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Kitabı oku: «Le stragi delle Filipine», sayfa 11

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In quell’istesso istante, Romero, sorretto da Than-Kiú, era comparso sulla soglia della porta. Udendo quella furiosa fucilata, accorreva per prendere parte alla lotta.

– Ci assalgono? – chiese ad Hang.

– No per ora, – rispose il chinese, ridendo. – Ho mandato sottosopra le loro colonne d’assalto. Guarda Romero.

Il meticcio vide realmente, agli ultimi bagliori dell’incendio, gli spagnuoli che si salvavano precipitosamente nel bosco, credendo forse che dietro i cavalli vi fossero gli insorti.

– Fuggono!… – esclamò, stupito. – Ma cos’hai fatto?

– Una cosa semplicissima, – rispose il chinese. – Ho legato i nostri cavalli passando una corda nei loro morsi onde non si disperdessero, poi li ho resi furiosi cacciando nei loro orecchi un po’ di cenere calda e li ho lasciati andare. Nessuno poteva resistere ad una simile carica e, come vedi, hanno sgominato i cavalleggeri del nostro maggiore.

– Ma i nostri cavalli sono perduti.

– Non potevano esserci piú di nessuna utilità, poiché se delle bande non verranno a liberarci, noi non potremo piú lasciare questa casa. Va a riposarti, Romero; credo che per questa notte gli spagnuoli ci lasceranno tranquilli.

Capitolo XVIII. UN EROE DALLA PELLE GIALLA

Fallito il primo assalto, gli assedianti non avevano piú rinnovato il tentativo, quantunque ormai la palizzata piú non difendesse la casa.

Solamente poco dopo la mezzanotte alcuni soldati avevano cercato di appressarsi alle tettoie forse per incendiarle, ma erano stati scoperti a tempo dalle sentinelle degli assediati e respinti con pochi colpi di fucile.

L’indomani la situazione non era cambiata. Gli spagnuoli avevano costrutto alcune barricate con dei tronchi d’albero e si erano accampati dietro a quelle, ma senza nulla intraprendere. Di quando in quando però sparavano qualche colpo di moschetto verso le finestre, specialmente se scorgevano la testa di qualche insorto.

Hang-Tu per questo non era tranquillo, anzi tutt’altro. Se quell’assedio si prolungava ed i soccorsi mandati a cercare tardavano ancora, correvano il pericolo di morire di fame e di sete, poiché i viveri non potevano bastare per molti giorni e specialmente l’acqua cominciava già a scarseggiare, non potendo piú recarsi alla cisterna senza farsi uccidere dalle sentinelle spagnuole.

Che cosa attendevano quei nemici per assalire la casa?… Aspettavano anche essi soccorsi, quantunque fossero tre volte piú numerosi degli assediati e fors’anche quattro, o non volevano esporsi di giorno al fuoco dei bersaglieri che si tenevano celati dietro alle finestre?… O forse avevano mandato alcuni uomini a Salitran a prendere qualche piccolo pezzo d’artiglieria per demolire le pareti della casa ed aprire una breccia?

Hang-Tu invano si tormentava il cervello per spiegarsi quella immobilità del nemico, che pure la notte innanzi si era mostrato cosí tanto premuroso d’impadronirsi di quella casa.

Ad ogni modo vegliava attentamente, temendo sempre qualche brutta sorpresa e non perdeva di vista le sentinelle spagnuole. Vegliava anche perché sperava un momento o l’altro di poter scoprire il maggiore per inviargli una buona palla ma non riusciva a vederlo.

La giornata trascorse in continui allarmi, senza però che gli spagnuoli accennassero a muoversi e senza che i soccorsi, con tanta pazienza attesi dagli assediati, giungessero.

Verso il tramonto parve ad Hang di notare un certo movimento da parte degli assedianti. Gruppi di soldati si radunavano qua e là, specialmente in mezzo alle macchie piú fitte, come se si preparassero a prendere posizione per ricominciare il fuoco.

– Che tentino un vigoroso assalto? – si chiese Hang, crollando il capo. – O che preparino qualche sorpresa?…

Dispose tutti i suoi uomini dietro alle barricate delle finestre e scese da Romero per consigliarsi.

Il meticcio già migliorava rapidamente, mercé le assidue cure di Than-Kiú, la quale non lo aveva abbandonato un solo momento, e la sua vigorosa costituzione. In venti ore la sua ferita aveva già cominciato a rimarginarsi ed i dolori acuti, che prima lo facevano cosí tanto soffrire, erano quasi cessati.

Vedendo comparire il chinese colla fronte aggrottata, Romero indovinò che qualche grave fatto stava per accadere.

– Si muovono gli spagnuoli? – chiese.

– Sí, – rispose Hang. – Si preparano a riprendere il fuoco.

– Hanno ricevuto qualche pezzo d’artiglieria?…

– Non credo.

– Allora lascia che sparino a loro comodo. Queste pareti non si abbattono a colpi di fucile, Hang.

– Pure questo secondo attacco m’inquieta, Romero.

– Che cosa temi?…

– Non lo so, ma non sono tranquillo.

– È bene barricata la porta?… È da quella parte che dobbiamo temere.

– Farò raddoppiare gli ostacoli.

– Sai che cosa m’inquieta, Hang?

– Che cosa?

– Le tettoie. Gli spagnuoli possono incendiarle e le fiamme comunicarsi al tetto della nostra casa. Sarà cosa prudente mandare lassú alcuni uomini armati di scure, onde possano tagliare prontamente le travi e gettarle nel cortile.

– Lo farò, Romero.

– A noi il coperto non è necessario, non avendo da temere una pioggia di granate.

– È vero.

– Cercherai poi di tenere lontani gli spagnuoli, onde non si avvicino troppo alle pareti della casa.

– Temi che diano la scalata alle finestre?

– Forse qualche cosa di peggio. Non possedendo artiglieria gli spagnuoli potrebbero preparare qualche mina per aprire una breccia.

– Morte di Buddha!… – esclamò Hang. – Non avevo pensato a questo pericolo.

– Quante cariche hanno i nostri uomini?

– Poche. Ne hanno consumate troppe la scorsa notte, quantunque avessi loro raccomandato di non farne spreco. Ora non possediamo che centosettantadue cartucce.

– Sono poche, ma ben adoperate possono bastare per infliggere delle perdite terribili agli assedianti.

In quell’istante, si udirono echeggiare nel bosco i primi spari.

– Eccoli che ricominciano, – disse Hang. – Si prepara una brutta notte.

– Vi siamo abituati, – rispose Romero, sorridendo. – Aiutami a salire, Hang.

– No, mio signore, – disse Than-Kiú. – Ti stancheresti inutilmente.

– Mi sento già abbastanza forte, – rispose Romero – E poi non posso rimanere tranquillo, mentre gli altri si battono per salvare me. Voglio vedere anch’io come si svolgerà l’attacco.

– Forse è meglio, – disse Hang. – I nostri uomini hanno molta fiducia in te e la tua presenza li incoraggerà a resistere.

Romero s’appoggiò alle braccia del chinese e della fanciulla e salí al piano superiore.

I mulatti ed i chinesi avevano già cominciato il fuoco, rispondendo con vigore alle scariche degli assedianti. Non sparavano però che due alla volta per non sprecare le cartucce, avendo ormai compreso che dal numero dei colpi dipendeva la salvezza di tutti.

Romero s’affacciò ad una finestra per vedere le posizioni che occupavano gli spagnuoli e s’accorse che minacciavano la fronte della casa.

– È da questa parte che noi avremo da temere, – disse ad Hang, – a meno che non cerchino di attrarre da questo lato tutta la nostra attenzione. Bada alle tettoie ed impedisci loro d’avvicinarsi.

– Faremo il possibile per tenerli lontani.

La lotta prendeva proporzioni allarmanti. Gli spagnuoli, divisi in gruppi e nascosti dietro alle loro trincee, facevano un fuoco infernale contro le finestre, mandando le palle a schiacciarsi contro le pareti interne della stanza.

Dietro ai tronchi degli alberi, in mezzo alle macchie piú vicine ed ai cespugli, i lampi spesseggiavano ed i proiettili cadevano fitti, con lugubri sibili, battendo in ogni luogo. Un chinese che sparava dietro ad una finestra era già caduto col cranio fracassato ed un meticcio aveva avuto il braccio sinistro spezzato.

Era impossibile resistere a lungo a quella grandine mortale, che diventava di minuto in minuto piú fitta. I difensori di alcune finestre non osavano piú avvicinarsi alle barricate, le quali ormai non offrivano piú un sicuro riparo.

Gli spagnuoli intanto avevano cominciato ad avvicinarsi. Riparati dietro ai fasci di grossi rami che facevano rotolare, guadagnavano rapidamente terreno, mirando a giungere presso le tettoie.

Hang-Tu, Romero e perfino Than-Kiú, la quale aveva ripreso il suo fucile, compivano veri prodigi accorrendo ora ad una finestra, ora ad un’altra per incoraggiare i loro uomini e ricondurli ai loro posti, sfidando intrepidamente i proiettili che sibilavano per la stanza, scrostando dappertutto le pareti.

Gli sforzi però degli assediati risultavano vani, poiché gli spagnuoli, niente spaventati da quel vivo fuoco di fucileria, s’avvicinavano sempre. Già alcuni erano giunti presso le tettoie e vi si erano rifugiati sotto.

Hang-Tu, temendo che si preparassero ad incendiarle, armatosi d’una scure, con pochi colpi vigorosi aprí uno squarcio nel tetto della casa e balzò sulle tegole, seguito da tre o quattro animosi.

Vedendo di lassú che le barricate mobili degli assedianti erano già state spinte nel cortile e che s’avvicinavano alla porta della casa, come se il maggiore fosse intenzionato di farla sfondare, si mise a tempestare gli assalitori con una pioggia di tegole, aiutato vigorosamente dai compagni.

Intanto quelli della stanza si difendevano disperatamente senza rallentare il fuoco. Anzi, vedendo cadere le tegole, per risparmiare un po’ le cartucce avevano cominciato avevano cominciato a far volare dalle finestre i mobili.

In mezzo a quel fracasso, si udiva echeggiare, ad intervalli, la voce di Romero.

– Tenete fermo!… – gridava il meticcio. – Fuoco su quella barricata!… Non esponetevi troppo!… Risparmiate i colpi!… Giú quella tavola!… Gettate quelle sedie!…

Pareva che quel valoroso avesse riacquistate tutte le sue forze e che la ferita non gli desse alcun fastidio, in quei supremi momenti.

Anche Than-Kiú faceva udire la sua voce.

– Fuoco, fratelli!… – gridava.

Hang ed i suoi compagni continuavano intanto a rovesciare tegole. Terminati quei proiettili, avevano cominciato a strappare le travi e le precipitavano nel cortile con grande fracasso.

Gli spagnuoli, oppressi da quella pioggia di palle e da quella gragnola di tegole, di mobili e di pesanti travi che minacciavano di schiacciarli, si erano arrestati. Alcuni di essi, accesi dei rami resinosi, avevano cercato di lanciarli verso le finestre per allontanare i difensori e tentare poi la scalata, ma avevano dovuto abbandonare l’impresa e cercare un precipitoso rifugio dietro la barricate.

Però gli assedianti non accennavano a ritirarsi e resistevano con una tenacia ammirabile, sparando furiosamente ora contro le finestre ed ora sul tetto e con buon successo, poiché già cinque difensori erano caduti nella stanza ed un compagno di Hang, colpito da parecchie palle mentre si trovava sull’orlo del tetto occupato a strappare una trave, era caduto nel vuoto fracassandosi nel sottostante cortile.

D’improvviso, mentre Hang-Tu cominciava a dubitare dell’esito della difesa, con sua grande stupore vide gli spagnuoli abbandonare precipitosamente le barricate e salvarsi nel bosco. Anche i soldati che avevano occupate le tettoie si erano ritirati e senza averle incendiate.

– Che ci giungano soccorsi?… – esclamò.

Si calò precipitosamente nella stanza che era piena di fumo chiamando Romero.

– Che cosa vuoi, Hang? – chiese il meticcio che si era appoggiato ad una parete.

– Il nemico fugge, – disse il chinese.

– Tanto peggio per noi.

– Che cosa vuoi dire?…

– Temo che…

Non finí la frase. Una terribile detonazione era echeggiata dalla parte delle tettoie, mentre un gran lampo illuminava le tenebre.

La casa intera traballò come se fosse stata sollevata da una irresistibile scossa di terremoto, facendo crollare alcune travi del tetto e stramazzare gli assediati; poi una parte del muro che si appoggiava alle tettoie si squarciò, rovinando nel cortile con immenso fragore.

I meticci ed i chinesi, risollevatisi prontamente, si erano affollati verso la scala, credendo che la casa si sfasciasse tutta, mentre Hang-Tu aveva afferrato Romero per trarlo in salvo. Urla di terrore echeggiavano, mentre un denso fumo invadeva la stanza.

Pei difensori sarebbe stata finita, se gli spagnuoli avessero approfittato di quel pànico per dare la scalata alle finestre o allo squarcio prodotto dalla mina che avevano preparata sotto le tettoie, alla base del muro. Invece, vedendo che la casa, contro le loro previsioni, non era crollata e non avendo forse scorta la larga breccia, in causa probabilmente dell’oscurità, non avevano ritentato l’attacco.

Than-Kiú non vedendoli avanzare, aveva gridato:

– Fermi tutti!… Non corriamo alcun pericolo.

Quell’avvertimento giungeva in un buon punto, poiché i meticci ed i chinesi stavano per rovesciare la mobilia accumulata dietro la porta ed irrompere nel cortile, colla probabilità di farsi fucilare dagli assedianti, anziché salvarsi.

Hang-Tu e Romero si erano spinti verso la prima finestra, ed avevano pure constatato che il nemico non aveva abbandonato le sue trincee.

– Salite, – comandò il chinese. – Se uscite, vi farete uccidere.

– Ma la casa sta per crollarci addosso, – risposero gl’insorti.

– Non vi è pericolo per ora, – disse Romero. – Se le pareti hanno resistito alla scossa, non cadranno piú.

I chinesi ed i meticci, che avevano completa fiducia nei loro capi, si erano affrettati a risalire. D’altronde quell’uscita all’aperto non li tentava piú, sapendo di non poter resistere ad un attacco degli assedianti, ancora troppo numerosi malgrado le perdite subite.

Romero e Hang si erano recati a vedere la breccia aperta dall’esplosione. Era grave, ma non irreparabile.

La parete che guardava verso le tettoie era stata rotta dalla base al tetto e una parte era crollata lasciando un vano largo un metro e alto due, specialmente a livello del pavimento superiore.

– Credevo che i danni fossero maggiori, – disse Romero.

– Vi è pericolo che la muraglia crolli tutta? – chiese Hang.

– No, – rispose il meticcio. – È però necessario rinchiudere questa breccia o domani gli spagnuoli ci fucileranno.

– Non vi sono che i mobili che barricano la porta.

– Demoliremo quanto rimane del tetto.

– E credi tu che potremo resistere ancora?…

– Lo spero.

– Sai che non abbiamo piú una goccia d’acqua?…

– Per alcuni giorni si può sopportare la sete.

– Ma quante cartucce ci rimarranno?… Temo che i nostri uomini ne abbiano ben poche.

– Quando non ne avremo piú ci difenderemo colle baionette.

– Speri sempre nell’arrivo dei soccorsi?

– Sempre, Hang.

– Io invece comincio a dubitare.

– I due corrieri non possono averci abbandonati.

– No, ma possono essere stati presi o uccisi.

– È vero, Hang, – disse Romero, che era stato vivamente colpito da quell’osservazione.

– Io credo, – proseguí il chinese, – che se prima dell’alba non giunge una qualche banda dei nostri, domani gli spagnuoli ci prenderanno, a meno che qualcuno non salvi tutti.

– In quale modo?…

– Lo si vedrà, – rispose Hang-Tu, recisamente.

– Tu vuoi nascondermi qualche cosa. Spiegati.

– Non è ancora giunto il momento. D’altronde tutte le speranze non sono perdute. Ricoricati, Romero, o finirai col riaprire la ferita. Tu devi già avere la febbre.

– È vero, ma non provo che dei lievi dolori.

– Che potranno domani aggravarsi. Veglierò io intanto.

Hang-Tu ed il meticcio avevano trasportati nella stanza alcune stuoie, e Romero, obbedendo alle preghiere dei compagni, vi si era coricato.

Il chinese intanto aveva dato gli ordini necessari per abbattere quanto rimaneva del tetto, onde ostruire lo squarcio prodotto dalla mina. Prima di mezzanotte quasi tutte le travi erano state abbassate e collocate dietro all’apertura, formando una barricata capace d’arrestare le palle dei nemici.

Hang osservò un’ultima volta se gli assedianti non avevano abbandonati i loro rifugi e non scorgendo da parte di loro alcuna mossa sospetta, comandò ai suoi uomini di riposarsi.

Quando udí che tutti russavano e vide che anche Romero si era addormentato, s’inerpicò sulla muraglia della casa, mettendosi a cavalcioni d’una trave del tetto che non era stato abbattuto. Da quel punto elevato poteva dominare gran parte del bosco ed anche un largo tratto di pianura che si estendeva verso l’est.

Essendo sorta la luna, poteva anche scorgere qualsiasi banda che si avanzasse da quella parte e spiare contemporaneamente la minima mossa degli spagnuoli.

Dopo tanto rombare di fucilate, era succeduto un profondo silenzio, a malapena rotto dal russare dei difensori della casa. Assediati e assedianti, stanchi dalla lotta, dormivano tranquillamente, ma per riprenderla, e forse con maggiore ferocia, all’indomani. Hang però non chiudeva gli occhi. Guardava sempre verso la grande pianura tendendo gli orecchi, sperando di udire qualche squillo o qualche muggito delle conche di guerra dei chinesi che gli annunciasse il sospirato arrivo dei soccorsi.

Di quando in quando anche, parendogli di veder brillare qualche lume fra le piantagioni, si alzava in piedi, mantenendosi in equilibrio sulla trave e spingeva lontano lo sguardo, poi tornava a sedersi, crollando mestamente il capo.

Le ore passavano, lunghe come secoli per la vigile sentinella, ma senza alcun frutto. L’alba s’avvicinava ed i soccorsi non si vedevano giungere da nessuna parte.

Le stelle cominciavano ad impallidire, mentre verso oriente saliva in cielo una luce biancastra, come un velo alternato a strisce d’un rosa pallidissimo. Le alte cime degli alberi, fino allora nere, si ricoloravano a poco a poco d’un verde cupo dapprima, ma che presto impallidiva.

Hang-Tu si era alzato. I suoi occhi, che erano diventati ardenti, spaziavano sul bosco e per la pianura spingendosi sempre piú lontano, fin là dove la terra si confondeva col cielo.

– Nulla, – mormorò egli, con una commozione vivissima. – Ebbene, sia!… Andiamo a morire per lasciare all’insurrezione il suo migliore capo.

Abbandonò la trave e si calò nella stanza senza far rumore. Romero e gli altri dormivano, e solamente le due sentinelle vegliavano. Gli parve però che Than-Kiú fosse per svegliarsi.

S’avvicinò ai due uomini di guardia, dicendo loro:

– Non inquietatevi per la mia assenza.

Poi s’avvicinò ad una finestra e scavalcò il davanzale. Stava per lasciarsi cadere nel cortile, quando si sentí posare su una spalla una mano. Si volse e si vide dinanzi Than-Kiú.

– Dove vai, Hang? – chiese la fanciulla, trattenendolo.

La voce del Fiore delle Perle era profondamente commossa ed il suo volto era diventato pallidissimo.

– Vado a salvartelo, – disse il chinese.

– Chi?…

– Romero.

– Che cosa vuoi fare, Hang?

– È meglio che rimanga all’insurrezione il suo capo supremo, che il capo degli uomini gialli. Io ero il braccio, ma lui è la mente e vale meglio questa che quello.

– Ma dove vai?…

– Dal maggiore d’Alcazar.

– Io tremo, Hang. Leggo nei tuoi occhi una decisione estrema.

– Ti ho detto che salverò Romero: addio.

– Ma non tornerai piú adunque?…

– Forse mai piú.

– Vuoi farti uccidere?

– Lo vedremo.

Prese la testa di Than-Kiú fra le mani, la baciò in fronte, tenendo le labbra appoggiate per qualche istante sui capelli di lei, poi si lasciò cadere nel cortile, dicendo con voce commossa:

– Addio… sorella. Silenzio!…

Capitolo XIX. DUE FORMIDABILI NEMICI

Hang-tu, saltato nel cortile, aveva raccolto un ramo d’albero annodandovi sulla cima il fazzoletto di seta bianca che portava al collo, poi si era diretto verso le barricate occupate dagli spagnuoli con passo fermo, senza la menoma esitazione e colla fronte alta e serena.

Tre volte Than-Kiú lo aveva chiamato, ma il fiero capo delle società segrete e degli uomini gialli non si era nemmeno voltato ed aveva proseguito il cammino, come se fosse spinto da una implacabile, da una ferrea volontà.

Giunto a quindici passi dal primo gruppo d’alberi, si era arrestato. Una sentinella spagnuola era comparsa e l’aveva preso di mira col moschetto, dicendo:

– Alt!…

– Sono un parlamentario, – rispose il chinese.

– Che cosa vuoi?…

– Parlare col maggiore d’Alcazar.

– Sei disarmato?…

– Lo vedi: non ho nemmeno un pugnale.

– Attendi.

Il soldato scambiò alcune parole coi compagni che stavano dietro una barricata, poi dopo alcuni istanti, disse:

– Puoi avanzarti.

Hang-Tu s’avvicinò alla trincea senza battere ciglio. Due soldati armati di moschetto gli andarono incontro, lo frugarono per vedere se avesse qualche arma nascosta, senza che il chinese facesse la menoma obbiezione, poi se lo posero in mezzo e lo condussero dietro ad un folto gruppo di palme, dove s’alzava una tenda da campo guardata da due sentinelle.

Il maggiore d’Alcazar stava allora per uscire. Vedendo Hang fece un passo indietro, manifestando viva sorpresa.

– Mi conoscete? – chiese il chinese, levandosi l’ampio cappello di fibre di rotang.

– Sí, – rispose le spagnuolo. – Voi siete Hang-Tu, un dei due capi dell’insurrezione e che io una sera…

– Tacete, – disse il chinese, con voce cupa. – Certe cose è meglio non ricordarle dinanzi agli altri.

– Sia pure. Che cosa desiderate?…

– Parlarvi.

– A me solo?…

– Sí.

Poi vedendo che il maggiore pareva esitasse, aggiunse:

– Non temete: sono inerme.

– Un soldato non teme la morte. Entrate nella mia tenda.

Fece cenno alle due sentinelle di ritirarsi, poi seguí il chinese. Rimasti soli, quei due uomini si guardarono per un po’ in silenzio. Parevano entrambi sorpresi di trovarsi, essi fierissimi nemici, l’uno di fronte all’altro.

– Che cosa desiderate? – chiese finalmente il maggiore.

– Una domanda, innanzi a tutto.

– Parlate.

– Credete che io valga qualche cosa?…

– Lo credo bene e ve l’ho dimostrato coll’accanimento con cui vi ho inseguito e assediato.

– Sarei adunque una buona preda per voi.

– Certo.

– Ebbene, vengo a mettermi nelle vostre mani, – disse Hang, con nobile fierezza. – Io, il capo delle società segrete chinesi e capo degli uomini gialli e vostro mortale nemico, vengo a dirvi: arrestatemi e fatemi fucilare.

Il maggiore d’Alcazar lo guardò con stupore.

– Vi arrendete?… – chiese.

– Sí, ma ad una condizione.

– E quale?…

– Che lasciate liberi gli uomini che si trovano rinchiusi in quella casa. La Spagna può essere contenta di sopprimere uno dei capi dell’insurrezione.

– No, – disse il maggiore, – È anche l’altro capo che io voglio avere in mano.

– Romero?…

– Sí, lui, – disse il maggiore, con un leggero tremito nella voce.

– Ma credete voi che gli uomini che difendono quella casa siano ridotti all’estremo? V’ingannate: hanno ancora delle cartucce e sono ancora in grado d’infliggere ai vostri soldati delle perdite dolorose.

– Ma finiranno col cedere, poiché sono deciso a dare l’assalto.

– E verrete nuovamente respinto.

– Siamo soldati e la guerra è il nostro mestiere.

– L’odiate adunque immensamente Romero? – chiese Hang, fissando il maggiore negli occhi.

– Forse meno di quello che credete, – rispose lo spagnuolo, con un sospiro. – Un giorno io ho disprezzato quell’uomo, l’ho anzi odiato, ma non perché si chiamava Romero Ruiz, ma perché sentivo che egli sarebbe diventato l’anima dell’insurrezione che covava fra le mura della capitale. Oggi quell’uomo lo stimo: i valorosi, siano pure nemici, si possono ammirare.

– Ed è per questo che cercate di averlo in mano per farlo fucilare, – disse Hang con amara ironia.

Il maggiore non rispose. Si era messo a passeggiare intorno alla tenda, con una certa agitazione e col volto alterato. Pareva che una terribile lotta si combattesse nel suo cuore.

Ad un tratto si arrestò dinanzi al chinese e posandogli le mani sulle spalle, gli disse con una certa commozione che cercava invano di nascondere:

– Credete voi che io non ami mia figlia?… È la sola che io ho e se foste un padre, comprendereste forse quanto soffre il mio cuore per non poterla fare felice ed unirla all’uomo che ama e che credo giammai dimenticherà. Ogni lotta da parte mia sarebbe vana per soffocarle l’affetto per l’uomo che ha scelto, ma quell’uomo si chiama Romero Ruiz e combatte contro la bandiera della vecchia Spagna.

«Io sono soldato, io ho giurato fedeltà alla mia bandiera, io sono stato mandato a combattere l’insurrezione che minaccia di strappare alla mia patria una delle sue ultime e piú opulente colonie.

«Il mio cuore sanguina, sanguinerà forse ancora a lungo, poiché sarò stato forse io a straziare il cuore di mia figlia, ma la patria esige che io faccia il mio dovere di soldato… e lo farò.»

– Voi dunque ucciderete l’uomo amato da vostra figlia?…

– È il destino che cosí vuole.

– L’uomo che ha salvato la vita alla vostra Teresita.

– Sono un soldato.

– Rifiutate adunque la condizione propostavi.

– È necessario. Ammiro il vostro eroismo, ma un solo capo non mi basta, quando ho la possibilità di prendere anche l’altro.

– Eppure vi sareste sbarazzato d’un mortale nemico che ha giurato di uccidervi.

– Se la sorte mi farà cadere nelle vostre mani, farete di me ciò che vorrete. I soldati della vecchia Spagna sanno morire da forti, col sorriso sulle labbra.

– Vorrei vedervi alla prova. Sta bene: addio maggiore, o meglio, arrivederci a presto.

Si avviò verso l’uscita della tenda, ma si arrestò subito vedendo quattro soldati colle sciabole sguainate. Si volse verso il maggiore con uno scatto da tigre, dicendogli:

– Forse che mi fate arrestare!…

– Ne avrei forse il diritto, non essendo voi un soldato ma un ribelle, ma il maggiore d’Alcazar sa rispettare i valorosi. Siete libero, Hang-Tu.

– Forse io al vostro posto non avrei fatto altrettanto, – disse il chinese. – Hang-Tu non perdona e mantiene i suoi giuramenti. Grazie, ma Dio vi guardi dal farvi cadere nelle mie mani.

Ciò detto uscí, attraversò il campo degli spagnuoli senza guardare né a destra né a manca, guadagnò il cortile, s’inerpicò sugli avanzi delle tettoie e rientrò nella stanza, tranquillo come era prima uscito.

Than-Kiú, vedendolo, gli era mossa incontro. La povera fanciulla era ancora pallidissima ed estremamente commossa.

– Hang, – mormorò. – Ritorni per non lasciarci piú, è vero?

– Sí, ma forse Romero è perduto per te e per l’insurrezione, – rispose il chinese, con accento scoraggiato. – Credo forse che non ci rimanga che di farci uccidere. Dorme sempre?

– Sí, ma temo che sia peggiorato.. la febbre lo tormenta e poco fa parlava come un delirante.

– Veglia su di lui. Chissà?… Forse non tutto e ancora perduto.

– Che cosa…

– Taci!…

Hang-Tu aveva prese le mani della fanciulla, come per invitarla a non fare il menomo gesto, e si era curvato innanzi ascoltando attentamente. Il suo udito acutissimo aveva raccolto un lontano muggito che pareva emesso da una tromba di guerra delle bande chinesi.

Abbandonò precipitosamente Than-Kiú e s’arrampicò sulla muraglia, raggiungendo la trave del tetto, sulla quale aveva vegliato tutta la notte.

I suoi occhi, che potevano sfidare un cannocchiale, percorsero rapidamente la pianura che si estendeva al di là della grande foresta e laggiú, in mezzo alle piantagioni mezze distrutte, vide delle armi luccicanti sotto i primi raggi del sole.

– Insorti o spagnuoli? – si chiese, con estrema ansietà.

Guardò piú attentamente e vide due bande di cavalieri che si dirigevano, a briglia sciolta, verso il bosco.

Quantunque fossero ancora assai lontani, distinse in quei cavalieri dei chinesi e dei tagali.

– I soccorsi giungono!… – esclamò Hang, mentre un lampo di gioia gli balenava negli occhi. – Credo, maggiore d’Alcazar, che tu abbia perduto una gran bella carta.

Ridiscese subito nella stanza, gridando:

– Tutti in piedi. Bruciamo le ultime cartucce.

I suoi uomini si erano precipitosamente alzati, credendo che il nemico si preparasse ad assalirli. Solamente Romero era rimasto sul suo letto. La febbre lo aveva ripreso ed il disgraziato delirava, piú non ascoltando la voce di Than-Kiú.

– Amici, – disse Hang – i nostri corrieri ci conducono i soccorsi attesi e si preparano ad assalire gli spagnuoli alle spalle. Cerchiamo di tenere occupato il nemico onde non ci sfugga.

Si slanciò verso la prima finestra col fucile in mano e sparò contro le sentinelle che vegliavano sulle trincee. I suoi compagni s’affrettarono ad imitarlo, senza piú risparmiare le cariche.

Gli spagnuoli per un po’ li lasciarono fare, ma vedendo che il fuoco aumentava sempre e che le palle cominciavano ad importunarli, si disposero in colonna di bersaglieri, rispondendo con pari vigore.

Quelle detonazioni avevano due scopi per Hang-Tu: attirare l’attenzione delle bande nel caso che non fossero guidate dai due meticci ed impedire al nemico di udire lo scalpitío ed i nitriti dei cavalli.

Le sue speranza riuscirono pienamente, poiché dieci minuti dopo, mentre gli spagnuoli, entusiasmati dalla lotta, cominciavano ad avvicinarsi alla casa per tentare un assalto decisivo, si udirono improvvisamente a echeggiare nella foresta urla feroci.

Poco dopo una colonna di cavalieri piombava, con una carica irresistibile, alle spalle del nemico, sciabolando i piú vicini.

Il maggiore d’Alcazar, che era accorso per organizzare la resistenza, tentò, alla testa di quindici o venti cavalieri che teneva in riserva nel bosco, di ributtarli con un contro-attacco del pari impetuoso, ma fu travolto. Duecento insorti, ben montati e meglio armati, guidati dai due corrieri, si erano precipitati in mezzo a loro.

Ogni resistenza era inutile, contro forze cosí schiaccianti. Gli spagnuoli, presi fra due fuochi, dopo un inutile tentativo di resistenza si erano sbandati in tutte le direzioni, lasciando otto o dieci di loro a terra.

Il maggiore d’Alcazar, che era stato solamente scavalcato, aveva avuto il tempo di balzare sul destriero di uno dei suoi uomini che era caduto con un colpo di lancia nel petto, e dopo d’aver respinto gli insorti piú vicini con un magnifico mulinello della sua sciabola, aveva pure cercato di battere in ritirata, scaricando la sua rivoltella, ma Hang-Tu non lo aveva perduto di vista. Con un salto da tigre era balzato nel cortile e si era precipitato sul campo della lotta.

Vedendo il suo mortale nemico in procinto di salvarsi, puntò rapidamente il fucile e fece fuoco sul cavallo.

La povera bestia, trapassata da parte a parte, s’inalberò bruscamente, poi cadde di quarto trascinando nella caduta il cavaliere.

I chinesi ed i tagali delle bande, i quali seguendo i loro sanguinari istinti avevano già decapitato i morti ed i moribondi per portarne in trionfo le teste, si gettarono sul maggiore per finirlo, ma Hang li aveva raggiunti, tuonando:

– Guai a chi lo tocca! Quest’uomo è mio!…

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
30 ağustos 2016
Hacim:
310 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain