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Kitabı oku: «Raggio di Dio: Romanzo», sayfa 12

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Capitolo XII.
La Sfinge regale

Ferdinando d’Aragona non era stato in sua gioventù nè bello nè brutto. Di carnagione più giallo che bianco; larghe le guance ed angusta la fronte; lungo il naso e breve lo spazio tra il naso e il labbro superiore; ombreggiato questo da due baffettini tagliati corti sulla tumida bocca; tondo il mento e piuttosto prominente; gli occhi grossi e sgusciati, donde aveva un’aria un po’ sciocca; queste le note principali del viso, e non tali da offrirvi una immagine di Apollo. Ma la gioventù, quando c’era, attenuava i difetti; una folta capigliatura nera, scendente fin quasi all’arco delle sopracciglia, ne scusava la poca eleganza; e il giovanotto, finalmente, era re. Gli anni, poi, avevano mutato l’aspetto di quel re, non in tutto a suo benefizio, per quanta gravità gli aggiungessero. Spariti i baffi, appariva un tantino più lungo il naso, e le labbra sporgevano più tumide. Gli occhi avevano piuttosto acquistato che perso; ma l’acquisto era di due borse nel basso delle occhiaie, e di certi pendoni sopra le palpebre, che velando quegli occhi a mezzo non li aggraziavano punto. Portava sempre lunghi i capelli fino all’altezza delle spalle; ma erano capelli grigi, e non bene ravviati; nè più dalla fronte scendevano all’arco delle sopracciglia. Ma a questo guaio rimediava il copricapo, di velluto nero, mezzo berretta e mezzo corona, che il re Ferdinando, fattosi maturo negli anni, non si levava mai nel cospetto della gente. La corona appariva sul davanti del copricapo in tutta la sua maestà; spariva presso alle tempia, sotto i capi d’una rivolta che correva tutto intorno alla testiera. Indossava una tunica lunga oltre il ginocchio, anch’essa di velluto nero, dal cui sparato, trattenuto con lacci di seta, appariva il bianco della camicia pieghettata. Una giornéa di broccato cremisino, colle rivolte di vaio, senza maniche, aperta davanti, lasciava vedere il collare di gran mastro d’Alcántara, scendente sul petto, ma senza abbondanza di catena. Era modesto, quel re, non amava sfoggiare il suo grado: mezza corona e mezza berretta; detto questo, non ci sarebbe altro da aggiungere.

Ma l’abito non fa il monaco, e Ferdinando d’Aragona sapeva ben dissimulare il suo orgoglio di re. Lo obbligavano a ciò le stesse circostanze tra cui esercitava il potere supremo. Era quello il tempo che le monarchie d’Europa si venivano formando, in mezzo a difficoltà non poche nè lievi, costretto a destreggiarsi di continuo per girare gli ostacoli, per evitare i pericoli, per domare la superbia dei grandi vassalli, per vincere le resistenze dell’alto clero, per procacciarsi il favore della piccola nobiltà, per amicarsi il popolo, appagandolo con qualche concessione, maravigliandolo con qualche esempio di giustizia. I leoni dovevano farsi volpi, secondo l’occasione; i lupi vestirsi da agnelli, senza rinunziare del tutto alla primitiva natura, e ripigliandone al buon momento le forme. Così da Ottaviano Augusto a Carlo Magno si era usato con frutto; e ognuno a suo modo imitava i grandi esemplari. Fortunati coloro che meglio a proposito sapevano applicare ai casi particolari le massime generali d’una tirannide intesa a fortificare una dinastia, e in pari tempo a formare uno stato.

Quando il conte Fiesco entrò nella sala reale, don Ferdinando andava su e giù passeggiando, senza rumore, con le sue scarpe di velluto, foderate anch’esse di vaio. All’entrare del gentiluomo genovese si volse, fece un bel gesto, atteggiò le grosse labbra ad un sorriso, fermandosi su due piedi in mezzo alla stanza.

– Conte, – diss’egli, – bisogna dunque mandarvi a cercare? Si passa in Castiglia, e non si viene a visitare il re d’Aragona? —

Era la sua regola, dopo la morte d’Isabella: aveva ripigliato il suo titolo di re d’Aragona, e voleva farlo sentire, ripetendolo in ogni incontro. Ostentazione di modestia, che non ingannava nessuno: ma gli piaceva di far così; tanto più gli piaceva, in quanto che, se avesse fatto altrimenti, gliel avrebbero apposto ad ambizione, vedendoci anche una usurpazione non tollerabile.

– Vostra Altezza mi perdoni; – rispose il conte, inchinandosi. – Il mio viaggio in Ispagna era per ragioni di traffico. Un debito di amicizia e di gratitudine mi aveva consigliato il giro largo a Segovia; ma dovevo correre a Siviglia per certi negozi, che non volevano indugio più lungo. Genuensis, ergo mercator; – soggiunse egli sorridendo, per modo di conclusione.

– Sappiamo, sappiamo; – disse il re, accennando una scranna, ed invitandolo con gesto benigno a sedergli vicino. – E siete ritornato, e vi terremo, non è vero?

– Ahimè, mio signore, altre ragioni mi chiamano a casa. Solo la malattia del signor Almirante mi tratterrà qualche giorno. Speriamo che non sia grave tanto, da impensierire chi l’ama. —

Il re lasciò cadere a vuoto l’accenno, e diede un altro giro al discorso.

– Che novelle ci portate dall’Italia? Sapete che l’amo.

– Lo so, e da buon cittadino ne debbo esser grato a Vostra Altezza.

– Nostro zio il re Cristianissimo, – ripigliò Ferdinando, – ha buoni amici a Genova; ed io non per altro gli porto invidia, se non perchè ne possiede uno come Gian Aloise, potente signore, ma ancora più gentil cavaliere.

– E buon servitore di Vostra Altezza; – soggiunse il conte.

– Questo non sarà poi così vero come il resto; – replicò Ferdinando. – Egli non ce ne ha dato fin qui prove bastanti. Ma noi gli perdoniamo di gran cuore, ben sapendo che non si può servire a due padroni. Che gente maravigliosa, i Fieschi! Di antica stirpe reale, gran vassalli dell’Impero, hanno da principio resistito virilmente alla fortuna di Genova; attratti da lei, son riusciti a dominarla. Tutto ciò è d’anime eccelse. Le repubbliche non possono prosperare senza gran signori, che le aiutino di consiglio e di braccio: ma i gran signori, a lor volta, non possono crescere di potenza, se non col favore dei re. I Fieschi lo hanno capito. Non contenti d’aver dato tanti cardinali e due papi alla Chiesa, hanno saputo spendersi ancora in servizio dei maggiori principi della cristianità. Nostro zio Alfonso d’Aragona ebbe a Napoli in Giacomo Fiesco un ammirabile vicerè.

– Bontà di Vostra Altezza lo esalta oltre il merito.

– No, no, è pretta giustizia. Amo la giustizia, io; non istimo se non questa. E voi, conte, non vi addormentate già sugli allori degli avi?

– Io? povero a me! sono un assai piccolo uomo, e porto male un gran nome. È già molto se come marinaio ho potuto aver la fortuna di servire la vostra Corona in quattro viaggi di scoperta, sotto l’onorato comando…

– Acquistando un’esperienza preziosa di uomini e di cose; – interruppe il re, che davvero non voleva sentir finire tutti i salmi in gloria. – Non bisogna buttarla via, ricordátelo. E se amate la nostra Corona, che siete venuto a servire non tanto da marinaio, come da gentiluomo d’arrembata, perchè non tornereste a noi, e per servirci in uffici e dignità più convenienti al vostro nome? Questa Corona ha pur la sua gloria; ed anche noi abbiamo operato cose che non saranno giudicate da poco. Da noi sono stati cacciati i Mori, e restaurati da per tutto gli altari di Cristo; da noi occupato stabilmente il reame di Napoli. E qui e laggiù, dove è sempre viva la memoria del vostro nobil parente, anche voi potrete illustrarvi con leali servigi, scambio di addormentarvi negli ozi di Capua, o piuttosto, poichè vivete sulla riva del mare, a sentir cantare le Sirene.

– Non ha Sirene il mar di Liguria; – notò il capitano Fiesco, tanto per dir qualche cosa, e accompagnando con un sorriso l’osservazione discreta.

– Ma le portate con voi, non è vero? – disse il re, sorridendo a sua volta. – Certi paggetti, o mozzi che voglian parere… Non dite di no, perchè i re sono costretti a sapere ogni cosa. E vi ci ho colto, colla soffoggiata sotto il mantello! – seguitò, ridendo ancora. – Ma badate, conte mio; quando si possiede un tesoro, non si porta attorno, nè così in vista, che tutti lo riconoscano. —

Il capitano Fiesco era stato colpito in pieno petto da quella bottata improvvisa del suo interlocutore; ed anche aveva dovuto faticar molto dentro di sè, per non dar segno d’averla ricevuta così profonda. Guardava frattanto il re, cercando di scoprire nel volto di lui l’intenzione riposta, che lo aveva fatto parlare in quel modo. Il re sorrideva; forse non mirava ad altro che a fargli sentire come fosse bene informato. Il migliore, e lì per lì anche l’unico partito da prendere, era quello di volgere la cosa in celia, accettando la lezione del regale maestro.

– Mio buon signore, – diss’egli, annaspando un pochino, – necessità di viaggio. Le dame sono come gli eserciti, che non si muovono da un luogo senza una quantità sterminata d’impicci. Ed io, dovendo fare una corsa di pochi giorni, da marito prudente, o che pensava di essere tale…

– Sì, sì, capisco; – disse di rimando il re, non lasciandogli finire la frase; – ma voi metterete me negli impicci. Dio guardi, se viene a saperlo il Sant’Uffizio, che non ammette i tramutamenti da sesso a sesso!

– Provvederò; – rispose il Fiesco, fremendo. – Non dubiti Vostra Altezza, provvederò fin d’oggi.

– Eh, non dico per questo; – si degnò di rispondere il re. – Al mondo ci siamo per fortuna anche noi, e dove non sia offesa volontaria ai precetti della nostra santa religione, la nostra autorità passa innanzi a tutte le altre, e in ogni caso può corregger anche gli effetti di uno zelo frettoloso. Voglio dire piuttosto che se la contessa del Fiesco ha da splendere come un bel fiore d’Italia alla Corte di Spagna, non sarà bene che sia stata veduta prima in maschera, e fuor di stagione. Voglio avervi, infatti; voglio avervi ad ogni costo. Il giorno che avrò un conte di Lavagna al mio servizio, mi stimerò forte in arcione come mio zio il re Cristianissimo. —

Al capitano Fiesco ritornava il fiato in corpo. Ma la paura era stata grossa. E perchè non voleva incominciare allora a tremare, egli che non si era mai sbigottito di nulla, giurò a sè stesso di non aver più paura, e di dar passata a tutte le funebri celie di quell’uomo, che sicuramente voleva pigliarsi spasso di lui. Anche quella ubbía d’averlo a’ suoi servigi, si poteva prenderla per buona moneta? Rispondeva per verità ad un pronostico dell’Adelantado; ma don Bartolomeo Colombo non era poi un profeta, e il casuale incontro di due chiacchiere non voleva già dire che egli, Bartolomeo Fiesco, si dovesse stimare di quel buon legno, tagliato in luna vecchia, di cui si fanno gli uomini di Stato in tutti i paesi del mondo civile.

– Vostra Altezza, – rispose allora, – si fa una troppo buona opinione di me. Ma io sento la mia pochezza, e, per tradurre una frase di poeta latino, quanto possano e quanto non possano portar le mie spalle. —

Ferdinando stava per ribattere quell’eccesso di modestia; quando l’uscio si aperse, e il gentiluomo di camera apparve nel vano.

– Avanti, Noguera; – diss’egli. – Che avete di nuovo?

– Servizio del re; – rispose il Noguera, inoltrandosi rispettosamente, e presentando una lettera.

– Permettete; – disse allora Ferdinando, volgendosi al Fiesco, mentre si disponeva a rompere il suggello.

Il capitano Fiesco rispose con un profondo inchino. Ferdinando lesse la lettera, la rilesse, aggrottando le ciglia; indi ripose il foglio sulla tavola accanto a cui stava seduto, e disse, congedando il gentiluomo di camera:

– Sta bene, provvederemo. Voi dunque, – ripigliò, volgendosi ancora al Fiesco, appena quell’altro fu uscito dalla stanza, – non volete venire al servizio d’Aragona? Siete dunque coi miei nemici?

– Mio signore, perchè mi dite voi ciò? – rispose il Fiesco, maravigliato. – E perdoni Vostra Altezza, se ardisco interrogare: ma è così nuovo e così immeritato il rimprovero, che io sento il bisogno di chiederne il perchè.

– Il perchè non è difficile a dirsi; – replicò Ferdinando. – Lo sapete, il proverbio? Chi non è con me vuol esser contro di me. Ho bisogno d’avervi al mio servizio, e voi ricusate; dunque… cavatene voi la conseguenza, signor conte di Lavagna. —

Il capitano Fiesco rimase un istante silenzioso, non per cavare la conseguenza accennata dal re, ma per pesare il pro ed il contro di un disegno che gli era venuto alla mente.

– Mio signore, – incominciò egli, dopo quell’istante di pausa, – quando un gentiluomo prende servizio, non impegna altrimenti la sua libertà che a certi patti, offerti a lui dal padrone, o da questo accettati. Vostra Altezza non mi offre patti; potrei osar io di proporne?

– Osate, ve lo permetto; ve ne faccio preghiera. Non sono io stato sincero con voi? Voglio un conte di Lavagna, vi ho detto, un conte di Lavagna, come lo ha il mio buon zio Cristianissimo, e che tutto s’adoperi per i miei interessi; onorati interessi, che sono pure quelli di un gran regno. Osate dunque, siate sincero con me, parlate liberamente.

– Ebbene, mio signore; – disse il Fiesco animandosi; – perchè io, libero, e desideroso di quiete nel mio castello di Gioiosa Guardia, mi acconciassi a prender servizio presso il più nobile fra i re, bisognerebbe che l’uomo insigne col quale ho lealmente servito, e dal quale sono stato ricompensato di affetto paterno, non gemesse più oltre, aspettando una prova del vostro favore. Siate generoso, re Ferdinando, e pensoso del nome che lascerete nella storia del mondo. Quell’uomo Voi lo avevate pur creato almirante maggiore dell’Oceano, e vicerè delle terre ch’egli avrebbe scoperte. Egli ha mantenuti i suoi patti, scoprendo un mondo per la vostra Corona. Ed era, ed è la onestà, la probità fatta uomo; e l’hanno ingiustamente accusato.

– Lo so; – disse il re.

– Lo hanno calunniato…

– Lo so.

– Nè mai ha pensato a tradire la Spagna, per Portogallo, per Genova, per Inghilterra, come i suoi accaniti nemici hanno via via perfidiato…

– Lo so.

– Allora, perchè non reintegrarlo nelle sue dignità?

– Perchè… perchè… Voi siete, signor conte, l’uomo dei perchè. Ma vi ho dato libertà di parlare; e così parlaste sempre, per ogni cosa, con libertà pari a questa che usate, a favore del vostro Almirante! Il perchè ve lo voglio dire, con la mia usata sincerità. Non l’ho reintegrato, perchè fu un errore conferirgli le dignità che accennate. L’errore non fu commesso da me; fu commesso, sia pure a buon fine, dalla santa donna che mi fu trent’anni compagna di vita e di regno; ed io non l’ho mai approvato. Nato di nessuno, il vostro Almirante; e a voi si può dire, che siete d’una gente le cui origini illustri si perdono nella notte dei tempi; nato di nessuno, e pieno di pretensioni inaudite! L’ingegno, l’ardimento… sì, ammetto queste virtù, che non sono poi così rare com’egli si crede. Ingegno ed ardimento ne ebbero, a non citare altri esempi, Vasco di Gama, Alonzo d’Ojeda e Pedro Alvarez Cabral, tutti vivi e sani, e non come lui orgogliosi.

– Dell’orgoglio non so; – rispose il Fiesco, a mala pena fu passata la raffica dell’invettiva regale; – quantunque il mio amico d’Ojeda, l’unico ch’io conosca dei tre, non ne difetti davvero. Ma debbo anche notare che i suoi servigi non possono entrare in paragone con quelli di Cristoforo Colombo. E non possono entrarci nemmeno quegli degli altri. Che han fatto finalmente costoro? Vasco di Gama ha costeggiato tutta l’Africa meridionale, dieci anni dopo che Bartolomeo Diaz ne aveva costeggiato un terzo da ponente fino al capo Tormentoso, settecent’anni dopo che gli Arabi ne avean costeggiato un altro terzo da Levante, fino al capo Guardafui, e Dio sa quanto più oltre; cosicchè non si trattava più d’altro che di collegare i due punti, colmando l’intervallo; e questa colmata chiamiamola pure scoperta, perchè infine non mancò l’ardimento al Gama, come al Diaz non era mancato l’ingegno. Che ha fatto Alonzo d’Ojeda? Era uno dei cavalieri venuti con noi nel secondo viaggio alla Spagnuola; si è illustrato con atti di valore; scontento di noi, ha chiesto a Vostra Altezza di poter navigare e scoprire da sè, tornando laggiù sul medesimo solco di Cristoforo Colombo; e sette anni fa, con Amerigo Vespucci, usando le carte delineate da Giovanni di Cosa (un marinaio del nostro primo viaggio, non lo dimentichiamo) toccò la terra ferma del Mondo nuovo, alla costa di Paria, che Cristoforo Colombo aveva scoperta un anno prima, niente di meno! Che diremo noi del Cabral? Il valentuomo ha scoperto sei anni or sono il Brasile, per caso, girando troppo largo dalle isole di Capo Verde, e sviato ancora dalla tempesta, con quell’armata che doveva condurre alle Indie orientali. Gente ardita, a cui fo di berretta; ma ebbero essi l’ingegno divinatore, per muovere verso l’ignoto e per sfidarne con altrettanta fede i pericoli?

– Sia; – disse il re, che era stato a sentire pazientemente la lezione del conte; – il vostro Almirante ha l’ingegno divinatore. Non gli basta? È la sua gloria; dev’essere la sua contentezza. Dio manda ad ogni tanto uomini di questa fatta nel mondo, per adempiere un’alta missione. Non gli basta neppur questo, che è pure il suo premio? Perchè, servito dalla fortuna oltre ogni speranza sua, vuol egli ancora una rendita che andrebbe, a conti fatti fin qui, a cento milioni di scudi castigliani? Perchè vuol essere almirante maggiore, ritenendo un titolo che qui fu portato soltanto da don Federigo Henriquez, mio nonno materno? Perchè vuol essere vicerè delle Indie, titolo che richiede gran nobiltà secolare, mentre non l’hanno ottenuto tante famiglie che nel corso di dieci generazioni versarono il sangue in cento battaglie? Notate, signor conte, – soggiunse il re, mettendo il sordino ad una musica che gli diventava un po’ troppo chiassosa, – notate che questi gran signori di Castiglia e Leone io li amerei più modesti. Sono le braccia che combattono, i cavalieri d’un reame; i re sono la mente che guida. Ed è merito di tanti re avere indirizzato ad util meta il lavoro, non dubitando di reprimere la nativa baldanza del Cid Campeador, e, se occorresse, quella d’un Consalvo di Cordova. Questi è, per sua virtù come per nostra fortuna, un suddito leale; ed io dico così per istabilir chiaramente i diritti e gli uffici provvidenziali dei re. Ma il vostro Almirante, sia pur leale come voi dite, e com’io non vi nego, non parrà egualmente sicuro, nè degno delle alte cariche, a tutta la nobiltà Castigliana. Il re ha cura di molti e cozzanti interessi, che vuol tutti condurre in porto. Ci pensi, a queste cose, il vostro Almirante, e mi giudichi. Che più? Dubitando di noi medesimi, non abbiamo forse istituita una Giunta composta dei più venerandi ecclesiastici, dei più reputati gentiluomini, la quale veda e giustifichi fin dove giunga la nostra malleveria, e quella della defunta regina, per rispetto alle ragioni di tutti? È all’opera il fiore del reame; sappia egli aspettarne i responsi.

– È vecchio, mio signore, più vecchio che non porti l’età. I pericoli incontrati, i travagli sofferti lo hanno ridotto così male! Ed anche la grave malattia del secondo viaggio, che per sei mesi lo tenne in pericolo di vita…

– E fu il gran guaio; – interruppe Ferdinando; – perchè nella colonia incominciò lo sgoverno, colla perdita di tanti nobili cavalieri. Il vostro Almirante è uomo da scoprir terre, avendone l’ingegno divinatore, come voi dite; non è uomo da governarle, non avendo l’ingegno amministrativo, come dico io, imitandovi. Ed ha offesi mortalmente i nostri Castigliani, obbligandoli perfino a lavorare la terra. Ancor essa, la santa Isabella, non seppe in tutto perdonargli. Disperato di trovar oro nelle viscere dei monti, non ha egli pensato a vendere come schiavi i poveri Indiani? Era da uomo religioso, cotesto? —

Qui, per quanto buon cavaliere egli fosse, il capitano Fiesco perdette le staffe senz’altro.

– No, non era; – rispose; – ed io che c’ero, laggiù, debbo ringraziare Vostra Altezza della pietà dimostrata per quei poveri Indiani. Ma è più conforme al sentimento religioso ciò che ha fatto il gran commendatore d’Alcántara, don Nicola Ovando, distruggendo colà, sterminandovi col ferro e col fuoco un milione di sudditi? In mano di buoni cristiani, nell’Andalusia, nella nuova Castiglia e nella vecchia, i naturali della Spagnuola erano da tenersi come figli; servi, ma da potersi riscattare, iniziandoli al misteri della nostra santa religione. Quelli che don Nicola Ovando ha fatti sgozzare, o bruciare, non si riscattano più; non si ritornano più in vita, per dar loro la consolazione estrema del santo battesimo. —

L’uscio si aperse una seconda volta. Il capitano Fiesco voleva prender commiato; ma il re lo trattenne.

– È ancora il conte di Noguera; – diss’egli. – Servizio del re; e si manda avanti, senza che il colloquio ne soffra. —

Così prendeva un altro messaggio dalle mani del gentiluomo di camera, a cui dava commiato, dopo aver letto e aggrottato ancora le ciglia. Non dovevano esser piacevoli, quel giorno, le lettere del re Ferdinando.

– Dicevate… – ripigliò il re, deponendo il foglio, e tornando alla sua calma, senza smettere del tutto il cipiglio, – dicevate del governatore di San Domingo, non è vero? Ebbene, sappiate quel che io ne penso. Don Nicola Ovando è un fervente cristiano. Gliene fa obbligo la religione di Alcántara, ond’egli è un insigne ornamento. Se ha usato severità contro gl’Indiani, bisogna dire ch’ella fosse necessaria, per la salvezza della colonia. E ancora non n’è venuto intieramente a capo, se son veri i ragguagli che mi giungono di laggiù, perchè molte fila di una vasta congiura gli sono sfuggite pur troppo. Qua dentro, vedete? – soggiunse Ferdinando, battendo della palma sopra un fascio di carte che aveva vicine sull’orlo della tavola; – c’è un cumulo di sospetti, che potrebbero diventar prove, e prove terribili contro chi ha tentato ingannare la bontà di un governatore pietoso. —

Il capitano Fiesco fremette, e si sentì correre un sudor freddo alle tempia. Ma non voleva aver paura; lo aveva giurato a sè stesso. Perciò fece buon viso ad un discorso ambiguo, che poteva esser minaccia e non essere.

– L’autorità sua non è rispettata abbastanza; – proseguiva il re. – Vuol essere stabilita ad ogni costo, per la sicurezza della colonia, come per l’onore della Corona. E frattanto il vostro Almirante pretende da noi che don Nicola Ovando sia richiamato!

– Non lo aveva chiesto anche la santa regina, innanzi di andare alla gloria?

– Sì; – rispose Ferdinando, non senza torcer la bocca. – Ed anche di ciò si occuperà la Giunta degli Scarichi. Se la cosa è giusta, si farà. Ma anche in questo caso ella vorrà dar prova di considerare anzi tutto l’onore della Corona e l’utilità della disgraziata colonia.

– Mio signore, – rispose il capitano Fiesco con aria contrita, – io non ho da metter bocca su ciò che riguarda così alti interessi. E non avrei parlato, correndo il risico di dispiacere a Vostra Altezza, se non ne avessi avuto licenza, e quasi un comando.

– Nè io mi dolgo di voi; – disse il re. – Amo parlar chiaro, che si veda bene l’animo mio. Volete venire al nostro servizio?

– A quel patto, mio signore: sia resa giustizia al signor Almirante. —

Ferdinando non istette alle mosse, e violento rispose:

– Giustizia!.. giustizia!.. Liberamente ne parlate voi, signor conte di Lavagna. E se io vi dicessi che ne ho sete? Se vi dicessi: aiutatemi a farla? Ci sono dei fuggiti di là, degli scomparsi, che avrebbero meritata la forca; e voi che siete stato là, non potreste dar luce? voi che avete corsa tutta l’isola, e che la conoscete a palmo a palmo? Eppure, – disse il re, chetando ad un tratto la furia, – non questo io domando a voi; non in questo voglio usare il vostro ingegno, la vostra accortezza, il vostro coraggio. Mi sarebbe caro convincervi della purità delle mie intenzioni, come della bontà del mio cuore. Voi prima di tutti, guardate; prima degli stessi Castigliani, che non mi sanno render giustizia. Non tutto io posso fare, pur troppo; ma dove posso, non mi trattengo dal fare. E veglio, veglio, perchè qui si lavora maledettamente a guastare ciò che vi è stato fatto, e fatto da me; voglio dire questa bella unione di Castiglia e d’Aragona, ond’era già balzata fuori la Spagna, armata, gloriosa e vincente. A questo, che non è più un sogno, Castiglia cieca si ribella; vuole un re tutto suo, un re che non conosce, una regina che, poveretta, non ha intiera la sua ragione; e ricusa colui che l’ha resa grande, facendo ancora qualche sacrifizio per lei. Non era d’Aragona il reame di Napoli? E non siamo stati noi che l’abbiamo dato alla Spagna? Eccovi una generosità assai male ricompensata. Congiure su congiure; si resiste, si minaccia, si aspetta chi rimandi noi in Aragona, contro la fede di recenti trattati. Ci andremo, se la forza e la follìa prevarranno sulla ragione e sul buon diritto; ci andremo, ed allora… Dio abbia pietà della Spagna. —

Il capitano Fiesco era stato a sentire a capo chino, qua e là tremando un pochino in cuor suo, ad onta del fermo proposito, ma poi vedendo girare da un altro lato la bufera.

– Mio signore, – diss’egli finalmente, – io straniero non ho da veder nulla in queste faccende…

– Eh, non so, veramente; – interruppe Ferdinando. – Voi vedete in troppe cose; effetto del viaggiar molto che fate. Vi ho detto l’animo mio, signor viaggiatore. La sincerità è virtù mia, della quale mi vanto. Pensate bene a quanto vi ho detto; poi, quando avrete pensato, verrete a dirmi il frutto delle vostre meditazioni. —

Il capitano Fiesco s’inchinò profondamente, ben risoluto di non meditar nulla di nulla.

– Prendo congedo da Vostra Altezza con la morte nell’anima; – diss’egli, anticipando nella frase malinconica la notizia della sua risoluzione.

– Starà in voi di mostrarvi degno della nostra grazia, e di tornare da morte a vita; – rispose ironico il re d’Aragona. – Amico vi voglio, e non collegato ai miei nemici.

– Io? Può credere Vostra Altezza?..

– Che ne so io? Rammentate il proverbio: chi non è con me, vuol esser contro di me. Andate ora, e Nostro Signore v’abbia nella sua santa guardia. —

Così dicendo, il re Ferdinando fece un gesto che parve dare al capitano Fiesco la sua benedizione. L’udienza era finita. Lunga assai; ma in quel punto, tanto n’era rimasto turbato, il capitano Fiesco l’avrebbe desiderata più lunga e più chiara; rinunziando magari alla benedizione di quel re, che non era passato mai per uno stinco di santo.

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
25 haziran 2017
Hacim:
350 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain