Kitabı oku: «Tiranni minimi»

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Gerolamo Rovetta

Tiranni minimi


Pubblicato da Good Press, 2021

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EAN 4064066072315

Indice

I.

II.

III.

IV.

V.

FINE.

I.

Indice

—«Sta ferma, brutta saetta!» strillò la contessa Orsolina alzando con una mano, in aria di minaccia, un pettine d'osso giallo e sdentato, e coll'altra dando una tirata rabbiosa alla grossa coda di capelli castagni della piccola Agnese.

La fanciulletta in piedi, dritta dinanzi alla padrona che la pettinava, non si era mossa fino allora, ma traballò per quella strappata forte, improvvisa, e le si empirono di lacrime gli occhioni grandi, infossati nel visino smorto. Tuttavia rimase sbalordita, senza mettere un grido: era tanta la soggezione e la paura, che non osava fiatare.

—«Sta ferma, brutta saetta!» ripetè la Contessa, e questa volta, dopo avere scaraventato il pettine sulla seggiola vicina, accompagnò la tirata con uno scappellotto.

—«Le fo anche da serva, a quella monella… E lei, invece di essermene grata, le inventa tutte per farmi scappar la pazienza!»

La sera, prima che la famiglia uscisse in gala per recarsi al Caffè d'Europa, la piccola Agnese, che serviva in casa da sguattera, da cuoca, da cameriera e da bambinaia, veniva sempre lisciata e vestita di tutto punto dalle mani stesse della contessa Orsolina, che si assoggettava, non senza dispetto, a quella disgustosa operazione, pur di tener alto il decoro della casa. È da sapersi poi che la Contessa la chiamavano tutti Orsolina, col diminutivo, soltanto perchè ciò le faceva piacere; ma, in verità, era invece un pezzo di donna alta e tarchiata, coi capelli rossicci arruffati che pareano un enorme parruccone, e colla faccia tonda, colorita, tutta sparsa di lentiggini e di bitorzoli giallognoli, che la Contessa chiamava nei, reputandoli una delle sue tante bellezze.

La bimba, nel frattempo, sotto le sfuriate della padrona aveva sempre taciuto, e per non muoversi punto, non si asciugava nemmeno le lacrime che le colavano chete giù dalle guance pallide e smunte, sul grembiule bianco.

—«Piange, quella smorfiosa. Piange!» continuò a brontolare la signora, che aveva incominciato a far la treccia, movendo in fretta le dita grosse, coperte dagli anelli d'oro, con un moto che pareva meccanico. «Piange, povera vittima!» e per ischernire Agnese prese a farle il verso, sforzando la voce aspra, fessa, a una cantilena piagnucolosa. Ma poi, quel dolore muto, quel pianto silenzioso finì per irritarla maggiormente e «Bada» tornò a gridare infuriata, «bada che se non ismetti di frignare, ti concio io pel dì delle feste».

La bimba, allora, si sforzò di trattenere le lacrime e si asciugò gli occhi colle manine ruvide e annerite, già sformate dalle fatiche grossolane e screpolate dal rigovernare.

La Contessa, terminata la treccia, la legò in fondo stretta stretta coi capelli che tolse via dal pettine; prese le forcine che aveva preparate sulla seggiola (era in cucina, dove abbigliava l'Agnese), le riunì tutte in un mazzetto e se le mise fra le labbra per averle più sotto mano; poi levandosele ad una ad una appuntò con esse la freccia che rigirò intorno al cocuzzolo, aggiustandovela in fine con un colpo secco della palma della mano.

—«Ecco fatto: adesso voltati marmotta!»

La bimba ubbidì subito; si voltò, tenendo la testa bassa; ma sul grembiulino bianco, inamidato, si vedevano qua e là le tracce delle lacrime cadute.

La Contessa, a quella vista, strillò come una indemoniata, agitandosi, smaniando, che pareva presa dalle convulsioni: buttò fuori improperi e parolacce, e siccome la piccina spaventata proruppe in singhiozzi, le allungò un manrovescio così forte che le fe' rossa tutta una guancia.

In quel punto, mentre lo strepito era maggiore, si aprì adagio adagio l'uscio interno della cucina, che metteva in una stanza attigua; poi fece capolino fuori dell'uscio una faccia pallida, magra, sparuta, con una barbettina rada e una gran zazzera di capelli neri; e rimase là esitante, a guardare, senza muoversi punto.

—«Se i vicini ci sentono» disse infine una vocina sottile e sommessa, «si fa la figura di tanti matti!»

Quel personaggio che non osava inoltrarsi era il marito della terribile Contessa: il conte e cavaliere Venceslao Portomanero, professore a duemila e duecento lire nel regio Ginnasio di Verona.

—«Sì, facciamo una figura da cani» continuò a strillare la signora, «ma è questa sciagurata che ci fa scomparire! E tu che sei un uomo, se non ti muovi per darle una buona lezione, mi farà crepar arrabbiata… e sarete tutti contenti!»

Il signor Conte guardò allora la bambina e sul volto spaurito gli passò come un'ombra di pietà; poi con una durezza che si sentiva forzata, «Andiamo, animo, da brava», disse ad Agnese, sempre colla sua vocina da pecora, «cercate, santa pazienza, di metter giudizio!» Ma dette queste parole sparì subito dietro l'uscio, che si richiuse con grande sgomento della fanciulletta, che si vedeva nuovamente abbandonata sotto le granfie della padrona.

Eppure Agnese, o la bambinaia, come la chiamava la contessa Orsolina, aveva avuto in casa Portomanero i suoi giorni buoni di felicità e di gloria; ed erano stati i primi appunto, in cui, dopo aver lasciato il verde paesello del Tirolo, i prati odorosi, le rocce bigie di granito, era scesa a Verona ed era venuta a servire e a stentare, in un quartierino privo d'aria e di luce, che sapeva di muffa.

La Contessa si faceva provvedere il personale di servizio da una sua amica che abitava Trento: e ciò perché le tirolesi sfacchinavano il doppio delle altre, e avevano minori pretese pel vitto e pel salario. Di più, essa voleva che non avessero mai servito, così non erano ancora ammalizzite e le poteva meglio governare.

Quando arrivò l'Agnese dal Trentino la Contessa in persona si recò a riceverla alla stazione; onore codesto ch'era toccato per altro, indistintamente, a tutte le bambinaie che l'avevano preceduta; e come la signora aveva fatto colle altre, abbracciò e baciò con grande effusione la nuova arrivata, ripetendole il solito discorsetto, che in quel momento di contentezza era veramente sentito:

—«Come ti chiami?»

—«Agnese, signora Contessa…»

—«Brava: è un nome che mi piace. Ricordati, che se sarai savia, non avrai in me una padrona dispotica, ma troverai invece una buona mamma».

Si avviarono a piedi verso Porta Nuova. La Contessa che dondolava tronfia e severa nella grassa maestà della sua persona, colle piume e i nastri svolazzanti del cappellone passato di moda, dono di una sua parente di Venezia; la bambina, che tratto tratto saltellava, non potendo tener dietro ai passi smisurati di quel donnone.

La signora Contessa non osava mai approfittare delle vetture di piazza:—«Non si è mai sicuri di quel che si porta a casa!»

La corsa era lunga: Agnese, stanca, cambiava da un braccio all'altro il suo piccolo fardelletto. La Contessa, rossa, accesa, col viso lustro pel sudore e una treccia di capelli che si snodava di sotto al cocuzzolo, sbatteva, ansante, il ventaglio, ma non rallentava il passo.

—«Hai fame, Agnese?» domandò dopo un poco.

La bimba, vergognosa, e con un affanno che le levava il fiato, rispose un monosillabo inintelligibile.

—«Oggi mangerai le papparelle al sugo: ti piacciono le papparelle

—«Sì, signora Contessa».

Allora cominciarono le prime istruzioni. Due cose, anzi tre, raccomandava la Contessa in modo particolare: l'ordine, la pulizia e il buon cuore. In quanto alla pulizia doveva proprio badarci assai, perchè il «signor Conte» su quel proposito era molto esigente; ma per contentar lei, bastava aver cuore. Sicuro, qualora si mostrasse affettuosa, affezionata, specialmente colla Rosalia, «la signora» avrebbe finito col chiudere un occhio e magari due, su tutto il resto. Già, in casa, non c'era molto da fare. Soltanto doveva abituarsi a essere ordinata per non affastellare le faccende!—Del resto non aveva altro che due persone sole da servire; chè la Rosalia, naturalmente, non contava.—La Rosalia sarebbe stata per Agnese uno svago, una delizia! Rubava il cuore quella ciocina!… Era un tesoretto.—E poi qualche volta, si sa bene, anch'essa «la padrona» le avrebbe data una mano. Preferiva lavorare un po' piuttosto che vedersi attorno un'altra persona di servizio; un viso nuovo! Eran tutte viziose, sudice, ladre!… E anche l'Agnese doveva esser contenta di trovarsi sola: così almeno, nella sua cucina, la padrona dispotica era lei! Con due donne insieme sarebbe stato troppo difficile il buon accordo: invidie, gelosie, liti!… Una casa del diavolo!… E il signor Conte su questo tasto era inflessibile. Guai, se sentiva leticare!… E aveva ragione, perchè ne scapitava il decoro della famiglia.

Quando attraversarono la Piazza Brà, la Contessa indicò ad Agnese il Caffè d'Europa.

—«Guarda com'è bello, ti piace?»

La bimba guardò senza risponder nulla: pareva istupidita.

—«Tutte le sere, o suona la banda sulla piazza o c'è concerto dentro, nella sala del Caffè—Guarda com'è grande!—Noi ci veniamo sempre. E verrai anche tu, colla Rosalia. Vedrai, vedrai; un po' di buona volontà, un po' di buon cuore, e pulizia, e puoi star sicura di godere il papato!»

Giunte in fondo della piazza le fe' ammirare anche l'Arena.

—«Lì dentro, una volta, ci stavano le bestie feroci, che mangiavano i

Cristiani vivi». E con un suo ghignetto di compiacenza, continuò: «Di'

la verità, ti piace più Mori…» era il capoluogo del paesello di

Agnese: «ti piace più Mori o Verona?»

La bimba alla domanda improvvisa si sentì stringere il cuore. Là, in mezzo a quella piazza così grande, fra tutte quelle casone bianche, con quella padrona al fianco, che vedeva per la prima volta e le metteva addosso tanta soggezione, volò col pensiero alla sua povera casetta, alla mamma, a Menico, e alzò timidamente gli occhi smarriti in volto alla signora, sospirando senza risponder nulla.

Alla poverina pareva di sognare. Difatti l'avevano destata di notte, bruscamente, per metterla in viaggio; l'avevano cacciata in una diligenza, tra una fitta di persone che la guardarono tutte di malumore e che si scomodarono appena per farle un po' di posto. Uno sgomento, un affanno nuovo, profondo la travagliava… Pure, per la stanchezza, pisolava a ogni tratto; ma quando tornava a svegliarsi spaventata pel traballìo della grossa vettura, la riprendevano quello sgomento e quel dolore, e alla luce malinconica dell'aurora, si facevano sempre più vivi, sempre più angosciosi. Poi, trovavasi sola, abbandonata sotto l'ampia tettoia della stazione, credeva di perdersi; rimaneva immobile, confusa, vergognosa fra il trepestio della folla affaccendata; non sapeva che fare, dove andare, a chi rivolgersi. Alla fine un conduttore, con mal garbo, la fe' correre quanto era lungo il treno, rossa, ansante, col suo fardello sotto il braccio, e la spinse su, strapazzandola, in un vagone di terza classe, sbacchiandole dietro lo sportello, mentre la macchina fischiava e il treno si metteva in movimento. E anche lì dentro, come prima nella diligenza, essa fu guardata di traverso da visacci arcigni, che l'accolsero con mal garbo…—Sì, sì; le pareva di sognare; sperava ancora che il suo non fosse altro che un brutto sogno. Ma poi, quando dovette convincersi d'essere desta davvero, allora lo sgomento di prima tornò a premerle sul cuore.

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Yaş sınırı:
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Litres'teki yayın tarihi:
16 ocak 2025
Hacim:
37 s. 1 illüstrasyon
ISBN:
4064066072315
Yayıncı:
Telif hakkı:
Bookwire
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