Kitabı oku: «Atlante delle inquietudini»

Yazı tipi:
Narratori
romanzo



© 2022 Edizioni Ares

20122 Milano – via Santa Croce, 20/2

ISBN 978-88-9298-209-3

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è consultabile sul sito www.edizioniares.it

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In copertina: Punta Raisi, Francesco Enia


Il cuore dietro l’obiettivo

di Tony Gentile




Leggere il libro di Francesco è stato come rivivere piccoli frammenti della mia vita, quella più remota e quella più recente; è riuscito a farmi sentire molto vicino ad alcuni dei protagonisti, un melting pot di donne e uomini le cui vite si intrecciano disinvoltamente tra realtà e finzione, facendoci rivivere le nostre più intime inquietudini nel rapporto tra la vita, la sofferenza, la morte e il sacro.

Mi sono sentito parte di questo racconto, non solo perché il protagonista, Ismaele, è un fotografo e quindi mi rammenta esperienze che ho vissuto direttamente, ma anche perché alcuni punti cardine dell’intreccio sono stati importanti anche per me. Ho conosciuto personalmente i protagonisti di alcuni episodi raccontati e le loro storie mi hanno profondamente colpito esattamente come mi avevano colpito nella vita reale.

Per esempio, lo zio Beppe (fratello di Francesco nella realtà, che nel romanzo diventa Michele, fratello del protagonista), e soprattutto la semplicità, la passione e il calore con cui sono stato accolto dalla sua famiglia.

L’intreccio emotivo si fa ancora più stretto considerando che nello stesso periodo in cui si svolgeva la drammatica vicenda di zio Beppe/Michele, anche io seguivo la malattia di mio fratello Biagio, che poi inesorabilmente mi ha lasciato.

Tornando alla fotografia, mia passione e professione da oltre trent’anni, è stato impossibile non identificarsi in alcune situazioni che incontrerete nelle prossime pagine. A cominciare da quella sera del 27 marzo 1992 quando mi trovai di fronte a due uomini soli che, non so per quale ragione, mi regalarono un sorriso, un’amicizia, un segno di speranza, una condivisione di battaglie che ci avrebbero legato per sempre. Sì, perché, nella gioia o nel dolore, io resterò sempre il terzo sguardo, il terzo uomo di quella foto: l’intesa complice di Giovanni e Paolo e io, lì a coglierla. È vero, c’erano altre persone, c’erano anche altri fotografi, ma nella mia mente è come se per un sessantesimo di secondo avessi annullato tutto il mondo che ci girava intorno.

Oggi, quello che ho fissato sulla pellicola quella sera di Marzo, 57 giorni prima che Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco di Cillo e Vito Schifani venissero trucidati, è diventato moneta: qualcosa che circola ovunque e arriva nelle tasche delle persone di ogni età, di ogni estrazione sociale, mafiosi inclusi.

Potrebbe sembrare molto bello dal punto di vista della realizzazione professionale, ma per me è un ricordo doloroso, perché Giovanni e Paolo sono morti – e la morte è assenza, è vuoto, è dolore. Eppure, grazie a questa fotografia, ci siamo abituati a vederli sempre vivi e sorridenti, vicini, pronti a donarci coraggio e speranza. Questo mi ha profondamente commosso e sono sicuro toccherà il cuore dei lettori.

Mi sono spesso chiesto cosa sia per me la fotografia e più volte mi sono soffermato a riflettere sugli opposti che ne sintetizzano l’essenza espressi così da Luigi Ghirri:

«…la fotografia si esplica sempre all’interno di un dualismo perfetto. Se uno ci pensa, nella fotografia c’è il negativo e il positivo. È un rapporto tra la luce e il buio. È un giusto equilibrio tra quello che c’è da vedere e quello che non deve essere visto. Quando noi fotografiamo vediamo una parte del mondo e un’altra la cancelliamo».

Helen, la protagonista femminile, e Ismaele (e quindi Francesco) in modo differente esplorano la dialettica tra questi dualismi, in particolare quello tra l’oscurità e la luce. La fotografia è infatti una grande passione di Francesco: come lui stesso mi ha confidato è «il modo per continuare a parlare con mio padre anche dopo la sua morte». Suo padre gli ha regalato la sua prima fotocamera, una Voigtländer Vito C, ma forse è grazie a un’altra macchina, regalatagli anni dopo da uno dei suoi figli, che ha ripreso possesso della fotografia come potente mezzo per indagare, indagarsi e raccontare nuove storie.

E la scrittura di Francesco è altamente fotografica: a tratti leggiamo elenchi di visioni descritte in maniera così dettagliata, sintetica e ritmata che, chiudendo gli occhi, riusciamo a immaginarle come vere e proprie istantanee.

Il viaggio è un altro suggestivo leitmotiv della storia. Ismaele ha girato il mondo ma come lui tutti gli altri protagonisti (Laura, Helen, Dimitri, Lu Wong…) viaggiano o narrano esperienze di viaggio, di fughe, di ritorni alle origini. Viaggi anche metafisici, alla ricerca di qualcosa di sconosciuto, alla ricerca di sé stessi.

Il profondo affetto per il fratello Michele e il costante desiderio di conoscenza di Ismaele, che si materializza attraverso la fotografia, ci accompagnano fino alle ultime pagine. Mi ha commosso anche l’elenco finale delle cose che amava Michele, un invito ad apprezzare tutte le piccole gioie della vita: rileggere alcuni libri, ascoltare certa musica, cucinare la pasta con le sarde per godere del profumo che ci porta indietro nei ricordi, o più semplicemente distendersi sul divano e, guardando il soffitto, non pensare a niente. Personalmente, ho colto la sfida, ho fatto molte tra le proposte elencate e ne ho tratto beneficio.

Riusciranno i viaggi, gli amici, i confessori, gli amori a dare una risposta a tutte le inquietudini di Ismaele? Alla fine esse si scioglieranno senza che riesca a trovare le desiderate risposte. Forse perché nessuno di noi in fondo ha le risposte definitive alle quotidiane inquietudini. E la ricerca non finisce mai.


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A mio fratello Beppe



Oscurità e luce

1

Seduto accanto a me su una sedia fastidiosamente scricchiolante, era incapace di stare fermo. Accavallava la gamba destra sulla sinistra e poco dopo cambiava. Si passava una mano dalla fronte alla nuca, tentando di mettere in ordine i pochi capelli bianchi. Girava la testa prima da un lato e poi dall’altro; la alzava per guardare il tetto. Intrecciava le dita delle mani; le separava. Tamburellava con la sinistra sul bracciolo della sedia, seguendo chissà quale motivetto che gli risuonava in testa. Allungava i piedi…

Mi distraeva.

Io, immobile nella mia poltroncina sgualcita e senza braccioli, non riuscivo a proseguire nella lettura.

Poi ha preso l’iniziativa. Fissandomi con lo strano taglio obliquo dei suoi occhi verdi, sorridendo mi ha detto: «Io sono qui per far controllare una ferita alla spalla destra. Mi hanno sparato quasi a bruciapelo».

Gli ho risposto: «Io devo far controllare una ferita al dorso. Sono stato operato al rene sinistro».

Ci trovavamo in una sala d’aspetto piuttosto squallida di un ambulatorio dell’ospedale Vincenzo Cervello di Palermo. Era un pomeriggio umido del settembre del 2017. Quell’ospedale nel 2020 sarebbe stato dedicato tutto ai pazienti con covid-19.

Tempo dopo, Ismaele mi ha confidato di essere rimasto incuriosito dal libro che stavo sfogliando, Generatión perdida di Pep Bonet, un fotografo spagnolo. Aveva pensato: Chi può essere mai costui che ha tra le mani il libro di Pep? Devo conoscerlo.

Subito dopo aver rotto il ghiaccio, mi ha chiesto che cosa ne pensassi di quel modo di fotografare. In genere io sono molto riservato; gli amici mi chiamano «il muto». Quella volta però la mia risposta è stata insolitamente lunga e articolata. Gli ho detto che conoscevo bene Pep Bonet; che avevo anche collaborato con lui; che quel libro, Generatión perdida, era un suo dono con lunga dedica (che gli ho fatto anche leggere); che, dopo aver insegnato filosofia nei licei per tutta una vita, ora lavoravo per una casa editrice dove avevo sviluppato una particolare competenza per i libri fotografici.

«Io sono un fotografo», mi ha comunicato e, passando dal lei al tu, ha subito aggiunto: «Sto lavorando da qualche anno a un progetto nel quale è coinvolto anche il tuo amico Pep che, per inciso, è un personaggio simpatico ma molto difficile da trattare».

Ha cominciato quindi a parlare in modo irruento di quel progetto fotografico sulla sofferenza e sul sacro. Ha ripetuto più volte una frase che mi ha colpito: «Nessuno, dopo aver affrontato questo tema, resta lo stesso di prima». Abbiamo tutt’e due una laurea in filosofia e forse questo giustifica la predisposizione di entrambi per i ragionamenti astratti e i voli della fantasia.

Ismaele, quando parla con qualcuno, dirige i suoi occhi dentro quelli dell’interlocutore, con uno sguardo che si sviluppa in tappe successive. Dapprima lancia alcune occhiate rapide apparentemente distratte ma in realtà molto sulla difensiva, come se cercasse di identificare i punti visivi forti dell’inquadratura che ha davanti, cioè quella persona. Poi distoglie lo sguardo, si ritira in sé stesso e analizza, con la forma mentis del fotografo, le informazioni ottenute. Se l’interlocutore supera una specie di esame (non ho mai capito fino a che punto intuitivo o ragionato), Ismaele torna a guardarlo rilassato. Allora è possibile scoprire quanto sia piacevole parlare con lui.

Quando la nostra amicizia è diventata solida, mi ha confidato che di me lo avevano colpito il volto affilato col naso aquilino e i lunghi capelli ancora neri. Non gli ero sembrato per niente rasserenante. Guardandomi aveva pensato a un mercante arabo di schiavi (io sono nato a Palermo, da madre italiana e padre greco). Aveva notato anche che tendo a muovermi a scatti e aveva ipotizzato che forse ragiono nello stesso modo, con accelerazioni rapide e improvvise.


Dopo il controllo medico siamo usciti insieme dall’ospedale. Appena fuori, si è scatenato un violento temporale di fine estate. Poco prima, mentre eravamo dentro in attesa della visita, c’era stato qualche tuono lontano e il cielo si era rabbuiato. Ora il diluvio ci aveva sorpreso abbastanza lontani da ogni possibile riparo. Col vento la pioggia arrivava violenta da tutte le direzioni. Mi è entrata subito acqua dentro le scarpe. Siamo tornati indietro velocemente (per quanto concesso dalle nostre condizioni fisiche) coprendoci la testa con le giacche.

«Io non ho automobile», gli ho detto. «Non guido. Aspetterò qui che smetta di piovere. Dopo raggiungerò la fermata dell’autobus».

«Anche io aspetterò che questa bufera termini. Poi ti darò un passaggio».

Ho accettato subito.

Due giorni dopo mi ha telefonato per invitarmi a casa sua e continuare la nostra chiacchierata. Lì ho conosciuto anche Helen, una bella ed elegante signora, da poco tempo sua moglie.





2

Ismaele è un uomo perennemente indeciso, con la tendenza a divagare e a porsi domande, molte delle quali senza risposte. Da buon fotografo padroneggia bene la scena. Ha sempre bisogno di un pubblico davanti al quale recitare, perché questo rende particolarmente aguzzi i suoi ragionamenti. Nato in Sicilia, l’isola dei sofisti, conosce l’arte della retorica.

Helen è più riservata. Detesta qualsiasi pubblico. Ha una testa razionale, appassionata di numeri. Di padre cinese e madre portoghese, è nata a Oporto. Dopo la laurea in Economia ha cominciato a girovagare per il mondo.

Con Ismaele abbiamo iniziato anche una collaborazione professionale sempre più intensa. Fisicamente ogni tanto perdiamo qualche colpo. Entrambi abbiamo raggiunto i settant’anni. L’età però ci ha donato qualcosa che compensa le perdite: una visione d’insieme più ampia e la capacità di scendere in profondità dentro gli avvenimenti. Questo almeno è quello che ci diciamo in un tentativo forse di consolazione reciproca.

Talora quando abbiamo qualche grattacapo legato all’età (per esempio la difficoltà di recuperare memorie, soprattutto quelle recenti) Ismaele, citando san Paolo, proclama con tono solenne che, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Noi due – aggiunge – mentre i suoi occhi ridono – non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, che durano un momento, ma su quelle invisibili che sono eterne. Io gli rispondo che queste parole, dette da un fotografo, mi fanno molto pensare.


Helen e Ismaele mi hanno aiutato a superare la depressione nella quale ero precipitato, dopo la nefrectomia. Nella mia testa, brutte memorie riecheggiavano con insistenza, percorrendo circuiti riverberanti fuori controllo. Ricordavo l’esordio insidioso con malesseri difficilmente definibili. Soltanto dopo ho capito che si trattava di un linguaggio: quei malesseri erano le frasi di un discorso col quale il corpo tentava di comunicarmi che qualcosa non andava.

Ricordavo l’insolita prostrazione che si era infiltrata dentro di me avvelenando tutti gli spazi materiali e immateriali della mia vita, dai più banali a quelli più importanti, fin nei più piccoli e nascosti interstizi.

Ricordavo la irregolare e inspiegabile febbricola che mi perseguitava da alcuni mesi. Ricordavo l’improvviso violento dolore al fianco sinistro e subito dopo le urine colorate di rosso. Ricordavo il ricovero in ospedale, che era stato un viaggio in un altro mondo con altri spazi e altro scorrere del tempo, altra cultura, altre leggi, altre popolazioni, altre lingue. Ricordavo i colloqui con i medici, i loro sguardi sfuggenti, la loro incomprensibile difficoltà ad ascoltarmi e quindi a rispondere in modo semplice alle domande.

Ricordavo gli esami diagnostici. La Tac. La preghiera prima dell’esame: «Dio mio! Fa’ che non sia un tumore». La risposta del medico dopo l’esame: «È un tumore del rene, ma sembra ben capsulato». Ricordavo il risveglio dopo l’intervento chirurgico («Tutto è andato bene. Abbiamo dovuto lavorare un poco più a lungo del previsto ma tutto è andato bene»). Ricordavo i giorni del periodo post-operatorio con due tubi di drenaggio che fuoriuscivano dalla ferita e il catetere in vescica che mi terrorizzava. Ricordavo la necessità che qualcuno mi aiutasse, in quei giorni, per potermi girare nel letto. In quel periodo ho realizzato una delle più grandi conquiste della mia vita, ottenuta dopo grandi sforzi e con un potente esercizio della volontà: riuscire a girarmi da solo nel letto senza chiedere l’aiuto di nessuno.

Helen e Ismaele sono stati una terapia che, affiancata a quella farmacologica col citalopram, si è dimostrata efficace: la stanchezza si è progressivamente attenuata fino a scomparire; sono tornato a fare le mie quattro ore settimanali di piscina all’aperto con cinquanta vasche a seduta. Qualche volta mi accompagna Ismaele che ha la mia stessa passione per il nuoto.





3

In quel periodo ero impegnato nella stesura svogliata di un saggio sulla crisi dell’uomo all’inizio del XXI secolo. Tentavo con scarso successo di mettere un poco di ordine negli appunti scribacchiati nel corso dei miei anni di lavoro come professore di filosofia. Appunti caotici, buttati giù in fretta e furia con una grafia spesso incomprensibile anche a me stesso, quando li leggevo dopo qualche tempo. Misteriosi geroglifici che una volta forse avevano significato qualcosa.

Il punto di partenza del nuovo saggio avrebbe dovuto essere il punto di arrivo di un mio precedente lavoro su Pirandello.

Lo scrittore siciliano non è un filosofo di mestiere. I suoi testi però hanno importanti implicazioni filosofiche. I suoi personaggi esprimono l’inquietudine dell’uomo contemporaneo, che io facevo risalire allo smarrimento della nozione dell’essere. Ciò ha reso oscura la percezione della realtà delle cose, lasciando l’uomo nell’angoscia della solitudine.

Il personaggio pirandelliano si rende conto di non avere una reale consistenza. Gli manca un nucleo di aggregazione. Lo cerca ma non lo trova. I sei personaggi in cerca di autore chiedono agli attori non soltanto di indossare le loro maschere ma addirittura di identificarsi nella loro tragedia e di farli vivere, sia pure in una finzione teatrale. Chiedono di vivere. Aspirano cioè a un atto che li fissi in una consistenza concreta e definitiva. Chiedono una perfezione. E qual è questa perfezione, questo atto, se non la perfezione delle perfezioni, l’atto degli atti ovvero l’atto di essere?

Pirandello recide col bisturi tutte le relazioni del suo personaggio, isolandolo dalla realtà a lui circostante e dal suo proiettarsi storico. Nel dramma di Enrico IV, la vita, illusione tra le illusioni, si dimostra una beffa, una prigione che intrappola. Le storie familiari che lo coinvolgono sono penose, spesso torbide, con tradimenti veri od onirici (ma qual è la differenza?). Il taglio del bisturi è implacabile. Il personaggio trova il baratro anche dentro sé stesso. Ogni certezza è frantumata. Qual è la differenza tra pazzia e normalità? Quelle manifestazioni di vita, registrate come sue, sono simulacri, frutto dei mille compromessi che lo hanno messo in rapporto con gli altri. Tutto appare estraneo, con la sensazione angosciante di essere sospeso nel vuoto e di annaspare alla ricerca di un appiglio cui aggrapparsi per ricomporre la miriade di frammenti nei quali l’io si è disgregato. Che risposta può dare questo personaggio alla domanda: Chi è l’uomo?

La scrittura del nuovo saggio procedeva con grande difficoltà. A questo punto sono saltati fuori Helen e Ismaele.

La loro vita mi è apparsa subito una miniera inesauribile di avvenimenti, errori, lotte, scoraggiamenti, audacie, eccetera, alla ricerca, più o meno consapevole, di una risposta proprio a quella domanda che era il punto di partenza del nuovo saggio che avrei voluto scrivere: Chi è l’uomo?

E così, dopo un anno circa da quell’incontro nell’ambulatorio del Cervello, un giorno mi sono domandato: Perché incaponirsi nella stesura di un saggio? Dictum, factum: ho messo da parte, senza molti rimpianti, il progetto iniziale e mi sono avventurato nella narrazione della storia dei miei due amici.

Ricordo il momento in cui ho preso questa decisione.

Ero a Terrasini. Agosto era passato, sostituito da un più fresco settembre.

Il mare, sul quale si rispecchiava il cielo nuvoloso, aveva un colore diverso da quello verde topazio del mese precedente; era grigio.

Le giornate si accorciavano nell’avvicendamento variabile di luce e di oscurità.

Ero solo.

Avevo raggiunto a nuoto l’isolotto che fronteggia la costa, a cento metri circa dalla riva, e il cui profilo mi ha sempre fatto pensare a un vecchio indiano che galleggia sull’acqua a pancia insù.

Seduto su uno scoglio, ne accarezzavo con la mano destra la superficie irregolare, ricoperta di qualcosa che sembrava velluto animato da un continuo micro-movimento che trovavo rasserenante.

Il cielo apparteneva soltanto ai gabbiani che, talora lontani talora vicini, volteggiavano in larghi cerchi sopra la mia testa, con improvvise accelerazioni. Cercavano cibo lanciando a tratti urla stridule.

Il leggero vento muoveva il mare contro l’isolotto, facendo infrangere delicatamente le onde sugli scogli; quel fruscio, con le sue regolari oscillazioni, era il respiro del mare, il ritmo che in sottofondo accompagnava i miei pensieri.

Proveniente forse dalle alghe, è arrivata una zaffata improvvisa di uno strano odore acidulo che ha risvegliato nella mia memoria l’odore dell’inchiostro. Sin da bambino, mi dilettavo a scrivere adoperando una penna stilografica d’oro Montblanc, con pennino a tratto grosso, un regalo dei nonni. Ricordo, ben allineati sulla scrivania, tre piccoli recipienti con tre inchiostri di colore diverso: il nero (che ho sempre preferito), il blu e il rosso. La parola fissata sulla carta con i tratti dell’inchiostro della penna stilografica mi ha sempre sedotto.

Alzando lo sguardo dalla striscia di mare che avevo percorso a nuoto, potevo ammirare lo strapiombo della scogliera che avevo di fronte, sbalordito come sempre dalla policromia delle rocce. In alcuni tratti prevalgono linee a zigzag di colore rosso, in altri quelle bianche.

Mi hanno detto che queste rocce di Calarossa narrano duecento milioni di anni di storia geologica. Eppure il rumore del mare portava alle mie orecchie tracce di echi molto più lontani.

Alcuni echi, appena percettibili, coprendo la distanza di quasi quattordici miliardi di anni, riferivano la gioia delle stelle quando l’avventura ebbe inizio. Il profeta Baruc ne era consapevole: «Le stelle brillano nelle loro postazioni e gioiscono. Dio le chiama per nome ed esse rispondono: “Eccoci!” e brillano di gioia per il loro Creatore».

Altri echi, più vicini, provenivano da quattro miliardi e mezzo di anni, quando iniziò a formarsi la Terra. Altri, ancora più vicini, convogliavano suoni che, negli ultimi milioni di anni, si sono articolati in significati sempre più complessi, accompagnando il cammino di quel bipede che afferra oggetti e che sarà destinato a superare in grandezza tutte le stelle.

Infine c’erano gli echi degli ultimi cinquantamila anni, quelli più vicini, più giovani, più forti, più misteriosi. La musica del grande balzo, quando all’essere del cosmo è stato aggiunto l’essere delle persone.

Ascoltando rapito questa musica, ho pensato a una frase di Hermann Broch: «In tutte le vene della vita terrestre, in tutte le creature germogliate dalla terra, scorre e sale la notte, ininterrottamente trasformandosi in veglia e coscienza, interiorità ed esteriorità, da elementi informi creando figure che in sé contengono l’oscurità e in sé nascondono l’ombra, e librandosi in tale equilibrio, tra il nulla e l’essere, il mondo oscilla tra l’oscurità e la luce e si rende conoscibile nella sua opacità e nella sua luminosità».

Oscurità e luce.

L’atto di essere è forse la luce della quale il personaggio pirandelliano sente la mancanza? Ed è oscurità l’essenza?

Non lo so.

Bisogna correre i rischi che comporta l’esplorazione della dialettica tra oscurità e luce. Questo ha fatto Ismaele nel suo lavoro di fotografo. Questo ha fatto Helen nel suo girovagare per il mondo.

Il vento aveva asciugato la mia pelle. Sentivo ancora il sapore del mare sulle labbra. È un sapore diverso da tutti gli altri. Non è né gradevole né sgradevole, né delicato né grossolano, né piccante né scipito. È lo stesso sapore delle lacrime quando arrivano in bocca.


Gli anni prima del progetto

Fanciullezza e giovinezza

Terra arabile del sogno! Chi parla di murare?

Ho visto la terra distribuita in vasti spazi e il mio pensiero non si distrae dal navigatore.

Saint-John Perse

Ismaele (I)

Nelle sere luminose d’estate

Ismaele è nato a Palermo una domenica di novembre del 1947 poco prima della mezzanotte, sotto il segno dello scorpione, segno d’acqua che caratterizza – si dice – persone fascinose, appassionate, forse un poco discontinue, con occhi penetranti, grande capacità di osservazione e con uno spiccato senso dell’umorismo che sconfina talora nella cattiveria.

Nello zodiaco cinese era l’anno del maiale che contraddistingue persone coraggiose, generose, leali, calme e con grande senso di responsabilità. Helen, quando glielo ha detto, ha aggiunto subito: «Non ti preoccupare. Non dirò mai a nessuno che hai scoperto di essere un maiale».

La sua nascita non è stata accompagnata da segni particolari (terremoti, comparsa di comete o altro) che potessero testimoniare l’eccezionalità dell’evento. A conferma di ciò, Ismaele può essere giudicato, sin dalla nascita, una persona del tutto normale in qualunque modo si voglia intendere questa parola, anche nel significato statistico espresso dalla curva di Gauss.

Nell’ingresso alla vita ha preceduto il fratello Michele di quattro anni.

«Mamma, da dove viene Michele?».

«Da molto lontano».

«Perché è venuto? Non poteva restare lì dove era?».

«No. È venuto perché voleva conoscerti».

«Mamma…».

«Sì?».

«Non può tornarsene da dove è venuto?».

«No. Non può».

«Perché?».

«Perché è un dono che è stato fatto a te».

«Io non volevo questo dono. Volevo la macchina a pedali».

Ismaele (II)

Mi incamminerò lungo i sentieri

Gli occhi, ridotti a due fessure, lacrimano per il vento freddo. Nella sera di dicembre, Ismaele cammina veloce lungo la strada poco illuminata. Ormai è grande. Ha dieci anni. C’è buio e lui non ha paura. Anche la mamma sa che lui è grande e che non ha paura.

Ad Annunziata, la mamma di Ismaele, non piace cucinare, però due o tre piatti li sa fare bene. Quella sera ha pensato di preparare le lasagne per l’indomani che è il compleanno del marito Salvatore ma si è accorta che mancava il latte per la besciamella. Ha mandato il figlio a prenderne una bottiglia alla latteria Alp che si trova in via Lazio a un centinaio di metri da casa. Conosce i guardiani e sa che non ci saranno problemi legati all’orario di chiusura. Ha dato a Ismaele il denaro contante, ottanta lire. Alp è un acronimo: Azienda Latte Pastorizzato. Era iniziato il tempo degli acronimi. La velocità a tutti i costi. Lo schema, il riassunto al posto di tutte le venature della vita, anche quelle contraddittorie.

È tutto buio ma Ismaele è grande e non ha paura. Il cancello esterno della latteria è aperto. Lui entra, percorre il piccolo giardino e trova la porta chiusa ma non a chiave. La apre e si inoltra nel corridoio. In fondo intravede un fascio di luce bianca proveniente da una porta appena accostata. Avvicinandosi sente un vociare sempre più forte. Alcuni urlano.

Ormai è grande. Ha dieci anni. La gente urla e lui non ha paura.

Apre la porta e infila dentro la testa. La stanza è grande col soffitto alto. Le pareti sono coperte sino al tetto con mattonelle bianche quadrate e il pavimento è fatto con mattoni rossi rettangolari. Al centro giganteggiano le apparecchiature che lo hanno sempre affascinato e che in quel momento sono ferme. Addossata a una parete, una scaffalatura in legno, alta fino al tetto, è piena di bottiglie di latte da un litro e da mezzo litro, col tappo di due colori, rosso e azzurro. Sembrano tanti soldatini affiancati pronti per la guerra.

Tutto questo Ismaele lo nota in un istante. Nello stesso istante si accorge che qualcosa non va. Non si aspettava di essere trafitto da quegli occhi che lo guardano. Non sarebbe mai dovuto entrare. Ci sono almeno trenta omacci. Nerboruti, mal rasati, con vestiti pesanti, stivali sporchi di fango e fucile a tracolla. Molti hanno la coppola; altri hanno un fazzoletto avvolto attorno al collo. Alcuni fumano stringendo il pacchetto di sigarette in mano. Sono le nazionali esportazione senza filtro, le stesse che fuma lo zio Rocco. Riconosce il pacchetto verde con sopra disegnata la silhouette nera di un veliero su un alone bianco. Verde, nero, bianco.

Ismaele con un colpo d’occhio blocca nella memoria la scena con tutti i dettagli. Potrebbe disegnare l’identikit di ognuna delle trenta persone. Fra molti anni parlerà di memoria fotografica. Intanto, un pensiero strano gli attraversa la testa per la prima volta: Io farò il fotografo.

Non parla più nessuno.

Ormai è grande. Ha dieci anni. Nella stanza è sceso un silenzio gelido e lui non ha paura. O forse ne ha un poco.

Riconosce l’uomo che si sta avvicinando. È il signor Curcurù, uno dei guardiani, che si rivolge dapprima a tutti gli altri: «Tranquilli. U canusciu»; poi si china verso Ismaele: «Picciriddu, chi bboi?».

Ismaele gli dice: «Una bottiglia di latte da un litro».

Il signor Curcurù con grande rapidità gli porge la bottiglia di latte e gli mette in mano una carta da diecimila lire sussurrandogli: «Vatinni! Ri corsa!».

Ismaele prende sia la bottiglia sia la banconota e se ne va via di corsa.

Molti anni dopo si sarebbe venuto a sapere che la latteria Alp di via Lazio era luogo di incontro abituale di una delle bande coinvolte nelle guerre di mafia, che sarebbero diventate sempre più cruente. In quell’anno Luciano Liggio di Corleone stava perfezionando i dettagli di un’alleanza con Gaetano Badalamenti di Cinisi. Insieme avevano costituito una società di autotrasporti per guadagnare il più possibile nei lavori di costruzione dell’aeroporto di Punta Raisi.

Ismaele non ha mai raccontato a nessuno l’incontro in latteria. Ha portato la bottiglia di latte alla mamma, rimanendo in silenzio. Chissà perché ha dimenticato che fine abbia fatto la carta da diecimila lire, quella rosso-giallastra che al solo pensiero lo fa ancora sentire ricco e importante, quella che nella parte centrale del verso riportava il profilo di Dante Alighieri.

Quello strano pensiero, Io farò il fotografo, lo ha riposto in una specie di cassetto della memoria simile a quei cassetti stracolmi dove si mettono quelle cose inutili che per qualche misterioso motivo non si vogliono mai buttare.

Ismaele (III)

Pizzicato dalle spine del grano

Ismaele e gli altri bambini giocavano divisi in bande. Ammassando pietre, costruivano piccole fortificazioni circolari che chiamavano i «fortini». Le bande combattevano tra di loro, spesso a pietrate. C’era una gerarchia basata prima di tutto sulla forza fisica, poi sulle abilità peculiari di ciascuno, che venivano riconosciute e rispettate (soprattutto la destrezza nel gioco del calcio) e infine sull’età. Ismaele non era il capo ma non era neanche un soldato semplice. Era un consigliori della banda, uno stratega, uno che studiava i piani.

Michele lo guardava con ammirazione.

Ismaele giocava volentieri con lui. Lo proteggeva sempre. Gli piaceva fare il fratello maggiore.

La mamma li aveva portati a passeggiare al Giardino inglese. Entrambi correvano tenendosi per mano. Michele, inciampando su una pietra, era caduto, restando aggrappato alla mano del fratello.

Devo fermarmi? si era chiesto Ismaele. Forse sarebbe stata la cosa migliore da fare ma a lui venne fulminea un’altra idea: Se continuo a correre, la velocità della mia corsa terrà Michele in aria e lui non si farà male.

L’intenzione era buona.

Come tutti i suoi amici, anche lui aveva una fionda. Aveva cercato un robusto ramo di albero che potesse essere sagomato a Y. Aveva collegato un laccio elastico alle due estremità della Y e aveva attaccato al centro del laccio una toppa ritagliata dalla camera d’aria di uno pneumatico inutilizzato.

Era abilissimo. Con la sua banda identificava di volta in volta gli obiettivi da centrare, in genere finestre di case dove vivevano persone particolarmente antipatiche. La tattica era semplice: colpire e fuggire velocemente per non essere riconosciuti.

Un giorno, alcuni operai avevano allestito un piccolo cantiere per installare una serie di pali della luce ai due lati di una strada; poi avevano appeso le lampade. Il lavoro era durato una settimana.

Ismaele e gli altri componenti della banda avevano seguito con grande interesse tutte le operazioni, informandosi dei vari passaggi. Spesso portavano da bere agli operai che erano contenti e li guardavano con simpatia pensando: Chi bravi carusi! Vulissi ca mi figghiu fussi comu iddi.

Quando il lavoro fu concluso, gli operai andarono via e quei bravi ragazzi con le fionde distrussero le lampade dell’illuminazione pubblica, una alla volta, dalla prima all’ultima.

Il gioco prediletto era il calcio.

Le porte erano segnate da due pietre messe per terra. Non c’erano pali né traverse. Questo significava che dopo ogni tiro in porta non rasoterra iniziavano discussioni interminabili: «È stato gol» (in realtà dicevano: «golle»). «No. Il tiro è andato fuori». Discutevano animatamente ma senza livore. Il massimo dell’offesa era: «Ziccusu», che in siciliano significa spilorcio. Nel contesto significava: «Per vincere sei disposto a qualsiasi bassezza». A questo punto, l’accusato, per dichiarare la propria onestà, citava a testimone un santo: «È stato golle. Te lo giuro per San Giovanni che non fa inganni».

Se il tiro molto forte prendeva in faccia qualcuno, il responsabile domandava: «T’abbullai?» (Ho stampato un bollo sulla tua pelle?). Questa domanda era anche una implicita richiesta di scusa.

Nelle partite ovviamente non c’era mai nessuno che volesse fare l’arbitro perché in Sicilia l’arbitro di calcio è per definizione un gran curnutu.

Ismaele dava calci (non solo al pallone) e ne riceveva tanti. Tornato a casa, tentava di nascondere le escoriazioni cutanee perché la mamma, quando se ne accorgeva, ci metteva sopra l’alcol.

Ismaele stringeva i denti, batteva i piedi per terra, soffiava con la bocca e diceva «Ahiahiahiahi…», quando la mamma puliva la ferita.

«Minchia come brucia l’alcol!».

Ismaele (IV)

Calpestando l’erba sottile

Da qualche giorno Ismaele avverte qualcosa di nuovo. Desidera incontrare Angela, la bambina che abita al piano di sotto. Desidera passare del tempo con lei. Desidera toccarla. In modo ancora confuso gli capita per la prima volta di stare attento al proprio aspetto fisico e a quello che dice perché non vuole darle una cattiva immagine di sé stesso. Sente qualcosa di indefinibile, una specie di tenerezza che non ha ragioni comprensibili.

Proprio quella notte ha sognato Angela.

Erano su un lungomare onirico, quindi di difficile localizzazione, soli, seduti l’uno di fronte all’altra sulla sabbia, sotto il sole cocente dell’estate siciliana.

Guardandola negli occhi, aveva fatto con grande imbarazzo qualcosa nello stesso tempo di naturale e inaspettato, di improvviso e da lungo atteso.

Aveva baciato Angela sulle labbra.

***

Ismaele, all’età di tredici anni, ha fatto uno strano sogno che più volte poi è ritornato.

Si trova sperduto in una città in mezzo alla folla. I sogni non riconoscono il principio di non-contraddizione: la città è la sua città, la riconosce; la città non è la sua città, non la riconosce. Sta iniziando il tramonto. L’aria è pesante, grigia, impregnata di sabbia portata dallo scirocco. La gente, vestita con abiti scuri uniformi, ha fretta e parla una lingua straniera. Ismaele è solo; vorrebbe sapere dove si trova. Si rivolge ai passanti e quelli biascicano in fretta alcune incomprensibili parole, fissandolo con occhi vuoti, cerchiati da un intrico di rughe. La curiosità diventa preoccupazione, poi paura, poi angoscia.

Ormai con le lacrime agli occhi, scappa senza una direzione precisa. Correndo arriva a una strada: è la strada dove abita, la riconosce; non è la strada dove abita, non la riconosce. Cade e si fa male a un ginocchio. La gente, frettolosa, gli si rivolge sempre in lingua straniera. D’improvviso, ormai inaspettato, un passante nella sua lingua finalmente gli chiede: «Che cosa ti è successo? Hai bisogno di aiuto?».

Ismaele (V)

Incantato

Quando si pensa agli anni della giovinezza, c’è sempre qualcuno che viene in testa prima di tutto il resto. Per Ismaele è Bruno, un coetaneo con i capelli rossi, minuto, vivace, gran giocatore di calcio su entrambe le fasce, con preferenza per quella sinistra. Bruno, che era stato espulso per indisciplina dal Gonzaga, il liceo di Palermo gestito dai gesuiti dove per tradizione veniva formata la classe dirigente della città, si era trasferito nel meno elitario liceo classico Garibaldi. Lì aveva incontrato Ismaele.

Erano diventati amici inseparabili. Parlavano di tutto: dai film appena visti (il primo fu La cuccagna di Luciano Salce con Luigi Tenco) alle avventure con le ragazze, con le quali entrambi riscuotevano un discreto successo. Parlavano molto anche della politica italiana.

All’Università avrebbero scelto facoltà diverse: medicina per Bruno, con una futura carriera di anestesista fino alla direzione di un importante reparto ospedaliero a Milano; filosofia per Ismaele con una imprevista carriera di fotoreporter.

Anche quando vivevano lontani, sono rimasti in contatto, con frequenti telefonate oppure scambi di e-mail oppure incontri che comportavano il viaggio di Bruno a Palermo o quello di Ismaele a Milano o la ricerca di un punto di incontro intermedio, tra Firenze e Napoli: la soluzione preferita da entrambi.

Bruno, nonostante l’espulsione dal Gonzaga, era rimasto un cattolico convinto, intelligente e coerente. Aveva tentato più volte, con tenacia, di coinvolgere Ismaele, il quale, sostanzialmente agnostico pur se aperto al mistero, resisteva continuando a cercare, senza trovarlo, il bandolo della sua matassa.

Tutti hanno bisogno di qualcosa in cui credere. Ismaele per esempio in quegli anni compiva i suoi atti di fede guardando con simpatia il gruppo del Manifesto. E poiché tutti hanno bisogno anche di coltivare la speranza, Ismaele sperava nella Cina del presidente Mao.

Bruno nel mese di gennaio del 1970 ha scritto nel suo diario: Ismaele è stato fermato dalla polizia durante una manifestazione studentesca non autorizzata. Mi ha raccontato che, dopo una notte passata in carcere senza alcun motivo, lo hanno portato in una stanza squallida e fredda. È stato interrogato da un commissario che ha iniziato col chiedergli le generalità. Un uomo sgradevole, obeso, col volto non rasato, baffi volgari, cravatta chiassosa col primo bottone della camicia slacciato, colletto della camicia sporco…

Ismaele mi ha confessato che avrebbe voluto rispondergli recitando brani della Divina commedia o della Terra desolata.

I movimenti studenteschi erano arrivati in Italia nel 1969. Iniziati nel 1964 negli Usa, a Berkeley in California, in una delle più elitarie università statunitensi, sono conosciuti come i moti del Sessantotto perché raggiunsero la massima espansione in Europa proprio nel 1968 durante il maggio parigino, quando si verificarono una serie di violente manifestazioni che finirono per essere una rivolta contro lo Stato con fantasiosi slogan: «l’immaginazione al potere», «proibito proibire», «siate ragionevoli, chiedete l’impossibile».

Gli studenti all’inizio protestavano contro la guerra del Vietnam e a favore delle battaglie per i cosiddetti diritti civili. Poi si erano rapidamente orientati contro il principio di autorità in generale e quindi contro ogni potere, buono o cattivo che fosse. Contestavano tutto il sistema scolastico considerato, spesso a ragione, inadeguato e obsoleto. In Italia furono subito fiancheggiati dagli operai che, nelle fabbriche, rifiutavano l’organizzazione del lavoro, talora massacrante. Il potere è di tutti, affermavano, e si esercita nell’assemblea (degli studenti, degli operai, eccetera); è lì che si vota, dopo aver discusso democraticamente con la partecipazione di tutti. Il potere è del popolo.

Un giorno, alla fine del 1969, Ismaele ha accompagnato Bruno in un’assemblea dove si doveva decidere la prima occupazione nella storia della facoltà di Medicina di Palermo. Hanno ascoltato l’intervento appassionato di un professore marxista, direttore di un istituto: «Ecco», declamava costui dal basso indicando con un movimento ampio del braccio destro la platea degli studenti che affollavano l’emiciclo. «Ecco la nostra forza rivoluzionaria: gli studenti. La rivoluzione è vicina».

L’assemblea quel giorno deliberò l’occupazione di tre luoghi simbolici della facoltà: l’istituto di Anatomia umana, l’istituto di Medicina legale e l’aula della Clinica medica. Gli studenti considerarono un obbligo morale, un omaggio doveroso, occupare anche l’istituto diretto da quel professore che si era dimostrato così dialetticamente illuminato. L’illuminato però richiese subito l’intervento della polizia perché venissero cacciati (anche con le cattive) coloro che avevano osato occupare il suo istituto.

Nel 1969 il relatore marxista del simposio, giovane e brillante professore universitario di Filosofia, concluse il suo intervento esclamando ad alta voce: «La democrazia ha i suoi principi sacri. La democrazia funziona con la regola della maggioranza».

La ragazzina timida, che era stata in silenzio ad ascoltarlo nella saletta dove erano riunite nove persone, gli chiese: «Lei non crede che per gli ungheresi e per i cecoslovacchi fosse sacro anche il loro territorio invaso dai carri armati sovietici?».

Il relatore rispose: «Compagna, il comunismo si raggiunge anche attraverso la sofferenza. La rivoluzione non è un invito a pranzo». Stava citando il presidente Mao.

Molti anni dopo lo stesso docente (al quale era stato conferito il titolo di professore emerito e che frattanto era diventato senatore della Repubblica, eletto nelle liste di Forza Italia) concluse un altro suo intervento esclamando ad alta voce: «La democrazia ha i suoi principi sacri. La democrazia funziona con la regola della maggioranza».

Un’altra ragazzina, che era stata in silenzio ad ascoltarlo nella sala del teatro Il Massimo stracolma di persone, gli chiese: «Che cosa mi può dire delle popolazioni bombardate per l’obbligo morale che gli Usa sentono di esportare, anche con la guerra, la democrazia in tutto il mondo?».

«La democrazia si raggiunge attraverso sacrifici, mia cara. La maggioranza stabilisce ciò che è opportuno fare e bisogna farlo, costi quel che costi. L’impegno per il progresso non ha alcuna certezza tranne quella del sacrificio». Stava citando, seppur con qualche ritocco, il presidente George Walker Bush. La frase originale era: «La guerra non ha alcuna certezza, tranne quella del sacrificio».

Il movimento studentesco era gestito da una oligarchia. C’erano regole apparentemente democratiche (ci può essere qualcosa di più democratico del voto di tutti?) e c’erano anche astuti sistemi di controllo e di manipolazione. Ismaele non ha dimenticato la scaltrezza, durante le riunioni, dei pochi detentori del potere reale.

«Fate parlare a lungo i partecipanti», raccomandavano ai loro accoliti. «Quando saranno stremati dalla stanchezza, poco prima della votazione finale, quella decisiva, prenderanno la parola quelli tra noi più dotati nell’arte oratoria, con interventi brevi, incisivi, fondamentali per i nostri interessi e il gioco è fatto. La votazione pressoché all’unanimità delle nostre mozioni è assicurata».

***

Ismaele cammina a testa bassa, in silenzio e col volto tirato, in via Vittorio Emanuele. È diretto con Bruno da Ilardo, al Foro italico, per sedersi all’aperto sul lungomare e gustare quel gelato che si chiama il pezzo duro ed è di due gusti.

Ha appena partecipato a una riunione dei capi del movimento studentesco e ha sentito teorizzare l’opportunità che «ci scappi il morto» anche a Palermo. Appena finita la riunione è andato a cercare l’amico.

Parla sottovoce. Le parole gli escono stentate dalla bocca: «C’è qualcosa di disumano in tutto questo, qualcosa che va oltre le ideologie permeando e distorcendo il bisogno di pulizia che tutti abbiamo».

 «I capi del movimento manipolano gli studenti usando la tattica del generale Sun Tzu», gli risponde Bruno con gli occhi che scintillano divertiti. Sa che prenderà di sorpresa Ismaele: «Sun Tzu? Cu minchia è?».

 «Il protagonista di una storia zen».

Da qualche tempo Bruno ha sviluppato una grande passione per le storie zen, con le quali martella Ismaele. Ne ha una pronta per ogni occasione. Alcune sono inventate. Queste storie per qualche misterioso motivo fanno innervosire Ismaele che ora si deve sorbire la storia di Sun Tzu narrata con perfida lentezza.

Il generale Sun Tzu si era trovato improvvisamente di fronte al nemico. Pur essendo l’esercito avversario molto più numeroso, Sun Tzu avrebbe voluto attaccarlo. I suoi soldati però non erano altrettanto sicuri. C’era un tempio lì vicino. Sun Tzu vi si recò e, prima di entrare, disse ai suoi uomini: «Chiederò un segno agli dei. Dopo aver pregato, lancerò una moneta in aria e gli dei, che intessono le trame dei destini, decideranno per noi. Se verrà testa attaccheremo il nemico, se verrà croce non lo attaccheremo».

Sun Tzu entrò nel tempio e vi rimase a lungo in atteggiamento apparentemente devoto. Poi uscì e, davanti ai soldati, lanciò una moneta in aria. Testa. Gli dei si erano espressi.

I suoi soldati si lanciarono in battaglia esultanti, con coraggio, inarrestabili e sicuri della vittoria. Sbaragliarono il nemico. Dopo la vittoria, l’aiutante di Sun Tzu, volendo sintetizzare la morale della storia, disse: «Nessuno può cambiare ciò che il destino ha deciso».

«No davvero», rispose il generale mostrandogli la moneta che aveva lanciato in aria: aveva testa su entrambe le facce.

Qualche tempo dopo avrebbe scritto L’arte della guerra.

Helen (I)

La sete ci istruisce sull’acqua

Helen è nata il 23 marzo del 1958 in Portogallo, nella città di Oporto, che lei definisce «grigia». Il padre, Feng Yongyuan, era un imprenditore cinese nato a Macao, dove aveva conosciuto la futura madre di Helen, Beatriz Garcia Brandao, una donna portoghese, una donna fatale che lo aveva convinto a trasferire in Portogallo la sede delle sue fiorenti attività legate al commercio della seta e di oggetti di artigianato.

I primi ricordi che Helen ha del padre risalgono a quando le aveva insegnato a nuotare a Matosinhos. La bambina stupita, l’osservava tornare a riva, dopo lunghe nuotate, e sedersi accanto a lei perfettamente asciutto, senza una goccia d’acqua sulla pelle. Come faceva a non essere bagnato se era appena uscito dal mare?

Feng avrebbe voluto che Helen facesse il medico. Invece a lei piacevano i numeri, la teoria delle decisioni, la ricerca di un disegno nel caos. Helen ha studiato economia e si è laureata a Oporto in un torrido lunedì di luglio del 1981.

Si sentiva la padrona del mondo e della propria vita. Non era poi tanto brutta. Non era poi tanto stupida. Il mondo era grande e voleva conoscerne il più possibile. Il padre le aveva trasmesso quell’inquietudine che si manifesta col desiderio di esplorare.

Nei viaggi, Helen ha sempre portato con sé i diari, dove ha continuato ad annotare i suoi pensieri, pur se in modo irregolare e discontinuo, in qualunque paese sia andata.

Feng Yongyuan, un cinese alto, forte, abile negli affari, raffinato, amante delle bellezze, non era riuscito a convincere la figlia a laurearsi in medicina ma era riuscito a inserire dentro la sua mente, razionale e appassionata di numeri, l’amore per la musica e per la letteratura.

Nella testa di Helen si realizzano strane convivenze. Per esempio, la teoria soggettiva della probabilità di Bruno De Finetti con Homo Faber di Max Frisch e con le sonate per pianoforte di Skrjabin; oppure il concerto per clarinetto e orchestra in la maggiore K 622 di Mozart con l’algoritmo Monte Carlo e con La morte di Virgilio di Hermann Broch; La montagna incantata di Thomas Mann con l’argomento diagonale di Cantor e con Enigma variations di Elgar; il teorema di Bayes con Sometimes I feel like a motherless child cantata da Odetta e con 2666 di Roberto Bolaño.

Helen ha amato molto suo padre. È riuscita ad abbracciarlo un’ultima volta, il giorno prima della sua morte, arrivata a Oporto da Hong Kong appena in tempo.

Lui aveva avuto la forza di aspettare l’arrivo della figlia.Le aveva detto: «Helen, sono ancora convinto che avresti dovuto fare il medico». «Papà, ti voglio bene», aveva risposto lei.

Con la madre (che è ancora viva mentre scrivo questa storia) Helen ha sempre litigato. La giudica una donna opportunista, rapace e manipolatrice. L’ha sempre detestata, troncando tutti i rapporti con lei. All’età di dodici anni, le aveva fatto trovare sul letto un libriccino, L’educazione sessuale spiegata a un’adolescente. Non trattò mai il tema con lei. Il suo intervento si limitò soltanto a quel libriccino che Helen non aveva mai aperto.

Helen ha sempre pensato che sua madre non abbia mai amato il marito; che fosse più interessata alle sue ricchezze. Quando lui si era ammalato gravemente, per le conseguenze di una brutta caduta da cavallo, Beatriz aveva seguito quasi con fastidio la malattia. Feng invece adorava la moglie.

Alcune volte Helen esplodeva: «Papà, la mamma è cattiva!» e gli elencava le sue ragioni. Feng ascoltava. Poi, accarezzandole la testa, sussurrava: «Bambina mia, io amo tua madre nonostante i suoi difetti».

Helen (II)

Il racconto delle battaglie ci istruisce sulla pace

Helen e le altre bambine si divertono col gioco della campana.

Disegnano col gesso sul marciapiede una serie di caselle rettangolari in successione e le numerano. Le prime tre sono una dietro l’altra; dopo ce ne sono due affiancate (quattro e cinque); poi una sesta isolata; altre due successive affiancate (sette e otto); la numero nove isolata e infine l’ultima casella, la decima, a semicerchio.

Helen inizia il gioco lanciando un sassolino tentando di farlo entrare dentro il rettangolo della prima casella. Se sbaglia il tiro, perde il turno e lo cede a un’altra bambina.

Se non sbaglia, comincia l’impresa: saltellando su un piede deve percorrere tutte le caselle secondo la progressione numerica, senza toccare nessuna linea o uscirne fuori, evitando quella in cui si trova il sassolino. Nelle due caselle affiancate può posare i piedi per terra, uno per casella.

È un gioco di equilibrio e di forza. Giunta alla casella finale, Helen si volta e, sempre saltando su un piede, compie il percorso del ritorno con le stesse modalità. Passando per la casella col sassolino, deve raccoglierlo, restando sempre su un piede. Tornata al punto di partenza si volta, lancia il sassolino nella casella numero due e, se non ha sbagliato il tiro, riparte. Vince chi riesce a completare il percorso toccando col sassolino tutte le caselle.

Le gare non finiscono mai. Sono interrotte dal buio, in genere senza vincitori né vinti.

Il gioco è conosciuto con altri nomi, per esempio il gioco del mondo come l’omonimo libro di Julio Cortázar.

Nel gioco del mondo, la prima casella è chiamata la terra e l’ultima, quella a semicerchio, il cielo. Per arrivare dalla terra al cielo bastano piccole cose: alcune linee tracciate col gesso su un marciapiede, un sassolino, i saltelli sulla punta dei piedi. È necessario però che ci sia anche l’infanzia.

Il percorso è difficile e, quando riesci a compierlo, ti accorgi che l’infanzia è di colpo finita e sono iniziate le inquietudini degli adulti.

Helen (III)

Il dolore ci istruisce sulla gioia

Poco prima della laurea, Helen aveva conosciuto un giovane pianista di talento, André Soares, cinque anni più grande di lei.

Le era stato presentato non appena aveva finito di suonare il concerto per piano n. 2 di Shostakovich.

Immediatamente una strana, forte attrazione. Avevano cominciato a frequentarsi. È forse l’uomo della mia vita? Condivideva con lui il diario dove annotavano avvenimenti che li avevano colpiti, aggiungendo alcune considerazioni e talora anche qualche poesia o qualche ritaglio di giornale.

Alle soglie del matrimonio, alla fine del 1982, Helen aveva causato la morte di André. Aveva ventiquattro anni quando a un ricevimento intercettò lo sguardo pieno di desiderio di uno sconosciuto capitano della marina portoghese, un uomo molto bello. Si era sentita lusingata. Avrebbe dovuto essere coraggiosa e fuggire. Invece aveva pensato: Una sola volta. Non è amore. Non sbaglierò mai più. Una sola volta.

 Il ritorno di André fu imprevisto. Li scoprì. Non disse una parola. Nemmeno Helen parlò. Lui, abbassando gli occhi, si voltò e uscì. Dopo un’ora si era ucciso con un colpo di pistola al cuore, il 31 dicembre del 1982. Un venerdì.

Helen era riuscita a entrare nella stanza. «Fermati! Non entrare!», aveva gridato qualcuno nel trambusto, tentando di bloccarla.

Lei era riuscita a entrare, contorcendosi con strappi violenti. Nessuno avrebbe potuto fermarla. Nessuno.

I suoi occhi trasmettevano al cervello una successione di immagini distorte dalle lacrime. Immagini che da allora non l’hanno più abbandonata: il corpo di André posseduto dall’agghiacciante assenza di movimento di chi è morto, la testa appoggiata sullo scrittoio, il sangue dappertutto, avvolta intorno al collo e macchiata di sangue la sciarpa di seta di colore azzurro che lei gli aveva regalato appena una settimana prima, uno spartito aperto sul pianoforte…Avevano dovuto trascinarla fuori a viva forza.

***

Quasi quarant’anni dopo, mentre ascolto Helen che racconta questa tragedia, vedo i suoi ricordi trasfigurarsi in figure danzanti davanti agli occhi. Avverto lo scorrere di immagini che, congelate nel silenzio, rimbalzano senza fine dentro le viscere della sua anima, toccando tutti i momenti della vita, quelli che erano passati e quelli che sarebbero venuti.

«Ecco perché sono fuggita in Cina», conclude.

«È impossibile però cancellare i ricordi.

Io penso sempre ad André. Anche in questo momento lo rivedo mentre si tuffa da una barca e mi raggiunge a nuoto nelle acque di Matosinhos.

Il sole sta tramontando. Sotto quella luce, l’acqua del mare dona alla sua pelle abbronzata una lucidezza particolare, che mi affascina. Vedo quel colore caldo e desidero toccare quella pelle leggera. Voglio fermare per sempre la gioia e i sorrisi di quel momento. Voglio che esplodano. Il mondo è mio. André è il Re e io sono la Regina. Quella barca che oscilla placidamente è il nostro regno e non importa se attorno spirano raffiche di violenza e di stupidità; non importa se Israele ha invaso il Libano meridionale; se l’Inghilterra ha attaccato l’Argentina per le isole Falkland; se quasi settanta persone sono morte schiacciate durante una partita di Coppa Uefa a Mosca».

Helen (IV)

Gli oceani che abbiamo attraversato ci istruiscono sulla terraferma

All’età di diciassette anni, Helen aveva rischiato di annegare, travolta da un’onda lunga, a Leça da Palmeira sull’oceano Atlantico. Da allora le capitava talora di risvegliarsi, madida di sudore e col cuore che batteva all’impazzata, dopo aver sognato onde enormi che la travolgevano, sballottandola come se fosse dentro una lavatrice. Il mare aveva cominciato a farle paura.

Il 13 febbraio del 1988 è cambiato tutto.

Si trova nel Queensland, in Australia, per ammirare la barriera corallina. Ha raggiunto, dopo due ore di navigazione, una piattaforma, dove, sorseggiando un’aranciata, ascolta distrattamente un gruppo di giovani riuniti intorno a un istruttore. Preparano un’immersione subacquea.

Sulla piattaforma c’è l’elicottero che viene noleggiato ai turisti per permettere loro di osservare dall’alto la barriera. Helen chiede al pilota di poter fare un giro e quello acconsente, volando però insolitamente a pelo d’acqua e non alla consueta altezza di 20-30 metri.

Helen, guardando dall’alto le profondità di quel mare trasparente, sente l’oceano sussurrare qualcosa come: «Coraggio, tuffati».

La paura scompare, sostituita da un forte desiderio di immergersi in quelle acque.

Ed ecco improvvisa una pazza idea. Tornata sulla piattaforma, Helen si dirige verso l’istruttore che è ancora lì per gli ultimi dettagli. Facendosi coraggio, gli chiede: «Posso immergermi col vostro gruppo?». Sa bene che la probabilità di ottenere come risposta un secco «No», accompagnato da una risata, è vicina al 99%.

L’istruttore invece le risponde con un’altra domanda: «Hai idea di che cosa sia un’immersione?». Il suo sguardo, dapprima curioso, diventa sempre più divertito.

«No. Non mi sono mai immersa».

Le successive parole sono sorprendenti: «C’è sempre una prima volta. Possiamo tentare. Ma a due condizioni».

«Quali?».

«Primo: dobbiamo chiacchierare un poco, non più di quindici minuti. Devo fornirti un minimo d’istruzione. Secondo: devo rendermi conto di come ti muovi sott’acqua».

L’istruttore le spiega rapidamente il minimo che ritiene necessario: le attrezzature, i tubi di collegamento con le bombole, la necessità di essere sempre in compagnia, il modo di segnalare qualcosa che non va per il verso giusto eccetera.

La prova per superare la seconda condizione si svolge dentro una delle gabbie che servono per proteggere dagli squali. L’istruttore chiede a Helen di togliersi la maschera sott’acqua, e provare a rimetterla, restando attaccata al respiratore. Glielo fa fare più volte e osserva come si muove.

Gli altri aspettano pazientemente.

Alla fine: «Verrai con noi, Helen. Un’immersione di quindici minuti soltanto. Un’ultima condizione: non dovrai lasciare mai la mia mano».

«Salta».

Helen non ha il tempo di avere paura.

Per saltare non bisogna pensare a concetti astratti come il coraggio o la paura. È necessario invece che, obbedendo alla propria intimità più profonda, il cervello trasmetta un ordine secco e immediato ai propri muscoli, un ordine che non può essere disatteso.

«Salta».

Helen salta senza esitazione e si immerge per la prima volta nella meraviglia.

Lascia subito la mano dell’istruttore. Non ne sente il bisogno.

L’immersione dura quarantacinque minuti.

Quando escono l’istruttore le domanda: «Hai visto lo squalo che ti ha sfiorato?».

Lei risponde: «Quale squalo? Con tutto quello che mi circondava, tra coralli e pesci variamente colorati, lo squalo (che tra l’altro non ho visto) sarebbe stato soltanto una macchia grigia».

L’istruttore allunga una mano per sfiorarle il collo e le dice: «Brava».

Età matura

La tua irrequietudine

mi fa pensare

agli uccelli di passo

che urtano ai fari

nelle sere tempestose.

Eugenio Montale

Ismaele (I)

Sentirò la freschezza ai miei piedi

Venne il tempo dei viaggi all’estero.

A vent’anni Ismaele frequentava la facoltà di Filosofia e non aveva alcuna idea di quello che avrebbe fatto nella vita. Ma questo non aveva importanza. Si sentiva libero. Era il padrone del mondo, mentre camminava per le strade di Praga a metà agosto. La mattina poteva stare con una maglietta a maniche corte. La sera però era necessario un cardigan.

Erano iniziati da poco, gestiti dagli stessi studenti, gli scambi culturali europei, la preistoria dell’Erasmus. Si svolgevano durante l’estate. Bruno aveva chiesto di poter frequentare la clinica medica di Praga e all’inizio dell’agosto del 1968 era stato accolto alla Charles University. Dormiva e mangiava in ospedale.

Era andato con la sua macchina, una Mini minor rossa, che aveva imbarcato sul postale da Palermo a Napoli. Aveva fatto una prima tappa di qualche giorno a Firenze; una seconda tappa a Vienna e infine era entrato in Cecoslovacchia.

Il 16 agosto Ismaele era andato a trovarlo in treno. Era partito l’8 da Palermo e anche lui aveva fatto due tappe, Verona e Innsbruck. A Ismaele piaceva viaggiare in treno. Nel viaggio – sosteneva – bisogna saper vivere bene anche l’occasione fornita dalla distanza che c’è tra un luogo e l’altro. Più lunga è la distanza, più lungo è il tempo che trascorre e più interessante può essere il viaggio, la cui unità di misura per lui era costituita dai libri che si portava e che leggeva durante gli spostamenti. In quell’occasione si era portato Lettere dal carcere di Antonio Gramsci e La terra desolata di Eliot. Bruno e Ismaele avevano in programma di rientrare insieme a Palermo con la Mini minor rossa.

Durante la mattina Ismaele girava per la città, mentre Bruno lavorava in corsia.

Dal pomeriggio poi entrambi restavano insieme sino a notte inoltrata, in compagnia dei colleghi di Bruno. Ismaele trovava i coetanei di Praga uguali a lui, con lo stesso modo di vestire, gli stessi pensieri, gli stessi problemi, la stessa maniera di divertirsi, le stesse preferenze musicali. Parlavano pochissimo di politica. A Praga incontrava le stesse persone che incontrava in qualunque giorno dell’anno a Villa Sperlinga, ragazzi che passavano il tempo a chiedersi che cosa fare per passare il tempo.

Se avesse dovuto scegliere una colonna sonora, sarebbe stata A whiter shade of pale dei Procol Harum.

La sera del 20 agosto andarono a dormire spensierati come sempre, Bruno in ospedale e Ismaele in una pensione vicina. La mattina del 21, al risveglio, i mezzi corazzati russi e degli altri paesi del patto di Varsavia erano entrati nella città. L’Urss non aveva tollerato la primavera di Dubcek, giudicata un’aggressione imperialistica dell’Occidente.

Gli studenti si riversano nelle strade. Circondano pacificamente (nella maggior parte dei casi) i blindati, costringendoli spesso a fermarsi. Sanno perfettamente quello che sta accadendo e hanno paura. È già successo nel 1956 a Budapest. Chiedono ai militari sovietici: Perché? E i militari sovietici, ragazzi anche loro, stanno ad ascoltare, senza capire. Che risposte potrebbero dare?

Qualcuno fa ondeggiare la bandiera cecoslovacca di fronte ai blindati.

Un soldato sovietico innervosito alza il fucile e il ragazzo praghese gli si mette davanti sotto tiro, scopre il petto e grida: «Zastrˇ el meˇ! Pojd’». Gli amici traducono per Ismaele e Bruno: «He said: Shoot me, come on».

Per la strada si incontrano gruppetti isolati di persone anziane imbambolate. Molti sono ancora in pigiama. Immobili, guardano le loro case domandandosi: «È vero tutto questo?».

***

Josef Koudelka era appena rientrato nella sua Praga dalla Romania. Deluso dalle precarie condizioni nelle quali svolgeva il lavoro di ingegnere, aveva deciso di dedicarsi esclusivamente alla fotografia. Aveva trent’anni. Ismaele ne aveva venti e, come Koudelka, aveva anche una macchina fotografica, la Voigtlander Vito C di suo padre. Cominciò a fotografare con prudenza quello che accadeva nelle strade di Praga. La gente lo lasciava fare. Era come se non lo vedessero; avevano altro a cui pensare. Ismaele riempì con trenta scatti uno dei tre rullini che aveva portato; Koudelka di rullini ne riempì duecento.

Al ritorno, prima di passare la frontiera tra Cecoslovacchia e Austria, Ismaele aveva avuto l’accortezza di caricare un rullino vuoto nella macchina, scattando qualche fotografia innocente a monumenti e paesaggi. Aveva invece nascosto la pellicola compromettente nella valigetta contenente gli attrezzi medici di Bruno. La terza pellicola (ancora intatta nella scatolina di cartone) era sotto lo sguardo di tutti.

I militari, al controllo, avevano sequestrato il rullino inserito nella macchina e quello vergine. Non avevano trovato quello nascosto. La perquisizione peraltro era stata molto superficiale. Le guardie infatti non vedevano l’ora che gli stranieri andassero via. Bruno aveva chiesto se ci fosse un bagno e la guardia, guardandolo freddamente, gli aveva indicato l’Austria e gli aveva detto qualcosa come: «Devi pisciare? Fallo in Austria».

Una volta a Palermo, Ismaele aveva sviluppato il rullino e stampato le foto. Le aveva portate poi al giornale L’ora, dove aveva conosciuto il fotoreporter Leonardo Pellegrino, detto il Leone per i suoi folti capelli e soprattutto per il suo modo di fare. Il giornale per quelle foto gli pagò 5000 lire.

Anche Koudelka ebbe qualche problema con i suoi duecento rullini. Si rivolse a un’amica, Anna Farova, critica, storica d’arte e sua ammiratrice, che lo mise in contatto con un esperto di fotografia dell’istituto statunitense Smithsonian. I negativi delle sue fotografie uscirono dalla Cecoslovacchia nascosti, come quelli di Ismaele, nella borsa di un medico e nel 1969 arrivarono sul tavolo della Magnum di New York, presieduta in quell’anno da Elliott Erwitt, il quale appena vide quelle foto esclamò, battendo i pugni sul tavolo: «Cazzo! Questo fotografo deve entrare nella Magnum».

L’agenzia rese pubbliche le foto mantenendo l’anonimato dell’autore, identificato come PP, Prague Photographer. Temendo rappresaglie contro i familiari, Koudelka attese fino al 1984, quando morì suo padre, per rivelare che PP era lui. Dovette attendere altri sei anni perché le foto potessero essere esposte al pubblico della sua città.

***

Qualche giorno dopo aver visionato, accettato e pagato le fotografie che Ismaele aveva scattato a Praga, il Leone gli aveva proposto di andare a fare due passi. Usciti dalla sede del giornale, erano arrivati davanti al teatro Massimo.

Il Leone gli aveva chiesto: «Che cosa vedi?».

«Come “Che cosa vedo”?», aveva risposto perplesso Ismaele.

«Descrivi quello che vedi. Come altro posso spiegarmi?».

«Vedo un teatro».

«E poi che altro vedi?».

«Vedo un chioschetto alla nostra destra».

«E poi?».

«Gente che cammina».

«E poi?».

«Macchine».

«E poi?».

«Il cielo sopra di noi, ma non è stellato e inoltre non sento la legge morale dentro di me».

«Ismaele, tu non sai guardare. Pensavo di aver trovato un fotografo ma, se non sai guardare, è inutile perdere tempo».

Il Leone aveva ragione. Per fotografare occorre uno sguardo che sappia dove dirigersi e che cosa cercare.

«Insegnami a guardare, tu che sei bravo», gli dice Ismaele in tono di sfida.

«Dirigi lo sguardo verso la facciata del teatro.

Che cosa vedi?».

«Vedo alcune colonne».

«Quante sono?».

«Sei».

«Riconosci lo stile?».

«Sì. È lo stile corinzio».

«Sai come si chiama quella parte anteriore del teatro? È un termine dell’architettura antica».

«Non lo so».

«Si chiama pronao. Il termine viene dal greco e significa “posto davanti al tempio”. Per vedere le cose bisogna riconoscerle e per riconoscerle bisogna averle studiate. Che cosa vedi sopra le colonne?».

«Vedo una cosa triangolare».

«Sai come si chiama?».

«No».

«Si chiama frontone. E che cosa c’è nel frontone?».

«C’è una scritta».

«Leggila».

«L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire».

«Sai di chi è questa frase?».

«No».

«Sono in pochissimi a saperlo. È di Marsilio Ficino. Qui sta il segreto della fotografia. Avere la consapevolezza di essere uno dei pochi a sapere, a conoscere quello che hai catturato nell’inquadratura. Per imparare a guardare devi conoscere le cose. Devi sapere come si chiamano. La fotografia, prima di essere davanti a te, è dentro la tua testa. Hai capito l’antifona?».

Poi il Leone era rimasto a lungo silenzioso. Ismaele era inquieto e si sentiva sotto esame. Finalmente il «maestro» aveva rotto il silenzio, in modo burbero: «Però puoi imparare a guardare, se sei umile. Controlliamo se almeno hai l’istinto del fotografo. Vediamo se riesci a trovare la fotografia».

«Trovare la fotografia?».

«Sì. Succede che tu cammini e improvvisamente la fotografia si presenta davanti a te. Ma devi saperla riconoscere altrimenti la perdi. Ti voglio aiutare. Identifica un soggetto, qui, davanti al Massimo, e aspetta che attorno a lui compaia la fotografia. Dopo, descrivimela. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Scegli un soggetto».

Quasi con rabbia Ismaele gli aveva risposto «Scelgo un cane. Quel cane» e aveva indicato un bastardo nel mezzo della piazza.

«Benissimo. Avviciniamoci e resta in attesa della comparsa della fotografia. Se hai l’istinto del fotografo, prima o poi si presenterà davanti. È solo questione di tempo e noi abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Sforzati di guardare».

Ismaele guarda il cane. Anche il cane ricambia incuriosito lo sguardo. Riesci a trovare la fotografia? Il teatro resta immobile alle spalle. Hai l’istinto del fotografo? Il cane lo sbircia con un sorriso che a Ismaele appare carico di sarcasmo. Le bestie sorridono? si domanda, accosciandosi e portando la sua testa all’altezza di quella del cane che non si sposta. Non sai guardare. Hai capito l’antifona? Il cane respira con la lingua fuori. E come cazzo dovrebbe respirare un cane? Che cosa ci faccio in questa piazza? Le linee della pavimentazione. Se non sai guardare è inutile perdere tempo. Le case sullo sfondo. Il Leone mi ha rotto i coglioni. Persone che camminano lontano…

E poi improvvisamente…

Il cane, in primo piano, alza la zampa destra. Alla sua sinistra Ismaele vede finalmente la macchia triangolare degli alberi. Alla sua destra vede finalmente la strada, con i passanti lontano. Sullo sfondo, le case di varia altezza, con balconi geometricamente disposti. Il selciato è fatto di pietre organizzate in linee che partono dal cane e convergono simultaneamente verso un centro. Il cane con la zampa destra alzata ha un aspetto vagamente trapezoidale. Ismaele vede finalmente la geometria di queste linee e intuisce improvvisamente che sta per accadere qualcosa. Deve soltanto aspettare. Tutto accadrà prima che il cane abbia abbassato la zampa.

Ed ecco che, mentre la zampa è ancora sollevata, due persone nella strada, in lontananza, casualmente si sistemano alla sinistra del cane, in continuazione della sua coda, sotto la macchia degli alberi. Le due persone insieme formano un trapezio decrescente verso sinistra. Altre tre persone si sistemano casualmente, nello stesso piano lontano, dall’altro lato del cane, sotto il suo muso, con una configurazione anche questa trapezoidale, speculare alla prima ma un poco più grande. Sulla persona più vicina al muso del cane convergono le linee della pavimentazione.

Il cane è in primo piano e l’illusione ottica lo fa diventare un gigante rispetto ai lillipuziani, che sono lontani, lungo la strada, due alla sua sinistra e tre alla sua destra. La zampa alzata punta a destra.

Figure geometriche si stanno componendo in un disegno che dura un istante.

La fotografia!

Ismaele emozionato ne parla col Leone; è accalorato e il suo cuore batte forte come se stesse finalmente dichiarando il suo amore a quella ragazza della quale si è innamorato.

Dopo quella passeggiata, il Leone gli aveva proposto una collaborazione saltuaria.

«Hai bisogno di una macchina fotografica, un telefono vicino, in modo che tu possa essere facilmente reperibile, un motorino e molta buona volontà», gli aveva detto.

«Ho buona volontà. Posso procurarmi un vespino. La macchina fotografica è quella di mio padre. Il telefono è quello di casa mia».

«Quando sarà il caso ti telefonerò e ti comunicherò dove è avvenuto l’omicidio. Tu devi andarci subito in motocicletta e con la macchina fotografica. I rullini li paga il giornale».

«Solo omicidi?».

«Che cosa vuoi che accada in questa città? E non dimenticare che il rullino costa. Limitati a due o tre scatti. Ricorda: 1/125 di otturatore e 8 di diaframma. Dovrebbero andare bene nella maggior parte dei casi».

«Nell’inquadratura devo cogliere il momento come suggerisce Cartier-Bresson?».

«Non sparare minchiate. Nell’inquadratura devi cogliere il cadavere».

Per molti anni Ismaele, con la sua Vespa cinquanta, è andato dove gli dicevano di andare dal giornale. Le occasioni non sono mancate, cominciando dalla strage di via Lazio, il 10 settembre del 1969.

Ismaele (II)

Lascerò che il vento inondi la mia testa

In Italia erano tempi di violenza.

Il 12 dicembre del 1969 una bomba esplosa nella Banca dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, aveva ucciso diciassette persone. Erano seguite altre stragi, bombe su treni, esecuzioni sommarie, eccetera. Molti di questi omicidi sono rimasti senza un colpevole.

Dopo l’iniziale attribuzione del crimine agli anarchici, gli investigatori avevano imboccato altre piste: dagli opposti estremismi (extraparlamentari di sinistra e fascisti di destra, che perseguivano una strategia definita «della tensione») alle stragi organizzate dallo Stato, complice di poteri economici forti, con l’intervento dei servizi segreti.

I gruppetti terroristici crescevano di numero: due nel 1969, novantuno nel 1977 e più di duecentocinquanta nel 1979. Il 1979 fu anche l’anno del record degli attentati: più di seicentocinquanta.

L’Italia era diventata un campo di battaglia.

La ricerca della verità al singolare aveva perso il suo significato. Si mettevano a punto piuttosto molte verità, ognuna delle quali utile per il gruppo che la elaborava o se ne appropriava.

Come nel Quartetto di Alessandria di Lawrence Durrell dove la stessa storia è raccontata in quattro libri da quattro punti di vista diversi e dove tutto quello che credevamo di aver capito in un libro è rimesso in discussione in un altro. Qual è la verità? Non c’è una verità. Non ci sono nemmeno fatti. Ci sono soltanto interpretazioni dei fatti.

O come nel film Rashomon di Akira Kurosawa, dove anche i morti, che parlano attraverso una medium, continuano a mentire per salvare la loro immagine e raccontano versioni differenti dell’uccisione del samurai.

Perché si ha paura di fronte a domande che richiedono risposte sincere, ardue e vincolanti? Paura talmente angosciante da indurre risposte menzognere che simulano la verità.

Che cosa succede quando la menzogna ci circonda da ogni parte? Quando la fiducia nell’altro è del tutto assente ed è sostituita da una ipocrita osservanza di regole formali?

Che cosa succede?

La società va a pezzi.

***

Ismaele, da quando aveva cominciato a collaborare col giornale L’ora, era diventato uno dei fotografi di riferimento di coloro che animavano le attività extraparlamentari della sinistra a Palermo. Lo chiamavano quando pensavano che fosse opportuna la presenza di un fotografo per documentare incontri culturali o manifestazioni per il proletariato. Lo chiamavano soprattutto perché ci fossero i loro ritratti per la Storia.

Lui aveva cominciato a frequentare le loro riunioni politiche nel circolo maoista La lunga marcia, in un palazzo nobiliare di via Ruggero Settimo. Di quel circolo lo aveva colpito soprattutto l’arredamento: mobili raffinati, vasi di porcellana, sedie thonet, stampe settecentesche della Sicilia alle pareti, eccetera. Dove trovavano i soldi per poter permettersi quella sede, i compagni? Lo stesso giornale L’ora, di proprietà del partito comunista, si trovava in gravi difficoltà economiche e se ne prospettava addirittura la chiusura. Esistevano evidentemente molte sinistre e quella che frequentava il circolo La lunga marcia era una sinistra con disponibilità finanziarie. Ne facevano parte alcuni rampolli di famiglie palermitane dell’alta borghesia, uomini e donne.

In quegli anni, dopo che alcuni di loro avevano scoperto l’Afghanistan e i paesi circostanti, la via dell’oppio aveva raggiunto Palermo e una delle tappe era proprio quel circolo.

In quelle riunioni Ismaele aveva ascoltato una quantità impressionante di sciocchezze.

Un ragazzo basso e con la barba nera, alzando la mano destra con l’indice puntato in alto, aveva comunicato al pubblico che la montagna di Sferracavallo era stata sventrata e ospitava una base della marina americana, ove erano custodite testate nucleari.

Una ragazza minuta, brutta e infuriata, aveva sostenuto con voce stridula di avere prove inconfutabili del fatto che il Vaticano avesse finanziato l’acquisto di carri armati per spegnere la rivolta popolare in un paese latino-americano.

Un giovane regista brasiliano aveva presentato in anteprima mondiale un lungometraggio su san Paolo, intitolato Saulo di Tarso. Paolo – sosteneva il regista – aveva detto il contrario di quello che successivamente la Chiesa gli avrebbe messo in bocca. Lui, il regista, aveva potuto lavorare sulle lettere originali di Paolo scritte in aramaico. Tra le pochissime nozioni che Ismaele allora aveva sul tema (provenienti non dallo studio della religione ma da quello della letteratura greca al liceo) vi era il ricordo che Paolo aveva scritto le sue lettere direttamente in greco. In lingua aramaica forse c’era una prima versione, mai trovata, del Vangelo di Matteo.

Il 19 gennaio del 1978, Ismaele aveva partecipato a un incontro nel circolo. Parlava un medico romano, Gigetto Spampinato, asciutto, curvo, grifagno, occhi miopi dietro occhiali sporchi. Poteva avere dai quaranta ai sessant’anni. Non sorrideva mai. Stava con le mani tenute insieme davanti al torace, come se stesse pregando. Parlava con un tono di voce bassissimo. Sembrava più che altro un uomo della curia romana, di quelli che tessono intrighi.

Il governo ufficiale dell’Italia – sosteneva Gigetto – era stato un affare privato della Democrazia cristiana, che aveva vinto le elezioni politiche del 1948 contro il Fronte democratico popolare, composto dal Partito comunista italiano e dal Partito socialista italiano. La Democrazia cristiana, non avendo la maggioranza assoluta, era stata costretta per sopravvivere a sviluppare una raffinata tattica di coalizione con piccoli partiti satelliti, cooptati in caso di bisogno, ai quali veniva concessa una fetta di potere spropositatamente più ampia del reale valore di quel partito. Tutti avrebbero dovuto essere contenti, ma la voracità non ha limiti; tutti volevano sempre di più.

«Anche il Pci è coinvolto nella gestione di questo potere», aveva obiettato qualcuno.

«È vero», aveva risposto con calma Gigetto. «Anche il Pci è stato cooptato con astuzia nella gestione, pur se periferica, del potere. Bisogna dunque avere il coraggio di affermare che anche il Pci è un nemico».

Gigetto proponeva il ritorno al marxismo puro delle origini. Bisognava guardare più alla Cina che all’Urss dei traditori.

Bisognava scendere in campo e lottare.

Anche con le armi.

In questi tempi, le forze controrivoluzionarie, col tentativo di portare il Pci al governo, erano impegnate in un salto in avanti nella strategia della gestione del potere.

Nel silenzio generale, Gigetto aveva letto due citazioni dei protagonisti della controrivoluzione. Una era di Aldo Moro: «Le cose sono tanto fragili che un’opposizione a fondo, da chiunque condotta, andrebbe al di là della normale dialettica e rischierebbe di spaccare il Paese, di portarlo alla rovina».

L’altra era di Enrico Berlinguer, dal 1972 segretario del Pci: «Il Paese nella sua fase attuale non è in grado di sopportare che uno dei due grandi partiti si schieri all’opposizione. Se la Dc o il Pci decidessero di mettersi all’opposizione il quadro democratico si romperebbe».

«Queste citazioni sembrano scritte dalla stessa persona e forse lo sono davvero», aveva concluso Gigetto. «Una sola intelligenza che opera attraverso due bracci. Bisogna opporsi a queste alchimie. Bisogna smascherare e fermare i manovratori occulti».

Chi sono questi manovratori occulti? si era domandato Ismaele senza trovare una risposta. I protagonisti della guerra fredda? Il blocco occidentale guidato dagli Usa? Il blocco marxista guidato dall’Urss? Una terza entità?

Dopo la conferenza, Ismaele era stato presentato a Gigetto.

«Conosco le tue foto e le apprezzo. Saresti disposto a farne qualcuna per noi?».

«Certamente».

«Ti contatteremo».

Il 10 marzo Ismaele si trovava a Roma, dove era stato chiamato da Gigetto. Aveva trent’anni e quattro mesi. Continuava a frequentare La lunga marcia ma si sentiva sempre più lontano dal gruppo.

Alle 17, una Fiat 850 azzurra si era fermata all’incrocio tra via Portuense e via Astolfi, dove gli avevano dato appuntamento. Erano stati puntuali. Dalla macchina era sceso un giovane che con accento meridionale (campano?) gli aveva detto: «Sono Mirko. Gigetto mi ha detto che possiamo fidarci di te. Gli crediamo però dobbiamo bendarti». «Okay», aveva risposto laconicamente Ismaele. Era salito in macchina nel sedile posteriore ed era stato bendato, come in un film americano. Erano in tre.

Dopo un lungo percorso, lo avevano fatto scendere dalla macchina e, sempre bendato, lo avevano fatto salire al terzo piano di un palazzo. Erano entrati in un appartamento dove finalmente gli avevano tolto la benda.

Ismaele si era trovato in una piccola stanza con una brandina, un tavolino addossato alla parete e due sedie. Nel muro scrostato e pieno di macchie, appena sopra il tavolino, con strisce di nastro adesivo ai quattro angoli era incollato un piccolo ritratto di Mao.

«Non puoi uscire. Ti porteremo un panino».

Mirko gli aveva sequestrato la macchina fotografica dicendogli «Te la restituiremo domani, al momento di scattare le foto. Hai un solo rullino che dovrai consegnarci una volta finito il lavoro».

L’indomani mattina Mirko gli aveva restituito la macchina fotografica e lo aveva fatto scendere in un piccolo garage nello stesso edificio. Indicandogli un angolo buio, gli aveva detto: «Mettiti là e aspetta senza aprire bocca».

C’erano quattro persone silenziose, due uomini e due donne.

Una Fiat 128 aveva il portabagagli aperto.

Dopo un’ora circa, sorretto da altri due, era entrato l’uomo che Ismaele avrebbe dovuto fotografare. In maniche di camicia, magro, sofferente, smarrito, con la barba lunga e gli occhi cerchiati. Ismaele lo aveva riconosciuto subito. Ne avevano parlato tutti i giornali e la televisione. Era il maresciallo di polizia, rapito dalle Brigate rosse due settimane prima.

«Inizia a fotografare. Inquadra soltanto lui», gli aveva detto Mirko e Ismaele aveva obbedito.

Avrebbe potuto comportarsi in modo diverso?

Mirko aveva detto a quell’uomo, porgendogli la giacca: «Ti abbiamo processato e tu hai ammesso le tue colpe. Coraggio, tutto sta per concludersi nel migliore dei modi. Mettiti la giacca e sdraiati nel portabagagli della macchina».

Ismaele fotografava.

Era abituato ormai a capire al volo gli sguardi. Sapeva leggerli bene. Alle parole di Mirko, l’uomo aveva quasi abbozzato un sorriso mentre lo aiutavano a entrare nel portabagagli. I suoi occhi spenti si erano ravvivati. Dicevano: «Finalmente tornerò a casa».

Dopo pochi secondi, però, Ismaele aveva visto calare il vuoto dell’abisso su quegli occhi.

«È la fine», dicevano.

Mirko aveva impugnato una mitraglietta e aveva iniziato a sparare al maresciallo.

Ismaele (III)

Il vento sulla mia testa scoperta

Lo scoop fotografico era arrivato inatteso poco dopo.

Ismaele aveva cominciato a essere ossessionato da quegli occhi che lo avevano guardato prima della raffica della mitraglietta. Da qualunque parte si girasse, lo fissavano per accusarlo. Lui era colpevole. Si sentiva sporco, insicuro, malato, senza punti di riferimento. Viveva in un piccolo appartamento in piazza Magione, dove restava a lungo a rimuginare in solitudine i propri pensieri. La fede marxista si era liquefatta.

Quando un giorno di gennaio, Shadi, l’amica iraniana che era stata sua collega all’università, gli chiese di accompagnarla a Teheran, Ismaele, contro ogni previsione, rispose: «Ti accompagno volentieri. Che cosa vai a fare là?».

«Le cose stanno cambiando. Lo Scià è fuggito. Mio padre, che non vedo da molti anni, desidera incontrarmi».

Lo Scià il 16 gennaio del 1979, lasciando in elicottero il suo palazzo di Niavaran, aveva precipitosamente abbandonato l’Iran per andare in esilio in Marocco. Il padre di Shadi, Assim, ingegnere di Teheran, era stato un suo accanito oppositore.

Ismaele sapeva poco di quello che stava accadendo in Iran. Shadi, mentre viaggiavano, gli diede qualche informazione. Lo Scià Reza Pahlavi, che aveva studiato in Svizzera, aveva tentato di occidentalizzare il paese che teneva in pugno dal 1941. Aveva intrapreso un programma di massiccia modernizzazione e industrializzazione, con il finanziamento dei proventi petroliferi e con l’appoggio degli Usa, che intravedevano i vantaggi dell’apertura di nuovi mercati alle loro esportazioni e la possibilità di un controllo più stretto dei paesi produttori di petrolio. Il risultato dei suoi sforzi però era stato un disastro imprevedibile: il crollo dell’agricoltura e il mancato decollo dell’industria.

«Qui da noi, in Sicilia, sono successi gli stessi disastri, senza nessuno Scià o forse, per coincidentia oppositorum, con troppi Scià», aveva commentato Ismaele.

In Iran i tentativi di modernizzazione avevano prodotto anche risultati paradossali: l’incentivo all’alfabetizzazione aveva finito col promuovere l’istruzione di massa e da questa erano venuti fuori studenti e intellettuali caparbiamente antioccidentali.

Il mondo musulmano aveva difficoltà ad accettare l’occidentalizzazione proposta dallo Scià, che comportava per esempio il voto esteso alle donne e il divorzio. Il clero islamico iraniano, ben organizzato e politicamente attivo, era riuscito a mobilitare con efficacia le masse appellandosi alla religione e non alla lotta di classe.

Nel 1963 il capo del clero, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, uomo autorevole, fiero e vendicativo, aveva organizzato una congiura contro lo Scià, alla quale aveva partecipato anche Assim, il padre di Shadi intimo amico dell’ayatollah. Scoperto dallo Scià, Khomeini era stato obbligato all’esilio. Assim aveva cominciato a entrare e uscire dalle prigioni. Per prudenza, aveva mandato la figlia a studiare in Occidente, a Palermo.

Khomeini da Parigi aveva continuato a coordinare le attività nel suo paese, appoggiandosi anche su Assim, nei momenti in cui questi era fuori dalla prigione. Dagli inizi degli anni Settanta aveva cominciato a predicare una rivoluzione iraniana che desse origine a un governo integralmente islamico.

Assim aveva avuto un’idea che si era dimostrata vincente: usare le tecnologie occidentali per diffondere il più possibile il pensiero dell’ayatollah.

In Occidente si adoperavano le audiocassette registrate per espandere il più possibile il mercato della musica. Le audiocassette potevano essere usate per diffondere, in quel peculiare mercato iraniano, i discorsi dell’ayatollah. In tal modo gli infuocati messaggi di Khomeini furono registrati e le audiocassette vennero distribuite alle masse, che li ascoltarono e risposero, scendendo per le strade e riempiendole come in un concerto rock.

Il regime si dimostrava ogni giorno più debole e lo Scià preferì andare in esilio.

Assim non vedeva l’ora di riabbracciare la figlia.

Ismaele e Shadi erano già a Teheran da due giorni quando si seppe che all’inizio del mese di febbraio l’ayatollah Ruhollah Khomeini sarebbe rientrato in Iran.

E fu così che Ismaele, all’età di 32 anni, l’1 febbraio del 1979, accompagnò Shadi e suo padre per ricevere l’ayatollah nell’aeroporto internazionale di Teheran-Mehrabad. Travolto dalla folla, facendosi largo a spintoni per non perdere di vista Shadi, Ismaele si trovò improvvisamente davanti all’ayatollah, a non più di due metri di distanza. Khomeini si arrestò, facendo fermare tutta la scorta, e lo fissò col solito sguardo acceso. Quando si accorse che Ismaele aveva la macchina fotografica, si mise in posa con destrezza. Ismaele lo capì immediatamente e scattò.

Clic.

Khomeini appoggiò le sue mani sulle spalle di Ismaele, sorrise e gli accarezzò la guancia.

Clic.

Poi l’ayatollah proseguì.

Quelle foto avrebbero fatto il giro del mondo.

Ismaele entrò poco dopo nella redazione del settimanale L’Europeo.

Iniziò a girare per il mondo, passando dalla Vespa cinquanta agli aeroplani.

Si dedicò all’insegnamento svolgendo numerosi workshop centrati sul fotogiornalismo. La prima domanda agli allievi era sempre la stessa: «Che cosa vedi?».

Ha trovato il tempo per scrivere un Manuale di progettazione in fotografia.

Ismaele (IV)

Non dirò niente

Il 12 ottobre del 2005 Ismaele si trovava nel Kashmir.

La settimana prima, dentro la Piramide (così è chiamata la base del Consiglio nazionale delle ricerche italiano situata nella valle del Khumbu, sul versante nepalese dell’Everest, all’altezza di 5000 metri) aveva intervistato due medici impegnati in una ricerca sulla fisiopatologia dell’ipertensione arteriosa polmonare.

Mentre era lì, il Kashmir era stato squassato da un violento terremoto. Avevano chiesto l’aiuto di tutti i volontari disponibili. Ismaele si era offerto e lo avevano messo su un elicottero; poi lo avevano fatto salire su una jeep, scaraventandolo in un posto sperduto.

Non ha alcuna idea di dove esattamente si trovi.

C’è un gran trambusto.

La terra continua a tremare con boati a ripetizione.

Al freddo e sotto deboli luci artificiali, Ismaele sta scavando disperatamente con altri soccorritori. Hanno sentito una vocina. È possibile che ci sia ancora qualche sopravvissuto?

Sta scavando insieme ad altri civili e militari, gente di ogni tipo, che viene da ogni parte del mondo. Accanto a lui un medico di Torino (anche lui era nella Piramide) e una ragazza greca, Anna.

Alla fine estraggono dalle macerie il corpicino di una bambina.

«She’s still alive».

Ismaele torna indietro con i ricordi, al 1968.

Aveva vent’anni. Il terremoto aveva percosso la valle del Belice nella notte tra il 14 e il 15 gennaio. Lui era là tra i soccorritori. Improvvisamente una vocina debole: «Ci sono anche io».

Riuscirono a estrarre dalle macerie una bambina di sette anni che era rimasta più di due giorni sotto i calcinacci. Si chiamava Eleonora Di Girolamo ma tutti la chiamavano Cudduredda, forse dal nome di un dolce tipico del luogo. Vicino a lei il corpo senza vita della nonna.

Ismaele sentiva la testa scoppiargli. Mentre liberavano la bambina dalle macerie, le parlava. Ecco le mani, gli occhi… Un pompiere accanto ripeteva in continuazione: «È viva! È viva!».

Ismaele aveva la febbre alta per l’influenza, quella conosciuta come «Hong Kong». Lo avevano obbligato a tornare a Palermo con la stessa ambulanza che portava la bambina in ospedale.

Cudduredda era arrivata viva in ospedale ed era morta poche ore dopo il ricovero.

2005. Nel Kashmir, Ismaele rivive la stessa scena osservando il corpicino di un’altra bambina estratto dalle macerie di un altro terremoto catastrofico.

La bambina è ancora viva.

Accorrono tutti. «No crowding, please».

Ha la pelle scura. È una maschera di polvere ma respira. Quanti anni può avere? Cinque? Sette?

Il medico chiede l’ossigeno, un ago da inserire in vena e un flacone di soluzione fisiologica.

La bambina tossisce e respira.

Apre gli occhi e lo guarda.

I movimenti di Ismaele sono automatici. Da due giorni non dorme. Trema per il freddo. È pieno di graffi. Dolore dappertutto. Ieri è stato travolto dal crollo di un muro ed è vivo per miracolo.

Inizia a piangere in silenzio. Sta piangendo anche la ragazza greca. E anche il medico.

Improvvisamente la bambina si affloscia tra le sue braccia.

Non lo guarda più.

Dio mio! Le convulsioni!

«Attacca con il massaggio cardiaco. Colpiscila con dei pugni sul petto», urla il medico a Ismaele, mentre inserisce un tubo in trachea e inizia la ventilazione con un pallone di Ambu.

La gente si allontana per non intralciarli.

«Portatemi un elettrocardiografo. Presto».

Il medico continua la ventilazione con l’Ambu e Ismaele continua il massaggio cardiaco. Ma la bambina è morta. È vissuta soltanto il tempo per incontrare il suo sguardo.

L’elettrocardiogramma non mostra alcuna attività cardiaca.

Ismaele sente il gelo impadronirsi di lui.

«Io continuo», urla furiosamente.

Anna, la greca, lo afferra per le spalle e gli sussurra: «Ismaele, she died».

«Io continuo».

Poi riescono a staccarlo dal corpicino della bambina.

Anna non lo lascia un istante; cerca di portarlo in un posto più sicuro. Le case sono pericolanti. Scendono un poco più a valle.

Ismaele non sente più freddo. È notte inoltrata. Il buio è quasi totale.

Si inginocchia, piega il busto fino a toccare la terra con la fronte e resta immobile.

Non piange più.

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25 şubat 2026
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9788892982093
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Ares
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