Kitabı oku: «Pagine sparse»
Edmondo De Amicis
Pagine sparse

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066069384
Indice
LA MIA PADRONA DI CASA
SCORAGGIAMENTI
RITRATTO D'UN'ORDINANZA
BATTAGLIE DI TAVOLINO
UN INCONTRO
EMILIO CASTELAR
UN CARO PEDANTE
UNA VISITA AD ALESSANDRO MANZONI
LA LETTURA DEL VOCABOLARIO
APPUNTI
UNA PAROLA NUOVA
CONSIGLI
IL VIVENTE LINGUAGGIO DELLA TOSCANA
I.
II.
III.
QUELLO CHE SI PUÒ IMPARARE A FIRENZE
UN BEL PARLATORE
DALL'ALBUM D'UN PADRE (A VITTORIO BERSEZIO.)
SOPRA UNA CULLA
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
GIOVANNI RUFFINI
L'AMORE DEI LIBRI
MANUEL MENENDEZ (RACCONTO)
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
XIII.
IN SOGNO
.... Non riprendeva, anzi lodava ed amava che gli scrittori ragionassero molto di sè medesimi; perchè diceva che in questo sono quasi sempre e quasi tutti eloquenti, ed hanno per l'ordinario lo stile buono e convenevole, eziandio contro il consueto o del tempo, o della nazione, o proprio loro. E ciò non essere meraviglia; poichè quelli che scrivono delle cose proprie hanno l'animo fortemente preso e occupato della materia; non mancano mai nè di pensieri, nè di affetti nati da essa materia e nell'animo loro stesso, non trasportati d'altri luoghi, nè bevuti da altre fonti, nè comuni e triti, e con facilità si astengono dagli ornamenti frivoli in sè, o che non fanno a proposito, dalle grazie e dalle bellezze false, dall'affettazione e da tutto quello che è fuori del naturale. Ed essere falsissimo che i lettori ordinariamente si curino poco di quello che gli scrittori dicono di sè medesimi: prima, perchè tutto quello che veramente è pensato e sentito dallo scrittore stesso, e detto con modo naturale e acconcio, genera attenzione, e fa effetto; poi, perchè in nessun modo si rappresentano o discorrono con maggior verità ed efficacia le cose altrui, che favellando delle proprie: atteso che tutti gli uomini si rassomigliano tra loro, sì nelle qualità naturali, e sì negli accidenti, e in quel che dipende dalla sorte; e che le cose umane, a considerarle in sè stesso, si veggono molto meglio e con maggior sentimento che negli altri.
Leopardi — Detti memorabili di Filippo Ottonieri.
LA MIA PADRONA DI CASA
Indice
Non posso pensare a Firenze, senza ricordarmi della mia buona padrona di casa di via dei ***, la quale m'insegnò in sei mesi più lingua italiana di quanta io n'abbia imparata in dieci anni da tutti i miei professori di letteratura, nati, come diceva l'Alfieri, là dove Italia boreal diventa.
Era una vecchietta simpatica, vedova d'un interprete d'albergo, buona come il pane, fiorentina fin nel bianco degli occhi, operosa, assestata e pulita come un'Olandese. Viveva d'una piccola rendita e di quel po' che guadagnava tenendo dozzina. Leggicchiava, giocava al lotto, faceva qualche visita, e passava quasi sempre la sera, sola come uno sparago, in un cantuccio della sua piccola camera ingombra di mobili vecchi, vicino a una finestra, dalla quale si vedeva, di là dai tetti di molte case, la cima del campanile di Giotto.
Che cos'è questo benedetto parlare toscano! Era una povera donna, non aveva cultura, sapeva appena leggere e scrivere; ma parlava da far rimanere a bocca aperta. E non il fiorentino volgare, perchè non ho mai inteso dalla sua bocca una parola o una frase che una signora non potesse ripetere in conversazione. Il suo parlare era tutto frasi efficacissime, immagini, proverbi, diminutivi graziosi, vezzi e fiori di lingua, che venivan via facili e fitti ad ogni proposito, come nei novellieri trecentisti, senza che le sfuggisse mai neppure un lampo di quel sorriso leggerissimo che per il solito tradisce la compiacenza intima di chi sa di parlar bene.
Ogni momento gliene sentivo dire una nuova.
Stentavo un po' a infilare il soprabito: essa mi diceva: Ma perchè non se lo fa allargare chè le è stretto assaettato?
Entravo nella sua camera: — Badi, — mi diceva, — di non inciampare, perchè è buio come in gola.
Veniva un amico a chiedermi dei denari; essa capiva, e mi domandava: — Le è venuto a dare una frecciata, non è vero?
Diceva che il suo predicatore aveva la parola facile e ornata; che il lattaio aveva la voce come uno di questi cani incimurriti e fiochi che non posson più abbaiare; che erano tre giorni che non vedeva più l'effigie dello spazzaturaio che pure le aveva promesso di venire; che il bambino della vicina aveva rotto un vetro, e suo padre non se ne era anche accorto, ma il poverino stava già rannicchiato dietro l'uscio ad aspettare il lampo e la saetta; che il mio maestro di spagnuolo aveva un vestito che gli piangeva addosso; che con tutte queste guerre che si fanno dopo che Pio IX ha date le su' riforme bisogna sempre stare palpitando per i nostri cari; che un tale ch'era caduto dal secondo piano, e non era morto, aveva il sopravvivolo come i gatti; che un certo quadro pareva fatto coll'alito; che a una certa sua amica, in una certa congiuntura, essa aveva parlato come al cospetto di Dio, da cuore a cuore; e altre espressioni gentili ed argute, che a scriverle tutte, ci sarebbe da fare un vocabolario.
Però, quando s'accorgeva ch'io mi divertivo a farla parlare, taceva tutt'a un tratto e mi guardava con aria di diffidenza. Temeva ch'io la volessi canzonare. Anzi, qualche volta, quando mi lasciavo sfuggire un'esclamazione di meraviglia, quasi s'indispettiva.
— Oh insomma, — mi disse un giorno, — io parlo come so. Se dico degli spropositi, m'insegni lei a parlar meglio. Io non ho mai preteso di parlar bene.
— Ma no, cara signora, — le risposi coll'accento della più profonda sincerità. — Le giuro che ammiro davvero la sua maniera di parlare, che vorrei parlare io come lei, che vorrei saper scrivere come lei parla. Che c'è da stupirsi? Non lo sa che i fiorentini parlano meglio degli italiani delle altre provincie? Non l'ha mai inteso dire? Mi piace sentir parlare l'italiano da lei come mi piacerebbe sentir parlare il francese da un parigino. Mi piace perchè lei parla con naturalezza, perchè pronunzia bene, perchè io imparo. Ne vuole una prova? Guardi questi fogli.
E le misi sott'occhio alcuni fogli sui quali avevo notato una lunga filza dei suoi modi di dire.
Guardò, sorrise, poi sospettò daccapo e mi disse che non sapeva capire che cosa io trovassi di particolare in quelle parole. — Qualunque mercatino, — soggiunse, — è in caso di dirgliele tali e quali.
Nondimeno, a poco a poco, finì per persuadersi che mi divertivo davvero a sentirla parlare perchè parlava bene.
Ma trovavo sempre mille difficoltà a farmi capire quando volevo saper qualche cosa di preciso in fatto di lingua. — Come direbbe lei, — le domandavo, — per dire che piove forte? — Gua! — mi rispondeva, — direi che piove forte. — Io ripetevo la domanda in un'altra forma. — Ah! ho capito! — esclamava. — Chi si volesse spiegare in un'altra maniera potrebbe anco dire che piove a rovescio, a catinelle, a orciuoli, a ciel rotto; ognuno può dire come gli piace; non c'è regola fissa.
Un giorno le diedi un mio libro. — L'ha scritto lei? — mi domandò. — Sì, — risposi. — Tutto di suo pugno? — Tutto di mio pugno. — Lo tenne due o tre giorni e vidi che lo leggeva. Quando me lo restituì, mi disse: — Bravo! mi son divertita; si vede che è un buon figliuolo. E poi mi piacque anche lo stile.
A poco a poco mi prese a voler bene, mi parlava lungamente della buon'anima di suo marito, delle sue amiche, del caro dei viveri, delle tasse, del lotto, dei suoi malanni, della religione, sempre colla stessa grazia e colla stessa dolcezza. Ma specialmente quando parlava della sua disgrazia d'esser rimasta sola al mondo e diceva che la notte, non potendo dormire, pensava, pensava, fin che si metteva a piangere, aveva parole così dolci, così schiette, così poetiche, che mi si stringeva il cuore, e nello stesso tempo provavo una specie di voluttà artistica a sentirla. Mentre essa parlava la sua bella lingua, io appoggiato alla finestra della sua cameretta, guardavo il campanile di Giotto dorato dalla luce del tramonto, e provavo uno struggimento d'amore per Firenze.
Una s'era, ch'ero già a letto, s'affacciò alla porta e disse con voce commossa: — Ah! figliuol mio! bisogna proprio credere, sa, che c'è un Dio! Questa sera il predicatore ha detto che tutti i grandi uomini ci hanno creduto, — e Dante e Galileo e Colombo, — ne avrà citati più di cinquanta. E ha conciato per le feste quelli che dicono che il mondo l'ha fatto il caso! Il caso! E dire che sono gente che ha studiato! Io che sono una povera donna capisco che è una corbelleria. Se lo studio non dovesse portare altri frutti! Ma lei, benchè studii, non le pensa queste cose, non è vero, figliuolo? dica un po': ci crede lei al caso?
— No, cara padrona, — le risposi; — io credo in Dio.
— Oh lei non può immaginare la consolazione che mi dà con codeste parole, — rispose la buona donna.
La notte, mentre lavoravo a tavolino, a una cert'ora sentivo picchiare nel muro e poi una voce insonnita che diceva:
— Non lavori più, figliuolo; s'abbia riguardo agli occhi.
Ed io: — Ancora una pagina.
— Nemmeno una pagina. Si ricordi del proverbio: È meglio un.... cavallino vivo che un dottore morto.
Passava un altro quarto d'ora e lei daccapo:
— A letto, a letto, figliuolo.
— Padrona, domandavo io, — com'è quel proverbio di Berto, che mi disse stamani? Ne ho bisogno per scriverlo.
— Berto, rispondeva, — che dava a mangiare le pesche per vendere i noccioli. Vada a letto.
— Ancora una cosa. Come si chiama il bastone d'Arlecchino?
— Non mi cava più una parola, nemmeno se mi fa regina di Spagna.
E non diceva più una parola davvero e io andavo a dormire.
La mattina per tempo, appena svegliato, risentivo la sua voce: — Su, su! È un sereno che smaglia. Vada a fare un giro alle Cascine!
Una sera tornai a casa pieno di malinconia e mi buttai sul sofà senza dire una parola. Essa mi venne accanto. Duravo fatica a trattener le lagrime. Mi domandò che cos'avessi. Non volevo rispondere. Insistette, e allora le apersi il mio cuore come a un amico.
— Ho avuto un dispiacere, — le dissi. — Ho saputo che l'altro giorno, in una casa, hanno detto che i miei scritti sono noiosi e che non farò mai nulla di buono. Io ne sono persuaso e non ho più voglia di studiare. Voglio buttar nel fuoco tutti i miei libri e tornare a fare il soldato. Sono triste, scoraggito e annoiato della vita. Non m'importerebbe nulla di morire.
La buona donna si sforzò di ridere; ma era intenerita. Cercò di consolarmi e di rimettermi di buon umore; chiamò a raccolta tutti i suoi frizzi, le sue frasi e i suoi proverbi; mi assicurò che i miei libri erano pieni di bei concetti e che avrebbe voluto saperli scrivere lei; mi promise che sarei riuscito un bravissimo scienziato a dispetto dei maligni; mi disse che avrebbe voluto trovarsi faccia a faccia con chi aveva sparlato di me, per fargli una risciacquata che non trovasse più la via di tornarsene a casa; mi fece bere un dito di vin Santo, mi diede del ragazzo, mi picchiò sotto il mento e gridò: — Su la testa! — Infine mi lasciò rasserenato, dicendo che se le facevo un'altra volta una di quelle scene, il pezzo più grosso che sarebbe rimasto di me, aveva da essere un orecchio, com'è vero che c'è tanto di Biancone in piazza della Signoria.
Qualche volta però ci bisticciavamo, per cose da nulla, s'intende; per esempio perchè tornavo a casa tardi, e lei mi trovava a ridire, ed io le rispondevo di mala grazia. Allora stavamo una mezza giornata senza scambiare una parola. La sera poi, pensando ch'essa era là in un cantuccio della sua camera, sola, malinconica, al buio, mi pigliava il rimorso, correvo all'uscio e le domandavo per il buco della serratura: — Padrona, come è quel detto di Cimabue che mi disse ier l'altro?
— Cimabue che conosceva l'ortica al tasto — rispondeva con una voce in cui si sentiva un'improvvisa contentezza.
— Mi perdona? — le domandavo.
— Oh buon figliuolo! — rispondeva; — perdoni lei a me, che sono una brontolona e una zotica. Ma veda: glielo dico per il su' bene che non venga a casa tardi perchè.... io non ho mica il diritto di impicciarmi nella sua condotta.... si capisce.... ma ho notato che tutte le sere che viene a casa tardi, e non studia più, la mattina dopo è di malumore.
— Ha ragione, padrona, ha ragione! Apra la porta e facciamo la pace.
Essa apriva la porta e non faceva mai in tempo a levarsi il fazzoletto dagli occhi.
Così passarono sei mesi.
Un giorno, dopo una settimana intera di preparativi e di esitazioni, mi feci forza e le dissi, guardandola fisso negli occhi:
— Padrona, io debbo partire da Firenze.
— Dove va?
— A casa mia.
— Va bene. Io terrò le sue camere libere per quando tornerà. Può lasciar qui libri, quadri, carte, come le lascerebbe alla sua famiglia. Prima che ritorni farò mettere la stufa, comprerò un altro seggiolone e se mi salta il ticchio farò cambiare la tappezzeria al salotto. E passeremo il nostro invernetto insieme d'amore e d'accordo, lei a studiare ed io a fare le mie faccenduole. Ah! vedo che almeno negli ultimi anni della mia vita avrò qualche consolazione. Quando tornerà?
— Cara padrona.... non glielo posso dire.
— Che forse non tornerebbe più? domandò col viso alterato.
— Forse non tornerò più!
Stette qualche momento senza parlare e poi esclamò con voce tremante: — Ma dunque io resterò sola!...
E tacque di nuovo come per sentir l'eco di quella triste parola.
Poi nascose il viso nel grembiale e diede in uno scoppio di pianto.
M'aiutò a fare i miei bauli, volle riporre tutti i libri colle sue mani, non mi lasciò più un momento fino all'ora della partenza. L'ultima notte, verso le undici, mentre scrivevo, picchiò ancora una volta nella parete e mi pregò di avermi riguardo agli occhi. La mattina seguente, quando partii, mi accompagnò fin sul pianerottolo e mi disse colla solita dolcezza: — Lei se ne torna colla sua famiglia; io, povera vecchia, rimango sola. Si ricordi qualche volta di me che le volevo bene come a un figliuolo. Abbia giudizio; continui a studiare e sarà contento. Mentre viaggerà in Spagna e in Francia, io guarderò il suo ritratto, leggerò i suoi libri e pregherò il Signore per lei. Quando morirò, lei si ricorderà che le ho voluto bene e piangerà, non è vero? Ed ora vada, figliuolo, che è tardi; e Dio l'accompagni!
Le diedi un bacio e discesi per le scale. La povera donna mi mandò ancora un addio rotto da un singhiozzo e poi rientrò nella sua casa vuota e triste.
Oh buona e cara vecchia! se mi son ricordato di te! In viaggio, ogni volta che ho passata la notte a scrivere in una camera d'albergo, allo scoccare delle undici ho detto tra me, con tristezza: — Oh! se sentissi picchiare nel muro, quanto lavorerei più volentieri! — Ogni volta che scrivo, e rileggendo la mia prosa, la trovo scolorita e senza grazia, dico con rammarico: — Ah! quanto ci corre da quest'italiano a quello della mia padrona di casa! — La sera, quando la mia famiglia è raccolta intorno al fuoco, e tutti ridono e lavorano, io penso col cuore stretto che tu sei sola nella tua stanza, forse al freddo ed al buio, perchè la legna e l'olio sono rincarati. E non mi si presenta mai l'immagine della mia cara Firenze, senza ch'io goda in fondo all'anima pensando che un giorno forse vi tornerò, che andrò a cercarti, che ti troverò ancora, che mi rimetterò a imparare da te la lingua armoniosa e gentile con cui mi rallegravi e mi davi coraggio.
SCORAGGIAMENTI
Indice
Erano le nove della sera: Teresa ricamava accanto al fuoco, quando udì picchiare leggermente, corse all'uscio e più per abitudine che per diffidenza domandò chi fosse.
— Io! — rispose una voce aspra. Teresa aperse, entrò un giovane ravvolto in un mantello, si baciarono, e la ragazza gli domandò subito:
— Che hai, Mario?
— Perchè questa domanda? domandò il giovane alla sua volta.
— Perchè non hai detto io come gli altri giorni.
Mario la guardò un po' senza rispondere, poi buttò in un canto il mantello e il cappello, e s'avvicinò al caminetto. La ragazza tornò al suo posto, e tirò a sè un panchettino, sul quale sedette il giovane, appoggiando un gomito sul suo ginocchio e la testa sulla mano.
Stettero così qualche momento senza parlare; poi Teresa domandò timidamente:
— Hai scritto?
— No — rispose il giovane con aria pensierosa.
— Hai fatto male.
— Avrei fatto peggio se avessi scritto: anche oggi son vuoto come una bolla di sapone.
— È un mese che lo dici.
— È assai più d'un mese che lo sento. Sento che sono una buccia di limone spremuto. Un critico disse una volta una verità semplicissima, ma profonda: — Per scrivere bisogna avere qualcosa da dire ai proprî concittadini. — Ebbene, io non ho nulla da dire e non scrivo. Scrivere solamente per far sapere al pubblico che si sa accozzare il verbo col sostantivo e far delle infilzate di epiteti, non mi par degno d'un uomo.
— Mario, — rispose la ragazza mettendogli una mano sul capo e sorridendo: — dici questo sul serio o soltanto per farmi stizzire?
— Per farti stizzire? Lo dico con tutta la serietà d'una certezza dolorosa. È più d'un mese che per me il tavolino è la ruota del tormento, e mi ci mordo le dita senza riuscir a scrivere un periodo. Ho un bell'eccitarmi prima, leggere versi ad alta voce come consiglia il Buffon, pensarci su come dice il Manzoni, ed anche tenere i piedi nell'acqua fredda come faceva lo Schiller, frugar dentro di me, ravvivare tutti i sentimenti che m'inspiravano una volta; ogni cosa è inutile. Seduto che sono al tavolino, mi pare che il cuore e il cervello mi si raggrinzino come vesciche crepate, e non mi riesce più di afferrare un'idea che meriti l'omaggio d'una goccia d'inchiostro. Ti giuro che dico la verità.
— Non giurare.... m'hai detto altre volte le stesse cose e dopo qualche giorno le hai disdette.
— Cara mia, anche le malattie disperate hanno i loro alti e bassi, e non v'è moribondo al quale non brillino dei barlumi di speranza. Ho avuto anch'io i miei barlumi.
— Ma che melanconie son queste, Mario?
— Non sono melanconie, son disinganni. Vuoi che io ti dica una cosa che non ho mai detta a nessuno e che non ho quasi mai osato dire a me medesimo, ma che ormai credo fermissimamente vera, tanto che provo quasi un sentimento di sdegno contro tutti coloro che per lungo tempo cospirarono a farmi credere il contrario? Te la dico in tre parole: — Ho sbagliato strada.
— Andiamo, — disse con vivacità la ragazza, — ora ti faccio ravveder io. Io conosco il segreto di tutte queste malinconie. Tu hai una ruga qui tra ciglio e ciglio che quasi non si vede quando sei sereno, e quando non lo sei, diventa profonda come una ferita. Ora è un mese che io ti vedo codesta ruga quasi tutti i giorni. Ecco perchè non puoi lavorare. Disinganni, vesciche, buccie di limone spremuto, son tutte fantasie: il male sta qui. Dunque non c'è da far altro che spianare la ruga; — e appuntandogli l'indice fra ciglio e ciglio soggiunse: — e io ci terrò il dito su fin che sparisca, e allora vedrai che ti tornerà l'inspirazione e la fiducia in te stesso.
Mario le strinse il mento fra l'indice e il pollice, poi lasciando ricader la mano, rispose con un sospiro: — Ah buona Teresa, sulla ruga vera tu non puoi mettere il dito perchè è dentro al cervello.
— Oh allora, — disse la ragazza con quel tuono di ironia benevola che s'usa coi bambini fingendo di dare importanza a una corbelleria, — allora non c'è rimedio. Capisco anch'io che hai sbagliato strada. Non parliamone più.
— Eppure, — riprese il giovine senza badarle, — benchè questa certezza si sia impadronita di me a poco a poco, risparmiandomi così il dolore d'uno di quei disinganni improvvisi, che schiacciano prima che si sia potuto pensare a resistere, io credevo che l'avrei sopportata con cuore più fermo. E veramente quando s'è nutrito per molti anni la speranza di riuscire qualche cosa nel mondo, e s'è veduto godere di questa medesima speranza la famiglia e gli amici, e s'è avuto dalla gente mille dimostrazioni di simpatia e di rispetto, non tanto per quello che s'era quanto per ciò che si prometteva di divenire; dopo tutto questo, l'accorgersi che ci si è ingannati e che s'è ingannato gli altri; prevedere che un giorno la gente ci farà scontare col disprezzo le lodi che le abbiamo scroccate; sentirsi a poco a poco riattrarre e poi travolgere e annegare nella folla sulla quale si era riusciti ad alzare un momento la testa; persuadersi infine che s'è sciupato gioventù, ingegno, fatiche per prepararsi dei disinganni e delle vergogne, mentre percorrendo una strada più modesta si sarebbe ottenuto un nome onorato e una vita tranquilla; è un cangiamento questo, mia cara Teresa, che somiglia a quello di un uomo il quale di ricco e potente si trovi ridotto mendico.
Teresa lo guardò attentamente, e poi, sospettando ancora ch'egli non parlasse sul serio, prese un libro, lo aperse, mise un dito sul nome dell'autore, e domandò con ingenuità fanciullesca, abbassando la voce: — È questo signore che parla?
— È lui, lui, — rispose Mario respingendo il libro. — Ah! cara amica, quanto t'inganni se credi che la vista di tutta quella cartaccia stampata mi faccia provare il menomo sentimento di alterezza. Sì, certo, quando sono in mezzo alla gente, mostro di credermi qualche cosa; il mio amor proprio sta sulle difese. Il vedere la presunzione di tanti che valgono anche meno di me, e il timore di fornire agli altri, mostrando di stimarmi poco io stesso, il pretesto di stimarmi anche meno, mi tengono un po' su; e per questo, chi mi ferisce dal lato dell'amor proprio, sente la resistenza dell'orgoglio. Ma davanti a me stesso è altra cosa! Se ti dicessi che passan dei mesi ch'io non leggo una pagina di mio, nemmeno se mi cade sott'occhio, per timore della sgradevole impressione che ne riceverei? Se ti dicessi che, riandando le cose mie, anche le meno peggio, mi piglia il sospetto che un accordo d'amici, la benevolenza dei conoscenti e l'indulgenza sollecitata di molti altri sian stati la cagione di quel po' di fortuna che ho avuta? E se ti dicessi ancora che, quando correggo le prove di stampa, qualche volta mi sento tutt'a un tratto salire il sangue al viso, e penso alla maniera di sciogliermi dall'impegno contratto coll'editore, e comprendendo che non è più possibile, cerco almeno che ci sarebbe da fare per impedire la diffusione del libro, o se non altro, per evitare che lo legga il tale o il tal altro, di cui mi preme non perdere la stima?
— Ma queste, scusa, sono esagerazioni! E poi, qualunque opinione tu abbia di te stesso, non potrai mettere in dubbio un fatto che dovrebbe bastare a darti coraggio: il favore pubblico.
— Qui ti volevo. Il favore pubblico! Che cos'è questo favore pubblico? che cosa prova? Chi non ne ottiene un po' di questo favore, scrivendo, pur che abbia cuore e non offenda alcuna classe della società e segua l'andazzo del tempo e scriva cose che la maggior parte sentono o pensano, o non hanno interesse di negare? Entra in un caffè di una qualunque delle nostre grandi città, e sarà un miracolo se non ci troverai in un canto qualche pover'uomo a cui nessuno bada e di cui nessuno sa il nome, del quale venti o trent'anni prima qualcuno non abbia detto o stampato che era una speranza della letteratura italiana e che sarebbe diventato una gloria della patria. A vent'anni abbiamo tutti qualcosa di bello nel capo e di generoso nel cuore, e abbiamo tutti bisogno di farlo sapere. Ebbene, io l'ho fatto sapere, ho fatto il mio sfogo di giovanotto e sta bene. Ma ora basta, ora dovrei buttare la penna da parte e abbracciare una professione; perchè altro è esser nato per passare per lo stadio di scrittore, altro è esser nato per restarci; e una cosa è aver ingegno per scrivere, e un'altra cosa aver tanto ingegno da poter legittimamente non far altro che scrivere.
— Io non so rispondere a tutte queste cose, — disse Teresa con voce commossa, — ma mi pare che non sia tutto vero. Che cosa vuoi concludere? Che non devi più scrivere? Vuoi farmi dire che non sai far nulla? Vuoi provarmi che sei uno scemo?
— No, perchè non lo sono; se lo fossi, non mi sarei disingannato, non ti terrei questi discorsi; continuerei a credermi un animalaccio raro, come fan molti, a dispetto del mondo intero. Il mio disinganno prova che c'è qualche cosa in questo nocciolo di testa. Ma il gran punto è che questo qualche cosa non basta. Vi sono ben dei momenti che abbraccio col pensiero un grande spazio intorno a me; ma son vedute istantanee, come quelle della notte al chiarore d'un lampo. Afferro colla mente un dei capi d'una catena d'idee; ma dò uno strappo, e non mi resta in mano che il primo anello. Ci corre, cara mia, da questi scatti d'ingegno alla forza dell'ingegno vero! a quell'ingegno confidente e imperioso, che si afferma qualche volta con parole superbe; quello che getta sprazzi di luce e pezzi di oro massiccio, che tira a sè e rende muti in sè stesso altri ingegni minori, che corre la sua strada destando e schiacciando ad un tempo ire ed invidie mortali, che s'innalza egli stesso degli ostacoli e li rovescia, che va a battere le ali dove gli altri arrivano appena collo sguardo, che trascina, innamora e spaventa! Questi sono uomini d'ingegno, spiragli aperti nella natura umana, per i quali la moltitudine vede confusamente qualche cosa del mondo di là, che le strappa un grido di meraviglia. Questi hanno diritto di consacrare tutta la loro vita all'arte; questi sono i grandi alberi della vegetazione umana; il resto è erbaccia parassita, ed io sono un filo di quest'erba.
— Grandi alberi! — mormorò Teresa timidamente. — Fuor che quei quattro o cinque che tutti sanno, per ora, di grand'alberi che vengano su, io non ne vedo. E qui pronunziò in fretta una lunga serie di nomi, e domandò: Son questi forse gli spiragli aperti nella natura umana?
— No, — rispose Mario; — ma benchè io sia da meno di questi, non mi debbo paragonar con essi, per aver una idea giusta di quello che sono. Debbo metter tutti costoro in un mazzo, me compreso, e paragonarli ai pochissimi che sono sulla sommità della scala. Bisogna uscir dal proprio paese, cara mia, per vedere che cosa paiono, viste da lontano, certe gloriole di casa! Quando si vede che i veri grandi nomi, anche nostri, ed anco di questi ultimi tempi, suonano sul Tamigi come suonano sul Tevere, sul Tago come sul Reno, sulla Senna come sull'Adige, che conto vuoi più che si faccia di quelli che cascano come palloncini sgonfiati sulle frontiere del proprio paese? Che cosa siamo al paragone di quell'aquile che fanno il giro del mondo, noi moscerini che viviamo in un soffio d'aria, e facciamo un ronzío che non si sente da una foglia all'altra d'un fiore? noi che mostriamo con pompa, come tutto il nostro avere, una qualità che in quelli altri non è che una delle mille faccette della perla del loro ingegno? Ah come si capisce tutto questo viaggiando! Quando uno straniero mi domandava: — Lei scrive? — io rispondevo in fretta arrossendo, come uno che respinga un sospetto ingiurioso: — No! no! non scrivo!
Teresa scrollò la testa sorridendo, come per dire: — Sei sempre lo stesso!
— E poi, — riprese Mario dopo una breve riflessione — vivere per scrivere! Bella presunzione è questa di aver nel capo tante cose degne d'esser dette al mondo, da dover impiegare tutta la vita a dirle! E con che diritto s'impiega la vita in questa maniera? Scrivere, in materia d'arte, non si dovrebbe che per soddisfare un bisogno dell'anima; e soddisfare un bisogno non può valer lo stesso che pagare un debito. Dunque chi non fa altro che scrivere, non paga il suo debito alla società; e se ad altri pare, a lui non deve parere. Rispondere: — Scrivo — a uno che mi domandi qual è la mia professione, mi pare lo stesso che a uno che mi domandasse: — Che cosa fai costì? — rispondergli: — Respiro. — E chi è questo poltrone che mentre tanta gente migliore di lui suda sangue per guadagnarsi la vita, passa la giornata sur una seggiola a predicar la virtù e ad eccitar gli altri a fare? Lavori il giorno anche lui, e scriva la sera a tempo avanzato. Cacciatelo in un'officina!
— Oh questa poi! — esclamò Teresa tra indispettita e intenerita. — Tutti non possono lavorare colle braccia! —
— Ma io posso! E che credi? Che non mi vergogni qualche volta d'esser robusto? Quando vedo ammontati sul mio tavolo quei cinque o sei libracci che ho scritti, dei quali fra qualche anno non si troverà più il titolo in nessun catalogo di libraio, e penso che ho speso a farli gli anni più vigorosi della gioventù, e che spenderò forse nello stessa modo, e non con miglior frutto, gli anni che mi restano; e poi guardandomi nello specchio, mi vedo un par di spalle da atleta, che so io? sento che c'è una sproporzione fra me e il mio lavoro, un disaccordo, un qualche cosa che non va; mi sento dentro una voce di rimprovero; mi pare come di aver sciupato una trave per fare un bastoncino; e provo non so che bisogno di curvar la schiena sotto dei pesi e d'incallirmi le mani sopra uno strumento.