Kitabı oku: «Pensieri, Discorsi, Illustrazioni»

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Francesco Domenico Guerrazzi

Pensieri, Discorsi, Illustrazioni


Pubblicato da Good Press, 2021

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EAN 4064066069971

Indice

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

X.

XI.

XII.

XIII.

XIV.

XV.

XVI.

XVII.

PENSIERI IN PROSA DA FARSENE UNA PREGHIERA IN VERSI.

DISCORSI.

DISCORSO PRIMO. DEL MODO DI ONORARE GL'ILLUSTRI DEFUNTI.

DISCORSO SECONDO. SOPRA LE CONDIZIONI DELLA ODIERNA LETTERATURA ITALIANA.

DISCORSO TERZO. FRAMMENTO AL CAPITOLO X della CONTINUAZIONE AI DISCORSI SULLE DECHE DI TITO LIVIO.

DISCORSO QUARTO. DELLE SEPOLTURE DI SANTO IACOPO.

DISCORSO QUINTO. DELLA INTRODUZIONE DEI MERINI IN TOSCANA.

DISCORSO SESTO. DEL FALLIMENTO.

DISCORSO SETTIMO. LO INCENDIO DI UN PAGLIAIO.

RICCARDO COBDEN.

ILLUSTRAZIONI.

L'ADORAZIONE DEI MAGI, QUADRO IN TAVOLA DI GIOTTO DA BONDONE DA VESPIGNANO.

SANT'ANNA, LA VERGINE: E IL FIGLIO, QUADRO IN TAVOLA DI MASACCIO DA SAN GIOVANNI.

LA DEPOSIZIONE DI CRISTO DALLA CROCE.

UNA MADONNA COL BAMBINO, QUADRO DEL PROF. TOMMASO GAZZARRINI.

I.

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Riposa in pace, o donna di provincie, o alma genitrice di eroi! — Bene sia che la tua mano si riposi lungamente, dacchè per troppo lunghi secoli ella stringesse lo scettro dei popoli della terra! — Alla tua Aquila si logorarono le ali nel trasportare la vittoria per tutte le vie del firmamento. — Il tuo brando percuotendo e ripercuotendo sopra gli elmi dei nemici si è consumato, — consumato per sempre!

II.

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Riposa in pace, o gloriosa! — Tu cadesti, perchè anche le Pleiadi scomparvero dallo emisfero; perchè un giorno i cieli piangeranno perdute anche le loro sorelle di luce; perchè tutte le cose nostre, hanno morte quaggiù.[2]

III.

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Tu però fosti sempre e sarai la figlia primogenita del pensiero di Dio. — Giove sembrava avesse teco diviso lo impero: a lui il governo dei cieli, a te quello della terra.[3] Nessun popolo mai portò impressa così vasta la orma dell'Onnipotente.

IV.

Indice

I cieli e Roma narravano la gloria di Dio; la opera delle sue mani annunziavano il Firmamento e il Campidoglio. — L'anima di uno Scipione divisa basterebbe adesso a dieci generazioni di eroi: come Ercole fece alla gente dei pigmei con la spoglia del lione, Pompeo avrebbe potuto riporre nel cavo del suo scudo un intero popolo di oggi. Lo sguardo di un Romano e la spada di un Barbaro si strinsero una volta in duello di morte; — il ferro vinto cedeva. — Mario fugò il Cimbro con gli occhi![4]

V.

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A rompere le ire del superbo Antioco quali tolse compagni Popilio nel periglioso viaggio? La bacchetta proconsolare, e il genio di Roma. E il tiranno si trovò preso dentro il circolo di Popilio, non altramente che lo scorpione cinto da carboni infiammati: — ma il tiranno fremeva, e si umiliava, — mentre lo scorpione avrebbe saputo trafiggersi da forte.

VI.

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Regi barbari e schiavi ingombravano le aule dei Senatori. — A guisa del mendico, che importuna il limitare del dovizioso, i dominatori dei popoli stendevano supplici la mano ai cittadini di Roma limosinando una corona. E il popolo di Roma nei giorni di tripudio gettava a cotesti suoi soggetti dominatori di popoli pugni di corone e di popoli, come gittava per vaghezza migliaia di Germani o di Galli alle fiere nei virili suoi giuochi.

VII.

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Il giorno in cui Giove rende l'uomo schiavo, gli toglie mezzo il senno;[5] Roma superò Giove, perchè valse a mutare in eroi anche gli schiavi. Spartaco col ferro delle catene si compose una spada, e ardì insorgere contro Roma, e morire di ferita nel petto. E Spartaco morendo levò gli occhi al cielo, e lo benedisse per la morte gloriosa. — Cotesto esempio non sarà imitato: da Spartaco in poi non vissero più schiavi. — Perchè dunque, o come, si vorrebbero invidiare e seguire i destini del servo romano?

VIII.

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Quando la morte ti aperse le mani, o Roma, il mondo sembrò che tornasse nella pristina confusione delle cose; come le foglie della Sibilla, terminato il responso. — Nel naufragio della civiltà, delle leggi, di una religione per bene cento secoli durata, peristi, e le rovine di tutta la terra ti furono portentoso sepolcro.

IX.

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Dormi in pace, non agitarti dentro il sepolcro. — Encelado fulminato, potrai forse prorompere a modo di vulcano, ma non infrangere i fati che siedono sopra il tuo avello; nella guisa stessa che il Titano non può levarsi di sul petto la montagna di fuoco.

X.

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E pure qualche volta, spettacolo di miseria e di spavento, lanciato in aria il coperchio della tua sepoltura, balzasti fuori col collo reciso brancolando pei campi dello universo in traccia di una testa conveniente per te.

XI.

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Invano prendesti il capo degli Ottoni; invano quello dei re Longobardi; invano dei Carlovingi. — Troppo ti furono pesi quelli degli Svevi. — Giulio, Gregorio e Alessandro, sia che il volere li trattenesse, sia che il sacerdozio gl'impedisse, male seppero adattarsi il tuo elmo pesante. — I capi di un Doge, di un Gonfaloniere, di un Duca di Milano, apparvero troppo piccoli alle immani tue spalle. — Quietati! — Due furono teste che convenivano a te: una sta in Roma, e fu di Cesare; — l'altra stava in mezzo all'Oceano, — e fu di Napoleone; entrambi tuoi figli, — entrambi aliti della magnifica anima tua.

XII.

Indice

Le antiche mura che ancor teme ed ama, E trema il mondo,[6] andarono disperse in polvere per tutti i venti della terra, quasi cenere di parricida. — Roma insana di dolore si cacciò, come Catone, da se stessa le mani dentro le viscere, e le stracciò in brani, aborrente di sopravvivere ai suoi fati; — poi scese una grande adunanza di Barbari a flagellarla legata alla colonna, — a ferirla di lancia inchiodata sopra la croce della necessità,[7] — e parvero eroi a cagione dell'agonia della nemica; — ancora, si assembrarono in numero infinito per vedere se fosse morta bene, e se bene stesse chiusa dentro il sepolcro, rompendo orribilmente il cadavere per assicurarsi meglio: — nè ciò bastando (chè la tomba stessa metteva spavento), si congregarono un'altra volta per seppellirne il sepolcro. — In verità, le ire della fortuna, la onnipotenza dei fati, e la paura dei popoli, hanno sepolto prima il cadavere, poi la sepoltura![8]

XIII.

Indice

Avete mai veduto la fiammella scaturire da una fossa funerea, svolazzare per la campagna come vaga di cosa che non trova, e poi tornarsi delusa pellegrina a chiudersi nell'antica dimora? — Così, come a Dio piacque, sopra questa terra visse un poeta, il quale superato il tremito delle ossa, e lo spavento dell'anima, si cacciò dentro ai romani sepolcri: rovesciò tutti gli avelli, speculò tutte le urne, rimescolò le antiche ceneri, tentando se mai una favilla romana fosse rimasta per alimentare un fuoco nuovo. Dio di misericordia! — La Fortuna e Nemesi avevano conservato la lampada accesa dentro il sarcofago di Tullia, la figlia diletta del supremo oratore di Roma....[9]

XIV.

Indice

«Sospenda ogni alito il creato, — taccia ogni vento, e sia pur quello che spoglia del profumo i fiori in primavera, — non muova un'aura, quantunque sopra candida nube ella si affretti di recare in cielo il voto degl'innocenti oppressi. — Angioli del paradiso, voi pure cessate i cantici, fermate il remeggio delle ali sante; deh! mi sia dato conservare la scintilla: io l'ho trovata, io vi ho trasfuso dentro, per alimentarla, l'anima mia; per lei ho cominciato a leggere in parte l'arcano della genesi nuova: — amare, e parlare...»

XV.

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Il Fato strinse il suo libro di granito, e sorrise. — Quando l'aria esterna ebbe vinta quella del sepolcro, la lampada dilatò con estremo conato la sua pupilla luminosa, e si spense per sempre! — L'aria che respiriamo più assai riusciva mortale che il fiato della tomba di Tullia.

XVI.

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E quando il poeta vide la lampada morta a cagione dell'aria, che egli pensava pura, ruppe la cetra, percuotendola nell'angolo della tomba della figlia di Cicerone, gittò via dalla fronte la corona di alloro, e postosi a giacere sopra il terreno nudo, vi battè ambe le palme, esclamando con grandissimo pianto: «Apriti, o Madre, e cuoprimi; voglio morire anch'io!»

XVII.

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Riposa dunque in pace nel tuo sepolcro, o Roma; e dove mai la esultanza visitasse le tombe, rallegrati: — tu sei la più grande ombra nei regni della morte, siccome fosti la più immensa dimostrazione di forza e di sapienza nella vita.

PENSIERI
IN PROSA
DA FARSENE UNA PREGHIERA IN VERSI.

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Al Dio che ama l'Italia come il primo alito della sua creazione; al Dio che la coprì del sublime arco dei cieli quasi di un manto di gloria; al Dio che pose nell'occhio la lacrima della pietà, nell'anima il sospiro dello amore, Angioli candidissimi della preghiera, offrite il voto dei labbri innocenti.

Come una goccia di pioggia cade inosservata nel seno dell'Oceano; come una foglia, soffiando il vento autunnale, si stacca dal ramo nativo, e poichè incerta percorse breve spazio di cielo si posa sopra la polvere, così passano e non sono più i giorni dell'uomo che il sepolcro rinchiude intero.

Un altro uomo dimora nelle case abitate da lui, e nessuno domanda ove sia andato. — Nessuno conosce chi fosse: — visse, e morì: questa è la sua storia. Quindi la stessa pietà guarda quella tomba, nè susurra parola, e i posteri gli passeggiano sul capo come sopra una pubblica via.

O Dio di amore, ne sovvieni di consiglio per mantenerci l'anima degno tempio della tua Divinità. — Ci comparti un cuore per la sventura. — Diffondi sul nostro intelletto la luce della sapienza, come diffondi la luce del Sole sopra le cose create.

Belli quanto i fiori dei nostri prati, splendidi come gli astri dei nostri sereni, sieno i frutti del nostro ingegno, e numero non vaglia a calcolarli. — L'orecchio non oda gemito senza che lo spirito vi risponda col gemito; l'occhio non veda pianto senza che vi risponda col pianto. — Salvaci l'anima dal deserto degli affetti.

Allora le nostre madri guardandoci baldanzose ci chiameranno: corona della loro vita. — Il padre si accosterà all'oppresso difeso, e tremante di gioia gli mormorerà con parole sommesse: Il tuo salvatore era parte delle mie viscere.

Lo straniero scorrendo le belle contrade non le dirà più illustri per le rovine; non più ci chiamerà polvere di eroi.... L'ossa dei padri fremono di sdegno nelle antiche sepolture! — Ogni cosa è sacra in questa terra. — Già l'abitava una gente di cui la memoria durerà finchè il mondo abbia spazio da sostenere una creatura sola. — Perchè non potremo emularla? — La Natura non disereda i suoi figli; — l'uomo codardo disperde con le sue mani il tesoro della sapienza e del valore. Ma noi siamo nati alla vita della gloria e della virtù. Amen.

DISCORSI.

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DISCORSO PRIMO. DEL MODO DI ONORARE GL'ILLUSTRI DEFUNTI.

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Se la fortuna fosse stata copiosa dei suoi beni a Socrate, Anito e Melito, invece di farlo condannare a bere la cicuta, sarebbero andati a casa sua per bevergli il vino di Samo.[10] — Questa sentenza, comechè dettata da uno ingegno argutissimo del secolo trascorso, a me parve sempre più presto gioconda che vera.

Considerando io, con quella diligenza che per me si è potuto maggiore, lo intendimento universale degli uomini, mi venne fatto conoscere com'essi da ogni superiorità aborriscano, impazienti la sopportino, e ardentissimi la detestino.

Di queste superiorità varie appariscono le maniere. Alcune di loro, siccome non ci possono essere rapite, così neanche noi le possiamo dare; altre, quantunque possano venirci tolte, pure non ci è concesso compartirle; ultime in dignità, come in invidia, paionmi quelle che potendo noi perdere o donare, possono ancora dagli altri venire acquistate. Libere, grandi, divine, e veramente ben nostre le prime; serve, imbecilli, e affatto non nostre le seconde.[11]

E tacendo delle altre, le quali, ricercando sottilmente la materia, mi arriverebbe per avventura di riscontrare; le superiorità, o vogliamo dire qualità che cadono meglio nell'odio dell'universale, sono lo intelletto prima, la forza poi, e la venustà e le dovizie. Non però tutte vengono con misura uguale aborrite, e meno delle altre le ricchezze; conciossiachè in queste concorrano abbondevolmente le condizioni per le quali chi le possiede può perderle o donarle, chi n'è privo acquistarle.

Certo non vuolsi punto negare, e noi per desolata esperienza troppo acerbamente il sappiamo, come le largizioni e i beneficii più spesso generino sconoscenza che amore, e nonostante, a cui riesca usarli con buono accorgimento e con modi onesti, di rado avviene che non conciliino ossequio e credito grandissimo. Quelli ai quali il cielo amico concesse la facoltà di beneficare, avvertano che possiamo uccidere un'anima a colpi di beneficii, come si narra che l'arciero di Metona cacciasse l'occhio destro di Filippo il Macedone con una freccia di argento.[12] Inoltre, le ricchezze si perdono assai più agevolmente di quello che si acquistino, e dacchè la compagnia nella miseria sembra che giovi, ci rallegriamo nel presagio della caduta imminente dell'uomo che fortuna locava in parte più eccelsa. E bene di ciò somministrano argomento gli esempi delle antiche e delle moderne Storie, fra i quali basti annoverare Creso doviziosissimo, meglio assai che dai castelli muniti e dalle armi, sovvenuto dal nome di Solone;[13] e Ugolino conte della Gherardesca, il quale avendo domandato a Marco Lombardo quello che gli paresse della felicità del suo stato e della copia dei beni terreni, n'ebbe in risposta: «E' parmi che non vi falli altro che l'ira di Dio;»[14] e Piero degli Albizzi nostro, a cui, raggiunto il grado supremo di prosperità, certo giorno di solenne convito fu mandato a donare un nappo pieno di confetti, e intra quelli un chiodo, per ricordargli ch'ei conficcasse la ruota della fortuna.[15] Per le quali cose nessuno deve temere tanto avversa la sorte quanto coloro che ebbero a sperimentarla prosperevole sempre: così Filippo di Macedonia, essendogli un giorno recati tre faustissimi annunzi, levate le mani al cielo, supplicava: «Fortuna, io ti prego di darmi dopo questi grandi beni qualche mediocre avversità.»[16] E a Carlo di Angiò, colto in mezzo degli eventi secondi da fato nemico, pareva acquistare assai se gli consentiva la Provvidenza cadere gradatamente; per la qual cosa sopraggiuntagli la dolente nuova della ribellione della Sicilia, così supplicava a Dio: «Sire Dio, dappoi che ti è piaciuto voltarmi contraria la fortuna, piacciati che il mio calare sia a petitti passi.»[17]

Labilissime ancora la potenza, la bellezza, e la forza: la prima per evento fortunoso; la seconda e la terza per evento fortunoso e per necessità. Gli eventi fortunosi talora si partono dalle mani degli uomini, come furono quelle di Ciro, di Tamerlano, di Gengiskan, di Alarico, Attila, Genserico e simili; tale altra da quelle del destino, come accadde a Cambise, di cui lo esercito spense la sabbia infuocata del deserto etiopico, a Napoleone vinto dai diacci del settentrione, e a Filippo II, la grande armata del quale le onde dell'Oceano infransero come il giovanetto in un momento di stizza rompe i suoi trastulli.[18] Alla bellezza poi quando non sopravvenga vicenda che prima della stagione la guasti, giunge il tempo inevitabile, se non il giudizio, in cui ogni umana creatura dovrebbe appendere lo specchio al tempio di Venere col motto: «Dacchè contemplarmivi qual era non posso, come sono non voglio;» secondo è voce che la famosa cortigiana Mnesareta facesse. Lo stesso dicasi della forza; e al vecchio immemore degli anni di rado la fortuna arride come ad Entello, e con frequenza maggiore ci viene fatto incontrare Miloni, i quali presumendo troppo, mentre si affaticano a fendere la querce vi rimangono presi, e diventano preda dei lupi. — Ma pel divino intelletto procede la bisogna altramente. Vitale e splendida l'aurora, sublime il meriggio, magnifico il tramonto. Il mattino di Omero sarà la Iliade, il vespro l'Odissea. Questa fiamma divina non teme furto di Prometeo. Simonide, gittato in mare dallo iniquo nocchiero, non si lagna delle perdute dovizie se mai gli avvenga potere attingere la riva, imperciocchè porti seco tutti i suoi beni; e Biante, sapientissimo, esprime la sentenza medesima, mentre si aggira pellegrino senza viatico per molteplici contrade. E quando il malignare degli uomini giungerà a inebriarti di amarezza e a turbarti la pace dell'anima, la intelligenza scintillerà come il sole luminoso e parato sopra le onde di un mare in tempesta. I gridi stessi del dolore suoneranno sapienza. Anzi nella guerra disonesta mossa dal genere umano alla intelligenza, mentre questa nella sublimità della via lo sfolgoreggia dei suoi fulmini, cotesto fuoco non ridurrà mai in cenere, ma feconderà anche contro il volere di colui che lo spande, essendochè le alte intelligenze, a modo di specchi tersissimi entro ai quali Dio si contempla, non possano fare a meno di riflettere una luce divina....!

Però che tutte queste cose considerando, io concedo che gli uomini di alto ingegno non abbiano diritto a godimenti terreni, come neppure ragione di lamentarsi dello squallore o degli affanni; mentre all'opposto parmi che i loro fratelli possano credere di avere diritto e ragione di cruciarli quanto meglio sappiano e possono. — Essendo ormai stabilito che delle due curve di cui si compone la vita dell'uomo d'ingegno, corporea e spirituale, la seconda termini in cielo, — poco deve importare se la prima termina all'ospedale. Questo re del pensiero presume non dovere pagare nulla il superbo diletto di passeggiare sopra la testa dei suoi compagni di creta? Nulla la facoltà celeste di sfogliare con alito leggiero le carte del libro del Destino, il quale agli altri tutti figliuoli di Adamo si presenta chiuso fatalmente così come di bronzo si fosse? E mentre per lo universale la morte è oblio di esistenza innominata, non deve pagare nulla la facoltà di posarsi sopra la spalla del tempo e valersene, come Dante e Virgilio di Gerione, per traversare l'Oceano dei secoli ed attingere la eternità?

L'oblio — la seconda morte — la morte dell'anima, che non può vincersi con monumenti marmorei, nè con gli obelischi, nè con le stesse piramidi (imperciocchè penda tuttavia ignoto se la più grande delle piramidi di Egitto fosse inalzata per un re o per un bue, il re Cheope o il bove Api), — con breve foglio molto meglio si può.

Oh, sacri intelletti, placatevi pensando come le fibre del vostro cuore e della vostra mente compongano una lira eolia, traverso la quale scorre l'alito infiammato di Dio. Gli anni dei Grandi non si misurano col sole: — essi lo precorrono di miriadi di secoli a illuminare tempi che non sono anche nati per lui. E voi, Uomini, ferite questi Grandi, feriteli nel cuore, conciossiachè dal sangue che ne sgorga voi ricaverete vitale nudrimento che Dante appella: — il pane degli angioli; — affrettatene la sera, che a modo delle piante e dei fiori approssimandosi la notte emanano più fragranti i profumi; — infrangeteli come lo insetto fosforico, che disfatto sopra la parete v'imprime una traccia più lunga di splendore. — Vendicatevi, uomini, quanto meglio atrocemente potete, di essere amati, ammaestrati, e dilettati...!

Ma quando l'anima ha distratto la sua esistenza nel mondo, sparpagliando le sue divine facoltà come le foglie di una rosa sopra un torrente che passa; — quando a guisa di aquila che abbia mudato le penne ella libra lo immenso suo volo con gli occhi fissi nell'eterno sole; — quando scintilla luminosa s'immerge nel fonte di tutto splendore, — allora cessi la guerra; imperciocchè due firmamenti concedesse Dio agli uomini, uno celeste, ornato di piante e di stelle, opera delle sue mani; l'altro terrestre, opera in parte di Dio stesso e degli uomini, composto delle rinomanze degli eroi e dei poeti, e di quanti altri vissero gloria ed orgoglio della gente umana. Onorate almeno, o genti, i vostri grandi defunti, se pur volete che altri subentrino nel doloroso ministero d'immolarsi per voi. — Affinchè la vittima non repugni dal sacrificio, nuovi fiori e nuovi incensi si apprestino, astergasi con acqua lustrale l'altare, celinsi e bipenni e coltelli: — le sembianze e le voci dolorose dei morenti con una nuvola di gloria, con un suono di armonia nascondansi. Pera Quirino, purchè vada ad albergare fra i Numi![19] — E gli stessi sacrificati, fatti ormai cittadini del cielo, di leggieri perdoneranno, conciossiachè appunto vi amino molto per le molte angosce patite per voi, e l'odio passi sopra la loro anima innamorata come nuvola spinta da vento procelloso traverso il disco della luna. O genti, placate le ombre dei vostri Grandi defunti, dacchè riesca tanto lieve conseguirlo: poco desiderano, di poco esse si contentano; una preghiera, una laude, una pietra, una memoria, un fiore, un grano d'incenso basta per loro; e placate che sieno, vi guarderanno dall'alto a modo di piissime stelle, e come stelle vi additeranno la via per cui l'uomo si eterna; o visitando in ispirito le antiche dimore, le conforteranno con una traccia di gloria, come appunto i libami cari agli Dei, quantunque consumati dal fuoco, si lasciano dietro un profumo durevole. Così i Greci operavano, dedicando un tempio espiatorio a Socrate, e a Fidia mastro supremo di bellezza erigendo una cappella, e tutti i loro Grandi onorando di simulacri e di monumenti nel Ceramico, o nel luoghi illustrati dalle geste inclite di quelli. — Nè Roma sapientissima fu tarda a imitare i giovevoli esempi; onde fra i suoi cittadini nacque un desiderio irresistibile di fama, una cupidigia immensa di laude, a costo pure di rimanere consunti dai baci infiammati della gloria, in quella guisa medesima che noi vediamo la farfalla innamorata della luce che la incenerisce, e udimmo di Semele arsa dal suo onnipotente amatore.

E bene incolse finalmente alla Grecia conservare coteste memorie, dacchè per esse non venne mai meno l'onta della viltà, il bisogno del riscatto, e la misericordia del mondo. E così Dio la protegga, come meritano la sua lunga sciagura, la grandezza antica, e l'onore reso agl'incliti trapassati. Il sangue di Maratona non imporpora ancora le guancie della Grecia, ma incomincia a farne battere il cuore; — non anche le cinge le tempia l'olivo cecropio, ma l'albero caro a Minerva è piantato; — la mano ardita e franca non anche tratta la lira dei suoi antichi poeti, ma già ne ha teso le corde, e meglio assai del tendere le corde ella apprestava argomento ad altissimo canto: — i suoi occhi già già scintillano come nel giorno in cui palpitante si sporgeva dai suoi promontori a contemplare la battaglia di Salamina. — Beata lei che non siede più nelle tenebre e nella ombra della morte! Il miracolo è operato. Salute, salute alla Grecia, nostra sorella maggiore negli affanni e nella gloria!

Nè certo il desiderio mi fa velo allo intelletto con propizi vaticinii, presagendo che ricovereranno la perduta grandezza, e recuperata manterranno, tutti quei popoli che per istituto pubblico della debita onoranza proseguiranno i loro gloriosi defunti. La Francia ebbe il Panteon pei suoi Grandi passati; — oggi la Baviera dedica un tempio a Odino, e v'inaugura i simulacri di Genserico, di Atalarico, di Attila e di altri tali, per cui Mnemosine, genitrice delle Muse, abbrividisce ricordandoli...! Veramente fra costoro e i Temistocli, gli Scipioni, i Milziadi e i Fabrizii, troppo immenso è il tratto che corre: — ma giova considerare infine come alla contrada non sia dato vantare eroi migliori di quelli, e che i principi ben possono ordinare una statua, non un Eroe. La fattura di questo è opera di tale che siede troppo più in alto di loro; nè la immortalità si dispensa da mani mortali quantunque nate a stringere lo scettro. Noi, Italiani, abbiamo Santa Croce; a noi principio, e che pur vale per qualsivoglia splendidissimo fine straniero, però che gli stessi Britanni mal sappiano chi contrapporre a Michelangiolo. Abbiamo ancora le statue delle Logge degli Uffizi, opera lodata e lodevolissima; ma e Santa Croce e gli Uffizi sono cosa eventuale, non duratura, non ordinamento perenne di governo civile.

Intanto che coi desiderii e coi voti gli uomini ben nati affrettano un provvedimento che formerà tanta parte di sapienza civile e di pubblica morale, personaggi privati, come possono meglio, s'ingegnano riparare al difetto; e Canova, magnanimo cuore se altri fu mai, inaugurava immagini di marmo nel Panteon romano, che il tempo sembra consentirci eterno, affinchè accolga rinomanze eterne; Giancarlo Di Negro e Niccolò Puccini ne imitano l'esempio nelle loro ville amenissime consacrate

Al decoro, al gentile, al bello e al buono.

Ma, egli è mestieri pur dirlo, il simulacro di cui massimamente si appagano le ardue anime dei Grandi vuole essere inalzato dal popolo, — dal Briareo dalle cento bocche e dalle cento mani, — il dominato dominatore di tutti, — del quale i re, i poeti, gli artisti, gli uomini insomma per ogni maniera cupidi di fama, domandano supplichevoli la laude o le larghezze, o la tutela, o la vendetta. — Sì, la laude, — perchè i potenti, i sacerdoti, e tutti insomma cui arse desiderio di gloria, non crederono che la corona, la tiara, e la ghirlanda, a ragione fosse posta sopra la testa loro se il voto dell'universale non ve la confermava. Al popolo fu concesso essere sopra i re, quando creò i suoi re; e quando qualche volta, ma rado, prendendo da se questa facoltà li distrusse, il popolo scelse quelli a cui disse: Voi sarete i miei Grandi: ed anche in questo i principi si trovarono ad essere sottoposti al popolo. — Sì, la larghezza, — imperciocchè le perle del diadema reale per la più parte si composero delle lacrime congelate del popolo, e il poco oro della reggia e del tempio venne comprato con la massa enorme di rame che estrassero dalle viscere del popolo come da una miniera. — Sì, la tutela, — perchè se il popolo ti guarda, chi ti toccherà? se il popolo ti odia, chi ti salverà? — Sì, la vendetta, — perchè il popolo quando pose la sua mano sopra un capo quantunque potente, sopra un regno sebbene vetusto, dopo istanti od ore fu detto: Qui visse un Uomo, e qui fu un Regno!

E nonostante, assai più fatale dell'oblio nuoce l'altro peccato, che consiste nell'onorare gl'immeritevoli. — Nequissima turpitudine, comune a tutti i tempi, ai nostri poi miserabilmente speciale. Allora la virtù torce sconsolata lo sguardo dal mondo, e sopra questo si addensa una ecclissi dolorosa: le lacrime amare che le sgorgano dagli occhi si convertono in pioggia di desolazione quaggiù, ed a ragione; imperciocchè se il primo fatto nasce da oscitanza, il secondo poi deriva dalla offesa premeditata: nè difetto di debito ossequio percuote mai tanto quanto l'oltraggio manifesto.

Però io desidererei che non si ponessero immagini ai vivi (specialmente se principi), e nemmeno ad avi di principi regnanti; conciossiachè la esperienza ammaestri come troppo spesso passioni non rette nè giuste possano persuadere oggi tale atto di cui ci pentiremo forse domani: e i principi virtuosi dovrebbero piuttosto meritare che desiderare una statua, e sapere che di tutte le lusingherie, pericolosissima è quella che li espone al voto delle presenti generazioni e delle future. Ed in quanto agli avi dei principi tuttora regnanti, il sospetto che dai trecconi si abbia in mira piuttosto di piaggiare il vivo che lodare il morto, dovrebbe persuadere il consiglio generale di rifiutare simili dimostrazioni, le quali non si nega che possano essere sincere, ma bisogna convenire che potrebbero ancora essere bugiarde; e la lode, assai più della moglie di Cesare, non ha da comparire sospetta. — A me sembra pertanto senno grandissimo quello che nella moderna Roma fece dettare la legge che vieta erigere simulacri ai Pontefici viventi, però che il popolo, talvolta insanendo, fu visto al tempo di sede vacante precipitarli nel Tevere.

Mentre dunque l'uomo vive, non abbia statua; ma chiuso il giorno supremo, per quello che sparse di se larga fama nel mondo, si proponga al popolo se abbia o no meritato l'onore della statua; e dove il consenso universale lo conceda, passato un anno si torni a proporre un'altra volta, e così fino alla terza; e vincendo sempre pel sì, vada consolata cotesta ombra di simulacro marmoreo. Ove poi il primo anno si rigetti il partito, si proponga l'anno dopo, o forse meglio decorso spazio maggiore di tempo: in mezzo secolo tre volte o quattro; conciossiachè nel periodo di mezzo secolo le passioni si acquietino, le opinioni mutino, e sia sperabile allora che la verità generosa levi soltanto la voce.

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Litres'teki yayın tarihi:
16 ocak 2025
Hacim:
160 s. 1 illüstrasyon
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4064066069971
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