Kitap dosya olarak indirilemez ancak uygulamamız üzerinden veya online olarak web sitemizden okunabilir.
Kitabı oku: «Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4», sayfa 20
CAPITOLO VI
Spedizione di Federico per Terra Santa
Morto il Pontefice Onorio, nel seguente giorno fu da' Cardinali eletto in suo luogo Ugolino de' Conti, figliuol di Tristano d'Alagna fratello d'Innocenzio III de' Conti di Segna, a cui posero nome Gregorio IX. Questi tantosto che fu eletto, inviò lettere per tutto il Mondo della sua promozione, e della morte del suo predecessore, ed inviò Fra Guglielmo Frate Dominicano all'Imperadore, dandogli contezza per sua lettera della sua elezione, esortandolo a riverire e difendere la Chiesa di Dio, ed a badare al buon governo dei Popoli a lui soggetti, e ad abbracciare la guerra di Terra Santa, chiedendogli parimente che gli facesse da' Regnicoli portar vettovaglie ed altre cose bisognevoli per fornire le sue galee, che intendea inviare in Palestina, ciocchè Federico per mezzo d'Errico Morra Gran Giustiziero prestamente fece eseguire320. Simone Scardio rapporta una lettera, scritta da Gregorio in questo primo anno del suo Ponteficato all'Imperador Federico, ripiena di molti encomj ed eccelse lodi, che questo Pontefice dava a quel Principe, il quale avendo convocati tutti i Giustizieri delle province de' suoi Regni di Sicilia diede lor contezza di ciò, che Gregorio gli avea scritto, acciocchè s'apparecchiassero al passaggio d'oltremare; per la qual cagione impose una general taglia a' suoi vassalli, ed indi significò ad Errico suo figliuolo in Alemagna, che dovesse ragunare una Dieta in Aquisgrana, per dar contezza a' Baroni tedeschi del general passaggio, che egli intendea fare in Soria nella metà del vegnente mese d'agosto: giorno in cui si celebra la salita al cielo di Nostra Signora, acciocchè coloro, che gir seco volessero, postisi all'ordine, fossero venuti in Puglia, ove sopra i navilj per ciò apprestati s'aveano ad imbarcare, ed ei gli attendea. Inviò di là al Pontefice l'Arcivescovo di Reggio, e Fra Ermando Saltza Gran Maestro de' Cavalieri teutonici, a significargli, che egli era all'ordine per imbarcarsi, ed a condurgli le vettovaglie, ed ogni altra provigione, che per le galee gli avea chiesto.
Intanto convocatasi da Errico l'Assemblea in Aquisgrana, secondo il comandamento del Padre, per invitare i Tedeschi al passaggio d'oltremare, vi convennero Signori e Prelati in gran numero, fra' quali furono Sifridio Arcivescovo di Magonza, Teodoro Arcivescovo di Treveri, Errico Arcivescovo di Colonia, con gli Arcivescovi di Salsburg, di Magdeburg e di Brema, e con tutti i Vescovi a loro soggetti. Vi furono i Duchi d'Austria, di Baviera, di Carintia, di Brabante e di Lorena: Errico Conte Palatino del Reno, Lodovico Lantgravio di Turingia, e Ferdinando Conte di Fiandra, quello stesso, che preso dal Re Filippo nella battaglia di Tornay, dopo esser dimorato ben dodici anni nella prigione di Parigi, per opra del Pontefice, e d'altri Signori, che il favorivano, n'era alla fine uscito. Tutti costoro per esortazione di Errico Re d'Alemagna, e per la pietà cristiana, s'apprestarono prontamente a così pietosa impresa; onde tra per questi che in buona parte vi vennero, e per gli altri invitati da diversi Frati ed altri Ecclesiastici inviati dal Pontefice per la Cristianità ad esortare i Popoli, che prendessero la Croce nel tempo stabilito, infinito numero di Fedeli concorse in Brindisi, e nelle circostanti regioni, in guisa tale, che solo dall'isola d'Inghilterra, scrive l'Abate Uspergense, che ne vennero ben sessantamila. Ma sopraggiunto intanto il calor grande della state in quegli aridi siti di Puglia, cominciarono, non avvezzi a ciò, e sofferendo ogni sorte di disagio, ad infermare e morire i soldati oltramontani a migliaja, insieme co' quali di questa vita passarono i Vescovi d'Angiò e d'Augusta, ed il Lantgravio di Turingia, onde afflitti da così gravi mali, s'avviarono per ritornare indietro a' lor paesi, ma invano, perciocchè la maggior parte per lo cammino perirono321.
Intanto Federico coll'Imperadrice Jole da Sicilia era passato in Otranto nel mese d'agosto, donde, avendo quivi lasciata l'Imperadrice, passò in Brindisi, ove era l'esercito de' Crocesignati, e quantunque fosse rimasto con picciol numero di soldati per la mortalità seguita, e per lo ritorno di molti, fece imbarcar nell'armata apparecchiata molta gente nel stabilito giorno dell'Assunzione per dover egli da poi seguirla; e ritornato in Otranto, ove avea lasciata l'Imperadrice, per prender da lei congedo, quivi infermossi322: ma non ostante la sua infermità, riavutosi appena, tornò in Brindisi, ed ivi imbarcossi: ed avendo navigato tre giorni, non potendo soffrire per la sua convalescenza l'agitazione del mare, volse le prore addietro, e a Brindisi ritornò. Il Fazzello narra, che Federico giugnesse in questa sua navigazione sino allo Stretto dell'isole della Morea e di Candia, e che da' venti contrarj, e dalla sua infermità fosse stato costretto con coloro, che eran in Lacedemonia far ritorno a Brindisi insieme con quarantamila persone di quelle, che si erano imbarcate, se diam credenza a ciò, che ne scrive il Sigonio.
(Sigonio seguitò la fede di Matteo Paris, il quale ad An. 1227, pag. 286 scrisse: Animo nimis consternati, in eisdem navibus, quibus venerant, plusquam XL armatorum millia sunt reversi).
Gregorio IX dimorando in Anagni, avendo inteso il ritorno di Federico, attribuendolo a poca volontà del medesimo, trasportato da fiero sdegno, il penultimo giorno di settembre, in cui si celebrava la festa della dedicazione di S. Michele Arcangelo, dichiarò esser Federico incorso nella scomunica, che da Onorio in S. Germano gli era stata minacciata, se non passava in Soria, fulminando contro di lui la censura323, la cui sentenza vien riferita dal Bzovio e da Carlo Sigonio, che comincia: Imperatorem Federicum qui nec transfretavit, etc.
Aggiunge lo Bzovio, che Gregorio, non solamente per lo sturbato passaggio di Terra Santa, ma per molte cagioni ancora avea motivi di sdegno contro Federico; poichè oltre all'aver rapiti i beni degli Ecclesiastici da' suoi Regni, con far loro pagare tutte le taglie e gabelle, che egli imponeva, aveva di vantaggio, per vendicar suo privato sdegno, con la cagione del passaggio d'oltremare, fatto gir per forza in Soria il Vescovo d'Aversa e Ruggieri Conte di Celano suoi nemici, e posto il figliuolo del Conte in una stretta prigione, con altri mali che di Federico racconta Gio. Villani; ma perchè quest'Autore non rapporta, onde ciò ricavato se l'abbia, se non l'autorità del detto Villani, non merita veruna fede; poichè il Villani come straniero negli avvenimenti del Reame e massimamente in quelli di Federico, come Guelfo e di fazione a lui nemica, o per poco avvedimento o per mal talento infiniti errori commise, scrivendo cose che non mai avvennero, per non favellarne niuno degli altri Autori che allora vissero, come furono Riccardo ed altri che con molta diligenza le cose de' lor tempi raccolsero.
Federico recandosi a gravissima ingiuria cotal sentenza, partendosi di Puglia, ove ancor dimorava per dar più chiare pruove, che egli era infermo, ne andò a' bagni di Pozzuoli, secondo scrive Riccardo, per curarsi dalla sua infermità, e di là inviò a Roma, ove il Papa da Anagni era passato, l'Arcivescovo di Reggio e quel di Bari con Rinaldo Duca di Spoleto ed Errico di Malta per suoi Ambasciadori al Pontefice a scusarsi perchè non era passato oltremare, significandogli la cagione della dimora: ma fu tutto vano, perciocchè il Pontefice non dando credenza alcuna a tutto ciò che egli in sua difesa addusse, ragunando in Roma i Prelati oltramontani e quanti del Regno unir potè, nell'ottavo giorno dopo la festa di S. Martino lo dichiarò di nuovo pubblicamente scomunicato, interdicendo i suoi Regni, e mandò lettere generali per tutto l'Occidente a tutti i Principi e Signori della Cristianità pubblicandolo per tale. La qual cosa risaputasi da Federico, scrisse anch'egli a Lodovico Re di Francia del torto fattogli da Gregorio, come si legge nell'epistole di Pietro delle Vigne ed in Carlo Sigonio, con le seguenti parole: Gregorius IX sub ea occasione quod nos in termino nobis dato, infirmitate gravati, transire nequivimus ultramare, contra justitiam primitus excomunicationi subjecit. Dal che si vede, che essendo la primiera volta stato scomunicato da Gregorio, è vanità e bugia tutto quel ch'hanno scritto il Villani ed altri Autori, che Onorio l'avesse un'altra volta scomunicato, contro quel che ne riferisce Riccardo. Scrisse ancora a' Cardinali, dolendosi aspramente con loro, che non fossero stati in nulla uditi i suoi Ambasciadori. Scrisse a tutti i Principi e Signori d'Alemagna; e mandò un'altra sua epistola a tutti i Re e Principi del Mondo, gravandosi di cotal scomunica, con scusarsi de' falli imputatigli e narrando la cagione, perchè l'avea il Pontefice scomunicato, e gl'impedimenti che l'avean trattenuto dal non passare in Soria, dolendosi di tutti i Prelati e ministri della Chiesa, riprendendo acerbamente i Romani, che a cotal sentenza non s'erano opposti. Ordinò parimente a tutti i Giustizieri di Sicilia e di Puglia, che facesser celebrar da' Preti e da' Frati le messe nelle lor province e che non gli facessero partir dal Regno, nè gire da un luogo ad un altro senza loro licenza, nelle quali scritture si serviva della penna di Pietro delle Vigne suo Secretario: uomo, come si è detto, in quei tempi di somma dottrina ed avvedimento, e a lui carissimo, secondo che si scorge nel libro delle sue epistole che più volte abbiamo nomato.
Dopo la qual cosa convocò un general Parlamento a Capua di tutti i Baroni del Regno, a cui impose, che ciascun di loro pagar gli dovesse per ogni Feudo che possedea, otto oncie d'oro, e per ogni otto Feudi un soldato, acciocchè ragunar potesse esercito per passare in Terra Santa nel seguente mese di maggio, nel qual tempo intendeva andarvi, posposta ogni altra dimora. Statuì ancora un'altra Assemblea da ragunarsi per tal cagione a Ravenna nel prossimo mese di marzo, ove convocò tutte le città e signori d'Italia e suoi partigiani; ed indi inviò in Roma Roffredo Epifanio da Benevento, famoso Giureconsulto di que' tempi, con le discolpe, che egli in suo favore adducea, le quali Roffredo, come si disse, fece pubblicamente leggere in Campidoglio di volontà del Senato e del Popolo romano.
Federico nel principio del seguente anno 1228 convocò in Puglia tutt'i Prelati e Baroni, che seco avea per passare in Palestina, e venuto il giorno di Pasqua, quella celebrò con grandissima pompa ed allegrezza in Barletta; perciocchè aveva avuta contezza, che Tommaso d'Aquino Conte dell'Acerra, che dimorava per suo Maresciallo in Soria, venuto a battaglia con Corradino Soldano di Damasco l'avea vinto e ucciso, e ritornando dopo questo il Conte nel Reame, inviò per soccorso in Terra Santa Riccardo di Principato, parimente suo Maresciallo, con altri cinquecento soldati che imbarcatisi in Brindisi passarono felicemente in que' paesi.
In questo mentre i Francipani e gli altri partigiani di Federico in Roma, essendo Gregorio, dopo aver celebrata la Pasqua in S. Gio. Laterano, passato nella chiesa di S. Pietro, per rinovar le censure contro Federico, gli mossero contro il Popolo, mentre faceva quell'atto, con grave sedizione e tumulto, e dopo averlo oltraggiato con molte ingiuriose parole, lo scacciarono dalla città e 'l costrinsero a ricovrar fuggendo a Perugia, ove per alcun tempo dimorò.
Federico intanto raccolta per l'espedizione di Terra Santa molta moneta dalle Chiese e dalle persone ecclesiastiche, non ostante che il Pontefice avesse ordinato per sue lettere, che nulla pagassero, s'avviò verso Barletta, ove intendea celebrare un general Parlamento, e giunto ad Andria, l'Imperadrice, che era seco partorì ivi un fanciullo, a cui fu posto nome Corrado, il quale fu dal padre, più di ciascun degli altri suoi figliuoli teneramente amato, ed indi a non molto, come sovente avvenir suole, se ne morì per li travagli del parto nella medesima città324.
La morte di questa Imperadrice vien da Gio. Villani e da altri moderni Autori, che l'han seguito, descritta con molte favole e novelle, le quali non meritano fede alcuna; perciocchè Riccardo il veritiere Cronista di que' tempi, altro non racconta, salvo che la morte dell'Imperadrice nel parto; e lo stesso scrisse il Corio nell'istorie di Milano e Carlo Sigonio ed il Frate di Santa Giustina, e niun degli altri Autori, che con la dovuta diligenza scrissero gli avvenimenti di que' tempi, fan menzione, che ella morisse in prigione battuta dall'Imperadore come dice il Villani, e pur quelli non tacendo l'altre malvagità commesse da lui, avrebbero registrata ancor questa, se fosse stata vera; oltre che pare impossibil cosa aver potuto Federico amar tanto il figliuolo Corrado, come nel progresso di quest'Istoria si vedrà, se avesse in prima così acerbamente odiata la madre, che l'avesse ridotta a morire, come costoro raccontano.
Federico dopo la morte di Jole celebrò il Parlamento in Barletta, ed intento al passaggio di Terra Santa, prima di partire, volle provedere a' suoi Regni nel caso, che venisse egli a mancare; onde in presenza de' Prelati e Grandi del Regno, ed infinita moltitudine accorsavi, fece ad alta voce leggere i seguenti capitoli formati da lui in modo di testamento rapportati da Riccardo. Primo, voleva che tutti i Regnicoli tanto Prelati, quanto Signori e loro sudditi vivessero in quella pace e tranquillità, ch'eran soliti di vivere al tempo del buon Re Guglielmo II, e perciò lasciava per suo Vicario e Balio del Regno Rinaldo Duca di Spoleti. Secondo, se egli nella guerra che intendea di fare in Soria, fosse mancato di vita, gli succedesse nell'Imperio e nel Regno il suo maggior figliuolo Errico, al quale, se fosse morto senza prole, succedesse Corrado suo minor figliuolo e se costui ancor senza figliuoli fosse mancato, succedessero gli altri figliuoli da esso Imperadore procreati di legittima moglie, facendo giurare a Rinaldo Duca di Spoleti, ad Errico Morra, ed agli altri più stimati di coloro, che erano ivi adunati che se non fosse venuto a morte, ed altro testamento non avesse da poi fatto quel che allora avea statuito compiutamente osservassero. Terzo, che niuno del Regno per dazio, ovvero colletta fosse obbligato dare alcuna cosa, se non per l'utilità del Regno, e per le necessità che potevano occorrere.
Letti questi capitoli e fattigli giurare in suo nome dal Duca di Spoleti e da Errico Morra suo Gran Giustiziero, l'undecimo giorno del mese di giugno si imbarcò in Brindisi sopra venti galee, secondo che il Bzovio e l'Abate Uspergense scrivono, ed avendo in prima comandato, che tutti i vassalli che con lui navigar dovevano, si fossero assembrati a S. Andrea dell'Isola, ivi con lor si congiunse, e passò ad Otranto, ed indi in Terra Santa, dove di là a poco felicemente giunse ed a nobili imprese si accinse.
Gregorio IX ch'era in Perugia, udita la partenza dell'Imperadore, senza che prima da lui fosse stato assoluto dalle censure, come pretendea, si accese di tanto sdegno, che scrisse lettere al Patriarca di Gerusalemme ed al Maestro dello Spedale del Santo Sepolcro in Soria, colle quali premurosamente gl'incaricava, che si guardassero di Federico, nè loro prestassero aiuto, poichè era partito scomunicato, e che potea perciò apportar loro grave danno; di vantaggio stimolò in Italia i Milanesi nemici di Federico a collegarsi con lui a' suoi danni, dividendo l'Italia in fazioni, onde crebbero in maggior numero i Guelfi; e medita intanto per l'apparecchio d'una nuova espedizione sopra il Regno di Puglia, per toglierlo a Federico nell'istesso tempo, che questo Principe era lontano ed inteso all'impresa di Terra Santa.
Dall'altra parte Rinaldo Duca di Spoleti lasciato da Federico per Vicario del Regno, per impedire i disegni del Papa ed intricarlo con una guerra ne' propri Stati, invase col suo esercito la Marca, ed il suo fratello Bertoldo assalì da un altro lato i tenimenti di Norcia e distrusse il castello di Brusca, che si era a lui ribellato, dando gli abitatori in potere de' Saraceni, che seco di Puglia avea condotti, i quali con vari tormenti gli fecer tutti crudelmente morire325.
Questi avvenimenti significati a Papa Gregorio, e come il Duca era entrato ostilmente nello Stato della Chiesa, e fatti quivi gravissimi danni, lo ammonì, che via si partisse, lasciando in pace i suoi sudditi; ma il Duca facendo poco conto di cotal ordine, irato il Pontefice lo scomunicò con tutti i suoi seguaci: e vedendo che nulla giovavano le censure, ragunò grosso esercito con gli aiuti de' Milanesi, e di tutte l'altre città della Lega di Lombardia, e chiamata la milizia di Cristo, l'inviò contro il Duca Rinaldo creandone Capitano Giovanni di Brenna già Re di Gerusalemme ed inimico di Federico, ed il Cardinal Legato Giovanni Colonna.
CAPITOLO VII
Spedizione di Gregorio IX sopra il Regno di Puglia
Papa Gregorio scorgendo, che questi sforzi non eran bastevoli ad impedire i progressi del Duca, il quale avea già sottoposta la Marca al dominio dell'Imperadore insino a Macerata, deliberò di muover guerra nel Reame di Puglia e spinger le sue armi contra queste province, acciocchè postele in isconvolgimento, dovesse per lor difesa prestamente accorrere il Duca, e lasciar liberi i suoi Stati. Congregati adunque nuovi soldati, ne creò Capitani Pandolfo d'Alagna suo Legato, Ruggieri dell'Aquila Conte di Fondi e Tommaso Conte di Celano ribelli e nemici di Federico.
Questi Capitani a' 18 gennaio del nuovo anno 1229 per la strada di Cepparano, entrarono in Terra di Lavoro co' loro soldati, che eran nomati Chiavesegnati; ed assalirono ed espugnarono in un subito il castello di Ponte Solarato, che era allora la Porta del Regno ed il primo luogo forte da quella parte a' confini dello Stato della Chiesa, e l'aveva in guardia, per l'Imperadore, Adenolfo Balzano. La caduta di questo castello cagionò sì fatto timore in Bartolommeo di Supino Signore di S. Giovanni in Carrico, ed in Roberto dell'Aquila Signore del castello di Pastena, che senza far altra difesa, di lor volere anch'essi si resero; indi passato il fiume di Telesa s'avviarono li soldati papali verso il Contado di Fondi.
Intanto Errico Morra Gran Giustiziero, avuta contezza della mossa di cotal guerra, ragunati in un subito molti soldati, ne venne a San Germano per contrastare colle genti del Pontefice, ed impedire di far altro acquisto. Ma queste opposizioni poco valsero per impedire i felici progressi dell'esercito del Pontefice, il quale scorrendo per molti luoghi di questa provincia avea occupato molte Rocche e castelli insino a Gaeta. Questa città, mentre si rendeano tanti luoghi al Legato del Papa, fu sempre fedele all'Imperadore, resistendo agli sforzi del Legato, apparecchiandosi valorosamente alla difesa, per la qual cosa fu dal Cardinal Pelagio, Vescovo d'Albano e Legato del Pontefice sottoposta all'interdetto. Si resero parimente al Legato Pontecorvo con tutte l'altre Terre di Monte Cassino, la Rocca d'Evandro, Trajetto, e Sugio e finalmente fu forza che si rendesse anche la città di Gaeta, nella quale fu abbattuto e spianato il castello, che l'Imperadore con molta spesa vi avea edificato, essendosene partiti, per non poter far altro molti fedeli di Federico, che non vollero rimaner sudditi del Pontefice; ed i Beneventani avuta contezza de' felici successi dell'esercito Papale, rompendo anch'essi da quel lato la guerra, ne andarono a far gravi danni e prede in Puglia di bovi ed altri animali, e nel lor ritorno ruppero, e posero in fuga il Conte Raone di Valvano, che lor s'era opposto; per la qual cosa il Gran Giustiziero con tutt'i Baroni fedeli all'Imperadore andarono con lor soldati contra quelli di Benevento e guastarono e distrussero molti lor poderi dalla banda di Porta Somma, ove era posta la lor Rocca.
Non tralasciavano ancora i Frati Minori ed i Monaci di S. Benedetto portar lettere del Papa ed ambasciate a molti Baroni, Prelati e Comunità delle città e castella, acciocchè si ribellassero dal lor Signore e passassero dalla banda del Pontefice, pubblicando falsamente, che Federico era morto e che però in Puglia non sarebbe più tornato326; la qual novella fermamente creduta da molte di quelle città, da lui si ribellarono, come avrebbono ancor fatto tutte l'altre, secondo che scrive l'Abate Uspergense con uccidere quanti Oltramontani vi dimoravano, se non l'avesse trattenuto l'essersi scoverta la frode, e che Federico era per ritornar presto nel Reame; per la qual cosa furono dal Duca di Spoleti scacciati dal Regno e da' loro monasteri tutti i Frati Minori e tutti i Monaci Cassinensi, de' quali parte andarono via, altri buttando l'abito si nascondevano, vivendo da secolari.
Intanto aveano il Re Giovanni ed il Cardinal Colonna, dopo vari conflitti, costretto il Duca di Spoleto ad uscir dalla Marca, e ricovrare in Apruzzi, dove da coloro seguito, era stato dentro la città di Sulmona strettamente assediato: della qual cosa fatto consapevole il Cardinal Pelagio significò al Re Giovanni che prestamente fosse venuto a congiungersi seco per far con maggior sforzo la guerra in Terra di Lavoro; il perchè il Re Giovanni, sciolto l'assedio da Sulmona, per la Valle di Sangro venne nel Contado di Molise, e prese per istrada Alfidena col suo castello, prese parimente Paterno con altri luoghi, ed abbrugiò Castel di Sangro; e nello stesso tempo il Conte di Campagna con buona mano di fanti e cavalli, assoldati novellamente dal Pontefice per supplimento della guerra del Regno, gitone improviso sopra Sora in un subito la prese, rimanendo però la Rocca in poter degl'Imperiali: ed indi partito, colla stessa agevolezza, prese Arpino, Fontana e la Valle di Sora con tutto il paese de' Marsi; e dall'altra parte il Re Giovanni col Cardinal Colonna giunto in Terra di Lavoro e valicato il fiume Volturno, si congiunse con l'esercito del Cardinal Pelagio, che l'attendea presso Telesa, e così uniti andarono a campeggiare sopra Cojazza.
Nel medesimo tempo, che Gregorio travagliava il Regno, Federico in Soria impiegava le sue forze per quella santa impresa; poichè giunto non molto dopo la sua partenza nel mese di settembre in Accone327, indi passato in Cipro, dopo varie imprese, ne andò in Soria, e giunse coll'esercito de' Crocesignati in Joppe a' 15 novembre del passato anno, e fortificò quella città, che era disfatta. Dimorò in cotal opera tutta la quaresima, nella quale corse pericolo d'aver da abbandonar l'impresa, ed andarsene per terra a Tolemaida, per mancamento di vettovaglie, essendo dalla tempesta del mare impediti a condurvele i suoi vascelli, che colà dimoravano; ma tranquillatosi poi ne ebbe in gran copia. Pure, dopo aver fortificata Joppe, andò in Tolemaida, indi passò al castel di Cordana, ove dimorando inviò Bagliano Signor di Tiro ed il Conte di Lucerna per suoi Ambasciadori al Soldano d'Egitto, che era attendato col suo esercito presso Napoli, avendo seco suo fratello, a cui gli Ambasciadori, dati preziosi doni da parte dell'Imperadore, esposero in cotal guisa la loro imbasciata; che Federico il volea per fratello ed amico, se così di grado gli fosse, e che non era passato in Soria per torgli niun luogo del suo Stato, ma solo per ricuperare il Reame di Gerusalemme col Sepolcro di Cristo, il quale era stato già posseduto da' Cristiani, ed ora per cagione di Jole sua moglie, che n'era stata legittima Reina, spettava di ragione a Corrado lor comune figliuolo. Alla quale proposta rispose il Soldano, che considerato il tutto, avrebbe per suoi messi risposto all'Imperadore; ed onoratigli con altri convenevoli doni gli accommiatò. In questo punto giunsero al Patriarca di Gerusalemme le lettere, che Papa Gregorio gli mandava per due Frati Minori, nelle quali gli ordinava, che dichiarasse scomunicato Federico, e mancator di fede, per non esser passato in Terra Santa nello stabilito tempo, nè col convenevole apparecchio, proibendo a' Cavalieri dell'Ospedale e del Tempio, ed a' Teutonici, che non l'ubbidissero in cosa alcuna.
Il Soldano ancorchè avesse contezza, che l'Imperadore avea mancamento di vittovaglia, e che per essere in grave discordia col Pontefice, era stato novellamente dichiarato scomunicato, e che era poco ubbidito da' Peregrini (così chiamavano que' soldati, che stavan continuamente militando in Soria) pure temendo grandemente l'armi ed il valor de' Cristiani, gli inviò suoi Ambasciadori con parole cortesi, e con multi elefanti, camelli e cavalli arabi, ed altri nobilissimi presenti, senza però veruna conclusione d'accordo, con dirgli, che gli avesse di nuovo mandati alcuni suoi Baroni, che non avrebbe mancato di conchiudere con loro quel, che giusto e convenevol sarebbe; onde l'Imperadore gli spedì i primi uomini di sua Corte, i quali arrivati che furono in Napoli, il ritrovaron di colà partito, con ordine, che l'avesser seguito a Gaza, ma essi non volendo far ciò, se ne tornarono a dietro all'Imperadore. Or come Cesare conobbe essere stato con astuzia barbara deluso dal Soldano, che gli dava parole per menar la bisogna in lungo, convocati in Tolemaida i primi della città, ed i Peregrini e soldati, disse che voleva assalire il Zaffo per esser più presso a Gerusalemme, ove potevan anch'essi venire. A tal proposta di Federico risposero i Maestri dello Spedale e del Tempio in nome di tutti gli altri, che non ostante, che dal Pontefice romano, al quale dovevano ubbidire, fosse stato lor proibito il trattar seco, e secondarlo, pure per l'utile di Terra Santa e del Popolo cristiano, eran pronti a far con lui quell'impresa; ma volevano, che le grida e gli ordini, che nel Campo si aveano a fare, si facessero in nome di Dio, e della Cristiana Republica, senza che in essi di Federico sotto alcun titolo sì facesse menzione; della qual cosa sdegnato Federico, non volle in guisa alcuna consentirvi, e senza lor compagnia procedette avanti sino al fiume Monder, che corre tra Cesarea ed Artus; significato ciò a' Cavalieri dello Spedale ed a' Templarj, ed agli altri Peregrini, considerando quel che conveniva al pubblico bene, e temendo non fosse l'Imperadore offeso dal Soldano, che avea ragunato innumerabile esercito, cominciarono alquanto da lontano a seguirlo, attendandosi sempre a vista di lui per potere, se il bisogno il richiedesse, prestamente soccorrerlo; ma l'Imperadore accortosi più chiaramente del pericolo, che correa per tal divisione, da dura necessità fu costretto a cedere al lor volere, e si contentò che senz'esser lui nominato, le grida far si dovessero, in nome di Dio, e della Repubblica Cristiana; onde con lor si congiunse ad un rovinato Castello, mentre cominciavano a riedificarlo.
Era, quando queste cose successero, nel mezzo del verno, ed ecco che sopraggiunse a Federico un veloce navilio, con un messo, rapportandogli la novella che il Reame di Puglia era da' Capitani del Pontefice tutto sconvolto, e che molte province erano state da coloro occupate, e che l'altre correan gran pericolo di perdersi.
Questa rea novella fece precipitare le cose di Soria; poichè Federico prestamente s'indusse a concordarsi col Soldano per tornare al soccorso de' suoi Stati in Italia; onde a ragione scrisse Riccardo da S. Germano: Verisimile enim videtur, quod si tunc Imperator cum gratia, et pace Romanae Ecclesiae transiisset, longe melius et efficacius prosperatum fuisset negotium Terrae Sanctae, sed quanta in ipsa sua peregrinatione adversa pertulerit ab Ecclesia, cum non solum ipsum Dominus Papa excommunicaverit, verum etiam quod ipsum excommunicatum scirent et tanquam excomunicatum vitarent eundem Patriarco Jerosolimitano mandavit. E l'Abate Uspergense328 non potè parimente, considerando questi fatti, non esclamare, e dire: Quis talia facta recte considerans non deploret, et detestetur, quae indicium videntur, et quoddam portentum, et prodigium ruentis Ecclesiae?
La pace conchiusa col Soldano, ancorchè fatta in tempo, che men si conveniva per le cagioni già dette, fu nondimeno per quanto si potè, per Federico vantaggiosa; essendosi accordati i seguenti capitoli. Si conchiuse fra loro triegua per dieci anni, in virtù della quale il Soldano restituiva a Federico la città di Gerusalemme con tutti i suoi tenimenti; e si convenne, che il Sepolcro di Cristo dovesse essere in custodia de' Saraceni: perchè quelli lungamente aveano usato ivi orare, ma che ciò non ostante, il Sepolcro fosse esposto a' Cristiani, i quali similmente potessero con tutta la lor libertà andar ivi per adorarlo; gli restituì ancora la città di Bettelemme e di Nazzaret; e tutte le ville, che sono per lo dritto cammino sino a Gerusalemme, e la città di Sidone e Tiro, ed alcun'altre castella possedute già da' Cavalieri del Tempio, con condizione, che potesse l'Imperadore fortificare, e munire Gerusalemme con muri e torri a suo talento; fortificare il castel di Joppe, e quel di Cesarea, Monteforte, e castel Nuovo. Che fossero restituite a Federico tutte quelle cose, che erano state in potestà di Balduino IV, e che gli furono tolte dal Saladino; e che si ponessero senz'altra taglia in libertà tutti i prigionieri.
(Contro questa pace declamò tanto Gregorio IX che Federico trattasse meglio i Maomettani, che i Cristiani; e da Lunig329 si rapporta la Bolla, che istromentò in quest'anno 1228 in Roma, dove vien imputato Federico di molti delitti. All'incontro questo medesimo Collettore rapporta alla pag. 879 le risposte, che i Vescovi e Principi di Germania, e d'Italia fecero alle accuse di Gregorio, confutando una per una le imputazioni ingiustamente fattegli. Questa pace si appartiene solamente al Regno di Gerusalemme; poichè Federico nell'anno 1230 ne conchiuse un'altra col Soldano, che riguarda la libera negoziazione tra Cristiani e Maomettani in Corsica, Marsilia, Venezia, Genova e Pisa, e la libera navigazione ne' porti d'Affrica, d'Egitto, ed altre regioni adiacenti al mare Mediterraneo; l'istromento della quale vien anche rapportato da Lunig330).
In cotal maniera fu conchiusa questa pace da Federico, contro il quale non mancò chi lo dannasse, e biasimasse, perchè avesse lasciato il sepolcro di Cristo in mano de' Saraceni, per cui era stata impresa questa guerra: lo biasimarono ancora alcuni altri più moderni Autori trattandolo da timidissimo e vile, opponendogli, che sofferse dal Soldano, e da' suoi soldati mille obbrobriosi scherni. Ma la Cronaca di Riccardo da S. Germano Scrittor contemporaneo a que' successi, ben convince le costoro bugie e malignità contro quel Principe. Ed i nostri Italiani, come ancora il Patriarca di Gerusalemme nelle sue lettere, per esser stati la maggior parte Guelfi suoi nemici e partigiani, ed aderenti del Pontefice, non meritano in ciò credenza alcuna. In fatti per quel, che s'attiene al sepolcro di Cristo, Riccardo da S. Germano attesta la necessità, che ebbe di lasciar la custodia di quello in mano dei Saraceni, rapportando la cagione di questo articolo: Quia, parlando de' Saraceni, diu consueverant orare ibidem, et ut liberum introitum, et exitum habeant illuc accedentes orationis causa: ma si convenne ancora, che a' Cristiani fosse in libertà far il medesimo, et Christianis similiter orationis causa sit expositum; donde si convince quanto sfacciata sia la menzogna insieme, e l'adulazione del Bossio331, che nell'istoria della religione di Malta, dice, che fu proibito a' Cristiani di potervi entrare. Ed il voler accagionare Federico di timidezza e viltà, è contro tutta l'istoria; poichè fu egli un Signor grande e valoroso, e di cuor feroce e magnanimo, come per tant'imprese, che egli fece, chiaramente si scorge; nè par verisimile, anzi è impossibil cosa l'aver voluto soffrire dagli effeminati Popoli d'Egitto, e da' vilissimi Arabi quei dispregi ed oltraggi, che non sofferì, nè da' Lombardi, nè dai Tedeschi, nè da tante valorose Nazioni, delle quali ottenne più volte nobilissime vittorie per tutto il tempo di sua vita.
