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Kitabı oku: «I rossi e i neri, vol. 2», sayfa 13
– Sì; il dottor Collini per l'appunto.
– E che cosa hanno da fare insieme così spesso?
– Ma!.. – disse la signora Marianna, stringendosi nelle spalle, mentre ripigliava il suo ferro da stirare. – Ci avranno delle conferenze di religione.
– E debbono essere molto istruttive! – soggiunse Michele.
– Perchè?
– Dico così per dire. Due uomini tanto dotti, ha da essere un gran gusto a sentirli! Dove mette quell'uscio?
– Nell'andito del terrazzo.
– E dall'andito non si va nella sala da pranzo, e di là nello studio?
– Sì; ma badate! – esclamò ella sgomentita. – Se vi sentissero, povera me!
– Che! non temete; dicevo per celia. Certo mi piacerebbe sentirlo un pochino, il vostro padrone, e vedere dal buco della toppa che viso ci abbia; ma poichè avete paura, lasciamola lì, e… —
I puntini rappresentano una stretta che Michele voleva dare alla signora Marianna. Ma ella fu pronta a liberarsene.
– Non vedete? – diss'ella. – Il ferro è già freddo.
– Andate a cambiarlo, crudelaccia!
– Vado certamente. Ci ho ancora un monte di roba, e il pranzo da ammannire. —
Così dicendo, la signora Marianna si mosse alla volta della cucina.
Era ciò che voleva Michele. Appena ci fu tra lei e l'innamorato lo spessore d'un tramezzo, il nostro Michele, lesto come un giuocoliere di piazza, si cavò, anzi fece saltarsi le scarpe da' piedi, e girata delicatamente la maniglia di quell'uscio che aveva poco prima accennato, lo aperse e disparve nel vano.
Argomentate lo stupore della signora Marianna, quando tornò al suo stiratoio, e più non vide Michele. Il ferro caldo fu per uscirle di mano; e certo intervenne un miracolo a trattenerlo fra le dita.
Lo depose in quella vece sulla tavola per mettersi le mani alla fronte; ma nella confusione non badò a collocarlo sul cencio nel quale usava stropicciarlo, e la lastra rovente abbronzò una manica di camicia, che, fresca di salda, si mise a stridere compassionevolmente, a quell'atto di sbadataggine inaudita.
– Gesummaria! – borbottava intanto la donna. – Che cos'è egli andato a fare là entro? E collo scricchiolio delle suola per giunta!.. —
In quel punto le vennero vedute sul pavimento le scarpe di Michele. Respirò un tratto; ricordò che le sue pantofole di cimosa non potevano far rumore, e infilò quell'uscio medesimo per dove era sparito Michele. E lo vide, passate due camere, il suo damo ribelle; egli era in fondo alla sala da pranzo, presso l'uscio che metteva allo studio del padrone, curvo sul fianco, l'orecchio alla toppa.
Michele a sua volta la vide colla coda dell'occhio, e colla mano le fe' cenno di tornarsene alle sue faccende. E perchè ella non si muoveva, le mandò un bacio col sommo delle dita, quasi a dirle: ti voglio un gran bene, ma vattene!
Che fare con quel testereccio? La signora Marianna alzò gli occhi e le palme al cielo, e tornò ai suoi ferri, raccomandandosi a tutti i santi del calendario, che non avesse a nascerne un guaio de' grossi.
XVI
Di una finestra che fece aprire una porta.
Non se ne dolgano i lettori; lasciamo Michele ad origliare il colloquio del padre Bonaventura col suo degno discepolo, Marianna a struggersi tra l'ansietà per quella imprudenza del suo damo e il rammarico della camicia abbronzata; e saltando una settimana, ce n'andiamo a San Silvestro, o per dire più propriamente, al monastero che si fregiava di questo gran nome, sull'altura di Castello, o Sarzano, come più talenta chiamarlo.
Sarzano e Castello, chi ben guardi, è tutt'uno. Sia che allegramente deriviate Sarzano da un pazzesco __Arx Jani__, o da un più ragionevole __fundus Sergianus__, in Sarzano, era la ròcca degli antichi Genoati, e intorno a lei, sulle falde della collina, facevano ceppo le case dell'antico municipio romano; qui, nei secoli barbari, o rimbarbariti d'intorno al Mille, sorgeva il castello dalle tre torri, che lasciò il suo ritratto ad impronta delle prime monete di Genova e le sue vecchie mura ad abitazione del vescovo, per tutto quel tempo che l'episcopato tenne la potestà civile, diventata __res nullius__ nella decadenza dei conti carolingi, fino a che i cittadini non ebbero la buona pensata di ripigliarsi il fatto loro, e di mettere i consoli in luogo dei diaconi.
Rimasto in balìa della mensa vescovile (dacchè il Comune era sceso a far casa da sè) il Castello fu arso nel 1394 dalla fazion ghibellina, perchè colà dentro, secondo narra la storia, si radunavano i Guelfi, per consigliar le cose loro con Giacomo del Fiesco. Lo restaurò nel 1403 il suo successore, Pileo de' Marini, il cui nome, col pastorale e l'altre insegne, così del grado come della sua nobiltà, si vede tuttavia scolpito in pietra nera daccanto al portone del monastero.
Ma i vescovi, poi diventati arcivescovi, che avevano già posto la sede presso il duomo di San Lorenzo, non tornarono al Castello, e nel 1449, l'antica dimora del metropolitano fu venduta a Filippina Doria, genovese, e a Tommasina Gambacurta, pisana, monache ambedue, venute in età quasi decrepita da Pisa, ov'erano vissute in quel monistero di San Domenico. Il nuovo convento s'intitolò dal __Corpus Domini__.
Pochi anni dopo, Nicolò V concedeva loro l'attigua chiesa parrocchiale di San Silvestro, che dovea dare un nome più stabile al convento, mentre le monache, domenicane dapprima, si chiamarono __donne di Pisa__, fino a tanto, riunite ad esse nel 1797 le francescane d'altri conventi soppressi, tutte si posero sotto l'invocazione di santa Chiara, e si chiamarono __Clarisse__.
A questi cenni, veramente, sarebbe luogo più acconcio un libro di storia erudita. Ce ne scusi presso i lettori la divozione paesana a quella sacra altura che serba le più antiche ricordanze di Genova. E adesso mettiamo la storia da banda lasciando ai contemporanei la cura di ricordare che nel 1857, a' tempi del nostro racconto, c'erano ancora le Clarisse nel monastero di San Silvestro. Eglino poi ci consentano di aggiungere che v'era badessa una Madre Maria Concetta, zia della marchesa Ginevra. Della qual cosa, e d'altre non poche, avranno a capacitarsi con noi, se vorranno seguirci oltre la clausura, da noi facilmente violata, senza far contro alle ecclesiastiche discipline.
Passato per tante mani nel corso de' secoli, rabberciato le tante volte, non mai riedificato dalle fondamenta, notevole pe' suoi muri da levante e da mezzogiorno, che sono ancora i vecchi bastioni di mille e più anni addietro, e pe' suoi ripiani più alti che mal dissimulano il mastio della ròcca, il monastero di San Silvestro serba tuttavia l'aspetto d'un antico castello, murato a difesa delle case circostanti, a rifugio de' loro abitatori da una scorreria di Saraceni. E mezzo monastico e mezzo militare, era nel 1857 un assai triste soggiorno, con tutta la sua felice postura, l'ampiezza de' cortili, l'allegria dei loggiati, dei terrazzi e di un orto pensile sorretto dai bastioni anzidetti, sul cui ciglio si mutava in altana, munita, giusta il costume, de' suoi ripari di lavagna traforata. Là dentro era una confusione di tetti alti e bassi, di sporgenze e di vani, di linee spezzate, di archi d'ogni forma e misura; non palazzo, ma catasta di casipole; vera delizia dei pittori di paese, e di que' rigattieri della storia, che sono gli archeologi.
Tutta quella baldoria di calce e mattoni faceva mostra di sè a chi, varcato il vestibolo, o androne che dir si voglia, giungeva nel primo cortile del monastero, tagliato a sghimbescio e attorniato da un ordine (meglio per avventura disordine) di portici, lungo i quali erano cellette, sepolture, oratorii e simiglianti. Quasi in mezzo al piazzale, una piccola tettoia, sorretta da quattro pilastri, serviva a coprire un pozzo; e un rosaio ed un gelsomino dai molteplici tronchi salivano a incoronarla co' rami, lasciando ricader dalle gronde il rigoglio delle lor ciocche frondose. Ma tutto ciò non era gaio a vedersi, neppure allorquando que' mescolati viticci facevano pompa, secondo le stagioni, d'una allegra figliuolanza di gelsomini o di rose. Il luogo tutt'intorno era uggioso; quei fiori odoravan di chiuso, davano a pensare che il cespo fosse innaffiato, anzichè dell'acqua sottostante, di lagrime.
L'orto pensile era dall'altro lato del monastero, verso levante, tra l'antico mastio e il bastione, che si vede di presente aperto ad una interna gradinata per dar l'adito a scuole governative e comunali, poste colassù da pochi anni. Ai tempi delle monache, un'altra scala, ma stretta e segreta, si apriva dal mezzo di quell'orto nelle viscere della terra, e rasentando le cisterne sotto la piazza di Sarzano, scendeva al mare, a' piè delle mura, dove una buia arcata ne dissimulava l'uscita. Quel varco, certamente antichissimo e praticato ad uso di guerra, tornò mai utile ad alcuna di quelle rinchiuse? La leggenda non ha nulla da dirci intorno a ciò; la cronaca sola ci racconta che ne' primi anni del dominio di casa Savoia quella via sotterranea fu chiusa perchè le claustrali non avessero modo di frodar la gabella. Oh secolo decimonono, secolo di prosa!
Nel 1857, l'orto, il cortile, i loggiati, se non lieti, erano puliti; i porticati sapevano di santità, o d'incenso, che torna lo stesso; l'androne, ornato di vecchie lapidi, risuonava soltanto ai passi della suora portinaia e delle rare madri che dovevano in certe ore del giorno passarci, quando erano chiamate in parlatorio; il portone ferrato si apriva soltanto nelle grandi occasioni, verbigrazia per la solennità delle monacazioni, allorquando la povera novizia, scesa sul limitare a dar l'ultimo sguardo e l'ultimo saluto al mondo profano, baciava in fronte i parenti, senza ardire di mettere il piede fuori dello scalino di marmo. E noi, che non abbiamo una di queste solennità da raccontare, lasciamo il portone chiuso, e seguitiamo per l'uscio di servizio un nuovo personaggio del nostro racconto, che è mastro Pasquale, il legnaiuolo delle monache.
Non si scandolezzino i lettori timorati, nè facciano bocca da ridere i maliziosi; qui non c'è nulla che esca di riga. Mastro Pasquale aveva passo libero in monastero (s'intende quando fosse bisogno dell'opera sua) come il muratore ed il medico, quegli curatore delle vecchie pareti, questi delle vecchie abitatrici; e al pari di queste due, c'entrava senza bisogno di tenere il campanello tra mani e sbattagliar di continuo, come si adopera in certi conventi, per dare agio di scampo alle timide spose del Signore, che vanno in volta pei corridoi.
Vi parrà un privilegio; ma per verità a mastro Pasquale non gliene importava nientissimo, e n'avrebbe fatto volentieri un presente a chi gli avesse levato dalla gobba la metà, o almeno un terzo, de' suoi sessant'anni. Del resto, anche a quarant'anni egli entrava in monastero a quel modo; chè, forse pensando di nominarlo a quell'ufficio geloso, Domineddio lo aveva fatto scrignuto e sbilenco, ornandolo per giunta d'un naso cosiffatto, che, a segarne mezzo, gliene sarebbe rimasto ancora abbastanza.
Parlando di lui col confessore (non ci si domandi per carità come ci sia giunto all'orecchio) la madre Badessa era uscita in queste parole: «sia detto senza far torto all'immagine del Creatore, il nostro legnaiuolo è brutto come il peccato mortale.»
Brutto, davvero, brutto di fuori; ma buono di dentro come i tartufi. Nè si argomenti dal paragone che mastro Pasquale ci avesse buon odore; che anzi egli sapeva maledettamente di colla e di segatura, e, come ciò non bastasse, ci metteva di costa il tabacco, ch'egli fiutava di sovente, e non del migliore; il che non vuol già dire ch'egli non fosse buon gustaio, e rifiutasse il buono quando gli era profferto. Il buono piace a tutti, soleva dir lui con un proverbio vernacolo che è certamente d'ogni paese.
Da parecchi giorni alla fila, mastro Pasquale andava al monastero di San Silvestro. C'erano colà parecchi vetri rotti da rimettere; inoltre (e questo era il grosso guaio) una finestra non chiudeva più a modo, nè gli arpioni tenevano. Così stando, cioè a dire, così non istando le cose, mastro Pasquale era stato chiamato al monastero, perchè vedesse e provvedesse lui. Ed egli aveva veduto e sentenziato che, non pure la finestra, ma la intelaiatura voleva essere rinnovata; fradicia questa, e fradice le imposte, non erano più buone ad altro che a far legna da ardere. E già, mentr'egli andava qua e là pei balconi del monastero rimettendo i vetri rotti, il mastro muratore aveva messa a posto la nuova intelaiatura, nè più rimaneva altro a fare che aggiustarvi le nuove imposte, opera accuratissima di mastro Pasquale.
Fin dal giorno innanzi le due imposte erano state portate là dentro; bisognava vedere se combaciavano colla intelaiatura, che non ci fosse nulla a piallare, nè sopra, nè sotto, nè ai lati; quindi dar loro due mani di colore, imperniarle sui gangheri, stuccare i vetri, e via dicendo. Per tutte queste bisogne andava mastro Pasquale, mezz'ora dopo il meriggio, e una conversa delle Clarisse gli apriva la porta di servizio non senza dargli ad intendere che egli giungeva troppo tardi, e troppo presto; troppo tardi, perchè era aspettato fin dal mattino; troppo presto, perchè era l'ora del refettorio, ed ella aveva dovuto scomodarsi a bella posta per lui.
– Ah, Madre, non mi dica altro! – esclamò il legnaiuolo. – Ci ho avuto più a fare stamane che chi muor di notte…
– O come?
– Vossignoria sa bene; mandar pel medico in fretta e in furia; non veder giungere il prete; il campanaro a letto colla chiave del campanile in tasca; o non le pare che ci sia un gran da fare a morir di notte? Or bene, io n'ho avuto altrettanto, colla mia Tecla ammalata.
– Oh, povera donna! Gravemente?
– Questo no, grazie al cielo; ma in letto la c'è tornata. Anche a lei pesano, gli anni! E quando la Tecla è a letto, chi mette al fuoco la pentola? Ci ho due figli che, non fo per dire, sgobbano da mattina a sera, e vorrei che tutti ne avessero di somiglianti; ma l'ora del refettorio non la sgarrano di un minuto, e se la pentola non è giù dal fornello brontolano più della pentola stessa. E Pasquale col ramaiuolo, e Pasquale col pizzico di sale; insomma, la mi capisce, son io che ho da fare ogni cosa. Gran disgrazia non esser nati signori!
– Pazienza, mastro Pasquale, pazienza! – disse la conversa, mentre richiudeva il portone.
– Quella era una gran santa! – soggiunse il vecchio legnaiuolo, a mo' di commento. – Basta; tanto si muore tutti; e chi più ne soffre, più ne racconta.
– A proposito di raccontare, niente di nuovo al secolo? – domandò la conversa. – Che nuove in città?
– Non so proprio nulla; ma ci ho qui i giornali per la madre badessa.
Questi ce n'hanno di tutti i colori, nè so dove le peschino. —
Così dicendo, mastro Pasquale depose il pentolino della tinta a olio che aveva portato con sè, e cavò di tasca alcuni fogli stampati, che la religiosa servente fu sollecita a levargli di mano.
– Benissimo; – diss'ella; – prima di darli alla superiora vo' farmeli leggere dalla madre Scolastica, che legge così corrente, che gli è un gusto a sentirla.
– Non occorre; – ripigliò Pasquale, mettendo ancora una volta la mano in saccoccia; – eccone altri due che ho posti in serbo per Vossignoria. —
La conversa fece un grazioso risolino al presente e al titolo sonoro con cui la salutava il legnaiuolo, scaltro come tutti i gobbi suoi pari. Curiosità e vanità, peccati veniali; se fosse altrimenti (lo ha detto un padre della Chiesa), nessuna donna metterebbe piede in paradiso.
– Grazie; – soggiunse ella; – e adesso andatevene pure al vostro lavoro che v'aspetta, insieme con una bottiglia di quel vecchio, che n'avrete bisogno. La reverenda madre Badessa me lo ha comandato; ma io ho aggiunto mezza dozzina di cantucci, che vi daranno buon bere.
– Non saranno mai così buoni come Vossignoria; – rispose mastro Pasquale; – ma li assaggerò con piacere. E adesso, con sua licenza, se non ha altro da comandarmi…
– Andate, andate, mastro Pasquale. —
Così congedato dalla conversa, il nostro legnaiuolo ripigliò il suo pentolino, e si avviò per le scale che mettevano all'altro piano del monastero.
– La è poi una buona diavola, quella suora Bibiana! – andava egli borbottando tra sè. – Basta chiamarla Madre, e se ne va tutta in brodo di succiole. Se mi fossi aperto a lei, chi sa? Ma il proverbio dice: fidarsi è bene, e non fidarsi è meglio. Pasquale, qui ci vuol giudizio, se no… Un anno per l'altro, qui si busca un trecento lire; pigione di casa e bottega. Dunque, io dico, un occhio al lesso e l'altro all'arrosto… —
Intanto ch'egli veniva facendo in tal modo i suoi conti, mastro Pasquale giungeva al pian di sopra e metteva piede sul limitare dell'orto pensile che abbiamo già descritto ai lettori, dond'egli aveva a passare per recarsi al lavoro.
Ma innanzi di voltare da quel lato dove la finestra nuova aspettava le sue cure paterne, il nostro legnaiuolo diede una sbirciata al viale che correva tutt'intorno all'orto, tra le aiuole e il murello del bastione.
– Non c'è ancora nessuno; tanto meglio; – disse il gobbo; – così avrò tempo a piantare la batteria. —
Andò allora verso un quartierino, al quale si ascendeva per cinque o sei scalini di pietra di lavagna; cavò fuori da una piccola sala i suoi arnesi, che v'erano riposti dal giorno innanzi; levò dalla parete, dove stavano appoggiate, le imposte di finestra che aveva fabbricate, già debitamente piallate e stuccate, ma non ancora rivestite della loro tinta cenerognola; le adattò sugli arpioni, le raccostò e vide che combaciavano per bene; ed allora, spiccatane una da capo, se la recò a braccia verso il bastione.
Tornò indietro; diè di piglio ad un cavalletto che aveva colà per suo uso, e se lo messe sotto braccio; dall'altra mano prese il pentolino col quale era andato lassù, e si rifece di bel nuovo a quel punto dove già aveva portato quell'altro negozio. Tra il murello del bastione e il cavalletto, l'imposta fu alzata da terra: il pentolino fu collocato sul murello, per modo che mastro Pasquale potesse averlo sempre sotto mano; e così disposta ogni cosa, rimestata la tinta con due tratti di pennello, il nostro legnaiuolo diventato pittore incominciò a dare per lungo le prime zaffardate di cenerognolo sui regoli dell'imposta.
E intanto che dipingeva, andava canticchiando tra i denti una sua frottola, che lo aiutasse ad ingannare il tempo; e intanto che canticchiava, teneva d'occhio il viale, per tutto quel tratto che correva da lui fino all'uscio, pel quale era venuto egli stesso nell'orto.
– Ci siamo! – diss'egli, interrompendo la cantilena, pochi minuti dopo che s'era messo all'opera. – Ecco il naso della Madre Maddalena che spunta. —
E qui mastro Pasquale si fece tutto intento nell'opera sua, mandando una pennellata dopo l'altra, come un manovale che lavorasse a cottimo.
XVII
Nel quale si dimostra fin dove giungesse la scaltrezza d'un gobbo.
Quella che il nostro legnaiuolo avea battezzata per Madre Maddalena, e che diffatti si chiamava con tal nome, si affacciava per l'appunto sull'uscio. Era una monaca già attempatella; non doveva essere stata brutta in gioventù, e il suo volto era ancora piacente, sebbene sformato un tal poco da una certa pappagorgia che pareva un altro mento, di giunta a quello che aveva avuto dalla nascita. Non istaremo a dipingerla più minutamente, bastandoci pel nostro bisogno di averla accennata in due tratti; solo aggiungeremo che era vestita di scotto, specie di pannolano nero; che un velo nero di seta le copriva la testa e scendeva fino alle spalle, dando spicco maggiore agli orli d'una bianca cuffia insaldata che le nascondeva mezza la fronte, le tempia ed il collo, dove si allargava a mo' di gorgiera sul petto; che infine teneva un libro in mano; segno questo che amava la lettura, o che non aveva altro a far di meglio in quell'ora di svago.
Dietro alla vecchia Madre (bel nome di madre, com'era sprecato in quella casa della sterilità!) si avanzava a lenti passi una giovinetta, ma diversamente vestita. Ella non era una monaca, e nemmeno una novizia. Come andassero vestite le monache s'è detto pur ora; le novizie non differivano da quelle se non pel velo, che era di mussolina bianca, laddove le madri lo portavano di seta nera. Le postulanti poi andavano vestite dei loro panni, fino a tanto non fossero ricevute in noviziato.
Queste postulanti, come s'intenderà di leggieri, erano quelle fanciulle che volevano farsi monache, e dovevano sudar sei mesi ad ottenere quella grazia profumata del velo bianco di mussolina; dopo di che, accolte tra le novizie, rimanevano un anno ad aspettare il velo nero di seta.
Cosiffatti indugi posti alla solenne dichiarazione di un voto indissolubile, eterno, avevano aria di provvido temperamento donde un mutarsi di volontà potesse avere lo scampo. Ma quante delle inesperte o derelitte rinchiuse, ancorchè non sentissero in cuore la vocazione profonda, irresistibile, alla vita del chiostro, poterono uscire all'aperto, e ricuperare la libertà, questo sommo dei beni? Non durava assidua nell'animo la vergogna del mutato proposito? Non le risospingeva più addentro l'acerba memoria del mondo noncurante, della casa ahi poco materna, dei congiunti e degli amici dimentichevoli o beffardi? E d'altra parte non le assaliva un desiderio di annientarsi, di sentirsi e di apparir come morte in quella solitudine di mura? Il sacrificio di sè, non è egli la gran virtù della donna? Quel cuore che trema dinanzi ad una lama sguainata, va con sublime serenità incontro ad una vita di tormenti ineffabili. Così alla povera derelitta, quella bara aperta in mezzo alla chiesa, non appariva soltanto come un simbolo del suo separarsi dal mondo profano, ma come una vera sepoltura, rifugio sperato contro l'amarezza delle ricordanze; ed ella sentiva allora tutta l'acerba voluttà di distruggere i segni d'una bellezza spregiata, di dare a sterili adorazioni, a inani idolatrie, un cuore che la famiglia aveva respinto da sè; pareva una festa, ed era, un funerale; solenni ambedue, questo soventi volte più grato di quella a gran pezza! Il non essere ha i suoi pericolosi allettamenti; il vuoto attira. E in tal modo la fanciulla, fatta postulante per violenza o disamore dei suoi, diventava novizia per irresolutezza o vergogna, monaca per abbattimento di forze, per sacrifizio disperato di sè.
E poi? E poi, chi non sa come la carne si mortifichi, come la passione s'addormenti, e il dolore si strugga nella sua medesima fiamma? Non perdiamo noi bellezza e gioventù? Il sangue non si fa egli più tardo nelle nostre vene? Così gli spiriti bollenti svaporano; la torpida vecchiezza si volge lentamente indietro a rimirare il fatto cammino, e se per avventura non le accade di sorridere all'immagine delle angosce passate, sicuramente si maraviglia di averle così profondamente sentite. Per ciò solo la vecchiezza è saviezza; triste conforto in verità, questa saviezza, che nasce soltanto dal corrompersi della nostra esistenza, e, come il passero solitario, non fa udire il suo verso fuorchè in mezzo alle rovine!
Poi quando la povera donna ha varcato l'età delle pugne, delle pronte ribellioni dei sensi e delle faticose vittorie dello spirito, quando non ha più nelle notturne visioni il gaudio dei celestiali colloquii, che facevano odorare d'arcane fragranze, fiammeggiare di eterei splendori ogni angolo della sua cella solitaria, quando la vita è logora, e il cuore, questa lira dalle sette corde, non manda più suoni, allora ella si avvezza, la povera rinchiusa, a que' luoghi dove ha tanto patito, dove incomincia a posare. I dolori passarono; rimane la placida contentezza dei bisogni soddisfatti, delle consuetudini non turbate. La carne, già tanto combattuta, si adagia tra quelle piccole consolazioni che più non avrebbe nel mondo profano, dove non è chi serva per amor di Dio, dove ogni cosa si paga, ed anco pagando non si ottiene ogni cosa, e dove infine la famiglia, le attinenze, gli usi tutti del vivere, danno obblighi, molestie, tribolazioni, alla meglio coronata delle duchesse.
Qui, al contrario, non più affanni, nè cure moleste; lo spirito tranquillo, non isviato da importuni pensieri, non stimolato da febbrili ansietà, s'incammina chetamente, leggicchiando una meditazione, o biascicando un paternostro, per la dolce salita del paradiso. L'Imitazione di Cristo non ha più spine, o toccano a mala pena la cute; le vigilie, i digiuni, ed ogni altra maniera di mortificazioni, giungono fin dove il medico pietoso sentenzia; la cura necessaria di sè mette il __nec plus ultra__ a quegli esercizi di pietà, che tornavano tanto dolorosi alla carne ribelle di un tempo.
Tutto si rammorbidisce, tutto si spiana. E che sarebbe il mondo alla rinchiusa, se ella uscisse, malaccorta, dal nido? Troverebbe ella la cameretta acconcia, l'oratorio vicino, la mensa imbandita alle sue ore, i loggiati, i giardini, e a farla breve tutte le agiatezze di un palazzo, in uno di que' nostri quartieri cittadineschi, che paiono fatti a posta per starne fuori? E che farebbe ella poi fuor di casa, in un consorzio, del quale per la lunga interruzione del chiostro, nonchè parteciparvi, non intenderebbe neanco le gioie? Quale delle nostre case le darebbe continuati i conforti della vita comune, degli uffici sciocchi ma gravemente accettati, e dei piccoli litigi, dei piccoli cicalamenti claustrali, che riempivano le lacune dell'oziosa giornata?
Guardate quel vecchio colonnello che gode la sua pensione di riposo. La sua anima è sempre al reggimento, in quella famiglia di fuori via, che gli diede tante tribolazioni da giovine, che gli diroccò tanti bei castelli in aria, che gli guastò tante dolcezze; ma dalla quale, tardi divelto, egli pure non sa dipartirsi col pensiero. Laonde, in una casa non sua, o mal sua, egli sta sempre contegnoso, accigliato, come soleva, a capo de' suoi battaglioni. La moglie è buona, ma non ha pur troppo tutti i saldi pregi, l'arrendevole giudizio e la complice severità del suo aiutante in primo; i suoi figli son sani, di bell'aspetto, studiano anche, e sanno più che egli non voglia da essi, ma ci hanno il vizio incurabile di non giungere puntuali al rapporto; il servitore ha da stargli davanti impalato e salutare in tre tempi; la fantesca, guai a lei se non adopera la granata a dovere, perchè egli è tal uomo da metterla al passo, e già glien'ha dato come un cenno in aria, alla lontana, tanto che non esca di riga. Le esercitazioni d'un reggimento in piazza d'armi sono il suo gran passatempo quotidiano; legge alla sfuggita i giornali, per non far la ruggine in politica, ma svolge con memore affetto le pagine dell'annuario militare, che lo fanno rivivere nella famiglia passata, e medita sul regolamento di disciplina, che vorrebbe introdurre, con poche e lievissime varianti, nella famiglia presente.
Se ciò avviene così naturalmente dell'uomo, che non sarà della donna, tanto più mite di spirito, tanto più dolce di tempera? Noi medesimi abbiamo udito, or non è molto, una vecchia monaca pigliarsene una satolla contro i malvagi che s'argomentavano di voler restituire la loro libertà alle spose del Signore. E ci parlava, vecchia sessagenaria, dai vani di due grosse inferriate. Darle la libertà? In fin de' conti, che ne avrebbe ella fatto? Però ci rattristammo in udirla, ma non ardimmo dimostrarle il suo torto. La prigione è prigione a cui sembra.
Ed anco lasciando in disparte tutte le cose dette più su, non si ama egli talvolta di vivere dove s'è più lungamente patito? Quelle conscie pareti hanno le tante volte riflesso la nostra ombra, che ci pare abbiano a ritener sull'intonaco qualche particella di noi; quegli angoli serbano l'eco dei nostri sospiri; su quel pavimento c'è tuttavia l'umidore delle nostre lagrime.
Ma in questa guisa non pensava, nè poteva pensare la giovinetta postulante che seguiva in giardino i passi della Madre Maddalena. In questa giovinetta i nostri lettori hanno già riconosciuto Maria, non postulante, ma rinchiusa a forza nel convento di San Silvestro, Maria coll'anima piena di Lorenzo, Maria fieramente addolorata di non aver sue novelle, Maria tribolata da quella orribile clausura, e vicina ad impazzire al pensiero che forse non avrebbe potuto uscirne mai più, mai più sollevare colle sue deboli braccia la lapide di quel pauroso sepolcro. Che cuor fosse il suo, che negri pensieri le ingombrassero la mente, mal sapremmo descrivere. Argomenti queste ineffabili angosce chi ha fortemente amato, e in un giorno della sua vita ha desiderata, invocata la morte.
E quella mattina, la poveretta, se non più triste (che sarebbe stato impossibile), era turbata più del consueto. Quella gran signora verso la quale ella s'era sentita attrarre da una ignota possanza, per cui consiglio ella s'era ridotta là dentro, quella gran signora era venuta poche ore dianzi, era rimasta sola, lungamente sola, con lei, alla sbarra del parlatorio. Che cosa le aveva detto in quel lungo colloquio la marchesa di Priamar? La povera madre aveva parlato in quel modo che le era comandato dal terribile dilemma di Bonaventura. E i suoi intendimenti erano materni, poichè ella sacrificava sè stessa, per offrire uno scampo alla sua diletta figliuola.
Però, con molti giri e rigiri di frasi, ella aveva cominciato a toccarle del segreto in cui erano involti i suoi natali; delle gravi difficoltà che ne derivavano a lei, innocente creatura, condannata dal reo destino a viver sola nel mondo, senz'altro aiuto che la protezione, ristretta e manchevole pur troppo, di una dama di misericordia. Ella non poteva acconciarsi alla vita monastica; voleva uscir dal convento; ma come, se a lei mancava una stato, una famiglia? Entrare in casa altrui, farsi una famiglia nuova; questo era il punto. Ma chi l'avrebbe condotta in moglie, chi le avrebbe dato il suo nome, poichè ella non ne aveva uno da poter recare con giusta alterezza in quella comunione di beni morali e materiali, ma anzitutto morali, che è il matrimonio?
La giovinetta, che era rimasta fino a quel punto, e senza parole, ad udirla, non ardì profferire il nome di Lorenzo, sebbene il pensiero corresse a lui facilmente; a lui che non aveva avuto bisogno di sapere dond'ella nascesse per amarla e proteggerla come una sorella; a lui che, innanzi di partire per quella impresa disperata nella quale era impegnato il suo nome, le aveva detto una santa parola di amore; a lui che lasciava al mondo le sue viete consuetudini, le sue sottigliezze crudeli, e soleva reputare ognuno figlio delle opere proprie. Non ardì profferire quel nome, perchè ogni nobile affetto ha il suo pudore, nè ama svelarsi ai profani; ma tacendo, vide il mondo come le era dipinto da quella dama, pensò con amarezza al suo misero stato, e rimase in ascolto.
