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Kitabı oku: «Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4», sayfa 12
Fu Errico, secondo che scrive Goffredo da Viterbo, di vago e signoril sembiante; ma per quel che dalle sue laide opere si vede, di costumi oltre modo biasmevoli e crudeli, spergiuro, e senza fede, ed avidissimo di moneta, e sopra tutto nemico de' romani Pontefici, da' quali scomunicato per la presura di Riccardo Re d'Inghilterra, e per la moneta tolta dal medesimo per riporlo in libertà, e per la presura di Niccolò d'Ajello Arcivescovo di Salerno, e morto perciò in contumacia della Chiesa, non si voleva dar sepoltura in terra sacra. Ma dal testamento che poi si trovò di lui, e dall'aver egli subito che cominciò ad ammalarsi inviato il Vescovo di Bettane al Re Riccardo a portargli la ricompensa de' denari, che gli aveva pagati167, si rese da poi manifesto, ch'esso si pentisse de' passati misfatti.
L'Imperatrice Costanza, morto suo marito, inviò subito l'Arcivescovo di Messina al Pontefice, a chiedergli, che avesse data licenza, che si fosse potuto sotterrare il suo cadavero in chiesa; e di più, che avesse fatto tor l'assedio d'attorno a Marcovaldo da Menuder tedesco, e Gran Giustiziero dell'Imperio, il quale era stato strettamente assediato da' Romani in una terra detta la Marca di Guarniero; e che avesse fatto parimente coronar il figliuolo Federico Re di Sicilia, con dimandargli la solita investitura168. Alla primiera delle quali domande rispose il Papa, che non fosse data sepoltura al corpo dell'Imperadore insino a tanto, che si fosse accomodato il tutto col Re d'Inghilterra. Alla seconda, rispose, che non potea far liberar Marcovaldo senza il voler de' Romani; ed alla terza, ch'egli avrebbe fatto coronar Federico Re di Sicilia, purchè i suoi fratelli Cardinali vi avesser parimente dato il lor consentimento; i quali non ripugnando, fu l'incoronazione accordata con pagar mille marche d'argento per servigio de' Cardinali; e volle di più il Pontefice, che giurasse Costanza sopra i Santi Evangelj, che Federico era nato di legittimo matrimonio contratto tra lei ed Errico.
Fece l'Imperadore prima del suo morire testamento, parte del quale pone ne' suoi Annali il Cardinal Baronio; il quale dice averlo cavato dalla vita di Papa Innocenzio inviatagli dal Cardinal Carlo de' Conti, da lui ritrovata nell'Archivio d'Avignone, mentr'era colà Legato, scritta da antichissimi tempi, nella quale scrittura si narra, che nella fuga di Marcovaldo, in una rotta che da' Romani gli fu data, non già nella Marca d'Ancona, ma in una battaglia, della quale avremo occasione di favellare nel libro che siegue, tra gli arredi suoi fu tal testamento trovato. È questo testamento molto pio; e' mostra pentirsi delle passate sue colpe, le quali non potendo ricompensar d'altra maniera in quell'estremo di sua vita, mostra volontà, che almeno fossero emendate dal suo erede. In virtù del qual testamento fu, dopo sua morte, restituita da sua moglie Costanza alla Chiesa, siccome scrive Ruggiero ne' suoi Annali d'Inghilterra, la maggior parte di Toscana, la quale egli, ed i passati Imperadori le avean tolta, cioè Acquapendente, Santa Crispina, Monte dei Falisci, Radicofano e S. Quirico con tutti i lor Contadi, e più altri luoghi appartenenti alla giurisdizione del Pontefice.
Narra ancora Matteo Paris, che Errico lasciò ai Frati del Monastero Cisterciense tremila marche d'argento de' denari pagati dal Re Riccardo per farsene incensieri del medesimo metallo per tutto il lor Ordine; ma che l'Abate di quel luogo rifiutasse tal dono, come di moneta acquistata con cattivo modo.
E finalmente avendo il Papa data licenza, per essersi composti gli affari d'Inghilterra, che si desse sepoltura al cadavere di lui, fu trasportato al Duomo di Palermo, ed ivi riposto in un ricco avello di porfido, il qual sinora si vede: e la sua gente, ch'era non guari prima del suo morire giunta in Soria sotto la condotta del Vescovo Corrado, avendo avuta contezza, ch'egli era morto, e ch'era giunto in Palestina contro di loro il figliuolo del Saladino, smarriti per sì cattive novelle, si posero tutti i Principi dell'oste vergognosamente in fuga, non ostante, che i lor soldati fosser disposti a valorosamente combattere, rimanendo soli fermi nel campo i Vescovi di Verdun e di Magonza; de' quali poscia quel di Magonza n'andò d'ordine del Pontefice a coronar il Re d'Armenia, che avea tal cosa instantemente richiesta.
Ma ecco, che dopo questi avvenimenti Papa Celestino, che sette anni avea governata la Chiesa, si morì in Roma l'ottavo giorno di gennajo dell'anno 1198, ed in suo luogo fu eletto Giovanni Lotario Cardinal di S. Sergio e Bacco, di nobilissima stirpe, giovane di non più che trenta anni, ma di grande avvedimento, ed il maggior Letterato, e Giureconsulto di que' tempi, che Innocenzo III nomossi.
CAPITOLO II
L'Imperadrice Costanza prende il Governo del Regno. Sua morte; e fine del regal legnaggio de' Normanni
Intanto l'Imperadrice Costanza, vedendo quanto erano odiati dai suoi vassalli i soldati tedeschi, ed il lor Capitano Marcovaldo, uomo di perduta vita, ed oltre modo crudele e rapace, volendo tener in pace il suo Regno, loro diede bando, con ordine che tantosto sgombrassero la Puglia e la Sicilia, nè ardissero d'entrarvi senza sua licenza169; onde tutti ne girono via, e Marcovaldo passato al Contado di Molise, che morto Mosca in Cervello, gli era stato donato da Errico, con lettere di salvo condotto dell'Imperadrice, acciocchè non fosse offeso dagli adirati Regnicoli, ed assicurate anche da Pietro Conte di Celano e da' Cardinali, che dimoravano in Regno, lasciati suoi Castellani nelle Rocche del suddetto Contado, se n'andò alla Marca d'Ancona, della quale era stato fatto Marchese da Errico, e colà dimorò fin che morì Costanza, ritornando poscia in Puglia, ove poi, come diremo, commise gravissime malvagità.
Innocenzio III tosto che fu coronato Pontefice, impegnossi con ogni suo potere, che si riponessero in libertà la Regina Sibilia, suo figliuol Guglielmo, e le figliuole, l'Arcivescovo Niccolò di Salerno, i suoi fratelli, e gli altri Baroni siciliani e regnicoli, che benchè fosse morto l'Imperadore, erano ancor sostenuti nelle prigioni d'Alemagna, e si leggono perciò tre sue epistole, la prima indrizzata agli Arcivescovi di Spira, d'Argentina e di Vormazia, ove dice loro, che debbiano scomunicare tutti coloro, che teneano in prigione l'Arcivescovo di Salerno, se nol rimettean di presente in libertà, inviandolo onorevolmente a Roma, ed anche tutta la provincia, ove egli fosse stato imprigionato; la seconda al Vescovo di Sutri, ed all'Abate di S. Anastagia, ordinando loro, che assolvessero Filippo Duca di Svevia, e fratello d'Errico, dalla scomunica, nella quale era incorso per aver assalito, ed occupato lo Stato della Chiesa, pur ch'egli procacciasse di riporre in libertà il Prelato suddetto; e la terza a' medesimi Vescovi ed Abati, imponendo loro, che se non fossero posti in libertà la Reina Sibilia, Guglielmo e le sorelle, e tutti gli altri prigioni, dovessero scomunicare tutti coloro, che gli avesser sostenuti ed interdire i loro Baronaggi170. Per la qual cosa il Duca Filippo, che avea per moglie Irene greca, vedova già del giovanetto Ruggiero Re di Sicilia, mosso a pietà di quelle donne illustri così acerbamente trattate dalla fortuna, e per obbedir parimente ad Innocenzio, essendo poco innanzi morto in prigione Guglielmo, le ripose in libertà e le inviò a Roma al Pontefice; ma di quel che poscia avvenne loro, ed al Duca Gualtieri di Brenna, che si ammogliò con una di quelle fanciulle, ed entrò ostilmente con grosso stuolo d'armati in Terra di Lavoro, scriveremo nel seguente libro di quest'Istoria. Furono ancora posti in libertà l'Arcivescovo Niccolò, il Conte Riccardo e Ruggiero suoi fratelli, che tornati in Salerno vissero poi lungamente.
Intanto l'Imperadrice Costanza, dimorando ancora il suo figliuol Federico in poter di Corrado Duca di Spoleti, lo fece condurre dal Conte di Celano e da Bernardo Conte di Loreto nel Reame, ed indi in Sicilia; e non guari dapoi dimandò al Papa l'investitura, per se e per Federico, la quale gli fu molto contrastata, non volendo darla nella maniera, che Papa Adriano la diede a Guglielmo I, e con tutto che Costanza gli avesse offerte larghe ricompense, non fu possibile piegarlo, se non si cassassero quattro capitoli, de' quali parleremo appresso, accordati prima con Guglielmo, onde rivocati questi, ottenne dal Papa per lei, e per lo figliuolo l'investitura del Regno per mano del Cardinal d'Ostia, che andò a Palermo, Legato di Santa Chiesa a coronargli amendue, e riceverne il giuramento di fedeltà, e la promessa del censo annuo di 600 schifati per la Puglia e per la Calabria, e di 400 per la Marsia. L'investitura la rapporta il Baronio, ove si leggono le seguenti parole: Quoniam Regnum Siciliae in Apostolicae Sedis fide adhuc permansit, et Rogerius quondam pater tuus, et Willelmus frater, et Willelmus nepos Reges Apostolicam Sedem, et praedecessores nostros summa constantia coluerunt, etc. concedimus Regnum Siciliae, Ducatum Apuliae, et Principatum Capuae, Neapolim, Salernum, Amalfim, Marsiam cum iis, quae ad horum singula pertinent. Viene anche rapportata dal Chioccarelli171, e da Rainaldo172, e riferita dall'istesso Innocente III in una sua epistola173. Scrisse ancora Innocenzio all'Imperadrice una sua epistola, o sia Breve, prescrivendogli il modo, che osservar si dovea nell'elezione de' Vescovi in tutti i suoi Stati, restringendogli molto quell'autorità, che in vigore di antichissimi privilegi e de' concordati che passarono fra Guglielmo I ed il Pontefice Adriano, ebbero nell'elezione de' medesimi i Re di Sicilia; di che ci tornerà occasione di far parola più innanzi trattando della politia ecclesiastica; perlaqualcosa soleva dolersi Federico II, che Innocenzio trattando con una donna, mentr'egli era fanciullo, avea saputo ingannarla, ma che egli non avrebbe sofferto, che si fosser in minima cosa derogate l'antiche ragioni e privilegi de' Re di Sicilia; onde avvenne, che si rese odioso ai Pontefici romani, e che fosse ciò una delle cagioni delle tante discordie e guerre, che lungamente travagliarono l'Europa, come diremo, quando di tali avvenimenti ne' seguenti libri dovremo ragionare.
Ma ecco finalmente l'Imperadrice Costanza, ultima degli eredi legittimi del Re Ruggiero, ammalandosi gravemente in Palermo, passò di questa vita il quinto giorno di dicembre di quest'anno 1198. Fu sepolta nel Duomo della stessa città in un sepolcro di porfido a canto a quello del marito, le cui iscrizioni, secondo che scrive il Baronio174, fatte novellamente scolpire da un tal Ruggiero Paruta Canonico palermitano poco inteso della verità di questi avvenimenti, contengono la favola del Monacato di Costanza, che sacrata e canuta divenisse moglie d'Errico.
Lasciò ella nel suo testamento, che fece due giorni prima della sua morte, il figliuol Federico, ed il suo Reame sotto la cura e baliato d'Innocenzio III175 con pessimo e pernizioso consiglio, poichè questo fatto, oltre d'aver partoriti disordini gravissimi e d'essersi aperta ben larga strada a' Pontefici romani d'intraprendere molte cose sopra il Reame, come si vedrà nel seguente libro, fece nascere l'altra pretensione dei medesimi, in congiuntura di minorità, di dover essi assumere il governo e l'amministrazione del Regno, anche se nel testamento dell'ultimo defunto non fosse loro conferito il Baliato, pretendendo che di ragione, come diretti padroni, a loro si appartenga durante la minorità del Re, siccome in fatti Clemente IV ciò pose per ispezial patto nell'investitura, che diede a Carlo d'Angiò; e nel corso di quest'Istoria si leggeranno molti disordini, e contese accadute in questo nostro Regno per queste pretensioni.
Ecco come in Costanza ebbe fine il real legnaggio de' Normanni, i quali da che Ruggiero prese la Corona in Palermo nell'anno di Cristo 1130 avean sessantotto anni con titolo reale dominato gloriosamente il Regno di Puglia e di Sicilia: Principi per le lor degne e lodevoli azioni meritevoli di chiara ed immortal memoria, i quali in mezzo a due Imperi stabilirono in Italia il più possente e nobil Regno, che vi fosse in que' tempi in tutta Europa, e che sotto Ruggiero, e i due Guglielmi fece tremar non men l'Occidente, che l'ultime parti dell'Oriente. Ma non perciò s'estinse in queste nostre province il sangue normanno. Rimasero molti Baroni e Conti normanni, che per lunga serie d'anni trasmisero co' Contadi l'illustre lor sangue nei posteri; nè senza fondamento a' dì nostri vantano alcuni Baroni trarre la lor origine da sì illustre e generosa prosapia. E vedi intanto come sì nobil Reame da' Normanni per diritto di successione non già per ragion di conquista, passasse a' Svevi dopo la morte di Costanza ultima di quell'illustre legnaggio. Noi colla morte della medesima, dopo aver narrata la politia ecclesiastica di questo secolo, daremo fine a questo libro, già che l'alte e generose gesta di Federico suo figliuolo richiamandoci a più nobili e magnifiche imprese, daranno ben ampio e luminoso soggetto a' libri seguenti di questa Istoria.
CAPITOLO III
Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto il duodecimo secolo, insino al Regno de' Svevi
Lo Stato ecclesiastico si vide in questo secolo in un maggior splendore e floridezza. I Pontefici romani innalzati sopra tutti i Re della terra stendevano la lor mano in ogni Regno e provincia: ed i Re istessi rendevansi a sommo favore dichiararsi loro ligi, e rendere i loro Regni tributari alla Sede Appostolica. Stabilirono in questo secolo la loro sovranità in Roma, e la lor independenza dall'Imperadore; e fecero valere la lor pretensione di concedere la Corona imperiale. Roma erasi renduta la Reggia universale, dove si riportavano non solo tutti gli affari delle Chiese di Europa, ma ancora i più rilevanti interessi delle Corone di quella, dipendendo i Principi con gran sommessione da' cenni de' romani Pontefici; e sotto Innocenzio III il Ponteficato si vide nella sua maggior grandezza. I Concilj per la maggior parte erano convocati da essi, ovvero da' loro Legati, dove vi stabilivano regolamenti, che giudicavano più confacenti per la loro grandezza; ed a' Vescovi niente altro era rimaso, che di prestarvi il loro consenso. Le appellazioni di tutte le sorte di cause e d'ogni sorta di persone erano divenute tanto frequenti, che non v'era affare alcuno, che subito non fosse portato a Roma. I Papi s'aveano appropriata gran parte nel conferire i Vescovadi, perch'erano Giudici della validità dell'elezioni, ancorchè queste si fossero lasciate al clero, e le ordinazioni ai Metropolitani. A questo fine si proccurò innalzare la dignità de' Cardinali, elevandogli a tal grado, che furono considerati, non solo superiori a' Vescovi, ma eziandio a' Patriarchi ed a' Primati; e sopra tutto ristringendo ad essi il potere d'eleggere il Papa. Per mostrare maggiormente la loro sterminata potenza, e ricavarne insieme profitto, non vi era cosa, che ricorrendosi in Roma, con facilità non si dispensasse, onde la disciplina ecclesiastica venne ad indebolirsi; ciocchè mosse S. Bernardo a declamare contro l'abuso di queste dispense, come uno de' gran disordini introdotti nella Chiesa.
Ma quello che sopra ogni altro rendè il Ponteficato sublime, si fu perchè non accadeva contesa fra' Principi d'Europa, nè controversia d'ampj Stati e di grandi preminenze, che non si ricorreva a Roma, con sottoporsi i litiganti alla decisione del Pontefice, di che ne possono essere ben chiari documenti le tante epistole, e le tante decretali d'Innocenzio III. I Re di Inghilterra, que' di Francia e di Spagna rispettavano quella Sede con profondo ossequio: ed i nostri Re normanni sopra tutti gli altri erano loro ossequiosissimi. Gli affari più grandi de' loro Stati si maneggiavano da' Prelati. Si è veduto che ne' Reami di Puglia e di Sicilia, gli Arcivescovi di Palermo, di Salerno, di Messina, di Catania, e tante altre persone ecclesiastiche trattavano i maggiori, e più rilevanti interessi della Corona. L'ambascerie più cospicue ad essi erano appoggiate; e la Casa regale si reggeva da loro. Essi erano del Consiglio regale, e nelle deliberazioni più serie e gravi si ricercavano i loro pareri.
Le maggiori loro occupazioni non erano perciò più per lo governo spirituale delle loro Chiese, ma tutti i loro pensieri erano negli affari di Stato, ed indirizzati ad ingrandire le loro Chiese di giurisdizione, di prerogative e d'onori, e sopra tutto di beni temporali.
Crebbe perciò, per lo favore de' Principi, la loro conoscenza nelle cause; poich'essendo i Vescovi per lo più assunti per Consiglieri del Re, fu cagione di accrescere in immenso l'autorità del Foro episcopale; ed abbiam noi veduto, che l'Arcivescovo di Palermo ottenne dal Re Guglielmo di potere i Giudici ecclesiastici conoscere del delitto d'adulterio e l'Imperadrice Costanza, Regina di Sicilia, drizzò un editto ai Conti, Giustizieri, Baroni, Camerarj ed a' Baglivi della diocesi del Vescovo di Penne, nel quale espressamente proibisce loro di procedere ne' delitti d'adulterio, ma che lascino procedere in quelli la Giustizia ecclesiastica; e quando accadesse che negli adulterii, si fosse usata violenza, il Giudice ecclesiastico conoscerà dell'adulterio, ed il Magistrato secolare della violenza, siccome si legge nell'editto dato in Palermo l'anno 1197, e rapportato dall'Ughello nella sua Italia sacra176. A questo s'aggiunse, che gli Ecclesiastici, come quelli che meglio de' laici s'intendevano di lettere, erano riputati migliori, e più sufficienti ad amministrar giustizia, onde con facilità s'inducevano ad avergli per Giudici, e di vantaggio, non potendo la Chiesa condennare a pena di sangue, nè anche all'ammenda, ciascuno, per essere più dolcemente trattato, non solo non sfuggiva, ma desiderava sottoporsi al giudicio di quella. Ma sopra ogni altro si accrebbe la loro conoscenza, perchè i Re e i Signori temporali, ed i loro Giudici non badavan molto allora a mantenere la lor giurisdizione nelle cause, le quali non erano lucrative, e di gran rendita per essi, com'è oggi, ma più tosto eran loro di peso, perchè le loro cariche erano esercitate gratuitamente, e senza poter dalle Parti esigere emolumento alcuno. Ed oltre a ciò quando s'entrava in contenzione di giurisdizione con gli Ecclesiastici, le scomuniche fulminavano, di che eravi presso di noi vestigio, che tutte le domeniche ne' sermoni delle Messe parrocchiali si scomunicavano coloro, che impedivano la giurisdizione della Chiesa.
Questo accrescimento dell'autorità del Foro episcopale, e l'applicazione de' Vescovi in cose maggiori e più rilevanti, fece che quando prima per ufficio caritatevole erano essi impiegati per via d'amicabile composizione a decidere i piati tra' Fedeli, e vennero poi ad acquistare per privilegio de' Principi la giurisdizione, esercitando da se stessi la giustizia a' litiganti: finalmente se n'esentarono in tutto, e cominciarono a crear Ufficiali per amministrarla; onde eressero Tribunali con particolari Giudici, ed in decorso di tempo a crear anch'essi Notaj, che avessero il pensiero, e la cura degli atti e de' processi. Quindi sgravandosi ancora del peso d'insegnare i misterj della nostra fede, stabilirono Professori di teologia per insegnare nelle Chiese cattedrali la teologia, e tenendo a vile gli esercizj delle cose sacre, tutta la loro applicazione era nelle cose del secolo, e negli affari politici e di Stato. Da ciò nacque, che bisognò provvedere il Foro episcopale d'un nuovo Corpo di leggi ecclesiastiche, onde surse il decreto di Graziano, per istabilir meglio la giustizia ecclesiastica, e la grandezza Pontificia.
§. I. Nuove collezioni de' canoni, e del decreto di Graziano
Le raccolte, che si fecero nel precedente secolo, furono delle prime dove i canoni si videro distribuiti per via di materie; ma quasi tutte furon contaminate dalle varie cose suppositizie d'Isidoro, che in quelle furono inserite. Burcardo Vescovo di Vormes ne distese una divisa in venti libri, che intitolò Magnum Canonum Volumen177. Ad Anselmo Vescovo di Lucca se ne attribuisce un'altra; ma quantunque porti il suo nome, si vede altri esserne stato l'Autore, poichè vi sono racchiusi alcuni decreti d'Urbano II, e d'altri Pontefici suoi successori, li quali vissero dopo Anselmo178. Ve n'è un'altra di Adiodato Cardinale del titolo di S. Eudossia fatta intorno l'anno 1087 per comandamento di Vittore III.179 L'altra del Prete Gregorio, intitolata Policarpus; siccome quella di Bernardo di Pavia, che s'intitola Populetum, non han mai veduta la luce del Mondo, ma manuscritte si conservano nella Biblioteca Vaticana180. Ma quella che compilò Ivone di Sciartres nel fine del precedente secolo, oscurò tutte l'altre. Egli la divise in diciassette parti, e l'intitolò Decretum. Dell'altra intitolata Pannomia ovvero Panormia attribuita al medesimo Ivone, sono alcuni, che ne fanno autore Ugone catalano181. Queste Collezioni erano a quei tempi le più rinomate, e delle quali valevansi le nostre Chiese, insino che surgesse quella cotanto famosa di Graziano, che tolse lo splendore a tutte l'altre, e che ricevuta con applauso da' Canonisti, meritò d'essere insegnata nelle pubbliche Scuole, ed in poco tempo ebbe tanti Commentatori, che fu riputata la principal parte della ragion canonica.
Graziano fu un Monaco dell'Ordine di S. Benedetto, il quale nel Ponteficato d'Alessandro III insegnò teologia in Bologna. E' nacque in Chiusi città della Toscana, e fu fama che fosse procreato d'adulterio insieme con Pietro Lombardo chiamato il Maestro delle sentenze, e con Pietro Comestore Scrittore dell'Istoria Scolastica, creduti suoi fratelli; narrasi ancora, che la loro comune madre non potè mai ridursi ad aver pentimento degli adulterj commessi quando gli generò, dicendo esserne ben paga, per aver dato al Mondo tre preclari e grandi uomini; e corretta dal suo Confessore, non potè ridurla, imponendole alla fine, che almeno si pentisse di questo suo non potersi pentire. Ma Guido Pancirolo182 rifiutò come favole questi racconti, massimamente, perchè non fu una la patria di coloro, essendo Graziano di Chiusi, Pietro Lombardo di Novara, e 'l Comestore fu Franzese.
Compilò egli questa Raccolta in Bologna nel monastero di S. Felice intorno l'anno 1151 nel Ponteficato d'Eugenio III183, e l'intitolò Concordia discordantium Canonum. La divise in tre parti. La prima contiene i principj, e ciò che riguarda il diritto canonico in generale, ed i diritti e ragioni delle persone ecclesiastiche, sotto il titolo di Distinzioni. La seconda, la decisione di diversi casi particolari, coll'occasione de' quali si risolvono molte quistioni; ed è intitolata le Cause. La terza ha per titolo della Consecrazione perchè riguarda quanto appartiene al ministerio ecclesiastico, a' sacramenti, a' riti, alle ordinazioni, e consecrazioni. La presentò egli a Papa Eugenio, ma non costa, che ne avesse da costui ottenuta conferma alcuna: ma non perciò che da' Pontefici non si fosse con pubblica legge approvata, rimase ella senza autorità e vigore. Fu ricevuta con tanto applauso, che gl'istessi romani Pontefici se ne valsero, e tacitamente per innalzare la loro autorità, ed abbassare quella dell'Imperadore e degli altri Principi la promossero; quindi sotto Federico Barbarossa sursero i Decretisti di fazione Guelfa, i quali difendendo le ragioni del Papa, si opponevano a' Ghibellini184. Ed ancor che quest'opera contenesse infiniti errori, fosse fatta senz'ordine, ed in una somma confusione, in guisa che fu d'uopo poi emendarla, nè bastò l'industria e la diligenza di tanti insigni Professori per poterla affatto pulire185, con tutto ciò acquistò tanta autorità, che tirò a se tutti i Letterati, i maggiori Teologi di que' tempi ad impiegarvi i loro talenti in farvi glosse e commenti; e nel Foro ebbe gran peso la sua autorità nelle decisioni delle cause; tanto che Graziano era comunemente appellato il Maestro; e nell'Accademie il suo Decreto era pubblicamente insegnato, e coloro, che l'insegnavano erano decorati col titolo di Dottore, prendendo tal dignità per mezzo d'una bacchetta, onde si dissero Baccellieri186. Accrebbe ancora la sua autorità la fama dell'Accademia di Bologna, la quale in que' tempi sopra tutte l'Accademie d'Italia e di Francia teneva il vanto; ed il gran numero de' Glossatori.
I primi furono Lorenzo da Crema, Vincenzo Castiglione di Milano gran Canonista, ed Ugone da Vercelli. Seguitarono le costoro vestigia Tancredi da Corneto Arcidiacono di Bologna, il quale intorno l'anno 1220 vi fece le chiose; Sinibaldo Fieschi, il quale innalzato al Ponteficato fu detto Innocenzio IV e Giovanni Semeca detto il Teutonico. Costui reformò tutte le chiose prima fatte ed aggiungendo le sue, fece al Decreto, ciò che Accursio fece alle Pandette187. Sursero da poi infiniti altri Glossatori, Bernardo Bottone, Goffredo, Egidio da Bologna ed altri; fra' quali s'estolse Bartolomeo da Brescia discepolo di Vincenzo Castiglione, il quale intorno l'anno 1256 aggiunse le sue chiose a quelle di Giovanni Teutonico, le corresse, le riformò ed in gran parte le mutò. Quando Gregorio XIII ordinò l'emendazione del decreto di Graziano, i romani Espurgatori ebbero molto che fare, non solo in pulendo il corpo del decreto, ma anche per espurgarlo dagli infiniti spropositi ed assurdi, che questi Canonisti Glossatori v'aveano aggiunti; tanto che surse quel proverbio: Magnus Canonista, magnus Asinista188.
Si credette a questi tempi, che il Decreto di Graziano bastasse per innalzare l'autorità pontificia al sommo dove potesse ascendere; ma in decorso di tempo, mutate le cose, questa compilazione non fu riputata sufficiente; onde al Decreto successe il Decretale, che poi anche non ha soddisfatto: ma secondo, che di tempo in tempo li Pontefici si sono andati avanzando in autorità, si sono formate nuove regole, onde ad emulazione del Corpo delle leggi civili, perchè si vedesse come, ed in qual maniera dentro un Imperio potesse fondarsene un altro, alle Pandette opposero il Decreto: al Codice, il Decretale: alle Novelle, il Sesto, le Clementine, e le Estravaganti; e perchè niente mancasse, Paolo IV comandò a Gio. Paolo Lancellotto che ad imitazione delle Istituzioni di Giustiniano compilasse anche le Istituzioni Canoniche, come fu fatto.
