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Kitabı oku: «La battaglia di Benvenuto», sayfa 39

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CAPITOLO VENTESIMONONO. LA VENDETTA

Un’alma coronata si diparte,

E lascia qui del suo gran nome un’ombra.

O del mondo vivente, o del non nato

Occhi pietosi, nella morte sua

Osservate, apprendete

D’un gran regno che cade, e d’un che nasce

La vicenda solenne…

Cleopatra, tragedia antica.

Se pietà fu quella che velò in cielo il raggio delle stelle nell’ultima notte di febbraio del 1265, e gli contese di risguardare sul campo scellerato, perchè si affaccia ogni giorno il sole all’oriente per illuminare opere che la notte non ha tenebre abbastanza profonde per tenerle celate? Un aere uliginoso, pesante, copre la valle di Santa Maria della Grandella; al fragore dei ferri cozzantisi, al corruscare delle armi, allo scalpitare dei destrieri, ai gridi di misericordia e di minaccia, è subentrato il silenzio; – silenzio e tenebra, spaventosi compagni della morte! solo qua e là il singulto di un uomo che passa, un implorare di padre, o di figlio di qualche agonizzante; ma il lamento suona fievole, come il soffio del vento che agita appena la fronda, e va via, nè turba la quiete solenne. Tutto è guerra nel mondo: pure la fiera divora, e si rinselva; noi (non so se più stolti o ribaldi) osiamo vantarci della strage, e la diciamo vittoria, e ne rendiamo grazie all’Altissimo, quasi per averlo compagno dei nostri delitti. Piove la rugiada del cielo ugualmente pietosa su i cadaveri dei Pugliesi e dei Provenzali; ed io per me quando considero la rugiada principiare e conchiudere il giorno, penso che pianga la Natura sopra la sciagurata generazione della polvere… Oh fosse almeno un giorno esaudito quel pianto! – Tutti hanno abbandonato i caduti sul campo; cerca il vinto coll’ansia del terrore un asilo alla vita, che sottrasse alla spada nemica; il vincitore si affaccenda a bere nelle tazze la dimenticanza del fratello trafitto; dimani gli pregherà riposo, e gli darà sepoltura; intanto – morti co’ morti, e’ pensa di godere.

Avvolto entro una cappa di panno nero, scende un uomo dal colle della Pietra del Roseto, e volge i passi alla pianura di Santa Maria; lo precede un grosso mastino, che stringendo tra i denti un lampione gli rischiara la via; l’abito lo accenna per un santo Frate, la faccia tiene quasi che affatto nascosta nel capperuccio; tuttavolta dalla parte che mostra tu lo diresti lo spirito maligno che viene a godere del frutto della sua tentazione: con le braccia incrociate sul petto, senza recitare una preghiera, passa tra i morti, li guarda, li calpesta, e va innanzi. Forse da un’ora cercava sul campo di battaglia, allorchè proruppe infastidito: «E sì che me lo avevano giurato morto!» Soprastette alcun tempo, poi riprese a investigare; – colà dove maggiore compariva la strage, tra mezzo un cerchio di cadaveri orrendamente mutilati, premendo del piè la testa di un caduto, intendeva un leggiero lamento.

«Di poca carità! sei tu Cristiano! un Frate del Signore! e calpesti il capo del moribondo?»

«Chi sei? M’inganna la speranza? Dimmi chi sei?»

«Un uomo che muore.»

Il Frate si nascose maggiormente nel cappuccio, prese il lampione dalla bocca del cane, lo accostò alla faccia del giacente, e: «Sei Manfredi!» gridava con gioia bestiale.

«Fui Manfredi, ora sono un uomo che muore; oh! se prima di passare al tribunale di Dio, tu in carità, santo Frate, volessi…»

«Parla, Re della terra, io godo in ascoltarti.»

«Il cielo dunque mi ti ha mandato… ma non chiamarmi Re; la corona che io assunsi col misfatto, l’Eterno me l’ha tolta con la morte. Vuoi tu udire la mia confessione?»

«È il mio ministero: pure come speri placare la giustizia?…»

«Intesi sovente che il maggiore peccato commesso da Caino fu diffidare della misericordia… lascia a cui può la cura di perdonarmi, tu porgi l’orecchio… ti condurrò nell’amarezza dell’anima mia per tutti i miei anni, accuserò al tuo cospetto le mie colpe, e tu mi rimetterai la empietà del peccato.»

Il Frate si pose a sedere sopra la terra, lo segnò della mano, susurrò un’orazione, e gli diceva: «Parla, Re, – io sono parato.»

«Padre mio, Padre mio, io sto per accusarmi di un delitto che il cuore mi scoppia a pensarci.»

«Abbi costanza: così tosto diffidi?»

«No, spero. Dalle mie mani fu versato quel sangue, sul quale adesso sdrucciolando giaccio per sempre; il mio trono grave di una morte nefanda m’è rovinato sul capo, e meco infrange la mia famiglia… Vedi, e fremi, Frate, ma non fuggirmi in nome di Dio… vedi in Manfredi l’assassino dell’imperatore Federigo…»

«Tu parricida!…»

«Parricida!» – e per lunga ora nessuno ebbe coraggio di schiudere il labbro. – Ricominciava Manfredi: «Sì, non parlare, tu non diresti parola che la coscienza non me l’abbia mille volte ripetuta: nè presumere che la tua lingua laceri quando mi ha lacerato costei… Se possono i rimorsi espiare le colpe… oh! tremendo fu il mio peccato, ma senza pari il rimorso. Correva la notte del 13 decembre, giaceva l’Imperatore ammalato… io mi sedeva accanto al suo letto… la clamide e la corona imperiali, posavano sopra una tavola poco discosto da me… mi assaliva il Demonio; i miei occhi si affissarono su la corona, pensai al potere, pensai alla conquista… vidi Re vinti, nazioni debellate ai piè del mio trono… osservai entro i secoli futuri, ed ogni secolo mi svelava il mio nome luminoso di fama… più mirava i gioielli che l’adornavano, più mi pareva che splendessero… stesi le mani per afferrarla… ahi! le rattenni a mezzo l’atto… quantunque io mi stessi tra Federigo e il diadema, nondimeno la vita dell’Imperatore stava tra me e la corona; mi si intenebrò l’anima, guardai mio padre, – dormiva, – un lieve alitare accennava la vita… Togliti, o morte, invocai dal profondo, cotesto avanzo di vita!… Presero ad agitarsi le labbra dell’Imperatore, e a mormorare tra il sonno: – Corrado porterà la corona, ma la mia gloria è Manfredi, la mia mente… il mio braccio… – Povero padre! una voce mi susurrò nelle viscere, – e mi morsi le labbra in pena dello scellerato pensiero, e la contrizione si espresse con due grosse lacrime che mi sgorgarono sul volto… Alzai la mano per isvegliarlo… dormiva così tranquillo! e poi faceva di mestieri a un figlio per non commettere il parricidio che il padre lo guardasse? Non proseguiva. – La testa che può meditare la morte di cui l’ha generata è oggimai degna della scure in questa vita, dell’Inferno in quell’altra. – Il raggio del diadema mi lusingava più feroce di prima, mi vi struggeva dinanzi con ineffabile spasimo… dopo un’ora di meditazione, il parricidio non mi parve tanto spaventevole… la gloria e il potere mi abbagliavano come due Soli… il misfatto appariva a guisa di un piccolo nuvolo per un cielo da per tutto sereno… Dio non vidi, perchè indurato era il mio cuore… vinceva il Demonio… solo il sangue del padre su le mie mani rappreso… l’estremo anelito… il guardo, oh! il guardo del morente mi tratteneva. In questa intendeva nuovamente ripetere il mio nome: ben quella voce valeva a rompere l’orribile proponimento… ormai giù nel precipizio della infamia, non volli ascoltare parola che mi rimuovesse… stesi senza pensarvi la mano, ed ella si posò su la bocca paterna… impedito nella respirazione, l’aere uscì a guisa di gemito soppresso… voltai la faccia… balenò un pensiero traverso il mio cervello, e tornò nell’Inferno… se l’origliere, sul quale posa la testa dell’Imperatore, gli posasse sopra la testa… non sangue… non isguardo… Balzai dalla sedia… tremavano le gambe… tremavano le braccia… grondava sudore… tutto il mio corpo era delitto… m’abbandonava sul letto… strappo di sotto l’origliere… e… e percuotendolo nel volto… mi inginocchio sopra di quello… io… Manfredi… consumo il parricidio… e le mie membra si atteggiano in sembianza di colui che scongiura l’Eterno.»

Manfredi vinto dalla fiera memoria si abbandona sì come spasimato; poco ormai gli rimaneva di vita, e pure lo affanno più profondo che avesse sofferto doveva amareggiargli quelle ultime ore: stendeva, appena rinvenuto, brancolando le mani, nè occorrendo nell’oggetto che ricercava proruppe: «Ahi! che s’è fuggito il Frate… lo ha cacciato il racconto…»

«Non mossi membro, non ho mutato fianco, Re;» di una voce soffocata risponde il confessore.

«Non hai sentito drizzarti i capelli su la fronte?»

«Prosegui ad accusare i tuoi maggiori delitti…»

«Maggiori! Non ti fa fremere, Frate, il parricidio?»

«Il mondo non ha reato che valga a illanguidire un momento, o ad accelerare i moti del mio polso… confessa… confessa.»

«Te non nudrirono dunque i precetti del Vangelo? Non accusa a Frate le sue colpe Manfredi?»

«Anima innocente venni tra gli uomini, si compiacque la madre del gentile portato, incessanti suonarono le grazie di mio padre pel virtuoso figliuolo; amai nell’aurora avventurosa dei miei giorni ogni oggetto creato, il buono perchè buono, il malvagio perchè poteva diventare buono; mi avvelenava un codardo la vita, sul cammino della perdizione mi spingeva, – io l’ho percorso: – la tua confessione non poteva ascoltarla, che un demonio, e tu, Re, mi rendesti demonio…»

«Le tue parole… il furore…»

«Rendimi la mia innocenza… la mia innocenza… io sono il Caserta: contempla la mia sembianza disfatta dal dolore: tue sono le mie colpe… in me saranno punite, ma la giustizia le aggiungerà ancora ai tuoi supplizii.»

«Toglimiti dinanzi.»

«Dinanzi! perchè? Non sono venuto, quasi invitato a banchetto nuziale, alla tua morte?»

«Ed io muoio…»

«E non corrono ormai venti e più anni, che ho tolto i tuoi ultimi aneliti per cagione del mio vivere?»

«Vattene. ti scongiuro.»

«Per cui vuoi tu scongiurarmi? per Dio forse? L’ho rinnegato per te. Pel mio onore forse? Tu me lo hai rapito. Per l’amore di mia donna? Tu me l’hai contaminata. Pe’ miei figli? Per te fui padre di prole non mia. Cessa adunque, o Re, dallo scongiuro.»

«Fuggono le potenze dell’Inferno al segno della croce; non cesserà l’uomo di tormentare alla preghiera dell’agonizzante?»

«No: – concedi anzi, mio Re, ch’io mi sieda a godere la convulsione della tua agonia.»

«Ma vattene, feroce! lasciami morire in pace.»

«No. – Tu hai empiuto una coppa di disperazione; or non contendermi, Re, che il mio spirito esulti di apprestartela ai labbri.»

«La tua coscienza…»

«La mia coscienza! Non te l’ho io detto che spaventerebbe Satana stesso? non ti ho io detto ch’ella è opera tua?»

«Traditore!…»

«Taci, vituperato. Non sei tu quegli che fingendo amicizia mi rapisti l’amore di colei ch’io amava di rabbioso delirio? Tu fosti il traditore, quando ebbro di potenza aggravasti il mio capo d’infamia: guardati, abbietta creatura, di mandare un sospiro; o se nel furore che ti agita senti il bisogno di maledire, – maledici te stesso; – io sono giunto a prostrarti, ed io ti calpesto.»

«Se la voce del Re, quantunque s’inalzi dalla polvere, altro giudice degnasse tranne l’Eterno, ti direbbe, che prima che per te fosse strascinata la Spina avanti l’altare, me amava, me suo sposo all’intemerato seno stringeva…»

«Ti amava… e fu punita…»

«Non periva nello incendio del castello?»

«Io la trafissi…»

«Ah! Dio ti perdoni…»

«E versai la mia colpa su la tua testa.»

«Ella non mi accuserà… anima per anima… quello che può difendersi sarà difeso… per l’altro fammi misericordia, o Signore…»

«È tardi; – mal soddisfi alla colpa sul limitare della morte: non rammenti quello che sta scritto nella legge?»

«Rammento che orribili furono li peccati miei, ma la infinita bontà ha sì gran braccia che ripara chiunque le domanda perdono…»

«Sta scritto: – io ti ho steso la mano, e tu non mi hai badato; ti ho chiamato, e tu non mi hai risposto; tenesti a vile il mio consiglio, le mie rampogne sprezzasti; adesso rido su la tua morte, ed esulto se quello che temevi ti ha colto.»

«Ma egli è pur scritto: – della pietà del Signore è piena la terra, e l’Onnipotente salverà la creatura con la misericordia, non già con la giustizia.»

«La misura dell’ira è colma, – sei condannato, – io ti dico che speri invano.»

«Tu speri invano, se credi disperarmi in questi estremi momenti, che una pietà profonda mi allegra con la speranza… Intendi, uomo, il susurro dei tuoi vermi? Essi ti diranno che mentre pensi di tormentare, tu stesso ti senti qui tormentato…»

«Certo, io sono quegli che adesso vedo scoperchiarsi i sepolcri, e sorgerne le anime del padre, dei fratelli, dei figli, da me uccisi, per circondare il mio letto di morte; io che intendo lo scherno, io le risa con le quali accompagnano il mio transito… per te scendono gli Angioli del Paradiso, e ti apportano la pace; per te si parte dal trono dell’Onnipotente un raggio di gloria, sul quale ascenderà alle gioie celesti l’anima beata… Dimmi, perduto, che opporrai nel giorno del giudizio alla strage di tuo padre?»

«Il mio pentimento…»

«A quella di Corrado?»

«Il mio pentimento…»

«A quella di tuo figlio…»

«Qual figlio?»

A breve distanza s’intende una voce lamentosa che mormora: «Yole!» – Balza in piedi il Caserta, osserva un moribondo, lo prende sotto le ascelle, e senza rispetto alla sacra ora in che l’uomo chiamato ad altri sensi combatte anche per poco la forza della estinzione, lo strascina contro Manfredi; giuntogli davanti, glielo getta nel grembo, urlando ferocemente: «Eccoti il figlio… oh! la mia vendetta è piena.» – Poi torna a sedere, e volge la luce della lanterna sopra que’ volti per contemplarne la espressione.

Manfredi riconosce il morente, gli cinge le braccia intorno ai fianchi, e sorreggendolo dolora: «O Rogiero! o figliuol mio! già il cuore me lo diceva… qual ti riveggo, Rogiero!»

Apre a fatica le gravi pupille lo infelice giovane, e domanda: «Or dove mi hanno tratto?»

«Tra le braccia di un Re… tra le braccia di un padre!» risponde il Caserta.

«Padre! – Re! – Chi padre? Tu forse, Manfredi?»

«Ahi sventura! al figlio del peccato, abbracciamento di sangue!…»

«Tenebra di dolore angustiava i miei anni… vissi la vita del pianto… delitti, ambasce, rimorso… oh! tutto è ricompensato dalla soavità dell’amplesso… io benedico la vita…»

«Godi nelle braccia del padre che tradisti… godi del padre parricida!»

«Da cui muove questa voce, padre? ella m’inasprisce le piaghe…»

«È voce di schiavo che insulta alla morte del signore…»

«È del Caserta; la riconosci, Rogiero?»

«Ti riconosco per empio… ma bada, breve gioia è quella che deriva dall’altrui pianto… fiero destino ti aspetta, Rinaldo… Accenni del capo, e mi deridi? Nello abisso della miseria ove ci getta la tua perfidia io contemplo il tuo fine, e parmi sedere sopra un trono di gloria… Ahime! fuggono le parole alle labbra… padre, è salva Yole?»

«Salva»

«Menti, è prigione.»

«Egli ha detto prigione… A chi affidasti la diletta?»

«Non lo rimembri? Al Procida.»

«Allora morditi la lingua… serpente, ella è salva; Padre, ti lascio…»

«Oh figliuol mio!»

«Perchè piangete voi? Io vedo la morte con quella stessa gioia con la quale io ti vidi, o mio tradito genitore… sono i miei casi un fremito… terminarli è pietà… Acqua battesimale mi fu il sangue della madre… olio santo mi è il sangue del padre… anima più deplorabile è mai vissuta nel mondo?»

«Oh figliuol mio!»

«Stringimi forte… porgimi la mano, o padre,… corro al premio della sventura.»

Si reca la mano paterna alla bocca, e la bacia; poi si sforza d’imporsela sul capo: sviene a mezzo dell’atto; ricade la destra di Manfredi, – la vita di Rogiero è già spenta.

Chi vorrebbe biasimarmi, se, come Timante velava la faccia di Agamennone, io passo senza descriver le le sensazioni che abitarono Manfredi? Chi lo potrebbe? Chi lo tenta nemmeno? Taccio del quarto d’ora che corse tra la morte di Rogiero, e queste parole che il Re profferiva: «Nè così tranquilla sarà la nostra agonia, pure l’affretto col desio… e sento che giunge. Rinaldo, presto a comparire al tribunale dell’Eterno io non voglio lasciare oggetto di odio sopra la terra… bisognevole dell’altrui perdono, io ti concedo il mio… se tu mi abbi offeso lo vedi… e tu perdona… valgaci il mutuo amore… prendi, prima che sia irrigidita, la mia mano…»

«Non toccarmi; – io sono venuto a vederti morire, non a perdonarti.»

«E bene, io muoio… e ti perdono…»

«Io vivo, e ti detesto.»

Allora Manfredi cadde riverso, nè andò molto che prese a singhiozzare forte, e ad esclamare tra i singulti: «Non favellarmi mite… oh! non mi ti mostrare placido… dimmi parricida… straziami con la rampogna degli occhi, padre mio. Che fai? perchè mi asciughi la fronte, Corrado? il lino è diventato vermiglio… vi stava sopra del sangue rappreso… è tuo… Oh! egli mi bacia dove stava il suo sangue… benedetto dal Signore… il regno dei cieli… piangerò milioni di secoli… così dolce chiama il sepolcro? lo spirito mio… la gioia della luce… mi raccomando.»

Il Conte di Caserta intento, chino sul volto di Manfredi, per notare i sospiri, l’agitarsi dei muscoli, le più leggiere contorsioni dei labbri, – allorchè lo vide spirato, si levò impetuoso, e gittata la lanterna si dette a correre a precipizio pel campo di battaglia: spesso su qualche cadavere stramazzava, spesso inciampando nelle armi sparse si feriva; pareva non sentisse più nulla; strette le mascelle, le pugna tese, digrignava tra i denti atroci bestemmie, di tratto in tratto si pestava su per la bocca, e per le guance, ed ululava: «Egli è morto, – e non si è disperato.»

* * *

Qui ha fine la Cronaca nostra; se non che correndo tra i Novellieri la usanza di accompagnare i propri eroi all’altare, o al sepolcro, egli è mestieri che non potendo io avviarli al primo, gli segua al secondo. E primamente favellando di Carlo d’Angiò Conte di Provenza, trovo nelle Storie, come dopo la giornata di Benevento senz’altro contrasto il Regno di qua dal Faro occupasse, nè con minore fortuna l’isola di Sicilia vincesse: in qual modo ei reggeva, perchè la sua potenza nell’universa Italia a declinare cominciava, come finiva, già non racconterò io, che forse potrebbe prestare soggetto a cui volesse continuare la storia fino alla celebre rivoluzione dei Vespri Siciliani; solo volgarizzando con la fedeltà che posso maggiore uno squarcio di Niccolò Jamsilla cronista vivente in quei tempi, mostrerò ai lettori quanto stoltamente si affidassero i Baroni del Regno nella fede francese: soffrirono insolite gravezze, sotto lo incomportabile peso della tirannide straniera curvarono, ebbero lo scherno per giunta; osservino gl’Italiani lo esempio, e facciano senno, se possono. «O Re Manfredi!» esclama lo Jamsilla «in fondo di tutta speranza, adesso quale tu fosti conosciamo, e dolorosi deploriamo. Te, lusingati dalla speranza del presente dominio, lupo rapace tra i quieti agnelli reputammo; e mentre larghezza di premii in guiderdone della slealtà nostra ansiosi attendevamo, te, troppo tardi, mansueto agnello conoscemmo. Ora che con l’asprezza del nuovo impero lo paragoniamo, la soavità del tuo ci è manifesta. Sovente menavamo querele perchè i nostri piivilegii in parte di potenza della tua Maestà si convertissero; adesso i beni in prima, poi le persone, siamo costretti ad offrire in preda del rigido straniero.»

Di Manfredi io non voglio esporre il miserabile fine con parole diverse da quelle che adopera il Cronista Villani, di tanto più veritiere, in quanto che essendo egli di parte guelfa ripone ogni suo studio in abbellire le generose opere di Carlo, e in onestare le triste: «Più di tre dì si cercò il corpo di Manfredi, nè si trovava; e non si sapea se fosse morto, o preso, o scampato, perchè non aveva portato armi reali in battaglia. Alla fine uno ribaldo di sua gente lo conobbe per più insegne di sua persona nel mezzo del campo, ove fu l’aspra battaglia. Trovatolo il detto ribaldo, il pose a traverso di un suo asino, e venía gridando: chi accatta Manfredi? Allora uno Barone del Re Carlo lo batteo forte di un bastone, e il corpo di Manfredi portò innanzi al Re, il quale, veggendolo, chiamati tutti i Baroni ch’erano presi, e domandatigli ciascuno, s’era il corpo del Re Manfredi, tutti temorosamente dissono di sì. Ma quando venne il Conte Giordano Lancia sì si diè delle mani nel volto piangendo, e gridando: Oimè! signor mio, che è quel ch’io veggio! signor buono, signor savio, chi ti ha così crudelmente tolto di vita! Vaso di filosofia, ornamento della milizia, gloria dei Regi, perchè mi è negato un coltello ch’io mi potessi uccidere per accompagnarti nella morte? Onde fu molto commendato dai Baroni franceschi.» (E Carlo pure assai lo commendava, ma non si rattenne per questo dal farlo vilmente morire nelle carceri di Provenza.) «Fu lo Re Carlo per alquanti Baroni pregato che gli facesse fare onore alla sepoltura. Rispose lo Re: le fairois-je volontiers, si lui ne fùt excommunié. Ma perchè era scomunicato, non volle lo Re Carlo che fosse recato in luogo sacro; ma a piè del ponte di Benevento fu seppellito, e sopra la sua fossa per ciascuno dell’oste fu gittata una pietra, onde vi si fece uno grande monte di sassi.» Fin qui il Villani. Cantando la dolente vicenda, il divino Alighieri aggiunge averlo l’Arcivescovo di Cosenza Bartolommeo Pignattelli, per comandamento di Papa Clemente, fatto estrarre di sotto quel tumulo, e gittare allo scoperto fuori del Regno su le rive del fiume Verde, oggidì conosciuto col nome di Marino, il quale scorre presso Ascoli!…

«Se il Pastor di Cosenza, che alla caccia

di me fu messo per Clemente, allora

Avesse in Dio ben letta questa faccia,

L’ossa del corpo mio sarieno ancora

In co’ del ponte presso a Benevento,

Sotto la guardia della grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento

Di fuor dal Regno, quasi lungo il Verde,

Ove le trasmutò a lume spento.»

Ghino di Tacco, quantunque ferito a morte, fu trasportato dai suoi fedeli in luogo sicuro, i quali tanto s’ingegnarono, ch’ebbero due medici riputatissimi, e nelle mani loro l’affidarono, perchè ogni accorgimento dell’arte adoperassero per sanarlo. Visitatolo da capo a piedi, l’uno avvisò che avesse piagato il polmone, l’altro lo contese, ragionarono una intera notte senza ragione: alla mattina, non vedendosi persuasi, misero mano alle daghe per convincersi meglio: poco mancò che per sanare un ferito due non si uccidessero. S’interponevano i masnadieri infastiditi dal disonesto oltraggiarsi, ed ordinarono con severo cipiglio che tacessero, e badassero a guarirlo, o mal per loro. Allora muti, chi prese a forargli le vene, chi a dargli bevande da invigorirlo; questi voleva non si cibasse, quegli si cibasse, e bevesse; come Dio volle, la buona natura di Ghino vinse ogni ostacolo, e guarì. Disse la gente cotesta guarigione un miracolo, ed in fatti fino allora non si aveva memoria di sopravvissuto alla scienza di due medici. Ritornato nel processo dei tempi al castello di Radicofani, continuava, detestandolo, il mestiere di rubare le strade, quando sul finire del secolo avendo preso l’Abbate di Clugnì che se ne andava ai bagni di Siena, così lo seppe innamorare delle sue virtù, che il buon Prelato lo pacificava con la Chiesa, e Papa Bonifazio VIII, sì come colui che di grande animo fu, e vago dei valenti uomini, lo chiamava a Corte, gli donava una prioria dello spedale, e lo fe’ Cavaliere; la quale storia potrà chiunque ne abbia vaghezza conoscere, leggendola nell’ultima Giornata del Decamerone.

Per quanta diligenza poi io vi abbia posta, non sono mai giunto a capo di soddisfare la mia curiosità intorno l’Amira Jussuff: egli è possibile che sia morto in battaglia; possibile ancora che abbia avuto il destro di riparare nell’Affrica; non pertanto io non accerto dell’uno nè dell’altro, e lascio alla coscienza del lettore di credere qual più gli torna dei due.

Suonò lunghissimo tempo pel Regno spaventosa la fama della morte di Rinaldo d’Aquino; l’età l’assorbiva nella dimenticanza; adesso, come vuole fortuna, viene per me richiamata alla memoria degli uomini. Invitato a Corte dal Conte di Provenza, ricusava; e Carlo, a cui non parve vero godere del benefizio senza pagare mercede, lasciò volentieri che si ritirasse a vivere separato dal mondo. Rinaldo nella solitudine del suo castello meditando incessante i commessi delitti, e la vendetta, travagliato dall’aspide del rimorso, non parendogli che dalla morte avvenuta di Manfredi gliene derivasse quel conforto che ne sperava prima che avvenisse, vegliando le notti errante per le sale del vuoto palazzo, sussurrante nella febbre del dolore orribili imprecazioni, timoroso della luce del sole, come dell’aspetto di un nemico, aborrente ogni umana sembianza, osava un giorno gettare uno sguardo dentro l’anima sua, e maravigliava come la sopportasse più oltre albergatrice del corpo; – statuì morire. Scese verso sera nel cortile; e ragunata la famiglia, con molti presenti l’accomiatava, protestando volersi rendere a vita diversa; intese la famiglia avesse fatto proponimento di entrare in qualche chiostro, e molto lo commendava: egli era stato per lei signore cortese, gli si prostrò davanti, e pianse menando doloroso rammarichío; forse in quel punto la toccò la perdita del guadagno, – forse era pietà sincera; – basta, – quel che fu vero fu il pianto; voleva la benedicesse, con iterata istanza lo supplicava pregasse per lei. Rinaldo l’ascoltava come uomo smemorato; rinvenne all’improvviso, e riassumendo la baronale fierezza ordinava, si levasse, e partisse. – Tacito tacito andava ognuno alla sua cameretta a meditarvi disegni, onde provvedere agli anni che gli rimanevano a vivere. Alla dimane uno scudiero, al quale il nuovo comando non aveva potuto fare obbliare le antiche costumanze, non vedendo comparire il Conte all’ora consueta, andò pianamente alla sua camera, e porse l’orecchio in ascolto; – non intendeva nulla: – appressò l’occhio al foro del serrame: e mirava il suo signore appeso per la gola; leva un altissimo grido il servo fedele, e raddoppiate le forze per la intensità dello affanno, spinge l’usciale per modo, che scassinato lo getta in mezzo della stanza. Il Conte Rinaldo aveva sovrapposto uno sgabello al letto, dipoi appiccato il capestro al trave, adattatoselo intorno al collo, e dato di un calcio allo sgabello era rimasto sospeso. Stava sul capezzale uno scrignetto aperto, – il teschio di Madonna Spina era il tesoro che conteneva. – Ben egli mostrava livido il sembiante, gli occhi sporgenti dal ciglio, la bocca torta; tuttavia non sembrava anche defunto. Il servo, cavato il coltello, con gran lamento correva verso Rinaldo per tagliare il laccio: il mastino del Caserta cacciato sotto del letto, avvisando che il servo volesse fare qualche mal tratto al padrone, gli si avventa rabbioso, e l’afferra alla strozza; schermivasi il servo come meglio poteva, e a gran voce chiamava aiuto; tanto chiamò, che alla fine fu inteso da alquanti dei suoi compagni: accorsero, legarono il cane; e tolto il laccio al Caserta, lo deposero sul letto. – Deplorabile caso! la lingua nera gli si insinuava tra i denti che la mordevano; gli gocciava giù dalle narici e dalla bocca una bava sanguinolenta; le dita livide, e contratte, il collo lacerato, il corpo rigido: – lo scinsero: taluno gli accostò ai labbri la lama del pugnale per tentare se l’appannasse col fiato, tal altro empiendo una coppa gliela sovrammise al ventre, affermando, secondo l’errore del tempo, che se il polmone respirasse, l’avrebbe agitata. Tornati vani cotesti esperimenti, cominciarono a vellicarlo nelle parti più delicate del corpo, poi a inciderlo, a scottarlo, – e’ fu l’opera gittata; – forse se il servo avesse súbito reciso il capestro, è da credersi che lo avrebbe salvato; il tempo che lo rattenne il mastino conchiuse per certo la vita allo infelice Caserta. Se caso fu quello che punì Rinaldo del tradimento commesso contro Manfredi con la fedeltà del suo cane, bisogna dire che il caso talora è più sapiente della giustizia: se poi destino dei cieli, che stranamente bizzarra era la pena. – Angiolo di Costanzo nella Storia del Regno, desiderando purgare la fama del Conte Rinaldo, racconta, ch’essendo stato avvisato da certo suo fante come il Re si fosse giaciuto con la Contessa, volendo procedere da Cavaliere, e seconda i termini dell’onore, mandasse segretamente, senza palesare il suo nome, a Roma, dove sapeva che appresso Re Carlo era il fiore dei Cavalieri di quel secolo, un suo famigliare, il quale propose avanti il collegio di quei Cavalieri, se fosse lecito al vassallo in tal caso insorgere contro il suo Re, e mancargli di fede: il che, come penseranno i lettori, fu deciso dai cavalieri, e letterati che venivano presso Re Carlo, non solo potersi, anzi doversi fare. Io per me nato popolano non conosco come il Cavaliere proceda, nè in che faccia consistere i termini dell’onore, ma penso che tradimento sia pur sempre tradimento; nefanda cosa mancare di fede a colui al quale si aveva in prima giurata: se male fece Manfredi, peggio aver fatto il Caserta; la scelleranza altrui non diminuire la propria, non compensarsi le infamie; che se ad ogni modo voleva vendicarsi Rinaldo, si vendicasse contro l’offensore però, non contro i popoli, nè col chiamare lo straniero ad opprimere la patria; – devono il pugnale, e il veleno, meno biasimevoli reputarsi di questa turpe vendetta.

Giovanni da Procida riserbato a vendicare la famiglia di Manfredi, non giungeva a salvarla. Riparato in Lucera, mandava alla marina per trovare galea o saettia, che valesse a trasferirla in Catalogna: i messi caduti nelle mani del nemico perivano. Lucera, stretta d’assedio, ferocemente si difendeva: certo non si sa in che cosa sperasse; mancavano i cibi, ed il presidio ogni giorno si assottigliava; ma il Procida protestava non entrerebbe Carlo nella terra finchè vi fosse anima viva: tentato a tradire, gettava di propria mano il vergognoso ambasciadore dalle mura della città; ciò che uomo può operare, aveva operato; sul cammino della fame si approssimava la morte. Sia che il lungo assedio infastidisse Re Carlo, sia che diffidasse vincere con forze di tanto soverchianti, ricorreva alle frodi: proponeva al Procida cedesse la terra, dacchè il resistere tornava in vano; avrebbe egli investito Manfredino del Principato di Taranto, e delle altre possessioni lasciate per testamento dell’Imperatore Federigo a suo padre Manfredi; nessuno ligio omaggio, nessuna cessione su la corona di Napoli esigerebbe; per sicurezza dei patti impegnava la parola di Re: ammirare poi la rara fedeltà del Procida, che di così generosa resistenza tutelava la causa del suo signore, volerla ricompensare ad ogni modo; bella virtù essere la fede, nè meno lodevole, perchè avversa ai proprii disegni; lo terrebbe pel più fidato amico, sì come lo aveva avuto pel più generoso nemico. – Il Procida non voleva cedere, sospettoso della lusinga; ve lo costrinsero gli assediati. Carlo angioino serbava la promessa a Manfredino svevo nel modo stesso che Enrico svevo la serbava a Guglielmo normanno: così in quei tempi remoti si assomigliavano i Re nella fede! – Elena, Yole, Manfredino, e il Procida, rinchiusi nel Castello dell’Uovo con nuovo esempio attentarono, non doversi i vinti affidare che alla fossa; potè non pertanto il Procida ingannare le guardie, e calarsi dalla torre e fuggire: assunta per cagione di vita la vendetta di Manfredi, così si adoperò in Arragona presso Re Pietro, così in Costantinopoli presso l’Imperatore Paleologo; tanto commosse i suoi compatriotti, cui egli con incredibile ardire andò a trovare in Sicilia; tanto Papa Niccolò degli Orsini, nella Corte del quale si conduceva vestito da Frate, che dopo tre anni di viaggi continui, d’impedimenti, e di pericoli, ribellò la Sicilia al Re Carlo, vi restituì Gostanza figlia di Manfredi, e, tranne un solo, spense quanti Francesi dimoravano nell’isola: – maravigliosa storia, che, dove di alcuno sguardo benigno mi fosse cortese la fortuna, non ischiverei fatica per aggiungere a questa. – Elena, e i figli, non comparvero mai più alla luce; quanto vivessero, come morissero, è un mistero di delitto. Corso un tempo il racconto come nella notte d’Ognissanti, dopo che la campana aveva suonata a mattutino, s’intendesse un grido nella torre occidentale del Castello dell’Uovo, e di lì a poco un’anima scettrata, radendo velocissima per li spaldi senza mutare i passi, si dirigesse alla cappella; non osavano le scolte aspettarla ferme al loro posto, fuggivano tutte a quell’ora a ricovrarsi entro i quartieri: una volta certo soldato guascone, incitato dai compagni e dal vino, osò tener dietro all’anima, ed entrare nella cappella con lei; alla mattina fu trovato steso senza sentimento sul terreno: e richiamato alla vita narrava, come l’anima scettrata genuflessa innanzi l’altare aveva percosso una lapida, e dall’avello scoperchiato erano assorte due altre anime, una di fanciulla, l’altra di garzone, le quali, gittandosi al collo della prima, l’avevano abbracciata, come si suol fare tra cari parenti ed amici; che poi si erano messe a pregare fervorosamente innanzi la immagine di Nostra Donna: la immagine supplicata, volgendosi al figliuoletto che teneva in braccio, gli aveva favellato: – Compiaci, dolcissimo figlio, alle dolorose; – al che nulla rispondendo il figliuolo, la Vergine levatasi in piedi lo poneva sopra l’altare, e gittandosegli davanti a misericordia lo scongiurava di nuovo: – Compiaci, dolcissimo figlio, alle dolorose: – al quale prego, il sacrato fanciullo, raccolto nella palma alquanta di sangue che grondava dal seno dell’anima scettrata, aveva scritto diverse parole su la mensa: allora le lampade si erano spente, un terremoto aveva scosso la cappella, ed egli erasi sentito stramazzare per terra. Accorsero all’altare e di fresco sangue vi trovarono scritto Vendetta; – lo rimossero, ma gli anni susseguenti pel dì dei Morti ve lo rivedevano più vermiglio di prima, nè cessò mai di comparire fino alla strage dei Vespri Siciliani. Colui che può tutto, poteva anche produrre il mentovato miracolo; tuttavia stimo si debba attribuire alla superstizione, la quale però dimostra quanto fosse il concetto mal talento dei popoli, i quali si persuadevano che il Cielo fosse collegato con loro per procurare la vendetta.

Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
30 ağustos 2016
Hacim:
740 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain
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