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Kitabı oku: «I rossi e i neri, vol. 2», sayfa 14
Chi l'avrebbe sposata? proseguiva intanto la marchesa. Innanzi di crederla degna di entrare in una onorata famiglia, non si sarebbe voluto sapere il nome de' suoi genitori? E allorquando Maria timidamente notò che il segreto della sua nascita era chiuso in quella cassettina d'ebano portata via dalla casa Salvani nella sera del 29 giugno, la marchesa Lilla le aveva susurrato alle sbarre del parlatorio queste dolorose parole:
– Figlia mia (consentite che io vi chiami con questo nome poichè siete sola al mondo, e nessuna donna, pur troppo, sorgerà a contrastarmelo), se questo segreto, quando fosse svelato, dovesse coprir di vergogna la vostra povera madre, che forse, che certo vi ama, e non può confessarlo ad alta voce?.. —
E la marchesa non aveva soggiunto altro, vedendo Maria reclinare la sua bella fronte tra le palme e dare in un pianto dirotto.
Dopo una lunga pausa, durante la quale fu fatto il più triste soliloquio che penna umana potesse descriver mai, la fanciulla sollevò verso la marchesa Lilla i suoi occhi lagrimosi.
– Si salvi mia madre! – esclamò ella, con accento di sublime tenerezza. – Viva, io non la farò arrossire per me; morta, non infamerò la sua memoria. Mi farò monaca. —
La marchesa di Priamar sentì come uno schianto al cuore. L'affetto di madre palpitava là dentro; e la madre sentì quanta virtù di sacrifizio ci fosse, quanta disperazione, in quelle poche parole, così semplici e schiette. E fu lieta di poter ricusare quell'olocausto; lieta in quel punto di offrirsi ella in sua vece, vittima espiatoria, al feroce gesuita, al comune nemico.
– No! – rispose ella, guardando amorevolmente sua figlia. Fiammeggiarono gli occhi della fanciulla; il suo volto, le mani, la persona tutta si tese verso l'inferriata, come per avvicinarsi vieppiù a quella parte donde le veniva l'inaspettata parola.
– No, voi dite? E come? Ve ne prego, ve ne supplico a mani giunte, o signora; come uscirò io da questo orribile luogo? —
L'esaltazione della giovinetta turbò grandemente la marchesa, che si provò a chetarla con amorevoli parole; ma non ne venne a capo se non col ripeterle che veramente avrebbe potuto uscir dal convento. E allora, vedutala più tranquilla e tutta intenta ad udirla, si fece a parlarle della possibilità di trovare un uomo, giovine e piacente, chiaro per bontà di costumi, che potesse darle il suo nome onorato. Trovato quest'uomo, che non era difficile (anzi ella aveva già posto gli occhi sopra un tale che certamente non avrebbe ricusato). Maria avrebbe avuto una dote, non indegna dell'onorevole parentado, una dote che ella stessa, marchesa di Priamar, avrebbe data del suo, poichè era libera, padrona di sè, senza conforto di prole. Per tal modo Maria sarebbe stata felice tre volte in un punto; felice di uscire dal monastero, felice di avere uno sposo che l'avrebbe adorata, felice di trovare in lei una seconda madre, in luogo di quella che la poverina non aveva mai conosciuta.
Maria si fece smorta in viso a quel ragionamento della signora. La sua allegrezza era durata poco. Un freddo acuto le corse per ogni vena. Ma quell'angoscia le parve soverchia; le parve impossibile che Iddio dovesse dare un così aspro martirio alla sua creatura; e accolse, colla istintiva cura di chi si sente mancare il suolo sotto i suoi piedi, un'ultima speranza, la speranza che quell'uomo, il cui nome non era stato ancor profferito dalla marchesa, potesse esser egli, Lorenzo, il suo adorato Lorenzo.
– Il nome? – chiese ella trepidante. – Il nome di quest'uomo?
– Il dottore Ernesto Collini; – rispose la signora.
– Ah! – proruppe Maria, e si strinse le palme al petto, quasi per tema che il cuore avesse a scoppiarle. L'ultimo fil di speranza a cui s'era aggrappata, le si spezzava tra mani, ed ella si sentiva precipitare nell'abisso.
Lilla ben si avvide del senso doloroso che quel nome aveva fatto sull'animo della fanciulla.
– Ma voi non lo conoscete, figliuola mia! – diss'ella con voce affettuosa.
– Non lo conosco? non lo conosco? – incalzò con veemenza la giovinetta. – Così non avessi io mai udito profferire il suo nome! Per lui, per quest'uomo, ho provato le prime angosce della paura; per lui, Lorenzo, il mio fratello d'adozione, il mio unico sostegno, la mia unica difesa in questa terra di dolore, ha posto a repentaglio la vita. Poteva morire; il marchese di Montalto è un forte schermitore… Ah, signora! prenderò il velo. Iddio non vuole aiutarmi; morrò.
– Calmatevi, figliuola mia, ve ne prego.
– Sì, sono tranquilla, non vedete? – proseguì la giovinetta, atteggiando con supremo sforzo le labbra al sorriso – Ma permettete, o signora, che io mi ritiri. Ho bisogno di raccogliere i miei pensieri; la mia mente è confusa. —
Così era finito quel doloroso colloquio. La marchesa Lilla se n'era andata, colla tristezza nel cuore, dopo aver raccomandata la giovinetta alle cure della Madre Maddalena, che era ritornata in parlatorio per ricondurla nella sua camera.
Quel dì la povera giovinetta non pose il piede in refettorio, ma stette nella sua piccola cella a considerare le sue speranze perdute, la sua vita distrutta. Già da lunga pezza era sventurata; la miseria regnava nella casa fraterna; ma la libertà, che è sì cara, stendeva l'ali consolatrici sul suo telaio da ricamo, in quella cameretta dov'ella faticava da mane a sera, ma dove le tornava così dolce il lavoro, quando ella ne cavava il frutto, a sollievo delle comuni strettezze. E le sue prime angosce, allorquando indovinò gli amori di Lorenzo per la Cisneri, allorquando il morso della gelosia svelò a lei stessa, fino a quel punto ignara, il segreto del suo cuore, che erano mai, innanzi al martirio che ella durava dalla sera del 29 giugno fino a quel giorno? Quei tre mesi erano stati per lei una spaventosa progressione di mali.
E non poter più piangere! Ella non aveva più lagrime, o le avevano fatto nodo intorno al cuore. Le fauci aride come gli occhi, le braccia e il petto prosteso sul suo letticciuolo, ella non metteva singhiozzi, ma rantoli. Povera Maria, povera vittima di colpe non sue!
In questo mezzo, la Madre Maddalena, a cui era data in custodia la giovinetta, giunse tutta anelante dal refettorio. Aveva fatte due scale, la povera Madre; ella che di consueto, finito il pasto, se ne stava tranquillamente a meriggiare nella strombatura d'una finestra, era salita in fretta (vogliam dire senza por tempo in mezzo, che quanto al correre gli è un altro paio di maniche) fino al pian di sopra, per invigilare sopra sua figlia, come soleva chiamarla per monastico vezzo. Tutti la chiamavano figlia, quella povera fanciulla; e intanto ella non aveva una madre, a cui chiedere aiuto!
La Madre Maddalena era una buona pasta di donna ci pare d'averlo già detto; non poteva patire la gente piagnolosa, a cagione dei nervi, che aveva sensitivi oltremodo, quantunque fasciati per bene dall'adipe; la tristezza altrui le dava il mal di capo. La qual cosa, messa di costa al dover salire lassù, le incresceva non poco; ma tolse in santa pace quella nuova tribolazione, e ne fece anzi un'offerta al Signore, che non sapremmo dire se l'accogliesse, o no. Quel che sappiamo si è che la Madre Maddalena giunse nella cella di Maria, scosse quel corpicino snello, bufonchiò alcune sue esortazioni all'orecchio della fanciulla, e finalmente la consigliò di uscire un tratto in giardino, che un po' d'aria e di luce le avrebbe recato sollievo. Maria le tenne dietro a guisa d'automa. Quella era a un dipresso l'ora della ricreazione, in cui soleva ogni giorno recarsi nel giardino del monastero, che era quasi sempre deserto.
Era una stupenda giornata; il cielo sereno, color di zaffiro; il sole alto illuminava tutto il giardino quant'era largo e lungo, salvo in una lista di terreno su cui disegnava la sua grand'ombra l'antico mastio di quella cittadella ridotta a convento; l'aria non era calda, ma tiepida, come suole in autunno, che il raggio solare ha smesso alquanto della sua forza; e parevano beverla avidamente alcune piante di malve e girasoli, tristi fiori, che si trovavano soletti, come smarriti, in mezzo ad una mescolanza d'ortaglie. Botanica claustrale!
La giovinetta, come fu giunta in capo al viale dalla parte di levante, si sentì spossata, e si lasciò cadere su di un sedile di lavagna, che era appoggiato al murello. Ma la prudente monaca, che non faceva punto a fidanza col sole, proseguì pel viale a mezzogiorno, fino all'altro da ponente, dov'era l'ombra desiderata, e dove si messe a passeggiare con lento metro, leggicchiando di tanto in tanto un versetto del suo libriccino di digestione (altri direbbe di devozione), badando ben bene, quando era ai punti estremi della sua passeggiata, a non uscir fuori dall'ombra anzidetta, che la parte superiore dell'edifizio mandava sul piano dell'orto.
Per tal modo rifacendo ad ogni tratto il suo breve cammino, la Madre Maddalena poteva vedere il profilo di Maria, che se ne stava immobile, collo sguardo fisso, in apparenza tranquilla. A che pensava la giovinetta? Dove guardava? Neppur ella avrebbe saputo dirlo; nella sua mente era una confusione di forme vaghe e mutevoli, come avviene a chi sia travagliato dalle visioni d'un sogno febbrile: e rimaneva così attonita, stordita, senza pensare, senza veder altro dintorno a sè, che le dolorose immagini della sua vita.
Intanto il nostro Pasquale seguitava a mandar su e giù tratti disperati di pennello. La Madre Maddalena gli era passata daccanto, ed egli, tirandosi prontamente da un lato e cavatosi rispettosamente la berretta, s'era sprofondato in un cosiffatto inchino, che la gobba aveva soverchiata la testa, e se avesse avuto occhi avrebbe potuto contargli i peli vani sulla nuca rugosa. Poi, ripigliata quanto più gli venne fatto la postura verticale, lo scaltro legnaiuolo tornò da capo a inzaffardare l'imposta colla sua tinta a olio, facendo tra una pennellata e l'altra l'occhiolino alla fanciulla che gli sedeva di rincontro.
L'occhiolino, sissignori; ma non vi date a credere che mastro Pasquale, co' suoi sessant'anni sulla gobba… Neanche per sogno! Mastro Pasquale ci aveva le sue brave ragioni, e punto personali, a guardare di quella guisa e fare i suoi versacci a quella bellissima immagine della tristezza. Or come avvenne che gli occhi di Maria cascassero sulla grama persona di mastro Pasquale, non sapremmo dirvi, e forse non metterebbe conto, chi pensi ch'ella era così poco lontana da lui e che quel dimenìo delle braccia del legnaiuolo pittore doveva, po' poi, anco macchinalmente, attrarre lo sguardo. Del resto Maria aveva già veduto il dì innanzi quell'uomo, ed aveva anzi considerato com'egli, vecchio e sgraziato delle membra (segnato da Dio, diceva il popolino) fosse più felice di lei a gran pezza. Forse egli aveva una famiglia; anzi di certo; che l'artigiano ha mestieri di questo conforto, assai più del ricco e del fannullone. Faticava da mane a sera; quelle spalle gliel'aveva fatte curve il lavoro, in quella medesima guisa che a lei il lavoro aveva fatti sovente gli occhi rossi. Ma almeno era libero; libero come lei una volta, e i suoi più santi affetti non pativano contrasto d'altrui volontà.
Questo pensando ancora in quel giorno, le occorse di rimirare più attentamente il legnaiuolo. Si addiede allora delle occhiate e dei versacci eloquenti di lui, e stette tra curiosa e stupefatta a guardarlo. Questo voleva Pasquale, che, seguitando cogli occhi e colle labbra le smorfie, colla destra mano a trar giù pennellate ficcò la manca tra le risvolte del suo giubberello e fe' sbucarne timidamente fuori il corno dell'argomento, vogliam dire d'un foglietto di carta.
Era una lettera, sì certamente; non poteva esserci inganno, e quella lettera era per lei.
Il cuore le palpitò forte. Per la prima volta in sua vita ella usò un artifizio (del resto innocentissimo) volgendo gli occhi con aria sbadata ai monti lontani, poichè aveva veduto la Madre Maddalena dipartirsi dal suo viale ombroso per venire alla sua volta.
Mastro Pasquale capì da quel gesto che l'inimico gli era alle spalle, e lasciata ricader la lettera nel taschino, proseguì alacremente il suo lavoro, senza scomodarsi neanco, allorquando da monaca gli fu presso per andar oltre. Così intento com'era a' suoi negozi, come poteva egli accorgersi dell'avvicinarsi di lei?
– Figlia mia, questo sole vi farà male; – disse la vecchia custode, in quella che andava verso Maria. – Siete rossa in volto come una brace.
Non era il sole, quello che avea fatto arrossire Maria, sibbene la vergogna del suo atto, e più ancora delle parole che avrebbe dovuto soggiungere, per non aversi a muovere da quel posto.
– No, Madre, non mi fa male; – rispose ella. – Sento anzi che questa luce tiepida mi rinfranca. Ve ne prego, lasciatemi rimanere ancora per pochi minuti, poichè mi sembra che a questo sole mi si sgelino le ossa. —
E così dicendo, prese la mano alla vecchia e la baciò rispettosamente.
La Madre Maddalena aveva una bella mano, e l'atto non le dispiacque.
– Sia come volete, figliuola mia; – ripigliò. – Per me, amo meglio un po' d'ombra, e me ne torno al riparo. —
Ciò detto, rifece la sua strada, non senza ricevere un altro inchino dal legnaiuolo. Il quale, a mala pena l'ebbe lontana due passi, tornò al giuoco di prima, e visto che la giovinetta guardava a lui, cavò rapidamente, il foglietto bianco dal seno, e col pretesto di intingere il pennello nel pentolino, s'accostò al murello, vi depose il foglietto, per modo che uno dei capi restasse trattenuto da quell'arnese fuligginoso, tanto che non cadesse giù, tra il ciglio del murello e le lavagne traforate che correvano tutto intorno, a riparo dagli sguardi profani.
La fanciulla seguiva degli occhi tutti quei maneggi di mastro Pasquale, senza scorgere ancora in qual modo ella avrebbe potuto adoperarsi, per avere quel foglietto tra mani, così lontano com'era.
Ma il gobbo non era uomo da lasciare una impresa a mezzo. Posto il pennello a dormire nel pentolino, allungò le braccia ai due regoli maestri dell'imposta, li abbrancò saldamente, e a nervi tesi sollevò quel suo arnese dalla postura orizzontale. Quindi, fatto un cenno eloquente col mento e cogli occhi alla fanciulla (gli occhi si volgevano a lei, il mento accennava al pentolino), alzò l'imposta a bilico sulla testa, e glorioso come Sansone quando se ne tornò agl'Israeliti colle porte di Gaza sulle spalle, mosse alla volta di quel viale ov'era andata la Madre Maddalena, e dove, se i lettori rammentano, era per l'appunto la scalinata che metteva alla camera de' suoi strumenti, e a quel medesimo balcone pel quale aveva fatta la sua legnosa fatica.
Bravo Pasquale! Quello era un colpo maestro, ma bisognava compir l'opera. E non dubitate; ci aveva di molti ingegnosi trovati nel suo scrigno, il gobbo legnaiuolo.
La vecchia monaca che lo vide giungere, e dovette cansarsi per lasciarlo passare si trattenne a' piè della scalinata per dirgli:
– Avete già finito, maestro?
– Oh no, Madre reverendissima; alla mia età non si corre più tanto. Questa ci ha già la prima mano; ora mi metto attorno all'altra; la seconda mano la darò quando saranno a posto tutte e due, e coll'aiuto di Dio prima di sera ci avranno anco i vetri stuccati.
– Bravo, bravo; lavorate senza posarvi.
– Eh, come si fa? Bisogna pur dargliene, a tre femmine, sia detto con licenza di Vossignoria reverendissima. Quel che i miei due maschi guadagnano, basterebbe a mala pena pel pugno di sale; e il paiuolo brontola, quando non ci si butta nulla. —
La Madre Maddalena sorrise, come chi non ha più nulla a dire; e mise il piede innanzi, per continuare la sua passeggiata. Per tal modo ella avrebbe potuto scorgere la giovinetta dall'altro lato dell'orto. Ora ciò non faceva comodo al nostro Pasquale.
– A proposito, reverendissima, – diss'egli, standosene colle spalle al muro, affinchè la monaca, fermandosi da capo per rispondergli, non avesse a guardare dall'altra banda, – io debbo render grazie a questo santo monastero…
– Di che?
– Oh, Vossignoria fa le viste di non saperlo. Queste sante Madri vogliono sempre darsi molestia per me. Quella bottiglia di vino, que' cantucci che sanno di paradiso… Oh, non li tocco io…
– E perchè?
– Perchè quella non è pasta pe' miei denti. Il buono piace a tutti, ed anche a me per conseguenza. Ma Vossignoria mi compatirà; ci ho quella povera donna di mia moglie, che non istà troppo bene. E allora ho detto a me stesso: Pasquale, pensa a tua moglie, che non ci ha i buon bocconi, i confortini, i brodetti, come le signore, quando vien loro un po' di male, e non può certo mandar giù la sbroscia che passa il convento.
– Siete un buon marito, – interruppe la monaca, – e san Giuseppe vi aiuterà.
– Gli è il mio santo due volte; – ripigliò il legnaiuolo. – Ora, con licenza di Vossignoria…
– Fate, fate; – e così dicendo, la Madre Maddalena si messe in moto.
Pasquale non aveva più bisogno di lei, perchè aveva veduto colla coda dell'occhio la giovinetta accostarsi al murello, prendere il foglietto e tornarsene con lenti passi al luogo ove era prima seduta.
Ma in quella che la Madre Maddalena si muoveva per un verso lungo il viale e il gobbo legnaiuolo per l'altro verso la scalinata, un grido soffocato, un tonfo, li fecero rimaner sospesi ambedue, quindi pigliar l'abbrivo alla volta della fanciulla.
Che era egli avvenuto?
La giovinetta, come s'è udito, aveva tolto il biglietto, e, rivolgendosi dall'altra banda, s'era fatta a nasconderlo in seno. Ma il cuore le batteva fortemente; la colse un gran desiderio di leggere. Era un foglietto piegato in quattro. Lo aperse, tenendolo vicino al petto e andando oltre a capo chino, in atto di meditazione; lesse i quattro o cinque versi di scritto che c'erano; tosto le si offuscò la vista; si sentì venir meno, e senza aver più la forza nè il tempo di nascondere quel foglio, che le si aggrovigliò tra le dita irrigidite, cadde svenuta sul lastrico del viale.
XVIII
Come qualmente mastro Pasquale perdesse il pentolino.
Il legnaiuolo, quantunque, per aver già salito due scalini, fosse molto più indietro, non tardò a raggiungere la Madre Maddalena, che correva a passo d'anitra lunghesso il murello. Ma il diavolo volle (fu proprio il diavolo?) che la corsa di mastro Pasquale fosse rattenuta dal cavalletto ch'egli aveva lasciato pur dianzi in mezzo al viale, e il tempo ch'egli pose a mettere quell'arnese da banda, fu guadagnato dalla vecchia monaca, che potè giungere, ad una con esso lui, presso la fanciulla svenuta.
Il primo sguardo del gobbo fu pel biglietto; ma non lo vide, per quanto girasse gli occhi tutto all'intorno. Allora egli si fece a sollevare la giovinetta da terra, mettendole rispettosamente un braccio sotto le spalle, e tentando di ricondurla, senza brancicarla di troppo, al sedile. Tra tutt'e due ne vennero a capo, e già mastro Pasquale incominciava a respirare, pesando che la fanciulla avesse avuto tempo a nascondere in tasca il foglietto, allorquando vide la monaca chinarsi a terra e metter la mano su d'un batuffolo di carta che era uscito in quel punto dalle dita di Maria.
– Che negozio è questo? – esclamò la Madre Maddalena, in quella che spiegava sollecitamente quel foglio tra mani.
Mastro Pasquale fece le viste di non avere udito; ma mentre si adoperava a collocare in miglior modo la fanciulla sul sedile, notò che la monaca leggeva lo scritto, inarcando le sopracciglia e battendo le labbra in segno di corruccio.
– Gesummaria! – gridò la monaca, appena ebbe finito. – Vo a chiamar la madre badessa.
– E le dica che porti dell'acqua! – aggiunse Pasquale, che non sapeva più in che acque si fosse.
La vecchia monaca non gli badò più che tanto, e andò più speditamente che non fosse suo costume verso l'uscio dell'orto, dove si messe a strepitare come un'ossessa, chiamando la superiora, il capitolo, le, converse, la comunità tutta quanta.
Pollione, il malcapitato proconsole delle Gallie, quantunque scombussolato dalle furie di Norma e dalle sue minacce contro la povera Adalgisa, fu molto più saldo ai tre colpi percossi sul sacro disco dalla gran sacerdotessa d'Irminsul, che non fosse mastro Pasquale all'udire quell'altra druidessa che suonava a stormo sul ballatoio.
– Diamine! – borbottò egli tra' denti. – La frittata è fatta, e mi toccherà mandarla giù senza vino. Purchè, quelle befane non mi cavino gli occhi!.. Ahi, ahi! eccone già due… tre… quattro… Sbucano dalle quinte come le streghe in teatro. —
In nostro gobbo, chi nol sapesse, aveva speso i suoi cinquanta centesimi per andare tra la gente alta, in un teatro di second'ordine, a vedere il Maccabeo, com'egli diceva, storpiando popolescamente il titolo d'un melodramma verdiano.
Frattanto, insieme collo stuolo delle monache, giunse una conversa (quella ch'egli chiamava riverentemente la madre Bibiana) con una brocca d'acqua tra mani. E qui bisogna dirlo ad onore di mastro Pasquale, non badando al susurro, al tramestio che facevano quelle sante madri intorno a lui, non pensando più che tanto al suo danno imminente, egli si adoperò, stiam per dire colle mani e co' piedi, a far rinvenire la giovinetta, che fino a quel punto non aveva dato segno di vita.
– Povera piccina! – pensava egli, mentre le veniva spruzzando il viso. – Vedete mò, le buone notizie, quando vengono improvvise! Ho forse fatto male. Ma come si poteva fare diverso, con quell'altra alle costole? —
Tutto il sacro capitolo gli si stringeva curiosamente alle spalle. Ce n'erano d'ogni forma e d'ogni età, come diceva Leporello, grasse e magre, alte e basse, vecchie e giovani, belle e brutte; queste a dir vero più numerose dell'altre. Talune, dal mento fiorito di peli e dall'accento mascolino, apparivano, anzichè monache, carabinieri travestiti; talaltre, dal naso imbrattato di tabacco, dagli occhiali inforcati, dalla voce chioccia, si poteva argomentare che fossero consiglieri d'appello; nè ci mancava l'avvocato fiscale, che sotto le spoglie di Madre Maddalena, poteva mettere innanzi il corpo del reato e chiedere la condanna del colpevole ai signori giurati.
La povera Maria, tornata finalmente in sè, fu per comando della superiora portata dalle converse nella sua cella. Pasquale avrebbe voluto far lui quella impresa; ma un no imperioso gli avea fatte cadere le, braccia. Pensò allora di tornarsene ai suo pentolino, e mogio mogio sbiettò dietro un filare di viti.
– Chi mi scampa, adesso da quelle megere? – pensò egli; che, parlando con sè medesimo, non si reputava obbligato a tanti riguardi. – Se potevo giungere all'uscio, infilavo le scale, e buona notte! Ora, invece, eccomi colto come una volpe alla tagliuola… —
Mastro Pasquale aveva una battisoffia in corpo, da non dirsi a parole. Se avesse studiato mitologia, si sarebbe ricordato di Orfeo, e della mala fine che fece tra le Baccanti che ognuna ne volle uno spicchio.
– Dove andate, quell'uomo? – tuonò improvvisamente la voce della badessa.
– Ahi, ahi! Son già diventato quell'uomo! – borbottò il povero gobbo. – Con sua licenza, Madre reverendissima – rispose ad alta voce; – vado a dare una mano di colore; se no, mi secca nel pentolino.
– Non importa; venite qua! —
Mastro Pasquale ci andò come la biscia all'incanto. Teneva gli occhi bassi, ma non tanto che non gli fosse dato vedere il malaugurato biglietto tra le dita della badessa.
– Ho capito; – disse tra sè, – ci siamo! —
E armatosi di coraggio, quanto più gli venne fatto tirarne su dai precordii, sollevò la fronte a guardare l'eccellentissimo tribunale.
– Che cosa significa questo foglio di carta? —
Il legnaiuolo fece l'atto di stringersi nelle spalle, e spinse fuori il labbro inferiore; maniera volgare, ma eloquente, di dirle che egli non ne sapeva un bel nulla.
La madre badessa allora, volgendosi alle monache, e in mezzo alle loro esclamazioni di orrore, di raccapriccio, lesse ad alta voce il biglietto.
« – Non temete, signorina, non vi perdete d'animo; mostrate di accettare ogni cosa che vi si proponga. Lorenzo è in Genova; egli e i suoi amici vegliano su di voi; vi salveranno ad ogni costo, e tra breve.» Questo infame biglietto, che desta un senso di esecrazione in tutte le Madri qui raccolte, – proseguì la badessa, volgendosi da capo a Pasquale, – non può essere stato portato qua dentro se non da voi, confessatelo!
– Non so nulla, io, non so nulla! – gridò il legnaiuolo.
– Ah, nulla? proprio nulla? Bravo, Pasquale! Questo è il modo di governarsi in un sacro luogo? Questo è il modo di corrispondere alla fiducia che s'era posta in voi, nella santità dei vostri costumi? Vergognatevi! Avete già un piè nella fossa, e in cambio di mettervi in grazia al Signore, vi macchiate di sacrilegio, pagate di questa moneta la nostra bontà, il guadagno che fate da tanti anni in questo convento…
– Oh, per questo, – interruppe Pasquale, che vedeva andar la predica per le lunghe, e tanto, o prima, o dopo, bisognava rompere il ghiaccio, – la non si metta sui trampoli. Vossignoria reverendissima. Trecento lire genovesi, da ottanta centesimi l'una, e chiamato quassù tre volte almeno per settimana, ora per una cosa or per l'altra, che più ci ho rimesso di scarpe!
– Sì, neh? – entrò a dire Bibiana, la conversa; – e il bicchier di vino e i cantucci da inzupparvi dentro, che vi si davano ad ogni tanto, non li mettete in conto, bocca mia dolce?
– Mille grazie. Reverendissima! – ribattè l'altro alla conversa, con un piglio ironico che fece increspar le labbra a più d'una di quelle Madri. – Ed Ella non le mette mica in conto, le gazzette che io…
– Basta, basta! – gridò la badessa, dando sulla voce a lui e accennando alla conversa che si tenesse la lingua tra' denti. – Non è da noi il trattenerci qui a garrire con un pari vostro, così indurito nelle male opere.
– Metta che io sia una stiappa di merluzzo; – non potè tenersi dal rispondere il gobbo.
– E bisognerà dare un esempio; – soggiunse la badessa, senza scomporsi.
– Purchè non si tratti d'unghiate, io me la rido; – pensò mastro Pasquale. E stette imperterrito ad aspettar la sentenza.
– Meritereste di andare a marcire in una prigione; – proseguì la giudichessa; – ma noi non useremo i mezzi della giustizia umana, bastandoci i castighi della divina, che vi attendono, se durate nel vostro peccato. Quella è la porta, e badate! non metterete più piede qua dentro.
– Che io mi possa rompere il nodo del collo se ci torno! – gridò sollevato il legnaiuolo, in quella che sguisciava in mezzo a due file di monache per correre all'uscio. – Se ne cerchino pure un altro, le Signorie loro reverendissime!
– Oh, non ne mancheranno di certo, e più rispettosi di voi; – disse la madre badessa.
– E più timorati di Dio; – aggiunse la madre Maddalena.
– E meno gobbi! – chiuse la conversa Bibiana, che aveva, come il lettore argomenta, la sua vendetta da fare contro il manigoldo che le aveva data la baia.
Non l'avesse mai detta! Mastro Pasquale, che era gobbo come un dromedario, e da quella parte lì non pativa la celia, si rivoltò come una vipera a cui sia pestata la coda.
– Gobbo a me? Brutte streghe! gobbo a me? Sono i peccati delle Signorie Loro reverendissime, che mi tocca portar sulle spalle, e tutti i giorni s'accresce la soma. Vedete bel modo di trattare i galantuomini! Gobbo a me! Con questa gobba io ho trovato moglie, e Lei colla sua bazza non ha trovato nemmeno un orbo che la volesse per accompagnatura.
– Bibiana, – tuonò la badessa con piglio severo, – quest'oggi e dimani rimarrete a far penitenza. E voi andate una volta, malcreato!
– Ah sì? anche malcreato? – gridò il legnaiuolo, più inviperito che mai, piantandosi vicino all'uscio, come Aiace sul vallo. – A me gobbo? a me malcreato? Streghe, befane, versiere, biliorse, arcaliffe, che nemmeno il diavolo le vorrebbe in cucina per fargli la zuppa! Ma, l'hanno a pagar cara! Venga chi so dir io al comando, e se n'andranno tutte quante in mezzo alla strada, se n'andranno!
– Scellerato! Lo sentite? – esclamò la badessa, volgendosi con aria stupefatta alle suore.
– Sì, e voglio che mi sentano perfino da Mascherona, e dal pozzo di Sarzano! – incalzò il gobbo. – Sì, l'ho detto e lo ripeto, in mezzo alla strada!
– Sta bene, – soggiunse un'altra delle Madri; – intanto andateci voi.
– E non troveranno un cane che faccia loro la limosina di un osso.
– Santa pazienza! – esclamò la Madre Maddalena.
– Ma andate, suvvia! – gridarono allora, facendoglisi incontro, parecchie delle più robuste.
Orfeo capì allora che non c'era più tempo da perdere, e passò incontanente la porta. Le Madri finalmente respirarono; ma Pasquale non aveva anche finito, poichè, comparso da capo nel vano, alzò il braccio, tese l'indice in atto di maledizione, gridando con quanto fiato aveva in corpo: – se n'andranno; sì, se n'andranno! —
E fu la sua ultima: dopo di che scese le scale brontolando, seguito dalla conversa, che gli aperse la porta di servizio e gliela richiuse tosto sulla gobba.
Egli era già in istrada, allorquando, vedendosi colle braccia penzoloni e le mani inoperose, si sovvenne del suo pentolino, che nella fretta aveva dimenticato lassù.
Tornò indietro, col proposito deliberato di bussare e andarsi a pigliare il fatto suo; ma quando fu per abbrancare la corda del campanello, un'altra cosa gli sovvenne, cioè il voto che avea fatto pur dianzi di rompersi il nodo del collo, se riponeva piede nel monastero. Ora mastro Pasquale era superstizioso, e portava al suo collo quel ragionevole amore che ci hanno, si può dire, tutti i figli d'Adamo.
– Se me lo rompessi davvero? – pensò il legnaiuolo. – No, no, Pasquale; la donna che te l'ha fatto, l'è ita in gloria, e non potrebbe più fabbricartene uno nuovo. Aggiungi, che da questo ginepraio ne sei uscito a buon patto, e la Provvidenza non s'ha a tentarla due volte. Ma adagio un tantino; ne sono io poi uscito tanto a buon patto? Un trecento di lire le buscavo, e dove quelle andavano, non ne occorrevano altre. Ora, chi m'avesse visto e udito poc'anzi, trar calci a quella moneta, non m'avrebbe tolto pel banchiere Parodi? Sicuro, il cognome ce l'ho, e il banco del pari; ma un banco da menarvi la pialla; il cognome, poi, posso andarmelo a spendere! —
In questi discorsi il nostro Pasquale era sceso dall'erta di Mascherona, per andarsene poco lontano, dove ci aveva casa e bottega. Ma più s'avvicinava ai dolci penati, e più gli sbollivano le ire.
