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Kitabı oku: «Le stragi delle Filipine», sayfa 9
Capitolo XIV. LA CACCIA AI FUGGIASCHI
La disfatta degl’insorti era stata completa. Le bande si erano sciolte come la neve sotto gli ardenti raggi del sole equatoriale, fuggendo a precipizio in tutte le direzioni, piú non obbedendo alla voce dei capi.
Prese da un panico immenso, avevano attraversata la città come una marea, tutto abbattendo sul loro passaggio, abbandonando nelle mani dei vincitori i viveri, le munizioni, le tende, i cavalli, le donne ed i fanciulli, e si erano disperse in un numero infinito di drappelli, salvandosi fra le foreste, fra le piantagioni, sui monti, senza alcuna meta.
In mezzo a quel trambusto orribile era stato impossibile riorganizzarle, per condurle in salvo o verso S. Nicola che si sapeva ancora occupato da numerose bande di ribelli, o verso Cavite che resisteva sempre al bombardamento della squadra spagnuola. I capi che avevano cercato di radunarle attorno a loro si erano trovati senza un solo uomo, ed erano stati costretti a salvarsi per non cadere nelle mani dei vincitori.
Solo Hang-Tu, piú fortunato, aveva potuto raggranellare due dozzine d’uomini coi quali operava una precipitosa ritirata verso San Nicola, per condurre in salvo Romero e Than-Kiú.
Attraversata Salitran, già abbandonata dalle bande, si era affrettato a gettarsi in mezzo ai boschi per sottrarsi all’inseguimento di alcuni drappelli di cavalleria spagnuola, i quali si erano scagliati dietro alle bande fuggenti.
Verso Salitran si udivano ancora alcune scariche, ma che diventavano sempre piú rade. Echeggiavano invece altissime le urla delle donne, che non avevano avuto tempo di seguire i loro fratelli od i loro mariti nella disastrosa ritirata.
Hang-Tu e Romero tacevano; entrambi erano tristi, oppressi da quella sconfitta che poteva avere incalcolabili conseguenze sulla causa dell’insurrezione, già molto compromessa dopo la caduta di Dasmarinas, ed ora ancor piú, poiché il generale Lachambre poteva mettere gran parte delle sue truppe a disposizione del generale Polavieja, operante contro Cavite.
Potevano bensí organizzare una resistenza in S. Nicola, ma le rive del fiume Zapatè erano ormai perdute fino a Pamplona, e Cavite rimaneva scoperta, assalita dalla parte di terra e di mare.
Tristi giorni si preparavano per gli autonomisti ed il vessillo inalberato fra tante speranze, minacciava di venire abbassato ben presto sotto gli assalti incessanti degli spagnuoli.
Mentre i due capi erano immersi in quei dolorosi pensieri, la piccola colonna continuava la ritirata attraverso le foreste, aizzando sempre piú i cavalli, temendo giustamente che gli spagnuoli avessero spinto molto innanzi le loro avanguardie per impedire la fuga alle bande.
La foresta era silenziosa, ma quella tranquillità non li rassicurava e perciò si affrettavano, tenendosi in guardia e pronti ad ogni evento.
Già le tenebre erano calate ed i cavalli cominciavano a dar segno di stanchezza, quando udirono dall’opposta parte della foresta in direzione della Vallata dello Zapatè, alcuni squilli di tromba che dovevano indicare piú la presenza dei nemici che delle bande fuggenti.
– Ancora il nemico?… – chiese Hang-Tu, con feroce accento, impugnando il fucile. – Non sono adunque contenti della disfatta inflittaci a Salitran?…
Aveva dato ordine ai suoi uomini di arretrarsi e si era messo in ascolto.
Non era piú possibile ingannarsi. Verso la Vallata dello Zapatè, si udiva una fanfara che suonava la carica e quelle trombe, ormai ben conosciute, appartenevano a cavalleggeri spagnuoli.
– Che inseguano una delle nostre bande?… chiese il chinese, aggrottando la fronte. – Mi ricordo d’averne vedute alcune disperdersi in direzione dello Zapatè.
– È probabile, – rispose Romero.
– Eppure abbiamo galoppato per bene e dobbiamo essere già lontani da Salitran.
– Purché questa foresta non ci abbia ingannati. Tu sai, Hang, che è facile smarrirsi.
– O che gli spagnuoli abbiano spinto molto innanzi le loro avanguardie?… Non ho veduto nessuno squadrone di cavalleggeri muovere all’assalto di Salitran e so che il generale Lachambre ne aveva.
– Sí, – rispose Romero, con voce sorda. – I cavalleggeri del maggiore d’Alcazar.
– Che siano i suoi uomini?… Dio ci guardi, poiché se il maggiore sapesse che noi siamo qui, non ci darebbe tregua, malgrado il tuo affetto per sua figlia.
– Cercheremo di non incontrarlo.
– Però desidererei quasi il contrario. Ho il mio vecchio conto da saldare con lui, – disse Hang, con un sinistro sorriso.
– Io l’ho pagato.
– Ma non io.
– Ti ha salvato, mentre poteva perderti.
– Hang-Tu non perdona.
– Taci: ripartiamo, – disse Romero.
Le trombe non si udivano piú, ma dalla parte della vallata si udivano ad intervalli dei lontani fragori che parevano prodotti dal galoppo furioso di parecchi cavalli.
Il drappello si era rimesso in marcia, ma procedeva al passo ed in silenzio, per non farsi scoprire.
Tre uomini si erano messi all’avanguardia per trovare i passaggi, essendo l’oscurità assai fitta, tanto da non permettere di distinguere gli ostacoli che ingombravano il suolo della foresta, ed altri otto alla retroguardia. Gli altri invece si erano raggruppati attorno ai due capi ed a Than-Kiú, per coprirli contro un improvviso attacco.
Avevano già percorso un mezzo chilometro, girando e rigirando intorno ai macchioni d’alberi, quando i tre uomini dell’avanguardia furono veduti retrocedere vivamente.
– Che cosa c’è… – chiesero Hang-Tu e Romero. – Gli spagnuoli forse?…
– Abbiamo udito il nitrito d’un cavallo, – rispose uno di loro.
– Dove?…
– Dinanzi a noi.
– Che vi sia qualche cavallo sbandato?… – chiese Romero al chinese.
– È possibile, ma potrebbero essere anche spagnuoli imboscati od accampati.
– Deviamo, Hang-Tu.
– Vorrei prima accertarmi se abbiamo da fare con nemici od amici. Altri insorti possono aver cercato rifugio in questa foresta e sarei ben lieto d’ingrossare la nostra piccola banda.
– Che cosa risolvi?…
– Avanziamoci con precauzione, colle armi in pugno.
– E Than-Kiú?…
– La collocheremo fra noi, – disse Hang.
Il drappello fu disposto su tre file, cominciando la foresta a diradarsi, poi si ripose in marcia, ma lentamente e con infinite precauzioni.
L’avanguardia era stata composta cogli uomini piú risoluti, affinché, occorrendo, aprissero il passo con una carica a fondo.
La foresta pareva deserta, tanto era profondo il silenzio. Si sarebbe detto che i tre uomini si erano ingannati poiché nulla indicava la presenza di amici o di nemici.
Ad un tratto si udí una voce a gridare in spagnuolo:
– Chi vive?
– Morte di Buddha!… – mormorò Hang-Tu. – Ci siamo.
Poi alzandosi sulle staffe snudando la catana tuonò:
– Caricate!…
I cavalli, vigorosamente spronati, partirono ventre a terra per sfondare, con un attacco vertiginoso, la linea dei nemici, ma non trovarono dinanzi a loro alcun ostacolo.
Avevano già oltrepassata la macchia in mezzo alla quale si era udita echeggiare la voce, quando ricevettero a bruciapelo una terribile scarica.
Sette cavalli coi rispettivi cavalieri stramazzarono a destra e a sinistra, mentre Romero, che caricava in prima linea si abbandonava sul collo del suo destriero.
Than-Kiú, che si trovava al suo fianco, mandò un grido e lo afferrò per un braccio per impedirgli di cadere, ma il meticcio si era subito rialzato, dicendo:
– Non è nulla, Than-Kiú.
Poi volgendosi aveva fatto fuoco in mezzo alla macchia, mentre Hang ed i superstiti facevano altrettanto.
– Spronate!… Spronate!… – urlò il chinese.
I cavalli avevano ripreso la corsa, fuggendo disordinatamente attraverso la foresta, ma gli spagnuoli non li avevano seguiti, paghi di aver scavalcato quei sette cavalieri e fors’anche perché non possedevano animali.
– Sei ferito, mio signore? – chiese Than-Kiú, che non aveva abbandonato Romero.
– È nulla, – ripetè il meticcio, ma con un tono di voce nel quale si sentiva uno spasimo represso della volontà.
– Morte di Buddha! – esclamò Hang, impallidendo. – Ti hanno ferito Romero?
– Ho ricevuto una palla nel dorso.
– Ah!… dannati!… Puoi reggerti?…
– Lo spero.
– Se puoi resistere quindici minuti, io ti condurrò in un luogo dove potremo sostare. So dove ci troviamo.
– Resisterò.
– Sprona!… Sprona!…
I cavalli divoravano la via, non essendo piú la foresta tanto fitta, ma il meticcio che doveva aver ricevuto una ferita, se non mortale, almeno molto dolorosa, a poco a poco si sentiva mancare. Già due volte si era accasciato sul collo del suo animale e Hang-Tu e la fanciulla lo avevano sostenuto. Forse la perdita del sangue gli esauriva rapidamente le forze.
Dieci minuti erano trascorsi, quando Hang-Tu esclamò:
– Alto!…
Arrestò il cavallo e balzò rapidamente a terra afferrando fra le robuste braccia Romero. Questi vi si era abbandonato, mandando un gemito.
Quattro uomini erano accorsi in suo aiuto, ma Than-Kiú li aveva respinti dicendo:
– No, non toccatelo.
Poi aveva prestato man forte al capo degli uomini gialli, il quale si era diretto verso una fattoria mezzo diroccata, contornata da una muraglia.
Varcata la cinta, passando attraverso una breccia, Hang e Than-Kiú, con infinite precauzioni, avevano deposto Romero su un mucchio di erbe secche che si trovava nel cortile.
Il meticcio era svenuto, ma la sua respirazione era sempre piú forte.
– Tu lo salverai, – disse Than-Kiú colle lagrime agli occhi.
– Sí, – rispose Hang.
– Me lo prometti?
– Sí… sorella, – mormorò il chinese con un filo di voce.
Capitolo XV. LA FERITA DEL METICCIO
L’edificio entro la cui cinta avevano cercato momentaneo rifugio contro l’inseguimento degli spagnuoli, doveva essere stata una grande fattoria a giudicarla dagli avanzi, e molto probabilmente doveva avere appartenuto a qualche famiglia di chinesi, poiché si vedevano rizzarsi ancora alcune antenne adorne di draghi.
La guerra aveva portato anche colà le sue stragi, poiché non rimanevano in piedi che delle muraglie. Il tetto era crollato, i soffitti distrutti forse dal fuoco, erano precipitati, le tettoie, che un tempo dovevano aver riparato numerosi capi di bestiame, erano state pure abbattute, e sul luogo ove sorgevano non si vedevano che grandi ammassi di rottami.
Forse alcune bande d’insorti avevano sostenuto qualche lotta contro gli spagnuoli e la fattoria era stata diroccata ed incendiata dai vincitori.
Mentre i sanguemisti ed i chinesi del piccolo drappello si disponevano attorno alla cinta per non venire sorpresi dagli spagnuoli, i quali forse si erano lanciati sulle loro tracce, Hang-Tu fece accendere un ramo resinoso e si affrettò a esaminare Romero che era ancora svenuto.
Avendo notato che la camicia era lorda di sangue dietro la spalla sinistra, la lacerò con un colpo di coltello e vide subito dove l’amico era stato ferito.
Una palla lo aveva colpito sotto la scapola, ma senza, a quanto pareva, aver fracassato l’osso. Si era cacciata nelle parti molli ed era uscita sotto il braccio, il quale, per un caso miracoloso, non aveva riportato alcuna scalfittura, mentre avrebbe dovuto essere spezzato.
Si trattava di una ferita assai dolorosa, ma non grave.
– Ebbene? – chiese Than-Kiú, che spiava attentamente gli sguardi del chinese, come se avesse voluto strappargli la verità.
– Tutto va bene, – rispose Hang, il cui volto si era rasserenato. – Credevo che la ferita fosse molto piú grave.
– Lo salverai?…
– Sí, Than-Kiú.
– Non m’inganni, Hang?…
– A quale scopo?… Romero è troppo necessario all’insurrezione, perché io non debba cercare tutti i mezzi per guarirlo, e poi lo amo piú che se fosse mio fratello.
– Ma non apre ancora gli occhi.
– La ferita è dolorosissima ed ha perduto molto sangue.
– Temo della sua vita, Hang, – mormorò la fanciulla con un singhiozzo soffocato.
– Fra due settimane Romero sarà guarito. È vigoroso e poi… vi è ben altra cosa che affretterà la sua guarigione, – mormorò il chinese.
– Quale?…
– L’affezione.
– Per chi?…
– Taci fanciulla, – disse Hang, con un sospiro. – Taci, taci!…
Un chinese, che aveva mandato a cercare dell’acqua, ritornava allora.
Hang-Tu lavò accuratamente la ferita di Romero, poi stracciò un pezzo della camicia e lo fasciò con mano lesta ed abile.
Aveva appena terminato, che Hang-Tu vide gli occhi del meticcio schiudersi lentamente.
– Mio signore, – disse, curvandosi su di lui.
Romero, ritornato in sé sorrise alla giovanetta e le strinse la mano. Fece un gesto come se volesse alzarsi, ma emise invece un gemito.
– Non muoverti, Romero, – disse Hang-Tu.
– M’hanno adunque spezzato le spalle? – chiese il meticcio. – Tanto valeva che mi avessero ucciso sul colpo.
Ringrazia invece quella palla, amico. Se ti colpiva piú innanzi ti fracassava la spina dorsale.
– E cosí ti sarò di grave imbarazzo, Hang. Che cosa vuoi fare di me?
– Curarti.
– Tu, mentre l’insurrezione ha bisogno del tuo forte braccio?
– Due settimane non basteranno agli spagnuoli per spegnere la rivolta, e poi non ci arresteremo qui. Costruiremo una barella e ti porteremo a S. Nicola.
– No, – disse Romero scotendo vivamente il capo. – Lasciami qui e parti coi tuoi uomini senza perdere il tempo. Forse gli spagnuoli c’inseguiranno e per cagione mia potreste venire raggiunti e presi.
– Non sono uomo da lasciarmi sorprendere due volte, Romero. Lascia a me l’incarico di condurti in salvo a S. Nicola. Se io ti abbandonassi qui, chi ti curerebbe?…
– Io, – disse Than-Kiú.
– Ma chi vi proteggerebbe contro gli spagnuoli?…
– Non li temo, Hang, – disse La fanciulla con fierezza.
– Lo so, tu sei valorosa, ma l’audacia non vale contro il numero e le fucilate. No, Hang non abbandonerà l’amico suo, non lascerà cadere nelle mani dei suoi nemici il capo piú valente dell’insurrezione.
– Non posso essere d’alcuna utilità all’insurrezione, Hang, mentre invece la privo del tuo vigoroso braccio.
– Guarirai presto, Romero.
Poi vedendo che l’amico apriva le labbra:
– Basta, – aggiunse.
Si alzò ed andò a trovare i suoi uomini che vegliavano sempre attorno alla cinta, coi quali tenne un breve consiglio sul da farsi.
Fu deciso di costruire subito una barella e di abbandonare la istessa notte quella fattoria, onde non farsi sorprendere dagli spagnuoli, avendo ormai la certezza di essere inseguiti.
Mentre alcuni cavalieri si disperdevano pel bosco, per sorvegliare i dintorni ed altri s’affrettavano a costruire la barella, Hang, seguito da cinque o sei, si cacciò fra le macerie della fattoria per vedere se era possibile trovare dei viveri, poiché nella precipitosa ritirata nessuno aveva pensato a provvederne.
Le loro ricerche non andarono deluse. Sotto i rottami d’una tettoia rinvennero alcune galline che si tenevano nascoste sotto alcune travi e che dovevano essere ritornate dopo la fuga dei proprietari e la ritirata dei combattenti. Trovarono pure, in un angolo della fattoria, fra i rottami del mobilio, alcune forme di quella specie di cacio fatto con fagioli e piselli mescolati con farina e succhi di varie piante, cosí abbondantemente usato dai chinesi, ed un mezzo sacco di riso, ma già intaccato dal fuoco, nonché parecchie pentole di rame, assai preziose in quel momento.
Per un paio di giorni i viveri erano assicurati e potevano bastare per giungere a S. Nicola, dalla cui borgata non doveva distare molto.
Verso la mezzanotte la barella era pronta. Fu resa soffice con alcune bracciate di foglie fresche raccolte da Than-Kiú. Romero vi fu coricato e la piccola colonna si mise lentamente in marcia, inoltrandosi in quella immensa foresta che pareva dovesse estendersi dalle sponde del mare alla laguna di Taal.
Quattro cavalieri aprivano la marcia, sei dovevano darsi il cambio nel trasporto del ferito, gli altri dovevano coprire la ritirata. Hang-Tu e la fanciulla camminavano ai due lati della barella, pronti a soddisfare il menomo desiderio di Romero.
La foresta era tornata folta, rendendo la marcia assai difficile, in causa del grande numero di rotang che s’intrecciavano in tutti i modi possibili e per le enormi radici che serpeggiavano al suolo come immani rettili.
Pareva che tutti gli alberi della ricchissima e svariata flora chino-malese fossero stati colà piantati. Ora il drappello s’imbatteva in enormi gruppi di quei bellissimi alberi chiamati del sevo, dal fogliame verde chiaro ed i rami carichi di mazzetti di bacche ricoperte da una sostanza grassa, da cui si ricava una eccellente cera che i chinesi chiamano hiuehyu; ora in gruppi d’arancio già pure carichi di piccole frutta ovali che candite sono squisitissime; o in colossali alberi della canfora che esalavano da tutti i pori il loro acuto odore, o in gruppi di giuggioli che producono una specie di datteri; poi in gruppi di wai-sho, dai quali si estrae una bellissima tinta gialla, in gruppi di fichi giganteschi, di tamarindi, di felci smisurate che da sole formavano una piccola foresta, infine in gruppi di betel, di areche e d’un numero immenso di piante gommifere.
I rami, i calamo e le radici, intrecciandosi in tutti i sensi, formavano talora degli ostacoli che i cavalli si trovavano impossibilitati a superare, se prima gli uomini non aprivano degli squarci a colpi di spada, di catana e di coltello, con grave perdita di tempo e con gravi fatiche, specialmente da parte dei portatori del ferito.
Hang-Tu cominciava a diventare inquieto, poiché temeva di smarrirsi in quella gigantesca foresta. Anche i suoi uomini non sapevano piú dove si trovassero, né da qual parte dovevano dirigersi per guadagnare S. Nicola.
All’alba, mentre Romero, già assalito dalla febbre, era caduto in una specie di letargo, il chinese comandò d’arrestarsi in mezzo a un gruppo enorme di alberi di pepe selvatico, i cui sarmenti, avviticchiandosi gli uni agli altri, formavano un nascondiglio quasi inaccessibile a qualunque nemico.
Uomini e cavalli cadevano per l’enorme stanchezza e pel sonno. Solamente Hang e la fanciulla chinese resistevano ancora.
Il capo degli uomini gialli distribuí dei viveri, poi fece appello alla buona volontà di alcuni per mandarli ad esplorare i dintorni, temendo sempre di essere inseguito. Sentiva per istinto che il pericolo non era ancora cessato.
Mentre i piú robusti s’incaricavano di quella faticosa esplorazione, fece accendere il fuoco per mettere a bollire uno dei polli trovati nella fattoria chinese e che aveva serbati per Romero.
Intanto Than-Kiú si era seduta accanto al ferito, senza staccare gli occhi da lui. Si era sbarazzata del suo ampio mantello di seta bianca e l’aveva coperto con affettuosa premura, poi colla sua pezzuola gli umettava di quando in quando le labbra arse dalla febbre.
La resistenza di quella creatura, che pareva delicata come i lillà del suo paese, doveva essere meravigliosa, incredibile, poiché, mentre gli uomini si erano profondamente addormentati, ella si sentiva ancora in grado di vegliare sul povero ferito.
Romero dormiva sempre, ma il suo sonno era agitato, come se il suo pensiero fosse tormentato da visioni. Ora il suo respiro diventava affannoso, ora cosí lieve che pareva che i polmoni avessero cessato di funzionare e le sue labbra si muovessero lasciando talora sfuggire delle frasi tronche.
Than-Kiú, coricata presso di lui, colla testa stretta fra le diafane mani, lo spiava ansiosamente, come se avesse voluto indovinarne i pensieri che lo agitavano e strappargli le parole che mormorava.
Ad un tratto si rizzò sulle ginocchia, con uno scatto selvaggio. Un nome era stato pronunciato dal ferito, ma non era quello del povero Fiore delle Perle:
– Teresita! – aveva mormorato Romero, con un filo di voce.
Un lampo cupo balenò negli occhi della fanciulla, ma subito si spense sotto due lagrime che le scesero lentamente lungo le pallide gote.
– La donna bianca! – aveva esclamato Than-Kiú, con istrazio. – Lei, sempre lei!… Anche nei sogni non l’abbandona.
Alzò gli occhi e si vide dinanzi Hang-Tu. Il capo degli uomini gialli pareva vivamente commosso, anzi sembrava che un velo di profonda tristezza fosse calato sul fiero volto.
– Hang, – mormorò Than-Kiú, coprendosi il viso colle mani.
– L’ho udito, – rispose il chinese, con voce cupa.
– Il suo pensiero è sempre per lei, anche dormendo.
– Sí, Than-Kiú, mia disgraziata fanciulla. Meglio sarebbe stato che tu non avessi mai abbandonato le sponde del nostro paese. Almeno non l’avresti mai veduto.
– Sí, Hang, ma ora è troppo tardi. Lo spirito del male non mi abbandonerà mai piú ed il mio martirio non cesserà che colla mia morte. Sia maledetta la donna bianca che ha gettato un maleficio su Romero e che ha infranto il cuore della Perla del fiume giallo.
– L’odii, è vero?
– Immensamente, Hang.
– Il destino talvolta è cosí strano, Than-Kiú.
– Che cosa vuoi dire?…
– Potrebbe un giorno darci in mano il padre e la figlia.
– L’insurrezione forse?…
Hang scosse tristemente il capo.
– No, – disse, – non sarà l’insurrezione che ce li getterà fra le braccia, Than-Kiú. Tutti i nostri sforzi generosi andranno perduti e la bandiera nostra mai piú sventolerà sulle vecchie mura di Manilla. La libertà sognata si spegnerà nel sangue, ma Hang saprà morire da prode quel giorno.
– Tu disperi?…
– Sí, non ho piú speranza. Fra un mese o due le baionette spagnuole avranno trionfato.
– E noi?… E Romero?…
– Noi?… Hang-Tu, te lo dissi, morrà. Il sangue dei martiri non andrà forse perduto e l’ultimo grido dei patriotti verrà forse un giorno raccolto da altri piú fortunati.
– Ma Romero?…
– Farà fino all’ultimo il suo dovere. Ama la libertà piú di tutto.
– Ma io non voglio che muoia, Hang.
– Il destino è nelle mani del cielo, Than-Kiú.
– Ma tu credi…
– Taci, i nostri uomini ritornano.
Verso il margine di quell’enorme agglomerato di piante, si erano udite alcune voci, e Hang-Tu si era alzato raccogliendo il fucile che teneva accanto e si era avanzato in quella direzione.
Non si era ingannato. Gli uomini che aveva mandato in esplorazione ritornavano frettolosamente, come se un pericolo li minacciasse.
– Gli spagnuoli?… – chiese Hang.
– Sí, siamo inseguiti, – rispose uno di quegli uomini, la cui voce era affannosa come se avesse fatto una lunga corsa.
– Ancora!… – esclamò il chinese, aggrottando la fronte. – Sono lontani?
– Forse un miglio.
– Sono molti?
– Una cinquantina.
– Cacciatori forse?
– No, cavalleggeri bene montati e bene armati.
– Sai chi li comanda?…
– Sí, capo poiché l’ho veduto ed anche conosciuto.
– Chi è?…
– Il maggiore d’Alcazar.
– Lui!… – esclamò Hang-Tu, facendo stridere i denti. – Lo avevo sospettato.
– Partiamo, capo, poiché il maggiore sa che tu e Romero ci guidate.
– Come sai questo?…
– Mi sono avvicinato ai soldati mentre si erano accampati per dare un po’ di riposo ai loro cavalli, ed ho udito che parlavano di te e di Romero Ruiz.
– Ah!… sanno questo?… – disse Hang. – Ciò è grave, poiché il maggiore c’inseguirà senza posa e cercherà ogni mezzo per prenderci; ma la foresta è immensa e lo faremo correre a lungo prima che ci raggiunga. Orsú, sgombriamo e riprendiamo la ritirata.
– Ma i nostri cavalli sono stanchi, capo.
– Quelli degli spagnuoli non lo saranno meno, e poi in mezzo a questi alberi né i nostri, né i loro cavalli potranno galoppare. Un ultimo sforzo, amici, o nessuno di noi vedrà S. Nicola.
Fu svegliato Romero, costringendolo a bere alcune tazze di brodo, e poi furono svegliati tutti gli altri. Quantunque le povere bestie fossero ancora mezzo addormentate, il drappello si rimise in marcia, riprendendo la lotta faticosa contro i centomila ostacoli della foresta.
Cercavano di affrettare il passo per guadagnare tempo sugli inseguitori, addentrandosi nelle parti piú selvagge della foresta per poter meglio resistere, in caso d’un attacco.
Alcuni uomini erano stati rimandati indietro per vigilare le mosse degli spagnuoli e cercare d’ingannarli, aprendo qua e là altri passaggi, mentre altri erano stati mandati innanzi per sgombrare la via ai portatori della barella.
Una viva inquietudine però aveva invaso tutti, temendo ad ogni istante di cadere in una imboscata o di venire raggiunti. Anche Hang-Tu, quantunque si sforzasse di parere calmo, non era tranquillo, tanto piú che non sapeva dove finisse quella grande foresta, né in quale direzione fosse situato S. Nicola, il solo rifugio che poteva salvarli.
Verso le nove, dopo due ore di continua marcia, un mulatto della retroguardia, che si era spinto molto lontano, recò finalmente la buona nuova che gli spagnuoli si erano accampati.
Hang-Tu approfittò per concedere un po’ di riposo alla banda. Erano cosí stanchi, che uomini e cavalli si coricarono confusamente, gli uni addosso agli altri. Anche la fanciulla, finalmente vinta, si era lasciata cadere accanto a Romero, posandogli una mano su di un braccio, come se avesse avuto paura che durante il sonno gli spagnuoli glielo rapissero.
Solamente Hang, il cui vigore doveva essere immenso, era rimasto a vegliare sull’orlo della macchia che riparava la banda, appoggiato al tronco d’un albero, col fucile fra le mani e gli orecchi tesi per raccogliere i piú piccoli rumori che potessero indicare l’avanzata del nemico.
