Kitabı oku: «Atlante delle inquietudini»

Yazı tipi:
Narratori
romanzo



© 2022 Edizioni Ares

20122 Milano – via Santa Croce, 20/2

ISBN 978-88-9298-209-3

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è consultabile sul sito www.edizioniares.it

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In copertina: Punta Raisi, Francesco Enia


Il cuore dietro l’obiettivo

di Tony Gentile




Leggere il libro di Francesco è stato come rivivere piccoli frammenti della mia vita, quella più remota e quella più recente; è riuscito a farmi sentire molto vicino ad alcuni dei protagonisti, un melting pot di donne e uomini le cui vite si intrecciano disinvoltamente tra realtà e finzione, facendoci rivivere le nostre più intime inquietudini nel rapporto tra la vita, la sofferenza, la morte e il sacro.

Mi sono sentito parte di questo racconto, non solo perché il protagonista, Ismaele, è un fotografo e quindi mi rammenta esperienze che ho vissuto direttamente, ma anche perché alcuni punti cardine dell’intreccio sono stati importanti anche per me. Ho conosciuto personalmente i protagonisti di alcuni episodi raccontati e le loro storie mi hanno profondamente colpito esattamente come mi avevano colpito nella vita reale.

Per esempio, lo zio Beppe (fratello di Francesco nella realtà, che nel romanzo diventa Michele, fratello del protagonista), e soprattutto la semplicità, la passione e il calore con cui sono stato accolto dalla sua famiglia.

L’intreccio emotivo si fa ancora più stretto considerando che nello stesso periodo in cui si svolgeva la drammatica vicenda di zio Beppe/Michele, anche io seguivo la malattia di mio fratello Biagio, che poi inesorabilmente mi ha lasciato.

Tornando alla fotografia, mia passione e professione da oltre trent’anni, è stato impossibile non identificarsi in alcune situazioni che incontrerete nelle prossime pagine. A cominciare da quella sera del 27 marzo 1992 quando mi trovai di fronte a due uomini soli che, non so per quale ragione, mi regalarono un sorriso, un’amicizia, un segno di speranza, una condivisione di battaglie che ci avrebbero legato per sempre. Sì, perché, nella gioia o nel dolore, io resterò sempre il terzo sguardo, il terzo uomo di quella foto: l’intesa complice di Giovanni e Paolo e io, lì a coglierla. È vero, c’erano altre persone, c’erano anche altri fotografi, ma nella mia mente è come se per un sessantesimo di secondo avessi annullato tutto il mondo che ci girava intorno.

Oggi, quello che ho fissato sulla pellicola quella sera di Marzo, 57 giorni prima che Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco di Cillo e Vito Schifani venissero trucidati, è diventato moneta: qualcosa che circola ovunque e arriva nelle tasche delle persone di ogni età, di ogni estrazione sociale, mafiosi inclusi.

Potrebbe sembrare molto bello dal punto di vista della realizzazione professionale, ma per me è un ricordo doloroso, perché Giovanni e Paolo sono morti – e la morte è assenza, è vuoto, è dolore. Eppure, grazie a questa fotografia, ci siamo abituati a vederli sempre vivi e sorridenti, vicini, pronti a donarci coraggio e speranza. Questo mi ha profondamente commosso e sono sicuro toccherà il cuore dei lettori.

Mi sono spesso chiesto cosa sia per me la fotografia e più volte mi sono soffermato a riflettere sugli opposti che ne sintetizzano l’essenza espressi così da Luigi Ghirri:

«…la fotografia si esplica sempre all’interno di un dualismo perfetto. Se uno ci pensa, nella fotografia c’è il negativo e il positivo. È un rapporto tra la luce e il buio. È un giusto equilibrio tra quello che c’è da vedere e quello che non deve essere visto. Quando noi fotografiamo vediamo una parte del mondo e un’altra la cancelliamo».

Helen, la protagonista femminile, e Ismaele (e quindi Francesco) in modo differente esplorano la dialettica tra questi dualismi, in particolare quello tra l’oscurità e la luce. La fotografia è infatti una grande passione di Francesco: come lui stesso mi ha confidato è «il modo per continuare a parlare con mio padre anche dopo la sua morte». Suo padre gli ha regalato la sua prima fotocamera, una Voigtländer Vito C, ma forse è grazie a un’altra macchina, regalatagli anni dopo da uno dei suoi figli, che ha ripreso possesso della fotografia come potente mezzo per indagare, indagarsi e raccontare nuove storie.

E la scrittura di Francesco è altamente fotografica: a tratti leggiamo elenchi di visioni descritte in maniera così dettagliata, sintetica e ritmata che, chiudendo gli occhi, riusciamo a immaginarle come vere e proprie istantanee.

Il viaggio è un altro suggestivo leitmotiv della storia. Ismaele ha girato il mondo ma come lui tutti gli altri protagonisti (Laura, Helen, Dimitri, Lu Wong…) viaggiano o narrano esperienze di viaggio, di fughe, di ritorni alle origini. Viaggi anche metafisici, alla ricerca di qualcosa di sconosciuto, alla ricerca di sé stessi.

Il profondo affetto per il fratello Michele e il costante desiderio di conoscenza di Ismaele, che si materializza attraverso la fotografia, ci accompagnano fino alle ultime pagine. Mi ha commosso anche l’elenco finale delle cose che amava Michele, un invito ad apprezzare tutte le piccole gioie della vita: rileggere alcuni libri, ascoltare certa musica, cucinare la pasta con le sarde per godere del profumo che ci porta indietro nei ricordi, o più semplicemente distendersi sul divano e, guardando il soffitto, non pensare a niente. Personalmente, ho colto la sfida, ho fatto molte tra le proposte elencate e ne ho tratto beneficio.

Riusciranno i viaggi, gli amici, i confessori, gli amori a dare una risposta a tutte le inquietudini di Ismaele? Alla fine esse si scioglieranno senza che riesca a trovare le desiderate risposte. Forse perché nessuno di noi in fondo ha le risposte definitive alle quotidiane inquietudini. E la ricerca non finisce mai.


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A mio fratello Beppe



Oscurità e luce

1

Seduto accanto a me su una sedia fastidiosamente scricchiolante, era incapace di stare fermo. Accavallava la gamba destra sulla sinistra e poco dopo cambiava. Si passava una mano dalla fronte alla nuca, tentando di mettere in ordine i pochi capelli bianchi. Girava la testa prima da un lato e poi dall’altro; la alzava per guardare il tetto. Intrecciava le dita delle mani; le separava. Tamburellava con la sinistra sul bracciolo della sedia, seguendo chissà quale motivetto che gli risuonava in testa. Allungava i piedi…

Mi distraeva.

Io, immobile nella mia poltroncina sgualcita e senza braccioli, non riuscivo a proseguire nella lettura.

Poi ha preso l’iniziativa. Fissandomi con lo strano taglio obliquo dei suoi occhi verdi, sorridendo mi ha detto: «Io sono qui per far controllare una ferita alla spalla destra. Mi hanno sparato quasi a bruciapelo».

Gli ho risposto: «Io devo far controllare una ferita al dorso. Sono stato operato al rene sinistro».

Ci trovavamo in una sala d’aspetto piuttosto squallida di un ambulatorio dell’ospedale Vincenzo Cervello di Palermo. Era un pomeriggio umido del settembre del 2017. Quell’ospedale nel 2020 sarebbe stato dedicato tutto ai pazienti con covid-19.

Tempo dopo, Ismaele mi ha confidato di essere rimasto incuriosito dal libro che stavo sfogliando, Generatión perdida di Pep Bonet, un fotografo spagnolo. Aveva pensato: Chi può essere mai costui che ha tra le mani il libro di Pep? Devo conoscerlo.

Subito dopo aver rotto il ghiaccio, mi ha chiesto che cosa ne pensassi di quel modo di fotografare. In genere io sono molto riservato; gli amici mi chiamano «il muto». Quella volta però la mia risposta è stata insolitamente lunga e articolata. Gli ho detto che conoscevo bene Pep Bonet; che avevo anche collaborato con lui; che quel libro, Generatión perdida, era un suo dono con lunga dedica (che gli ho fatto anche leggere); che, dopo aver insegnato filosofia nei licei per tutta una vita, ora lavoravo per una casa editrice dove avevo sviluppato una particolare competenza per i libri fotografici.

«Io sono un fotografo», mi ha comunicato e, passando dal lei al tu, ha subito aggiunto: «Sto lavorando da qualche anno a un progetto nel quale è coinvolto anche il tuo amico Pep che, per inciso, è un personaggio simpatico ma molto difficile da trattare».

Ha cominciato quindi a parlare in modo irruento di quel progetto fotografico sulla sofferenza e sul sacro. Ha ripetuto più volte una frase che mi ha colpito: «Nessuno, dopo aver affrontato questo tema, resta lo stesso di prima». Abbiamo tutt’e due una laurea in filosofia e forse questo giustifica la predisposizione di entrambi per i ragionamenti astratti e i voli della fantasia.

Ismaele, quando parla con qualcuno, dirige i suoi occhi dentro quelli dell’interlocutore, con uno sguardo che si sviluppa in tappe successive. Dapprima lancia alcune occhiate rapide apparentemente distratte ma in realtà molto sulla difensiva, come se cercasse di identificare i punti visivi forti dell’inquadratura che ha davanti, cioè quella persona. Poi distoglie lo sguardo, si ritira in sé stesso e analizza, con la forma mentis del fotografo, le informazioni ottenute. Se l’interlocutore supera una specie di esame (non ho mai capito fino a che punto intuitivo o ragionato), Ismaele torna a guardarlo rilassato. Allora è possibile scoprire quanto sia piacevole parlare con lui.

Quando la nostra amicizia è diventata solida, mi ha confidato che di me lo avevano colpito il volto affilato col naso aquilino e i lunghi capelli ancora neri. Non gli ero sembrato per niente rasserenante. Guardandomi aveva pensato a un mercante arabo di schiavi (io sono nato a Palermo, da madre italiana e padre greco). Aveva notato anche che tendo a muovermi a scatti e aveva ipotizzato che forse ragiono nello stesso modo, con accelerazioni rapide e improvvise.


Dopo il controllo medico siamo usciti insieme dall’ospedale. Appena fuori, si è scatenato un violento temporale di fine estate. Poco prima, mentre eravamo dentro in attesa della visita, c’era stato qualche tuono lontano e il cielo si era rabbuiato. Ora il diluvio ci aveva sorpreso abbastanza lontani da ogni possibile riparo. Col vento la pioggia arrivava violenta da tutte le direzioni. Mi è entrata subito acqua dentro le scarpe. Siamo tornati indietro velocemente (per quanto concesso dalle nostre condizioni fisiche) coprendoci la testa con le giacche.

«Io non ho automobile», gli ho detto. «Non guido. Aspetterò qui che smetta di piovere. Dopo raggiungerò la fermata dell’autobus».

«Anche io aspetterò che questa bufera termini. Poi ti darò un passaggio».

Ho accettato subito.

Due giorni dopo mi ha telefonato per invitarmi a casa sua e continuare la nostra chiacchierata. Lì ho conosciuto anche Helen, una bella ed elegante signora, da poco tempo sua moglie.





2

Ismaele è un uomo perennemente indeciso, con la tendenza a divagare e a porsi domande, molte delle quali senza risposte. Da buon fotografo padroneggia bene la scena. Ha sempre bisogno di un pubblico davanti al quale recitare, perché questo rende particolarmente aguzzi i suoi ragionamenti. Nato in Sicilia, l’isola dei sofisti, conosce l’arte della retorica.

Helen è più riservata. Detesta qualsiasi pubblico. Ha una testa razionale, appassionata di numeri. Di padre cinese e madre portoghese, è nata a Oporto. Dopo la laurea in Economia ha cominciato a girovagare per il mondo.

Con Ismaele abbiamo iniziato anche una collaborazione professionale sempre più intensa. Fisicamente ogni tanto perdiamo qualche colpo. Entrambi abbiamo raggiunto i settant’anni. L’età però ci ha donato qualcosa che compensa le perdite: una visione d’insieme più ampia e la capacità di scendere in profondità dentro gli avvenimenti. Questo almeno è quello che ci diciamo in un tentativo forse di consolazione reciproca.

Talora quando abbiamo qualche grattacapo legato all’età (per esempio la difficoltà di recuperare memorie, soprattutto quelle recenti) Ismaele, citando san Paolo, proclama con tono solenne che, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Noi due – aggiunge – mentre i suoi occhi ridono – non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, che durano un momento, ma su quelle invisibili che sono eterne. Io gli rispondo che queste parole, dette da un fotografo, mi fanno molto pensare.


Helen e Ismaele mi hanno aiutato a superare la depressione nella quale ero precipitato, dopo la nefrectomia. Nella mia testa, brutte memorie riecheggiavano con insistenza, percorrendo circuiti riverberanti fuori controllo. Ricordavo l’esordio insidioso con malesseri difficilmente definibili. Soltanto dopo ho capito che si trattava di un linguaggio: quei malesseri erano le frasi di un discorso col quale il corpo tentava di comunicarmi che qualcosa non andava.

Ricordavo l’insolita prostrazione che si era infiltrata dentro di me avvelenando tutti gli spazi materiali e immateriali della mia vita, dai più banali a quelli più importanti, fin nei più piccoli e nascosti interstizi.

Ricordavo la irregolare e inspiegabile febbricola che mi perseguitava da alcuni mesi. Ricordavo l’improvviso violento dolore al fianco sinistro e subito dopo le urine colorate di rosso. Ricordavo il ricovero in ospedale, che era stato un viaggio in un altro mondo con altri spazi e altro scorrere del tempo, altra cultura, altre leggi, altre popolazioni, altre lingue. Ricordavo i colloqui con i medici, i loro sguardi sfuggenti, la loro incomprensibile difficoltà ad ascoltarmi e quindi a rispondere in modo semplice alle domande.

Ricordavo gli esami diagnostici. La Tac. La preghiera prima dell’esame: «Dio mio! Fa’ che non sia un tumore». La risposta del medico dopo l’esame: «È un tumore del rene, ma sembra ben capsulato». Ricordavo il risveglio dopo l’intervento chirurgico («Tutto è andato bene. Abbiamo dovuto lavorare un poco più a lungo del previsto ma tutto è andato bene»). Ricordavo i giorni del periodo post-operatorio con due tubi di drenaggio che fuoriuscivano dalla ferita e il catetere in vescica che mi terrorizzava. Ricordavo la necessità che qualcuno mi aiutasse, in quei giorni, per potermi girare nel letto. In quel periodo ho realizzato una delle più grandi conquiste della mia vita, ottenuta dopo grandi sforzi e con un potente esercizio della volontà: riuscire a girarmi da solo nel letto senza chiedere l’aiuto di nessuno.

Helen e Ismaele sono stati una terapia che, affiancata a quella farmacologica col citalopram, si è dimostrata efficace: la stanchezza si è progressivamente attenuata fino a scomparire; sono tornato a fare le mie quattro ore settimanali di piscina all’aperto con cinquanta vasche a seduta. Qualche volta mi accompagna Ismaele che ha la mia stessa passione per il nuoto.





3

In quel periodo ero impegnato nella stesura svogliata di un saggio sulla crisi dell’uomo all’inizio del XXI secolo. Tentavo con scarso successo di mettere un poco di ordine negli appunti scribacchiati nel corso dei miei anni di lavoro come professore di filosofia. Appunti caotici, buttati giù in fretta e furia con una grafia spesso incomprensibile anche a me stesso, quando li leggevo dopo qualche tempo. Misteriosi geroglifici che una volta forse avevano significato qualcosa.

Il punto di partenza del nuovo saggio avrebbe dovuto essere il punto di arrivo di un mio precedente lavoro su Pirandello.

Lo scrittore siciliano non è un filosofo di mestiere. I suoi testi però hanno importanti implicazioni filosofiche. I suoi personaggi esprimono l’inquietudine dell’uomo contemporaneo, che io facevo risalire allo smarrimento della nozione dell’essere. Ciò ha reso oscura la percezione della realtà delle cose, lasciando l’uomo nell’angoscia della solitudine.

Il personaggio pirandelliano si rende conto di non avere una reale consistenza. Gli manca un nucleo di aggregazione. Lo cerca ma non lo trova. I sei personaggi in cerca di autore chiedono agli attori non soltanto di indossare le loro maschere ma addirittura di identificarsi nella loro tragedia e di farli vivere, sia pure in una finzione teatrale. Chiedono di vivere. Aspirano cioè a un atto che li fissi in una consistenza concreta e definitiva. Chiedono una perfezione. E qual è questa perfezione, questo atto, se non la perfezione delle perfezioni, l’atto degli atti ovvero l’atto di essere?

Pirandello recide col bisturi tutte le relazioni del suo personaggio, isolandolo dalla realtà a lui circostante e dal suo proiettarsi storico. Nel dramma di Enrico IV, la vita, illusione tra le illusioni, si dimostra una beffa, una prigione che intrappola. Le storie familiari che lo coinvolgono sono penose, spesso torbide, con tradimenti veri od onirici (ma qual è la differenza?). Il taglio del bisturi è implacabile. Il personaggio trova il baratro anche dentro sé stesso. Ogni certezza è frantumata. Qual è la differenza tra pazzia e normalità? Quelle manifestazioni di vita, registrate come sue, sono simulacri, frutto dei mille compromessi che lo hanno messo in rapporto con gli altri. Tutto appare estraneo, con la sensazione angosciante di essere sospeso nel vuoto e di annaspare alla ricerca di un appiglio cui aggrapparsi per ricomporre la miriade di frammenti nei quali l’io si è disgregato. Che risposta può dare questo personaggio alla domanda: Chi è l’uomo?

La scrittura del nuovo saggio procedeva con grande difficoltà. A questo punto sono saltati fuori Helen e Ismaele.

La loro vita mi è apparsa subito una miniera inesauribile di avvenimenti, errori, lotte, scoraggiamenti, audacie, eccetera, alla ricerca, più o meno consapevole, di una risposta proprio a quella domanda che era il punto di partenza del nuovo saggio che avrei voluto scrivere: Chi è l’uomo?

E così, dopo un anno circa da quell’incontro nell’ambulatorio del Cervello, un giorno mi sono domandato: Perché incaponirsi nella stesura di un saggio? Dictum, factum: ho messo da parte, senza molti rimpianti, il progetto iniziale e mi sono avventurato nella narrazione della storia dei miei due amici.

Ricordo il momento in cui ho preso questa decisione.

Ero a Terrasini. Agosto era passato, sostituito da un più fresco settembre.

Il mare, sul quale si rispecchiava il cielo nuvoloso, aveva un colore diverso da quello verde topazio del mese precedente; era grigio.

Le giornate si accorciavano nell’avvicendamento variabile di luce e di oscurità.

Ero solo.

Avevo raggiunto a nuoto l’isolotto che fronteggia la costa, a cento metri circa dalla riva, e il cui profilo mi ha sempre fatto pensare a un vecchio indiano che galleggia sull’acqua a pancia insù.

Seduto su uno scoglio, ne accarezzavo con la mano destra la superficie irregolare, ricoperta di qualcosa che sembrava velluto animato da un continuo micro-movimento che trovavo rasserenante.

Il cielo apparteneva soltanto ai gabbiani che, talora lontani talora vicini, volteggiavano in larghi cerchi sopra la mia testa, con improvvise accelerazioni. Cercavano cibo lanciando a tratti urla stridule.

Il leggero vento muoveva il mare contro l’isolotto, facendo infrangere delicatamente le onde sugli scogli; quel fruscio, con le sue regolari oscillazioni, era il respiro del mare, il ritmo che in sottofondo accompagnava i miei pensieri.

Proveniente forse dalle alghe, è arrivata una zaffata improvvisa di uno strano odore acidulo che ha risvegliato nella mia memoria l’odore dell’inchiostro. Sin da bambino, mi dilettavo a scrivere adoperando una penna stilografica d’oro Montblanc, con pennino a tratto grosso, un regalo dei nonni. Ricordo, ben allineati sulla scrivania, tre piccoli recipienti con tre inchiostri di colore diverso: il nero (che ho sempre preferito), il blu e il rosso. La parola fissata sulla carta con i tratti dell’inchiostro della penna stilografica mi ha sempre sedotto.

Alzando lo sguardo dalla striscia di mare che avevo percorso a nuoto, potevo ammirare lo strapiombo della scogliera che avevo di fronte, sbalordito come sempre dalla policromia delle rocce. In alcuni tratti prevalgono linee a zigzag di colore rosso, in altri quelle bianche.

Mi hanno detto che queste rocce di Calarossa narrano duecento milioni di anni di storia geologica. Eppure il rumore del mare portava alle mie orecchie tracce di echi molto più lontani.

Alcuni echi, appena percettibili, coprendo la distanza di quasi quattordici miliardi di anni, riferivano la gioia delle stelle quando l’avventura ebbe inizio. Il profeta Baruc ne era consapevole: «Le stelle brillano nelle loro postazioni e gioiscono. Dio le chiama per nome ed esse rispondono: “Eccoci!” e brillano di gioia per il loro Creatore».

Altri echi, più vicini, provenivano da quattro miliardi e mezzo di anni, quando iniziò a formarsi la Terra. Altri, ancora più vicini, convogliavano suoni che, negli ultimi milioni di anni, si sono articolati in significati sempre più complessi, accompagnando il cammino di quel bipede che afferra oggetti e che sarà destinato a superare in grandezza tutte le stelle.

Infine c’erano gli echi degli ultimi cinquantamila anni, quelli più vicini, più giovani, più forti, più misteriosi. La musica del grande balzo, quando all’essere del cosmo è stato aggiunto l’essere delle persone.

Ascoltando rapito questa musica, ho pensato a una frase di Hermann Broch: «In tutte le vene della vita terrestre, in tutte le creature germogliate dalla terra, scorre e sale la notte, ininterrottamente trasformandosi in veglia e coscienza, interiorità ed esteriorità, da elementi informi creando figure che in sé contengono l’oscurità e in sé nascondono l’ombra, e librandosi in tale equilibrio, tra il nulla e l’essere, il mondo oscilla tra l’oscurità e la luce e si rende conoscibile nella sua opacità e nella sua luminosità».

Oscurità e luce.

L’atto di essere è forse la luce della quale il personaggio pirandelliano sente la mancanza? Ed è oscurità l’essenza?

Non lo so.

Bisogna correre i rischi che comporta l’esplorazione della dialettica tra oscurità e luce. Questo ha fatto Ismaele nel suo lavoro di fotografo. Questo ha fatto Helen nel suo girovagare per il mondo.

Il vento aveva asciugato la mia pelle. Sentivo ancora il sapore del mare sulle labbra. È un sapore diverso da tutti gli altri. Non è né gradevole né sgradevole, né delicato né grossolano, né piccante né scipito. È lo stesso sapore delle lacrime quando arrivano in bocca.


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Yaş sınırı:
0+
Litres'teki yayın tarihi:
25 şubat 2026
Hacim:
271 s. 2 illüstrasyon
ISBN:
9788892982093
Yayıncı:
Ares
Telif hakkı:
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