò nel gabinetto ove suo padre serbava le carte d'importanza, e dove cavaliere di Malta aveva tolta la pergamena da uno scrigno.

Rinchiuso in quella stanza, don Francesco cominciò un minuto esame di tutto quanto essa conteneva; rovistando in ogni mobile che avesse dei cassetti, in ogni suppellettile che potesse nascondere qualche cosa.

Infatti vi potevano essere altre carte, delle lettere, che senza avere l'importanza della pergamena, riguardassero quel segreto, e gli convenisse conservare, o distruggere.

Ma nulla trovò che avesse rapporto col cavaliere dell'Isola.

Allora si assise dinanzi ad uno scrittoio, e vi rimase immobile, pensieroso. La sua fisonomia in quell'istante, tetra e cupa oltre ogni dire, faceva un singolare contrasto collo splendido sole che penetrava a larghi sprazzi nel gabinetto.

Sì!… mormorò finalmente: io voglio ottenere il silenzio di tutti, e l'otterrò!… Voglio che il fratello di mio padre, od i suoi eredi non vengano mai a reclamare ciò che… ciò che loro appartiene!.. direbbe donna Livia ed anche quel benedettino temerario…. Se veramente colui non vuole obbedirmi, se ne pentirà, lo giuro!… Ah! se il pensiero di alienarmi troppo donna Livia non mi trattenesse, avrei forse già castigato quel frate; ed in un modo o nell'altro obbligata donna Rosalia al silenzio!… Ed il conte, che questa notte osò quasi minacciarmi… Anche per lui lo troverei il mezzo!… Oh, sì lo troverei!… Eppure niuno è colpevole come mia moglie!… nessuno avrebbe ardito fare ciò che ella fece…. Ah, perchè sono io costretto ad essere seco lei tanto diverso da quello che sono con tutti gli altri?… Perchè mio malgrado sono trascinato ad amarla? più che ad amarla anzi; giacchè non è amore soltanto che io sento per lei… è delirio, è frenesia!… Arrossisco in pensarlo; ma… che fare?… Oh la ingrata!…

Egli si alzò.

Ma io non devo accusarla, aggiunse tra sè: non l'ho sposata forse contro il suo volere?… Non sapevo, non mi disse ella stessa che… Ah! ma come mi sorprendo ad occuparmi di lei sì sovente… per non dir sempre?… Ma sia pure che io l'ami: non per questo, lo giuro, sarò il suo trastullo…. E questa volta ella dovrà obbedirmi… Non sarà mai che io ceda su tal punto… giammai!… Quantunque colei abbia su di me il potere di una maliarda…. Poi…. se mi fosse dato abbassare la sua alterigia riuscendo nel mio progetto, ne avrei doppia soddisfazione!… D'altronde che direbbero di me coloro, innanzi ai quali ricusai a mio padre di rendere al cavaliere dell'Isola il nome e le sostanze? Mi deriderebbero, vedendomi cedere a donna Livia… Poi, chi sa quali scandali si provocherebbero? quali vergogne forse ne verrebbero alla mia casa?…. Sì: tutti dovranno tacere: lo voglio!…

Il gabinetto, nel quale si trovava il duca, era diviso dalla camera mortuaria da una gran sala soltanto. Egli, dopo qualche altro momento di riflessione, aperse l'uscio: traversò quella sala: socchiuse leggermente la porta della camera ove giaceva cadavere suo padre.

Vide dei religiosi e molti servi in orazione. Nessuno si accorse di lui, ed egli rientrò inosservato nel gabinetto, ove rimase fin verso la sera.

Non temeva che nè donna Livia, nè il conte di San Giorgio prendessero per quel giorno risoluzione alcuna: aveva saputo dal suo cameriere che entrambi avevano passato gran parte della giornata nella stanza del defunto, unendosi alle preghiere della gente ivi raccolta.

Mentre usciva dal gabinetto, per recarsi nel suo appartamento, fu arrestato da donna Maria.

—Che volete? le chiese egli.

—Devo comunicarvi una cosa importantissima, rispose la sorella.

—Venite, disse don Francesco.

E la condusse nel gabinetto.

Con lei sola il duca non era adirato; perchè comprendeva ch'ella lo asseconderebbe intieramente: sola lo aveva approvato nella notte precedente.

—Donna Livia, cominciò ella a bassa voce….

—Ebbene?

—Ha chiesto un abboccamento al conte nella prima sera che seguirà i funerali di nostro padre.

—E dove?

—Al suo castello: certamente ella conta ritornarvi subito dopo le cerimonie funebri.

Il duca durava fatica a frenare la sua agitazione, a contenersi.

—È lo zelo per l'onor vostro, che mi consigliò ad avvisarvene, continuò la giovane.

—Spiegatevi più chiaramente, disse don Francesco con fuoco: voi offendete la duchessa.

—Che io mi spieghi?… riprese donna Maria un po' sconcertata…. Un abboccamento… la notte… in quel castello isolato, non è forse abbastanza?

—No: e voi v'ingannate nelle vostre temerarie supposizioni.

—Come?

—Questo abboccamento, disse il duca, benchè alquanto alterato, questo abboccamento non deve avere altro scopo che di consigliare al cavaliere il silenzio.

—Ma se donna Livia ha gettato ella stessa sul fuoco la pergamena!

Don Francesco fece un vivissimo movimento di rabbia insieme e di dispetto.

—Che importa? disse quindi; se io voglio che tutti tacciano.

Donna Maria rifletteva.

—Basta, riprese dopo un momento: sarà come dite; ma io avevo pensato il contrario.

—E perchè?

—Perchè so che il cavaliere….

E si arrestò un istante, come se non osasse proseguire. Indi:

—Perchè l'ama, disse.

—Ama donna Livia?… E voi credete ch'ella lo riceverebbe per… domandò il duca alterato… Voi mentite! esclamò poi: la vostra è una perfida insinuazione.

—No, non mento; e non è questa una perfida insinuazione… Del resto sta in voi l'accertarvene.

E fece per allontanarsi.

Ma suo fratello la trattenne con un cenno.

—Che vi fece pensare che il conte ama donna Livia?—le chiese a voce bassissima e concitata.

Donna Maria in quell'istante era un po' pentita di aver ceduto al suo odio per la duchessa; ma era troppo audace per iscoraggiarsi tosto: per altro, siccome aveva sempre avuto gran soggezione di suo fratello, tremò un momento, temendo averlo irritato contro di lei, ora ch'egli era il capo della famiglia. Così prese una scappatoja.

—Me ne avvidi io, rispose, già da molto tempo. Però non intendo con questo offendere la vostra sposa.—Ella forse lo ignora….—aggiunse con un mezzo sorriso.

Vi fu un breve silenzio, che il duca ruppe primo, dicendo seccamente a donna Maria:

—Lasciatemi, e scacciate sì ingiuriosi sospetti.

Ella escì dal gabinetto poco soddisfatta, molto indispettita.

Che? pensò: ei le ha dunque perdonato la distruzione della pergamena, l'insulto ricevuto innanzi a tutti?… Egli!… così violento, superbo, irascibile?… L'ama dunque a tal punto?… Non vuole che si sospetti di lei nemmeno in questo giorno?… Oh! ma avrà dissimulato; è sì geloso, sì diffidente;… le mie parole non saranno perdute…. Si recherà certo segretamente al castello, ed io potrò senza periglio dare un abboccamento al principe…. Se colei perdesse la sua influenza su don Francesco, sarebbe meglio per me. Mia sorella, ne sono sicura, l'avrà pregata di sollevare ostacoli al mio matrimonio col principe, ed ella forse glielo ha promesso… Per altro ogni speranza di donna Rosalia è vana: egli mi ama tanto!… Mai ella sarà sua sposa… Mai!… Ma io ho d'uopo di vederlo solo una volta almeno… Egli è sì debole!… Se non avessi detto al duca che il cavaliere è invaghito di donna Livia, non sarei stata certa ch'ei si sarebbe assentato…. D'altronde pensava poterla in questo giorno accusare audacemente… Speravo che l'abboccamento da lei dato al conte bastasse solo a perderla… Ma, chi sa?… il cavaliere l'ama… Posso lusingarmi ancora!…

IV.

Indice

Sono scorsi due giorni….

I funerali del vecchio duca erano finiti.

Il sepolcro, che sembra aver l'incarico di compiere l'opera della morte, nascondendo ad ogni sguardo gli avanzi inanimati che richiamano in modo sì crudele la persona estinta, aveva accolto quelli del padre di don Francesco.

Ah! perchè un ribrezzo irresistibile allontana tosto dai cadaveri? E perchè tale ribrezzo viene sentito maggiormente dai parenti, dagli amici che dagli indifferenti?

È forse ciò effetto della disperazione che si prova in pensare come lo spirito immortale, che animava prima quelle membra, non sarà mai per farvi ritorno?… Mai!

E non vi è lagrima, non vi è preghiera, che valga a richiamarlo nemmeno un istante! Sembra quasi impossibile che non sia dato ottenere risposta veruna da chi poco prima poteva ancora comprendere, amare, soffrire!

Ecco forse perchè si fuggono abitualmente, appena la morte gli ha toccati, coloro che furono cari in vita, e che divengono quasi oggetti di terrore.

Ma non si può condannare un tal terrore, che in certe persone è davvero invincibile.

Niuna di tali sensazioni aveva però accompagnato nella tomba il vecchio duca dell'Isola. Le sue ultime parole, il segreto da lui rivelato avevano destato in tutti preoccupazioni gravissime: ed all'estinto non si pensava che per contraccolpo di esse; come cioè alla prima causa che le aveva fatte nascere.

Se egli fosse disceso nel sepolcro col suo segreto, avrebbe aumentata innanzi a Dio la propria responsabilità; ma quanti odj, quante colpe fors'anco avrebbe evitate!

Le preghiere di donna Rosalia, che chiedevano disperatamente a Dio di perdonare a suo padre, erano state le più ardenti che avessero seguito il vecchio duca.

Appena finiti i funerali, la duchessa, come lo aveva pensato donna

Maria, era ritornata al suo castello.

Quel castello era stato lasciato a donna Livia dal padre di lei, e colle vaste dipendenze formava parte delle sue cospicue sostanze. Benchè in inverno, la duchessa vi si recava sovente per più giorni insieme al suo bambino.

Questa volta aveva condotto seco lei donna Rosalia, temendo forse lasciarla in palazzo.

Il duca non aveva mostrato la menoma emozione nell'udire da sua moglie ch'ella ripartiva pel castello.

Nei precedenti giorni don Francesco aveva cercato contenersi come in un tempo di tregua; e come al benedettino, data una dilazione alla duchessa, e chiestane una per iscritto al cavaliere di Malta, perchè riflettessero meglio.

Nulla del resto,—aveva aggiunto con entrambi,—potrebbe smuoverlo dal partito preso, cioè di ottenere il silenzio con tutti i possibili mezzi.

E tale dilazione momentanea era stata accettata dal conte di San

Giorgio e da donna Livia.

Il giorno era per finire, quando la duchessa arrivò con donna Rosalia al castello. Quasi subito condusse la cognata in una sala del piano superiore: indi si assise vicino a lei senza parlare.

Donna Rosalia ruppe prima il silenzio.

—Dunque, disse, voi sperate, donna Livia, di poter giungere così a compiere il voto del mio sciagurato padre?

—Sì: non vedo via migliore di questa.

—Ma bisognerà che nessuno possa mai sospettare…

—Nessuno sospetterà, lo spero: e se, come credo, il vostro padrino asseconda il mio progetto, giungeremo presto forse allo scopo che desideriamo ottenere.

—Lo volesse il cielo!

—Basta; fra poco lo sapremo; il conte non dovrebbe tardar molto.

E donna Livia si alzò: andò a mettersi a una finestra: guardò pel vasto orizzonte che le si stendeva dinanzi.

—Nessuno! mormorò volgendosi alla cognata; nessuno ancora!

Donna Rosalia non l'intese.

Vedendo la duchessa alla finestra, aveva abbassato gli occhi, e lagrime silenziose scorrevano sulle sue pallide guance.

Donna Livia la considerò qualche tempo.

Sventurata! pensò; ah, non è soltanto la morte e la colpa di suo padre che ella piange! Quanto deve soffrire! Eppure quali angosce le sono serbate ancora! Adesso ella dubita soltanto: che sarà fra poco quando comprenderà che il principe non l'ha mai amata, o che almeno non l'ama più?—Cielo, perchè permetti che donna Maria debba, come ne sono sicura, venir preferita a questa fanciulla?… Donna Maria sì egoista, sì falsa ed insensibile!… Ah, non sono ingiusta pensando così di lei! Troppo bene la conosco.

E si passò una mano sulla fronte, mormorando: Oh! io so quanto costi rinunciare alla felicità vagheggiata!

E nei begli occhi della giovane duchessa brillò una lagrima… Ma ella scacciò tosto la sua emozione… Alfine, disse quindi tra sè, ho mio figlio, che tanto amo!… Sì: egli potrà forse farmi in parte dimenticare….

E come per non pensare a sè stessa, tornò ad esaminare donna Rosalia.

Temo, rifletteva, ch'ella non sappia sopportare il disinganno che l'attende… Vorrei incoraggiarla: vorrei dirle che so ciò che la fa soffrire:… ma no! D'altronde ora devo pensare a far quanto mi detta la mia coscienza, cercando realizzare il progetto che ho concepito.

E donna Livia tornò a guardare nella campagna.

Mentre poco prima stava considerando la giovane cognata, si sarebbe durato fatica a riconoscere in lei la donna che aveva strappato la pergamena a suo marito nella notte fatale, e che era quindi rimasta di ghiaccio alle di lui minacce.

Passò qualche tempo.

Ad un tratto la duchessa esclamò:

—Il cavaliere giunge.

Donna Rosalia alzò il capo.

—Sì, riprese donna Livia, allontanandosi dalla finestra. Egli si avvicina al galoppo. Io vado tosto a riceverlo, e vi comunicherò poi la sua risposta.

Ciò detto, sortì rapidamente.

Donna Rosalia le guardò dietro un istante.

Sì, disse tra sè; ella otterrà forse quanto mio padre desiderava…

Riescisse almeno quel progetto!

Indi a sua volta si mise alla finestra, ove stava prima appoggiata la moglie del duca. I suoi sguardi non errarono a lungo, e si arrestarono tosto nella direzione di Catania.

La notte, che si avvicinava, non le permetteva di scorgerla… Per qualche tempo donna Rosalia rimase immobile.

Quella fanciulla, benchè nata in seno all'opulenza, era davvero degna di compassione! Sua madre era morta nel darle la luce; ed ella, al pari di donna Maria, aveva passato l'adolescenza in un monastero, ove le religiose cogli scrupoli, le continue pratiche di pietà, i sermoni;—le compagne colle immagini fallaci del mondo, col fantasticare in regioni sconosciute—avevano sviluppato nelle due sorelle gl'istinti diversi: così donna Rosalia, per natura sensibile e generosa, era divenuta appassionata ed insieme molto pia, fanatica quasi;—e donna Maria, d'indole perversa ed egoista—scettica, falsa, avendo ella presto volto il suo naturale ingegno, il brio, la perspicacia all'intrigo ed al male.

Ritornate nella casa paterna dopo qualche anno, quelle due ragazze erano state abbandonate a sè stesse ed alle influenze non sempre buone delle governanti e delle cameriste.

L'abitudine del vecchio duca di ricevere società numerosa, onde certo soffocare colle distrazioni i rimorsi; l'egoismo, l'indifferenza di don Francesco, il quale non si era mai dato alcun pensiero delle sue giovani sorelle,—avevano compita l'opera funesta di quella educazione viziata.

Ed ecco perchè, mentre donna Maria si occupava a sorvegliare la cognata, che ella odiava senza motivo; a condurre di pari passo gli amori col giovine cavaliere, ch'ella aveva da poco rapito a donna Rosalia; questa non sapeva far altro che piangere e pregare.

Così anche quella sera ella andava mormorando lagrimosa:

Ah! egli è là fra quelle mura, ed ella pure! Gli è di me più vicina! Sarà dunque vero, gran Dio, che è dessa ch'egli ama ora?… Eppure vi fu un tempo in cui i suoi occhi cercavano i miei, e che di rado mi lasciavano!… Ma allora ella non era là; non la conosceva; non l'aveva veduta mai!… Ah, perchè è tanto bella? Forse in questo istante il principe le parla, le dice d'amarla!… Perchè non sono io rimasta a Catania? Gli osserverei almeno!… Preferirei la collera di don Francesco all'idea che, mentre io sono qui, essi sono insieme…. Insieme!… Ah, questa sola parola mi uccide!… Se venisse il giorno fatale che gli unisse per sempre, sento che non potrei più vivere… Cielo! perdona!

E donna Rosalia allontanò colla mano i suoi abbondanti capegli neri, che le cadevano sulla fronte.

Indi con un movimento di disperazione:

Oimè! disse amaramente tra sè; a che mi varrebbe esser presso di loro, sorvegliarli?… Se ei non mi ama più!… Non farei che venir riguardata come un testimonio importuno… All'indifferenza che il principe comincia, lo temo, a provare per me, si aggiungerebbero la noja, il tedio…. Me infelice!… Eppure, se il cielo mi ajutasse, potrei forse venir preferita ancora; perchè infine io non sono certa; dubito soltanto…. Gran Dio, perdonate a mio padre la sua colpa, ed abbiate anche pietà di me!… E se mi confidassi a donna Livia?… Ella forse potrebbe…. Ma no!… ma no!…

La giovinetta appoggiò il capo ad una mano, e di lì a qualche tempo:

Ah! perchè donna Maria non è ella rimasta ancora a Palermo?… Quale stella a me fatale decise sì presto il suo ritorno?… Se almeno tardava un anno, qualche mese, avrei forse già sposato il principe; ed invece!… Ella venne ad attraversarmi la via della felicità…. Poteva maritarsi in casa di quella nostra parente; essere contenta; ma lungi di qui!…

Donna Livia starà ora persuadendo il cavaliere: ei non le negherà certamente quanto ella gli chiederà…. È sì buono il mio padrino!… Se riescissi presto a veder restituire ai nostri parenti spogliati quanto è loro dovuto, mi sembra che, oltre la soddisfazione che ciò mi cagionerebbe, ne trarrei anche un lieto presagio pel mio avvenire…

Il rumore lontano di un cavallo che sembrava venire verso il castello, interruppe le riflessioni di donna Rosalia. Ella si scosse, e cercò collo sguardo di penetrare attraverso l'oscurità che avvolgeva la campagna; ma nulla distinse.

Ed intanto quel rumore andava avvicinandosi sempre più… Ella attendeva con un'agitazione piena di ansietà…. Ah! pensava, se fosse il principe che, sapendomi a questo castello, venisse qui per vedermi nascostamente, parlarmi lungi da donna Maria, rassicurarmi!…

E se la notte non lo avesse vietato, si sarebbe potuto vedere un vivissimo rossore animare le sue guance abitualmente scolorite.

Ma era illusione la sua, e durò poco.

Quel rumore, che tanto l'aveva scossa, era già cessato.

Certamente qualche cavaliere era passato nelle vicinanze, poi sì era allontanalo.

Donna Rosalia sospirando rinchiuse allora la finestra ed andò a sedere dinanzi al camino.

Intanto un cavaliere grande, coperto da un ampio mantello, sotto al quale scorgevasi appena la spada, si avanzava a piedi, leggermente, verso il castello, per una stradicciuola remota che metteva alla porta rustica del fabbricato.

Era il duca.

Un servo, che certo lo aspettava da qualche tempo, gli mosse incontro.

Non parlò, ed attese.

—Conducimi all'istante nel luogo ove sai, mormorò don Francesco.

Il servo obbedì.

Entrambi, colla rapidità ed il silenzio di due fantasmi, entrarono per una porticina nel castello.

—Hai ben preso ogni precauzione, perchè nessuno possa sospettare la mia presenza? domandò il duca.

—Sì, Eccellenza.

—Bene.

E disparvero per un lungo e deserto corridojo.

V.

Indice

Dopo aver lasciato donna Rosalia, la duchessa si era recata in una sala terrena, la più piccola di tutte, ove abitualmente soleva trattenersi quando era al castello.

Quasi all'istante il cavaliere di Malta fu introdotto.

Allora donna Livia gli accennò di chiudere la porta; indi:

—Sedete, conte, gli disse: devo pregarvi di una grazia.

—Comandate, rispose egli commosso. Sapete che io sono interamente ai vostri ordini. Ah, vorrei mi chiedeste molto, onde potervi testimoniare la mia assoluta devozione!

Queste parole furono pronunciate in un modo che non lasciava dubbio alcuno sulla loro sincerità.

—E molto vi chiederò infatti, riprese con calma la duchessa.

Ascoltatemi.

Il cavaliere di Malta attendeva in silenzio.

—È del segreto rivelato dal vecchio duca che io intendo parlarvi, continuò donna Livia. Voi certamente lo avrete immaginato.

Il conte fece un cenno affermativo, ma non l'interruppe.

—Perciò, proseguì ella, ho voluto vedervi oggi in questo castello. Io ho concepito un progetto, e col vostro mezzo spero poterlo realizzare. Ora ve lo comunicherò. Sulle prime ero decisa ad oppormi risolutamente a don Francesco, come avevo cominciato a fare; ma poi cangiai avviso. Compresi che egli vuole ottenere assolutamente il silenzio di tutti su quel disgraziato affare, con ogni mezzo; mezzi estremi forse, a cui io devo evitare che egli ricorra. Non crediate però, conte, che io acconsenta a vedere in pace il cavaliere dell'Isola ingiustamente spogliato: quando penso che mio marito può accogliere tale idea, mi sento fremere; ma ei non la manderà ad effetto sinchè avrò vita.

Ella si arrestò un istante; indi:

—Ho riflettuto: ho pensato che forse don Francesco ritiene in buona fede di non essere colpevole operando in tal modo, facendo quanto infine fece suo padre per tanti anni…. Egli non ha certamente afferrato il vero concetto di…. Insomma la cosa non gli appare forse come a voi, conte, come a me…. sotto la sua vera luce….

—Voi lo scusate!…

—Lo devo: poi, comprendete, desidero anche persuadere a me stessa ciò che vi dico: cioè che l'orgoglio, l'ostinazione, sì forti in lui, siano i suoi soli moventi.

—Ah, donna Livia, io quella notte ho temuto assai la sua collera per voi…. Faceste bene a desistere da una aperta opposizione: sarebbe stata troppo pericolosa.

La duchessa sorrise amaramente.

—Non è il timore che mi consigliò; ma il pensiero di mio figlio: e d'altronde che avrei ottenuto, continuando a provocare don Francesco? Nulla…. Ma per mio figlio istesso io desidero riparare a quella ingiustizia…. E per farlo senza destare troppi odj, e per evitare altre scene tristi, ecco quanto ho pensato.

Il conte di San Giorgio si fece attentissimo.

—Ora, proseguì donna Livia, la pergamena non esiste più: e se vostro zio od i suoi eredi venissero a reclamare, attestando, come potranno certamente farlo, con prove autentiche, la loro identità; don Francesco non potrebbe rifiutarsi a rendere ad essi quanto è loro dovuto. Mi comprendete?

—In parte: continuate, signora.

—Ma, onde non contrastare troppo apertamente col duca, bisognerebbe cercare di loro segretamente: ed una volta trovatili, fare che essi reclamino, mostrando però non essere stati consigliati da alcuno, e soltanto perchè la morte del vecchio duca dell'Isola giunse casualmente a loro cognizione.

—Vi comprendo, donna Livia: ed io, sì, io li cercherò.

—Vi ringrazio, cavaliere: sapevo non contare invano sopra di voi.

—Sì: avete ragione: questo è il mezzo migliore infatti. Sono pronto a secondarvi intieramente. Come credete che io debba agire?

La giovane duchessa parve commossa da sì completa devozione; indi:

—Mi diceste che un ordine vi chiama a Malta tra breve: mostrando quell'ordine come per caso a don Francesco, ei non potrebbe concepire il menomo sospetto. Giunto a Malta, potrete disimpegnarvi ed ottenere un lungo permesso?

—Sì, lo posso: mi basterà vedere un momento il gran maestro: fra qualche giorno partirò.

E prima che ella rispondesse, riprese:

—Avevo pensato un istante a prendere sopra di me ogni responsabilità, svelando il segreto, poichè voi avevate distrutta la pergamena; ma allora…. Voi conoscete don Francesco!… Un duello a morte con lui sarebbe stato inevitabile. È inutile dirvi perchè ne rifuggii.

—Aveste ragione, conte: un duello tra voi e mio marito, qualunque risultato avesse, mi sarebbe causa d'eterna amarezza.

—Ma, e come eviterete lo sdegno del duca, quando questi nostri parenti venissero a reclamare?

—Don Francesco mi disse che, se io serbo il silenzio, mi perdona la distruzione della pergamena. Voi fate in modo che il cavaliere dell'Isola, od i suoi figli non suscitino scandali. Così il duca si persuaderà più facilmente, e sarà possibile far credere che nessuno di noi conosceva la loro esistenza. Pur troppo il vostro compito non sarà facile; perchè ignoriamo qual nome essi portino; ma siccome il vecchio duca prima di morire disse sapere che suo fratello aveva preso servizio nell'armata della repubblica veneta, così dimorerà ancora su quelle terre: o, se egli più non esiste, è là che potrete aver contezza de' suoi figli.

—Infatti, questa è l'ipotesi più verosimile: l'avevo già pensato anch'io. Per iscoprire quei parenti farò tutto il possibile, e spero riescire ad onta del mistero che ce li nasconde… Ed al duca dirò che acconsento a serbare il silenzio?.. aggiunse con qualche esitazione.

—Potete dirgli che, obbligato ad assentarvi per un tempo di cui ignorate la durata, dovete rinunciare per ora ad occuparvi della rivelazione di vostro zio.

—Gli dirò che, finchè rimango a Malta, serberò il silenzio da lui chiestomi! Non gli sembrerà strana la mia lunga assenza, benchè non sia tempo di guerra; poichè già diverse volte, il sapete, ebbi missioni che durarono mesi e mesi….. D'altronde, mostrandogli l'ordine…. Ma, e gli altri taceranno?

—Il benedettino giungerà qui tra breve: egli è un uomo sicuro: gli confiderò tutto, ed ei mostrerà d'aver ceduto a don Francesco che, lo so, ha insistito con forza presso di lui…. Quanto a donna Rosalia, il duca non la teme molto: la crederà facilmente scoraggiata. Ed io gli dirò aver deciso tacere, nella speranza ch'ei si persuada da sè a riparare quella ingiustizia.

Ella si arrestò; indi con una specie di disgusto:

—Oh! mi ripugna scendere ad una finzione: ma è necessario.

—No, donna Livia, questa non è finzione; od almeno lo scopo che vi proponete la giustifica. Tale scopo è santo!

—Riesciste almeno!

—Speriamo: il cavaliere dell'Isola, come saprete, ha portato seco le sue carte di famiglia: dunque….

—Infatti…. Tranquillizzeremo donna Rosalia, che è ansiosissima di veder compito il voto di suo padre.

—Povera donna Rosalia! Mi dispiace lasciarla infelice.

La duchessa alzò il capo.

—Che volete dire? domandò.

—Voglio dire che, come ve ne sarete certamente avveduta, ella ama il giovane principe degli Alberi, e ch'ei non pensa se non a donna Maria. Me ne duole assai per la mia figlioccia, che ho sempre amata molto; ma non vedo rimedio alcuno…. Ella soffre….

—Sì: eppure credo non abbia perduta ogni speranza.

—La perderà fra poco. Io so che il principe conta chiedere presto la mano di donna Maria.

—Come lo sapeste?

—Ora vi racconterò. Il principe stesso me lo disse…

In quell'istante, se il conte e donna Livia avessero prestato attenzione, avrebbero potuto udire un lieve rumore dietro la tappezzeria.

Era don Francesco, che giungeva nel suo nascondiglio. Trovavasi un po' in ritardo; perchè aveva pensato esser meglio partire da Catania a qualche intervallo dal suo parente, anzichè seguirlo troppo davvicino, o prevenirlo, e dar sospetto. Poi, siccome la gelosia era stata il solo suo movente, erasi detto che, ove anche perdesse una parte di quella conversazione, ne udirebbe sempre abbastanza per sapere quali rapporti regnassero tra la duchessa ed il cavaliere di Malta.

Donna Maria non si era ingannata: benchè il duca avesse mostrato non crederle, le insinuazioni di lei gli avevano suscitato in cuore un inferno.

«Il principe stesso me lo disse.»

Ecco le prime parole che don Francesco doveva udir pronunciare dal conte di San Giorgio.

Il cielo certamente non permise che egli sentisse quanto riguardava il segreto rivelato dal padre.

Intanto il cavaliere proseguiva:

—Incontrai il principe fuori della città: egli era a cavallo: io pure. Mi si avvicinò, e mi chiese se volessi acconsentire che per qualche tempo mi accompagnasse. Accettai. Sembrava ch'egli avesse qualche cosa a dirmi, ed io attendeva che parlasse. Infatti quasi subito esclamò:—Ah! la morte del duca vostro zio venne a spezzare i miei più cari progetti.—Lo guardai sorpreso, come per interrogarlo, ed egli continuò:—Avevo risolto chiedere donna Maria in isposa in questi giorni, e non ebbi il tempo di farlo.—Io pensai tosto a donna Rosalia, e mi sentii stringere il cuore.—Ah! dissi, voi amate una delle mie giovani cugine, principe?—A queste parole, che avevo pronunciate appositamente, mi parve che egli arrossisse: ciò mi persuase sempre più che in passato deve avere lasciato credere a donna Rosalia di amarla.—Amo donna Maria, mi rispose con qualche imbarazzo, e temo che la morte di suo padre possa, non solo ritardare, ma impedire le mie nozze con lei; perciò desiderai consultar voi, che come stretto parente conoscerete forse le idee di don Francesco. Credete che ei possa concedermela?—Voi siete di famiglia illustre, risposi; siete ricchissimo, non dovete dunque temere un rifiuto.—Gli è che il duca potrebbe avere per donna Maria qualche altro progetto.—Io rimasi un istante perplesso; indi:—Non credo, ribattei.—Cercate voi, riprese egli, d'interpellare don Francesco in proposito.—Io non ho con lui grande intimità, risposi: mi sembra sia meglio che voi stesso, quando ve ne parrà giunto il tempo, facciate la vostra domanda.—Voi comprendete, donna Livia, che io non potevo acconsentire ad immischiarmi d'un matrimonio che darà tanta pena alla mia figlioccia.—Farò come mi consigliate, disse il giovane: più presto che sarà conveniente, parlerò al duca.—E dopo essersi trattenuto ancora qualche istante meco, mi lasciò un po' freddamente. Mi parve alquanto offeso per non aver io voluto accogliere la sua preghiera.—Volli narrarvi tutto ciò, donna Livia, perchè pensiate voi se vi par meglio preparare un po' per volta al disinganno donna Rosalia.

La duchessa riflettè un istante.

—No, disse quindi, non la preverrò. Perchè anticiparle il dolore, la disperazione forse, in cui la getterà il sapere che il principe vuole sposare donna Maria? Alle volte la verità, per quanto possa essere crudele, è preferibile ai dubbj, è vero, ma non per tutti…. D'altronde ella non mi ha parlato mai del suo amore, ed io non posso provocare le di lei confidenze senza commettere un'indiscrezione.

—Non so che dire; ma non potremo evitare che fra poco ella conosca il vero; poichè infatti, se il principe non l'ama, mi sembra inutile cercar d'impedire le nozze di lui con donna Maria. D'altronde ciò dipende dal duca.

—Certamente. Se donna Maria avesse cuore, potrebbe ella… Io non la credo innamorata propriamente del principe.

—Nemmeno io: ella non è capace di amare alcuno; ma non rinuncierà mai ad un gran partito come questo per generosità. Il lusingarsene sarebbe un assurdo. Guardate, donna Livia, io provo per quella fanciulla, quantunque tanto bella, una repulsione grandissima.

La duchessa non rispose: perchè avrebbe difeso donna Maria? Non era suo costume prodigare elogi a chi non stimava.

—Ed io, continuò il cavaliere, voglio dirvi che vi guardiate da lei: anche conoscendola, come certo la conoscete, non la temete forse abbastanza. Siete al disopra di ogni sospetto; ma colei potrebbe egualmente nuocervi. Diffidate… La notte, in cui morì mio zio, io feci per accostarmi a voi: volevo dirvi qualche parola sul disgraziato affare della pergamena, mentre eravate appoggiata al letto.

—Ebbene?

—Io vidi donna Maria esaminarmi in modo che rabbrividii. Ella sorrideva impercettibilmente; ma quel sorriso era sì malvagio, che io vi lessi macchinazioni infernali, come ne lessi ne' suoi sguardi… Oh! donna Livia!—aggiunse con viva emozione—io che so per prova come voi siate fra il numero raro di quelle donne che saprebbero morire prima che mancare anche in ispirito all'onore, al dovere; posso dirvi che ella sospetta di voi: posso dirvelo senza timore d'offendervi.

—Vi ringrazio, conte, rispose la duchessa tristamente: mi prevarrò di questo vostro avviso.

Il rumore, che si poteva aver udito poco prima, si rinnovò; ma neanche questa volta nè donna Livia, nè il cavaliere lo notarono.

Il duca, scosso e persuaso dalle ultime parole del cavaliere di Malta, ed arrossendo d'aver potuto un momento dubitare della duchessa, non aveva voluto trattenersi maggiormente. D'altronde da un istante all'altro il conte poteva lasciare il castello, ed ei non voleva esporsi ad incontrarlo in cammino. La risposta, che donna Livia aveva data all'avvertimento del cavaliere, pareva dover terminare il colloquio; pensò che si sarebbe fatta chiamare donna Rosalia, e che ella entrando poteva avvedersi di lui: non gli rimaneva forse che il tempo strettamente necessario per ritornare a Catania senza essere raggiunto dal cugino.

Fu fortuna; poichè, se si fosse trattenuto ancora, avrebbe inteso parlare del progetto che riguardava il cavaliere dell'Isola.

—Chi sa quali cangiamenti avverranno qui forse durante la mia assenza? disse il conte di San Giorgio a donna Livia.

—Non cerchiamo d'interrogar l'avvenire, rispose ella: disponiamoci ad accettar con coraggio quanto potrà darci di male, e forse sarà meno triste di quanto potremmo presumere in mezzo a tante preoccupazioni. I presagi, che talora si credono scorgere in esso, sono più fallaci di una sibilla menzognera.

Vi era in queste parole della giovane duchessa un senso di sconforto, che ne traspariva suo malgrado, come una rimembranza di speranze distrutte, di necessità subíte.

Il cavaliere la esaminò con una certa agitazione; indi:

—Avete ragione, signora, le disse: vi fu un tempo in cui io guardavo al futuro con una specie di temeraria fiducia: credevo non dover trovarvi mai se non che pugne felicemente sostenute, soddisfazioni di un guerriero…. ed invece….

La duchessa lo guardò attentamente.

—Non temete, donna Livia, proseguì egli con dolore ed insieme con esaltazione; io non mancherò giammai alla promessa che vi ho fatta; riguardatemi senza timore come il vostro amico più devoto.

—Vedete che come tale vi riguardo, caro conte; non metto ora forse la vostra amicizia alla prova, ed a dura prova?

Ella sorrise leggermente, e dopo qualche istante:

—L'unica cosa, che temo indovinare nell'avvenire, è il dolore di donna Rosalia. Questa fanciulla, credetemelo, cavaliere, mi preoccupa assai.

—Ed io pure: ma che fare? d'altronde presto partirò. Voi la consolerete, duchessa.

—Lo tenterò almeno. Ora ella è meco al castello: volete salutarla?

—Volentieri.

Donna Livia fece chiamare la sua giovane cognata.

Dopo un momento questa entrò. Era sì pallida, sì abbattuta, che il suo padrino e la duchessa si scambiarono uno sguardo di compassione: essi, che sapevano come tutto fosse finito per lei.

Donna Rosalia si conteneva però: desiderava far credere che la morte del padre, ed il segreto di famiglia fossero causa del suo turbamento. E ciò in parte era anche vero. Ma ahi! in piccola parte soltanto.

—E così? domandò ella a donna Livia.

—Il conte è pronto ad assecondarci, rispose la duchessa: se otterremo il nostro scopo, sarà grazie a lui. Ei partirà prestissimo: forse prima non lo rivedremo più.

Donna Rosalia guardò il cavaliere di Malta; e nei suoi occhi neri grandi e belli si dipinse una viva riconoscenza.

—Grazie, grazie, dissegli, per mio padre e per me.

—Fo il mio dovere, cara figlioccia: io pure desidero assai togliermi la parte di responsabilità, lasciatami in questo affare dal duca morente. E poi colui, che cercherò reintegrare ne' suoi diritti, non è forse mio zio? Non avrei osato agire solo, perchè personalmente io non devo una riparazione.

E come per distrarre la giovane, per occuparla di altro che del principe, aggiunse:

—Siate cauta, cara donna Rosalia: adoperatevi colla duchessa, affinchè non si penetri da alcuno il vero motivo della mia assenza.

—Oh non temete! quel progetto mi sta tanto a cuore!

—Ora, riprese il conte, ritorno subito a Catania. Prima di partire mi recherò da don Francesco: se sarete ritornate in città, avrò il piacere di salutarvi ancora: altrimenti, pazienza!

Egli contemplò qualche istante donna Rosalia e la duchessa; la prima con una tenera compassione; la seconda un po' più a lungo, e con espressione indefinibile. Indi decidendosi, si strappò alla specie d'incanto, che lo tratteneva in quella sala: e dopo aver abbracciata donna Rosalia, e baciata tremando la mano alla duchessa, partì.

La moglie e la sorella di don Francesco rimasero silenziose: entrambe erano commosse, agitate.

Il progetto di donna Livia era generoso; ma chi sa dove poteva condurre?

Quasi subito una vecchia che era sempre stata governante di donna Livia, sin da quando questa era bambina, venne ad avvertirla che il benedettino, invitato segretamente da lei a recarsi al castello, era giunto non visto da alcuno, ed attendeva nella cappella.

Donna Livia vi si recò all'istante.

VI.

Indice

Sul cadere dello stesso giorno, in cui il duca ed il conte si recavano al castello di donna Livia per fini diversi, donna Maria passeggiava sola nel giardino del palazzo.

La passeggiata aveva certamente uno scopo; perchè l'affascinante bionda camminava rapidamente, e non si arrestò che dinanzi un rustico padiglione, situato in fondo al giardino istesso. Entrò in una stanza terrena di quel fabbricato, la cui finestra dava su di una via isolata e deserta. Donna Maria sedette sopra un rozzo sgabello di legno: attesa un poco, indi si alzò: guardò dalla finestra, e:—Non viene ancora, disse tra sè. Ma, a che mi lagno? Non gli ho io fatto raccomandare di aspettar la notte? Mio fratello è sì violento, esigente, bizzarro, che, se mi sorprendesse in colloquio con un cavaliere, sarebbe capace di un eccesso… Ma egli è assente…. Ah! lo comprendevo bene: sapevo di non arrischiarmi troppo, dando al principe un appuntamento… Ero sicura che don Francesco si sarebbe recato al castello, onde sorprendere la sua cara sposa col cavaliere!… Chi sa che cosa può accadere?… Ma ecco il principe: e non è ancor notte fatta…. Ora temo quasi sia troppo presto…

Guardò intorno a sè. Ma nessuno mi vede, pensò.

Quasi subito un giovane gentiluomo entrò dalla finestra, che potè facilmente scavalcare.

Era desso il principe degli Alberi, colui che donna Rosalia amava con tanta passione. Era piccolo, bruno, delicato; con un certo che di languido nella fisonomia assai più dolce e gentile di quanto addicasi ad un uomo.

Donna Maria lo salutò con un sorriso molto espressivo, e gli porse la mano, ch'ei baciò con trasporto.

—Finalmente! esclamò il giovine, vi trovo sola: posso dirvi finalmente, lungi da ogni sguardo importuno, quanto vi amo!

La sorella del duca ascoltava coll'aria di una donna che è certissima del suo potere, e che si tiene egualmente certa non si possa mai eccedere nell'adorarla.

Dagli sguardi, che il principe fissava in lei, era facile comprendere che quella fanciulla era tutto per lui… Se donna Rosalia lo avesse veduto in quell'istante, non avrebbe più conservato la menoma lusinga! Si sarebbe sentita trafiggere il cuore da una mortale ferita.

—Vedendovi, diceva egli a donna Maria, trovandomi solo con voi, mi illudo: mi sembra che la felicità, di cui godo, debba essere duratura; che nulla al mondo possa aver forza bastante per farla cessare, per costringermi ad allontanarmi da voi!

Ella sorrise ancora.

—Speriamo, rispose.

—Oh certamente! Se non sperassi farvi mia, non potrei vivere…. E pensare che devo differire a chiedere la vostra mano! Credete che tale dilazione dovrà esser lunga?

—Di qualche mese almeno.

—Quale fatalità!

—Ne soffro al pari di voi, principe,—disse donna Maria, alzando al cielo i begli occhi, nei quali sembrava fremere una viva passione, repressa soltanto dall'onore e dalla modestia.

Il giovane la contemplava estatico agli ultimi chiarori del giorno; sembrava che volesse prolungarli col desiderio, ed impedire alle tenebre di avvolgere quella seducente bellezza.

Certo, se egli aveva dei rimproveri ad indirizzarsi sulla sua condotta passata, se il pensiero di donna Rosalia poteva cagionargli rimorsi; rimproveri e rimorsi dovevano essere ben leggieri.

E forse non sospettava nemmeno le lagrime amare che la sua incostanza faceva scorrere in quegli stessi istanti.

Ah! perchè si può impunemente distruggere la felicità di una persona, senza che tal colpa, la quale molte volte ha conseguenze più funeste di un delitto, venga punita?—Ma non è infamia mancare a promesse che talora un uomo, talora una donna ebbero l'ingenuità, la sciocchezza di credere sacre…. È invece cosa naturalissima!… Non è crudeltà dimenticare d'aver pronunciate parole che forse s'impressero a caratteri indelebili nella mente, nel cuore di chi non si vuole, non si può più amare; è soltanto cedere alla natura che spinge verso un altro oggetto; il quale, simile al sole, che oscura co' suoi fulgidi raggi le faci trovate talvolta al mattino, fa impallidire ogni altra immagine.

E coloro, che agiscono in tal modo, credono in buona fede di non far gran male.

Il principe, per esempio, mentre stava contemplando donna Maria, non si preoccupava molto di tutto questo: è vero ch'egli aveva a scusa una passione più forte della sua ragione, che lo conduceva, che lo trascinava: ma bastava ciò?…

—Credeva, proseguiva egli, aver trovato un mezzo per affrettare il compimento de' miei voti.

—E qual mezzo?

—Non so se devo parlarvene: esso non è riescito.

—Comunicatemelo egualmente.

—Già da molti giorni non potevo vedervi, e ciò mi addolorava assai; questa privazione mi rendeva più crudele l'idea del contrattempo che tanto mi affligge. Pensai che facendo parlare al duca da qualcheduno della vostra famiglia mi avrebbe giovato, e m'indirizzai al conte di San Giorgio.

—A lui?

—Sì.

Donna Maria parve riflettere.

—E che vi rispose? domandò poi.

—Mi disse ch'ei non ha alcuna influenza su don Francesco, e mi consigliò a chiedergli direttamente la vostra mano, quando lo giudicherò conveniente.

—Ah, egli vi disse questo?

E donna Maria si volse: aprì una piccola lanterna che stava in un angolo della stanza, e chiuse le pesanti imposte della finestra, onde nessuno potesse scorgere il lume dalla via.

Dopo un istante il principe continuò:

—Compresi che il conte non voleva forse adoperarsi per noi: però anche senza il suo concorso….

Donna Maria lo interruppe:

—Quel concorso non ci sarebbe stato di grande utilità.

—È dunque vero che il duca non si sarebbe lasciato persuadere da lui?

—È verissimo: ed è forse meglio ch'egli abbia rifiutato.

Ed intanto pensava alla scena che forse avveniva al castello, e che ella stessa aveva preparata. Ma ad un tratto una subita riflessione venne a turbarla grandemente… Il principe aveva parlato al cavaliere di Malta… E se fosse stato per comunicar ciò alla duchessa che il conte…. Ella aveva udito dell'abboccamento; ma qualche parola appena, mentre stava nascosta dietro una portiera… E se il duca riconoscesse infondate le sue accuse?… Ei, che già le aveva proibito dubitare di donna Livia!… Oimè! pensava; avrei fatto una bella cosa!… Qual sarebbe la sua collera!… Egli, così violento, brutale!… Oh bene! gli dirò chiaro che acconsento a serbare il segreto rilevato da nostro padre, a condizione soltanto ch'ei mi lasci sposar presto il principe.

Quest'ultima idea la rassicurò alquanto, e si rivolse sorridente al giovane.

—Quali pensieri vi occupano, donna Maria? chiese egli. Nei vostri begli occhi mi parve leggere come dell'inquietudine, e…

Ella non lo lasciò terminare.

—Nulla, disse: pensavo che faceste male ad agire senza consultarmi: vi avrei risparmiato un inutile passo.

—Purchè tal passo non ci riesca dannoso, che m'importa di averlo sprecato? Tutto è per me indifferente fuorchè il nostro amore.

—Sì; ma bisogna condurci con prudenza.

Prudenza!… Questa parola, proferita freddissimamente da donna Maria, fece sull'innamorato principe l'effetto d'un pezzo di ghiaccio sul fuoco.

La giovane nel pronunciarla non aveva pensato che alla collera di don Francesco, provocata forse inconsultamente da lei, e non si era lasciata trasportare dall'entusiasmo del suo innamorato, come aveva finto sino ad allora.

—Ah! mormorò il giovine tristamente; voi non mi amate, come io vi amo, donna Maria.

Ella comprese tosto l'errore commesso, e con una adorabile languidezza:

—Non vi amo, disse, perchè tremo per voi? Perchè pavento che qualche passo troppo azzardoso possa suscitare nuovi ostacoli alle nostre nozze?… Impedirle forse?… E voi potete dirmi che non vi amo?

—Perdonate! esclamò il principe.

—Non dubiterete più di me? gli chiese donna Maria con accento incantevole.

—Mai più: lo giuro.

—Bene, allora ascoltatemi, e lasciate che io vi dica come dovrete contenervi.

—Sì, consigliatemi voi, donna Maria: che farò per ottenere l'assenso del duca?

—Fate quanto vi disse il cavaliere di Malta.

—Voi credete dunque che il suo consiglio sia buono?

—Sì, sì.

—E quando dovrò porlo ad effetto?

—Ve ne avviserò io.

—Non sarà mai tanto presto quanto lo desidero.

—Ma, caro principe, bisogna concedere un ritardo un po' lungo per la morte di mio padre.

—È vero!

Vi fu un momento di silenzio, dopo cui il giovine disse a donna Maria:

—E potrò almeno qualche volta vedervi ancora…. sola…. come… stasera?

—Sola non so.

—Ma la duchessa è al castello: per qualche tempo senza dubbio vi rimarrà.

—Sì; ma io non avrò gran libertà egualmente: poi potrebbero sorgere accidenti impreveduti, che affrettassero il ritorno di donna Livia,—aggiunse con una esitazione che sembrava oscillare tra il timore e la speranza.

—Come?

—Che volete? Temo sempre.

Queste ultime parole, pronunciate con dolcissima espressione, incantarono il principe.

—Non so, disse, se dovrò cessare le visite che facevo in palazzo di tanto in tanto, vivente vostro padre.

—Vedremo. Se fosse necessario un tal sacrificio, aggiunse ella sospirando, esso costerebbe a me non meno che a voi.

In quel momento l'essere più diffidente avrebbe giurato che donna

Maria diceva il vero: sì grande è l'ascendente di un vago volto.

Come adunque non l'avrebbe creduto il principe, che l'adorava?… Aveva errato nell'amare quella fanciulla d'indole più che perversa, sopratutto se per lei aveva tradito un'altra; ma ora, come presumere ch'ei si arrestasse? Chi saprebbe farlo su un delizioso pendío cosparso di fiori, ai piedi del quale non scorge il precipizio in cui può cadere?

Donna Maria non ingannava intieramente il suo innamorato però: per esempio, quando diceva soffrire del ritardo, degli ostacoli forse, che la morte del padre aveva suscitato alle loro nozze, era nel vero. Mai ella avrebbe trovato un miglior partito del principe!… Era avida di libertà, di piaceri, di dominio!

Ogni suo voto sarebbe stato soddisfatto, appena fosse sposa di lui.

Affezioni simili non datano dal dì d'oggi, benchè la educazione diversa, i diversi costumi potessero renderle assai più rare in quel tempo.

Donna Maria aveva dunque in sè degli elementi preziosi di progresso: perchè ogni sua parola, ogni sorriso, ogni sguardo era calcolato, gettato per fare effetto.

E con questi difetti, o qualità, come si vorrà chiamarle, cattivava intieramente il principe.

—Oimè! il tempo di separarci è venuto, gli disse ella.

—Che! di già? Mi sembra sì poco che son qui presso di voi, cara donna

Maria!

—A me pure; ma…

—Il duca non è assente? Non siete voi libera per qualche ora?

—Ei non mi disse quanto sarebbe durata la sua assenza. Seppi a caso che doveva partire… Una passeggiata a cavallo può durare anche pochissimo.

—Ah sì! avete ragione: mi converrà lasciarvi. Al suo ritorno don Francesco potrebbe chiedere di voi… Ma non temete l'indiscrezione di qualche servo?

—Non temo; perchè mi vedono molte volte passeggiare in giardino, quantunque sia nel verno. Poi ho una delle mie donne, che mi è intieramente devota, quella che impiegai sempre per comunicare con voi…. Fu dessa che, sotto un suo particolare pretesto, ottenne dal giardiniere la chiave di questa stanza. Ora ella veglia qui presso.

—Addio dunque, donna Maria: rammentatevi di me.

—Potete voi dirmelo?

—Chè non mi è dato rattenere il tempo?

—Vedete, caro principe: la notte è già discesa: partite; addio.

Il giovane dovette rassegnarsi: e dopo qualche altra parola di commiato piena di passione, si allontanò colle più grandi precauzioni.

La notte era discesa infatti, e donna Maria non indugiò a rientrare.

Era agitata. Ormai si teneva sicurissima, è vero, d'aver affascinato il principe in modo, che ei non potesse più sfuggirle. Quel primo colloquio, avuto con lui da sola a solo, ne la accertava: per questo pensava meno al giovane di quanto lo avesse fatto prima di recarsi all'appuntamento.

Ma altri timori le impedivano gioire intieramente del suo trionfo. Il duca adirato le passava dinanzi come un fantasma terribile. Una sola persona, lo sapeva, poteva farsi perdonare da lui; ed era quella persona appunto, ch'ella aveva accusata. Le restava minacciare il duca di rivelare il segreto del padre; ma questo pensiero, che dapprima l'aveva rassicurata, non le infondeva più tanto coraggio.

Ella non potrebbe egualmente forse salvarsi da una esplosione di collera.

«Ma a che temer tanto? dicevasi poi, aggiungendo, come sempre accade, nuove riflessioni alle antiche…. Io posso sostenere arditamente, se don Francesco mi rimprovera, che credevo esser nel vero…. D'altronde gli dirò che intendevo parlare del cavaliere soltanto, non di donna Livia…. Poi, chi sa!… Se il duca avesse sorpreso una sola frase equivoca, allora!… Sì, ciò basterebbe a renderlo furioso, e spingerlo ad un eccesso.

»E mia sorella? Oh avrà bel fare!… Il principe ama me sola…. di questo non voglio più preoccuparmi; non devo nemmeno parlargli di lei…. no; non voglio mostrare di temer donna Rosalia.»

Qualche momento dopo, donna Maria era seduta tranquillamente dinanzi al camino in una sala di riunione. Attendeva il ritorno del duca con viva ansietà.

Molte volte aveva già chiesto di lui alla fidata camerista, che erasi guadagnata colla promessa di condurla seco e di migliorarne la condizione, quando ella sposerebbe il principe degli Alberi.

Ma il duca non era ancor ritornato.

Eppure le stelle già da qualche tempo brillavano in cielo.

«Mi sembra ch'egli indugi, pensava donna Maria: che sarà mai avvenuto? Si sarebbe egli già pacificato con donna Livia?… Ma il castello è lontano una buona lega dalla città…. Andare, venire, fermarsi…. vi vuole il suo tempo!»

Poi, vedendo entrare la camerista senza che l'avesse chiamata:

—Ebbene? le domandò.

—Il signor duca è ritornato, rispose l'interrogata.

—Viene qui?

—No: è già salito nel suo appartamento, e vi si è rinchiuso.

Donna Maria si alzò.

—Accompagnami alle mie stanze, disse alla camerista, che la seguì in silenzio.

Era collera verso di lei, o verso la moglie, che faceva desiderare al duca di essere solo?

Donna Maria se lo chiedeva con qualche timore.

VII.

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«Donna Livia non ama il conte!…»

Ecco il primo pensiero del duca; le prime parole che gli erano venute alle labbra, appena lasciato il suo nascondiglio!

E tale convinzione gli aveva fatto provare un istante di gioja purissima! Essa per un momento aveva scacciato dallo spirito di lui ogni altra preoccupazione!…

Persino il segreto rivelato dal padre; il cavaliere dell'Isola; i suoi eredi; la pergamena distrutta erano stati dimenticati in quel punto!

Tutto era sparito, come una tetra fantasmagoria, costretta ad indietreggiare dinanzi alla dolce realtà.

Il marito felice, nel riconoscere accusata a torto una sposa adorata, aveva vinto il signore orgoglioso, ingiusto; l'uomo ostinato, irascibile, avido soprattutto di comando.

Ma ahi! come per poco!

Perchè quella sensazione, che egli aveva provata vivamente, non aveva cercato rattenerla?

Perchè doveva essere passaggiera, fugace, come tante sentite talora contro volere; senza saperlo quasi; soltanto per un istinto di natura?

Quella sensazione aveva lasciato nel duca, è vero, una traccia del suo passaggio; ma essa col suo entusiasmo, colla sua poesia si era allontanata come luce sovrumana, incantevole; come sogno delizioso e fuggitivo, di cui è dato serbare soltanto il ricordo.

Altri sentimenti nè entusiastici, nè poetici, radicati fortemente in don Francesco, non avevano voluto cedere per molto il campo ad un'ubbia generosa.

Atterriti, per così dire, del momentaneo esilio che in grazia di quell'ubbia avevano dovuto subire, essi si adoperarono tosto nel dimostrare al duca come il mettere in oblio per una donna ogni altra cosa sarebbe stato mancare di dignità.

Così quei sentimenti tornarono a signoreggiare il suo cuore….

Senza di essi don Francesco, spinto dall'amore, avrebbe saputo rinunciare a' suoi ingiusti progetti; acconsentire alla perdita di qualche parte delle sue ricchezze; sopportare il disdoro che egli credeva dovesse venire alla sua famiglia, alla sua casa da quella riparazione.

E tutto questo per ottenere l'approvazione della duchessa!

Donna Livia non lo aveva sposato per inclinazione; ma era buona, sensibile: sarebbe stata commossa nel vedergli fare un sacrifizio che ella più d'ogni altra avrebbe apprezzato…. E…. chi sa!… Al sentimento del dovere, che solo l'aveva guidata sino allora, si sarebbe forse aggiunta un'affezione non appassionata, ma riconoscente e sincera….

Ella aveva amato un altro, amato moltissimo; ma colui era morto: e se ella avrebbe voluto restargli fedele egualmente: se perciò aveva desiderato assai rimaner sempre libera: non rifiuterebbe ora forse un giusto affetto all'uomo di cui portava il nome: al padre di suo figlio, ove ei sapesse meritarlo: gli perdonerebbe alla fine di averla fatta sua quasi forzatamente.

E ciò non sarebbe stato grandissimo compenso ad un sacrificio d'orgoglio, d'interesse, d'amor proprio?

Questa era la via, che la gioja provata nel veder donna Livia sempre degna dell'amor suo, aveva per un istante additata al duca; e dalla quale lo allontanarono poi le altre sue passioni.

Egli si vergognò come sempre di amar tanto; e come sempre si promise di non cedere.

Eppure questa vittoria di un cattivo démone gli costava, ne soffriva assai.

Non si ha l'idea delle pene strane che deve provare un cuore trabalzato continuamente da un sentimento all'altro, incatenato da pregiudizii che non ha la forza di svellere, e che lo rinchiudono in una prigione di ferro.

Dopo essersi dibattuto tra l'amore, che lo spingeva al bene, e l'orgoglio che lo trascinava al male, don Francesco aveva finito per cedere al secondo: e così la sua volontà, nell'esigere ad ogni patto che il segreto di famiglia fosse serbato, era rimasta eguale.

Escito dalla dolce esaltazione di poco prima, tornava a veder le cose dal lato pratico: però alcun che di quella esaltazione gli era rimasto, ed unito agli altri suoi pensieri creava una specie di caos nel suo cervello.

E donna Maria?

Il duca vi aveva pensato un istante con vero orrore; ma poi riflettendo si era sforzato a calmarsi; aveva gran motivi per non abbandonarsi all'ira, ma per frenarsi aveva bisogno di non veder subito la sorella, e per questo al ritorno dal castello era salito tosto nel suo appartamento.

Seduto innanzi ad un gran fuoco, egli riandava nella sua mente tutto quanto gli era avvenuto in pochi giorni, dalla morte del padre sino a quella sera.

«Dunque, pensava, era per prevenire donna Livia dell'amore del principe per donna Maria; della sua intenzione di chiedermela in isposa, che il cavaliere si recò al castello? Ed io avevo sospettato?… Mi ero sentito ardere di gelosia?… Eppure…. se avessi riflettuto, non avrei dovuto temere…. Ella non mi diede mai motivo di dubitare…. Perchè ho io prestato fede a donna Maria, quando da lungo tempo avrei dovuto comprendere ch'ella odia mia moglie?… Poi avrà temuto che la duchessa mettesse ostacolo al suo matrimonio col principe; che cercasse impedirlo per compassione di donna Rosalia….

»Anche di costei mi si spiega ora l'eterna malinconia…. Avrei dovuto avvedermi da me medesimo di tutto questo; ma per verità non me ne sono mai preoccupato…. Basta: ora penserò…. Ah! donna Rosalia ama il principe senza speranza?… E donna Livia ne ha pietà?… Ciò è naturale!… Ella deve aver riflettuto a lungo sul sentimento!… Ella!…»

Ed il volto del duca si annuvolò…. Una specie di sorriso amarissimo sfiorò le sue labbra; ma fu un lampo!…

«Devo io negare donna Maria al principe? pensò poi…. Devo rifiutargli la sua mano, quando me la chiederà?… Colei lo meriterebbe: ma la conosco!… Si vendicherebbe di me, col palesare il segreto, che voglio tenere celato…. Nulla l'arresterebbe…. Lasciandole invece sposare il principe, tacerà…. Ne sono certissimo: non ha gli scrupoli della duchessa…. Ma ella pure dovrà obbedirmi…. Che mai conterà fare?… Mi sembra impossibile imporle la mia volontà…. Ed il cavaliere?… Ah, egli avvisò donna Livia che si guardasse da mia sorella!… Aveva compreso che questa si era avveduta del suo amore per la duchessa…. In questo donna Maria non mi ha ingannato…. Forse mi rese un servigio; ma ella m'offese…. Sì, il conte ama donna Livia!… L'ama con idolatria: lo compresi dalle sue parole, dal fremito della sua voce!… Indegno!… Basta: lo tratterò in avvenire con tanta freddezza, che non oserà frequentare la mia casa!… Non è che io tema della duchessa!… Mai ella amerà il cavaliere, come mai non amerà alcuno!… Per questo saprò contenermi con mio cugino…. Ho d'uopo del suo silenzio; e se me lo promette, tacerò per ora…. Un duello con lui sarebbe in questo momento uno scandalo…. Del resto il mio onore è illeso; ed io non devo preoccuparmi di una folle passione del cavaliere, che d'altronde da un istante all'altro può lasciar la Sicilia, per sempre forse…. Sì, otterrò il silenzio di tutti!»

……………………………………………………….. ………………………………………………………..

Il giorno dopo, don Francesco ordinò ad un servo d'invitare donna Maria a passare da lui. Aveva stabilito un piano che doveva cominciare dall'intendersi colla giovane.

Ella non si fece aspettare: era ansiosissima di sapere qualche cosa, benchè non fosse affatto senza timore su quel colloquio. Esaminò rapidamente, con grande attenzione, il volto del duca; ma non potè trarre alcuna congettura da tale esame, tanto quel volto rimase impassibile.

—Che volete da me? domandò al fratello, sedendo sulla seggiola ch'ei le additava in faccia a lui.

L'accento di donna Maria era il più naturale del mondo.

Il duca la fissò un momento senza parlare: sotto quello sguardo incisivo e duro la giovane si sentì arrossire a suo dispetto. Fu costretta ad abbassare gli occhi, quantunque tutt'altro che timidi; ma la sua coscienza non era tranquilla.

—Bramo, le rispose lentamente il duca, sapere su qual fondamento basava l'ingiusta accusa che lanciaste alla duchessa.

L'ingiusta accusa? Dunque don Francesco l'aveva riconosciuta tale…. Ella non aveva temuto invano: bisognava ricorrere senza esitare ai mezzi di difesa preparati….

E donna Maria vi ricorse all'istante.

—Questo rimprovero mi sorprende: vi avevo già detto che io non intendevo menomamente offendere la vostra sposa: intendevo parlare del cavaliere soltanto; e credetti darvi coll'avvertirvi del suo amore per la duchessa una prova di devozione. Se voi pensate diversamente, mi giudicate male, ve lo giuro.

Il duca sorrise con incredulità.

—Ciò potrebbe anche essere, mormorò.

Donna Maria non fu per nulla rassicurata da quelle parole. La calma di don Francesco le sembrava forzata; e soltanto l'idea che egli aveva bisogno del suo silenzio le infondeva coraggio: poichè infatti, pensava, se egli, così violento, si contiene, vuol dire che teme disgustarmi.

—Ciò non toglie, riprese il duca, che voi abbiate commesso un gravissimo errore, una colpa anzi, tentando gettare in me dei dubbj su donna Livia.

—No, poichè sapevo che l'amate al punto da….

Donna Maria aveva detto ciò con qualche ironia, trasportata dalla sua animosità per la duchessa, involontariamente fors'anche.

Don Francesco l'interruppe.

—Vi avverto, donna Maria, le disse alterato, che non sono disposto a tollerare la menoma celia, per quanto velata essa sia.

La giovane si era fatta pallida, ma si rimise tosto.

—Credeva parlando così, disse, giustificarmi, rispondere alle vostre domande.

Ella aspettavasi che suo fratello le dicesse da un momento all'altro il motivo pel quale il cavaliere si era recato al castello, motivo che ella credeva conoscere; ma così non fu: gliene increbbe assai, perchè aveva stabilito valersene ad ottenere l'assenso alle sue nozze col principe.

—No, riprese il duca: voi non credeste rispondere alle mie domande, asserendo tenervi certa che io non avrei dubitato di donna Livia. Voi pensate tutto all'opposto. Credete voi che io non vi conosca?

E si arrestò, volendo giudicare dell'effetto che farebbero queste sue parole.

Ma donna Maria seppe questa volta contenersi mirabilmente e credette dover metter mano senz'altro all'ultimo colpo, cioè al segreto del padre.

—Ecco, disse senza alterarsi, quanto ottenni da voi in ricambio della mia devozione.

—Spiegatevi.

Era su quel terreno ch'egli aveva voluto condurla.

—Sì, riprese donna Maria, non ho io forse rispettato senza discuterlo il vostro volere, quando tutti gli altri vi contrastavano?… quando la vostra sposa…

—Basta, interruppe il duca alzandosi e mettendosi a passeggiare: basta.

E dopo un istante di silenzio, che donna Maria non osò rompere:

—Ebbene, sì, disse: voi in quella notte mi avete ubbidito, secondandomi. Non istarò ad indagare se il faceste unicamente per vostro particolare interesse; lo riconosco senza restrizione: è tutto quanto posso fare per voi.

«Ah, egli scende finalmente a patteggiare,» pensò donna Maria…—E fatta più ardita da questa riflessione, si rivolse al duca:

—A proposito, e gli altri taceranno?

Don Francesco si accigliò; quella domanda risvegliava tutte le sue inquietudini; pur nondimeno rispose con un cenno affermativo.

—Ne sono contentissima.

—Davvero?

—Certamente.

—Se è così, tacerete, senza chiedervelo, voi.

Donna Maria parve imbarazzata; poi decidendosi:

—Sì, tacerò; ma anch'io voglio facciate qualche cosa per me.

—E che cosa?

—Prima di chiedervela….

Ed ella esitò.

—Continuate.

—Poco fa mi sembraste non prestar fede alle mie parole… ed io….

—Donna Maria, disse il duca cangiando tuono, non voglio più udirvi parlare dei vostri indegni sospetti. Spiegatevi…. Voi mi avete offeso, gravemente offeso calunniando la duchessa, il sapete: e sapete altresì che, se vi perdono, è soltanto a condizione che il segreto di famiglia non venga mai svelato da voi. Lasciate ogni reticenza: che volete da me?

E la guardò attentamente.

Donna Maria, sorpresa da quel cangiamento, rimase sulle prime un po' stordita. Perchè don Francesco non le aveva parlato così a dirittura? Se sapeva quanto doveva chiedergli, ed ei lo sapeva certamente…. Era dunque per non darle la soddisfazione di confessare che era stato al castello?… Ma, qualunque fosse la causa che lo avesse guidato, ella comprendeva che era risoluto a comperare il suo silenzio… E senza occuparsi maggiormente a spiegare a sè stessa ciò che vi era di strano nel procedere del duca, rispose quasi subito:

—Voglio chiedervi non disponiate di me senza consultarmi, e non diversamente di quanto contava fare nostro padre.

—Nostro padre pensava maritarvi, disse affrettatamente il duca, che voleva finirla…. Comprendo: voi volete che vi pensi anch'io…. Infatti, siete nata pel mondo voi….

Egli sorrise sarcasticamente, passando le dita nei suoi folti baffi neri.

Ma donna Maria non si spaventò di quel contegno: provò per altro un vivissimo senso di dispetto nel pensare che don Francesco, il quale sembrava farsi un piacere d'umiliar tutti, ed a cui per allora ella era soggetta, aveva potuto perdonare a donna Livia, che ella odiava, la distruzione della pergamena; sdegnarsi, soffrire delle offese fatte a colei.

Ma perchè invidierebbe la duchessa? Fra poco non l'attendava forse un eguale destino? Migliore anzi: perchè ella comprendeva bene che donna Livia non era felice…. Non avrebbe ella presto uno sposo che l'amerebbe quanto il duca amava sua moglie, e che di più le sarebbe facile dominare, perchè nè orgoglioso, nè ostinato?

Scacciò dunque quel movimento di rabbia, e rispose tranquillamente al duca:

—Ebbene, sì: desidero vivere nel mondo; ma ho temuto, perchè so che una volta consigliaste nostro padre a mettermi in un ritiro.

—La vostra domanda riguarda anche donna Rosalia? chiese il duca ironicamente.

Era un altro rimprovero: e se donna Maria avesse prima dubitato che don Francesco non fosse stato al castello, quelle parole ne l'avrebbero accertata.

Ma, guardando all'avvenire sì ridente per lei, pensò non doversene offendere per allora, e rispose:

—Io non conosco i gusti di donna Rosalia.

—Bene, bene: se mi si presenterà per voi un buon partito, non lo rifiuterò.

Ei non parlava del principe, e donna Maria si decise finalmente a farlo ella stessa.

—Il principe degli Alberi mi ama, disse: egli vi chiederà la mia mano.

—Ah, voi mantenete corrispondenze amorose? domandò allora il duca con una severità piena per altro d'indifferenza.

—Vedevo il principe soltanto quando veniva da nostro padre, e….

—Basta, basta: vi dispenso dal giustificarvi.

Quella specie di sprezzo ferì molto donna Maria; ma si propose rimandare la vendetta a tempo migliore; e senza darsene per intesa:

—Dunque se il principe verrà al palazzo, e mi chiederà se deve sperare, potrò rispondergli affermativamente?

—Sì, sì; ma non colloqui sotto le finestre, non abboccamenti misteriosi; perchè ciò sarebbe sconveniente, e non lo permetterei.

Donna Maria pensò che non aveva tremato invano d'essere scoperta la sera prima: si felicitò della prudenza avuta.

—Non dubitate, rispose…. E quando potrò…

—Bisogna attendere un poco, mi pare: per convenienza almeno.—Ed aggiunse con ironia:—Oh, avete la gran fretta di aver marito!…

—Non è questo: soltanto volevo sapere ad un dipresso….

—Fra tre o quattro mesi, diss'egli seccamente.

—Benissimo, vi ringrazio.

Era soddisfattissima della buona riescita di quel colloquio. Benedisse al segreto del padre, grazie a cui soltanto il duca assecondava i di lei voti.

Don Francesco le si avvicinò, e guardandola fissamente:

—Ora, le disse, non vi raccomando di nuovo di serbare il silenzio sull'affare che sapete, e non parlarne mai nemmeno col vostro sposo istesso: non avete alcun interesse a tradirmi: solo vi dirò che, se mai per animosità o per dispetto lo faceste, io ve ne farei pentire. Nessuno, rammentatevelo bene, nessuno vi salverebbe allora dalla mia collera; vostro marito mi risponderebbe, ed alla menoma indiscrezione….

Donna Maria non aveva mai pensato a rivelare quel segreto; la responsabilità colpevole, che assumerebbe tacendo, era la cosa di cui meno si preoccupava; ma, ove anche fosse stato il contrario, le parole minacciose del duca l'avrebbero tosto persuasa. La calma, con cui egli le aveva parlato dapprima, non l'aveva illusa: aveva compreso ch'essa era simulata a fatica, e non indizio d'aver don Francesco cangiato carattere.

—Non parlerò mai, esclamò, lo giuro!

—E sarà meglio per voi. Ora potete ritornare nelle vostre camere.

Donna Maria partì.

«Sì, costei tacerà, pensò il duca. Ah, quante noje per riparare a ciò che fece donna Livia!… E se a malgrado di esse non riescissi?…»

Un movimento di rabbia gli sfuggì; indi:

«Domani vedrò il benedettino, vedrò il cavaliere: e se tutti tacciono, nessuno ha mai reclamato sin qui… È vero che la morte di mio padre, conosciuta da coloro, potrebbe… Ma no, no: è impossibile!…»

VIII.

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Il giorno dopo, il duca attendeva con impazienza la risposta del benedettino.

Quella sera spirava la dilazione accettata dal frate. Don Francesco non dubitava che mancasse: prima, perchè si teneva sicurissimo che non si oserebbe farlo aspettare; secondariamente, perchè il monaco aveva preso tutt'altro che leggermente quell'affare di tanto rilievo.

Infatti il religioso non mancò. Non era molto che don Francesco attendeva, quando un servo venne ad annunziarlo.

Dunque aveva deciso tacere: poichè altrimenti come ardirebbe affrontare colla sua presenza la collera dì un potente signore?

Ma la risposta che doveva dare riguardava un affare sì delicato, che affidarla ad un'altra persona o ad una carta sarebbe stato quasi impossibile.

Queste domande il duca se le fece colla rapidità del pensiero, e mentre ordinava fosse introdotto il frate all'istante.

Quando questi fu nel gabinetto, e chiuse le porte, don Francesco lo interrogò.

—Dunque, gli disse, siete deciso a serbare il silenzio?

Il frate s'inchinò in segno di assenso.

Un lampo di soddisfazione brillò negli occhi del duca; ma fu passaggiero più del lampo istesso, e pressochè impercettibile. La fisonomia di don Francesco rimase compassata ed altiera.

—Ero sicuro, riprese volgendosi di nuovo al monaco, che la riflessione vi avrebbe giovato; che, grazie ad essa, avreste riconosciuto la giustezza delle mie osservazioni. Bene: potete contare sopra di me.

«Ah! pensò il frate, ei crede che io abbia avuto paura!»

Ma la sua adesione era stata muta: per non dar sospetto qualche cosa bisognava dire, e le ultime parole del duca gliene fornirono occasione.

—Non potrò approfittare delle vostre offerte, Eccellenza, rispose. Io non sono qui che di passaggio: presto devo abbandonare questi luoghi.

Era vero: il duca lo sapeva: non poteva dunque meravigliarsene: eppure, provò una certa apprensione, pensando che non gli sarebbe possibile sorvegliare quel frate. Chi lo assicurava che colui, assente, manterrebbe una promessa strappatagli, egli almeno lo credeva, dal solo timore?… Lo esaminò un istante con diffidenza: il monaco comprese quel che passava nell'animo di don Francesco, ma non proferì parola.

—Io, disse il duca lentamente, vi ritengo impegnato al silenzio per sempre. Rammentatevelo bene… Per sempre! ripetè con accento minaccioso.

—Non è mia intenzione mancarvi, rispose con gravità il padre benedettino.

—Datemene un giuramento sacro.—E gli additò la croce attaccata al grosso rosario, che gli pendeva dal fianco.

—Giuro su questa croce, disse il frate, che mai rivelerò il vostro segreto.

«Cielo! pensò poi; più tardi questo cavaliere, se la duchessa riesce nel progetto comunicatomi, crederà forse che io abbia mancato a sì sacra promessa.»

Il duca si era atteso a reticenze all'atto di quel giuramento solenne: e non avendo scorta nel monaco la menoma esitazione, credette poter esser tranquillo.

Vedendo il frate restare innanzi a lui in silenzio, pensò ch'ei volesse, e non osasse, reclamare la promessa fattagli poco dopo la morte del padre.

—Accettate dunque, disse, la ricompensa che vi aveva offerta.

Un movimento di penosa perplessità sfuggì al benedettino. Il duca non vi abbadò: estrasse da un gotico scaffale una borsa piena d'oro e la porse al monaco.

Questi impallidì: pensò che rifiutando avrebbe potuto far nascere dei sospetti; ma quell'oro gli avrebbe abbruciato le mani, anche adoperato esclusivamente in opere pie.

«No, disse fra sè, non posso fingere a tal segno, per quanto Dio non debba condannare l'artifizio a cui degli animi nobili sono costretti ricorrere, onde riparare una ingiustizia crudele, ed evitare fors'anche dei delitti: ma non accetterò quest'oro!»

E volgendosi al duca:

—Eccellenza, non vogliate offendervi se io rifiuto.

—Che?

—La sola circostanza che le mie parole, rivelando quel segreto, sarebbero state inutili, mi persuase a tacere: non posso dunque accettare ricompensa alcuna.

Il duca, benchè molto indispettito, si felicitò di aver celato al frate la distruzione della pergamena, e di averne con tal mezzo ottenuto il silenzio.

Salutò con freddezza il benedettino, che s'inchinò profondamente ed escì.

………………………………………………………..

Qualche ora dopo, il duca udì bussare al suo gabinetto.

—Chi è là? domandò.

—Io, Eccellenza, gli rispose il suo cameriere. Don Francesco andò ad aprire.

—Che hai? chiese con asprezza: avevo ordinato non mi si sturbasse.

—Nè io avrei ardito farlo senza ragione; ma il conte dì San Giorgio desidera di….

—Ah, egli è qui? domanda di me?

—Stava per dirlo; ma se vostra Eccellenza non vuol riceverlo, andrò ad avvisarlo.

—No, no: fallo entrare subito: sbrigati.

Il servo escì, e poco dopo introdusse il cavaliere di Malta.

I due cugini si salutarono in silenzio, mentre il domestico si ritirava.

Per un istante entrambi rimasero muti. Non erano mai stati in termini molto cordiali, e dopo il diverbio avuto la notte della morte del vecchio duca, diverbio che era stato per degenerare in aperta contesa, l'imbarazzo, che provavano trovandosi l'uno in faccia all'altro, sarebbe stato giustificato, se anche forti ragioni segrete non vi avessero contribuito.

Sembrava che nessuno di loro volesse parlare il primo, e si squadrarono con qualche alterigia.

Al duca pareva, durante quel rapido esame, udire il cavaliere parlare d'amore a donna Livia, ed a quell'idea il suo sangue si rimescolava: mentre sembrava al conte veder don Francesco comandare, imporre il silenzio a colei, per obbedire alla quale stava per intraprendere un lungo, periglioso e forse inutile viaggio; per la quale senza esitare avrebbe data la vita.

A lui non venne neppure in pensiero che il duca, anzichè aver assistito ad una parte del suo abboccamento con donna Livia, ne avesse avuto la menoma contezza.

L'aria accigliata, con cui veniva ricevuto, non poteva sorprenderlo: era abituale a don Francesco: epperò ruppe primo il silenzio.

—Sono venuto per salutarvi, duca, disse: domani io parto.

—Partite? come? per dove?

—Per Malta. Un ordine pressante mi vi chiamava già da qualche giorno.

Il duca provò un movimento di soddisfazione; ma tosto un sospetto gli attraversò lo spirito, però non lo lasciò scorgere per allora al cugino.

—Vi ringrazio, cavaliere, gli rispose, della vostra premura: ve ne sono doppiamente grato, perchè non ignorate certamente che io sono solo al palazzo con donna Maria.

Dicendo questo, lo guardava fissamente.

Il conte si turbò. «Ah sì! disse tra sè: è meglio che io parta, che mi allontani: avrei dovuto farlo prima senza esitare.»

E con gravità rispose:

—Non dovreste esser sorpreso della mia visita; oltre al congedarmi da voi, essa ha un altro scopo, che conoscete.

—È vero. Ebbene, che cosa avete risolto?

—Finchè rimango a Malta, vi prometto il silenzio da voi chiestomi col vostro foglio.

Queste parole gli costarono assai.

—Bene, rispose il duca: il tempo vi farà persuaso certamente che io ho ragione di voler evitare alla nostra famiglia degli scandali… Ma quanto rimarrete assente da Catania? Non potete dirmi nulla di più, conte?

Ei lo guardava con insistenza. Il cavaliere di Malta comprese che non era senza sospetti. Per rassicurarlo, soprattutto per evitare a donna Livia dei dispiaceri, benchè si sentisse internamente indignato per la domanda fattagli, estrasse un foglio, e lo porse al duca, dicendo con una certa indifferenza:

—Non saprei: vedete voi stesso l'ordine del gran maestro, che già da due settimane ho ricevuto: mi dice di recarmi a Malta, appena ciò mi è possibile, senza precisarmi il perchè. Jeri vidi uno dei miei confratelli reduce dall'isola, che mi rinnovò a voce le istanze del gran maestro… Infatti differii anche troppo.

Il duca, benchè con qualche esitazione, esaminò attentamente quel foglio: la sua fronte si spianò; l'ordine era preciso, autentico: ogni dubbio gli era impossibile.

Restituì il foglio al conte, non senza pensare che l'indugio, posto da questo a partire, proveniva dal suo folle amore per la duchessa. «In ogni modo, disse tra sè, tal partenza mi giova, e comincio a credere che la sorte mi favorisce.»

E vedendo il cavaliere già disposto a partire:

—Volete salutare donna Maria? gli chiese: la farò chiamare.

—No, no: non voglio disturbarla a quest'ora inopportuna.

Il duca era già certo di tale risposta, sin da quando aveva fatto l'offerta.

Il conte, temendo che suo cugino gli chiedesse promesse più formali, che sapeva non poter attenere, si congedò.

—Addio dunque, duca, disse: vi prego presentare a donna Livia ed alle vostre sorelle i miei saluti di commiato.

—Non vi mancherò, rispose don Francesco,—cercando dissimulare l'ironia, della quale era improntata la sua risposta.—Vi auguro fortuna nel vostro viaggio.

—Grazie, rispose il conte.

«Ah, se ne sospettasse il finale scopo, pensò, non mi augurerebbe fortuna! Ma già lo conosco: non fu sincero egualmente.»

Ed escì, dopo avere scambiato col duca un altro addio freddo e cerimonioso.

Don Francesco gli guardò dietro per qualche istante.

«Sì! egli va davvero a Malta, disse tra sè: comprendo ora…. Ei prese pretesto dall'amore di donna Rosalia per veder sola la duchessa almeno una volta prima di partire… Maledetto! Benchè ei non possa nutrire alcuna speranza, pure sono doppiamente lieto ch'ei si allontani… A Malta potrà forse trovare imbarazzi grandissimi: e quando ritornerà, vedremo… Se non vorrà promettermi il silenzio, ebbene… un duello deciderà…. Io sono sicuro della mia spada, quanto egli della sua, benchè tra le più temute dei cavalieri di Malta.

Ora non mi rimane che donna Livia: mi prometterà ella il silenzio? Lo dovrà…. Feci già troppo perdonandole la distruzione della pergamena… Ma a che pensarvi? Io non avrei mai avuto il coraggio di punirla; perchè, prescindendo dalla sua ostinazione, ella merita assai….»

Ei si lagnava sempre tra sè di quella ostinazione, eppure… nessuno era più ostinato di lui: e se anche donna Livia lo avesse supplicato, non avrebbe certamente ceduto su tal punto.

Fu detto che il contrasto di due volontà egualmente ferme non regge; che, simili a lame di buon acciajo, volano in frantumi forzando troppo: una di quelle volontà deve spezzarsi alla fine se non piega, e ciò è verissimo.

Così donna Livia dovette mostrare di piegare la sua.

Un istante ella aveva pensato di pregare il duca; ma se ne era dissuasa tosto.

Pregare può riescire con una tempra forte, ma moderata dal cuore sensibile, dall'intimo gentile: mentre invece non conduce a nulla con chi, pure esigendo l'umiliazione negli altri, e servendosene, non comprende ciò che essa ha di meritorio e la disprezza.

La duchessa sapeva benissimo che suo marito era nel numero di questi: così aveva pensato riparare nascostamente alla colpa del vecchio duca, per quanto fosse in lei.

Obbedire don Francesco in quella circostanza nol poteva: perchè, se cedere in cose di poco rilievo è virtù necessarissima, e non, come credono tanti, indizio di debolezza; lo diviene quando ci rende complici, non foss'altro che col subirli in silenzio, di atti che offendono il decoro ed i diritti della famiglia, della società.

Si hanno dei doveri anche verso sè stessi: guai a chi li dimentica! Tanti uomini che sopportarono di essere disonorati impunemente; tante donne sventurate, che per una eccessiva arrendevolezza contribuiscono a mantenere i loro mariti sulla via del vizio, ne sono una dolorosissima, incontrastabile prova.

Che avrebbero ottenuto, si dirà, resistendo? Nulla forse; ma almeno non si sarebbero contaminate anch'esse.

Certo non si deve ricorrere alla resistenza che quando si riconoscono inutili gli altri mezzi; ma allora bisogna averne il coraggio.

Anche il più grande amore non giustifica certi errori. L'amore, per essere grande, ha d'uopo d'essere puro: allora si ha ragione di sacrificargli tutto; ma se la stima, la fede, su cui dovrebbe sempre basare, mancano; si deve saperlo combattere come uno strumento di corruzione; è lacerare una tela logora, che finirebbe egualmente per cadere a brandelli.

Accingersi a tale impresa, compirla non vuol dire mancare di sensibilità; preferir sè agli altri: no; poichè è soltanto per una via difficilissima, seminata di ostacoli grandi che vi si giunge: via che spaventerebbe gettandovi gli occhi assai più di quella che tiene l'eterna condiscendenza.

Ma tutte queste idee vengono diversamente intese; così, mentre tanti avrebbero bisogno di rara fermezza per non lasciarsi avvilire dall'amore, il duca, che poteva farsi condurre da esso ad una nobile meta, non lo aveva voluto: emetteva tutto il suo coraggio, tutta la sua ostinazione a resistere, ed era risolutissimo a farlo, altrimenti avrebbe arrossito di sè stesso.

Dopo la partenza del cavaliere di Malta, egli rimase qualche momento pensieroso. Indi si alzò mormorando:

—Questa sera istessa ella dovrà promettermi il silenzio, perchè infine io posso esigerlo. Anzi voglio vederla senza indugio, subito.

E chiamato un servo, ordinò si mettessero i cavalli ad una carrozza.

Pochi momenti dopo partiva pel castello.

PARTE SECONDA

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Il viaggio.

I.

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Verso la metà di marzo dello stesso anno 1574, il conte di San Giorgio sbarcava nel porto di Manfredonia, seguito da un solo servo che da molti anni gli era sempre compagno in ogni suo viaggio.

Giungeva da Malta, ove, come lo aveva detto a donna Livia, gli era stato facile ottenere dal gran maestro, a cui lo legava personale amicizia, un lungo permesso; ed essere disimpegnato da una missione in Ispagna, per affidargli la quale era stato chiamato nell'isola.

Il conte non aveva voluto imbarcarsi direttamente per Venezia, desiderando percorrere, giacchè ne aveva occasione, gran parte dell'Italia, ed anche nella speranza di trovare forse in cammino qualche indizio di coloro che cercava.

Il paese, che doveva percorrere, gli era affatto ignoto: mai vi si era recato, benchè molte volte avesse sentito desiderio in addietro di andare a combattere nell'Italia superiore, su quei campi inaffiati di continuo sangue.

Ma la sua qualità di cavaliere di Malta gli aveva lasciato sempre pochissima libertà. Aveva preso parte alla difesa dell'isola, quando questa era stata assediata nel 1565, da Solimano II, e là vi si era grandemente distinto.

Dopo che i Musulmani furono costretti a levare l'assedio di Malta, il conte di San Giorgio l'aveva lasciata anch'egli; ma sino al 1572 era quasi sempre rimasto assente dalla Sicilia, a motivo di diversi incarichi affidatigli.

Ritornato in patria, aveva conosciuto donna Livia, da poco sposa a don Francesco; e quella conoscenza gli aveva fatto desiderare vivamente di restare a Catania per lungo tempo.

Ma ei sapeva benissimo poter essere chiamato a Malta da un momento all'altro, come lo sapeva il duca suo cugino, che per questo non si era meravigliato della sua partenza.

Dopo qualche giorno di fermata a Malta, il conte di San Giorgio aveva avuto la fortuna di trovare un piccolo bastimento mercantile, che salpava per Manfredonia. Là si provvide di cavalli e di una mula: malgrado la sua impazienza, contava viaggiare a piccole giornate.

Egli si chiedeva se potrebbe giungere a scoprire il cavaliere dell'Isola: e la sua ragione pur troppo gli rispondeva che forse mai vi perverrebbe.

Quando si ha la certezza di raggiungere uno scopo, sia esso pure lontanissimo, si misura la distanza con fiducia; ma invece chi assicurava il cavaliere di Malta ch'ei non correva dietro ad una chimera? Che vedeva egli, cercando consultare il futuro? Quali probabilità gli si presentavano? Ben poche ed incerte. Tutto gli appariva oscuro, come la strada che doveva percorrere: poichè, se anche gli riescisse incontrarsi col cavaliere dell'Isola, o co' suoi figli, come li riconoscerebbe? non solo; ma come lì sospetterebbe benanco sotto un falso nome, egli che mai gli aveva veduti?

Quando aveva accettata la missione affidatagli dalla duchessa, non aveva pensato molto a tutto ciò. Compiere un'azione giusta; soprattutto obbedire a donna Livia; fare ciò ch'ella desiderava: ecco quanto allora aveva scorto. Non aveva nemmeno diviso i dubbj della duchessa, i suoi timori dì non riescire: l'aveva anzi rassicurata.

Ma ora, nella solitudine, alla prospettiva di quel viaggio lungo e difficile forse, che doveva intraprendere, mille riflessioni scoraggianti gli si presentavano allo spirito. Però, se esse potevano raffreddare il suo entusiasmo, non iscemavano la sua devozione; e mai una sola volta si pentì dì quanto aveva promesso.

Ciò non era poco: molti, il cui zelo si accende e si spegne coll'incostanza di una fiamma fittizia, avrebbero maledetto l'impegno assunto, se si fossero trovati in luogo suo.

Per giudicare della abnegazione di chi si sobbarca ad un compito pericoloso e difficile, bisognerebbe poter attendere, quando sfumata l'ebbrezza dei primi momenti, chi promise si trova di fronte ad ostacoli che forse non previde nemmeno, e che per questo non sa affrontare. Allora cadrebbero molte di quelle illusioni, su cui tante volte appoggiano le speranze persino di un popolo intiero. Sarebbe doloroso assai certamente; ma forse più saggio, più salutare.

Ma il cavaliere di Malta, benchè avesse subito la influenza che esercita su tutti il contatto della fredda realtà, la quale sembra farsi una gioja di spargere negli animi una specie di acqua diacciata, non si scoraggiava, e cercava il mezzo migliore per trovare la via più breve e sicura. Vedendo che non vi riescirebbe facilmente da sè, si decise a prendere tosto una guida.

Aveva creduto dapprima non averne bisogno: poi gli ripugnava anche un poco affidarsi a persone che non conosceva. Egli era valorosissimo: non sapea che fosse la paura: però non ignorava che vi sono perigli, contro cui la spada non giova; agguati, nei quali una volta caduti, la destra più forte è impotente a trarne: ma questi dubbj, queste esitazioni le vinse, perchè gli premeva non perder tempo. Solo si promise sorvegliare colla massima attenzione la persona che gli sarebbe di scorta.

Trovar questa persona non gli fu cosa agevole: le lunghe gite, che tentano sempre poco i contadini, spaventavano la maggior parte di coloro ai quali il conte di San Giorgio si indirizzava.

Non poteva ricorrere se non che a villici, poichè si era alquanto discostato da Manfredonia: e come orizzontarsi per que' luoghi montuosi ed ignoti?

La ricompensa, che ei prometteva, allettava bensì l'avidità di molti; ma la paura, la diffidenza finivano sempre per avere il sopravvento.

Legato alla sua casa, al suo villaggio da un affetto tenace, sospettoso per natura, il contadino prova a staccarsi, sia pure per poco, dai luoghi ove nacque una ripugnanza grandissima, quasi superstiziosa: ed in quei tempi tal ripugnanza non poteva essere che maggiore. D'altronde per questo motivo istesso pochissimi erano andati molto in là. E la via, che il conte voleva farsi additare, era sconosciuta a molti del pari che a lui.

Finalmente nella locanda di un paesello trovò una specie di mulattiere che acconsentì ad essergli di guida sino a Chieti, ove del resto doveva recarsi egualmente per commissione dei padri cappuccini, che lo impiegavano sposso.

—Là giunti, disse al cavaliere di Malta, Vostra Eccellenza potrà probabilmente accompagnarsi con qualche cappuccino, che tratto tratto ve ne sono che si recano in Romagna per predicarvi o per altro.

—Lo farei volentieri, rispose il conte.

—Allora, riprese la guida, io condurrò Vostra Eccellenza nel convento dei Padri, che trovasi nei dintorni di Chieti.

Il cavaliere di Malta accettò, e si rimise in cammino col servo e col suo conduttore, il quale montava una grossa mula carica di diverse bisacce contenenti carte ed altri oggetti diretti ai padri cappuccini.

Il freddo era ancora abbastanza vivo in mezzo a quei monti: e le lunghe notti, le pioggie, che cadevano talora, obbligavano a fermate più lunghe di quanto il cavaliere avesse previsto.

Nulla stancava la sua costanza: eppure per natura egli era poco paziente.

Ma l'idea che le noje, cui sottostava, erano necessarie per obbedir donna Livia, bastava ad alleggerirgliene il peso.

Amava la giovine duchessa come si ama di rado; immensamente cioè, e senza speranza alcuna di mercede. Una volta che egli aveva accennato tremando al suo amore, ella, se lo rammentava ad ogni istante, gli aveva detto che tale amore per la sposa di un altro, di suo cugino, era indegno di lui, che ogni sua lusinga sarebbe stata follia verso sè stesso, offesa grandissima a lei, ed egli aveva giurato di non parlarne giammai.

L'amicizia, che poi ella gli aveva accordata, la fiducia che in lui riponeva lo rendevano altiero; gli bastavano, o faceva almeno il possibile perchè gli bastassero.

Ed a lui era vietato persino ciò che è sempre concesso agli innamorati: pascersi cioè d'illusioni: immaginare, circostante imprevedute e lontane che possono venire a cangiare qualunque situazione più difficile. Donna Livia in ogni modo mai lo avrebbe amato; mai sarebbe stata sua. Libero, la morte di don Francesco gli sarebbe forse balenata un istante come ipotesi possibile; Vi avrebbe fermato il pensiero involontariamente, arrossendo fors'anco, ma con trepidazione; avrebbe veduto aprirglisi dinanzi una fuggitiva probabilità, una via nascosta, nella quale pur ripugnando d'entrare, avrebbe creduto scorgere una meta.

Ma egli, legato da voti eterni, non aveva nemmeno mai guardato a tal via: fra il suo amore e donna Livia vi era un abisso: lo sapeva, e nondimeno la adorava sempre. Ella in quel viaggio gli era ad ogni istante presente: si chiedeva ciò che ella farebbe, che le avverrebbe in quella Catania da cui sempre più andava allontanandosi.

Pensava anche a donna Rosalia: un segreto presentimento gli faceva temere che la sua figlioccia non resisterebbe alle pene che l'attendevano. Confrontava tra sè quell'assenza alle altre: provava una voluttà amara e melanconica, nel dire a sè stesso che mai si era sentito come allora legato a Catania tanto fortemente.

Precorreva col pensiero il giorno in cui vi ritornerebbe: lo desiderava e lo temeva insieme.

Ed intanto procedeva, ma lentamente.

Era contento della sua guida, che conosceva perfettamente le strade, e che faceva quanto era in poter suo per assecondare l'impazienza che egli mostrava.

Quel buon uomo era d'altronde poco voglioso di prolungarsi l'onore di viaggiare in compagnia d'un cavaliere generoso ed affabile, ma che non proferiva mai dieci parole di seguito, e che coll'esempio forse aveva reso il suo servo poco ciarliero.

Ad Ambrogio, chè tale era il nome della guida, era occorso più volte far cammino insieme a frati di diversi ordini, e mai ne aveva trovato alcuno che serbasse con più regolarità il silenzio di questi suoi compagni. Credeva la parola una necessaria manifestazione del pensiero, e fra sè diceva che il suo momentaneo signore doveva pensare assai poco. Non immaginava come invece il povero conte fantasticasse continuamente; come, mentre sembrava fissare la criniera del suo bel cavallo nero, il suo cervello non potesse trovare un momento di riposo.

Ambrosio in buona fede credeva, ed avrebbe scommesso, che quel gentiluomo non sapeva sostenere una conversazione; egli al contrario si sentiva nato per la società: così ad ogni momento rivolgeva il discorso al servo, non osando farlo al padrone. Non lo lasciava per un pezzo, accontentandosi della brevità con cui gli si rispondeva.

Sin dal principio aveva chiesto e chiedeva ancora al fedele seguace del conte di San Giorgio il nome di questi; ma tali domande riescivano sempre inutili: il cavaliere aveva detto al suo servo Antonio che desiderava non si sapesse chi egli fosse, e ciò era bastato a chiudergli le labbra in proposito. Invano la guida diceva goder tutta la fiducia dei padri cappuccini; che quindi si poteva contare sulla sua segretezza, se la segretezza era necessaria.

Il servo rispondeva colla più gran flemma che ne era intieramente persuaso.

L'altro interrogava ancora su diversi argomenti. La curiosità, tutti lo sanno, è la facoltà che si stanca meno; essa si ravviva cogli ostacoli. Per questo Ambrogio non aveva rinunciato affatto all'idea di conoscere il nome del gentiluomo che accompagnava, e non isfuggiva occasione alcuna per riescire in tale intento.

Un giorno egli disse ad Antonio con aria trionfale:

—Ho veduto per la prima volta che il vostro padrone è un cavaliere di

Malta. Ho osservato la gran croce dell'ordine sotto al suo mantello.

—Sì, bravo, rispose Antonio.

—Oh, io li conosco i cavalieri di Malta; i padri cappuccini me ne hanno mostrati alcuni…. Allora voi sarete stato alla guerra col vostro padrone.

—Siete curioso, messer Ambrogio.

Ed il bravo domestico spronò il cavallo, onde raggiungere il conte di San Giorgio, che senza avvedersene forse era sempre innanzi un buon tratto.

Così si fece quel viaggio sino al principio degli Abruzzi: così probabilmente sarebbe continuato sino a Chieti, se una pioggia dirottissima non avesse costretto il conte ed i suoi compagni a passare due giorni nella meschina osteria di un paesello situato tra i monti, nascosto quasi tra le ramificazioni degli Apennini.

II.

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Contro gli elementi è inutile impazientarsi!

Ed il cavaliere di Malta, benchè a malincuore, decise, entrando nel suo meschino alloggio, di starvi finchè il tempo fosse cangiato.

Sarebbe stato follia pensare altrimenti.

Il cielo era carico di nubi nere, che si aprivano per lasciar cadere la pioggia con una violenza estrema.

Le vie erano allagate, ed i poveri tetti di quelle case, che avevano tutte il carattere più deciso di capanne, erano scossi da sì impetuosa bufera, e sembravano barcollare.

Il timore che potessero crollare, se quel temporale perdurava, non sarebbe stato infondato.

Tutti si rinchiudevano in casa.

Il conte di San Giorgio si affacciò alla finestruccia mal connessa della povera stanza che gli era stata fissata. Contemplò la scena che si offriva a' suoi sguardi.

Non un'anima viva, non un rumore il quale contendesse anche debolmente con quello della pioggia, che infuriava sempre più.

Le nubi fittissime e scure sembravano avere abbassata la vôlta del cielo, mentre gettavano una specie di tetro manto sulla campagna e la avvolgevano intieramente con esso.

Il delizioso paesaggio, il vasto orizzonte che da quella finestra sarebbe stato possibile scorgere, erano spariti; non si sarebbero sospettati in quel giorno.

Quella scena era triste, ma non faceva sul cavaliere una impressione penosa. Essa armonizzava coll'animo suo: lo spingeva maggiormente verso la malinconia. cui già inclinava.

Dopo qualche tempo si venne a toglierlo alle sue meditazioni.

—La cena è all'ordine, disse Antonio, arrestandosi sulla soglia ed inchinandosi.

Il cavaliere lo seguì in silenzio; la sala da pranzo era la cucina; non ve n'era altra nell'osteria.

L'oste istesso venne ad incontrare quello che aveva indovinato essere un ospite di gran conto, e lo pregò umilmente a perdonargli se non gli era possibile servirlo in luogo migliore.

Il conte rispose con distrazione che ciò gli era indifferentissimo.

Si assise ad una tavola preparata per lui in fondo alla stanza.

La guida intanto era già installata dinanzi al fuoco e stava discorrendo coll'ostessa, a cui narrava essere il gentiluomo, che egli accompagnava, un cavaliere di Malta. Tale qualità sembrava far poco effetto sull'ostessa, che chiedeva se quel signore era ricco e generoso.

In quel momento furono interrotti da Antonio, che si avvicinava per ricevere dall'oste un piatto d'uova da recare al conte.

Quella modestissima cena si componeva di ben poca cosa, ed il cavaliere la terminò presto.

La pioggia continuava sempre con eguale violenza: nulla faceva presumere che il cielo avesse a rasserenarsi presto; l'oste diceva al cavaliere che alle volte tali pioggie primaverili duravano tre o quattro giorni di seguito.

Tale prospettiva non doveva certo allettare il conte. Che mai poteva far egli onde ingannare il tempo, lungo forse, che dovrebbe passare in quella miserabile osteria: egli, abituato alla società più scelta ed aristocratica?

Se lo chiese però senza timore; la solitudine anche in quel luogo orribile non lo spaventava, poichè mai gli avveniva d'annojarsi.

L'oste lo invitò a sedere dinanzi al camino sgombrato dagli utensili di cucina, e nel quale ardeva un gran fuoco.

Il cavaliere vi si assise infatti: benchè fosse nobilissimo ed avesse avuto in vita sua grandi soddisfazioni d'amor proprio, non era orgoglioso: non riguardava con disprezzo quelli che la Provvidenza aveva fatti nascere al disotto di lui; per questo non isdegnò trattenersi in quella cucina, al contatto della povera gente che vi si trovava.

«Donna Livia, diceva tra sè, sì generosa ed indulgente farebbe lo stesso.»

Ogni qualvolta egli trovava qualche rassomiglianza tra i suoi sentimenti e quelli della duchessa provava un senso di gioja; gli sembrava avvicinarsi a lei.

Era un'ingenuità, direbbero molti.

E sia; ma di quelle ingenuità che si possono rinvenire in persone di spirito, e che fanno sorridere di compassione tanti sciocchi.

Un'ora dopo, il cavaliere di Malta era ancora seduto nello stesso luogo.

La notte era venuta: nessun avventore aveva colla sua presenza rotta la monotonia che regnava in quella vasta cucina, resa ancora più triste dalla meschina lampada ad olio che sola la rischiarava.

Finalmente il conte si alzò: il servo lo precedette con un lume: da un pezzo Antonio era già pronto.

Un letto abbastanza pulito attendeva il cavaliere: egli avrebbe dato assai assai perchè il sonno venisse a toglierlo tosto ai pensieri continui, che quasi lo stancavano. Ma è allora appunto che il sonno si fa attendere; e tutti dormivano nell'osteria che il cugino del duca vegliava ancora.

L'indomani il cattivo tempo imperversava come nel giorno precedente: come il precedente lo passò il conte, e verso sera, alla stessa ora del dì prima, era assiso al fuoco della cucina.

Vi stava da qualche tempo: da qualche tempo Ambrogio un po' discosto ciarlava colla moglie dell'oste, quando si udì battere con forza all'uscio di strada.

Si andò ad aprire, ed un uomo sulla sessantina entrò tutto stravolto.

L'oste al vederlo mise un grido di sorpresa; un altro ne mise la moglie.

—Voi qui! esclamarono insieme, volgendosi al nuovo venuto.

—Sì, per mia disgrazia, rispose egli.

—Che volete dire?

—Che sono ben sfortunato! Oh se sapeste che cosa è avvenuto a me ed a mio figlio!

—Spiegatevi una volta.

—Adesso, lasciatemi sedere.

E si avanzò verso il camino; ma ad un tratto si arrestò imbarazzato, scorgendo il cavaliere di Malta, che non aveva veduto prima; non seppe più se avanzare o retrocedere; rimase perplesso, confuso.

—Non temete, gli susurrò all'orecchio l'oste; è un cavaliere buonissimo; la sua presenza non vi impedirà che mi narriate….

Egli era curioso di conoscere il motivo di quella agitazione; curioso quasi al pari di Ambrogio, che non molto discosto attendeva con un'ansietà mista di piacere il racconto che starebbe per fare il vecchio. Eppure non lo conosceva: le sue parole, non lo riguarderebbero menomamente; ma che monta? Quando si è presi dal desiderio di sapere, saper sempre senza ragione, non si pensa tanto: nella brava guida tal desiderio era ad ogni istante vivo.

Del resto questa volta aveva compagni; non soltanto l'oste, ma anche sua moglie attendeva con impazienza. Essi erano parenti di colui che doveva parlare, è vero; ma probabilmente non avrebbero, anche in caso diverso, gran che differito da Ambrogio.

Il conte aveva prestato poca attenzione a quanto succedeva intorno a lui; in quell'istante donna Livia ed anche gli altri suoi parenti, i loro segreti, le loro preoccupazioni orano assai più presenti allo spirito di lui, delle persone che gli stavano vicine. Non vide nemmeno l'oste esaminarlo rapidamente, come per accertarsi della verità di quanto aveva asseverato al vecchio.

Dopo un tale esame, l'oste scostò una sedia dalla tavola, e collocandola a qualche passo dietro il conte l'additò al suo parente, dicendogli:

—Sedete e parlate. Sapete quanto ci interessiamo a voi e a vostro figlio.

Il cavaliere volse il capo a quelle parole.

Tutti gli sguardi si fissarono sopra di lui; ma egli aveva già ripreso la sua prima posizione.

Certo, pensò, quanto costui vuol narrare si può udire senza indiscrezione, poichè si dispone a parlare in presenza di tutti; e persuaso d'udir cose indifferenti, tornò ad immergersi ne' suoi pensieri.

Antonio non divideva la curiosità degli altri; formava eccezione col conte, malgrado non avesse, come questi, preoccupazioni particolari.

Ei non si dava pensiero che di quanto risguardava il suo servigio; da questo in fuori non aveva da molti anni pensato assolutamente ad altro; da ciò la flemma indifferente che gli era naturale in ogni cosa, che si leggeva sulla sua fisonomia, in ogni suo atto, e che tanto meravigliava la guida.

Intanto il parente dell'oste si disponeva a soddisfare alle domande fattegli, e dopo aver dato in qualche altra esclamazione di dolore, incominciò:

—Ero andato quindici giorni fa con mio figlio a Teramo: poveretto! chi avrebbe immaginato ciò che lo attendeva! Certo allora non si sarebbe mosso di qui.

Ed il vecchio si arrestò un momento, come se volesse accrescere la curiosità degli uditori.

Era per questo, o perchè il dolore gl'impediva veramente di continuare, troncandogli la voce? Nessuno glielo chiese; che ad interrompere un contadino non si finisce più. Si aspettava che riprendesse da sè il racconto, e ciò non tardò molto.

—Sapete, proseguì, che mio figlio doveva sposare, appena arrivato a Teramo, quella ragazza, cui voleva gran bene, che credeva ne volesse altrettanto a lui, ma ciò non era, a quanto sembra. Fidatevi dunque delle donne, delle forestiere soprattutto!… Vi è noto difatti che quella giovane è di Ancona, o forse di più lontano ancora; e che mio figlio la conobbe per essere ella camerista di quella dama, che ha la bella villa qui presso….

—Affrettatevi, Adriano, disse l'oste, che tutto ciò il sappiamo.

—Eh lasciatemi dire con ordine… Insomma mio figlio e colei si erano data parola di sposarsi: questo bisogna ve lo richiami; ed io ero contento, perchè la padrona della ragazza, che se la tiene assai cara, aveva promesso dotarla: mio figlio non vedeva più che pe' suoi occhi… dunque, senza andare a saper tanto pel sottile chi ella fosse, che famiglia avesse, si erano concluse le nozze; convenuto che verso Pasqua il mio Battista ed io saremmo andati a Teramo, e che dopo le feste si sarebbe fatto il matrimonio in casa della signora. Di lettere non ne corsero da quest'autunno a quando partimmo; però non doveva essere avvenuto cangiamento alcuno nelle idee della ragazza, perchè il mese scorso ci mandò a salutare da un dipendente della sua padrona, come faceva sempre quando ne aveva l'occasione, e ci fece dire che ne aspettava. Noi partiamo dunque.

—Che uomo nojoso! disse piano l'ostessa ad Ambrogio. Come se non sapessimo anche questo!

—Eh via, lasciatelo dire, rispose la guida pure a bassa voce.

—Sì, sì, tacete sussurrò l'oste.

Questa leggiera interruzione era durata un batter d'occhio, ed il vecchio continuava.

—Partiamo dunque. Appena giunti a Teramo, naturalmente ci rechiamo a casa della padrona di Carolina. Facciamo chiedere di questa, ed ella vien subito, sì; ma come ci tratta! Ha un'aria da signora davvero: sembra sdegnare di salutarci, ed in poche parole dice chiaramente a mio figlio che non può più divenire sua moglie, perchè un gran cangiamento è avvenuto nella sua condizione.

—Ma era vero questo? interruppe l'oste.

—Eh sì; aspettate. Mio figlio senza chieder altro si mette a piangere come un ragazzo. Gli è che, vedete, era stregato da colei; povero bernardone!

—Ed ella? domandò l'ostessa; e voi, che faceste?

—Ella non parve molto commossa dalla disperazione di Battista; dissegli si consolasse, che ella non aveva colpa, se impreveduti avvenimenti le impedivano mantenere un'antica promessa. Se avesse trattato così con un altro non l'avrebbe passata liscia… Ma Battista! Ella lo conosce; si contenterebbe, ne era sicura, di singhiozzare.

—Ehi? chiese l'oste; come andò poi a finir tutto?

—Carolina, continuò il vecchio che sembrava parlare anche per proprio conto, e come desideroso di sfogarsi, aveva certamente dato parola a mio figlio, soltanto per la poca terra che possediamo; non abbadò a Battista che cercava intenerirla.

Carolina, le diceva tra i singhiozzi, non vi ricordate dunque più d'avermi voluto bene ed assicurato tante volte che non vedevate l'ora di diventare mia sposa? Ella non rispose subito; indi: Che cosa ho da farci? Allora io non sapevo…

—Che cosa siete diventata dunque? l'interruppi io, qualche dama?—Non una dama, mi disse in collera un bel giovane che entrava allora, e che forse vuole sposarsi lui quella gioja; ma non è più in condizione eguale a vostro figlio. Farebbe una pazzia se lo sposasse.—Dite almeno una volta, domandai a colui, che cosa le è avvenuto; spiegatevi.

—Oh per questo vi soddisferò, ribattè egli; è giusto; volete che parli io per voi? chiese tutto sorridente a Carolina: mi date licenza?—Fate pure diss'ella, ed io andrò dalla signora, che mi aspetta. E quasi senza salutarci, si allontanò, contenta di liberarsi di noi. Grande acquisto che avrebbe fatto mio figlio!… Ma ei non vuol darsi pace e continua a piangere.

—Ma che cosa vi narrò poi quell'uomo? domandò l'ostessa.

—Carolina, mi disse, ha ragione; per obbedirla, per accontentarvi vi dirò tutto.—Aveva un'aria d'importanza che bisognava vedere.—Ma io non mi lasciai mettere soggezione. Attesi si spiegasse. Mio figlio attendeva pure con ansietà certamente; ma senza ristare dal piangere e col volto nascosto fra le mani,—Saprete forse, continuò colui, che Carolina aveva una zia che l'amava molto e che sempre aveva servito da governante; da molti anni era andata con un vecchio padrone a Venezia.

Venezia! questo nome scosse il cavaliere di Malta; gli sembrava strano venisse a ferire il suo orecchio in quel luogo solitario, tanto lontano dalla città delle lagune. Quale combinazione! Dapprima, non aveva quasi ascoltato il racconto del vecchio; poi lo aveva udito con qualche interesse; certo non vi era confronto alcuno tra il suo amore per la duchessa e quello di Battista per Carolina; ma pure si lasciava involontariamente cattivare da tutto quanto riguardava quel sentimento, che viene sì diversamente provato, che spinge ora al bene ed ora al male…. Adesso l'interesse del conte si era fatto maggiore; si parlerebbe forse dei luoghi, ove doveva recarsi.

Il vecchio continuava, e ripeteva le parole di quello, che egli sospettava rivale a suo figlio.—Questa zia è morta da due anni: ma Carolina non ne ebbe mai contezza: quand'ecco che alcuni giorni fa viene chiamata ad un convento; trova un frate forestiere, che le annunzia la morte di quella donna, e le rimette molto danaro, moltissimo danaro, dicendole che le era stato lasciato dalla zia già da molto tempo, ma che, non avendola sino allora potuta trovare, si aveva dovuto aspettare tanto a rimetterglielo. Ed ecco tutto. Colui fece per andarsene, ma io lo trattenni.—Quanto mi aveva narrato sembravano inverosimile.—Come mai, chiesi, questa zia era divenuta sì ricca?—Questo non so, rispose: sembra fosse stata al servizio di un padrone generosissimo; forse ammassò quell'oro a poco, a poco: nessuno, disse quel frate, sa però chi fosse tale padrone, ed ella morì improvvisamente, senza nemmeno avere potuto confessarsi; morì tanto improvvisamente, che corse per Venezia la voce fosse stata avvelenata.—Bene; replicai io a quel giovane; se lo tenga Carolina il suo oro: chi sa da qual parte viene! Datti pace, Battista, dissi quindi a mio figlio: ma ei non mi udiva, e dovetti condurlo via per forza da quella casa. Ora è qui che mi vuol far impazzire. Da due giorni che siamo ritornati, tento invano consolarlo. L'ho lasciato un momento solo con sua madre per disperazione…. Non potevo più resistere a vederlo sì afflitto.

Il vecchio aveva terminato il suo racconto; l'oste e la moglie si diedero a consolarlo. Ambrogio tanto per parlare fece lo stesso.

—Mandatemelo qui quel ragazzo, disse l'oste; cercheremo distrarlo un poco.

—Non vuol andare da nessuno; vi assicuro che fa scoppiare il cuore.

—Sventurato! mormorò il cavaliere.

Questa parola ei l'aveva pronunciata senza avvedersene, sommessamente tanto, che nessuno la udì. Il dolore di quel giovane contadino, che appariva sì profondo, lo aveva vivamente commosso; e non era questa la sola impressione, che gli avesse destata la narrazione udita.

Il conte pensava anche a quella donna morta, a quanto dicevasi, di veleno a Venezia, e si sentiva tratto a fantasticare su quella circostanza; ma cessò presto dall'occuparsene. Sapeva che non bisogna mai lasciarsi trasportare dalla immaginazione, che può condurre lontanissimo dal vero, e fare scorgere misteri, laddove non sono che cose naturalissime.

Eppure lo spaziare in regioni ideali poteva essere in quel tempo errore più perdonabile. L'oscurità generale, i costumi dell'epoca, non bellissimi al certo, avevano però alcun che di ribelle, che si sottraeva all'impero assoluto della realtà.

Ma il conte resistette; e vide in quella storia un fatto naturale, e che non poteva avere certo alcun rapporto cogli sconosciuti parenti, che egli sperava rinvenire a Venezia.

Vi soffermava ancora il pensiero; ma soltanto per occuparsi del povero Battista, o piuttosto per riflettere quante pene si possono trovare ovunque; quanti affanni di cuore è possibile rinvenire in ogni ceto di persone: pene tante volte ignorate, affanni degnati tante volte appena d'uno sguardo dai felici, cui tutto sorride, che non comprendono come si possa soffrire, e temono forse lasciare un lembo della loro felicità a contatto del dolore.

Il conte amava osservare, riflettere; egli era alquanto filosofo.

Quando era entrato in quella meschina osteria, non aveva creduto certamente trovarvi diversioni, che potessero occupare anche per poco il suo spirito. Però si sentiva più che mai preso dal desiderio di proseguire il suo viaggio nel modo più sollecito.

Ah! come bramava condurlo a termine; ritornare a Catania; riveder donna Livia; fare in modo che il duca non giungesse mai a sapere ch'ella lo aveva mandato in traccia dei loro parenti spogliati!

Intanto il vecchio Adriano era partito; l'osteria aveva ripreso il solito aspetto; vi si parlava sommesso come prima.

Il cavaliere di Malta si alzò: accennò al suo servo di seguirlo e passando da una loggia di legno, che metteva alla sua camera fredda e mal riparata, vi si soffermò per consultare il cielo. La pioggia era cessata, ma l'oscurità era ancora profonda; non si vedeva brillare alcuna stella.

Domani, pensò il conte, benchè il cielo non sia ancora sereno, potrò partire egualmente, lo spero…

Ed entrò nella sua stanza.

III.

Indice

L'indomani spuntò torbido e nero, e la pioggia, cessata la sera prima, aveva ripreso a cadere, se non con gran violenza, senza interruzione però.

Le strade erano poi ancora più impraticabili; agli abitanti del paesello ciò non dava gran pena; nessuno ne fu dunque contrariato la centesima parto di quanto lo fosse il cavaliere di Malta.

Si era alzato all'alba, ansioso di sapere se potrebbe continuare la sua via. Ei provò un senso di dolorosa impazienza nel vedere che ciò gli sarebbe impossibile ancora; ma durerebbe sempre quella situazione?

Donna Livia per sicuro lo credeva assai più innanzi; ed invece tanti ostacoli ritardavano il suo cammino, ad onta della buona volontà, dell'ansietà sua; ed ora doveva fermarsi di nuovo!

Tutte queste cose il conte le pensava sospirando; per incoraggiarsi diceva a sè stesso essere la strada che gli rimaneva lunga sì, ma certamente più conosciuta, più agevole, ma non vi riusciva; il pensiero di dover aspettare ancora lo tormentava. Il giorno precedente non si era tanto impazientato. Perchè mai questo?

Era forse semplicemente effetto dell'essere intieramente riposato dalle fatiche del viaggio. In ogni modo tale indugio gli pesava assai. Dopo aver passeggiato un pezzo su e giù per la sua stanzaccia, discese nella cucina.

L'oste venne, come già aveva fatto la mattina innanzi, a complimentarlo, unendo ai rispettosi saluti qualche imprecazione al cattivo tempo, che perseguitava il cavaliere.

Il conte ebbe bisogno di tutto il suo buon senso per non adirarsi di quelle ciarle. Era in una disposizione d'animo tutta diversa del solito. Quante volte non accade ciò, e talora anche senza cagione alcuna?

L'oste era ben lontano dal dolersi della pioggia, grazie a cui soltanto il cavaliere forastiero si tratteneva.

La guida aveva preso in paco il suo partito; aveva ciarlato tutta mattina coll'oste e la moglie, prendendo a tema la storia del povero Battista; si era occupato con loro a commentarla, e senza impazienza alcuna aspettava che il tempo smettesse il broncio.

Quanto al servo del conte, comprendendo che il suo padrone era di cattivo umore, malediva alla pioggia, ed usciva dalla sua abituale placidezza.

Ma verso sera le nubi si diradarono come per incanto; un vento impetuoso le aveva scacciate in pochi istanti; il cielo tornò sereno, ed il sole apparve circondato da un'aureola dorata, splendido e puro. Mai esso era giunto sì caro al conte di San Giorgio. Le sue speranze ritornarono con esso, come se si fossero riaccese a quella fulgida luce.

Però ei non poteva pensare a partire sino al giorno seguente.

La notte non era lontana; ed il sole, che aveva quasi terminato il suo corso, benchè allora soltanto si fosse mostrato sull'orizzonte, non doveva tardare a nascondersi di nuovo.

Il cavaliere di Malta si ritirò presto, ordinando al servo ed alla guida di tenersi pronti a lasciar l'osteria l'indomani per tempo.

E così fu; poichè le strade, grazie al vento che aveva continuato tutta la notte impetuoso, si erano alquanto asciugate.

Fu con vero piacere che il conte si allontanò da quei luoghi; quasi ora pentito di non aver pazientato qualche giorno a Malta per attendervi una nave, che direttamente lo conducesse a Venezia; ma ormai la cosa era fatta.

Ah! se avesse potuto varcare, come lo faceva col desiderio, lo spazio, che il divideva da quella città, cui era diretto, come presto vi sarebbe giunto! con quale rapidità!

Ma il desiderio, per vivo che sia, non dà mai l'impossibile, benchè possa far conseguire il difficile; ed al conte non rimaneva che usare dei mezzi posti a sua disposizione onde affrettarsi.

Ambrogio durava fatica assai più del servo a seguirlo su d'una strada difficile, ove il pantano giungeva ancora ad una incomoda altezza. Ma si fece il possibile per arrivare a Chieti prima della notte, e fale scopo fu raggiunto. La giornata non era ancora finita, quando Ambrogio esclamò:

—Ecco Chieti!

E poco dopo si fermarono ad una locanda.

Il mattino seguente la guida condusse il conte al convento dei cappuccini situato fuori della città.

Quei padri accolsero benissimo i viaggiatori, e fecero mille offerte al cavaliere di Malta.

Ambrogio si era apposto al vero. Un padre cappuccino doveva partire per una città delle Romagne, Loreto; ed il conte vi si recherebbe con lui.

Ciò gli era assai caro, tanto più che poteva costeggiare l'Adriatico, come desiderava.

Ambrogio fu largamente ricompensato; ma dovette separarsi da' suoi compagni di viaggio, senza saperne di loro più di quanto ne aveva indovinato.

Il padre cappuccino lo rimpiazzò presso di loro, e partirono insieme il giorno dopo.

Quel frate si recava a Loreto per predicarvi, ed assicurò il cavaliere che, il tempo permettendolo, vi giungerebbero fra cinque o sei giorni.

—Dunque, cavaliere, diss'egli al conte, voi siete diretto a Venezia?

—Sì.

—Venite da lungi?

—Da Manfredonia, ove arrivava da Malta.

—Come mai non vi imbarcaste direttamente per Venezia?

—Non mi fu possibile ritrovar subito un bastimento; ma forse ad

Ancona mi imbarcherò.

Il frate troncò quel dialogo; pensava che andar per mare a Venezia sarebbe stato il partito più ragionevole.

Ed il conte era sempre più pentito di non averlo adottato, perchè avrebbe fatto più presto ed evitato mille noje.

Il cappuccino, che viaggiava col cavaliere, era un giovane di una fisonomia simpatica e dolce, dai modi gentili e distinti.

Era stato detto al conte esser egli un bravo predicatore; ed infatti sembrava molto istruito.

La finezza di sentire, che rivelava sempre ne' suoi discorsi, contribuiva a rendere la sua compagnia piacevole. Il cavaliere lo ascoltava volentieri, e sovente si interteneva seco a lungo, felicitandosi sinceramente di averlo compagno.

Un giorno avvenne al conte di dimenticare in una osteria di villaggio, ove avevano passato la notte, una piccola valigia, che portava sempre seco; mandò tosto il suo servo a cercare di essa, ed egli medesimo pregò il frate a ritornare un poco sui loro passi, onde sapere più presto su la valigia fosse ritrovata.

Il cavaliere era agitatissimo.

—Se la smarrissi, disse al padre Leone, non me ne consolerei giammai,

—Oh! spero la ritroverete, ed intatta; poichè certamente avrete con voi la chiave.

—Sì, ma temo lo stesso; per me quella piccola valigia è preziosa; contiene delle carte importantissimo, delle lettere, poi anche il ritratto di mia madre che non ho mai conosciuta, ed i cui tratti mi sono noti soltanto, grazie a quell'effigie.

—Comprendo allora la vostra ansietà, signor cavaliere; ma, ne sono persuaso, ricupererete quella valigia; conosco l'oste che ci albergò, per aver alloggiato da lui diverse volte; sì egli che la sua famiglia sono persone onestissima; ed a quest'ora non vi sarà stato dopo di noi alcun forastiero.

Il conte, incoraggiato da quelle parole, attese Antonio più tranquillamente.

Questi giunse poco dopo; portava seco la valigia, che rimise al suo padrone.

Essa era chiusa, nessuno poteva averla toccata; pure il conte la aprì e la osservò.

Tutti volsero la briglia alle loro cavalcature; ritornarono a fare il tratto di strada già percorso due volte in sì breve tempo. Pel momento si procedeva lentamente; perchè il cavaliere era ancora occupato ad esaminare la valigia.

Prima di rinchiuderla, ei mostrò al padre cappuccino un quadretto, legato in oro e cesellato con molta finezza, dicendogli:

—Ecco il ritratto di mia madre, di cui vi parlai. Un distinto pittore glielo fece appena sposa.

Il giovane frate lo prese tra le mani e l'osservò.

—È singolare! esclamò tosto.

—Che cosa?

—Questo ritratto…..

—Ebbene!

—Mi rammenta in modo straordinario una giovane signora, che vidi diverse volte a Pesaro.

—Che dite?

—Il vero; sono le stesse fattezze, e soprattutto l'impronta della fisonomia, il taglio degli occhi, il loro colore, lo sguardo… tuttociò non potrebbe essere più eguale.

Il cavaliere era agitato… Sua madre rassomigliava al vecchio duca dell'Isola, a donna Rosalia, che anche per questo gli era sempre stata cara; ma più che a tutti rassomigliava, per quanto ne aveva udito dire, al parente diseredato, di cui in casa non si serbava alcun ritratto. E vi era a Pesaro una giovane donna, che tanto veniva richiamata dall'effigie della contessa?… Come mai?

Pure alle volte si danno di questi casi; ma nelle circostanze, in cui si trovava il conte di San Giorgio, ei non poteva riguardare quella somiglianza come un semplice capriccio della natura.

—È cosa strana infatti! disse dopo un momento al cappuccino con preoccupazione, prendendo il ritratto, ch'ei gli rendeva e rinchiudendolo nella valigia.

—Sì, rispose egli; sono sicuro che, se voi vedeste la donna, di cui vi parlai, sovverreste che io non esagerai menomamente; soltanto vi è nel ritratto di vostra madre maggior brio, maggior freschezza di colorito. Sembrano entrambe della stessa famiglia; tanto che io l'avrei pensato tosto se voi, signor cavaliere, non mi aveste detto non aver parenti da questo parti.

Il cavaliere di Malta rimase perplesso; il suo imbarazzo consigliò il giovane frate a parlar d'altro: gli sembrava che il suo compagno di viaggio non desiderasse continuare il discorso di prima.

Ben presto comprese che la preoccupazione del conte non faceva che aumentare; per questo, dopo qualche frase indifferente, il frate si tacque.

Il cavaliere non s'avvide quasi di quel silenzio; era fortemente impressionato, e questa volta gli sembrava aver davvero ragione di fantasticare.

Andrò a Pesaro, pensava; vedrò questa donna; ah si! bisogna che io la veda; ma vi sarà ella ancora? A questo dubbio, natogli dopo qualche tempo di silenzio, egli si volse al giovane, frate, e:

—La persona, che diceste assomigliare a mia madre, abiterà ancora a

Pesaro?

—Non saprei. Allora vi abitava; io non la conoscevo che di vista.

Il cavaliere ebbe un istante d'angoscia. Non importa, pensò poi; mi recherò egualmente a Pesaro; io spero in ogni modo di trovarvela.

E come per distrarsi, senza sapere quanto si dicesse, s'indirizzò nuovamente al cappuccino:

—Vi ho chiesto ciò, perchè avrei voluto giudicare io stesso di questa rassomiglianza prodigiosa.

Il padre Leone sorrise leggermente; non poteva comprendere il motivo reale, che guidava il cavaliere di Malta; ma era persuaso che esso nascondeva un mistero.

Benchè assai giovane, non doveva aver più di ventitre anni, ei possedeva molta esperienza, e soprattutto molta penetrazione; ma non mostrò dubitare delle parole del conte.

Ed il viaggio, grazie a quell'incidente, continuò per un pezzo senza che nè il cavaliere, nè il padre Leone profferissero parola.

Il primo non cessava dal pensare a quella donna, che il giovane religioso aveva veduta a Pesaro, e che forse era strettamente legata alla famiglia dell'Isola. Che non avrebbe dato per intrattenerne donna Livia, per mostrarle il debole lume, che gli era apparso nelle tenebre, e che sperava potesse guidarlo ad una intiera luce?

Ma perchè avrebbe desiderato far dividere alla duchessa la sua agitazione, il disinganno che forse lo attendeva?… perchè infatti poteva essere una falsa lusinga la sua.

Poi pensava che non s'imbarcherebbe ad Ancona; che terrebbe la via di terra, e che il recarsi a Pesaro non lo devierebbe quasi dalla sua strada.

Non sarebbe un gran ritardo, se anche i suoi passi in quella città riuscissero inutili.

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Yaş sınırı:
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Litres'teki yayın tarihi:
16 ocak 2025
Hacim:
460 s. 1 illüstrasyon
ISBN:
4064066073343
Yayıncı:
Telif hakkı:
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