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Kitabı oku: «I rossi e i neri, vol. 1», sayfa 27
XXXIII
Nel quale è dimostrato che una ne pensa il ghiotto e un'altra il tavernaio.
Il Guercio era un coso smilzo smilzo, che parea fatto a posta per uscir da ogni fesso, a guisa delle lucertole. Aveva la faccia scura e di poca apparenza, come un fico d'inverno, i capegli neri, ruvidi e corti, come le poche setole che gli ombreggiavano le labbra sottili. Il segreto della sua età era custodito dalle membra segaligne assai meglio che non lo custodiscano alle signore donne i cosmetici, le polveri e tutte le altre diavolerie che si mettono addosso. Lo chiamavano il Guercio, perchè nel dialetto genovese dicendosi guercio non già a chi ha gli occhi torti, ma a chi vede da un solo, egli per l'appunto ci vedeva solamente dall'occhio destro, e l'altro, il sinistro, era imperlato d'una maglia bianchiccia, la quale pur troppo non gli aggiungeva in bellezza quello che gli toglieva in potenza visiva. Cionondimeno, bisognerà soggiungere che il fratello superstite gli facesse un doppio servizio, perchè dov'egli adocchiava, le mani correvano spedite e sicure.
Era questi il peggiore ribaldo che si potesse immaginare. Adolescente, aveva bazzicato più assai nell'ergastolo che non nelle scuole; per contro, sapeva leggere, scrivere, e far d'abbaco, poi, come un provetto ragioniere. Nei ritagli di tempo che gli avanzavano dalle sue faccende, il Guercio leggeva volentieri, e mai di politica. I suoi libri prediletti erano i melodrammi del Metastasio, l'__Aristodemo__ del Monti, le favole del Pignotti, e tutti i romanzi pastorali e cavallereschi che si vendono sui muricciuoli. Tanto per darsi aria di guadagnare onestamente il suo pane, aveva un mestiere visibile, innocentissimo, diremo anzi bucolico; faceva il pollaiuolo. Il vino non gli dispiaceva punto; ma sapeva esser sobrio, come tutti gli uomini che hanno un alto disegno da proseguire, un gran concetto da far trionfare sulla terra.
Ma siccome non c'è niente di perfetto in questo basso mondo, così neanche il Guercio era perfetto, e ci aveva egli pure il suo lato debole come tutti i figli d'Adamo. Ora il lato debole del Guercio era il cuore; il cuore che si sentiva palpitare in seno, ogniqualvolta pensasse (e ciò gli occorreva sovente) ad una modesta casetta sui Gioghi, dove sarebbero bastati al suo bisogno i più famosi alimenti bucolici, mele, ballotte e latte rappreso; una casetta, insomma, un poderetto, nel quale avrebbe potuto ridursi a finire i suoi giorni con Maddalena; con Maddalena, avvizzita, scaduta, ma che lo aveva amato, lui Guercio, per la sua smilza persona, non già per i suoi quattrini, come tante altre; con Maddalena che non chiedeva nulla; con Maddalena che egli percuoteva talvolta, ma che s'era assuefatto a vedere e ad amare. Frattanto, aspettando il giorno che l'avrebbe tirata a stare con sè, stava tranquillamente con lei. La qual cosa non parrà che faccia un gran divario dall'altra; ma noi raccontiamo le cose come sono, senza togliere nè aggiungere un ette.
Nel suo mestiere nascosto (del visibile non rileva parlarne) non aveva ancora fatto roba abbastanza. Da giovine era stato disgraziato, come abbiam detto, e aveva salutato frequentemente il sole a quadrelli; oltre di che, non aveva saputo tener conto del fatto suo, se pure è lecito di chiamar fatto suo il frutto della rapina. Ora egli s'industriava a guadagnare il tempo perduto, ed aspettava molto da un certo colpo che a lui e a cinque compagni avesse dato modo di acciuffar la fortuna.
Ma non ci perdiamo in chiacchiere. I nostri eroi sono giunti presso le porte degli Archi, e barattando alcune parole di nessun conto, sono saliti, per l'erta di Santo Stefano, alla spianata dell'Acquasola, dove non hanno altri testimoni che i radi lampioni a gas confusi tra i filari delle robinie e dei platani, e non sono turbati da altro rumore che quello della vasca, il cui largo zampillo canta assiduamente nel mezzo.
– Eccoci giunti, Garasso! – esclamò il Guercio fermandosi prudentemente presso la siepe della vasca anzidetta, dove il frastuono dell'acqua spegneva la sonorità della voce. – Che cosa avete a dirmi di nuovo?
– Di nuovo, nulla; abbiamo da intenderci chiaramente su quello che sapete. Il colpo è per domani, alle dieci di sera, e bisogna che io possa contare su voi.
– Non dubitate; il Bastiano è puntuale come il banco Parodi. A proposito, e voi, come state a memoria?
– Che cosa volete dire? Ho io dimenticato qualcosa?
– Ma… mi par bene. __I cum quibus__.
– __I cum quibus__ ci sono.
– Sta bene, ma quanti? Io li amo molto, i __cum quibus__!
– Anch'io; – rispose il Bello, ridendo.
– Appunto perchè so che li amate voi pure, – soggiunse il Guercio, – vorrei vederli e contarli, prima di fare il colpo.
– Non vi fidate di me? – chiese il Bello.
– Sì e no; – rispose Bastiano. – E non credo già di farvi torto. Vedete, io non mi fido neanche delle mie mani, perchè le conosco, e sto per dire che se potessero, le ingrate, ruberebbero perfino a chi le mantiene da trentacinque anni… salvo errore.
– Quand'è così, – ripigliò il Bello, – non dico altro. Ma vi ho già raccontato l'altro giorno che l'amico non dà fuori i quattrini se non a colpo fatto. —
Il Guercio crollò il capo, a queste parole, e messe le labbra in moto per masticarsi la saliva.
– Che diamine, Bastiano? Voi non ragionate più, ora! – soggiunse il Garasso.
– Intendiamoci; – rispose l'altro, dopo un po' di silenzio. – Io ci ho gusto a quel giuoco, e già ve l'ho detto. Indossar l'onorata divisa, figuratevi! questa fortuna non capiterà mica ogni giorno…
– E notate che non c'è risico; – interruppe il Bello. – Avrete da vestirvi nella casa medesima, al primo piano, di guisa che non ci sarà da uscire per via, nè da esser veduti da alcuno. Là, in casa, non avrete da fare con altri che colla ragazza e col servitore, se pure ci sarà. E per questa fatica di salire e di scendere, vi buscate mille lire…
– Ma… – entrò a dire quell'altro, dandogli sulla voce, – e chi mi guarentisce che il danaro verrà?
– Oh bella! vi guarentirà la cassettina che vi ho detto e che dovrete portar via dal cassettone. Da una mano sporgerete la cassettina, dall'altra riceverete le mille lire. E notate che il cofanetto, sebbene non contenga nessuna cosa di prezzo per voi, potrebbe inuzzolirvi; ma noi non abbiamo tante paure, ci fidiamo di voi.
– Grazie! – rispose il Guercio ironicamente. – Dunque, dicevamo, duemila lire?'
– Che duemila? Volevate dir mille…
– Scusate, avevo inteso duemila. E siccome sono un po' duro di comprendonio, così, quando una cosa m'è entrata in testa, non c'è più verso a cavarnela. Ora io ho inteso duemila, e, duro come sono, non mi voglio dar torto.
– Lo avete, Bastiano; – ripigliò il Bello. – Queste cose bisognava dirmele subito, quando mi sono aperto con voi. Ho combinato per mille, e come volete che torniamo da capo?
– Siamo sei, Garasso, non lo dimenticate. Inoltre, perdiamo una giornata di lavoro…
– O che? Sareste uomo da voler fare le parti giuste?
– Come voi, Garasso, come voi! – ribattè il Guercio, ghignando.
– Sentite, Bastiano; – disse il Bello, facendo le mostre di non averlo udito. – Facciamo un po' d'abbaco.
– È il mio passatempo! facciamo d'abbaco.
– Mille lire, – proseguì il Bello, – divise per sei, quanto danno?
– Ho già fatto questo conto più volte, – rispose il Guercio gravemente, – e mi torna sempre centosessantasei lire, sessantasei centesimi, e il resto divisibile all'infinito.
– Male, male! e dove avete lasciato le regole della nuova divisione?
– Della nuova?
– Cioè, nuova no, ma diversa! parlo di quella d'Arlecchino.
– E come divideva Arlecchino?
– Eccovi qui; faceva tanti mucchietti, l'uno daccanto all'altro e contava: questo a me – questo a te – questo a me. Poi si fermava e tornava a contare: questo a me – questo a te – questo a me; poi…
– Basta, basta, ho capito. Ma anche col vostro conto, io non piglierei più di cinquecento lire. Ora nella mia aritmetica c'è scritto che io debba intascare mille lire, innanzi di mettere le altre mille in divisione. Voi vedete che Arlecchino a petto mio, può mettersi la sua aritmetica in tasca. Volete che vi parli da avvocato? Qui c'è un contratto bilaterale; voi vi servite di me, io mi servo di voi. Ragioniamo dunque di duemila lire; la base più larga fa l'edifizio più saldo.
– Non si può; – disse il Bello, che difendeva la sua preda coll'unghie e coi denti; – ho sempre parlato di mille lire, e su mille siamo rimasti. Che cosa direbbe l'amico de' fatti miei, se gli barattassi le carte in tavola?
– Oh, se non c'è che questo di rotto, mio buon Garasso, ve l'accomodo io! – rispose il Guercio. – Ci ho tutto quello che fa al caso vostro.
– Che cosa? – domandò il Bello, tremando. Gli spedienti del Guercio lo facevano sudar freddo.
– Fatemi parlare col principale, e lo capacito io. Eccellenza, gli dico, il Bello non ci ha colpa; sono io, io, il furfante, che dimando le duemila lire. Non mi ero legato nè per mille, nè per cento; mi dia quello che mi occorre, e la servo da buon compare. Sono un galantuomo: il Bello potrà farne testimonianza, e dirle che quando il Guercio ha promesso di fare una cosa, venisse anco il Padre eterno a scongiurarlo, a caricarlo d'oro, sta fermo come un muro maestro. Fede per fede, e qua le duemila lire! Che ve ne pare, collega? non sarebbe un parlar bene?
– Voi capirete che non si può, – disse il Bello, nicchiando; – il principale ha le sue buone ragioni per non darsi a riconoscere.
– Ed altri, – disse il Guercio di rimando, – ci ha le sue per non darmi che la metà.
– Guercio!
– Ohe!
– Voi non ricordate più che io ci ho tanto da farvi andare in galera.
– Accompagnandomi, s'intende! – soggiunse prontamente il briccone. – Ah! il micio mette fuori le unghie? Bravo! questa è l'amicizia? alla larga! Ma voi dovreste sapere, Garasso, che io vi conosco, e a me non l'appioppate di certo. E conoscendovi, ho fatto tra me questo discorso: egli mi offre, per conto d'altri, una lasagna bianca, mille lire. Quant'altre ne sgraffia? Altrettante. Vedete che sono modesto nei calcoli, e forse, chi sa? vi faccio anche onore a credervi meno ladro di quello che sarete. Io sono un galantuomo; potrei sincerarmi del fatto, che forse avrete già il metallo in saccoccia; ma non lo voglio. —
In questo dire il Guercio fece balenare la lama di un coltellaccio che aveva cavato fuori pian piano.
– V'ingannereste, Guercio, – rispose il Bello, balzando rapidamente un passo indietro, – io non ho in tasca altro metallo che questo… a doppio scatto. —
E trasse fuori, appuntandone le sei canne giranti di acciaio al petto del Guercio, una di quelle rivoltine inglesi che paiono fatte per capire nel pugno.
Il Guercio non si mosse, ne altrimenti mostrò di esser turbato, o maravigliato, da quella novità. Sorrise, in cambio, e disse placidamente al Garasso:
– Ah, ah! la carezzavate tanto, venendo quassù, che finalmente non avete potuto tenervi dal mostrarla agli amici! È belloccia, in fede mia, ma troppo chiassosa. Credete a me; voi non siete altro che un principiante. Arma bianca, arma buona; non fa strepito, ma buco.
– Sarà, – notò il Bello, senza riporre l'arnese, – ma confessate che questa fa buon servizio, quando s'è disposti a risicare ogni cosa.
– Perchè risicare? – proseguì l'altro. – Io, per esempio, senza risicar nulla, con un po' di nero sul bianco, vi mando il negozio in malora.
– Che cosa intendete di dire?
– Intendami chi può, che m'intend'io.
– Siete un furfante di tre cotte.
– Come voi, Garasso, come voi, e non per niente ho imparato a scrivere. Buona notte, dunque, e chi avrà miglior filo farà miglior tela.
– Ve n'andate? – chiese il Bello confuso.
– Oh bella! se m'interrompete quando parlo… Orvia, capisco che qui s'ha da fare la pace. Ripigliamo il discorso dove l'avevamo lasciato. Noi dunque dicevamo due mila lire. —
Il Bello mise un lungo sospiro, che fu un ultimo vale a quella lasagna bianca (stile del Guercio) che voleva mettersi in tasca.
– Bisognerà passare per dove volete voi! – soggiunse egli. – Non siete un amico.
– Anche gli innocenti vanno alla forca! – rispose il Guercio con aria di compunzione. – Io non sono vostro amico? E quando mi avete voi mai veduto mancare alle promesse? Non vi buscate la miglior parte nei guadagni che faccio? Mi servo io d'altri, per rivendere quel che ho comprato… coi miei sudori? Andate là, siete un ingrato, e meritereste che non vi volessi più bene.
– Sì, datemi per giunta la baia! Io frattanto dovrò far come l'asino, che porta il vino e beve l'acqua.
– Oh, questo non sarà detto mai, fino a tanto che ci sarò io; – ripigliò il Guercio sul medesimo metro. – Andiamo subito a bere, e sia del migliore che ci ha la Piccina.
– No, grazie, ora non bevo più. A domani, dunque?
– Alle nove sarò coi colleghi al ritrovo; e voi colle due lasagne…
– A colpo fatto.
– Sta bene; se no, vi ammanettiamo come un cane, e vi portiamo in caserma. —
Con queste ed altre ciarle di minor conto, i due compari si accomiatarono scambievolmente. Il Bello rifece i suoi passi verso Santo Stefano, bestemmiando in cuor suo il destino che gli guastava tutti i suoi conti, e lo faceva rimanere colle sole cinquecento lire a lui promesse, come suo beveraggio, dal padre Bonaventura. Ma egli aveva peccato di ghiottoneria, e ben gli stava doverla pagar cara. Già, il proverbio l'ha posto in sodo: una ne pensa il ghiotto e l'altra il tavernaio.
Il Guercio se ne andò dal canto suo, zufolando, verso la Villetta Di Negro. La notte buia, a cagione delle nuvole addensate nell'aria, le quali impedivano alla luna di mostrar le corna, come pure avrebbe dovuto, essendo ella allora ai cominciamenti del primo suo quarto. Ma di ciò non si dava pensiero il Guercio, che conosceva la strada, e che ci vedeva da un occhio, al buio, come gli altri, al chiaro, con tutti e due.
Quello che non vedeva, nè sapeva, era l'ora; imperocchè, tra per lo svago del teatro e il lungo conversare fatto col Bello, egli non veniva più a capo di misurare il tempo perduto.
– Che ora sarà? – andava egli pensando, in quella che infilava il ponte davanti al Teatro Diurno, per salire verso i Cappuccini. – Non ho nemmeno la __cipolla__ in tasca. Se passa qualcheduno, vo' pigliarne una ad imprestito. —
Cipolla (i lettori l'avranno già argomentato) nella lingua furbesca, è sinonimo di orologio.
Giunto colà, dove il bastione della Villetta svolta sulla salita delle Battistine, il nostro eroe udì un mutar frettoloso di passi che venivano in su, e insieme coi passi, alcuni sbrendoli d'una romanza da teatro.
– To' – disse il Guercio, – il cacio sui maccheroni! E come canta col tremolo, il signorino! —
Il viandante, che era già a mezza salita, cantava per modo da lasciare intendere com'egli avesse bisogno di compagnia. Veniva su, a passi brevi ma veloci, belando in falsetto una melodia del __Trovatore__.
– Ah… che la mor…te o…gnor
È… tar…da nel ve…nir… —
Intanto il Guercio non era stato tardo a scendere e a mettersi in agguato a piè del bastione. E il viandante, già vicino al luogo dov'egli era nascosto nell'ombra, continuava:
– A… chi de…sia
A chi de…sia mo…o...rir
Leono…ra add…io add…i...o.
– Che bel tremolo! – disse il Guercio in cuor suo. – Se ti sente l'impresario Sanguineti, hai fatta la tua fortuna! —
E come il viandante gli fu giunto a pari, il nostro eroe si spiccò dal muro.
L'altro vide quell'ombra nera e trasaltò; fu per voltar le calcagna, ma il sangue gli si era gelato nelle vene, e le gambe gli ricusarono il loro ufficio.
– Niente paura, signor tenore! – disse il Guercio. – Sono un povero diavolo…
– Che cosa volete? – dimandò l'altro, più morto che vivo.
– Scusi, lustrissimo; vorrei sapere che ora è.
– Io non so… saranno le undici… cioè, le dieci… a un dipresso…
– Vo' saper l'ora precisa, io, perchè ho da mettere l'orologio a segno. Via, non si scomodi, farò io. —
Così dicendo, gli aveva già posto le mani al panciotto; e quelle mani, sicure del fatto loro, non pure avevano cavato fuori l'orologio dal taschino, ma spiccata ancora la catenella dall'occhiello.
– Ah, vedo che bisognerà aprirlo, perchè ci ha il coperchio d'oro. Basta, non ho tempo; vedrò poi, – proseguì il furfante, riponendo in una tasca dei suoi calzoni orologio e catenella. – Trecento lire dell'orologio, e forse cencinquanta del resto; sono dunque quattrocento cinquanta lire che io metto in salvo per Lei. O come porta di questi arnesi addosso, dovendo star fuori di notte?
– Ma voi… – si provò a dire il derubato.
Silenzio, se no ti faccio freddo! – interruppe il Guercio, mostrandogli, uscito a mezzo fuor della manica, il suo coltellaccio. – Tu non hai cura del tuo metallo, e il primo mascalzone che passa potrebbe rubartelo. Dammi il portamonete, il borsellino, o quel diavolo che sarà. Te lo custodirò io.
– E accompagnando gli atti colle parole, mezzo si fe' dare mezzo si pigliò colle sue mani, il portamonete del malcapitato.
– Benone! E adesso, ara diritto, senza voltarti indietro. —
Quell'altro non se lo fece dire due volte, e pigliò l'abbrivo, parendogli d'uscirne a buon patto. Ma, per quanto si fosse affrettato ad obbedire, non si mosse tanto presto che non gli giungesse ancora un vigoroso calcio del ladro, a raddoppiargli la forza d'impulsione.
Al domani, la cronaca cittadina di un giornale recava, e gli altri colleghi copiavano con poche varianti la narrazione seguente, che noi riferiremo con tutti i suoi fioretti di lingua:
«Un'audace aggressione è stata perpetrata iersera, verso le dieci, nella salita delle Battistine. L'egregio dottor cavaliere Ernesto Collini, mentre si recava, per ragioni del suo ministero, in una casa di quei pressi, venne fermato da un tale che gli domandò bruscamente la borsa o la vita. Per nulla intimorito, il giovine dottore cavò una pistola per difendersi, e certo avrebbe data una severa lezione al malandrino, se altri compagni di quest'ultimo, sbucati non si sa donde, non lo avessero sopraffatto, impedendogli l'uso delle braccia. Per tal modo, egli fu alleggerito dell'orologio, del portamonete e (quasi sarebbe inutile il dirlo) dell'arma che aveva impugnata per propria difesa, e malmenato per giunta, con accompagnamento di orribili imprecazioni. Egli non potè riconoscere i suoi aggressori, che portavano il cappello tirato sugli occhi; però dall'accento, ebbe a formarsi la persuasione che fossero gente estranea alla nostra città. La qual cosa dimostra in quali deplorevoli condizioni sia caduta la sicurezza già proverbiale di Genova, per l'affluenza di tanti ceffi proibiti, ecc., ecc.»
Per alcuni giorni il Collini fu l'eroe delle conversazioni private, dei capannelli di piazza, delle librerie, delle farmacie, delle botteghe da caffè. Il caso suo del 28 giugno diede argomento di chiacchiere, come i casi del 29 giugno, e quasi altrettanto, ad ogni ragione di scioperati e di curiosi. Ci fu anzi chi volle scorgere una certa colleganza tra l'aggressione delle Battistine e il tentativo repubblicano occorso ventiquattr'ore dopo. Infatti, i malandrini non parlavano genovese; erano dunque lombardi, romagnoli, emigrati, insomma, di quelli che volevano mettere a sacco e in fiamme la tranquillissima Genova; e l'audace aggressione patita dal Collini altro non era che un prodromo, una pregustazione di quello che sarebbe capitato a tutti gli abbienti, a tutti i ben pensanti della città, se i rivoltosi fossero venuti a capo della loro scellerata congiura. Don Basilio non avrebbe argomentato diverso.
Il prode ma sfortunato Collini, ricevette un subisso di cartelline da visita, e condoglianze e strette di mano a centinaia. Questo, comunque gratissimo, non era che fumo; ma ci fu anche l'arrosto, perchè il cliente alla cui casa si avviava in quella malaugurata sera il Collini, dolente che il brutto caso gli fosse avvenuto per cagion sua, si recò a debito di mandargli uno stupendo orologio inglese, col suo nome e colla data del 28 giugno incisa nella faccia interna del coperchio, a testimonianza durevole della sua gratitudine. __Sic itur ad astra__.
XXXIV
Dove si fa un brutto viaggio, ma parecchio istruttivo.
Ora seguitiamo le pedate del Guercio, il quale, contento del fatto bottino, non pensa davvero di aver dato argomento a tanto chiasso futuro.
Il destro furfante, poi ch'ebbe veduto il suo uomo correre in su, come se avesse l'ali alle calcagna, se ne discese con passo misurato al crocicchio del Portello, donde si avviò per via Caffaro. La strada era pressochè deserta, e oltrepassato il teatro Paganini era deserta del tutto. I Genovesi sanno che nell'anno di grazia 1857 la via Caffaro non giungeva ancora molto più in là dal teatro anzidetto, e la valle non appariva anche allargata, come ora si vede, per dare ospitalità convenevole a due file di casamenti e alle loro intercapedini rispettive.
Si notavano in quelle vece le vigne sterpate, i camperelli distrutti, le falde della collina sconvolte dalle mine, fondamenta a mala pena gettate di case future, fossi di calce, monti di rena, sterramenti, cataste di pietre da costruzione; insomma un caos, che aspettava ancora il __fiat__ degli architetti e dei mastri muratori.
In mezzo a questo laberinto il Guercio si aggirò destramente, come se fosse giorno chiaro, o come se avesse il filo d'Arianna tra le mani. Per tal modo egli potè giungere in un luogo dove il suolo fangoso mostrava una gran buca, una specie di voragine, e gli addentellati ancora scoperti di un vôlto recente accennavano che là era il cominciamento della chiavica maggiore sottoposta alla via.
Il Guercio diede un'occhiata in giro, e sinceratosi che non ci fosse anima nata in quelle vicinanze, si curvò sulla buca, ne abbrancò gli orli e si calò dentro colla fidanza di un uomo, che già aveva misurato l'altezza del salto. E qui lettori umanissimi,
Qui ci convien lasciare ogni sospetto,
Ogni viltà convien che qui sia morta;
perchè, noi dietro al Guercio, e voi altri con noi, dobbiamo scendere nella buca, e dare una corsa per Genova sotterranea.
Anzitutto, a raffidarvi contro il timore di dover camminare nel buio, vi diremo che il furfante, dopo esser corso un cinquanta passi, seguendo il muro a tentoni, si fermò, diè mano ai cerini e poco stante il lucignolo acceso d'una lanterna cieca rischiarò dinanzi a lui uno spazioso androne, alto forse tre metri, che correva tra due ruvide pareti, su d'un piano inclinato di forma concava, seguendo sotterra l'asse medesimo della via sovrapposta.
Genova sotterranea, che noi sappiamo, non è stata mai particolarmente studiata nè descritta, e mi dicono che fino ad ora il Municipio non ne abbia neppure la pianta. Noi che ci siamo avventurati là dentro una volta, faremo di dirne qualcosa, aiutando i nostri ricordi con alcuni particolari più esatti e minuti che la cortesia d'un vecchio architetto ci ha posti in grado di aggiungere. Come li conosceva bene, il nostro compianto Pedevilla, tutti quegli oscuri meandri! E che Cicerone meraviglioso fu egli, per farne gli onori alla nostra curiosa giovinezza!
I nostri benevoli hanno prima di tutto a notare che noi non li terremo soverchiamente sotterra; che non seguiremo, verbigrazia, l'esempio di tanti famosi romanzieri che hanno fatto vivere i loro lettori, per una infilzata di capitoli, quattro o sei metri sotto la superficie del suolo. Oltre che noi non abbiamo tanto ingegno, nè tanta dovizia di partiti da tenerli a bada, va ricordato che le chiaviche di Genova non possono entrare in paragone coi monumenti sotterranei di Parigi; nè colle catacombe di Roma, nè colle immani cisterne di Bisanzio, nè colle vie dischiuse sotto l'Eufrate dagli antichi re di Babilonia. Genova, edificata a più riprese, secondo le crescenti necessità della sua popolazione, su d'un terreno malagevole, altro non riuscì che un lavoro di aggiunte e di rappezzamenti faticosi, così sopra come sotto, e privo, ahimè, di un concetto ordinatore. Laonde i grandi canali, invisibili seguaci delle grandi arterie cittadine, son pochi; tutti segnati in anticipazione dai letti de' rigagnoli, che separano le une dalle altre le colline digradanti dell'anfiteatro di Genova. Altri canali minori a centinaia, pochissimi de' quali son praticabili, inesplorati tutti, seguono i capricciosi meandri delle vie, viuzze e vicoletti della Superba, e ognun d'essi mette, giusta la sua pendenza, a taluno degli anzidetti canali maggiori.
Questi gran dignitarii della dea Mefite son cinque, i quali scendono, come dicemmo, a piano inclinato dalle alture; ma giunti al centro della città si stendono in linea orizzontale, e qui i topi medesimi, loro abitatori naturali, non ci vanno altrimenti che a guazzo. Se vi pigliasse il desiderio di visitarli, accettate il nostro consiglio di farvi portare in collo dai serventi addetti a que' sotterranei lavori, ed anche d'indossar vestimenta le quali non abbiano più da servirvi sulla faccia della terra.
Il primo di tutti (non già per ordine gerarchico, ma per ordine topografico) ha origine dal fossato di Sant'Ugo, là dalle parti dell'Arsenale di terra, e correndo sotto la piazza dell'Acquaverde e la Commenda di San Giovanni di Prè, attraversa la via Carlo Alberto, per metter foce in mare nel seno di Santa Limbania, di quella santa che ha comune coll'ottimo San Torpete la cittadinanza genovese, e la vergogna di non trovare anima nata che voglia portare il suo nome. Qual è, nella città dei __Baciccia__ e delle __Marinin__, la donna che si chiami Limbania, e l'uomo che si chiami Torpete? I due poveri santi non hanno divoti; ma in forma di compenso, e diremmo quasi di elemosina, San Torpete ebbe una chiesuola e Santa Limbania un seno; seno di mare, s'intende, sulla sponda occidentale del porto.
Il secondo canale nasce alle spalle dell'albergo dei Poveri in Carbonara, e passandogli tra le fondamenta, scende sotto la piazza dell'Annunziata, sotto quella delle Fontane, sotto la porta dei Vacca e va a scaricarsi in mare sotto il magazzino dei Salumi.
Il terzo, nel quale siamo ora avventurati noi, sulle orme del Guercio, dall'alto di via Gambaro, all'ingresso di via Nuova; di là per le viscere di piazza del Ferro, dei Macelli, di Soziglia, di via degli Orefici, di piazza de' Banchi (tutti luoghi ne' quali non raccoglie oro per fermo) va a sgabellare la sua mercanzia sotto il palazzo della Dogana.
Il quarto e il quinto, a dir vero, non la durano a lungo divisi. Scendono da via Assarotti e da via Palestro; si vedono, s'amano e si maritano clandestinamente sotto gli archi dell'Acquasola. Di qui, rasentando le case di via San Giuseppe (più conosciuta sotto il vernacolo nome di __Crosa del Diavolo__) la felicissima coppia scorre sotto il braccio sporgente dell'ospedale di Pammatone, e difilata per Portoria, Rivo torbido, i Lanaiuoli, i Servi e la piazza della Marina, va a nutrire con paterna cura i suoi figli adottivi, che sono (il lettor genovese l'ha già indovinato) i mùggini punto schifiltosi del cosiddetto Seno di Giano: un seno accecato, pur troppo, dal bisogno di una strada a mare, che ha pur sottratto all'amore dei Genovesi l'indimenticabile scoglio Campana.
Genova sotterranea possiede anche la sua storia, se non chiara per avventura come quella della sua sovrastante sorella, certo meno oscura di quello che si potrebbe argomentare dai suoi foschi rigiri. Negli annali di questa storia tenebrosa un'impresa che andava tentando il Guercio con parecchi suoi degnissimi aiuti, non era nuova nè strana, e gli scrittori delle cose nostre ricordano le scoverte fatte, nei secoli scorsi, di audaci furfanti, i quali per lavorare più sicuramente avevano messo dimora nelle chiaviche, e taluni, allogati per l'appunto sotto la piazza della Nunziata, dormivano alla guisa dei marinai su ranci sospesi alla vôlta. Inoltre i contrabbandieri, i frodatori delle gabelle, ebbero sempre per le chiaviche una tenerezza particolare. Parecchi dei loro anditi furono chiusi ai tempi dei nostri vecchi; quello, ad esempio, che di sotto alla piazza di Sarzano metteva al monastero di San Silvestro. E non è molto che un altro (e non certamente l'ultimo) ne fu scoperto ed asserragliato, il quale da un certo luogo della città andava a far capo nel Portofranco.
Se poi da questa geldra c'innalziamo allo stuolo degli illustri orditori di congiure, troviamo più nobili ragioni di celebrità per queste vie nascoste di Genova. Per una di esse il Raggi intese a penetrare dalle sue case nel palazzo Ducale, volendo mutar con ardito tentativo il reggimento della cosa pubblica. Per un'altra, ancora in parte conservata, il conte di Lavagna introdusse il nerbo dei suoi partigiani in città, ai danni del fortunato Andrea Doria. Infine, che diremo di più? Genova sotterranea aspetta tuttavia un cronista volenteroso; la mèsse è abbondante ed intatta.
E intatta e abbondante era quella che il Guercio si riprometteva da certi suoi scavi sotto la via degli Orefici. La sua pensata era questa: sforacchiare il terreno sotto una delle case che fiancheggiano la via, e, la mercè di un buco verticale nel pavimento, penetrare in una ricca bottega d'orefice: quindi in una notte, senza tema dei vigili, al coperto dalle sentinelle (__excubiarum securus__), far repulisti nella custodia e nelle bacheche del mercatante.
I suoi manovali erano da parecchi giorni all'opera, sotto la vigilanza dell'Architetto; che così era chiamato per celia il compare che aveva misurate le distanze e disegnato il luogo dove occorreva aprire la breccia. E quel luogo era appunto al confluente di un cunicolo laterale colla chiavica maggiore. Il cunicolo, che era stretto e quasi impraticabile, rispondeva ad un vicolo sovrastante, e rasentava le fondamenta della insidiata bottega. Ci si lavorava a disagio, e bisognava darsi il cambio; ma il lavoro andava innanzi pur sempre, e in capo a cinque o sei giorni l'impresa poteva essere condotta a buon fine.
Il Guercio, che abbiamo lasciato sul primo tratto del sotterraneo, giunse facilmente sotto la latitudine dei Macelli di Soziglia. Qui, occorrendo la parte piana della città, egli incominciò a diguazzare nel pantano; ma vuolsi notare che, pratico dei luoghi, egli aveva avuta la precauzione di cavarsi le scarpe e i calzoni, per guadare lo Stige. Qua e là per le ruvide pareti scorrazzavano topi dalle lunghe basette e dalle lunghissime code, parecchi dei quali, mal potendo aggrapparsi alle scabrezze dei muri, davano tonfi romorosi nella poltiglia, facendogli schizzare larghe e frequenti pillacchere sul viso. Buio aveva dinanzi a sè, e buio alle spalle; la luce della sua lanterna rischiarava un breve tratto dintorno, e le ragnatele, pendenti dalla bassa volta in larghi festoni, non davano comodità dì riverbero. Egli pareva un punto luminoso, un fuoco fatuo, che errasse frammezzo alle tenebre.
