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Kitabı oku: «Le stragi delle Filipine», sayfa 7

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Capitolo XI. LA PRIMA SCARAMUCCIA

Il malese, proprietario di quella villetta, fece ottima accoglienza ai due capi insorti ed a Than-Kiú, presentati dal giovane chinese, mettendo a loro disposizione la sua casa, i suoi animali, i suoi servi e anche la sua borsa.

Era un vecchio isolano di Mindanao, emigrato giovanissimo a Manilla e che aveva già preso parte a piú d’una insurrezione. Fiero nemico della dominazione spagnuola, aveva abbracciata la causa degli uomini di colore, aiutando i suoi confratelli, con armi e denari, non avendo potuto, in causa dell’età troppo avanzata, unirsi a loro.

Il brav’uomo pregò gli ospiti di fermarsi alcune ore nella propria casa per rifocillarsi e riposarsi, consigliandoli a partire alla sera per evitare l’incontro delle bande nemiche che da Dasmarinas a Las Pinas si concentravano verso l’Imus.

Hang-Tu ed i suoi compagni, che erano stanchissimi, non rifiutarono il cortese invito, tanto piú che la valorosa Than-Kiú, malgrado la sua forza d’animo, appariva molto abbattuta dopo quelle due notti insonni.

Fecero onore al copioso pasto fatto allestire dal vecchio malese, poi si ritirarono nelle stanze loro assegnate per prendere un po’ di riposo, mentre Sheu-Kin si recava nel recinto a scegliere i piú vigorosi e piú rapidi cavalli, per forzare le linee spagnuole.

Alle sei di sera, quando il sole cominciava a scendere verso il mare, i tre insorti e la giovane chinese si rimettevano in sella, scendendo verso la Laguna della Baia, volendo evitare Las Pinas che sapevano occupata da una parte delle truppe del generale Cornell.

Sheu-Kin, che si era recato piú volte a Salitran ed a Cavite e che aveva percorse le sponde occidentali del lago, li guidava attraverso l’istmo. Hang-Tu gli teneva dietro, ed ultimi venivano Romero e Than-Kiú i quali cavalcavano l’uno a fianco all’altra.

La chinese taceva sempre, ma di tratto in tratto guardava il compagno, il quale pareva tanto pensieroso da non curarsi di guidare il cavallo. Già due o tre volte Than-Kiú, che vegliava attentamente, aveva trattenuto l’animale sull’orlo di alcuni crepacci, senza che il cavaliere se ne fosse accorto.

Quell’indifferenza da parte del meticcio, addolorava assai la giovane. I suoi occhi pieni di dolcezza malinconica, a poco a poco s’inumidivano e negli angoli si raccoglievano lentamente due grosse lagrime; pure nessun sospiro, nessun sussulto tradiva quell’intenso dolore. Soffriva in silenzio.

Una brusca scossa del cavallo, il quale aveva incespicato in una grossa radice, strappò finalmente Romero dai suoi pensieri. Alzando il capo verso Than-Kiú, la quale si era abbassata per afferrare le briglie, rimase colpito dall’espressione dolorosa di quel bel viso.

– Che cos’hai, fanciulla?… – le chiese.

– Nulla, – rispose Than-Kiú.

– Tu piangi.

– Che importa al mio signore, che il Fiore delle Perle rida o pianga?… A lui deve bastare che sia lieta la Perla di Manilla.

– Taci, Than-Kiú. Perché nominarmela ora?…

– Forse che il mio signore non pensava a lei in questi istanti?… – chiese la giovane, con amarezza. – Non era l’insurrezione che occupava la sua mente.

– Che cosa ne sai tu, fanciulla?…

– Gli sguardi del Fiore delle Perle vedono lontano.

– Sí, è cosí, ed a Than-Kiú rincresce che io pensi a Teresita. – disse Romero, con un sospiro. – Povera fanciulla!… Anche tu sei una vittima del destino, al pari di me.

– Tu!… – esclamò Than-Kiú. – Forse che la Perla di Manilla non ti vuole bene?… È il mio amore che forse non fiorirà mai e che forse mai sarà vivificato da un solo raggio di sole. Il sangue dei bianchi lo ucciderà, al pari del gelido vento della Mantsciuria che spegne i lillà del Fiume Giallo —

– È il destino che cosí vuole, mia povera fanciulla. Io non potrò mai far rifiorire l’amor tuo.

– Sí, perché fra noi sta la donna bianca! – esclamò la giovane, con uno scatto di collera selvaggia. – Ma le perle talvolta s’infrangono e può toccare la mala sorte a quella di Manilla.

– Non minacciare, Than-Kiú, disse Romero. – Tu hai il cuore troppo gentile per odiare.

– Tu non sai, mio signore, quanto odio può racchiudere il cuore delle donne del mio paese. Sembriamo fiori delicati destinati a crescere, vivere e spegnersi fra i paraventi fiorati delle nostre case, ma invece s’ingannano tutti. Vibra potente l’anima nei nostri corpi.

– Ma tu non puoi serbare rancore a Teresita che t’ha salvata la vita, Than-Kiú.

– E credi, mio signore, che io ci tenessi alla mia vita?… Quando il cuore sanguina, quando l’esistenza diventa un martirio, quando le speranze si dileguano, quando i sogni svaniscono per sempre e non ritornano piú, la morte non si teme. Forse che i fiori vivono senza il sole e la rugiada?… Forse che le farfalle dei verdi prati si reggono, quando rugge la tramontana?… Forse che gli uccelli cinguettano, quando il verno piomba sulle pianure della Mongolia?… La morte?… L’ho sfidata tante volte senza tremare dinanzi a Cavite e l’ho tante volte invocata, prima che tu ritornassi dalle lontane sponde del mio paese natio. La mia stella non brillerà piú, lo sento. Essa brilla fulgida sulla testa della donna bianca. Cosí doveva accadere: lo splendore delle perle bianche offusca quelle gialle che si traggono dalle acque del paese del sole.

– Prima che io tornassi dalle sponde del tuo paese natio! Esclamò Romero, stupito. – Ma chi sei tu adunque?…

– Than-Kiú, – rispose la fanciulla.

– Ma da dove vieni?

– Dal mio paese.

– Ma chi ti ha condotta a Manilla?

– Hang-Tu.

– Quando?…

– Che t’importa?…

– Voglio saperlo. Vi è un mistero nella tua vita.

– T’inganni.

– Lo saprò da Hang-Tu.

– E Hang-Tu ti dirà che io sono Than-Kiú.

– Ma tu mi conoscevi adunque prima che io riparassi nella tua patria?

– Forse.

– E…

– Sí, ti volevo bene, ma ciò non ti deve piú interessare. Io non sono la Perla di Manilla.

– Bizzarra fanciulla! Ma dimmi chi sei?

– Te l’ho detto: io sono Than-Kiú.

Poi allentando le briglie raggiunse Hang-Tu, il quale discorreva col suo compatriotta, interrogandolo sulle posizioni occupate dagli spagnuoli nei dintorni di Dasmarinas.

Romero non aveva cercato di trattenerla. Quel colloquio stava per diventare imbarazzante per lui, quantunque avesse desiderato vivamente di conoscere il mistero che avvolgeva quella singolare figlia del Celeste Impero. Pure in fondo al cuore, compiangeva quell’ardita fanciulla che gli aveva già dato, in due soli giorni, tante prove del suo strano affetto, sfidando per lui e senza tremare, la morte.

– Orsú, – mormorò egli, sospirando. – Io sono uno di quei disgraziati che il destino ha condannato a una eterna infelicità e che irradiano intorno a loro una triste influenza… Sarò fatale a tutti quelli che mi amano e che mi avvicinano e fors’anche all’insurrezione. Meglio sarebbe, che una palla mi uccidesse sulle trincee di Salitran.

Intanto Sheu-Kin e Hang-Tu continuavano a scendere la collina, cercando i passaggi migliori, essendo la china assai aspra ed interrotta sovente da crepacci e da burroni profondi, entro i quali potevano precipitare i cavalli. Fortunatamente i vapori che ingombravano il cielo erano stati ricacciati verso il mare dal vento del sud e la luna era sorta splendida, illuminando la vasta distesa d’acqua della laguna, la quale scintillava con vaghi tremolii argentei. In fondo, presso le sponde, si vedeva qualche lume che ora appariva ed ora scompariva. Era forse il fanale di qualche cannoniera nemica che perlustrava i seni, per sorprendere qualche posto d’insorti.

Alla mezzanotte i quattro cavalieri galoppavano nella pianura, tenendosi ad un miglio dalle sponde del lago. Camminavano verso il sud-ovest, ma al di qua del versante dell’Imus, per non dare di cozzo contro i soldati del generale Cornell, che sapevano scaglionati a breve distanza da quel piccolo corso d’acqua.

Se i cavalli resistevano a quella corsa, potevano sperare di giungere nei campi degl’insorti prima del mezzodí, non ignorando che tenevano alcuni posti avanzati fino nei dintorni di Tunasan.

Alle quattro del mattino furono però costretti a fare una fermata sul margine d’una piantagione di caffè, per non stremare completamente le povere bestie e per prendere un po’ di riposo.

Essendo il luogo deserto, approfittarono per dormire qualche po’ sotto la guardia della giovane chinese, prevedendo che la notte successiva non ne avrebbero avuto il tempo.

Alle sei si rimettevano in arcione, inoltrandosi in una vallata che pareva dividesse i due versanti dell’istmo, mentre dalla parte del mare si udivano rombare delle interminabili detonazioni, che gli echi delle alture ripercuotevano con un lungo e pauroso rimbombo.

A Cavite si combatteva senza dubbio. Forse la flotta spagnuola tornava a assalire quel punto importante, fortemente tenuto dagli insorti, cercando di distruggere i ridotti e le trincee per aprire, piú tardi, il passo alle truppe del generale Polavieja.

Dalla parte dell’Imus non si udiva invece nessuna detonazione. Probabilmente il generale Lachambre non osava ancora assalire Salitran.

– Giungeremo in tempo, – disse Hang-Tu, a Romero. – Due o tre giorni possono bastare a noi per riordinare una difesa tenace.

– Sí, purché gl’insorti abbiano costruito delle trincee attorno alla borgata.

– Vi sono dei capi intelligenti a Salitran. Ho piena fiducia in Marion Duque, uno dei piú fieri nemici degli spagnuoli, in Castillo, un valoroso e in Carrido, un buon capobanda e soprattutto astuto.

– Speriamo, Hang.

Alle dieci, attraversano a guado l’Imus, piccolo corso d’acqua che scaricasi nella baia di Cavite, ma a parecchie miglia dalla cittadella d’Imus, la quale doveva essere stata occupata, ed ora in procinto di cadere nelle mani dei soldati del generale Lachambre.

Al di là del fiume apparivano le prime tracce della feroce, spietata lotta impegnata fra i bianchi a gli uomini di colore. Si vedevano intere piantagioni di canne da zucchero distrutte dal fuoco, piantagioni di caffè devastate, case in rovina; e di tratto in tratto carogne di cavalli di già spolpate dalle bande numerose di corvi, che volteggiavano in aria gracchiando sinistramente.

Forse in quelle vicinanze, piccole bande insorte si erano scontrate coi nemici od avevano fatto delle scorrerie per distruggere con bestiale furore, le proprietà di alcuni coloni spagnuoli.

Quella regione, pochi mesi prima abitata e fiorente di ricchi raccolti, era stata tramutata in un vero deserto. Gli abitanti erano scomparsi o forse erano stati uccisi; le fattorie erano state incendiate e saccheggiate, i campi rovinati e forse per molti anni. Grandi fortune erano state forse distrutte in poche ore dalle fiamme scatenate probabilmente dai malesi, i piú feroci, i piú astiosi ed i piú insaziabili predoni di tutte le razze dell’isola.

Non tardarono ad apparire anche le prime vittime della guerra, le quali dimostravano con quanta ferocia si combatteva d’ambo le parti, ma soprattutto dalle sanguinarie popolazioni d’origine sulo-malese. Accanto ad una casa in rovina, mezza divorata dal fuoco, Romero ed i suoi compagni scorsero un vecchio spagnuolo inchiodato sul tronco d’un albero, con una di quelle corte lance che usano i costieri del Borneo.

Probabilmente quel disgraziato era il proprietario della distrutta fattoria ed era stato cosí trattato unicamente perché la sua pelle, invece di essere gialla, od olivastra o rossiccia, era semplicemente bianca. Piú oltre, presso un’altra abitazione pure diroccata, ne videro, un altro, un giovane e robusto spagnuolo appeso ad un ramo pei piedi e col corpo irto di giavellotti. La sua testa era scomparsa e doveva essere stata raccolta da qualcuno di quei tristi raccoglitori di crani che sono ancora cosí numerosi nell’interno di Mindanao, malgrado quell’isola sia sotto la dominazione spagnuola.

Ma un miglio piú innanzi, i soldati bianchi dovevano essersi presa la rivincita su quelle bande di predoni feroci, poiché in mezzo ad un solco, otto o dieci insorti, fra malesi e tagali, già mezzo spolpati dai corvi, giacevano l’uno accanto all’altro e allineati come se fossero stati fucilati da un plotone di cacciatori.

I cavalieri, temendo una sorpresa e non essendo certi delle ultime mosse degli spagnuoli, procedevano ora con prudenza, evitando di accostarsi ai macchioni di canne o di alberi entro i quali potevano celarsi dei posti avanzati.

Ai calcoli del giovane chinese non dovevano trovarsi lontano dai campi degli insorti, avendo già attraversato l’Imus da alcune ore. Da un momento all’altro potevano incontrare qualche banda operante al sud di Salitran.

Il paese, che diventava a poco a poco boscoso, impediva loro di spingere gli sguardi lontano, tanto piú che si manteneva assolutamente piano. Però sentivano per istinto che doveva trovarsi a breve distanza dal luogo ove si erano impegnate le prime scaramucce e sentivano pure per istinto di tenersi in guardia.

Ad un tratto Sheu-Kin, che cavalcava dinanzi a tutti, segnalò delle nubi di fumo che s’alzavano in mezzo ad una foresta, la quale si estendeva per un vasto tratto verso il nord-ovest.

– È fumo d’accampamenti, – diss’egli.

– Saranno spagnuoli o insorti, gli accampati?… – chiese Hang-Tu. – Non bisogna avventurarci a casaccio nella foresta, per non cadere nel mezzo di qualche reggimento di cacciatori.

– Là devono trovarsi i nostri, – disse Than-Kiú. – Se non m’inganno, il capo banda, Tung-Tao doveva trovarsi a sud di Salitran coi suoi tagali.

– Procederemo adagio e coi fucili in pugno.

– Di galoppo, Hang! – gridò Romero, che si trovava dieci passi piú lontano. – Abbiamo gli spagnuoli alle spalle.

– Morte di Fo!…

Sei cavalleggeri erano improvvisamente comparsi sull’orlo d’una piantagione di banani, ad una distanza di quattro o cinquecento passi.

Probabilmente quei soldati si erano appiattiti in mezzo alle gigantesche foglie di quelle splendide piante, per spiare le mosse degli insorti che accampavano nella foresta ed avendo scorto i quattro cavalieri, erano balzati in arcione per cercare di catturarli prima che potessero rifugiarsi in mezzo agli alberi.

– Passa avanti, Than-Kiú, – gridò Hang. – Lascia a me e a Romero l’incarico di respingere quei nemici.

– No, – rispose la giovane – so battermi anch’io al pari di te.

– Non hai il fucile tu.

– Ho la rivoltella e mi basta.

– Di galoppo!… – gridò Hang. – cerchiamo di guadagnare il bosco.

I quattro cavalli si erano lanciati ventre a terra, ma non potevano durare a lungo, essendo assai stanchi per quella faticosa marcia, mentre quelli degli spagnuoli parevano ben riposati. La foresta però non era lontana e dietro ai tronchi degli alberi, gl’insorti potevano ripararsi e difendersi.

Hang-Tu e Romero si erano riuniti dietro a Than-Kiú per difenderla, mentre Sheu-Kin, che aveva il cavallo migliore, affrettava la corsa per giungere prima di tutti al bosco e prender posizione.

I sei cavallegeri spronavano furiosamente i loro piccoli ma veloci animali di razza andalusa ed intimavano l’alt, accompagnandolo con la minaccia di aprire il fuoco in caso di rifiuto, ma né Hang, né Romero si curavano di rispondere.

A trecento passi uno di loro, il capo fila sparò un colpo di moschetto; ma senza ottenere alcun risultato, in causa della distanza e delle brusche scosse che gl’imprimeva il cavallo.

Hang-Tu questa volta si volse a metà, puntò rapidamente il fucile e fece fuoco. Il cavaliere cadde unitamente all’animale, ma non doveva aver ricevuto lui il colpo, poiché si rialzò quasi subito rispondendo con una seconda moschettata, il cui proiettile fischiò agli orecchi dei fuggiaschi.

– A te, Romero! – gridò Hang, preparandosi a ricaricare l’arma.

Il meticcio aveva già spianata la sua carabina, senza rallentare il galoppo del proprio cavallo. Fece fuoco in mezzo al gruppo ed un altro animale, dopo d’essersi inalberato bruscamente, cadde di quarto scavalcando il soldato che lo montava.

– Noi macelliamo i cavalli e risparmiamo invece i cavalieri, – gridò Hang, esasperato.

– Che cosa importa, – rispose Romero. – I caduti non ci seguiranno.

– Ma tirano meglio degli altri. Odi?

– Sí, e credo…

Romero non potè continuare la frase. Una palla di moschetto era giunta e aveva colpito il cavallo presso le ultime vertebre fracassandogli di colpo la spina dorsale.

Il povero animale era caduto fulminato, trascinando nella caduta il cavaliere il quale, per sua mala sorte, era rimasto con una gamba sotto quella pesante massa.

Than-Kiú, udendo Romero mandare un grido, con una violenta strappata che per poco non l’aveva balzata di sella, aveva frenato il proprio animale. Vedendo il meticcio a terra impallidí, poi senza badare ai proiettili che già ricominciavano a fischiare, si lasciò scivolare dall’arcione e si precipitò verso di lui.

Hang-Tu si era pure arrestato, ma invece di correre in aiuto del compagno aveva snudata la catana e pareva che si preparasse a caricare disperatamente il drappello nemico.

– Mio signore, – esclamò Than-Kiú, con voce tremante. – Sei ferito?

– No, ma fuggi, – rispose Romero, che aveva ricaricato precipitosamente il fucile. – Fuggi; essi stanno per piombarci addosso.

– Than-Kiú non ha paura e ti difenderà, mio signore, – rispose la fanciulla, con fierezza.

Si era lasciata cadere dietro il cadavere del cavallo, accanto al meticcio, ed aveva estratta la rivoltella, puntandola risolutamente contro i nemici.

– Ma fuggi, salvati! – ripeté Romero. – Vuoi farti uccidere?…

– Morrò accanto a te.

– Vengono!…

I quattro spagnuoli caricavano di galoppo. Avevano appesi all’arcione i moschetti e snudate invece le sciabole. Ancora pochi istanti e piombavano su quei tre coraggiosi che li attendevano senza tremare. Il vezzoso capo del Fiore delle Perle stava forse per venire brutalmente fracassato da quelle terribili armi.

Hang-Tu, fermo come una rupe, colle ginocchia strette ai fianchi del cavallo, collo sguardo tetro e sanguigno, colla larga e pesante catana alzata e colla carabina sulla sella, si era collocato dinanzi ai due suoi compagni per sostenere il primo urto.

Già i quattro cavallegeri non distavano che cento passi, quando verso il bosco echeggiarono improvvisamente dieci o dodici spari, seguiti da urla feroci.

Gli spagnuoli fecero un brusco voltafaccia e fuggirono verso la piantagione, seguiti dai loro due compagni che erano stati scavalcati.

Una banda d’uomini, composta per la maggior parte di malesi e di tagali, armati di alcuni fucili, ma soprattutto di lance e di sciaboloni bornesi, si era precipitata fuori dalla boscaglia empiendo l’aria d’urla selvagge. Alla loro testa cavalcava Sheu-Kin.

– Gl’insorti! – esclamò Hang, respirando.

Si era gettato rapidamente di sella, e con una vigorosa scossa aveva liberato Romero dal peso che lo teneva inchiodato al suolo.

– Sei ferito? – gli chiese.

– No – rispose questi.

Poi, rialzandosi, s’avvicinò a Than-Kiú e posandole le mani sulle spalle, disse:

– Grazie, valorosa fanciulla.

Il Fiore delle Perle non rispose, ma il suo viso s’imporporò, mentre le sue labbra si schiudevano ad un sorriso, ed un lampo d’immensa gioia le illuminava i begli occhi.

Capitolo XII. NEL CAMPO DEGL’INSORTI

Quella foresta, come avevano supposto, era occupata da un grosso stuolo d’insorti capitanati da uno dei piú ardenti autonomisti, da Tung-Tao, un meticcio di sangue europeo dal lato del padre e malese della madre, uno dei primi che aveva abbracciata la causa dell’insurrezione ed anche uno dei piú valorosi.

Quelle bande, composte di varie razze, si erano colà accampate per difendere Salitran, che si trovava ad un solo miglio innanzi, da un colpo di mano degli spagnuoli, i quali erano stati già segnalati verso il sud-est.

Nulla di piú strano e di piú pittoresco di quel campo d’insorti, dove si trovavano mescolati uomini appartenenti a tante razze diverse e di costumi cosí variati, persone d’una civiltà che non era inferiore a quella degli spagnuoli ed altre che erano affatto barbare, selvagge, sanguinarie.

Un disordine assoluto vi regnava. Era un caos di tende piantate senza regola, di capannucce improvvisate, di tuguri d’ogni forma e dimensione, di semplici tettoie, di ripari assolutamente primitivi, ma piú che sufficienti pei malesi e pei tagali abituati ordinariamente a dormire all’aria aperta, di uomini, di cavalli, di fasci d’armi dove si vedevano gli arnesi piú micidiali accanto a lance quasi primitive.

Pareva che quasi tutte le svariate razze dell’estremo oriente, si fossero date convegno in quel campo.

V’erano gruppi di meticci derivanti da incroci di sangue europeo col tagalo, o col chinese, o col malese, tipi gagliardi, di carattere vivace, dall’intelligenza svegliatissima e che costituivano il nerbo dell’insurrezione; bande di malesi membruti, di statura bassa, dalla faccia quadra e ossuta, dagli occhi piccoli e torvi, dalla bocca larga armata di denti acuti come quelli delle fiere, ma anneriti dal soverchio uso del betel e dalla carnagione piú o meno fosca, con riflessi olivastri o d’un rosso mattone, ma alquanto smunto. Erano quasi tutti nudi, non avendo che qualche corta camicia o qualche gonnellino, e portavano alla cintura due o tre di quei terribili pugnali a lama serpeggiante, lunghi un piede e colla punta avvelenata nel succo dell’upas.

Piú oltre vi erano bande di tagali dal volto quasi romboidale, ossuto, ma simpatico, cogli occhi vivaci e leggermente obliqui e la pelle rossastra, ma con certe sfumature giallo-bronzine: uomini operosi, coraggiosi e fidati.

Le aspre fatiche del campo non avevano punto influito sul loro carattere vanitoso e facevano ancora pompa delle loro camice ricamate, dei loro calzoni bianchi e dei loro ornamenti d’argento, nonché delle loro croci dorate che usavano portare al collo.

Poi venivano gruppi di chinesi colle loro facce color dei limoni maturi, le loro lunghe code sfuggenti sotto gli ampi cappelli di fibre di rotang, gli occhi obliqui, le zimarre variopinte e fregiate di draghi orribili e colle loro cintole piene d’armi, e munite pure dell’insuperabile ventaglio, oggetto di assoluta necessità; gruppi di bughisi d’origine macassarese o mindanese, dall’alta statura, ma di forme eleganti e dalle tinte brune; di turgiassi dalla pelle quasi bianca, ma a riflessi grigiastri o cenerini, dal volto ovale, gli occhi grandi e bellissimi e la capigliatura nerissima e liscia, non pochi zimbalesi, pangasinansi, illocasi ed igoroti, veri selvaggi che si trovano dispersi nelle montagne delle isole del grande Arcipelago Filippino.

Pel momento, tutta quella gente non pareva gran fatto occuparsi della guerra che si combatteva cosí breve distanza. Avevano radunate in fasci giganteschi le loro armi, ben poche da fuco, ma moltissime da taglio, e tutte formidabili e si divertivano a loro capriccio, interessandosi dei combattimenti dei galli, pei quali tutti quei popoli hanno una passione straordinaria, tale da superare di gran lunga gl’Inglesi, o applaudendo una compagnia di gitani che aveva piantata la sua baracca nel bel mezzo dell’accampamento, od ascoltando con vivo piacere una mezza dozzina di suonatori di chitarra, artisti in tempo di pace, ma corvi rapaci dopo la battaglia, saccheggiatori spietati dei vinti, fossero questi morti o moribondi.

Hang-Tu, Romero e Than-Kiú, preceduti da Sheu-Kin e scortati da una mezza dozzina di malesi armati di lunghi fucili, ma che dovevano essere stati fabbricati un secolo prima, attraversarono l’accampamento salutati ovunque da strepitose acclamazioni, essendosi sparsa rapidamente la voce del loro arrivo, e vennero condotti nella tenda del capo, una specie di padiglione di cotonina rossa, dinanzi al quale, piantate su pali, facevano orribile mostra le teste già putrefatte d’alcuni soldati spagnuoli.

Tung-Tao aveva radunato alcuni sotto-capi per decidere sulla sorte d’un chinese arrestato nei dintorni del campo, come sospetto di essere una spia degli spagnuoli e stava per pronunciare la sentenza di morte.

Vedendo apparire Hang-Tu e Romero, che ben conosceva, si affrettò a sospendere la seduta per fare gli onori di casa.

– I corrieri delle società segrete mi avevano già informato del vostro arrivo a Salitran, – diss’egli, dopo d’aver stretto la mano ad entrambi e d’aver salutato gentilmente Than-Kiú. – Sono felice di essere il primo a ricevervi nei campi degl’insorti e d’offrirvi ospitalità.

Con un cenno congedò i sotto-capi e fece sedere i nuovi venuti su alcune scranne fabbricate con rami d’albero, dicendo, con un sorriso:

– Non ho di meglio da offrire. Quei dannati spagnuoli mi hanno guastata per tre volte la mia mobilia o meglio ho dovuto lasciarla nelle loro mani per salvare la pelle. Spero però, se tutto andrà bene, di rifarmi con quella dei loro palazzi di Manilla.

– Te lo auguro, Tung-Tao, – rispose Hang. – D’altronde siamo cosí stanchi che ci basterebbe anche un sasso pur di riposarci. È da ieri che galoppiamo.

– Inseguiti dagli spagnuoli?

– No, ma avevamo fretta e molta. Il colpo di mano su Manilla è andato a vuoto, e comprenderai che l’aria di quella città non poteva piú farci bene.

– I corrieri mi hanno recato la notizia stamane.

– Hai un servizio d’informazioni accurato, Tung-Tao. Se gli spagnuoli potessero averne uno eguale, sarebbero ben contenti.

– Le spie non mancano anche a loro. Stavo appunto ora per giudicare un tuo compatriotta che si è lasciato corrompere dall’oro spagnuolo, ma non andrà a raccontare ai nemici ciò che ha veduto nel mio campo. Fra dieci minuti i malesi lo manderanno a trovare il suo Budda.

– Hai fatto bene, – disse Hang. – Fosse stato mio fratello non avrei alzato un dito per strappartelo di mano. Muoiano tutti i traditori!

– E fra i piú atroci tormenti, – aggiunse il capo malese, con un crudele sorriso. – Quali notizie rechi da Manilla?…

– Poco liete, Tung. Là non vi è da tentare nulla di buono, per ora. La capitale non cadrà piú nelle nostre mani.

– Lo so, – disse il capo, con un sospiro. – Ah!… Se fosse riuscita la prima congiura, a quest’ora noi saremmo i padroni di Luzon. Si battono al nord?…

– Matabon e Bulacan resistono sempre, ma temo che gl’insorti non possano marciare sulla capitale. I capi però sanno che noi c’impegneremo a fondo a Salitran ed a Cavite e spero che dal canto loro tenteranno qualche cosa per attirarsi addosso una parte delle truppe del generale Polavieja.

– Vuoi giocare una carta decisiva a Salitran?

– Siamo qui venuti per questo. Dalla difesa di Salitran dipende la sorta di Cavite.

– Spero che gli spagnuoli avranno un osso duro da rodere, se vorranno assalirci. Sono state erette grandi trincee dinanzi a Salitran ed anche sulla strada d’Imus.

– Chi comanda gl’insorti? – chiese Romero, che fino allora si era limitato ad ascoltare.

– Marion Duque, Castillo, Gomez ed i due fratelli Hang-Kai capi dei mestizos. Dispongono di tredici bande, ma non piú di due migliaia di buoni fucili.

– Vi sono dei cannoni?

– Alcuni pezzi e qualche mitragliatrice.

– Si può fare molto allora, – disse Romero. – Se gli spagnuoli ritardano l’attacco d’alcuni giorni, ci troveremo pronti a riceverli. Sarà però necessario concentrare in Salitran tutte le bande che si trovano dislocate, non essendovi da temere attacchi alle spalle. Gli spagnuoli non ci assaliranno che marciando sulle vie d’Imus.

– Io sono pronto a levare il campo, – disse Tung-Tao. – dispongo di quattrocento uomini, di centocinquanta fucili e d’alcune spingarde. Non faccio grande assegnamento sui malesi e sui bughisi, valenti nelle imboscate e negli assalti impetuosi, ma altrettanto cattivi soldati nelle difese; conto sui miei meticci e sui tagali che sono tutti abili bersaglieri.

– Avverti i tuoi sotto-capi di dare il comando di incolonnare le bande. Qui, a guardia del bosco, basterà qualche drappello di malesi o di bughisi.

– Verranno con noi? – chiese Hang-Tu.

– Sí, – rispose Romero. – Mi preme addensare piú bande che posso verso il fiume Imus, poiché il pericolo ci verrà da quella parte.

– È vero, – disse il capo malese. – So che il generale Lachambre cercherà di guadarlo con forze numerose.

– I capi che si trovano a Salitran, hanno mandato colà dei corrieri?

– Lo spero. Fra poco lo sapremo con piú certezza.

– La caduta di Dasmarinas ci sarebbe di grave danno. I nostri fratelli hanno subíto troppe sconfitte in questi giorni e se una buona vittoria non viene a rialzare il morale dei combattenti, prevedo dei tristi giorni per l’insurrezione.

– L’avremo la vittoria, – disse Hang-Tu. – Sei uomo da darcela.

– Non illuderti, Hang, – rispose Romero. – Io cercherò di rendere Salitran inespugnabile, ma tutto dipende dal valore delle nostre bande e tu sai che la loro organizzazione è tutt’altro che salda. Abbiamo troppi capi e troppe razze diverse. Affrettiamoci a partire; i minuti possono diventare preziosi, ora che Dasmarinas sta forse per venire espugnata.

– Accordate una mezz’ora alle mie bande onde levino il campo, – disse Tung-Tao. – Intanto posso offrirvi una colazione, ma ben magra, amici, poiché nei nostri campi i viveri scarseggiano ora che tutti i contadini hanno abbandonte le piantagioni.

Ad una sua chiamata due tagali accorsero e stesero a terra una stuoia di fibre di cocco, destinata a servire da tavola, deponendovi sopra una scimmia arrostita intera, uccisa il giorno innanzi nella foresta, due galline trovate forse in mezzo alle piantagioni ed alcune pagnotte di frumentone. Era tutto quello che poteva offrire il capo delle bande.

Romero ed i suoi compagni, che non avevano mangiato dal giorno precedente, assalirono con appetito le vivande e non si arrestarono nemmeno dinanzi alla scimmia, quantunque essa avesse l’aspetto d’un ragazzetto arrostito.

Il capo offrí in ultimo una dozzina di tazze di eccellente thè, chiamato dai chinesi shang-king, ossia thè profumato, essendo le foglioline mescolate a fiori di mo-li che sono una specie di gelsomini, ed alcuni di quei deliziosi sigari di Manilla, presi probabilmente agli spagnuoli caduti durante gli ultimi scontri.

Quando uscirono, il campo era in pieno disordine. Uomini d’ogni colore e cavalli in grosso numero correvano in tutte le direzioni per incolonnarsi, mentre le donne ed i fanciulli, del pari numerosissimi, che avevano seguiti i rispettivi mariti e padri con piú danno che profitto e con grave ingombro durante le rapide mosse delle bande, s’affannavano a levare le tende ed a caricare sugli animali le munizioni ed i viveri.

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
30 ağustos 2016
Hacim:
310 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain