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Kitabı oku: «Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4», sayfa 13
§. II. Elezione di Vescovi ed Abati
Ebbe in questo secolo grande incremento la potestà de' Pontefici romani intorno alla creazione de' Vescovi ed Abati; ed ancorchè al Clero ed a' Monaci si lasciasse l'elezione, nè apertamente s'impedisse a' Principi il loro diritto che v'aveano per gli assensi; nulladimanco essendosi i Pontefici resi Giudici della validità d'ogni elezione, inventò la Corte romana altri modi, co' quali spesse volte la collazione de' Vescovadi e Badie si tirassero a Roma. Furono stabilite perciò molte condizioni da dover'essere necessariamente osservate prima di venirsi all'elezione; altre nella celebrazione di essa; ed infinite qualità erano ricercate nella persona dell'eletto; aggiungendo che quando alcuna di quelle non fosse osservata; gli elettori fossero privati allora della potestà d'eleggere, la quale si devolvesse a Roma. Accadeva perciò e per diversi altri rispetti e cagioni, che sovente nascevano difficoltà sopra la validità dell'elezione; il perchè una delle parti appellava a Roma, dove per lo più si dava il torto ad ambedue; ed era l'elezione invalidata e tirata la collazione del Vescovado o Badia per quella volta a Roma.
Quando ancora si sapeva in Roma vacare qualche buon Vescovado o Badia, era spedita subito una Precettoria, ordinandosi in quella, che non si procedesse all'elezione senza saputa del Papa; e con onesto colore di aiutare o prevenire i disordini, che potessero occorrere, si mandava persona che assistesse e presedesse all'elezione, per opera della quale con diverse vie e maneggi, si faceva cader l'elezione in colui che dovea essere di maggior beneficio di Roma. Per queste cagioni poche elezioni di Vescovadi e Badie erano celebrate, che per alcuni di questi rispetti non fossero esaminate in Roma; onde i Pontefici romani quasi in tutte s'intromettevano, coprendosi ciò con onesto titolo di devoluzione per servizio pubblico: perchè gli elettori ordinari mancavano di quello, ch'era debito loro. Questi modi usati variamente secondo l'esigenza de' casi, non furono a questi tempi stabiliti in maniera, che avessero forza di legge, ma più tosto di consuetudini o di ragionevolezza; insino che Gregorio IX ridotti in un corpo tutti li rescritti, che servivano alla grandezza romana, ed esteso ad uso comune quello, che per un luogo particolare e forse in quel solo caso speziale era statuito, cacciò fuori il suo Decretale, che principiò di fondare e stabilire la Monarchia romana.
Questa medesima soprantendenza si pretese da' Pontefici romani esercitare nelle nostre Chiese e monasteri, e metter mano a quella parte che nell'elezioni s'apparteneva a' nostri Principi, e si tentò escludergli anche dall'assenso ricercato in quelle. Ma il Re Guglielmo I nella pace fatta con Papa Adriano, volle ciò pattuire con Capitolazione particolare, in vigor della quale, siccome altrove fu narrato, fu l'assenso del Re stabilito per necessario in tutte l'elezioni delle nostre Chiese, in guisa, che se l'eletto non fosse piaciuto al Re, o perchè fosse persona a lui odiosa e che per qualunque altra cagione non volesse assentire, non potesse quegli intronizzarsi e consecrarsi189.
Ma non mancarono in Roma di dire, che quelle Capitolazioni accordate da Guglielmo con Adriano, fossero state estorte per violenza e colle armi alle mani; tanto che quando lor veniva in acconcio, abusandosi della bontà o debolezza di qualche Principe, sotto onesto colore di prevenire i disordini o che i nostri Re s'abusassero di questa facoltà, si facevano i Papi ben sentire, pretendendo di più, che riconoscendo tal prerogativa per beneficio e privilegio lor conceduto dalla Sede Appostolica, avvertissero a ben servirsene perchè altrimente sarebbe stata lor tolta. E nel Regno di Guglielmo il Buono, essendosi questo Principe valso di questa ragione nell'elezione del Vescovo d'Agrigento, pure incolparono quell'innocente Principe d'eccesso; ed oggi giorno si legge una epistola tra quelle di Pietro di Blois190, dirizzata al Cappellano regio di Sicilia, dove dolendosi che nella Chiesa d'Agrigento, il Re, dissentendo il Capitolo, vi avea posto per Vescovo il fratello del Conte di Loritello, l'inculca, che per l'ufficio suo ammonisca il Re a non darlo a persona indegna.
Ma caduto il Regno di Sicilia in mano di femmina sotto la Reina Costanza, allora parve ad Innocenzio III tempo opportuno di alterare i patti accordati da Papa Adriano con Guglielmo I. Egli si dichiarò in prima, che non avrebbe conceduta l'investitura del Regno, se non si moderassero que' Capitoli, ed in effetto bisognò a Costanza di contentarlo, e nell'investitura che diede a lei ed al suo piccolo figliuolo Federico, ancorchè serbasse loro l'assenso, nulladimanco quasi lor impose necessità di darlo, sempre che ne fossero ricercati, e l'elezione si fosse canonicamente fatta191.
Ma ciò non bastando ad Innocenzio, volle egli regolare e dar norma all'elezioni che dovean farsi in questi Regni, prescrivendo per un suo particolar Breve spedito a' 19 novembre dell'anno 1198 e drizzato a Costanza il modo da tenersi, il qual era che nella sede vacante il Capitolo denunzierà al Re la morte del Prelato, e congregatosi insieme procederà all'elezione di persona idonea, la quale eletta, la denunzieranno al Re, e ricercheranno da lui l'assenso; e prima che il Re non sarà ricercato dell'assenso, non s'intronizzi l'eletto, nè si canti la solennità delle laudi; nè avanti che dal Papa sarà confermato ardisca d'intromettersi nell'amministrazione192. Consimile Breve inviò poi a tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Prelati e Cleri delle Chiese del Regno, perchè stassero informati di quanto egli avea stabilito sopra l'elezioni con Costanza, il qual Breve si legge pure fra le epistole d'Innocenzio193.
Morta Costanza nell'anno 1199 lasciando Federico suo figliuolo infante, ed il Regno sotto il Baliato di Innocenzio stesso, unendosi nella sua persona ambo le potestà papale e regia, dal suo cenno pendevano tutte l'elezioni; ma non per ciò nel tempo del suo Baliato fu pregiudicato all'assenso, perchè Innocenzio lo dava in tutte l'elezioni, spiegandosi che lo faceva vice regia, cioè come Balio, ch'era del fanciullo Re Federico, siccome si vede chiaro dalle sue epistole dirizzate al Capitolo e Canonici di Capua per l'elezione del lor Vescovo: al Capitolo di Reggio: al Capitolo di Penne e ad altri194. E finchè Federico stette sotto il suo Baliato e quando ancor giovanetto cominciò egli ad amministrare e che fu in pace con Innocenzio, si continuò il medesimo istituto; anzi presso Rainaldo195 si legge un suo diploma dirizzato ad Innocenzio, ed istromentato a Messina nell'anno 1211 ove prescrive il modo dell'elezioni nell'istessa guisa appunto, che Innocenzio avea prescritto a Costanza. Oltre Rainaldo, è rapportato il Diploma suddetto anche da Lunig196.
Ma adulto Federico e reso più accorto di quello, che avrebbero voluto i Pontefici romani, cominciò a conoscere l'alterazioni fatte da Innocenzio a' Concordati stabiliti tra Papa Adriano con Guglielmo I, e principiò a dolersi del torto fatto alle sue preminenze, e che Innocenzio trattando con una donna, come fu Costanza e nel tempo del suo Baliato, con un fanciullo, avea proccurato l'assenso ricercato di necessità in tutte l'elezioni, di ridurlo ad una cerimonia e che bastava che sol si ricercasse, perchè si dovesse dare, pretendendo di dover'egli conoscere le cause, che si allegavano di non assentire.
Gli eccessi così d'Innocenzio e molto più de' suoi successori in far valere queste loro pretensioni, come di Federico in pretendere il contrario, di poter negare l'assenso quando gli piaceva, ed a suo arbitrio rifiutar l'elezioni fatte, furono una delle cagioni, non meno de' contrasti ed acerbe contese che insorsero poi tra questo Principe e Gregorio, Onorio, Celestino e sopra tutti Innocenzio IV, successori d'Innocenzio, che di gravi disordini nelle nostre Chiese; poichè Federico abusandosi sovente di questa prerogativa, rifiutando l'elezioni fatte, non si rimaneva fin che finalmente non quelle cadessero sopra le persone da lui promosse. I Pontefici dall'altro canto declamavano contro tali abusi e con molta acerbità biasimavano Federico, che a modo suo voleva disporre delle Prelature del Regno, quando l'elezioni doveano esser libere e non forzate; ed alcuni resistendo apertamente a' desiderj del Re, s'opponevano con vigore e quindi accadeva, che le nostre Chiese venivano lungamente a vacare: altri Papi più arrischiati s'avanzavano, ad onta dell'Imperadore, d'annullare l'elezioni fatte a suo modo, ed a provedere essi, indipendentemente da lui le Chiese. Nel Ponteficato d'Innocenzio III, vacando la Chiesa di Policastro, Federico rifiutò tutte l'elezioni prima fatte, affinchè quella cadesse in persona di Giacomo suo Medico, siccome dagli elettori già stanchi ed importunati ottenne. Ma avutosi ricorso a Papa Innocenzio, questi dichiarò invalida l'elezione fatta in persona di Giacomo, e fece restar ferma la prima sortita in persona d'altri, scrivendo perciò sue lettere al Vescovo di Capaccio ed all'Abate della Cava, che così eseguissero197. Papa Gregorio IX per queste istesse cagioni con molta acrimonia riprendeva l'Imperadore, e declamava con incessanti querele contro il medesimo198. Ma con Onorio III le discordie sopra ciò maggiormente s'inasprirono; poichè vacando molte Chiese di queste province, che lungo tempo erano per tali contrasti rimase vedove, Federico volle in tutte le maniere provederle di Pastori; se ne offese il Papa e gli scrisse riprendendolo con molta acerbità ed acrimonia; ma l'Imperadore con pari vigore e fortezza disprezzò sue lettere199; onde Onorio, senza tener conto di lui e del suo assenso provide egli le sedi vacanti: a Capua e Salerno, vi mandò per Arcivescovi, i Vescovi di Patti e di Famagosta: a Brindisi, l'Abate di S. Vincenzo a Vulturno: a Consa, il Priore di S. Maria della Nova di Roma: e ad Aversa, l'Arcidiacono d'Amalfi200. Federico rifiutò costantemente i nuovi Prelati, non permise, che senza il suo assenso fossero intronizzati, e gl'impedì il possesso delle sedi loro assignate.
Quindi gli animi maggiormente s'inasprirono e proruppero poi in tanti eccessi e disordini, ed in così strani avvenimenti, che saranno ben ampio soggetto de' seguenti libri di quest'Istoria.
FINE DEL LIBRO DECIMOQUARTO
LIBRO DECIMOQUINTO
I Svevi, Popoli della Germania, che abitarono quella parte di qua del Reno tra la Franconia e la Baviera e la Valle dell'Eno, e da' quali il Ducato di Svevia prese il nome, non vennero a noi a guisa di assalitori, come i Longobardi, o come peregrini, ed a truppe a truppe, come i Normanni; i quali non altro diritto ebbero di conquistarci, se non quello, che lor somministrava la spada, e la ragion della guerra; ma vi comparvero sotto il lor Duca Errico Imperadore, il quale avendo presa in moglie Costanza, ultima del sangue legittimo de' Normanni, portò per successione questi Regni al suo figliuolo Federico. Trae la sua origine questo invitto Eroe da Federico Stauffem di famiglia nobilissima tra' Svevi, e Cavaliero valorosissimo, al quale per la sua nobiltà e valore, non disdegnò l'Imperador Errico IV dare la sua figliuola Agnesa per moglie, e con lei il Ducato di Svevia per dote201. È fama che la Svevia ne' tempi antichi fosse Regno, ma che da poi fosse stata ridotta in Ducato; ed a' nostri dì pur perdè questo titolo, poichè ora in Alemagna niun Principe s'adorna del titolo di Svevia; perchè parte è aggiunta alla Casa d'Austria per eredità, e parte ne occupa il Duca di Wirtemberg; e le città che vi sono, molte sono libere ed imperiali, e molte al Duca di Baviera sottoposte. Giunge ella a' gioghi dell'Alpi, ed in parte è recinta da' Boarj, Franconj ed Alsatensi. Da Federico con Agnesa nacque Corrado II Imperadore, da cui nacque Federico I detto Barbarossa, e da costui Errico, il quale, avendosi sposata Costanza figliuola del Re Ruggiero, diede al Mondo Federico II che per retaggio materno, Re di Sicilia e di Puglia divenne. Per questa cagione, fra tutte le Nazioni, vantano i Svevi il più legittimo e giusto titolo sopra questi Reami; ed a ragione si dolsero, che per la potenza e disfavore de' romani Pontefici fossero stati a lor tolti, e trasferiti a' Franzesi della Casa d'Angiò.
Il Pontefice Innocenzio III calcando le medesime pedate de' suoi predecessori, avea per la sua eccellente condotta fatti progressi maravigliosi sopra questi Reami; ed oltre al diritto dell'investiture, pretendeva esser riconosciuto come diretto Signore di quelli, non altramente che gli altri Principi fanno sopra i Feudi de' loro Baroni e Vassalli; ed in conseguenza di ciò esercitare in quelli le più supreme regalie. Egli apertamente nelle sue epistole dichiarò, che la proprietà di questi Reami s'apparteneva alla Sede Appostolica, e perciò, mettendo da parte il testamento di Costanza credette, che independentemente da quello a lui si dovesse il Baliato del picciolo Re, e de' suoi Regni. Ma nel principio, a cagion di Marcovaldo e de' Siciliani, tenne celati questi pensieri, e simulò prenderne la cura come Balio in vigor del testamento di Costanza; per la qual cagione saputa la morte dell'Imperadrice, ed il suo testamento, accettò con allegria la tutela, ed immantenente si pose ad esercitarla, scrivendo all'Arcivescovo di Palermo, ed a quelli di Reggio e di Monreale, ed al Vescovo di Troja famigliari del Re, che egli non tanto colle parole, quanto co' fatti, avea accettato il Baliato a lui lasciato dall'Imperadrice Costanza202. Ma i fatti furono tali, che dopo la morte di Costanza si conobbe, che non tam tutelae nomine, come dice il Nauclero203, quam sui juris tuendi causa, Siciliam et Apuliam administrabat.
Mandò per tanto Innocenzio per suo Legato in Sicilia Gregorio da Galgano Cardinal di S. Maria in Portico, acciocchè con Riccardo della Pagliata Vescovo di Troja, e Gran Cancelliero di quel Regno, con Caro Arcivescovo di Monreale, e con gli Arcivescovi di Capua e di Palermo, che dall'Imperadrice erano stati lasciati per famigliari del picciolo Re, avesse preso il Governo dell'isola; ed il Cardinale colà giunto prese da' famigliari suddetti il giuramento di fedeltà in nome d'Innocenzio. Ma ciò non molto piacendo al Gran Cancelliero Riccardo, ed agli altri del suo partito, i quali non volevano colà superiore alcuno, vennero tantosto a scoverta nemicizia col Legato, e trattando i proprj comodi, non l'utile del Re, furon cagione, che di là a poco il Cardinal Gregorio facesse ritorno in Roma, avendo prima inviato ordine per tutta la Sicilia e la Puglia, che ciascun riconoscesse il Pontefice per suo Governadore, e Balio del Re fanciullo.
Dall'altra parte Marcovaldo, che, come si disse, era stato da Costanza con tutti i suoi Tedeschi scacciato dal Reame, intesa la di lei morte, ragunò prestamente un numeroso esercito di suoi amici e partigiani, ed altri ch'egli assoldò; ed ajutato da alcuni Baroni regnicoli, e da Guglielmo Capparone, Federico, e Diopoldo Alemano, e da altri Tedeschi, a cui avea donato Errico Stati e Baronaggi in Puglia ed in Sicilia, entrò ostilmente nel Reame, ed in prima assalì il Contado di Molise (ove molte Rocche ancor per lui si guardavano) e senz'alcun contrasto se 'l pose sotto il suo dominio. Inviò poi a richiedere a Roffredo Abate di Monte Cassino, che si fosse con lui congiunto, riconoscendolo per Balio di Federico, secondo ch'era stato, com'egli diceva, lasciato dall'Imperador Errico; ma l'Abate scorgendo l'intendimento di Marcovaldo essere non di custodire, ma di rapire l'eredità del fanciullo, ributtò i suoi messi, nè volle far nulla di quel ch'egli chiese, iscusandosi, che avea già prestata ubbidienza al Pontefice ed accettatolo per Balio del Regno: il perchè sdegnato gli mosse aspra guerra, ed entrato ostilmente nelle terre della Badia in quest'anno 1199, prese in un subito e bruciò molti luoghi della medesima, ed indi venne a campeggiar S. Germano, alla cui difesa era accorso già l'Abate Roffredo204. Avea intanto Innocenzio inviato in Terra di Lavoro Giovanni Galloccia romano Cardinal di S. Stefano in Montecelio, e Gerardo Allucingolo da Lucca Cardinal di S. Adriano con seicento soldati condotti da Landone da Montelongo Governador di Campagna di Roma, i quali avuta contezza, che Marcovaldo dovea assalir S. Germano, raccolsero altro buon numero di soldati da Capua, e dalle circonvicine castella per opporsegli; siccome uniti coll'Abate Roffredo, alla difesa di quella Terra furon tutti rivolti. Ma venuto non guari da poi Diopoldo con buon numero di Tedeschi in ajuto di Marcovaldo occupando il monte, che sovrasta alla città, obbligò i difensori ad abbandonar la difesa, ed a ritirarsi dentro il monastero di Monte Cassino; per la qual cosa Marcovaldo entrato nell'abbandonata città, incrudelì fieramente cogli abitatori, e bruciando la terra, e con varj tormenti barbaramente affliggendo gli uomini e le donne, scorse poi per gli altri luoghi di S. Benedetto, e quegli aspramente danneggiati, cinse d'assedio l'istesso monastero di Monte Cassino, ed il vallo, ove s'era fortificato Landone con gli abitatori, tentando a forza di prendergli con assalir le mura e lo trincee; ma invano, perchè fu più volte dall'uno, e dall'altro luogo con molto suo danno valorosamente ributtato da' difensori.
Narra nella sua Cronaca Riccardo da S. Germano205 autor di veduta, che cangiatosi nel dì di S. Mauro l'aere di chiarissimo ch'era, in torbido e tempestoso, venne in un subito così gran tempesta di pioggia mista di gragnuola e folgori e tuoni spaventevoli, accompagnata da impetuoso vento, che inondando sopra i Tedeschi attendati fra quelle rupi alpestri del monte, e gittando a terra, e rompendo i lor padiglioni, gli costrinse a torsi via frettolosamente dall'assedio; ma Marcovaldo niente perciò deponendo del suo furore, nel discender giù del monte bruciò il Castel di Plumbarola e di S. Elia, e ritornando a S. Germano, vi fè abbatter le mura, le porte, e' migliori casamenti, ch'erano rimasi in piedi, con usar strage grandissima in tutti que' contorni, permettendo a' Tedeschi il sacco anche nelle chiese senza niuna riverenza, e timor di Dio e de' Santi, a cui eran dedicate.
Queste calamità afflissero sì fattamente il Pontefice Innocenzio, che per darvi alcun rimedio, scomunicò prima solennemente Marcovaldo con tutti i suoi seguaci206, e scrisse poi agli Arcivescovi di Reggio, Capua, Montereale e Troja, che ragunassero esercito bastante per opporsi a Marcovaldo, ed impedire i mali, che commetteva, descrivendogli in queste sue lettere minutamente. E lo stesso scrisse al Clero, Baroni, Giudici, Cavalieri, ed al Popolo di Capua, dicendo loro di più, che avea inviati suoi Legati con molta moneta a Pietro Conte di Celano, del lignaggio dei Conti di Marsi, a Riccardo Conte di Teano, e ad altri Baroni regnicoli, ch'assembrasser soldati per tal cagione; e che se d'uopo ne fosse stato, avrebbe bandita la Crociata contro di lui, acciocchè tutti coloro, che gli prendean l'armi contro, avessero il general perdono de' lor peccati, come se gissero oltre mare a guerreggiare con Turchi; e lo stesso scrisse a' Vescovi, Abati e Priori di Calabria; ordinando ancora, che ciascheduna domenica ed altri giorni festivi, si maledicessero pubblicamente Marcovaldo, e i suoi seguaci e parimente a' Vescovi, e ad altri Prelati di Sicilia, ed a tutti gli altri Baroni, Conti e Popoli d'amendue i Reami.
Ma non finivano per questo i soldati di Marcovaldo di far continui danni a' luoghi di Monte Cassino, e di porre a saccomanno le chiese, e rubare gli ornamenti degli altari: il perchè l'Abate Roffredo, non parendogli dover più soffrire tante calamità, avendogli offerto una buona somma di moneta, alla fine concordossi con lui, il quale ricevuto denaro uscì dalle sue Terre senza dargli più noja, e n'andò a guerreggiare altrove.
Nell'istesso tempo Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi, veggendo di non poter in altra guisa difendere il suo Stato, si concordò co' Tedeschi, non ostante quello, che gli avea in contrario di ciò scritto Innocenzio, dando per moglie una sua figliuola al fratello del Conte Diopoldo nomato Sigisfredo, a cui avea commesso Marcovaldo la guardia di Pontecorvo, S. Angelo e Castelnuovo, luoghi importanti a' confini del Reame. Ma non guari passò, che Diopoldo, mentre discorrea per lo Reame procacciando di accrescer partigiani a Marcovaldo con minor cura della sua persona, che conveniva, fu fatto prigione da Guglielmo S. Severino Conte di Caserta, il quale, così avendogliene scritto Innocenzio, non volle mentre visse, rimetterlo mai in libertà. Nondimeno venuto egli tra poco a morte, il di lui figliuolo nomato anch'esso Guglielmo, concordatosi co' suoi il trasse di prigione prendendo una sua figliuola per moglie: la qual cosa recò gravissimo danno agli affari del Regno per le malvagità, che poscia Diopoldo per lungo tempo commise.
Avea intanto Marcovaldo (secondo che si legge in una Cronaca d'incerto Autore, che si conserva nella libreria del Duomo della città di Fois in Francia, ridotta in istampa, ed unita col registro dell'Epistole d'Innocenzio) tentato di concordarsi col Papa per opera di Corrado Arcivescovo di Magonza, il quale nel ritorno di Terra Santa era capitato in Puglia, promettendo, pur che non l'avesse molestato nella conquista, ch'egli intendeva fare del Regno, ventimila once d'oro, col dovuto giuramento di fedeltà solito a farsi da' Re di Sicilia a' romani Pontefici, significandogli ancora, che non dovea essergli d'impedimento a far ciò l'aver preso sotto la sua protezione Federico; perciocchè gli avrebbe fatto veramente toccar con mani, che quel fanciullo era stato supposto, nè era altramente nato di Costanza e di Errico.
Ma l'accorto Pontefice conoscendo l'ingordigia di regnare, e la malvagità di Marcovaldo, non diede fede alcuna alle sue menzogne; il perchè Marcovaldo senza far più menzione di tal fatto, tentò con altri mezzi pacificarsi con Innocenzio, e d'esser assoluto dalla scomunica. Il Pontefice gl'inviò Ottaviano Cardinal d'Ostia, Guidone di Papa Romano Cardinal di S. Maria in Trastevere, ed Ugolino de' Conti suo Nipote Cardinal di S. Eustachio; acciocchè comandandogli prima in suo nome di ubbidire a tutto quel ch'egli avesse ordinato intorno a' capi, per i quali era stato scomunicato, e fattogli di ciò prestare il dovuto giuramento, l'avesse poscia assoluto dalle censure, ricevendolo in grazia di S. Chiesa; ma quel Tedesco, che avea altro in pensiero, tentò in varie guise di distorre con prieghi e con minaccie i Cardinali di ordinargli tal cosa, adoperandovi per mezzo Lione di Montelongo consobrino del Cardinal d'Ostia, ma invano; perciocchè il Cardinal Ugolino, pubblicamente gli comandò in nome del Pontefice, ch'egli più non molestasse i Regnicoli, nè tentasse intrigarsi nel lor governo, come Balio di Federico: che restituisse tutti i luoghi occupati in Puglia ed in Sicilia, e ricompensasse i danni avvenuti per opra di lui alla Chiesa romana ed all'Abate di Monte Cassino; e che più non travagliasse i Prelati, e l'altre persone ecclesiastiche. Alle quali cose rispose, che non potea far per allora sì fatto giuramento, ma che avrebbe di presenza nelle mani del Pontefice in Roma giurato di osservare il tutto; ed accomiatati onorevolmente i Cardinali, ritornò alle cattività primiere, procacciando per suoi Messi dare a divedere a' Regnicoli, ch'era convenuto col Pontefice, e ch'egli l'avea confermato per Balio del Regno.
Ma pervenuta ad Innocenzio tal novella, chiarì tosto per sue particolari lettere esser ciò bugia, e ritrovamenti di Marcovaldo; laonde veggendo essergli chiusa in Puglia ogni strada di recare il suo proponimento ad effetto, conchiuse di passare in Sicilia, ove giudicava poter più agevolmente, e con minor contrasto adoperare le sue malvagità. Ma prima di ciò fare, assediò Avellino, la qual città non potendo egli prender così presto per la valorosa difesa de' cittadini, pago della molta moneta, che gli diedero per uscir di tal molestia, si tolse via dall'assedio. Prese poscia a forza Vallata, e la diede a sacco a' soldati, e procedendo a far danni maggiori gli venne incontro Pietro Conte di Celano con buon numero di soldati da lui raccolto nel Contado di Marsi, co' quali non volendo Marcovaldo venire a battaglia, tornò nel Contado di Molise, ove per non poter difendere la città d'Isernia, che allora avea in suo potere, tolse tutti i lor beni a' cittadini, e passato sopra Teano per esercitar le sue forze contro quella città, ne fu ributtato. Alla fine per mantener in fede i suoi partigiani in Terra di Lavoro, ed in altri luoghi di Puglia, lasciato Diopoldo, Ottone e Sigisfredo suoi fratelli, Corrado di Marlei Signore di Sorella, Ottone di Laviano, e Federico di Malento, con buona mano di soldati tedeschi, passò a Salerno, che seguiva la sua parte, e quivi imbarcatosi su l'armata apprestata per tal effetto, navigò felicemente in Sicilia.
Significata intanto a' Governadori del Regno di Sicilia la navigazion di Marcovaldo, per reiterati Messi, chiesero soccorso di soldati al Pontefice, e persona di stima per potersegli opporre, il quale spedì a quella volta Cintio Cincio romano Cardinal di S. Lorenzo in Lucina, e Giacopo Consiliario suo consobrino e Maresciallo con 400 cavalli assoldati a sue spese, e con essi Anselmo Arcivescovo di Napoli, ed Angelo Arcivescovo di Taranto, uomini di molto avvedimento, acciocchè si valessero del lor consiglio. Costoro passati in Calabria ne scacciarono Federico tedesco, che quella provincia aspramente travagliava, e poi valicato il Faro ne girono a Messina città fedelissima a Federico, e che in que' tumulti di Marcovaldo seguitò sempre costantemente il suo nome.
È rapportato ancora questo Breve da Lunig. Cod. Ital. Diplom. Tom. 2 pag. 862.
