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Kitabı oku: «Falco della rupe; O, La guerra di Musso», sayfa 14
D'intorno a questo steccato, lungo il lido, e per le strade di Musso, vedeasi una moltitudine di gente convenuta colà da tutto il circostante paese per aver parte ai pubblici sollazzi indicati a quel giorno. Gli uomini e le donne di ogni condizione mostravansi più ornate del consueto, e miravansi quivi congiunte svariatissime e singolari foggie di montaneschi e civili vestimenti tutti in allora pittoreschi e bizzarri.
Orsola camminava per quella folta a fianco del marito, e Rina di essa lei, che, stordita da tanta varietà di persone e d'oggetti facendo atti di meraviglia ad ogni passo, chiedeva di ciascuna cosa il nome e la ragione, e Falco, tolto alla naturale ruvidezza dall'aspetto di quell'universale tripudio, cordialmente la compiaceva: Rina all'incontro, procedeva raccolta e taciturna. Aveva dessa all'uscire dal navicello tolti gli occhi con libera e pressochè infantile curiosità ai primi guerrieri in cui si scontrò, il cui ferreo abbigliamento riusciva per lei strano a mirarsi, e questi arrestatisi d'un tratto l'avevano fisata in volto con sì spavalda ed eccessiva insistenza, ch'ella dovette ben tosto convincersi non essere a lei convenevole il guardare smodatamente ai passeggieri, e contemplando di preferenza gli ornati delle case, e trovavasi al di fuori di Musso osservando alle navi, al porto, e specialmente al castello, sentissi lo spirito invaso ed occupato da nuove indefinite sensazioni che le tolsero ogni volontà e potere di prestare attenzione agli altri oggetti.
Quando essi tre giunsero a breve distanza dalla gran porta del Castello, udirono un rumoroso eccheggiare di trombe e di tamburi che veniva di là, ed era una banda di suonatori che precedeva due drappelli d'uomini d'armi che, guidati l'uno dal Pellicione, l'altro da Gabriele, erano destinati a guernire lo steccato onde mantenervi la quiete e il buon ordine, ed onde dare certa qual più dignitosa ed armigera apparenza a quella numerosa adunanza, guarentendo ad un tempo la sicurezza e il rispetto che esigeva il Castellano, il quale aveva quel trattenimento ordinato, non senza lo scopo d'intervenirvi ben anco qual sovrano che si reca tra i vassalli a ricevere gli applausi d'un riportato trionfo. Al suono de' militari stromenti che indicava il procedere dei soldati, Falco si ritrasse colle sue donne da un lato della strada, presso la muraglia del porto, divisando di ricondursi dietro di essi allo steccato, poichè era segno che lo spettacolo stava per incominciare. Passarono innanzi a loro i tamburi ed i trombettieri con bianchi pennacchi sugli elmi, lietamente suonando, passò il Pellicione con sua brigata d'archibugieri portanti corazza e celata, e venne alfine Gabriele a capo alla sua squadra d'alabardieri posti in tutta armatura. Il giovine Medici portava un elmetto d'argento liscio, lucido, con una candida penna sul cimiero; aveva il corsale dello stesso metallo profilato in oro, e vestiva il resto del corpo di panno cremisino stretto alle braccia ed alle gambe, ma che s'allargava moderatamente alle spalle ed alle coscie, ove era coltellato con bianche striscie di drappo di seta: portava nuda nella destra la lunga spada, camminava presto al pari degli altri, ma teneva gli occhi al suolo, e gli si leggeva in volto una grave mestizia. Quando fu poco lungi dal luogo ove trovavasi Falco, di cui egli non s'era punto accorto, ascoltò i soldati che marciavano dietro a lui susurrare tra loro: ecco Falco… ecco il capitano della Salvatrice.
Alzò Gabriele subitamente lo sguardo, e quasi trasognando vide quivi accanto al suo valoroso liberatore la figlia di lui, il pensiero della di cui non venuta colà era l'unica causa di sua tristezza. Orsola fu la prima a vedere e riconoscere Gabriele, ed accennandolo a Rina che attenta osservava al passar de' soldati del Pellicione: "Guarda, guarda, esclamò, quel giovine signore che dormì nella nostra capanna!" e non potè trattenersi dall'aggiungere: "oh come sta mai bene! esso mi sembra le cento volte più bello d'allora".
Rina rivolse avidamente il capo ove accennava la madre, ed al distinguere le care forme del giovinetto, al vedere il suo leggiadro sfolgorare nelle armi tremò, impallidì ed appoggiossi al braccio di lei, mal reggendo alla foga dei palpiti violenti. A quella vista Gabriele rimase immobile un istante, ma incalzato dalla sorvegnente colonna de' suoi soldati, fatto colla spada un saluto a Falco, che della mano sorridendo glielo rese, dovette proseguire rapidamente il suo cammino con una gioia in cuore che non avea più freno.
Allo squillo delle trombe, al battere dei tamburi, al vedere i soldati dirigersi verso i padiglioni dello steccato, tutto il popolo s'avviò quivi tosto accorrendo ed affrettando dalle abitazioni più discoste le donne ed i fanciulli. Il Pellicione giunto al circo fece postare la banda de' suonatori in apposito luogo, indi distribuì i suoi archibugieri nella parte esterna delle tende onde sorvegliassero alla quiete ed al convenevole collocamento di ciascuna persona secondo il grado e l'età.
Gabriele pose il maggior numero de' suoi soldati in giro nell'interno dello steccato a proporzionate distanze, e fece rimanere il restante all'ingresso dello steccato medesimo aperto fra le due tende erette di fronte al padiglione del Castellano. Dopo l'uscita delle due squadre d'uomini d'armi della Fortezza ne discese Gian Giacomo seguíto non solo dalla numerosa comitiva de' principali suoi comandanti e cortigiani, ma avente seco eziandio un ospite riguardevolissimo il quale si era il giovine conte Giberto Borromeo signore d'Arona. Arrivato il giorno antecedente a Musso di ritorno d'una gita fatta in lontani paesi, aveva voluto visitare Medici nel suo Castello, poichè da lungo tempo le loro famiglie erano strette in amistà. Non è a dirsi quale onorevole accoglimento venne a lui fatto da Gian Giacomo sì per i pregi personali del conte Giberto, quanto per riguardo alla distinta nobiltà, ricchezza e possanza di sua stirpe. Sottile e pronto com'era il Medici in profittevoli ritrovati, la visita di quel personaggio gli suggerì tostamente un progetto ch'ebbe poscia, sebbene non per lui, un ottimo successo.
Quando il Castellano entrò co' suoi seguaci e s'assise nel padiglione di mezzo s'udì una generale acclamazione e reiterati applausi colle grida di Viva Medici-Viva Gian Giacomo-Viva Musso e gli alabardieri alzarono tutti le lancie e le riposero al suolo. Gabriele, appena ebbe compita la sua fazione del collocamento de' soldati, s'affrettò a ritrovare Achille Sarbelloni, ed a lui confidò per quel giorno l'ulteriore incarico del comando di sua schiera; e corse quindi in cerca di Falco e di sue donne tolti a lui di vista dall'onda del popolo. Stava Falco con esse in una delle ultime baracche tra una turba de' suoi conoscenti, terrazzani di Nesso e d'altri luoghi vicini. Gabriele quando li ebbe veduti s'aprì il passo sino a loro, e con replicati inviti e preghiere costrinse Falco, la moglie e la figlia a togliersi di là e le condusse nel padiglione che stava a fianco a quello di Gian Giacomo; ove, con imperiosa voce fatto sgombrare da chi l'occupava il posto principale, obbligò con dolce forza ad assidervisi Orsola e Rina, entrambe intimidite e riluttanti per rossore a quell'inusato cortese procedere; ed egli rimase presso a loro ed a fianco di Falco, che, lasciato per la prima volta il suo fido moschetto, stava colle braccia incrocicchiate, e gli arditi lineamenti del volto spianati e impressi di contento, aspettando anch'esso non senza qualche ansietà la spettacolosa rappresentanza il cui soggetto gli doveva andare tanto più a genio, in quanto che sentiva d'avere contribuito per quanto era in lui alla vittoria che ne dava cagione.
Vago, diverso, aggradevole era il prospetto della corona di gente che stipata ne' padiglioni circondava quella spaziosa arena: si vedevano ne' varii gruppi spiccare elmi, piume, berretti, cappucci e fratesche coccolle; miravansi donne con abiti a maniche cadenti fregiati e trapunti, altre con cinture nastri e gioielli sparsi per le treccie e sulla persona, ed altre finalmente vestite di semplici tele o panni, ma con vivaci colori e singolari costumanze. Il padiglione del Castellano appariva fra tutti bellissimo: nel mezzo stava seduto egli stesso col berretto piumato, il mantello alla foggia spagnuola sopra un sottabito di raso ricamato in oro; gli pendeva al fianco una spada di brillantata impugnatura con guaina coperta di velluto purpureo e d'aurea frangia: alla sua destra stava il Borromeo, alla sinistra l'Altemps, il fratello Agosto e il Cancelliere, e dietro e dai lati gli altri Capitani.
Datosi il segnale dalle trombe, tutti gli sguardi si conversero alle due serrate tende da cui dovevano uscire gli attori della mimico-sacra rappresentazione, detta in allora Mistero costituente la parte principale dello spettacolo; il di cui soggetto tolto dalle Scritture, ed allusivo alla circostanza, era il Trionfo di Davide o la Morte del Gigante Golia. Gli attori erano terrazzani di Sala, borgo prossimo all'isola Comacina, esperti nell'eseguire tali specie di drammi perché assueti a rappresentarne ogni anno nella chiesa di San-Giovanni in quell'isola, a cui accorrevano spettatori da tutte le parti del lago, e godevano quindi fama di valenti mimi.
L'azione ebbe principio dall'uscire che fecero dalla tenda sinistra alquanti uomini con certi strani abiti dintorno con che volevano significarsi Ebrei, i quali, fatte varie militari evoluzioni per lo steccato, s'arrestarono dinanzi alla tenda destra gridando e schiamazzando: s'aprì allora anche questa, e ne apparve fuori una figura altissima e voluminosa, era il gigante Filisteo, che indossava una sopravveste rossa stretta al corpo a mo' dei Ducali, e s'aveva sulla smisurata testa un elmo di latta: reggeva a due mani uno spadone lunghissimo con cui avanzandosi a gran passi trinciava l'aria. Gli Ebrei al suo avvicinarsi fuggirono scompigliati in ogni senso, e dopo molto correre inseguiti da lui, rientrarono nella tenda d'onde erano venuti. Allora il Gigante si condusse in mezzo all'arena e quivi si rattenne appoggiato al suo gran ferro volgendo il capo superbamente dintorno. Mentre esso si stava colà, s'aprì di nuovo la sinistra tenda, e ne uscì un giovinetto vestito da pastore, che rappresentava Davide, il quale girò l'arena mostrando di non avvedersi dei Gigante siccome questi di lui, ma venuto al fine nel mezzo di essa il pastorello mirò Golia facendo un atto di soddisfatta meraviglia come di chi trova quel che va cercando. Il Gigante fe' cenno al pastorello s'allontanasse, ma questi all'incontro diedegli segno d'essere venuto a disfidarlo. Golia indispettito alzò la spada andando con ira verso di lui, ma il giovinetto si ritrasse a moderata distanza, inginocchiossi invocando il soccorso del cielo, indi alzatosi sciolse una corda che il cingeva, la quale s'aveva nel mezzo la reticella che servire doveva di fionda, la caricò d'un sasso, e ruotandola slanciò la pietra nella testa al Filisteo, che dopo aver barrollato per alcuni istanti, cadde con gran tonfo riverso al suolo: allora il giovinetto, piegate di nuovo le ginocchia, rese grazie della vittoria al Signore, indi levò di mano al Gigante il ponderoso ferro e con quello gli spiccò il capo, ch'era artefatto e dipinto, e andava unito con cordicelle all'imbusto, entro cui stava un uomo de' più alti e vigorosi che vedeva fuori per due buchi praticati nella sopravveste. Al suo cadere erano accorsi dalla tenda gli Ebrei, che giubilando alla vista della completa vittoria del pastorello, lo levarono in alto sovra un seggio, infissero la testa di Golìa sur una picca, e trascinandone pei piedi il corpo, fecero un giro trionfale per lo steccato al suono di trombe e tamburi, e fra clamorosi applausi e novelle grida di: Viva Musso, viva il Castellano, morte ai Ducali.
In seguito a tale drammatico spettacolo, che ben lungi dal sembrare, come sarebbe avvenuto a' dì nostri, goffo e rozzo, fu tenuto da tutti straordinariamente bello e interessante, si diede principio a giuochi di corsa, d'assalto e di tiro al bersaglio. Primo fra questi fu il correre al pallio, ch'era un'asta a cui stava appesa una collana, un pugnale ed una veste, i quali oggetti dovevano appartenere ai tre primi tra i gareggiatori che dopo varii prefissi giri pervenivano a toccare il pallio. Dopo la corsa al pallio vi fu combattimento di lancia e spada, senza punta e filo, tra varie coppie di disfidatori, e finalmente piantato il bersaglio, fu lecito a ciascuno il trarre ad esso dapprima colle balestre, poscia cogli archibugi, ottenendo i bersaglianti che coglievano in bianco il premio d'un cavalletto d'argento.
Gian Giacomo, accommiatando tutti quei che il seguivano, ad eccezione del conte Borromeo, dell'Altemps, del fratello Agosto e del Sarbelloni, uscì dal padiglione e recossi con essi loro nella casa in cui abitavano le di lui sorelle colle cugine, ove per suo comando era stato disposto un sontuoso pranzo.
Diede termine ai giuochi nel circo l'arrivo colà annunziato di quantità di vettovaglie e botti di vino, recate entro barche dal Castello, da cui appena scaricate se ne fece larga e pubblica distribuzione, per il che erettesi prestamente nuove tende per tutto quel lido, nell'interno stesso dello steccato i terrazzani colle loro donne e fanciulle frammisti agli uomini d'armi, ai rematori, seduti in gran numero di distinti crocchii, si diedero lietamente a mangiare e vuotar tazze, con chiasso infinito di grida, di scoppii di risa, di canti e di evviva diretti la maggior parte al Castellano, il cui rimbombare giungeva grato e soddisfacente all'orecchio e scendeva al cuore dell'ambizioso Medici, e si spandeva lontano per le sponde, annunzio ai discosti del festevole universale tripudio che regnava sulla riva di Musso.
CAPITOLO DECIMO
S'ei non potesse
Tutto staccare il suo pensier da un trono
Ch'egli alzò dalla polve?..
Un Duca ardente di conquiste, inetto
A sopportar d'una corazza il peso,
Che d'una mano ha d'uopo e d'un consiglio,
Al Condottier lo chiede, e gli comanda
Ciò ch'ei medesmo gl'inspirò.
MANZONI. Il Conte di Carmagnola. Att. III.
Nel tempo che durarono i giuochi, Gabriele rimasto sempre al fianco di Falco e presso a Rina s'era beato delle più dolci e delle più soavi sensazioni che sia dato provare all'uman cuore. Egli aveva tenuto tenacemente attaccato lo sguardo alle forme dell'adorata fanciulla e sentito nel contemplarle quel compimento di felicità che l'antecedente vaneggiare di sua mente gli aveva lasciato intravedere possibile.
Meno subitanea per vero nacque la gioia nel seno della bella giovinetta montanina. La novità del luogo, la varietà delle cose, la quantità delle persone quivi raccolte recarono sulle prime somma confusione e divagamento nello spirito di lei, che abituata alla solitaria quiete della sua capanna e de' suoi monti, vedevasi per la prima volta in simile rumorosa adunata. Lo splendore, la ricchezza delle armi e dell'abito del giovine Medici, che tanto lo illeggiadrivano e ne rendevano più nobile e interessante l'aspetto, avevano in essa fatta più eminente l'idea dell'alto suo grado, e resa quindi maggiore una certa impressione non mai cancellata in suo cuore, di vergogna, di soggezione portata quasi sino alla temenza per l'affetto profondo per lui concepito e per le illusioni a cui per esso s'era abbandonata, la qual cosa unita allo sbalordimento cagionatole dal tumulto che la circondava, le teneva l'anima oltremodo angustiata e sospesa. Allorquando però fu principiata la mimica rappresentazione e tutti gli occhi degli spettatori, compresivi quelli di Falco e della propria madre, furono rivolti attentamente agli attori che comparvero nello steccato, Rina s'avvedendo che quei soli di Gabriele stavano fisi immobilmente sovra di lei, provò un sensibile alleggerimento al cuore e non seppe resistere ai desiderio di girare lentamente il capo e sollevare, sebbene con assai di timidezza e trepidazione, su di lui le pupille. Alla vista del fuoco, dell'espansione, della vita di che mirò animati gli occhi ed i lineamenti tutti di quel caro viso, si sciolse ad un tratto, come neve al sole, ogni titubanza e turbamento che le serrava il petto, e rimirandolo una seconda volta meno pavidamente, sentì scorrere più libero per le vene il sangue acceso da quella fiamma che secreta ardeva in lei con tanta forza.
Lunghi e pieni d'inenarrabile dolcezza furono gli sguardi di quegli amanti, che una purissima voluttà invadea, quella tenera voluttà d'amore a fronte a cui è gelido e fosco ogni altro diletto. Belli entrambi a perfezione nelle loro giovanili forme, la varietà del loro vestimento ne faceva più attraente e singolare la prossimità; Gabriele col piumato elmetto d'argento, collo splendido corsaletto e la ricca spada offriva l'immagine della forza ingentilita che contempla la schietta e semplice bellezza rappresentata da Rina, il cui unico adornamento era un nastro purpureo che le serpeggiava nelle nere e lucide treccie trattenuto da uno spillone d'oro.
Terminati i giuochi del circo, Gabriele volle che Falco e le sue donne prendessero ristoro di scelte vivande ad una mensa ch'era stata disposta in uno de' più addobbati padiglioni per esso lui, pel Cancelliere e pei più distinti Capitani d'armi. Colà venuti e sedutisi tutti intorno al desco, nacquero tra i cibi e il vino i più fervorosi colloquii, e rimbombarono là dentro ripetuti evviva al Castellano come risuonavano all'intorno. Falco, cui la vista dei singolari ed armigeri spettacoli poco innanzi rappresentati avevano esaltato lo spirito, trovandosi fra quel crocchio di cospicui guerrieri commensali che giocondamente seco lui s'intrattenevano, vedendosi dalle cordialità del giovine Medici pagato ad usura dell'affetto che per lui nutriva, lieto in cuore ed animato andava esprimendo co' suoi franchi e robusti modi il suo attaccamento alla causa del Castellano e la speranza che nutriva di cooperare per lui a nuove e più clamorose vittorie. Orsola godeva alla contentezza che leggeva in volto al marito, e frammetteva spesso qualche suo motto alle semplici parole che Rina e Gabriele andavano tramutando, e di cui essi soli però sentivano la vera espressione ed il valore.
I raggi del sole, rivolto al declinare, penetrando obbliquamente per le aperture di quel padiglione, spandevano una luce calda rossiccia che riflettevasi pei vasi, le tazze, il metallo dell'armi e degli addobbamenti, e dava singolare risalto alle forme ed agli abiti di tutti quei personaggi assisi quivi alla mensa. Lumeggiati da tal chiarore apparivano più distinti e caratteristici i volti di que' guerrieri, ne' cui pronunciati lineamenti stava improntata la fiera ed audace vivacità dell'indole, fatta ancora più incontinente e decisa dai fumi del vino senza parsimonia tracannato, che rendeva a molti rubiconde le guancie, e faceva ad altri lucide ed ardenti come carbonchi le pupille. Giovin rosa fra rudi arbusti era Rina in quel convegno; ma benchè non pochi dei capitani vibrassero su di lei furtivi sguardi, nessuno ardì far pure un cenno con atti o con parole che al pudore di lei potesse riuscire offensivo, poichè oltre che i più s'erano avveduti dell'interessamento di Gabriele per lei, era dello spirito dei tempi, che dominava anche sugli animi più inverecondi, il non prorompere alla presenza di donne o fanciulle in motti sconci od osceni.
Dopo alcun tempo da che durava quel convito, e da che i commensali, consunte le vivande, non attendevano che al vuotare i calici ed al novellare, s'udì elevarsi al di fuori un gran clamore con ripetuti prolungati evviva. Erano applausi al Castellano che uscito dalla casa delle sorelle si recava col Borromeo ed il rimanente di sua comitiva alla volta dell'arsenale, con che soddisfacendo al desiderio dal Conte enunciato di esaminare partitamente quel vasto edificio, famosa officina d'armi e di navi, assecondava la propria mira che era di far nascere in lui più grande ed energica l'idea della sua potenza per guadagnarne lo spirito interamente.
Riferita nel padiglione di Gabriele la causa di quei clamori, tutti di là si partirono dirigendosi la maggior parte all'arsenale, ove si recarono pure Gabriele medesimo con Falco, Orsola e Rina. Entrati questi colà s'aggirarono buona pezza pei cantieri, per le sale delle arti e degli armaiuoli; ma della vista delle cose ivi esistenti non si compiacque altri che Falco, nella cui mente s'aggiravano di continuo immagini di navi, di spade, di pugnali, d'archibugi: Orsola, troppo semplice ed inesperta, nulla comprendeva intorno ai complicati ordigni d'armamento: Gabriele e Rina, l'un dell'altro indefessamente occupati, poca attenzione prestavano a quegli oggetti che al pari d'ogni altro più prezioso e singolare del mondo non potevano produrre ad essi alcuna impressione aggradevole, poichè ogni loro facoltà era assorta nell'infrenabile sentimento d'amore.
Trascorso tutto l'arsenale, ne riuscirono all'uscita nel momento appunto in cui vi perveniva da un altro lato Gian Giacomo co' suoi nobili seguitanti. Gabriele, rompendo l'ala di popolo che difilata nel cortile attendeva il Castellano al passaggio, si presentò a lui indicandogli essere colà Falco, il quale si rattenne indietro con sue donne compreso da soggezione e rispetto. Gian Giacomo cercò tosto avidamente collo sguardo quel suo valoroso Comandante di nave, e scortolo l'invitò della voce e della destra a farsi innanzi. Non potendo rifiutarsi a tal dimanda, s'avanzò desso, abbandonando però tra la folta le donne; ma Gabriele il quale, benchè si fosse rivolto a complimentare il conte Borromeo, se ne avvide, disse istantaneamente al fratello che col guerriero di Nesso erano venute la di lui moglie e la figlia. Gian Giacomo costrinse Falco a condurgliele davanti, e venute queste pure alla sua presenza, veduta appena la rara beltà della giovinetta, e accortosi dall'arrossire improvviso di Gabriele cosa passasse in lui, vibrò su di esso un rapido sguardo, ma così severamente espressivo e penetrante, che il giovine Medici impallidì di tal maniera, che se non era l'elmetto che gli ombrava parte del viso, sarebbonsi tutti i circostanti accorti di quel subitaneo tramutamento di colore. Si volse però tosto il Castellano con cortese modo alle donne, e dopo averle di nuovo guardate, sorridendo a Falco amichevolmente, disse:
"Tali fiori crescono sulla tua rupe? e tu ne li volevi tenere celati? ma non sai tu che di simiglianti si trovano radamente nelle pianure e nelle città? – Che ve ne pare, Conte d'Arona? (chiese al Borromeo.) Il nostro Luino, l'Oggionno o il Da Vinci non avrebbero ritratta questa fanciulla per farne un'angioletta o un serafino da porre nella gloria sull'alto d'una chiesa?"
"Io ho conosciuto un Gaudenzio da Varallo, rispose il Borromeo, che facendo ottimi dipinti e statue per le sacre cappelle del suo monte soleva prendere a modello le donne Fobellesi, che quanto a perfezione di forme portano il vanto fra le donne italiane, ma son convinto che all'occhio di quel pittore questa fanciulla non sarebbe apparsa punto inferiore alle stesse sue predilette montanine Valsesiane".
"Quant'essa leggiadra, riprese Gian Giacomo, altrettanto valente è il padre suo. Questi è quel Falco abitatore della rupe di Nesso, quello il cui nome suona così terribile ai nostri nemici. Due volte ei sottrasse Gabriele ad imminente pericolo di morte; e fatto comandante d'una nave dell'antiguardo della mia flotta, diede nell'ultima battaglia le più segnalate prove di destrezza e coraggio, per cui l'ho caro e lo stimo siccome uno de' miei più prodi guerrieri".
Il conte Borromeo, come tutti gli altri astanti, andava contemplando curiosamente Falco, a cui l'ardito portamento, la fierezza, sebbene alquanto mitigata, della guardatura e dei lineamenti, il giaco di maglia che portava sotto la schiavina da rematore, i pugnali infissi nella cintura, e la rete d'acciaio che gli copriva il capo davano il più marcato aspetto d'un formidabile pirata. Il Conte s'era maravigliato alle prime nel vedere il Medici accogliere con segni di tanto favore un uomo di quelle sembianze, ma udite quest'ultime parole: "Vi sono anche sul nostro lago Maggiore, disse, molti Locarnesi ed Intraschi che adoperano con somma perizia tanto il remo quanto l'archibugio, ma dirò, o Castellano, che nessuno può stare a petto di costui se giunge a meritare sì aperta lode da un condottiero d'armati come voi siete".
"Egli non è ammirato soltanto da me: tutti quelli che salirono la flotta dovettero palesamente convenire del suo valore. Or permettetemi, nobile Borromeo, che mentre facciamo la via alla zecca di Musso, che mi diceste vi piace vedere, io m'oda da lui la relazione del compimento d'un incarico che gli confidai".
Uscirono così parlando dal cortile dell'arsenale: precedeva il conte Giberto coi principali capitani del Medici, veniva poscia questo stesso avente Falco a sinistra, e dietro Gabriele con Rina e la madre.
"Ebbene, che mi narri dei Ducali?" chiese Gian Giacomo a Falco con bassa ma ansiosa voce.
"Sono tutti accovacciati dentro le mura di Como", rispose questi sommessamente esso pure.
"Non lasciarono presidii? non munirono rocche? non devastarono od incendiarono Terre?"
"No. I colpi che loro appoggiammo presso Bellaggio gli stordirono ed ispaventarono in modo, che fuggendo tutti precipitosamente, non si credettero in luogo di sicurezza che quando videro frapposti tra essi e noi i baluardi e le torri di Como".
"Credi tu, mio Capitano (pronunciò Gian Giacomo abbassando maggiormente la voce e stringendo il braccio a Falco presso la mano) che noi non saressimo capaci di scambiare le nostre palle colle loro sotto le mura stesse di Como? che ci sarebbe impossibile il farli sloggiare anche da quella città? Il Baradello è stato da essi medesimi distrutto, ed i bastioni ora esistenti non sono sì alti e massicci da non potervi far breccia o montare colle scale all'assalto".
"Castellano (rispose Falco, sovrapponendo con calore la sua destra mano a quella del Medici che gli stringeva il braccio, poichè quella proposta fatta in tuono confidenziale infiammandogli la mente, il fece dimentico d'ogni differenza di grado), datemi la vostra parola che il più presto possibile ci condurrete innanzi a Como, ed io vi giuro, che se una palla non mi trapassa il petto, pianterò pel primo la vostra bandiera sul baluardo del porto di quella città".
"Parleremo di ciò in altri momenti", a lui rispose freddamente Gian Giacomo ritraendo la propria mano, poichè gli parve improprio quel calore e quella famigliarità con cui il montanaro s'era espresso: "e appunto affinchè io possa aver agio di favellare con te ogni volta che ne avrò piacimento, tu devi determinarti a rimanere qui meco colla donna e la figlia, e rinunziare alla tua abitazione della rupe. Quella casa che vedi là sulla destra al principiar dell'altura, apparteneva al traditore Filippo Tressano; ora è posseduta da me e trovasi vuota d'abitatori, io te ne faccio un dono; va ad albergarvi con tua famiglia, poichè ho brama decisa che tu non ti discosti mai da Musso se non per mio comando".
Falco, confuso e sorpreso da quel dono inaspettato, rimase alcuni istanti in forse, mal sapendo se dovesse rendergliene grazie, o apertamente rifiutarlo, poichè non fu invaso che dall'idea, occorsagli troppo tardi un'altra volta, del sacrificio della propria indipendenza e dell'amore del luogo natio, e mentre raccozzava parole di scuse per temporeggiare a decidersi, essendo tutta la comitiva pervenuta in Musso alla porta della zecca, il Castellano troncò a lui sulle labbra ogni detto, pronunciando rivolto a Gabriele: "Tu che devi amar Falco, e so che l'ami più che alcun altro dei nostri, tu ti assumerai la cura di provvedere quanta fia d'uopo per rendere abitabile la casa di Tressano che ho data a lui: fa ch'egli vi trovi tostamente quanto può desiderare per rimanervi comodamente con sua famiglia, e quanto può valere a compensarlo dell'abbandono che lo costringo a fare del suo abituro di Nesso. – Addio, Falco… addio voi donne; d'ora innanzi noi ben ci potremo più frequentemente vedere". Così dicendo s'accostò al conte Borromeo e lo scortò nell'entrata dell'edificio ove si coniavano le sue monete.
Falco rimase immobile e pensoso alcun momento presso la porta di quel fabbricato, poscia dirigendo la parola a Gabriele che gli si era accostato premuroso d'udire le sue risoluzioni: "Ho deciso, esclamò: accetto il dono che m'ha voluto fare il signor Castellano: lascierò la mia capanna della rupe e verrò a stabilirmi in Musso. Nessuno osi dire però che io mi sono condotto a questo passo per desiderio di dimorare in una grossa Terra all'ombra d'un potente castello: no, per l'anima mia: se Falco si stacca dal suo vecchio nido, se si decide a non rivedere più mai i sassi e gli alberi della sua montagna, è solo per amor tuo, o Rina (e mirò la figlia con uno sguardo da cui trapelava il vivo paterno affetto frammisto al dolore del sacrificio a cui, in suo pensiero, quell'affetto il forzava); per te soltanto io darò un eterno addio alla mia rupe; rinunzierò interamente alla libera disposizione di me stesso per procurarmi la certezza che il piede d'un ribaldo nemico non possa calcare inosservato il sentiero che guida al casolare dove tu dimori e vendicarsi di me nel tuo sangue".
Invaso Gabriele a tali espressioni da inesprimibile contento: "Così operando, disse, tu confermi e dài finalmente esecuzione a quanto ti eri proposto allorchè mi conducesti libero a Musso: allora dicesti che volevi, prima di chiedere altri favori a Gian Giacomo, aver combattuto e vinto i Ducali; la sorte ci ha assecondati, e come tu bramasti, il dono di mio fratello non è che un premio meritato dal tuo valore. Rimane a me solo l'obbligo presentemente di dimostrarti la mia gratitudine, e il farò occupandomi all'istante del fare addobbare d'ogni arredo la casa dei Tressani, che i nostri soldati spogliarono di tutto nel dì che Filippo ci si chiarì traditore". Ciò detto s'incamminava già frettoloso a ricercare uomini ed artieri onde dessero mano sul momento a disporre alcune camere della casa in modo d'essere quella notte medesima abitabili, riservandosi a procurare con miglior ordine e diligenza le altre cose necessarie nella susseguente giornata. Ma il guerriero montanaro richiamandolo il trattenne, poichè sebbene si fosse risolto di cangiare luogo di dimora, non voleva che tale sua deliberazione avesse sì subito compimento, e "Non v'angustiate, a lui disse, onde far preparare la casa per noi, giacchè debbono passare alquanti giorni prima che io abbia fatto interamente sgombro il mio abituro della rupe per venirmene a stare a Musso: ora dobbiamo ricondurci colà, ed io ritornando poscia a questa Terra recherò la maggior parte di quelle cose che debbono bastare all'ammobigliamento dell'abitazione d'un povero alpigiano: Ora Trincone e il Tornasco ci staranno attendendo; essi avranno già staccata la barca e disposto il tutto pel viaggio, e il sole già calato dietro i monti ci avverte che è d'uopo che ci avviamo al lido per partire".
