Kitabı oku: «Novelle brianzuole»

Yazı tipi:

Cesare Cantù

Novelle brianzuole


Pubblicato da Good Press, 2020

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066068516

Indice

LA MADONNA D'IMBEVERA

LA BATTAGLIA DI VERDERIO

IL CASTELLO DI BRIVIO

I.

II.

III.

IV.

V.

LA SETAJUOLA

AGNESE O LA VEGLIA DI STALLA

— È un lavoro nè lieve, nè facile, rifare la mia Storia universale; ma tant'è; sono contento di essermivi accinto: mi spiaceva di lasciare al mondo un libro mio, che fosse rimasto indietro del tempo.

Queste oneste parole ci rivolgeva Cesare Cantù pochi giorni sono. E davanti a quel vecchio di 76 anni, nel quale non sai se sia più robusta la fede o la tempra, si provava un sentimento di ammirazione per lui, e di vergogna per noi, di tanto più giovani, e che ci abbandoniamo sovente alla stanchezza e allo sconforto. Eppure quanti ostacoli non pose mai la calunnia sulla sua via! Ma egli ormai non si cura più della malignità invidiosa: «I miei nemici, dice, avrebbero voluto che mi fossi occupato di loro, ed avessi consumato il mio tempo nella sterile polemica; io invece lavoro.» E fu il lavoro la sua vendetta: vendetta generosa e feconda, perchè arricchì le lettere italiane di romanzi, di poesie, di storie, di opere educative che gli stranieri c'invidiano e traducono in lor lingua.

In una modesta casetta poco discosta dall'Adda rapida ed azzurra che si allarga in lago davanti a Brivio, prosperosa borgata sorrisa dal verde dei monti e dal vivo aere brianzuolo, nacque Cesare Cantù nell'8 dicembre 1807. Sulla casetta oggi si vede un medaglione di marmo col suo ritratto e l'iscrizione: «L'effigie di Cesare Cantù — sulla casa dove nacque — i compatrioti posero lui vivo — il 16 settembre 1883.»

Umile era la condizione della famiglia: la sventura aggravò quell'umiltà. Morì il padre, Celso Cantù, lasciando la vedova e dieci figliuoli; il maggiore di tutti era Cesare che aveva ventidue anni. Il giovane animoso sentì il grave còmpito, e lo adempì con coscienza: egli provvedeva a tutti, essendo professore prima a Sondrio, poi a Como, indi a Milano nel ginnasio di Sant'Alessandro. Aveva già pubblicato il poema Algiso o La lega lombarda, dedicato «alla lombarda gioventù cui stringe l'amore del loco natìo,» ristampato nel 1876 quando si festeggiò il VII centenario di Legnano. A quel libro tenne dietro la Storia di Como: e nello stesso tempo in un sermone poetico flagellava i cittadini comensi, che decretavano una lapide alla Pasta cantatrice, mentre lasciavano senza l'onore di un ricordo il Volta, scopritore della pila. Ma maggior fama gli venne dallo splendido commento ai Promessi Sposi, intitolato La Lombardia nel secolo XVII, dedicato «a voi giovani lombardi che, pieni di speranza, voi stessi le speranze alimentate della patria.» Paride Zajotti, arnese tristissimo di politiche inquisizioni, esclamò nel leggerlo: «Il Cantù fa due passi verso la gloria e tre verso la galera.»

Cantù appartenne a quella corona di giovani eletti, come Cattaneo e Giuseppe Ferrari, che stavano intorno al venerando Gian Domenico Romagnosi, a cui l'Austria aveva persino negato il permesso d'insegnare legge privatamente. Il maestro aveva scelto Cantù come fidatissimo intermedio con un nucleo di generosi che cospiravano per la patria, e che avevano pregato il filosofo di Salsomaggiore di preparare in anticipazione gli statuti dell'Italia nuova.

La mattina dell'11 novembre 1833 gli sbirri austriaci invadono la casa di Cantù, perquisiscono tutte le sue carte, e trascinano con loro in prigione il giovane professore.

La carcere d'allora non somigliava alle facili d'oggi, dalle quali si vien fuori «martiri» e deputati; ma era inasprita dai giudici stranieri, che con torture morali cercavano di costringere i patrioti a rivelazioni; e lasciava travedere in fondo il fosco profilo dello Spielberg o della forca. Cantù vi stette un anno: non isvelò sillaba di quanto sapeva; e quando uscì di là, il 14 ottobre dell'anno appresso, ebbe la consolazione che Romagnosi l'abbracciasse dicendogli: «Non temetti un istante della tua fermezza.»

Che fece in carcere? Gli sbirri non gli lasciavano nè carte, nè penne, nè libri: egli trovò modo in quella solitudine di farsi dell'inchiostro col fumo della candela, penne cogli steccadenti: e su carte stracce scrisse il romanzo Margherita Pusterla (uno dei quattro degni di formare il ciclo del romanzo storico italiano), dedicato a chi ha amato, ha sofferto, ha pianto.

L'Austria aveva tolto al Cantù la facoltà di insegnare, che è quanto dire di guadagnarsi il pane. Per fortuna incontrò il Pomba, che aveva in animo di pubblicare una Storia Universale. Lo scrittore lo intese: e invece di una compilazione, sulla quale il Pomba contava, ebbe un'opera vigorosa, potente, scritta con erudizione e con cuore, perchè vi ha impresso il carattere proprio. L'editore vi guadagnò le ricchezze, l'autore tanto da vivere indipendente.

Con entusiasmo Cantù descrisse la rivoluzione delle Cinque Giornate: e fu tra i giornalisti più operosi nel periodo dal marzo all'ottobre di quell'anno. Nella Guardia Nazionale raccomandava di prepararsi alle difese contro lo straniero: nell'Eco della Borsa in un articolo intitolato Il Prestito esortava i cittadini a provvedere l'erario esausto coll'offrire quanto era in loro potere: e un contemporaneo ci informa che «niuno fu sordo, specialmente nelle classi meno agiate,» e vecchi, e giovanette, e fidanzate si privavano dei vezzi d'oro e delle memorie più care per arricchire il pubblico erario.

Di questi tempi sono le pagine del Carlambrogio da Montevecchia, nelle quali, secondo l'avvertenza stampata nella prima edizione, «un uomo estranio a influenze di governo e a turbolenze di fazioni, avrebbe cercato di coltivare il buon senso del popolo, insinuarvi quelle idee di ordine e di saviezza che valgono sotto qualsiasi regime, ma che sono più importanti nella presente libertà.»

Tornati gli Austriaci, fu arrestato e proscritto, dalla Svizzera tornò dopo l'amnistia alla sua Milano, seconda patria. Qui lavorava, meritandosi le parole del Brofferio: «Mentre noi qui facciamo sucide gazzette, voi continuate a far buoni libri» (lettera 18 febbrajo 1855). Ed erano le monografie del Parini e del Beccaria, e cominciava la Storia degli Italiani, cui tennero dietro tante altre numerose opere.

Son viete ormai le accuse che gli furono mosse di aver caldeggiato la federazione italiana coll'arciduca Massimiliano; noi avemmo fra mani rapporti della Polizia austriaca di quei tempi, firmati da uomini dei quali oggi per pietà taciamo i nomi notissimi, che facevano proibire i libri del Cantù, perchè «miravano a mettere in discredito ed in disprezzo i sovrani di casa d'Austria, in favore della causa dei popoli oppressi della penisola» (testuale). Inoltre il Cantù stesso, quando ebbe contezza di quelle dicerie, scrisse direttamente all'arciduca Massimiliano perchè le smentisse: e quegli gli fece rispondere non badasse a siffatte voci che erano fandonie e calunnie. E siccome il Cantù insisteva, così l'arciduca gli rispose ancora di non sapere nè poter conoscere chi fosse l'autore di quella diceria che di nuovo qualifica per calunniosa. Questi documenti smentiscono i supposti accordi, fan ridicole le accuse.

Ma il tempo galantuomo ha cominciato a fare un po' di giustizia anche per lui, se il governo ricusa di adoperarlo; nel marzo 1883 una commissione di cittadini venuti da diverse parti d'Italia, gli offerse una medaglia d'oro, frutto d'una sottoscrizione internazionale, e si inaugurò la sua effigie in marmo nell'Archivio di Stato di Milano e a Brivio. Così si avverava il voto che Cantù esprimeva nel centenario del Muratori: «Amiamo gli uomini che lavorano per la patria e per l'umanità. Compatiamo ai difetti delle loro qualità, concediamo loro alcune di quelle piccole compiacenze, che da vivi valgono ben più che i monumenti da morti, lasciamo balenare ai loro occhi qualche raggio di quella gloria che non accende la sua face se non alle tede sepolcrali.»

NOVELLE BRIANZUOLE

LA MADONNA D'IMBEVERA

Indice

L'esame dei luoghi e alcuni storici riscontri convincono che, sedici o diciotto secoli fa, quel tratto della Brianza che chiamasi il Pian d'Erba e le bassure circostanti erano occupate da un lago, chiamato l'Eupili, il quale, alimentato dagli scoli delle montagne, per la Valmadrera doveva comunicare con quello di Lecco e coll'Adda; e versavasi pel Lambro, di cui basta osservare il letto per accertarsi come un tempo corresse più ricco di acque. A foggia d'isole o penisole qui e qua sporgevansi in asciutto alcuni dossi, sui quali erano fabbricati villaggi e casali, i cui abitatori campavano pescando nei luoghi, dove i loro discendenti oggi fendono colla marra le gratissime glebe.

Quando e come questo lago sparisse, mal si potrebbe dire: nè qual violenta crisi abbia sollevato il suolo così, da interrompere la comunicazione con quello di Lecco, e sprofondatolo in alcune parti per modo che, ivi raccogliendosi le acque dapprima diffuse, venissero a formarsi i laghetti di Pusiano, di Annone, di Alserio, lasciando in secco il restante. Chi dalle effimere fatture dell'uomo, somiglianti alla crisalide che il baco sospende al ramo e che domani la pioggia scarmiglierà, si compiace voltare lo sguardo alle meraviglie della natura e leggerne sulla faccia della terra gli stupendi rivolgimenti, troverà ad ogni passo le prove di questo fatto; ma verun cenno non ne fu conservato nè dalla storia nè dalla tradizione. Invasioni di feroci stranieri, muta pressura di superbi dominatori, tenevano allora l'uomo avvilito e minor di sè, tanto occupato dalla nequizia dell'ora presente, che non pensava nè a rivangare il passato, nè a provvedere alla memoria degli avvenire.

Disperso o ristretto l'Eupili, la parte più elevata di quel che già era letto del lago si convertì presto in campagne, la cui cultura diede essere ed occupazione ai grossi villaggi, onde oggi quel piano è distinto: le bassure rimasero paludi, ove, qualvolta la stagione corresse piovosa, l'acqua tornava a riprendere il suo dominio, siccome una cattiva consuetudine che a volta a volta rifiglia colà d'onde fu male sbarbicata. Sempre poi non verdeggiavano che di cannucce e di càrice ingrata, ove la nuda ghiara non ingombrasse così, da dar luogo appena ad ispidi vètrici e ad ingrate scope.

Pochi di quei luoghi durano tuttavia in sì abbietta apparenza: altri, a memoria de' più giovani, furono ridotti a pioppeti, a prati, a colti; più assai nel secolo passato sentirono il risorgere dell'industria, che, al favore della pace e di più avveduti e liberali ordinamenti, smorbava l'aria, guadagnava i campi, preparava nuovo sostentamento alla generazione futura, la quale, cresciuta di numero e d'agiatezza, avrebbe lodato i faticosi parenti; — lodati col fatto, mentre il cuore neppur li ricordava, forse la lingua li oltraggiava.

Però, sul finire del secolo XVI, quando le guerre passate, la prepotenza delle classi privilegiate e lo sconsigliato ed inopportuno affaccendarsi d'una disamata dominazione diradavano la gente col diminuire od impacciare i mezzi di sostentamento, la maggior parte di quel piano giaceva incolta, occupata da boscaglie, rotta da guazzatoi ed acquitrini; sicchè invece della strada che ora lo fende, mettendo dalle falde del Monte di Brianza alle deliziose alture di Erba, allora, un sentiero vicinale serpeggiava scabro e dirotto per mezzo al bosco che occupa il pendìo settentrionale della collina, la quale, alzandosi da Rovagnate verso il Lambro, divide l'alta Brianza dal Pian d'Erba. Pochi assai percorrevano allora quella via: giacchè, oltre le più scarse relazioni da paese a paese, il generale disagio delle strade, singolarmente nei terreni montuosi, svogliava dal viaggiare. Onde è in proverbio che chi dovesse (poniam caso) da Como giungere a Milano, assestava i domestici affari, indi avviatosi, com'era giunto a mezzo il cammino, rimandava un messaggio a casa per assicurare che, la Dio mercè, gli era riuscita prospera l'andata. Esagerazioni che però ritraggono da un fondo di vero, e che formano bizzarro contrasto colla rapidità onde oggi non solo travalichiamo a ruote correnti le alpi più elevate, ma solchiamo, a dispetto di venti e di correntie, rapidissimi fiumi e l'immensità dell'oceano.

Oltre però la disagevolezza delle strade, era il viaggiare reso mal sicuro dai lupi che spesseggiavano, e più da quella belva che ha nome l'uomo, della quale non è la peggiore qualvolta la forza accoppiata alla ragione non sia temperata colla giustizia e colla benevolenza. Masnade di ladri, accampando a baldanza per le foreste e per le lande, non solo davano fiera avventura al solitario passaggiero, ma aggredivano e depredavano casali e borgate. Con costoro se la passavano d'intelligenza gli ostieri: onde il viandante, il quale vedendo imbrunire, aveva sollecitato il passo per ricoverare alla locanda, e raggiuntala, ringraziava il suo angelo che l'avesse ridotto in salvo, nel maggior cheto della notte si trovava assalito e sovente scannato nel letto. Birri e campagnuoli uscivano contro costoro: quadriglie di soldati acquartieravansi di distanza in distanza: ma non è ben chiaro se maggior danno recassero i protettori o i masnadieri, la forza legale o la perseguitata.

Tutto ciò, sebbene poco abbia a fare col racconto di che intendo trattenervi, sia detto per giunta al panegirico di quel buon tempo antico, che tanti rimpiangono continuamente.

E non è ancor tutto. Conviene aggiungere i feudatari, che, tiranneggiando ciascuno nel suo stato, esteso poco più d'un miglio, imponevano ad arbitrio taglie, servizi, pedaggi, e sotto l'ombra di quella forza brutale che aveva acquistato il nome di diritto, esercitavano le angherie e le prepotenze dei ladroni insieme e della soldatesca.

Uno di siffatti dominava, appunto in quei tempi, nel castello di Barzago, terra di felice posizione, seduta in poggio sulla cresta di quel giogo, che come sopra accennai, diviso per un piccolo valico dal Monte di Brianza, estendesi da Rovagnate al Lambro, dominando da un lato l'alta Brianza, dall'altro il Pian d'Erba. Don Alfonso Isacchi aveva nome quel signore, ma tra i paesani erasi co' suoi modi guadagnato il soprannome di Orso di Barzago. Colleroso, vendicativo, indifferente ai patimenti altrui, il rispetto all'umanità neppur di nome conosceva: le leggi paragonava alle reti, dove il tordo s'impiglia, la volpe o il falco le squarciano, e innanzi. La religione non disprezzava già, ma, separandola dal costume, l'aveva ridotta a quella che ne veste le sembianze, benchè ne sia pessima nemica, la superstizione: talchè, se la coscienza avrebbe potuto richiamarlo od arrestarlo sulla carriera delle violenze, esso la addormentava con pratiche devote cui sapeva conciliare collo sfogo de' suoi laidi e prepotenti capricci.

Chi entrasse nei suo castello, al vedere uccellacci confitti sulle imposte, pelli di lepri, teschi di lupi spenzolati alle pareti, falchi starnazzanti sulle grucce e fischi e panie e tagliuole in ogni lato, e cani sciolti o al guinzaglio che abbajavano, squittivano, scodinzolavano, e intorno campari, canattieri, guardaboschi, s'avvisava quanto egli fosse appassionato per la caccia. A ben peggiori segni se ne accorgevano i paesani, che spesso miravano folate d'uccelli, moltiplicati dalla disastrosa impunità, calarsi a beccare i grani dai solchi appena sementati; od una furia di levrieri sbrancare ed uccidere il domestico pollame; ovvero uno stuolo di cacciatori a piedi, a cavallo, spingersi in mezzo al miglio ed al frumento già spigato, e poco dopo ritornare, mostrando in trionfo quaglie o beccacce al povero contadino, che lagrimava perduto o decimato il sostentamento della sua famigliuola per l'insano divertimento dei padroni.

E guai a lui se si fosse arrischiato a sturbare i selvatici! più guai se avesse ardito ucciderne qualcuno! Don Alfonso avrebbe saputo perdonare ad un ladro, ad un micidiale, non a chi ne avesse scemato d'un capo solo la selvaggina. I contadini adunque dovevano soffrire e trangugiare, senza che credessero tampoco tesoreggiare meriti colla pazienza; giacchè erano stati educati a considerare l'oppressione una necessità inevitabile, come la grandine, come il morire; e che Dio, concedendo ai grandi d'intendere le ragioni che hanno per soperchiare il povero, avesse fatto anche troppo concedendo al povero la forza di tollerarli.

Alle cacce di don Alfonso era riservato il bosco, che dalla vetta di Barzago, discende a bacio della collina, e che allora distendevasi anche per buona parte del piano, oggi coltivato. Lo chiamavano e lo chiamano ancora il bosco d'Imbevera; foltissimo di roveri e orni e castani, tra i quali non solo moltiplicavano, come in parco chiuso, gli uccelli e i quadrupedi onde oggi pure si fa caccia, ma bestie ancora, la cui razza è fra noi o scemata o scomparsa. Lo tagliava, come dicemmo, la strada, e là, appunto ove in questa metteva capo una non migliore che scendeva da Barzago, era alzato un devoto tabernacolo della Madonna. Poichè, oltre le croci piantate a ciascun crocicchio, e le molte che, indicando il luogo ove alcuno fu assassinato, crescevano lo spavento al viaggiatore già pauroso, di distanza in distanza si solevano dipingere immagini sacre, affinchè la religione fosse di alcun freno a coloro, che nessun altro ne conoscevano. E però chi, alla frequenza di quelle ponendo mente, esclama, Quanto erano buoni i nostri maggiori, direbbe più retto, Quanto erano cattivi; od almeno, quanto erano infelici.

Spuntava il settimo giorno di settembre del 1590, e rompeva il silenzio di quel bosco un via vai, un latrare di bracchi, un pestìo di cavalli, uno stridire di falchi, un chiacchierare ed affaccendarsi di cacciatori, che in frotta venivano intorno a don Alfonso. Egli seguiva a cavallo, discorrendo, fra un signore e una dama di freschissima apparenza, tutti con falchi e balestre e panie e gli altri arnesi adatti alla caccia, quale facevasi in tempi che il fucile, non ancora perfezionato, s'adoperava poco più che ad ammazzare gli uomini. La signorina, lieta di gioventù e novella sposa, dando libero corso ad un'indole gioviale, stata sin allora repressa fra le austerità della monastica educazione, volgevasi via via a richiedere don Alfonso or delle cacce, or delle terre che nel discendere l'erta, scoprivano a man mano nella pianura sottoposta e sugli alti clivi rilucenti al sole mattutino, e pareva tripudiasse di incontrare tutto il creato in armonia colla felicità ond'ella si sentiva inondata.

Ma sopra pensieri camminava il giovane suo sposo; e se ella con un sorriso pieno di dolcezza insieme e di vivacità lo confortava a rallegrarsi, — Com'è possibile (rispondeva), Emilia mia? Questi luoghi tu sai quanta sventura mi rammentino. Ma lei, don Alfonso, ben deve lei aver a mente la grave disgrazia qui occorsa a mia madre.

— Oh... sì... certo... N'ho inteso parlare, rispondeva il feudatario, aggrottando vieppiù le fosche sopracciglia.

— E dove accadde veramente il fatto? insisteva don Alessandro, che così nomavasi il giovane signore.

— Là... abbasso... Ma non so bene... Deve essere stato presso alla Madonnina d'Imbevera, ripigliava don Alfonso.

— E non si seppe mai il vero di questo caso atroce?

— Mai, replicava don Alfonso facendo spallucce e vibrando in faccia all'altro lo sguardo acuto di una vipera in atto di assalire, quasi avesse voluto spiargli in fondo del cuore. Non gli sembrò vedervi sospetto nè malizia; onde rassicurato continuava: — E come sarebbe potuto scoprirsi? Questi contorni erano pieni di malandrini e di banditi. Non è vero, guardacaccia?

E il guardacaccia facevasi più presso confermando.

— Se ce n'era, illustrissimi! e con tanto di pelo sulla coscienza. Il Caino di Pusiano, il Raspagno di Garbagnate, lo Spazzacampagne di Broncio, altri ed altri cani, che avrebbero assalito anche un frate.

— Capisce? soggiungeva don Alfonso. Ma ci abbiamo trovato riparo; e da poi che occhieggiano intorno questi gatti (accennava con sorriso i suoi uomini), di simili sorci è scemata la razza, ed ella deve starsene senza paura.

— Ma dica... voleva ripigliare il giovane, ben altro che soddisfatto di quelle risposte. L'Orso però, cui tali domande non parevano dar troppo per lo genio, lentò il freno al cavallo, toccandolo d'una gagliarda spronata, e dietro a lui tutti gli altri. Se non che avendo esso liberato contra d'un uccello il suo falcone, questo riuscì a strappare la lunga annodatagli al piede, e datosi a libero volo, dopo ampie ruote fu veduto posarsi sul comignolo d'una bettola, che sorgeva rasente la strada del bosco. Era una povera casipola, colla parete a tramontana rivestita di edera, mentre a quella di mezzodì stava dinanzi un piccolo ma ben disposto orticello, da cui presso al muro sorgeva una vite novella, destinata, crescendo, a contornare co' suoi pampani una finestra, adorna con pensili ciocche di garofani vivaci. Verso quella si drizzò dunque la comitiva per ricuperare il falco, richiamandolo e procurando calmarne lo spavento colle note voci e col mostrargli l'esca.

Come s'intese dirigersi colà la cavalcata, fu un sottosopra nella tranquilla osteria. Un giovinotto, che affaccendavasi per la casa, corse a rintanarsi in una botte sdogata: la madre, che stava rigovernando le stoviglie, tutta spaurita gittò in là il ceneracciolo e l'asperella: l'oste, confuso, impacciato, svolgendosi le maniche rimboccate della camicia e traendosi di capo, si fece sulla soglia, incontro alla comitiva. — Illustrissimo!.... quale onore!... e strisciava i piedi, e faceva profusi inchini a don Alfonso. Ma questi non gli badava come se non fosse: e i servitori ad un suo cenno entrati nella casipola, senza un riguardo al mondo cacciandosi per le camere e su pel tetto, riebbero al fine l'uccello fuggiasco, non prima però che questo, lanciatosi di nuovo a volo per la cucina, mandasse a frantumi gli orci, i bicchieri, i piatti che capitarongli sotto l'ala.

L'oste non proferiva parola di lamento, e appena osava dare una timida occhiata alla moglie. Don Alfonso, dopo che s'ebbe in pugno il falcone, l'accarezzò, lo battè, gli parlò a lungo: poi volgevasi già per andarsene senza far motto al vinajo, quando soccorrendogli un pensier nuovo, disse al guardacaccia: — Poichè opportunamente siamo capitati qua, date a costui la preda che avete a lato. E tu (soggiungeva all'oste) la cocerai, e preparerai vino in abbondanza, chè fra tre o quattro ore saremo qui. Oggi si fa colazione nel bosco.

— E se mancherà un'ala me la pagherai salata, soggiungeva la guardia, coll'arroganza propria dei ministri d'un cattivo padrone, nel mentre consegnava all'oste la selvaggina. Toccarono, e via.

L'oste, per cui quell'arrivo era un sinistro augurio, com'è sempre quello d'un tristo signore, quando li vide voltare esclamò, rimettendosi la sua berretta: — Sia ringraziato Iddio!

— E i poveri morti, aggiunse la donna sua segnandosi: e raccogliendo il fiato, chiamò, — Cipriano, Cipriano! vieni fuori.

E Cipriano, quel giovinotto lor figliuolo che se la era fumata, comparve fuor, nettandosi dei ragnateli, mentre la madre, raccogliendo i cocci delle rotte stoviglie, raccontava l'accaduto colla fredda rassegnazione, ond'altri racconta una febbre effimera avuta jeri; ed il padre, dando mano alla selvaggina lasciatagli, esclamava: — Non ha torto il sindaco quando dice che certa gente sono come le lumache; dove passano, lasciano il segno.

— Eh; soggiungeva il garzone, possiamo segnarci col gomito se non è stato che questo. Io mi era immaginato... Perchè, bisogna che vi confessi che l'altro giorno s'ammazzò una lepre...

— Ammazzar una lepre! gridava il padre, sospendendo di scorticare una delle tre che, tiepide ancora, gli avevano lasciate da cucinare.

— Ammazzar una lepre! ripetea la madre giungendo le mani. Ma ho da sentire anche di queste? Non sai gli ordini? E gli ordini si devono rispettare, chè lo dice continuamente anche il signor vicario.

— Il signor vicario? ripigliava il giovane dimenando il capo. Oh! quanto pagherei a dare un'occhiata anche io sul messale, e vedere se comanda sempre solamente a noi d'obbedire, e mai...

Qui interrompendosi come avesse detto uno sproposito, ripigliava: — Or ora mi fate uscire in un'eresia. Sta bene: il signor vicario è quell'uomo che è, e sa ben lui quel che si dice. Però, a vedere! sin che quella lepre, entrata nell'orto, non fece che scompigliare i quadri e mangiare i cavoli, mi venivano i sudori: pure mandavo giù. Ma vi è lì quel piede di vite, portato due anni fa a mia sorella Brigita dal giardiniere del suo padrone di filanda; gli è d'una qualità così rara, e poi alla Brigita è caro come un occhio, perchè chi sa quali memorie vi ha congiunto! Ebbene, io lo piantai nell'orto; lo governai con tanta premura; gemmò, crebbe: ed ecco quella maledetta lepre a rosicchiarlo. M'avrebbe fatto minor dispetto se m'avesse roso le dita a me.

— Non hai tutti i torti, parlava il padre: ma ti doveva bastare di scacciarla col malanno che Dio le mandasse.

— Dite giusto, rispondeva Cipriano: poteva bastare: e se ho proprio a contarvela, schietto come al confessore, io m'accontentai di spaventarla. Ma quella, scappando, sguisciò fra le gambe di Cecchino del Forno; ed egli, visto il bello, gliene diede sul capo una, che non fu bisogno la seconda. Volle il diavolo che fosse lì poco lontano quella schiuma del guardacaccia. Gridando corpo e sangue, ci corse dietro: ma sì! guarda la gamba. Non ci ha conosciuti, e dovette contentarsi di urlarmi dietro:

— Non dubitare che verrà il tuo sabato.

— Quando la cosa sta come la conti, diceva la donna, fa bisogno di mettersi in paura? Se alcuno te ne parla, si dice: Gnornò; non sono mica stato io, si dice: l'è stato il tal dei tali, e buona notte.

— Che? come? saltava su il giovane inalberandosi. Io accusar il mio camerata per salvar me? Da che mondo è mondo non s'è ancora inteso che un brianzuolo n'abbia fatto di coteste. Ed io voglio portare il mio cappello fuor degli occhi, io; mi capite?

E mentre il padre sentenziava novamente che non poteva dargli torto, egli seguitava brontolando fra i denti, sinchè riprendeva: — È però della maledetta! L'Orso di Barzago, perchè è lui, ogni po' di bizzarria che gli monti, a far battere noi poveri villani od anche peggio, l'ha come bever un uovo; e per noi ha da esser peccato mortale se ammazziamo uno straccio di lepratto che ci fa del male. Che? non siamo cristiani ancora noi? non ci ha fatti anche noi il Signore. E la sua santa legge v'è solamente per i pitocchi? Sì, che Domenedio avrà paura di lui perchè è l'Orso.

— Oh per amor del cielo! l'interrompeva la donna: parla con rispetto di lui. Non vedi quanto male ci potrebbe fare? Eppure ci lascia vivere. Chi poi lo dice così cattivo sono male lingue: e guarda mo' con che devozione sta in chiesa, ed ogni sabato non fa accendere la lampada alla Madonnina d'Imbevera? e...

— Sì, sì, esclamava Cipriano; ogni ladrone ha la sua devozione. Ma come egli sia buono, addomandarlo al mugnajo di Santa Maria Hoe, il quale, perchè aveva la donna bella ma anche savia, fu conciato che Dio vel dica. Addomandarlo a Mariantonia del filatoio, che era una ragazza chetina come l'olio, ed ora sapete anche voi quel che n'è. Addomandarlo a Carlandrea del Gobbo, che, per non avergli voluto cedere il suo camperello, n'ebbe prima tante bastonate quante può portarne un somaro, poi a rinforzo d'angherie è ridotto miserabile come Giobbe. E neppur un mese fa Lionardo di Rosina avendo, nel passare, spaurato un merlo che stava per dare nel calappio, il guardacaccia non lo fece ruzzolar giù pei ronchi come una pallottola, gridandogli dietro, spero che non tornerai più su? Oh quel guardacaccia! Il Signore ne scampi i cani. L'altro dì....

Chi sa fin quando Cipriano toccava innanzi, sciorinando questa litania delle insolenze che, come più recenti, gli correvano prime alla lingua, e che possono essere un'altra dimostrazione del quanto sia grande la pazienza di chi soffre. Ma gli ruppe le parole in bocca, sua madre tutta scandolezzata, dicendo: — Ma sicchè? ma sicchè? Dov'hai tu la coscienza a parlar così senza rispetto dei padroni? Bada che Domenedio ti castigherà. Non è vero che egli ha fatto gli uomini parte per comandare, parte per obbedire? Bene; i potenti si chiamano così perchè hanno avuto da lui la potenza di comandare, e il nostro dovere è di fare la loro volontà senza cercar più che tanto. Che capo sei tu! vorres'tu disfare quel che ha fatto il Signore?

— Tua madre non ha torto, soggiungeva il padre. Non l'hai inteso delle cento volte che il destino di noi straccioni è mangiar pane e guai? e il diritto di quei che comandano è far quello che possono?

Le idee di diritto e di dovere non dovevano essersi ben identificate nel capo di Cipriano: compatitelo, avea poca barba ancora al mento. Laonde crollava il capo a guisa di chi si conosce rimproverato piuttosto dalla prudenza che dalla coscienza, poi dopo alquanto saltava su: — Però, se fosse toccato a me a dar regola al mondo, indovinate mo cosa avrei voluto? Che quelli che lavorano stessero bene e di sopra degli altri; e gli oziosi facessero crocette. Ah! ah!

E sbellica vasi dalle risa all'averne detto una cosa strampalata. Il padre rideva anch'esso, esclamando: — Si può sentire di peggio? Persino la madre serenavasi alquanto, poi, ripresa la sua devota ipocondria, continuava: — Che discorsi senza sugo! Se tu avessi un poco di timor di Dio, avresti anche il timor degli uomini, ti cuciresti la bocca, e certe cose non le diresti manco per baja. Ma già fin da ragazzo eri un capetto, con certe idee per la testa, che sicuro non le avevi imparate da me: e non ti pareva giusto nemmeno quando, a scuola o alla dottrina, ti picchiavano. Ora però sei all'età della discrezione, e dovresti aver acquistato un poco di viver del mondo, e sapere che i padroni, come le streghe, è meglio non nominarli nè in bene nè in male. Se tu facessi così, non avresti avuto paura adesso adesso quando capitò qui il signore: perchè a chi va per la sua strada non importa che i padroni siano buoni o siano cattivi.

₺111,56
Yaş sınırı:
0+
Litres'teki yayın tarihi:
16 ocak 2025
Hacim:
180 s. 1 illüstrasyon
ISBN:
4064066068516
Yayıncı:
Telif hakkı:
Bookwire
İndirme biçimi:

Benzer kitaplar