Kitabı oku: «La battaglia di Benvenuto», sayfa 38
«Oh se ci venisse fatto» favellava Carlo al Monforte «di chiamare il nemico in questa valle!»
«Spingiamoci alla dirotta ad occupare il ponte, e…»
«E il nemico scorgendo il vantaggio, non verrà più fuori… date fiato alle trombe.»
Questa fu la prima chiamata, che interruppe il consiglio di Manfredi. Dopo il segnale ristette, ansante di speranza e di timore, a spiare quello che fosse per nascere. Si aprono le porte, e le compagnie dei soldati nemici prendono a stendersi per la pianura verso il capo del ponte.
«M’ingannano gli occhi,» domandò Carlo ai Baroni che gli stavano attorno «o sorte Manfredi? – Sì, sorte… Sire Dio, gran mercè! – Or ecco, Baroni, il giorno che avete tanto desiderato… Mongioia! Mongioia! la battaglia è vicina.»
«Bel cugino,» parlò sotto voce il Monforte al Conte di Provenza «perchè il Cavaliere del fulmine…» E il rimanente gli disse in modo che nessuno dei Baroni quivi ragunati lo intendesse. Carlo parve sdegnato, e negò assoluto: insistendo il Monforte, lasciava piegarsi, e rispondeva: «Fa, cugino, quello che vuoi; ma guarda che sia degno di portarle: – certo egli è un molto terribile cavaliere.»
«Lasciate fare, io troverò il vostro uomo, cuore di ferro, testa di nuvolo.» E tale discorrendo il Monforte si dette a cercare per le file un gentiluomo guascone nominato Sire Arrigo di Cocence, e gli riferiva come al Re, tratto dai suoi tanti meriti, era venuto in pensiero di vestirlo delle sue proprie armi, e farlo condottiero dell’avantiguardia: «io» gli soggiungeva lo scaltrito «avrei potuto contendervi l’onore, ma come grande amico vostro ho voluto lasciarvelo; pensate alla gloria che sta per ridondarne alla vostra famiglia, pensate, sire Arrigo, che di qui innanzi inquarterete nell’arme vostra il fiordaliso di Francia.»
«Grande per vero» rispose il Cavaliere «è la dignità che ci comparte sire Carlo, pure non tale a cui la illustre stirpe dei Visconti di Cocence non sia assuefatta. Vedete, Monforte, questo morso d’oro in campo rosso? ne sapete voi la cagione?»
«Ne udii, sire Arrigo, narrare qualche novella…»
«E che! ignorereste voi forse, sire Monforte, averlo posto Regnault de Cocence per aver tenuto la briglia al Re Clodoveo, che il Signore riposi, dopo la battaglia di Soissons? E queste mani intrecciate in campo d’oro?»
«Sì veramente, Visconte: ma venite, che il Re ne aspetta, e il nemico si avanza.»
«Geffroi Visconte, alfiere dell’Imperatore Carlomagno. che Dio faccia requie alla sua anima, l’ebbe mozze alla battaglia delle Chiuse portando l’Orifiamma; e la fama racconta, che sire Geffroi, senza punto sbigottirsi, la stringesse co’ denti, e così la restituisse all’Imperatore, il quale gli disse: o Sire…»
«Già, già, – trovasi nella Storia del Regno, pagina quattromila cento otto; vi mostrerò il luogo; si dice che la scrivesse Arduino… gran savio maestro Arduino, Visconte, – primo consigliere di Carlomagno, e Diacono di San Remigio.» – E così interrompendolo, e strascinandolo, condusse Monforte il Visconte alla presenza di Carlo, e gli disse: «Ecco il Visconte.»
«Sire Arrigo, tanto di grazia nel nostro aspetto hanno trovato gli alti meriti vostri, che noi siamo venuti nella determinazione» e fece cenno agli scudieri, i quali attorniarono il Visconte, e presero a spogliarlo dell’armatura «di vestirvi della nostra divisa, e preporvi alle prime schiere.»
«Gran mercè, sire Carlo: molto è l’onore che mi fate, nondimeno tale a cui la stirpe dei Cocence si trova da secoli immemorabili assuefatta. Sapete…» (e «tout doucement» disse stizzito agli scudieri, che quasi rabbiosi gli levavano gli arnesi da dosso), «sapete, sire Carlo, la cagione del morso d’oro?»
«Santo Dionigi! pensate noi essere tanto ignari delle glorie di Francia?»
«Dico bene: e le mani intrecciate in campo…»
«Già… gran fama vi aspetta là su quella valle, sire Arrigo.»
«L’uomo fa quello che può; nondimen tanto faremo, sire Carlo, che ne andrete contento: «noi volgeremo alle spalle…» («Doucement» ripetè agli scudieri che nel torgli le manopole gli avevano graffiato le mani) «alle spalle, scavalcando quei monti… Vero che, prima dei nemici s’incontra Benevento; noi lo prenderemo per forza, e poi…»
Così favellando era rimasto in giustacuore di bufalo; – i nemici ingrossavano alla pianura; – Carlo cominciò ad armarlo dei suoi arnesi, e mentre lo armava lo avvertiva: «No, sire Arrigo, voi lascerete lo impaccio di guidare le mosse al Maliscalco Mirapoix, ed ai Vandamme; state intento a ferire bei colpi, potrebbe distrarvi il comando…» in questa gli stringeva gli sproni «io giurerei che nessun Cavaliere avrà guadagnato meglio di voi gli sproni d’oro.» Quindi si levò dal collo l’ordine di Gran Commendatore d’Oltremare, e ponendolo a quello del Visconte: – «Questo d’ora innanzi onorerà la vostra vita, o la vostra sepoltura.» – L’ordine d’Oltremare, conosciuto eziandio col nome del Naviglio, e della doppia luna, fu instituito da San Luigi, fratello del Conte d’Angiò, nel 1262, nel suo secondo viaggio nell’Affrica. Egli era composto di una collana di conchiglie intrecciate con mezze lune, e di una medaglia che rappresentava una nave sul mare: ogni oggetto aveva il suo significato; le conchiglie dinotavano la spiaggia di Aigues-mortes, dove ebbero i Francesi ad imbarcarsi, le mezze lune la guerra da imprendersi contro gl’Infedeli, la nave il tragitto del mare. Veramente Carlo rammentava impresa poco onorata con quelle insegne di Terra Santa sul petto; tuttavolta, calcolando l’utile che poteva derivargli dall’ostentazione di pietà, maggiore del danno della reputazione nell’armi scemata, non mai le depose in Italia.
Armato di tutto punto il Visconte, Carlo fece condurre il destriero: comparve il generoso animale avviluppato entro immensa gualdrappa ricamata a fiordalisi; ed appena conobbe il signore, nitrì; Carlo mostrò qualche cordoglio a cederlo, pure allo improvviso si scosse, e: «Va,» disse «Benevento vale bene un cavallo bardato.» – Terminata cotesta faccenda, «Baroni,» aggiunse «ascoltate i comandi: voi, sire Visconte di Cocence, Maliscalco Mirapoix, Vandamme, Clermont, prendete con voi mille cavalieri francesi, e sostenete l’assalto; compongano la battaglia le brigate dei Fiamminghi dei Brabanzoni, dei Piccardi, i Romani, e i cavalieri della Regina; porti l’insegna Guglielmo lo Stendardo, li comandi il nostro cugino Roberto di Fiandra, il Contestabile Giles Lebrun, e Beltramo di Balz; noi terremo la riscossa co’ Provenzali, avremo con noi Guido Monforte, Crary, e voi, Conte Guerra, co’ Guelfi di Toscana; la parola è la solita di Francia, Mongioia, cavalieri. Andate dunque, miei figli, ed acquistatevi signoria.»
Si muovevano, allorchè seduto sopra bianchissima mula comparve circondato da molti prelati Bartolommeo Pignattello Arcivescovo di Cosenza, addobbato dei suoi più magnifici arredi; la stessa mula andava coperta di un manto di oro ricamato a pignatte d’argento; vesti di oro con pignatte di argento ostentavano i servitori, e pignatte di argento su le mazze dorate portavano i maggiordomi. Certo, cotesta arme è gloriosa, perchè le Cronache dei tempi antichi raccontano che un Landolfo, capitano su le galere del Re Ruggiero nello assedio di Costantinopoli, di tanto fu audace, che penetrato nelle cucine dell’Imperatore Emanuele rapì tre pentole di argento. e le assunse ad impresa di sua famiglia; pure ella sente un po’ di ridicolo, e la voglia dell’Arcivescovo di trametterla da per tutto la rendeva piacevole anche più. Pertanto il Pignattello, fattosi al cospetto di Carlo, lo domandava, gravemente, se voleva che leggesse le bolle delle indulgenze date da Alessandro IV, Urbano IV, e Clemente IV, a cui combattesse in quella santa Crociata; Carlo rispose non essere mestieri, saperle tutti par coeur, li benedicesse, di questo sarebbongli tenuti. L’Arcivescovo si reca in mano l’aspersorio, e senza scendere dalla mula, con assai buone orazioni, li benedisse: poi, recitata in fretta un brano di perorazione nel quale diceva Manfredi figlio di Acab, fulminato dal sacratissimo anatema, razza di vipere, ariano arnaldista, priscillanista, ed ateo, tutto insieme, e chiamando allo incontro i Francesi veri figli d’Israello, e discendenti in linea retta dalla tribù di Giuda, intuonava l’Exurge Domine et defendem causam tuam ecc., e gli avviava a sgozzarsi allegramente su la pianura. – «Ora incomincian le dolenti note.»
Quinci e quindi a gran corsa, gridando Mongioia, e Svevia, si precipitano le schiere l’una contro l’altra, bramose di vincere; sparisce lo spazio che le divide, sorge la strage. I Francesi per comando del Maliscalco Mirapoix assaltano con la fronte assai vaga, perchè vedendo gli squadroni tedeschi avanzarsi in forma di quadrato, sperano ricingerli di fianco con le punte delle file, alle quali erano preposti i fratelli Vandamme. La cavalleria tedesca aveva in quei tempi riputazione d’invitta, e a vero dire, – tanto variano le cose in questo mondo, – incapace allora per difetto di disciplina a resistere, era insuperabile nel dare la carica. Adempiendo dunque i comandi del Re, insiste contro il centro dell’avantiguardia nemica, e sforza, e punta con sì fatta costanza, che, un po’ pel suo estremo valore, un po’ per essere il centro francese troppo sottile, comincia a balenare, diradarsi, e finalmente aprirsi; le punte, o vogliamo dire ale dell’antiguardo, già ripiegandosi per ferire i Tedeschi di fianco descrivevano un mezzo arco, allorchè occorrono nella battaglia di Manfredi difilata in linea retta a breve distanza dalle prime schiere, e così in vece di assaltare di fianco fu mestieri si difendessero di fronte da forze preponderanti. La fortuna più oltre conduce la trista lusinga: le schiere mezzane della battaglia, composte della masnada di Ghino, e dei Saraceni, prevalendosi della via aperta dai Tedeschi, vi si precipitano dentro. «Svevia! Svevia!» gridano muovendosi, e il suono si propaga per le valli circonvicine, e cresce il terrore: aggiungono spavento i Saraceni coll’incessante percuotere dei tamburi, chè in quel secolo soli essi adoperarono cotesta loro invenzione, la quale fu in processo di tempo accettata dalla civiltà europea per trasmettere i segnali in guerra, e per istraziare gli orecchi dei cittadini in pace, mettendoci di proprio i pifferi, onde compire l’armonia. Roberto di Fiandra, e il Contestabile Giles Lebrun, accorrono con la battaglia francese a sostenere le sorti vacillanti della giornata. Mongioia, e San Martino urlano a posta loro, e affrontano francamente. Formavano parte di questa schiera i cavalieri della Regina, e molti bei colpi di spada è fama che menassero, i quali però non ci conservano le storie; solo ci narrano come sire Arrigo di Cocence, non potendosi dar pace di avere indietreggiato meglio di due trar d’arco, infuriava per le file esclamando: «Cavalieri cristiani, fate testa per San Dionigi… che diranno di me in Francia? Vergogna! avanti… avanti… sono paterini, eretici i nostri nemici… le spade loro non tagliano, Dio gli ha riprovati.» – Due cavalieri di Manfredi osservato il Cocence, cui tolsero in cambio di Carlo di Angiò, avvolgersi così allo scoperto tra i suoi soldati, si spiccarono di fila, e abbassata la lancia, e premutala di forza sotto l’ascella, gli si disserrano addosso: erano questi Ghino e Rogiero. Bene avvertirono i vicini il Visconte dell’imminente pericolo, ma egli aspettandoli di piè fermo gridava: «Ora vedrete il bel giuoco.» – Giunti i Cavalieri di piena corsa, al punto stesso colpiscono il Visconte nel mezzo il petto, per modo che ambedue le punte riuscirono in angolo a tergo, e toltolo di sella per qualche tempo lo portarono confitto nell’aste. Si levò un grido di vittoria dall’esercito di Manfredi, stimando morto il Conte di Provenza, e più acre che mai continuò la battaglia: non meno vigorosi si difendevano i Francesi, comecchè si conoscesse chiaro che alla fine avrebbero perduto la prova. Travagliandosi così i due eserciti sul campo insanguinato, segnava il sole l’ora di nona, quando Giordano d’Angalone senza cimiero, mezzo scoperto di maglia, con lo usbergo falsato in più parti, recando in mano la spada rotta, si avvenne nell’Amira Jussuff, e: «Dammi la tua scimitarra,» disse «pochi colpi a ferire mi avanzano, e la vittoria è compita.»
«Viemmi dietro, Conte,» gli rispose l’Amira «chè ti provvederò di una spada.» – E così favellando sprona verso Clermont, che dalle armi, e più dalla prova, mostrava essere assai valente Cavaliere. Clermont vedendo colui stringersegli contro senza consiglio, si mette in guardia, reputando il manrovescio sicuro; allorchè gli è a tiro, mena di pieno vigore: l’Amira con ammirabile destrezza si curva sul collo del cavallo, passa la lama nemica, e appena gli sfiora le spalle; egli stringe la briglia allo snello Borak, torna indietro, e cala un fendente sul cimiero di Clermont, che, levate le gambe, aperte le braccia, cade morto per terra: l’Amira si piega dall’arcione, raccoglie la spada, e: «Prendi,» parla al Conte Giordano «così provvede di arme i suoi amici Jussuff.»
«Prode uomo!» rispose Giordano «io l’adoprerò in guisa, che corrisponda degnamente al modo col quale mi viene donata.» E sparve internandosi nel folto della mischia.
Respinto su tutti i punti, lo esercito di Carlo aveva lasciato soli i cavalieri della Regina, i quali, disposti di morire anzi che indietreggiare, ordinatisi in isquadrone serrato contrastavano a tutto lo esercito di Manfredi. Giordano Lancia considerando come non fosse bene che tutte le forze del suo signore trattenesse quel pugno di gente, il quale nei suoi stessi conati si disfaceva, temendo che i respinti si rannodassero, e tornassero ad ingaggiare l’assalto, chiamati tosto Ghino e d’Angalone, comandava che di là si spiccassero, e senza riposo inseguissero i Francesi; rimarrebbe egli a prostrare cotesto avanzo dell’esercito di Carlo. Obbedivano al cenno; dietro la traccia dei fuggitivi si cacciavano a briglia sciolta; resistenti o cedenti ammazzavano; i quartieri non concedevano; era spenta ogni misericordia; funestava lo sperpero lagrimoso gli sguardi di molti tra gli stessi vincitori.
«Sire Dio! non ne sostengo la vista;» grida Carlo, che dal sommo della collina chiamata la Pietra del Roseto contemplava la strage; «l’asta, scudieri… il mio cavallo… qui, presto, alla riscossa!»
«Bel cugino,» ritenendolo esclama guido da Monforte «sta saldo per San Martino, lascia ch’ei vinca anche un quarto d’ora, e poi la vittoria è nostra…»
«Io non sopporto…»
«Io ti giuro per l’anima di mio padre che ti faccio arrestare… costanza!»
I Tedeschi, a mal grado che il d’Angalone contrastasse, tratti dall’ingordigia della preda, rotti gli ordini, presero, come sicuri della vittoria, a sbandarsi qua e là per fare sacco; erravano i cavalli in balia di sè stessi; i cavalieri smontati si davano a frugare per le tasche dei morti e dei moribondi; a rapire di su le armature gli ornati che stimavano preziosi, adoperando le spade a guisa di leva; taluno, imprimendo la rapace mano sopra i cadaveri per isvellerne panno o corame che accomodasse ai suoi bisogni, così rabbiosamente trasse, che panno, corame, e pelle strappava a un punto; molti anche, non potendo cavare le anella dalle dita dei morti, tagliarono le dita, e non aborrirono riporsele in seno, – tanto si palesa schifosa l’umana cupidigia! – In questa, Ghino e d’Angalone si affaccendavano, e a calciate di lancia battendo il dorso ai ribaldi: «A cavallo, ghiottoni!» esclamavano, «a cavallo!» – I battuti, intenti al guadagno, o non sentivano le percosse, o correndo più innanzi scrollavano un po’ le spalle, e tornavano a far peggio. «Adesso scendiamo, cugino,» disse il Monforte; e Carlo montando a cavallo: «seguitemi, Baroni;» favellava ai suoi «voi vedrete il mio cimiero dov’è più gloria a conseguire; voi, Guido Guerra, rammentate ai vostri, che vincendo a Benevento ricuperano la desiata patria.» – E si slanciò alla pianura.
Un corriero spedito dal Conte Lancia si presenta a Manfredi, e gli dice: «Messere lo Re, abbiamo vinto.»
Il Re, levando gli occhi al firmamento per un pensiero che spontaneo gli si suscitò in mente di ringraziare il Signore, vede la schiera di riscossa francese che stendendosi sul pendío della collina del Roseto dechinava al piano, e ordina al corriero: «Va, va, torna a Giordano, e digli che si guardi, perchè non abbiamo anche vinto.»
Poi si fissò attento a considerare la masnada dei Guelfi, e parendogli, com’era, troppo bella, domandava, che gente fosse: gli rispondevano: – i fuorusciti di Firenze. – «Or dove» è fama che soggiungesse «abbiamo l’aiuto di parte ghibellina, che noi con tante fatiche e tanto tesoro favorimmo in Italia?» – E più sempre innamorandosi nella vista della masnada, che avanzava con ammirabile compostezza: «Veramente quella gente non può oggi perdere!» volendo significare, che qualora avesse egli vinto l’avrebbe tolta al suo soldo, e messa in istato.
«A cavallo vituperati! a cavallo! ecco il nemico!» – gridarono Ghino e Giordano; ma i Provenzali galoppando di tutta carriera già soprastavano: i Tedeschi e gl’Italiani, lasciando, quantunque a malincuore, la preda, assorsero per combatterli; i cavalli pascendo si erano allontanati, e nell’improvviso scompiglio molti li perderono, però che aombrando fuggirono; nessuno ebbe il suo. Non anche avevano formato gli squadroni, che i Francesi vi dettero dentro di furiosissimo impeto, e gli respinsero forse quaranta passi; allora i Tedeschi ristettero; lo spazio che li divideva appariva ingombro di cadaveri: i Francesi vacillavano aborrendo di calpestare i corpi dei fratelli. Carlo avvisando che da quella incertezza potevano i nemici prendere tempo a rannodarsi, e forse nascere la perdita della impresa, esclama: «Su, cavalieri, non badate a calpestarli, sì bene a vendicarli: quei vostri morti sono lieti di offrirci sui loro petti la via alla vittoria; Mongioia! Mongioia!» – E fu il primo a passare.
«Fate testa, avanti! – fuggirete chi avete in prima fugato? – Manfredi vi guarda, – vincere o morire, – Svevia! Svevia!» avevano un bel gridare Ghino e Giordano; i soldati andavano a ritroso, la paura si era cacciata tra loro. Il Monforte imperversava più fiero degli altri: montato sopra un forte cavallo normanno, menando a destra e a sinistra la mazza d’arme, faceva aspro governo della gente di Manfredi; l’osservò Ghino, e lo conobbe dallo scudo, che dopo il torneamento di Roma deposta l’insegna della Italia rovesciata riassumeva quella di sua famiglia, che mostra tre sedie rosse all’antica in campo di argento. – Non dette l’animo al buon Toscano di contemplare lo strazio, toglieva la lancia ad uno dei suoi, e correndogli addosso gridava: «Guardati, che sei morto.»
Il Manforte schivò il colpo, e quando Ghino fu trascorso gli trasse dietro la mazza d’arme, ma non lo colse. Ecco che Ghino, riabbassata l’asta, sprona di nuovo contro Monforte; questi con fermo volto, e col cuore tremante, attendeva a ripararsi, allorchè un suo scudiere si precipita alle spalle di Ghino, e lancia una zagaglia, che passando là dove la panciera si unisce all’usbergo penetra sotto l’ultima costa spuria, e ferito a morte lo stramazza per terra.
«Da vero, Raul,» parlò sorridendo Monforte al suo scudiero «il Cavaliere che hai ucciso era prode uomo, nè meritava morire a tradimento; nondimeno ben per te, chè uomo spento non fa guerra, e odore di nemico morto manda odore di rosa.» – Ciò detto, gli spinse sopra il cavallo, che meno tristo del suo signore sdegnò calpestarlo. – Stolto! e non sapeva che i cieli gli destinavano morte mille volte più miserabile. È da credersi che la Provvidenza la quale fece morire Simone Monforte suo bisavo di un sasso nel capo all’assedio di Tolosa, Almerico suo avo di una saetta nel ventre sotto Tolemaide, e Simone suo padre di onorate ferite sostenendo la libertà degl’Inglesi contro il Re Enrico, contendesse a Guido in pena della sua barbarie la gloria di cadere sul campo, oggimai ereditaria nella sua famiglia; preso nella battaglia navale combattuta tra Siciliani e Napolitani avanti il Golfo di Napoli nel 1287, conchiuse nello squallore del carcere una vita, che aveva illustrata di bei fatti d’arme, e contaminata di feroci misfatti.
Il Conte Giordano d’Angalone mirò quella morte; la mirò, e una tenebra gli si diffuse su l’anima; nondimeno, risoluto di non tornare in sembianza di vinto là d’onde si era dipartito come vincitore, trovandosi presso la masnada dei Guelfi vi si lanciò in mezzo, desideroso della bella morte. Trapassando imperversato molti percuote, molti stramazza, tanto che giunge allo stendale che in quella giornata portò Corrado da Montemagno di Pistoia; lo afferra con la manca, con la destra mena la spada; Corrado a sua posta tiene stretto, e si difende: i Paladini, che così, come abbiamo avvertito nel Capitolo decimosesto, si chiamarono i dodici Guelfi che condussero a morte Tacha da Modena, circondano il d’Angalone, e lo trafiggono di mortalissime punte; non vi bada il prode uomo, e segue la sua battaglia col bandieraio, il quale, soverchiato da troppo maggior forza, ferito in più parti, lascia cadersi di sella; al punto stesso trabocca il d’Angalone, spirando l’anima sul giglio di Firenze. – Atroci erano gli odii dei faziosi d’Italia in quei tempi, atroci i fatti; combattevano i fratelli contro i fratelli, i figli contro i padri, e però non senza commozione trovo nella mia Cronaca come i Guelfi dessero dopo la battaglia onorata sepoltura al d’Angalone deponendolo nella fossa stessa con Corrado di Montemagno, e sopra vi piantassero una croce, che nel braccio diritto presentava il nome di Giordano, nel traverso quello di Corrado, e pregava il passeggiero a recitare una requiem all’anime di due forti morti sul campo. Spenti i capitani, non fu più modo alla fuga, non si scôrse più altro che un correre alla dirotta per la campagna, non s’intese che un gridare: «salva chi può.» In questa maniera rovinando pervennero dove Giordano Lancia, vinti i cavalieri della Regina, riordinava i soldati per condurli in sussidio dei suoi. «Ecco i nemici!» bianchi di paura gli gridavano i primi arrivati. – «Quali nemici?» – «I Guelfi, i Francesi, una schiera di demoni scatenati.» – «Vengano, col nome di Dio; siamo qui per combatterli.»
Urtano i sorvegnenti Francesi le schiere del Lancia con inestimabile valore, e sono con pari prodezza ributtati; rinserrano le file, tornano alla carica, e di nuovo indietreggiano respinti; fu il terzo rincalzo il meglio sanguinoso, nè quantunque laceri, peranche si sbigottivano; – tentarono il quarto; – infiniti i colpi percossi e ripercossi, infinite le piaghe, infinite le morti; ma il Lancia: «fermi!» gridava ai suoi, e i suoi confortati dall’esempio non piegavano un’oncia: combatteva Rogiero nella prima fila; stava la bandiera di Manfredi nella sua mano salda quanto su la cima di un torrione; intorno di lei si affollavano con impeto rabbioso i più prodi, e quando egli l’agitava al vento, sorgeva un grido di gioia, e il coraggio dei combattenti si raddoppiava. – Allora che assaltiamo, non vincere significa perdere, e Carlo oggimai conosceva, per quella ostinata resistenza, disperata l’impresa; l’animo contristandosi però non si smarriva, anzi più acre per la sventura meditava lo scampo. Sovente osservammo, l’uomo sfortunato diventare maligno, e commettere nel disastro tal fatto, cui egli non avrebbe pensato nel tempo felice. Questo appunto avveniva nel caso presente: ricorse alla frode il figlio di Francia, e rompendo ogni patto dal diritto delle genti costituito in quella età, inteso solo ad apportare il maggior male possibile al nemico, ordinò che prendessero a ferire i cavalli: fu cotesto comando contro la fede che scambievole si davano i due popoli guerreggianti su la forma del combattere; ma la vittoria assolve ogni peccato commesso per acquistarla, e se Grozio sentenziò, – doversi serbar fede ai nemici, e recare loro il minore male possibile, – crediamo che lo dicesse di luglio, nè lo avrebbe confermato di gennaio.
Propagavasi il cenno di Carlo per tutte le file, da ogni parte sorgeva il grido: «Agli stocchi! agli stocchi! e ferire i cavalli.» – Ponevasi immediatamente in esecuzione; la prima fronte del Lancia innanzi che avvisasse a difendersi si trovò scavalcata; il Lancia medesimo ebbe morto sotto il cavallo; gli abbattuti si ripiegarono in disordine su le schiere che stavano a tergo; si aprirono queste per preservarli; – gli accoglievano; – solo infelici, che siccome raccolsero i compagni non poterono ributtare gli avversarii; – entrarono alla rinfusa; la francese gagliardia. fatta maggiore per la speranza della vittoria, menava le mani a precipizio; non mancarono in quell’estremo frangente a sè stessi i soldati del Re, pari era il valore, disuguale la condizione. Nessuno stimi più sanguinosa battaglia, o con maggiore prodezza, essersi mai combattuta negli antichi o nei moderni tempi; lunga stagione la pianura di Santa Maria della Grandetta esalò vapori pestiferi a cagione del lezzo che intensissimo mandavano i corpi insepolti; per oltre cinquanta anni le bianche ossa sparse alla campagna attestarono con quanta rabbia vi si straziassero migliaia di vittime, ed anche adesso avviene sovente all’agricoltore tracciando il solco di sentirsi a mezzo trattenere l’aratro; si abbassa, e trova frammenti di scheletri attraversatisi al vomere, gli afferra imprecando, e gli sbalestra nel campo del vicino.
Senza elmo in testa, co’ capelli rappresi di sudore e di sangue, ferito nel volto, tenendo nella manca lo stendardo reale lacero, nella destra la spada dalla punta all’elsa intaccata, si presenta Rogiero a Manfredi, e da lontano gli grida: «Alla riscossa. Messere lo Re, alla riscossa!»
«Ch’è questo? lasciano il campo i codardi? Dove è Messer Ghino?»
«È morto…»
«D’Angalone?»
«Morto…»
«Vendetta di Dio! Baroni, alla riscossa! seguite il vostro Re, egli vi condurrà alla gloria, o alla morte.» – E spinse il cavallo: non intendendo che un fievole rumore, volge la testa; – forse dieci lo accompagnavano; i rimanenti, in numero di mille quattrocento cavalieri, e forse quattromila fanti, non si muovevano.
«Su presto, affrettatevi! alla riscossa! chè l’indugio è rovina!» replica Manfredi. La medesima immobilità per la parte dei suoi. Comincia a chiarirsi il grande inganno; trema il cuore del Re. – —»O miei fedeli Baroni,» riavvicinandosi a loro esclama smanioso «muovetevi per la vostra salute, pe’ vostri figli… già non voglio rammentarvi qui i miei beneficii, – pensate all’onor vostro, pensate al vituperio…»
«Noi pensiamo all’anima, noi vogliamo l’assoluzione della scomunica…»
«Che fingete ora voi? Non combatteste meco contro Papa Alessandro? Non fa ancora l’anno, non iscorreste voi, armata mano, la campagna di Roma? Adesso non vi propongo investire la terra altrui, sì bene difendere il Regno…»
«Il Regno è vostro; difendetelo, se sapete.»
«Sì, lo saprò col valor vostro: usi a militare sotto l’Aquila del figlio di Federigo, voi non l’abbandonerete a mezzo della vittoria: il giuramento di fedeltà pronunziato a Monreale, e a Benevento, adempite: deh! fate che per la seconda volta Manfredi vi sia tenuto del trono.»
Gli rispondevano dando fiato alle trombe, e volgendo il tergo alla battaglia: – incredibile tradimento, se le storie del tempo, guelfe e ghibelline, nol riferissero. I Baroni napolitani, nella medesima maniera dei Pollacchi nell’antica costituzione, montavano a cavallo nei pericoli del Regno, e, come essi, formavano la principale, o la più numerosa parte degli eserciti: chi ha letto la storia di Polonia, si maraviglia della somiglianza tra i Pospoliti e le masnade dei Baroni napolitani; medesimo il lusso, medesima la instabilità, le abitudini medesime: solo diversi, in questo, che i Pollacchi difendevano ciò che reputavano libertà, i Napolitani la Monarchia. Manfredi che dubitava della loro fede, li sottoponeva ai suoi proprii comandi, confidando che l’autorevole presenza gli avrebbe frenati; come rispondessero alle sue speranze adesso vedeva; – per brevi istanti contemplò sbigottito l’immensa viltà. – «Stolto!» finalmente proruppe «ed io li pregava!» Poi levò la mano in atto d’imprecare: «No… immeritevoli delle mie imprecazioni, io li condanno a vivere!… me avventuroso! chè, come il trono, non istanno nelle loro mani la gloria e rinomanza nostre.» – Volgeva il destriero; col grido e con gli sproni lo stimolava alla corsa. In quel momento avvenne un caso stupendo: l’Aquila di argento, che teneva per cimiero, gli cadde su l’arcione… impallidì all’augurio fatale, dicendo: Hoc est signum Dei, però che questo cimiero aveva di mia mano appiccato per modo, che non doveva cadere.»
Raccolse, ciò detto, le sue virtù; e da che gli era impedito di vivere, ruinava nel furore della battaglia per morirvi da Re.