Kitabı oku: «Vita di Francesco Burlamacchi»
Francesco Domenico Guerrazzi
Vita di Francesco Burlamacchi

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066069919
Indice
PROEMIO.
CAPITOLO I.
CAPITOLO II.
CAPITOLO III.
CAPITOLO IV.
CAPITOLO V.
CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO V.
CAPITOLO VI.
CAPITOLO VII.
CAPITOLO VIII.
APPENDICE LETTERA INEDITA DI FRANCESCO BURLAMACCHI
A LIVORNO
IN TESTIMONIO
CHE GRADITO O REIETTO
M'INDUSTRIAI SEMPRE REVERIRE E ONORARE
LE DEDICO QUESTA VITA
DI
UN GRANDE E SVENTURATO ITALIANO
F. D. GUERRAZZI.
PROEMIO.
Indice
Decadenza dei popoli graduata: difficilmente risorgono: e se risorgono, sentono per lungo tempo il sepolcro. — Viltà nostra di che danni operatrice nel secolo decimosesto; diversità che passa tra dominatore che ti regge in casa e dominatore che ti regge di fuori. — I papi prima dominatori, poi soci, all'ultimo aguzzini dei re. — I mutamenti religiosi o sovvertono le condizioni dei popoli o le confermano e perchè: Quello che dapprima Leone X pensasse della riforma. — Cristianesimo in onta alle apparenze di subiezione è ribelle, protestantesimo nonostante la sembianza di ribelle è servile. — Per quali cause gl'Italiani si mostrassero parziali alla riforma religiosa. — Condizioni della virtù militare in Italia durante il secolo decimosesto; molta e a suo danno. — La Italia non può morire, e lo ha dimostrato: circolo delle umane cose se vero; umanità sempre in moto verso il meglio. — Sardanapalo ed Anassarco, e parallelo fra loro. — Immondezzaio moderato che ha avvilito la Italia dal 1859 in poi. — Non avendo né potendo avere credito da per sè, i moderati sfruttano l'altrui, ma per poco; finchè non si fanno forti su le manette. — Dove, come e perchè il Burlamacchi si avesse la statua, per virtù dei moderati. — Orazione del professore Pacini ed iscrizione bugiarda: fatti che lo provano: verun tiranno si mostrò astioso quanto i moderati in Toscana. — Della setta moderata vuolsi disperso il seme, se intendiamo che la buona morale risorga, senza la quale restaurare la vita del popolo è niente.
Come nel corpo umano non percuote subita ed improvvisa per ordinario la morte, ma sì con lungo alternare di miglioramenti e di peggioramenti, e non senza supremi sforzi per fuggire la distruzione che lo minaccia, così gli stati anch'essi mano a mano declinano, e prima di quotarsi nello avvilimento mandano i tratti. Caduti poi non si rilevano: affermano risorgesse dal sepolcro l'uomo Dio tutto intorno irradiato di luce celeste; eccetto lui, chi si alza dallo avello porta seco gran parte del sepolcro; e i vermi, per buona pezza almeno, gli formicolano addosso: che ciò sia vero, miralo, se ti talenta nel moto che adesso chiamano risorgimento italiano.
Colpa di noi stirpe tralignata, la quale da molto secolo alla tirannide, quantunque fruttuosa, non si accomoda, come la efficace libertà nè sa adoperare, nè ama, divenimmo tali nel secolo decimosesto, che la nostra contrada o tutta, o parte ebbe a cadere in mano di signori stranieri con questa ragione, che costoro i quali prima ci vennero e posero stanza forse a lungo andare avrebbero fatto tutto un popolo non senza profitto della nostra abiezione, però che per virtù loro potesse rinnovarsi il sangue, e con la ferocia della barbarie, se non correggere, almeno le infamie della bugiarda civiltà castigare. Da ora innanzi i signori veri d'Italia la comandano di fuori, e cotesto governo si rassomiglia a un paio di tanaglie, che ti straccino le carni: a sollievo dei miseri oggimai nulla più giova, nè grida, nè lamenti, nè maledizioni, nè preci. Dio sta in alto, e, il re lontano, rispondono i vicerè; e il dì in cui non hanno fatto piangere dicono: Ho perduto un giorno.
I papi che da prima stettero contro i re per dominarli, e più tardi si accontarono con essi per bilanciarli, da ora innanzi si tramutano in ministri di principi, anche in lancie spezzate, anzi in sicari, oltre il volere della tirannide, suoi partigiani svisceratissimi; in questo mondo le prestano i tormenti della Inquisizione, nell'altro i terrori dello inferno. Ribelli ed eretici diventano tutta una cosa; il re accatasta sotto di loro le legna per arderli; il prete, convertita la religione in mantice, ci soffia dentro per suscitarne le fiamme. Al papa ridotto ad operare da schiavo per libidine di dominazione basta avere per trono anco il teschio dell'ultimo dei viventi sopra la terra.
I perturbamenti religiosi o capovolgono le condizioni dei popoli, o le confermano; le capovolgono dove mirino a mutare di pianta la religione, le confermano se invece di schiantarla la riformano; imperciocchè sia chiaro che, le riforme togliendo via dagl'istituti nostri le parti più insopportabili e più odiate, si venga in certo modo ad allungare loro la vita: difatti Leone X argutissimo intelletto pei primi moti religiosi della Germania si spaventò forte e volle esserne minutamente ragguagliato; quando poi seppe che la guerra era mossa contro gli abusi della Chiesa, non già contro al domma cattolico, ebbe soddisfatto ad esclamare: «Si tratta di fronde; a primavera ributteranno.» Gesù Cristo predicava la obbedienza alle autorità costituite e non rifiniva insegnare: «Date a Cesare quello ch'è di Cesare»; tuttavia appuntellava la nuova religione per dare di leva alle signorie del mondo. Lutero all'opposto, con parole e co' fatti non rifinando di protestarsi ossequente ai principi germanici, metteva la sua dottrina ai servizi della loro potestà: però essi si posero nelle mascelle il protestantismo come dente per masticare, al modo stesso che Carlo V ci incastrò il cattolicesimo; così l'uno non vinse l'altro, e terminarono, comechè trattandosi da suocera e da nuora, a vivere insieme sotto il medesimo tetto ed a sedersi intorno alla medesima mensa; laddove oggi sorgesse un terzo a sturbarne l'accordo, si legherebbero insieme per dargli addosso: quanti preti sono al mondo vivono di credenze, non di verità. Ma ai tempi di cui teniamo discorso taluno andava convinto che la verità si trovasse nella eresia, tal altro che la riforma fosse arnese idoneo a combattere la chiesa romana, nè i secondi erravano. Difficilmente i filosofi e i politici innanzi ai successi presagiscono le cause che li provocano e gli effetti che partoriscono; difficilmente li conoscono anco dopo, almeno nel complesso loro; e quando pure essi valessero a prognosticarli, di politici e di filosofi veri va scarso il mondo, nè fin qui vedemmo politico o filosofo che, renunziata la passione, si governi in tutto e per tutto con la ragione. Insomma, o per ragione lusingata da passione, o per solo impeto di questa, gl'Italiani, crucciosi della perduta libertà, si attaccavano alla riforma come i cadenti alle tamerici cresciute nelle crepature del precipizio.
E argomento di molto dolore lo somministra eziandio il pensiero che la virtù militare non mancava; all'opposto l'Italia non n'ebbe mai come adesso dovizia, ma mentre pochi generosi combattono per la sua libertà e muoiono, molti a danno di lei le proprie spade con le spade dello straniero congiungono.
Tuttavia l'Italia sparisce come il sole al fine di un giorno di autunno tramonta nel mare: non si può presagire quanto rimarrà sotto, ma si sente che tornerà a levarsi da capo; esalano le anime grandi Francesco Ferrucci e Francesco Burlamacchi, ma tu confidi che qualcheduno le raccoglierà; di su la faccia della terra la memoria di loro si dilegua, ma penetra nel grembo della terra come il seme del grano durante il verno per germogliare in messe a primavera. Esempi magnanimi, martirio di uomini per amore di patria divini, pianto di popoli o furore e vendetta a che pro? La tirannide muore, ma la servitù rimane; la quale senza tirannide non potendo stare, la rifabbrica con le ossa e con la fama dei morti per la libertà quello che è, sarà, e nulla vi ha di nuovo sotto il sole; gli Egiziani col geroglifico del serpe che si morde la coda vollero significare come le cose tornino perpetuamente ai loro principii, sentenza che pure intende dimostrare il Machiavello; e non è così: i rivolgimenti umani, comechè si rassomiglino, non offrono mai le medesime qualità; essi si aggirano sopra sè stessi più sempre progredendo a spira: ora se misuriamo la miglioranza alla stregua della vita dell'uomo, poco andiamo innanzi, e talora sembra che retrocediamo; i popoli la vita dei quali si prolunga nei secoli conseguono il bene ottenuto a gocce: da ciò, i procaccianti, rubato il pane dallo zaino del soldato della libertà, desiderando rosicchiarlo a comodo, cavano motivo di raccomandare i passi prudenti. «La salute stà nel camminare con riguardo», essi dicono; «chi va piano va sano.» Ma in queste faccende la procede diversamente, e la verità sta nel fatto, che qui col travaglio continuo acquistiamo poco. Tu hai a figurarti che il cuore e il cervello della più parte degli uomini (e ad immaginarti così non ti ci vorrà fatica) sieno duri quanto il granito e più, e tu gli abbia a trapanare; certamente, per molto volgere che tu faccia il ferro, t'inoltri poco, ma se allenterai l'opera, in che ti avvantaggerai di più o farai più sicuro lavorio? Niente senza grande travaglio di vita concedesi ai mortali, questo è vero; pure del pari è falso che l'umanità non proceda al meglio, e che chi rallenta il passo arrivi o più presto o più sicuro.
Come altresì vuolsi giudicare, non che falso, stolto e crudele l'avviso di coloro i quali col predicatore screditano vanità di vanità tutto quello che non si converta a presente godimento materiale: la materia ci è, e pur troppo forma la più cosa degli uomini, ma ci hanno eziandio fra questi chi il bene della materia appetisce meno di quello dello spirito ed anco punto. Ora qui non preme definire spirito che sia, o se duri immortale, o se così durando ricordi gli affetti del suo connubio con la materia; certo si deve reputare che quelli i quali di questi piaceri furono creati capaci sentono o immaginano la immortalità, la lode futura nei posteri, il premio fra i celicoli. La sventura coglie tanto Sardanapalo quanto Anassarco. Diodoro siculo ci racconta come Sardanapalo re di Assiria si componesse da sè medesimo il proprio epitafio, il quale diceva: «Sardanapalo figlio di Anacindadarasse fondò in un giorno Anchialo e Tarso. Mangia, bevi ed ama; il resto non vale un fico annebbiato.» Ed a ragione osserva Aristotile che, eccetto la fabbrica delle due città, per tutto il resto l'epitafio quadrava a pennello anco a un porco. Forse cotesta epigrafe egli dettò fra un bacio di donna ed un bicchiere di vino; non immaginando dalle mille miglia che un giorno, per sottrarsi agli scherni e forse agli strazi del vincitore, egli avrebbe dovuto ardersi con la sua reggia e i suoi tesori. Anassarco di Abdera segue Alessandro in Persia, dove, con libera favella temperando la tumidezza dello eroe, opera sì che tra i Persi appaia libertà la tirannide greca: caduto in potestà di Nicocreonte, a cui in faccia osò dire tiranno, non si sgomentò al supplizio di sentirsi pesto dentro un mortaio, e così sfida il malnato: «Tu pilla la scorza di Anassarco, chè sopra la sua anima nulla puoi.» E poichè Nicocreonte lo minacciava fargli strappare la lingua, egli rispose: «nè anco questo sta in poter tuo»; e tagliatasela co' denti, gliela sputa in faccia.
Entrambi per tanto con morte affannosa precipitarono nel sepolcro, ma non vi ha dubbio che ella con paura ed agonia maggiori deve avere percosso Sardanapalo, rotto ad ogni lascivia, che Anassarco, educato nella rigida scuola degli stoici: nè questo solo; nello estremo momento, nel quale si somma la vita trascorrendo con un baleno di pensiero gli andati giorni, il re avrà sentito di certo o che moriva tutto (e questo era il meglio per lui) o che sarebbe trapassato ai posteri memoria di vituperio: all'opposto il filosofo esultò nella idea, che, finchè storia durasse al mondo, quando si volesse portare uno esempio di virtù invitta che per atrocità di tormenti non vacilla, il nome di Anassarco sarebbe ricorso spontaneo sopra le labbra degli uomini. Che amabile sia la gloria ai magnanimi, bene sta, e confesserò vero del pari che di questi in ogni tempo fu scarso il numero: tuttavolta, per grazia di Dio, vedova affatto di anime gentili non andò mai la Italia, nè manco adesso in cui ella passa la più rea stagione che l'abbia da remotissimo tempo assiderata, in grazia del mondezzaio dal 1859 in poi venuto a galla; al quale non s'invidia la infamia fortunata a patto che non tocchi la fama che nasce dalla virtù infelice. Tutto non può pretendersi da tutti; chi pone diletto nei beni della materia non può raccogliere anco gli altri dello spirito. Onde io mi cruccio più che non convenga quando vedo un codardo porre la mano sul retaggio dei virtuosi, parmi un furto di cose sacre: ma dove tu consideri sottilmente il caso, nè ingiusto forse troverai nè soverchio che quelli i quali hanno facoltà d'infuturare la vita, finchè durano in terra, o non godano od anco soffrano; però tanto più importa che veruno usurpi loro il guiderdone che la provvidenza gli concesse.
In questa nostra Toscana giusto nell'anno testè ricordato sorse una luce balorda che con clamore grande salutarono alba di giorno di libertà, e non fu nè manco barlume di aurora boreale: nè poteva succedere diversamente, essendochè cotesto moto fosse partorito non da virtù di popolo, bensì da viltà di principe, e se ne presentassero pronubi signori impazienti non già di servaggio, ma di non essere messi a parte della tirannide; uomini sviscerati, secondo il costume dei gatti, non già del padrone, bensì della dispensa del padrone; patrizi proseguiti dalla caterva di minori affamati in agonia di fare roba o di rifarla con la pecunia pubblica, turpe gara di titoli, di ladronaie e di servitù. Per abbindolare la gente, era pure forza comparire in sembianza diversa; nelle leggende fratesche s'impara come il diavolo per tentare santo Antonio pigliasse addirittura la faccia di angiolo; così i nostri scroccatori della rivoluzione si diedero attorno a raccogliere desideri gentili, concetti magnanimi, antiche voglie non appagate mai per pararsene e comparire orrevoli; ordinaronsi statue in onoranza dei grandi infelici e pitture e incisioni; le biblioteche vollero si rifrustassero per rinvenirvi carte dei sapienti, le quali poi rese di pubblica ragione avrieno cresciuto il tesoro della italica gloria. Se le cose non pativano indugio, si videro fatte; ed anco compironsi le altre per le quali l'artefice svelto, ricordando essere nato in casa di Nicolò Grosso[1], volle la caparra; per le rimanenti, fatta la festa, levato l'alloro: a questo modo dopo raccolte con sommo studio le carte dagli archivi e dalle biblioteche pubbliche, le quali unite con parecchie altre rinvenute nella Palatina ci potevano dare la edizione completa delle opere del Machiavelli, rimasero in mano dei collettori egregi senza costrutto, chè la spesa per la stampa non fu mai stanziata: i nostri ciurmatori saliti in arcione non avevano più bisogno che il Segretario fiorentino reggesse loro la staffa.
A Francesco Burlamacchi toccò per bazza la statua decretata nel 1859; gliela rizzarono in Lucca nella piazza di S. Michele nel settembre del 1863, ed in cotesto giorno fece la orazione un professor Pacini, il quale, a sentirlo, pare che cammini fra l'uova, pauroso di pestarle, e ne aveva ben donde, però che la fama del Burlamacchi in quella solennità si adoperasse a mo' d'incenso repubblicano da ardersi per gloria della monarchia. Ed è poi falso quello che si affermò nella epigrafe stampata in fondo a cotesta orazione, cioè: che la paurosa tirannide apponesse lungamente a delitto perfino la ricordanza dei generosi morti per la libertà della patria; dacchè la tirannide dei Medici non solo consentisse che i generosi si ricordassero, ma ella ne mantenesse viva la memoria, e questo dimostrai nella vita di Francesco Ferruccio, raccontando come, nello apparecchio condotto a Porta a Prato nella occasione delle nozze di Francesco dei Medici con la regina Giovanna d'Austria, insieme coi simulacri dei fiorentini famosi in armi, anzi accanto a quello di Giovanni delle Bande-nere padre di Cosimo, facessero dipingere la immagine del Ferruccio; onde il Vasari, comechè fosse prelibatissimo piaggiatore di corte, non dubitò salutarlo sfortunato, ma valoroso capitano: più tardi, ornando le volte della Galleria degli Uffizi, questi stessi principi ordinarono che fra le figure degli illustri guerrieri fiorentini quella del pro' Ferruccio comparisse. Quanto alla tirannide lorenese, allorchè in una delle nicchie vuote degli Uffizi il Batelli stampatore collocò la statua dell'eroe morto per la libertà della patria, ella lasciò fare e non disse verbo. Cause vere per le quali il Burlamacchi ebbe la statua nel 1859 furono queste due, che ai patrizi servili parve bello sfruttare in loro vantaggio la rinomanza dello infelice repubblicano, e che a quei giorni, avendo essi l'erario nelle mani, poterono farlo co' quattrini del pubblico.
A me per tanto corre obbligo di dettare come posso la vita di questo grande infelice, perchè l'anima sua riceva il giusto premio di lode ed esulti. Se volere fosse potere, da ora in poi il Burlamacchi non invidierebbe, come Alessandro fece, Omero ad Achille, o forse (dirò senza rispetto quello che sento) io non ho mai desiderato ed invocato valore di lettere come adesso, conciossiachè si tratti vendicare l'eroe lucchese non solo dalle ingiurie della fortuna, ma da quelle smisuratamente peggiori della turpe genìa di barattieri patrizi e plebei camuffati da uomini liberi: per me che mi trovo capace di sopportare ogni più fiero guaio, la lode da costoro non sopporterei, e credo fermamente che, se taluno di essi si avvisasse toccare il mio sepolcro quando sarò morto, io resusciterò di punto in bianco per agguantare la lapide e scaraventargliela nella testa.
I flagelli della umanità non si medicano, si distruggono; e finchè le zecche e le marmeggie del 1859 non sieno disperse, non pensate nè manco alla libertà confermata, alla rettitudine restituita, alla virtù rimessa in fiore: giudicate l'albero dal frutto che ei dà. Come Catone finiva ogni suo discorso col motto Chartago delenda est, così ogni uomo dabbene dovrebbe conchiudere le sue orazioni esclamando: «Dei patrizi e dei plebei i quali si chiamarono moderati e furono schiavi e ladri vuolsi spento il seme.»
CAPITOLO I.
Indice
Dicono Francesco Burlamacchi nato di piccola gente, e non è vero. — Il Dalli canonico ce lo dà per fallito, e perchè; così pure lo Ammirato e lo Adriani per piaggeria al principe; non diversamente il Botta, ma per pecoraggine: giudizio sopra questo scrittore, severo ma meritato. — Antichità della famiglia Burlamacca: donde il suo soprannome per opinione dei cronisti: quale fosse prima. — Questa famiglia, come degli ottimati, e guelfa è cacciata dal popolo; torna in patria, dove si distingue per uomini insigni e tiene sempre luogo onorato fra i maggiorenti. — Sue case e torri, patronati, sepolcri ed armi gentilizie; sostanza dei Burlamacchi, per quali cause scemata. — Francesco mercadante di seta; per ciò lo spregiano l'Ammirato e lo Adriani. — Fiorentini mercadanti tutti, così i Capponi, e così i Medici, i quali esercitavano la mercatura anco dopo fattisi principi. — Giovanni Bicci presta danaro sul pegno della tiara papale a papa Martino. — Dei genitori di Francesco, dei suoi fratelli e delle loro fortune. — Quali i suoi studi; allora fra semplici artefici s'incontravano con frequenza in Toscana dicitori in prosa ed in rima; stato presente di letteratura deplorabile in Toscana, in Firenze deplorabilissimo. — Fra Pacifico, zio di Francesco Burlamacchi e veneratore di fra Girolamo Savonarola, ne detta la vita; lo difende altresì nel dialogo chiamato Didimo e Sofia; insegna il modo di mettere in cervello l'enormezze romane, educa la gioventù e muore in odore di santo; educatore della gioventù lucchese e di Francesco. — Sue qualità fisiche e morali: chi fosse la sua moglie. — In che età entrasse Francesco nella magistratura; ed indi in poi tenne sempre il maestrato: non cerca mai uffizio, uno sì, e perchè. — Buoni ordinamenti della repubblica lucchese per difendersi dalle insidie dei potentati vicini. — Divisione della città per l'amministrazione e per la difesa, terzieri, gonfaloni e pennoni. — I Burlamacchi del terziere della Sirena adoprano questa immagine per cimiero. — Come ordinate le milizie; quante le armi e quanti gli armati così in città come in campagna; segnali diurni e notturni per convocare le milizie. — Francesco col favore di Giambattista Borrella viene eletto commissario delle armi. Quali i compagni di Francesco in cotesto maestrato, e quali i luoghi alla custodia loro commessi; larghezze del Burlamacchi per attirarsi la benevolenza dei soldati: a quanto sommassero le battaglie di campagna. — Si parla delle imprese felici e delle sventurate, e per quali cause le seconde possano acquistare lode pari alle prime. — Di Focione e del suo giudizio intorno alla guerra lamiaca.
Se Francesco Burlamacchi fosse nato di piccola gente presso la più parte degli uomini, ai tempi che corrono, io giudico gli tornerebbe a merito maggiore; tuttavia non vuolsi nè anco in questa parte darla vinta agli scrittori, i quali s'immaginano vituperarlo affermandolo artefice e plebeo. Si comprende ottimamente che un Dalli in certa sua cronaca manoscritta[2] ce lo dia per fallito e mosso a pescare nel torbido per tôrsi dalla fame; costui canonico era ed aveva un dente contro Francesco, che i preti e le pretesche cose amava quanto il fumo agli occhi: e, per preti e per femmine, morte non placa l'odio immortale. Quanto a Scipione Ammirato, il quale dichiara il Burlamacco ignobile, ma nel numero degli artefici che governavano Lucca[3], ed a Giovambattista Adriani, che a sua posta lo ciurma artefice, come per ordinario i Lucchesi sono[4], si capisce la ragia: entrambi aggreppiati alla medicea mangiatoia, entrambi nudriti di principesca profenda, dettavano quello che secondo il giudizio loro doveva piacere ai padroni; ma non si capisce come Carlo Botta dopo tre secoli ribadisca il chiodo quasi a sollazzo replicando ora che artefice era di suo stato, ma secondo la usanza della repubblica capace di sedere ai governi, ora che sebbene nato in basso loco, pure aveva sortito da natura ingegno idoneo alle imprese eccellenti, in ultimo che, comunque in opere manuali di continuo si occupasse, pure ritraesse maraviglioso diletto dalle antiche storie.[5] Forse il Botta, a cui le rivoluzioni mettevano i brividi addosso, non volle divulgare lo scandolo, che in cosiffatte enormezze si contaminassero i patrizi, i quali, a quanto pare, formavano argomento di ogni sua sollecitudine, sebbene talora anco questi pigli a morsi. Certo spositore di fatti assai commendevole hassi a stimare il Botta, della favella nostro cultore felice, ma brontolone senza concetto; onde alla fine la lettura de' suoi scritti genera fastidio, imperciocchè le storie si dettino per testimonio dei tempi e per l'ammaestramento degli uomini, non già per isfogare le proprie smanie, siccome costumano quelli che sono côlti del mal di colica.
Or ecco ricercando quello che apparisce essere vero. Antichissima e nobilissima la famiglia di Francesco Burlamacchi; a suo tempo parlerò della discendenza di lui, la quale fu non meno dell'ascendenza preclara. Comechè di questa famiglia non appaia memoria scritta prima del 1224, e non occorra documento spettante proprio a lei innanzi del 1262 (del quale anno ci avanza una pergamena di Trasmondino di Baldirotto Burlamacchi, dove fra le altre disposizioni testamentarie ordina lo seppellissero nella chiesa di San Romano), tuttavia non è dubbio che da più remota antichità ella derivasse; imperciocchè si ricordi come del 1218 ardesse l'archivio di San Salvatore, in cui gli atti dei notari si custodivano, per la quale cosa chi non fu cauto di provvederne copia per gli archivi della famiglia ne patì danni nel credito e nella roba. Pertanto lo stipite primo della casa Burlamacchi ebbe nome Buglione; il soprannome poi non fu in antico Burlamacchi, sibbene Ansenesi; e donde e perchè cotesto mutamento avvenisse ce lo conta un antico cronista.[6] Nel tempo che i Pisani tiranneggiavano Lucca (dacchè le repubbliche dei tempi medii fossero più e peggio dei tiranni oppressore ed oppresse) uno di questi Ansenesi si finse pazzo, sicchè per tale comunemente stimandolo, potè sicuro senza sospetto aggirarsi per la città portando a cintola un coltellaccio di legno ed in mano una zampogna con la quale parlava negli orecchi di quanti incontrava, e se non se ne fidava diceva follie, se all'opposto se ne fidava, gli eccitava a buttarsi giù dal collo il giogo del servaggio, ammonendoli a tenere certe pratiche che poste in opera con arguzia avrebbero loro data vinta la impresa, come di fatto seguì, ed egli allora, mutato il coltellaccio di legno in una buona spada di acciaio, alla testa dei sollevati recatosi in palagio dove stanziava il console di Pisa, senza tante storie lo trucidò. Da indi in poi nol conobbero con altro nome, eccetto quello di Burlamatto, il quale alquanto alterato conservarono i suoi posteri in memoria del caso, dismesso in tutto l'antico cognome degli Ansenesi.
Quando il popolo prevalso al governo dei signori nel 1308 cacciò prima di palazzo, poi di città le casate dei nobili, i Potenti e i Casatici, chè a questo modo si designavano i signori di Castelli, fu mandata in esiglio anco la famiglia dei Burlamacchi principalissima guelfa; sicchè tu vedi quanto si apponga al vero Carlo Botta nelle sue storie quando pretende di riffa Francesco plebeo.
Tornata in patria la famiglia Burlamacchi, occorre sempre ammessa al governo della Repubblica ed insignita di uffici e di onori non solo prima di Francesco, ma anco molto tempo dopo, come ricavo da certo albero genealogico che ho per mano, il quale mi mostra un Paolino morto nel 1824, e tengo per certo che ogni fiato di lei non sia anco spento. Il Penintesi nelle Memorie[7] intorno alle principali famiglie di Lucca ci afferma che ai suoi tempi quella dei Burlamacchi annoverava non meno di quaranta gonfalonieri e centottanta anziani, fino d'allora la rendevano preclara parecchi oratori spediti alle più cospicue corti di Europa, non pochi cavalieri di Malta, col solito corredo di ecclesiastici, i quali (come si sa) furono tutti matricolati per pietà e per dottrina preclari, almanco a detta di chi scrisse di loro.
In antico ebbero stanza i Burlamacchi in certa torre fabbricata dentro l'Augusta, fortezza posta da Castruccio Castracani in difensione di Lucca, la quale fu demolita nel 1392 insieme con altre per cavarne i materiali occorrenti a restaurare le mura della città, essendosi molto tempo prima ridotta la famiglia Burlamacca a vivere in altra casa prossima alla chiesa dei santi Paolino e Donato. La contrada di San Paolino compariva in cotesti tempi capitalissima della città, sicchè nel 1459 vi si contavano bene dugento torri, delle quali quattro spettavano ai Burlamacchi, la prima a Filippo Burlamacchi, di fronte a quella la seconda a Frediano che lungamente dimorò in Fiandra, la terza sorgeva di contro alla chiesa di san Paolino, e la quarta poco quinci discosto dal lato di tramontana: chiamasi il luogo quadrivio dei Burlamacchi; le quattro torri l'una all'altra prossime poste in assetto di guerra formavano fortezza inespugnabile secondo gli ordinamenti militari di codesti tempi. Insieme co' Poggi essi esercitarono il patronato della chiesa di Santa Maria di Filicorti, soli quello di Santa Maria della Rotonda; i sepolcri della famiglia furono fuori della chiesa di san Romano: fecero per impresa e fanno Croce azzurra in campo di oro e per cimiero una Sirena. Varie nei vari tempi le sostanze loro: nel 1530 i Burlamacchi si facevano ricchi di centoventimila fiorini e più, senza contare la casa nè l'opificio della seta: Michele, che morì nel 1529, lasciò di sua parte sessantacinque mila fiorini d'oro, oltre il fondaco avviato, a Francesco e agli altri suoi figliuoli, i quali per testimonianza del Penintesi avevano di già molto cresciuto il capitale e lo andavano ogni giorno viepiù aumentando, se non fossero loro cascati addosso due malanni, di cui il primo fu la rappresaglia commessa a loro scapito dalla Repubblica fiorentina sopra le navi dei grani che di Sicilia essi avevano tratto, e il caso più tardi avvenuto a Francesco, per la carcerazione e morte del quale i negozi parte cessarono e parte trapassarono in altri, non tenuto conto della moneta spesa per salvarlo.
Francesco, come i suoi maggiori, esercitò l'arte della seta, la quale con quella della lana fu dai Fiorentini rassegnata meritamente tra le arti maggiori: onde ci appare il rinfaccio che l'Ammirato e Adriano fanno a Francesco della sua condizione di artefice non pure strano, ma temerario; imperciocchè gli ordinamenti politici della Repubblica di Firenze appunto sopra le arti maggiori e minori si fondassero, nè alcuno il quale a queste arti non fosse ascritto potesse avere stato. I Capponi a Firenze non erano registrati alla matricola dell'arte della seta, ovvero di Por San Maria? Le storie poi ricordano come Nicolò Capponi, che fu lo antipenultimo gonfaloniere della Repubblica, accudisse al traffico della seta, e tanto in lui poteva l'amore dell'arte, o piuttosto del guadagno, che, contro il divieto della legge, eletto gonfaloniere, usciva di palazzo alla chetichella per vigilare se le donne gli avessero incannato la seta e le altre cose dell'opificio andassero a dovere. Gli Strozzi per converso più che alla seta attesero alla lana, ovvero all'arte di Calimala, e ne tennero fondaco allora e prima e dopo di allora insieme al banco dei danari in Lione, a Venezia ed in altre città capitali della Europa: anzi le case Strozzi e Burlamacchi conservarono corrispondenza di affari lungamente fra di loro. I Medici mercanti sempre furono e le ricchezze loro cavarono dal prestare a usura; sembra altresì che facessero a fidarsi poco, imperciocchè fra le altre cose si narra che se papa Martino V volle danaro da Giovanni dei Medici soprannominato il Bicci, gli ebbe a dare in pegno la tiara pontificale (chè allora la superbia papesca non aveva per anco inventato il triregno); nè smisero i commerci anco quando tennero il supremo dominio della Toscana, allora, comechè principi fossero, parte ne assunsero in proprio, parte in società e furono di gioie, di metalli, di grani e di altre siffatte mercanzie; del pepe fecero monopolio, onde se essi mostrarono ed operarono che le persone a loro aderenti mostrassero uggia pei commerci, certo e' fu nel concetto medesimo del ghiottone, che sputa su la pietanza perchè, gli altri commensali pigliandola a schifo, egli possa mangiarla tutta per sè.