Kitabı oku: «Dal profondo»
Ada Negri
Dal profondo

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066071523
Indice
UN FRATELLO
AQUILA REALE
QUELLA CHE PASSA
LA PIETÀ
IL SEGNO DELLA CROCE
ORA PIENA
IO
CAPRICCIO
LA GIOJA
SUOR NAZARENA
L'ERRANTE
GIORNO DI FESTA
VANNI E VANNA
IL GIARDINO DELL'ADOLESCENTE
LIED
LA MASCHERA
LA VOCE DEL MARE
MALINCONIA
IL TERZETTO DELLE DAME GRIGIE
IL SILENZIO
IL SEGRETO
FIORITA DI MARZO
ROSE ROSSE
VERITÀ
QUELLA CHE DORME
CONTADINA
PER MUSICA
MARIA GIOVANNA
LA VOCE
IL CIECO
LA MARTIRE
ALLA SBARRA
IL VECCHIO
L'ORGOGLIO
LA VEGLIA
IL RECESSO
SANGUE
NOTTE SANTA
VOTO
PASSIONE
LA MADONNA DEL SOCCORSO
L'AFFILATORE
L'UOMO E LA MACCHINA
ESCONO DAL CANTIERE
SAMARITANA
SELCIATO CITTADINO
[pg!1]
UN FRATELLO
Indice
Ti fui compagna per le ignote strade
del mondo e all'ombra dei crocicchi, in una
vita lontana che fu mia, fu mia
come questa non già che s'attorciglia
al mio collo e al mio cor, segni imprimendo
di ferro e corda nelle nude carni.
Avevi, come adesso, una giacchetta
logora, un viso a lama di coltello,
una bocca di fame e di sarcasmo;
e andavi senza meta, e andavi senza
dolore, solo con la tua miseria,
e gran signore della libertà.
Lo so.—Per te non c'era e non c'è posto
nel mondo disegnato a quadratini
ben distinti, con cifre di classifica
ben chiare.—V'è qualcuno che ti crede
un barbaro—e ti esecra—ed ha paura
di te.—Non io, che son della tua razza.
Non mi conosci più?... Forse ti sembro
più bella adesso, flessuosa nella
sottil guaina di velluto fulvo
che mi fa somigliare a una pantera.
So pettinarmi a onde, con la grazia
delle dame che passano in carrozza;
e fingere il sorriso, anche nell'ore
dello strazio, e mentire una promessa,
e offrir la mano e il thè, soavemente,
a chi, se volga il dorso alla mia soglia,
fa la mia vita ed il mio nome a brani.
Ho braccialetti d'oro; ma mi pesano
ai polsi. Ho una collana di rubini,
ma non la metto, chè mi par la riga
vermiglia incisa dal capestro al collo
d'un «sospettato» del Novantatrè.
Sono rimasta zingara, nel fondo
del cuore.—Non si mente al proprio sangue.
E t'invidio.... Tu sei libero e forte:
non hai padre, nè madre, nè fratelli
che vivano di te, che al tuo destino
s'aggrappino: il tuo letto è nell'Asilo
Notturno: la tua casa è tutto il mondo.
Domani puoi senza rimorso ucciderti,
per compiere una tua vendetta oscura
contro la vita.—Amare anche tu puoi,
una donna o un'idea perdutamente
amare; e viver per l'amor tuo grande,
poi che intatto ti resta il tempo e il sogno.
Forte e libero tu fra tanti schiavi,
addio. Colei che passa è tua sorella;
ma la folla l'inghiotte—e ognun va solo
col mistero di sè, fino alla morte.
[pg!7]
AQUILA REALE
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T'ho vista ieri, irta ferrigna immobile
dietro le sbarre d'una vasta gabbia.
Non guardavi già tu la gente piccola
che ti guardava.—Ferma sugli artigli
d'acciajo, gli occhi disperati al torbido
cielo volgevi, al cielo!...—Uno scenario
t'hanno fatto di rocce, per illuderti:
perchè tu creda ancor d'essere in patria,
fra pietrami di grotte e di valanghe,
fra protervie di rupi e di ciclopici
templi, sospesi in vetta a' precipizii,
in faccia al vento che a procella sibila.
—Ma non t'illudi tu.—Vedi le sbarre,
sai che è finita.—Io voglio ora una storia
dirti d'uomini saggi, che le proprie
mani a foggiar la propria gabbia adoprano,
—d'oro o di ferro—quasi sempre d'oro:—
e bene assai la temprano e la rendono
inaccessa, e là dentro si rinserrano,
e si lamentan poi d'essere in carcere,
guardando il mondo co' tuoi occhi d'odio
vano e di vana disperazïone.
Tu almeno, tu fosti ghermita al laccio,
fosti ferita, tu, nella battaglia
feroce, prima d'esser come un cencio
ignobile fra mano al tuo nemico.
E stai senza speranza e senza gemito
vile; e chi passa ti può creder morta
o sculta in bronzo, così immota e diaccia
t'irrigidisci, chiusa in un disdegno
indomito per tutto che non sia
l'ebbrezza della libertà perduta.
E, se tu comprendessi, con un colpo
di rostro lacerar vorresti il volto
di chi t'offende con la sua pietà.
[pg!13]
QUELLA CHE PASSA
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E tu, che passi e non mi guardi, rapida,
inguainata nella nera tunica,
avvolto il collo nel tuo boa di martora,
che, pari a un serpe flessile e contrattile,
t'accarezza, ti bacia e t'assomiglia!...
Ne' tuoi capelli bene si dissimula
qualche filo d'argento, sotto il morbido
tòcco a turbante. Hai messo un vel di cipria
a nasconder le prime ombre del tempo
sul volto.—Non sei vecchia: non sei giovane:
sei donna, in piena voluttà d'imperio
sulla vita e sull'uomo.—Ascolta: guardami:
ugual ti sono un poco, e molte femmine
ti sono uguali, e al nostro fianco passano
in questo istante, e sola ognuna credesi
ad amare, a soffrire, ad esser viva.
Se a' tuoi piedi la soffice pelliccia
e la veste procace e le spumose
trine cadesser, te lasciando nella
bianca fralezza dell'ignudo corpo,
sapresti tu vestir questo tuo corpo
d'un'anima?... Scrutar ben io vorrei
il tuo tormento interïor, per ansia
di leggere in un vivo umano libro.
Ma tu menti: a te stessa anche tu menti,
menti se piangi, e se sorridi: t'hanno
insegnata la grazia d'una maschera
bella, fin dai sereni anni d'infanzia:
modi, leggi, costumi e fede e dogmi
altri creò per te: solo ti chiesero
d'esser leggiadra: nè tu mai dall'intimo
di te stessa traesti, a colpi d'unghia,
la verità che ognuno in cuor si porta.
Vuoi darmi la tua mano?... Una son io
(la mia razza è di zingari, e nei boschi
sostano intorno a fuochi di bivacco
le carovane de' miei padri ancora)
una son io che, se lo sguardo figge
in un volto, quel volto si scolora;
e dalle vinte labbra esce il segreto
che il cuor chiuso vorrebbe....
.... o bella femmina
voluttuosa, serpentina e tortile
come il tuo boa, per questa volta il pallido
tuo viso dica quel che a te nè ad altri
dicesti mai: la verità tua vera:
una cosa divina, che la scuola
del mondo contraffece, deturpò,
ridusse a stampo: uno sprizzar di sangue
vermiglio, al colpo d'una lama corta.
[pg!19]
LA PIETÀ
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Non domandarmi perchè son venuta.
Lascia ch'io sieda qui, presso il tuo letto.
Sei stanca, è vero?... Ti fa male il petto.
Oh, non celarti fra le coltri, muta!...
Dio mi donò le mie piccole mani
perchè soavi fossero ai dolenti:
perchè con gesti di blandizia, lenti,
molcesser l'ansie degli spasmi vani.
Io son Fata Dolcezza.—Se parlare
m'ascolti un poco, in te tutto si queta:
io la posseggo, la malia secreta
che può tutte le pene consolare.
Io non so donde venga alla mia voce
tanta soavità che il cor ne trema.
O sconosciuta, in questa ora suprema
abbandònati a me con la tua croce!
Corpo disfatto dalle febbri, cuore
convulso, aridi labbri vïolastri,
sudate chiome, tese al par di nastri
neri intorno al terribile pallore;
vita che lotti nel disfacimento,
io ti penetro tutta, io ti fo mia:
chiudi gli occhi, raccogli in una pia
rete di sogni il tuo lungo tormento!...
—Non ricordare.—Hai singhiozzato, nelle
notti eterne, anche tu?...—Non ricordare.
Il passato è lontano, è morto, è un mare
di nebbia ove si spengono le stelle
e tutto affonda: la tua pena oscura
di carne schiava, e le dolcezze troppo
brevi, e il giogo dei sensi avidi, ah, troppo
per te pesante—e l'ultima tortura,
sai, quella che ti assilla insino al fondo,
l'inconfessato orror della vecchiezza
sola, senza una casa, una carezza,
un bambino, un perchè d'essere al mondo....
.... Or tu sei pura come il fil di luna
che di silenzio il tuo lettuccio fascia:
tu sbocci dalla vita che ti lascia
siccome fronda dalla scorza bruna:
i tuoi occhi socchiusi hanno tra i cigli
un sogno d'alba che per vie di cielo
salga, spargendo rose senza stelo
frammiste a nivei calici di gigli:
e in pace arridi alla tua morte bella,
tu fra le braccia mie, tu consolata
dalla mia passïone, o Innominata
che nel nome di Dio mi sei sorella.
[pg!25]