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Kitabı oku: «Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4», sayfa 19

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CAPITOLO IV
De' Giureconsulti, che fiorirono fra noi a questi tempi

Si rese ancora più celebre Napoli, per la sapienza e dottrina de' nostri Giureconsulti, e de' Giudici, che Federico prepose alla Gran Corte. Pietro delle Vigne, Taddeo da Sessa, e Roffredo Beneventano, famosi Giureconsulti di questa età, la illustrarono sopra tutte le altre. Abbiamo ancora tra l'epistole di Federico, una scritta a Roffredo, per la quale l'invita ad andar tosto a Napoli a regger la sua Corte, di cui egli l'avea eletto Giudice296. E Riccardo di S. Germano297 narra, aver Federico impiegato questo Giureconsulto in affari assai più rilevanti, avendolo mandato a Roma, perchè lo difendesse dalle censure che Gregorio IX aveagli scagliate contro. Così da questo tempo Napoli, per l'eccellenza di quest'Accademia, e per gl'illustri Professori, che in quella istruivano la gioventù, per lo Tribunale di questa Gran Corte, e per li Giudici, che vi presiedevano insigni Giureconsulti, cominciò a distinguersi sopra tutte le altre città del Regno, onde meritò poi, che Carlo I d'Angiò collocasse quivi la regia sua sede, tal che resa capo e metropoli di tutte le altre fosse divenuta col lungo correr degli anni tale, quale oggi tutti ammirano.

Quindi avvenne ancora, che le leggi longobarde cominciassero nel nostro Reame a cedere alle romane, e pian piano cedendo andar poi ne' secoli seguenti in disuso ed in oblivione; poichè avendo istituito Federico quest'Accademia in Napoli, ed avendo già in tutte l'altre Università d'Italia, come in Bologna, Padova, ed in altre posto gran piede le Pandette, e gli altri libri di Giustiniano, tal che pubblicamente ivi si leggevano, ed i Professori tratti dall'eleganza dell'orazione, e dalla sapienza di quelle leggi, abborrendo come barbare le leggi longobarde, si diedero allo studio di quelle, onde oltre a coloro, che fiorirono a' tempi di Federico I si renderono a questi tempi di Federico II celebri Accursio fiorentino, e tanti altri: così ancora avvenne presso di noi, dove in quest'Accademia i Professori di legge, non meno che nell'altre città d'Italia, spiegavano que' libri nelle loro Cattedre. E dalle Cattedre per conseguenza si passò poi a' Tribunali, i Giudici de' quali instrutti in quella Scuola, ricevevano molto volentieri quelle leggi, e così pian piano si cominciarono ad allegar nel Foro, e ad acquistar presso di noi forza e vigor di legge. Non è però, che le longobarde allora affatto mancassero, già che Andrea Bonello da Barletta Avvocato fiscale di Federico II in questi tempi compilò quel suo trattato delle differenze dell'une e l'altre leggi, di che a bastanza si è discorso nel libro decimo di quest'Istoria.

Fiorirono presso noi in questa età, oltre Andrea Bonello, altri insigni Giureconsulti, secondo che comportavano questi tempi; d'alcuni de' quali ci sono rimasti ancora vestigi delle loro opere. Di Pietro d'Ibernia, di Roberto da Varano, e di Bartolommeo Pignatello Professori di leggi e di canoni nell'Università di Napoli, non abbiamo altro riscontro di quello, che Federico istesso ce ne dà, d'essere stati civilis scientiae professores, magnae scientiae, notae virtutis, et fidelis experientiae298.

Il famoso Pietro delle Vigne da Capua, chi non sa essere stato un insigne Giureconsulto di questi tempi, e che per la sua eminente dottrina, ingegno ed eloquenza, ancorchè nato in Capua da umili parenti, fosse stato innalzato da Federico a' gradi più sublimi del Regno, di suo Consigliero, e intimo Secretario, di Giudice della Gran Corte, di Protonotario dell'Imperio e Luogotenente d'amendue i Reami di Puglia e di Sicilia; e, quel ch'è più, reso degno della sua privanza? I Germani tentarono d'involarci questo Giureconsulto, facendolo non già capuano, ma tedesco (non altrimenti che i Franzesi fecero da poi del nostro Lucca di Penna), e Giovanni Tritemio299 chiaramente lo scrisse, ingannato forse dal suo cognome, che credette averlo preso da Vigna celebre monastero di Svevia, posto non molto lungi da Ravenspurgo. Ma egli è chiaro più della luce del giorno, che fosse nato in Capua, com'è manifesto dalle sue medesime lettere300, e da una scritta a lui dal Capitolo capuano, che veggiamo inserita ne' sei libri delle sue epistole301.

(Fra i Codici Filosofici MS. che si conservano nell'Augusta Biblioteca Cesarea di Vienna n. 179 pag. 80 si legge una epistola d'Errico d'Isernia Notajo d'Ottocaro Re di Boemia, il quale per aver seguito le parti di Corradino, essendo stato scacciato dal Regno, scrive al Vescovo Blomucense, pregandolo, che interceda per lui presso il Re Carlo I d'Angiò, ed infra l'altre cose gli dice: Si autem ad aetatis modernae tempora nostrae mentis aciem convertemus, inveniemus equidem, quod Magistrum Petrum de Vineis exilibus Parentibus editum, et fama reconditum obscura, ad ipsius Petri postulationem Panormitanus Archiepiscopus apud Imperatorem promovit Fredericum, eumque splendore clari nominis titulavit. E nell'Epistola scritta dell'istesso affare ad un tal Frate Bonaventura, che si legge alla pag. 82 pur gli raccorda, quod Panormitanus Archiepiscopus Petrum de Vinea olim egregium Dictatorem, et totius Linguae Latinae jubar, pro unica tantum Epistola, quam eidem misit Archiepiscopo, Imperatori affectuosissime commendaverit Federico, licet nunquam prius ipsius Petri habuisset notitiam, et jaceret tunc temporis mole inopiae consternatus.)

Fu egli peritissimo nelle leggi romane, e tutto inteso a restituirle nel loro antico splendore; onde avvenne, che in queste nostre parti cominciasse a piacere lo studio delle Pandette e del Codice, e ne' Tribunali cominciassero ad allegarsi le leggi in que' volumi comprese. Ecco ciò, che di lui ne disse l'istesso Federico302: Nam legis armatus peritia, digesta digerit, et Codicis scrupolositates elimat. Ond'è, che presso i nostri Autori de' tempi più bassi, fu riputato uno de' più dotti e sublimi Giureconsulti di questi tempi, come lo qualificano Matteo d'Afflitto303, ed altri.

Quindi fu, che Federico commise a lui la compilazione delle nostre Costituzioni del Regno, della quale più innanzi farem parola; e che della di lui opera si servisse nelle cose più ardue e difficili, e che per la sua fedeltà l'impiegasse negli affari più gravi e riposti dello Stato, onde Dante nella sua Comedia introducendolo a parlare gli fe dire:

 
Io son colui che tenni ambo le chiavi
Del cuor di Federico, ec.
 

Compose, oltre i libri delle nostre Costituzioni, sei libri d'Epistole, così in nome suo, come del suo Signore, scritte con molta eleganza, per quanto comportava l'uso di quest'età; nelle quali vi sono molte cose utili e commendabili, e quel ch'è più, danno molto lume all'istoria di questi tempi; e Giovanni Cuspiniano chiarissimo Istorico e Poeta ci testifica, che da questi suoi libri si cavano con molta chiarezza quasi tutte le azioni di Federico, e gli avvenimenti di questi tempi; ond'è che i più diligenti e accurati Istorici, come Teodorico di Niem, Nauclero, ed altri non solo di quelle vaglionsi nella descrizione delle gesta di Federico, ma spesso le citano per gli altri punti della istoria d'altri successi. Stettero questi libri in obblivione per molto tempo, insin che Simone Scardio dalle tenebre gli cavò fuori alla luce del Mondo, e nell'anno 1566 gli fece imprimere in Basilea, dei cui esemplari oggi si è resa ancor rara la notizia.

Scrisse ancora questo Giureconsulto un libro Apologetico intitolato: De Potestate Imperatoris et Papae, in difesa delle ragioni imperiali contro i romani Pontefici; e narrasi che Innocenzio IV s'avesse presa la briga di confutarlo304. Compose molte Orazioni in difesa di Federico contro le scomuniche, che si lanciavano contro di lui da' romani Pontefici, e ne recitò in Padua una assai dotta ed elegante, su la scomunica, che Gregorio IX avea fulminato all'Imperadore. Compose anche alcune vaghe Canzoni italiane, che ancor oggi si leggono con quelle di Federico, ed Enzio suo figliuol bastardo Re di Sardegna.

Alcuni anche credettero, che fosse stato egli l'Autore del libro De tribus Impostoribus; ma questa è un'impostura, anzi vi è ancor chi dubita, se mai questo libro vi fosse stato, o sia al Mondo, tanto è lontano, che Federico per opra di lui l'avesse fatto comporre.

Ma l'infelice fine, ch'ebbe questo insigne Giureconsulto, sarà un chiaro documento dell'istabilità delle mondane cose, del quale ci toccherà ragionare più innanzi nell'anno 1243 come in proprio suo luogo.

Fiorì ancora in questi tempi Taddeo da Sessa, che cotanto si distinse nel Concilio di Lione, pur egli chiaro Giureconsulto e Giudice della Gran Corte ed adoperato da Federico, non meno che Pietro, negli affari dello Stato; ma di costui niente abbiamo, che lasciasse alla memoria de' posteri.

Non così fece Roffredo Epifanio da Benevento. Fu questi famosissimo Dottore, ed uomo così insigne, che nella Corte di Federico, di cui era Giudice, tra tutti i dotti avea il vanto. Compilò molti trattati, che in questi tempi grandemente illustrarono la disciplina legale; compose un trattato De libellis, et ordine Judiciorum; il quale divise in questo modo: I De Praetoriis actionibus. II De Interdictis. III De Edictis. IV De Actionibus civilibus. V De Officio Judicis. VI De Bonorum possessionibus. VII De Senatusconsultis. VIII De Constitutionibus. Nelle stampe moderne vi sono aggiunti, Libellorum opus in Jus Pontificium, ac quinquaginta quatuor Sabbatinae quaestiones. Oltre di queste opere, il Vescovo Liparulo305 afferma ne' Commentari alla somma di Odofredo che appresso il famoso legista Bartolommeo Camerario si conservavano dodici grossi volumi di materie civili e canoniche, composti da Roffredo, e per quanto si credea, scritti di propria sua mano, i quali il Camerario teneva pensiero di mandargli in luce.

Egli dalla sua giovanezza portossi per apprender leggi in Bologna, dove per la celebrità di quell'Accademia concorrevano tutti i giovani delle città d'Italia; ed ebbe per maestri i principali Dottori, che fiorissero in questi tempi. Il primo, per quel che rapporta Odofredo, il quale lo commenda cotanto, fu Ruggieri, uno de' primi Chiosatori delle nostre Pandette. Appresso fu Azone, e poi Kiliano, Ottone Papiense, e Cipriano, tutti famosi legisti, com'egli in più luoghi afferma. Fatti maravigliosi progressi in questi studj, fu nell'anno 1215 (com'egli stesso testimonia nella prima delle sue quistioni Sabatine) invitato in Arezzo per interpretar le leggi. Ed avendo conosciuto, che le Quistioni di Pileo, che si recitavano in Bologna per ammaestrare i giovani alla difesa delle cause, poco profitto facevano, lasciate queste in disparte, pensò di esporre a' suoi scolari quelle quistioni, che alla giornata accadevano nel Foro, le quali per averle recitate in ogni sabato, pose loro nome di Quistioni sabatine. Tornato poi nel Reame, fu nell'anno 1227 trascelto da Federico per suo Avvocato, e mandato in Roma per le contese insorte con Gregorio IX. La sua fama presso i posteri crebbe tanto, che sulla credenza, che Papiniano fosse di Benevento, gli diedero perciò nome di secondo Papiniano. Giace egli sepolto in Benevento, ove, per quel, che ne scrive il moderno Scrittor di Sannio306, s'addita il suo tumulo nella chiesa di S. Domenico, che quivi egli fece edificare.

Fiorì ancora negli ultimi tempi di Federico Andrea di Capua Avvocato fiscale della sua Corte, che fu padre di Bartolommeo, grande e famoso Dottor dei suol tempi, che con la sua virtù e valore pose il suo legnaggio in quella fortuna e grandezza, nella quale ai presente il veggiamo.

CAPITOLO V
Onorio III sollecita l'Imperador Federico per l'espedizione di Terra Santa, ma è prevenuto dalla morte

Intanto il nostro Federico dopo avere in cotal maniera illustrata Napoli con sì famosa Accademia, non tralasciava in Sicilia di combattere i Saraceni per isnidargli da quell'isola, per cagion della qual guerra impose una taglia per tutto il Reame, con la quale raccolse gran somma, essendosi cavato solo dalle terre della Badia di S. Benedetto, per un certo Urbano da Teano, destinato suo Commessario a raccorle, ben 300 oncie d'oro, somma notabile per que' pochi luoghi in que' tempi; e perchè Onorio si chiamava gravemente offeso, che nel taglieggiare, e nell'imporre delle gabelle non risparmiava gli Ecclesiastici, nè le Chiese, Federico per racchetare in parte il suo sdegno, ed averlo amico, inviò sue lettere nel Reame dirizzate al Giustiziero di Terra di Lavoro, colle quali ordinò, che nel raccor le collette, taglie, dazj, ed in ogni altro pagamento, facessero esenti i Frati ed i Cherici, e tutte le altre persone, territorj, castelli, e beni delle Chiese, secondo ch'erano a tempo del buon Re Guglielmo suo consobrino307.

Ma premendo tuttavia il bisogno della guerra contro i Saraceni di Sicilia, fu costretto imporre un altro pagamento per lo Reame, ed affinchè, quanto più potesse, meno s'offendesse Onorio, comandò, che si raccogliesse dalle terre sottoposte a' Frati di S. Benedetto l'istessa somma di 300 oncie d'oro, che s'erano in prima raccolte, ma sotto nome di prestanza e non di pagamento. Qual sottil ritrovato, fu ne' tempi che seguirono imitato da molti Principi, per non dover spesso per ciò contendere co' romani Pontefici, che pretendono, che non possa il Principe ne' bisogni più gravi dello Stato taglieggiar le Chiese e gli Ecclesiastici, secondo le nuove massime, ch'erano state da poco introdotte, le quali mal poterono sofferirsi da Federico, come contrarie alla antica disciplina della Chiesa, ed alle supreme regalie de' Principi.

Venne poscia, nel seguente anno di Cristo 1225, di Francia nel nostro Reame il Re Giovanni di Brenna con Berengaria sua moglie di lui gravida, e gitone a Capua vi fu d'ordine dell'Imperadore onorevolmente raccolto, e poco stante colà dimorando nel mese di aprile partorì una fanciulla, ed indi ne girono amendue in Melfi di Puglia ad attender colà Federico, che in breve dovea passarvi da Sicilia.

Federico adunque, lasciato in quell'isola un numeroso esercito a guerreggiar contro i Saraceni, passò in Regno; e nello stesso tempo commise a Lodovico Duca di Baviera la cura degli affari d'Alemagna, e del figliuol Errico, il quale aveva fatto creare Re dei Romani, e prendere moglie Agnesa d'Austria, oltre all'avergli ceduto il Regno di Sicilia, per osservar la promessa fatta al Pontefice.

Intanto Onorio travagliato in Roma per gli tumulti e rivolture, che vi cagionava Parenzo Senatore, uscito da quella città, erasi a Tivoli ritirato308, ove Federico gl'inviò il Re Giovanni di Brenna, ed il Patriarca di Gerusalemme a chiedergli maggiore spazio di tempo di quel, che gli avea conceduto per passare in Palestina, per cagion che gli affari del Reame, e la ribellione de' Saraceni di Sicilia glie le impedivano, ed anche perchè dubitava, che i Milanesi e i Bolognesi nella sua assenza non fossero per sollevargli la Lombardia. Ottennero il Re, ed il Patriarca favorevol risposta dal Pontefice, la quale significata a Federico, questi insieme co' Prelati del Regno, a' 22 luglio portatosi in S. Germano309, ricevette colà Pelagio Calvano Cardinal Albano, e Giacomo Gualla di Biccheri da Vercelli Cardinal di S. Silvestro, e Martino inviatigli da Onorio, acciocchè giurasse di nuovo in man loro di passare in Terra Santa: fecero que' Cardinali nella stessa chiesa di S. Germano leggere a Federico i capitoli fatti da Onorio per tal passaggio, i quali fra l'altre cose contenevano, che senz'altra dimora, di là a due anni, che avean da compire nel mese d'agosto dell'anno 1227, andasse a guerreggiare in Soria, con portar seco e sostenere a sue spese per due anni mille soldati, cento Chelandri310, nome di naviglj che in que' tempi si usavano, e cinquanta galee ben armate e provvedute di ciò, che avean mestiere, e che dovesse dar passagio sopra i suol legni a due altri mila soldati con le lor famiglie, che dovean parimente colà valicare, contando tre cavalli per ogni soldato, con altre cose, secondo scrive Riccardo. Uditisi questi capitoli da Federico, promise compiutamente sotto pena di scomunica osservargli, in presenza di molti Prelati, ed altri Signori tedeschi e Baroni regnicoli, che v'intervennero311, e così in suo nome gli fece giurare da Rinieri Duca di Spoleto, e dopo tal atto fu assoluto da' Cardinali predetti dell'altro giuramento, che in Veroli aveva fatto: e ritornato prestamente in Puglia inviò sue lettere a' Signori di Lamagna, ed a quelli d'Italia, significando loro, che nella vegnente Pasqua di Resurrezione venir dovessero in Cremona312, ove intendea di celebrare una general assemblea. Raccolse egli poi di nuovo, pur sotto nome d'imprestanza, altra grossa somma di moneta per tutto il Regno, facendo particolarmente riscuotere nelle terre di Monte Cassino ben 1300 oncie d'oro da Pietro Signor d'Evoli, e da Niccolò di Cicala Giustiziero di Terra di Lavoro.

Non guari da poi nacquero alcuni disgusti tra Federico ed Onorio, perchè, secondo scrive Riccardo da S. Germano313, vacando le Chiese di Consa, di Salerno, d'Aversa e di Capua, e la Badia di S. Vincenzo a Volturno, Onorio, inscio et irrequisito Imperatore, previde da Roma cinque Prelati per occupar quelle Chiese: questi furono il Prior di S. Maria della Nuova di Roma per Vescovo di Consa: il Vescovo di Famagosta per Arcivescovo di Salerno: il Cantor d'Amalfi per Vescovo d'Aversa: il Vescovo di Patti per Arcivescovo di Capua: ed un Frate di S. Benedetto, nomato Giovanni di S. Liberatore per Abate di S. Vincenzo a Volturno. Federico, sdegnato del torto fattogli d'essere stati quelli eletti senza sua saputa e consentimento, con tanto pregiudizio de' suoi diritti, non volle, che alcun di loro fosse ammesso nelle Chiese ottenute314; e gitone poscia in Sicilia fece il simigliante a Fra Niccolò da Colle Pietro, creato Abate di S. Lorenzo di Aversa, non ostante che recasse lettere particolari di Onorio; e Federico mandò perciò Legati al Papa a querelarsene315.

Intanto la novella Imperadrice Jole sposa di Federico imbarcatasi sulle galee, con felice viaggio pervenne a Brindisi, ove di Sicilia tornato l'Imperadore l'attendeva, e con nobilissima pompa furono ivi a' 9 novembre le nozze celebrate: ed in memoria di questa celebrità fece coniare quivi nuove monete, chiamate Imperiali, annullando l'antiche316.

Nacque in quest'anno a Federico, Enzio suo figliuol bastardo, il quale egli da poi nell'anno 1239 coronò Re di Sardegna; e divertendosi l'Imperadore alle caccie di Puglia, in quest'istesso anno 1225 per occasione d'un cignale ucciso da lui di smisurata grandezza, fece apprestar una cena in quel luogo stesso, dove fu poi edificata una Terra, chiamata perciò sino a' nostri tempi Apricena.

Nel nuovo anno 1226 mandò Onorio a sollecitar Federico, che dopo gli sponsali celebrati in Brindisi era passato in Troja di Puglia, perchè s'apprestasse alla spedizione di Terra Santa; onde l'Imperadore comandò a' suoi Baroni, che si trovassero all'ordine a Pescara, per accompagnarlo in Lombardia per la Dieta di Cremona, intimata nell'anno precedente. Passato indi in Terra di Lavoro, e lasciata sua moglie in Terracina castello vicino a Salerno, ora disfatto; ritornò in Puglia, e commesso il Governo del Reame ad Errico di Morra Gran Giustiziero, passò a Pescara, e di là con tutto il suo esercito nel Ducato di Spoleto, ove ordinò a' Spoletini, che il seguissero armati in Lombardia317; la qual cosa negando coloro di fare senz'ordine del Pontefice, comandò di nuovo sotto gravi pene, che ubbidissero; ma costoro avendo mandate le lettere di Federico al Papa, questi, che per altre cagioni stava crucciato con Federico, così per lo fatto de' Prelati, a' quali non volle dar possesso delle loro Chiese, come per essersi Federico collegato con Ezzelino, e per aver pubblicata una sua Costituzione, per la quale voleva che i Frati e i Preti, che gravi omicidj, o altri enormi delitti avessero commesso fosser castigati da' suoi Magistrati secolari, e per non osservar loro dovuta franchigia, ch'e' pretendeva per gli Ecclesiastici nelle gabelle e dazj: acceso da ira gravissima scrisse asprissime lettere a Federico, dolendosi acerbamente con lui di queste cose. Federico riputando troppo arroganti queste lettere, gli rispose con pari ardimento; onde Onorio montato in maggior stizza gli scrisse di nuovo con maggior asprezza ed arroganza e con gravi minacce.

(Si legge presso Lunig318 questa lunga lettera esprobratoria d'Onorio III scritta a Federico).

Federico, che non voleva ora brighe col Papa, per placare il suo animo gli rescrisse umilmente in omni subjectione, come dice Riccardo: onde rappacificatisi insieme, il Papa gli mandò per Legato Cinzio Savello Cardinal di Porto per trattar di comporre le lor contese, affinchè non s'impedisse perciò l'espedizione di Terra Santa, e si quietassero le cose di Lombardia. Indi Federico partito di Spoleto ne andò a Ravenna, ove celebrò la Festa di Pasqua di Resurrezione, e scrisse ad Errico suo figliuolo in Alemagna, che ragunata potente armata fosse venuto a ritrovarlo in Lombardia, e lasciato il cammin di Faenza, ch'era città sua nemica, ne andò col suo esercito nel castel di S. Giovanni, ne' tenimenti di Bologna, ed indi ad Imola, ed entrando ne' confini di Lombardia, solo que' di Modena, di Reggio, di Parma, di Cremona, di Asti e di Pavia, gli mandarono Ambasciadori, e s'offerirono pronti al suo servigio. L'altre città, non solo non gli usarono cortesia alcuna, ma d'avantaggio contro di lui si collegarono: queste furono, secondo scrive Riccardo, Milano, Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi, Alessandria, Trivigi, Padua, Vicenza, Torino, Novara, Mantua, Brescia, Bologna e Faenza, con Goffredo Conte di Romagna, e Bonifacio Marchese di Monferrato, ed altri luoghi della Marca Trivigiana, le quali con formato esercito ne andarono incontro ad Errico per vietargli il passo a piè dell'Alpi, acciocchè non fosse entrato in Italia. Passò poscia l'Imperadore a Cremona, e vi fu da que' cittadini con grande onor ricevuto, e vi celebrò l'Assemblea già statuita, ma con poca gente, non vi essendo gito niun Barone, nè Ambasciador delle città collegate contro di lui.

Ritornato poscia a Parma fu da molti Conti e Cavalieri di quelle regioni, e da' Lucchesi e Pisani, e particolarmente da' Marchesi Malespini visitato e riverito, molti de' quali armò Cavalieri di sua mano, onoranza di molta stima in que' tempi, ed indi nel Borgo di S. Donnino si congiunse col Legato del Pontefice, da lui richiesto perchè gli agevolasse la sua incoronazione della Corona di ferro, come intendea di fare.

Conservavasi questa Corona di ferro in Monza in poter de' Milanesi; co' quali non fu bastevole qualunque mezzo, che vi si adoperasse, a disporgli per introdurlo per far cotal atto nella lor città, memori delle antiche ingiurie ricevute dall'avolo Barbarossa: il perchè reggendo Federico di non potere nè coloro, nè alcuna dell'altre città contro di lui unite, rivocare al suo partito con preghiere e cortesie, venuto in grandissimo sdegno, diede a tutte il bando imperiale, dichiarandole rebelle, e le fece interdire dal Legato, e togliendo lo Studio da Bologna, quello in Napoli, ed in Padova trasferì, ordinando a tutti gli Scolari, che da Bologna partissero, ed in quelle due città andassero a studiare; ma rapporta il Sigonio, che il suo comandamento non fosse stato da niuno ubbidito.

L'Imperadore, non potendo per allora far altro progresso in Lombardia, partitosi di là andò a Rieti a ritrovare il Pontefice, e querelatosi con lui della contumacia de' Lombardi, se ne passò nel nostro Reame di Puglia; da dove inviò nuovo soccorso di soldati in Terra Santa; ed avendo rinunziato l'Ufficio di Giustiziere di Terra di Lavoro Pietro Signor d'Evoli, e Niccolò di Cicala, furono creati in lor vece Ruggiero di Gallura, e Marino Capece napoletano. Allora fu, che essendo già pacificato col Pontefice, diede il possesso delle lor Chiese a tutti que' Prelati, che il Papa avea creati, cioè agli Arcivescovi di Capua, di Consa e di Salerno, al Vescovo d'Aversa, ed all'Abate di S. Lorenzo di quella città319.

Bramava ardentemente il Pontefice, che si facesse il passaggio in Terra Santa, il qual veniva frastornato, ed impedito per nemistà, ch'era tra l'Imperadore, e le città collegate: e Federico avea perciò fatto pubblicare un editto, col quale faceva noto, che per la discordia d'Italia, s'impediva l'impresa di Terra Santa; ed avendo inviato suoi Ambasciadori al Papa per tal affare, Onorio vi s'adoperò in guisa tale, che alla fine per allora gli accordò; onde l'Imperadore per compiacere al Pontefice, promise d'inviar prestamente altri quattrocento soldati in soccorso de' Cristiani in Soria. Passò da poi Federico con Jole sua moglie in Sicilia; ed il Pontefice vedendo, che il Re Giovanni di Brenna, per la nemistà, che avea col genero, onde era stato costretto a partire da' suoi Reami, vivea con molta strettezza, gli concedette in Governo tutto quello spazio di paese, che è da Viterbo a Monte Fiascone; ed in tanto l'Imperadore per mezzo d'Errico Morra suo Gran Giustiziero, pubblicò nuovi Ordini e Statuti da lui fatti, per la quiete e tranquillità de' suoi sudditi, rapportati da Riccardo di S. Germano. Morì ancora in quest'anno Francesco, chiaro per miracoli e santità di vita, il quale fondò la religione de' Frati Minori in Assisi sua patria, e fu in processo di tempo ascritto al numero de' Santi.

Il Pontefice Onorio, secondo la Cronaca di Riccardo, nel mese di marzo di questo nuovo anno 1227 trapassò in Roma, dopo aver governata la Chiesa di Dio dieci anni, sette mesi e tredici giorni, e fu in Roma sepolto nella chiesa di S. Maria Maggiore in umil sepolcro.

Le discordie, ch'ebbe questo Papa con Federico, ancorchè gravi e spesse, nulladimanco non furono così atroci, che obbligassero questo Pontefice di scomunicarlo, come falsamente scrissero alcuni. I primi, che scagliarono contro Federico questi fulmini furono Gregorio IX ed Innocenzio IV suoi successori, come più innanzi diviseremo.

296.. Lib. 3 epist. 81.
297.. Riccar. ann. 1227. Tunc prudentem virum Roffredum de Benevento misit ad Urbem cum excusatoriis suis, quas idem Magister publice legi fecit in Capitolio de voluntate Senatus, Populique Romani.
298.. Lib. 3 epist. 11.
299.. Jo. Trit. lib. de script. Eccl.
300.. L. 3 epist. 45.
301.. L. 3 epist. 43.
302.. L. 3 epist. 45.
303.. Affl. in praelud. Constit. in princ.
304.. Simon. Schard. in Vita P. de Vineis.
305.. Lipar. in Usib. feud in praeludiis.
306.. Ciarlant. l. 4 c. 14.
307.. Ric. di S. Germ.
308.. Ric. di S. Germ.
309.. Ric. di S. Germ. ann. 1225.
310.. Ricc. di S. Germ. Et decet secum centum Chelandros. V. Dufresne in Glossar. v. Chelandrum.
311.. Ricc. Promisit Imperator se publice servaturum excommunicatione adjecta in se, et terram suam, si haec non fuerint observata.
312.. Ric. di S. Germ.
313.. Ric. di S. Germ. mense Septembri.
314.. Ric. di S. Germano: Quos tamquam in suum praejudicium promotos, recipi Imperator in ipsis Ecclesiis non permisit.
315.. Ricc. Imperator pro facto Praelatorum, quos Papa creaverat, suos ad eum nuncios mittit.
316.. Ric. di S. Germ.
317.. Ricc. di S. Germ.
318.. Cod. Ital. Diplom. T. 2 p. 867.
319.. Ricc. di S. Germ.
Yaş sınırı:
12+
Litres'teki yayın tarihi:
22 ekim 2017
Hacim:
490 s. 1 illüstrasyon
Telif hakkı:
Public Domain