Kitabı oku: «Orazioni»

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Ada Negri

Orazioni


Pubblicato da Good Press, 2022

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EAN 4064066087340

Indice

Alessandrina Ravizza

Luigi Majno

Roberto Sarfatti

Alessandrina Ravizza

Indice

(1846-1915).

Orazione detta nel Teatro del Popolo,

il 21 marzo 1915, in Milano.

Alessandrina Ravizza camminava un giorno lentamente per le vie di Milano, quando vide passare un carro funebre di terza classe, nudo di fiori, quasi vergognoso della sua povertà, seguìto solo da un prete.

Colui che riposava nella cassa greggia pareva non avesse avuto, nel mondo, nome, famiglia, affetti: nulla. Se ne partiva solo: solo, forse, aveva vissuto. Ma la tristezza di quell'abbandono anche dopo la morte gelava il cuore.

La Donna della Pietà si mise allora dietro il carro, e lo accompagnò, passo passo, fra la gente affrettata e indifferente, sotto la pioggia. Lo accompagnò al cimitero, vi restò fino a quando la terra fu gettata sulla cassa, a palate brutali e sorde. Chi la vide, pensò che fosse la madre o la sorella del morto.

L'una e l'altra era, sì: di quel morto, e d'ogni vivente.

E quando ella rifece, immobile nella bara, lo stesso cammino per andare a conoscere quel che in vita mai non aveva voluto conoscere: il riposo,—tutta una popolazione in dolore seguiva il suo corpo inanimato.

Confusa tra la folla, io venivo subito dietro il carro: di esso non appariva ai miei occhi che la parte superiore carica di ghirlande, oppressa sotto il peso di enormi masse di fiori. Ed a me sembrava che il feretro non fosse già condotto al camposanto dal pesante e misurato passo dei cavalli; ma che la folla intera lo portasse in trionfo sulle anonime spalle, sul proprio dolore offerto come un ultimo rendimento di grazie. Nell'ora solenne, sotto il cielo piovorno che toccava i tetti, le vie lungo le quali la Santa di Milano passò fra corone di vessilli eran trasfigurate in un solo viso, d'un pallore e d'una intensità non mai veduti. Grappoli umani, con gli occhi spalancati, senza parola, senza gesto, senza respiro, sporgevan dalle finestre, dai balconi, dalle cancellate dei giardini, dai vani delle porte, dall'alto delle soffitte. Con ondeggìi, con risucchi, con improvviso spalancarsi e rinchiudersi di gorghi, il corteo, fiume d'anime, invadeva le strade, allagava i sobborghi, inghiottiva nel suo lento avanzare ogni espressione di vita cittadina che fosse estranea all'immensità di quel cordoglio, alla magnificenza di quel rito.

Rito celebrato in silenzio.

Ma vi sono ammirevoli sinfonie di silenzio, ricche di accordi psichici profondi come baratri, violenti come raffiche: che dall'insensibile durezza delle pietre e degli asfalti salgono per la via delle anime a commovere l'aria sino alle stelle nascoste dietro le nubi.

La Santa di Milano ebbe, nella città ch'ella tenne tutta nelle mani per virtù di amore, le esequie che si convengono agli eroi.

Ma possiamo noi veramente, dinanzi ad una creatrice qual fu Alessandrina Ravizza, pronunciar la parola «dolore»?...

È, questo, un sostantivo comune, atto ad esprimere, da quando è viva l'umanità, una sensazione o un sentimento comune. Dolore, morte, dissolvimento, non esistono per le forze creatrici. Quando un segnacolo umano scompare così, non parte che per lasciar dietro di sè un irradiamento di luce, un sommovimento di coscienze, un vibrare di fluidi, un anelito di spiriti verso la grandezza e lo splendore degli orizzonti che esso medesimo rivelò.

Non dolore, dunque. Indegno di lei, indegno di noi.

Serenità: la consapevole e stoica serenità che fu, forse, la più ammiranda virtù di Alessandrina Ravizza: per la quale rifulse di stupendo equilibrio, pur nel vario tumulto d'una esistenza di battaglia.

Ed ecco, io l'ho dinanzi, quale mi apparve la prima volta che la vidi, or son molti anni: quale mi apparve, immutata, l'ultima volta che la vidi or son pochi mesi, nella Casa di Lavoro.

Il suo aspetto era quello di un essere che porti in sè stesso—e lo sappia—l'Assoluto della regalità.

Alta su tutto, la fronte: vasta bianca massiccia nell'aureola dei lievi capelli d'argento, dura infrangibile come fosse fatta di materia silicea, luminosa lontana come fosse fatta di materia astrale.

Dalla troppo grave pesantezza del corpo alla lentezza del gesto ieratico alle linee belle ma affloscite del viso, ogni particolare della persona straordinaria si riassumeva nella maestà di quella fronte.

V'era contenuto un mondo.

Fra lo sguardo di Alessandrina Ravizza e chi le stava dinanzi, fluttuava sempre una misteriosa immagine scôrta da lei sola: un sogno, una verità, l'ombra d'un sogno, l'ombra d'una verità.

Pareva assente, con quegli occhi astratti: era invece vicinissima, con la voce e la parola. Voce pacata e penetrante, parola che subito si insinuava nel segreto dell'anima, talvolta sfiorando con estrema delicatezza una gelosa ferita, talvolta (ove fosse necessario) diritta come un coltello, tagliando nel marcio, dando libero corso al pus velenoso, trovando immediatamente il nervo sensibile da far scattare, la colpa o la debolezza nascosta da estirpare, così come si estirpa una cisti.

Nel magnetismo di quell'energia consolatrice, un innumerevole popolo di miserabili senza legge, di donne senza focolare, di adolescenti sperduti, di pregiudicati dal libretto rosso, di maestri senza cattedra, di poeti senza fortuna, di cantanti senza scrittura, di vagabondi e refrattarî d'ogni risma, trovò il conforto di un'ora, il riposo di un giorno, la strada della salvezza, la redenzione della vita.

Nessuna miseria le fu estranea, sia del corpo, sia dell'animo, sia prodotta da singola fragilità o colpa dell'individuo, sia dallo squilibrio dell'assetto sociale. Ad ognuna ella oppose, serena, il suo insonne cuore, il suo coraggio senza limiti, il suo battagliero ottimismo, la sua vertiginosa passione di pietà e di giustizia, alla quale ben si sarebbe potuto consacrare il motto della salamandra: «Più ardo più godo». Condensare in poche pagine la sua storia, non è possibile; poichè ella visse non già una sola vita, ma mille e più di mille.

Dire che ella nacque a Gatskina, in Russia, nel 1846, da madre slava e da padre italiano (un Mazzini, che si era rifugiato colà durante il periodo delle guerre napoleoniche, divenendo funzionario dell'impero), non ha importanza, non può che far sorridere. L'individualità di Alessandrina Ravizza non è tale da restringersi fra le colonne dei registri dello stato civile, e la sua ombra si riflette sull'umanità, al di fuori del tempo e dei confini.

Fu slava, e latina. Dell'intelligenza slava possedette l'intrepida logica e la furia mistica: del temperamento latino, la morbidezza del tatto, il senso dell'equilibrio, l'ala della poesia.

Da tali elementi, fusi nel crogiuolo del più assoluto ardore di dedizione che mai avvampasse in creatura femminile, risultò il capolavoro umano ch'ella potè incarnare.

Scesa a diciotto anni in Italia, vi restò. Se ad una simile Donna si può dare una patria, fu certo quella che il suo cuore scelse, e fu l'Italia.

Come si era svolta la sua adolescenza? In virtù di quale causa intima od influenza esteriore aveva potuto affermarsi in lei un così originale concetto della vita, un'individualità di così complessa e potente freschezza?...

Di sè ella non parlava mai. Non esisteva che per gli altri. Ma, quasi senza volerlo, nel bizzarro racconto cui volle apporre un ancor più bizzarro titolo: «La nota della lavandaia», diede la chiave del proprio mistero psicologico nella tolstoiana figura della piccola Vera.

Dipinse sè stessa nella delicata adolescente russa, che sulla scorza degli alberi andava religiosamente incidendo la parola «verità». Si chiama, propriamente, Alessandrina, la piccola Vera ribelle al giogo ipocrita di una delle tante istitutrici di qualità, esperte nell'arte di torturare la fanciullezza: l'acerba creatura senza requie, che vorrebbe ragionare, mentre le impongono: Devi credere: che morrebbe di esaurimento e di schifo del mondo, se, per miracolo, non trovasse la salute del corpo e dell'anima nella pace campestre della fattoria di Yegor Mathewievich.

Suoi compagni, laggiù, sono Wianka, il pastore figliuolo di tutti, scoperto in terra, un'alba di Natale, fra le gambe sanguinose d'una vagabonda morta nel darlo alla luce, e allevato nella fattoria con il latte d'una capra; e il carrettiere Fedor, biondo colosso innocente, luminoso negli occhi, nei denti e nell'anima. Wianka è un selvaggio, Fedor un mistico. Entrambi sono analfabeti. Ella insegna loro a leggere; essi insegnano a lei come non si possa esser felici e buoni che al contatto della Terra Madre.

Ella ama le cose agresti, l'odore dei fieni, le belle mucche pezzate dagli occhi dolci, i contadini semplici come le mucche, il linguaggio del vento fra gli alberi, del silenzio nei prati, delle lunghe cantilene cantate da Fedor. Cerca, avida, in tutto questo, la verità: la cercherà, fatta donna, fuor d'ogni legge sancita, d'ogni convenzione chiaramente o tacitamente accettata, d'ogni forma sociale che stabilisca una regola e implichi una condanna per colui che non vi si assoggetti.

E si porrà all'infuori e al disopra di tutto.

E sarà Alessandrina Ravizza.

Sposetta ventenne, a Milano, ella divenne la «figlia del cuore» di Laura Solera Mantegazza. Le due fiamme arsero insieme. La mirabile organizzatrice che, prima in Italia, aveva introdotto il principio della cooperazione fra le operaie, e, vecchia ormai e malata, non aveva cessato un giorno di lavorare in fervida umiltà, lasciò, morendo, alla discepola, un legato: la Scuola Professionale Femminile, a pena fondata, se così si può dire, sulle basi di un tavolo, sei sedie, un nobile sogno, molta buona volontà—e, soldi, zero.

Il legato pesava; ma le giovani braccia eran forti.

Non v'ha di quel tempo chi non ricordi una straordinaria serata di beneficenza al vecchio teatro di Santa Radegonda, allora frequentatissimo. Serata che tutte le gazzette portarono alle stelle, che segnò un'epoca, che fu il sigillo dell'influenza morale e della popolarità di Alessandrina Ravizza. Vennero poi le «fiere annuali», vivacissime, indiavolate, attiranti tutta Milano, coronate con pazzi successi di simpatia e.... di cassetta.

Così la prima Scuola Professionale italiana per le fanciulle povere meravigliosamente fiorì.

Ecco, in un anno terribile, Milano sconvolta da una di quelle crisi industriali che gettano a mare un'intera popolazione. Con la miseria, con la disoccupazione, la crudeltà d'un inverno polare. Ed ecco Alessandrina Ravizza balzar fuori con le Cucine Economiche, e con le Cucine per gli ammalati poveri. Fondo di cassa: venti franchi. Cuoca, sguattera, aiutante, consigliera e socia: una rude popolana di Porta Garibaldi. Casa in cui le Cucine s'installarono: un bugigattolo di via Anfiteatro, covo di lôcch, rifugio di pregiudicati e di male femmine. Ma Alessandrina Ravizza non aveva paura dei lôcch, nè delle male femmine, nè dei budelli a doppia uscita, che puzzano di detriti e di delitto.

Il barabba classico, Togasso o Biscella, dai calzoni a campana e dal copricapo a visiera, calato sulla faccia tagliente come rasoio, si sberrettava davanti a lei, svegliando a scappellotti nella propria animaccia bislacca quanto vi poteva ancor dormire di cavalleresco. La donna da marciapiede si umiliava, serrando sul motto da trivio le labbra mal dipinte. Le lebbrose pareti, pratiche di vizio come vecchie lenone, si sbiancavano al passaggio di colei che non sapeva che cosa fosse paura. Compariva, illuminava, purificava. Nessuno toccò mai un capello alla «contessa del brœud», alla «sciôra Sandrina».

Possedeva l'immunità dell'amore.

Per riscossioni o invii di denaro, per missioni delicatissime, esigenti la più scrupolosa onestà, potè servirsi (anzi, servirsene fu la sua gioia) di certi avanzi di galera, da pregar Dio di non farceli incontrare ad un crocicchio, di notte. Ma quegli avanzi di galera si sarebbero lasciati ammazzare, per lei. Molti di loro fecero di meglio che morire: divennero, per lei, galantuomini.

Dopo l'insurrezione del 1898, l'ardentissimo appello d'una donna alle donne italiane apre una sottoscrizione di cinque centesimi a testa, per migliorare il vitto e le condizioni dei detenuti politici, chiusi in folla nelle prigioni. La stessa donna ottiene, dopo pazienti sforzi, che gli operai rivoluzionarî usciti dal carcere riprendano il loro vecchio posto nell'officina o nel laboratorio. La stessa, più tardi, non si dà pace finchè non riesce a far distribuire dal governo un'indennità di settantatrè mila lire ai ferrovieri licenziati in seguito alla famosa rivolta. Chi può essere?... Lei, sempre lei, Alessandrina Ravizza.

Mentre la sua opera sociale con tanta ampiezza si svolgeva, il suo appartamentino privato in via Andegari, nel centro più milanese di Milano, aveva l'aria d'un piccolo ministero. Gente e gente d'ogni classe, dalla signora in diamanti e pelliccia allo studentello in giacchetta logora, dal deputato all'operaio a spasso, dall'artista in altissima fama al ladro rilasciato dal carcere, riceveva udienza a quel dolce confessionale. Là ella rifulse nella sua inimitabile originalità. Là, ella fu «Sacha».

Penetrò il segreto di migliaia d'esistenze, trovò una consolazione per ciascuna, scoperse una via per tutte. Gli instabili, i decaduti, i depressi, gli inconsistenti, i vergognosi del proprio dolore, ebbero in lei quella che li comprese com'erano, li salvò nell'unico modo possibile, uno per uno e ciascheduno secondo la sua natura, il suo tormento, la sua necessità.

La mente sovrana di lei era un registro infallibile, nel quale ogni postulante stava fotografato, accasellato, distinto nelle più singolari caratteristiche del suo caso personale. Il documento umano fu la passione di Alessandrina Ravizza: sempre partì da esso per arrivare alla sintesi.

A Parigi, una sera d'estate del 1900, ella assisteva ad una lezione della novissima Università Popolare, inaugurata in quegli stessi giorni. E vide un grosso cocchiere di piazza, il quale, immobile presso la porta, con il mento appoggiato al pomo della frusta, beveva le parole dell'oratore con la medesima avida golosità con la quale avrebbe ingollato un bicchier di vino. La Donna pensò: Ecco. Fino a ieri, alla bettola. Oggi, alla scuola.

La visione del bravo brumista dal naso bitorzoluto divenne, da quella sera, ossessionante nel suo cervello sempre in ebullizione. Personificò, per lei, il popolo, che non solo necèssita di pane per il corpo, ma di fosforo per lo spirito. L'automedonte parigino assunse ai suoi occhi gigantesche proporzioni: fu, non più un uomo, ma una classe.

Immediatamente tornata in Italia, ella cominciò a darsi dattorno, a formare, con la forza dell'argomentazione e della fede, un compatto nucleo di zelatori, nel nome del chiaro avvento: l'Università Popolare in Milano.

Perchè in Parigi sì, in Milano no?...

Novembre: l'idea è divenuta metallo in fusione.

Dicembre: Enrico Annibale Butti—nobile artista, nobile cuore—tiene, nell'affollato salone dell'Albergo Milano, un eloquente discorso sull'argomento che ormai appassiona tutte le anime non vili.

Gennajo: altri oratori, altri e più efficaci discorsi: Luigi Gasparotto, Innocenzo Cappa.

Il denaro?...—Ma quando la Ravizza vuole, il denaro c'è. Non si sa bene da qual parte sgorghi; ma zampilla, ma splende, ma c'è. È il suo segreto, questo. Lo caverebbe dalle pietre.—Dunque, niente timore, e avanti!...

Primo di marzo del 1901: data memorabile. Nel teatro Olimpia, davanti ad un pubblico attento e raccolto come in un tempio, Gabriele d'Annunzio inaugura, con la lettura della Canzone di Garibaldi, l'Università Popolare di Milano.

Nell'opera bella Alessandrina Ravizza non fu, certamente, sola. I migliori fra coloro che io vorrei chiamare «costruttori intellettuali» furono con lei, per innalzare il monumento di coltura popolare del quale Milano va giustamente superba. Anni ed anni di vita intensa, di instancabile attività, ne fecero una delle più importanti palestre di pensiero della patria. I più illustri cultori dell'arte, della scienza, della filosofia, italiani e stranieri: professori e maestri più modesti di fama, pur non meno coscienziosi e ferventi, dissero, in quelle aule, la loro parola al lavoratore del ferro, del legno, della macchina, del cuoio, del libro.

La più nobile forma della fraternità.

La reale comunione degli spiriti.

Vennero ad ascoltare, a imparare, con gli operai, anche gli studenti, gli impiegati, i professionisti. E gli artisti, anche, vennero.

E, nella gioia del libero sapere, tutte le classi, là dentro, si cementarono.

E la Condottiera, che aveva posta la prima pietra, ne esultò; e il suo elastico spirito si volse ad altre mète.

*

Fondata un'opera, ella (ove se ne eccettui la Casa di Lavoro) possedeva il genio, ed anche la virtù, di lasciarla vivere di vita propria. Trasfuso in essa il germe fecondatore, additatone l'indirizzo ideale, costruitone lo scheletro dell'organismo, non le imponeva a lungo la propria presenza, la propria autorità, come un dogma o una catena. La dominava, l'incitava; ma dal largo e dall'alto. Le diceva: «Respira, muoviti, e lavora: non a me tu devi obbedire; ma all'idea che ti trasse dall'ombra, ed alla inevitabile legge dell'evoluzione».

L'opera, per Alessandrina Ravizza, apparteneva all'umanità, che aveva il diritto e l'obbligo di rinsanguarla, con la corrente sempre viva delle giovani forze.

Per questo il nome di lei si trova legato ad una quantità d'istituzioni. La sua versatilità fu sfaccettata al pari di un prisma; ed ogni faccia rifletteva il sole. Al rapidissimo balenar dell'idea succedeva, pur rapidissima, immediata, l'azione: ottenuto l'intento, il lungimirante spirito si volgeva ad altro.

Ma quel che sorse per volontà di lei, conservò, e conserva—convien dirlo—l'indelebile impronta della sua originalità spirituale. Ovunque passò, lasciò una traccia: ovunque la fiamma del suo gran cuore splendette, un rogo di passione si accese.

V'era una chiesa in via Lanzone, un'antica chiesa longobarda senza più altare, annessa al piccolo ospedale sifiliatrico dai leggiadrissimi portici, che ora il piccone abbattè.

Alessandrina Ravizza la riconsacrò, ma scuola, per bambini luetici e donne perdute. Io la vidi colà sorridere nell'esercizio d'una pietà per molti inutile—per lei tanto più necessaria quanto più vana.

Gli scrostati affreschi della vôlta parevano attendere ritmi di preghiere: e che altro non erano, se non preghiere, le canzoncine dei bimbi?... Un Cristo di gesso tendeva da un alto zoccolo le braccia: Lasciate i pargoli venire a me.—Sull'assito che celava l'abside, il giovanissimo pittore Mario Moretti Foggia aveva dipinti a tempera inverno con neve, primavera con fiori, estate con mèssi, autunno con frutti. Dappertutto, rose in fasci, seggioline e tavolinetti di candido ferro smaltato. Bianchezza, innocenza. Tutta quella leggiadria l'aveva voluta lei, per loro: per i piccoli condannati.

Appunto per questo: perchè eran condannati senza aver commesso nulla di male.

Pietà inutile?... Esiste forse, la pietà inutile?...

Si stringevano intorno a lei, i fanciulli convalescenti (ma non guariti) dell'inguaribile malattia per la quale padre e madre si vorrebbero (ma non si possono) maledire: per la quale gli zelatori della selezione umana imporrebbero, nel nome della salute pubblica, una mortale iniezione di morfina: i frutti d'alberi marci, destinati alla piaga purulenta, alla cecità tentennante, alla follia degenere: a divenire null'altro che cenci nel mondo il quale non richiede, non esige che forza.

A lei guardavano, ed erano consolati: per lei imparavano a leggere, a scrivere, a conteggiare; e avevan libri, giocattoli, fiori, alberi di Natale scintillanti dì lumi e di doni. E cantavano i cori in cui si dice che la vita è bella. E ne ebbero gioia.

E gioia ebbero, con essi, le sventurate che dalle corsie dell'ospedale sifiliatrico entrarono nella Chiesa-Scuola, accolte con chiara e semplice tenerezza: compitarono sui libri parole di grazia: si sentirono, la prima volta nella vita, circondate di rispetto: videro forse per la prima volta, negli occhi della Purificatrice, che il cielo era azzurro anche per loro.

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Litres'teki yayın tarihi:
16 ocak 2025
Hacim:
80 s. 1 illüstrasyon
ISBN:
4064066087340
Yayıncı:
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