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Kitabı oku: «Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4», sayfa 27

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Fece ancora ridurre in ordine quelle sue Costituzioni, donde furon prese molte Autentiche ed inserite nel Codice di che altrove abbiam ragionato; siccome i libri delle nostre Costituzioni pur a lui li dobbiamo che fece compilare da Pietro delle Vigne celebre Giureconsulto di questi tempi. Compose ancora un libro della Caccia de' Falconi, della quale non s'avea allora notizia alcuna; e Manfredi suo figliuolo vi aggiunse poscia molte altre cose.

E se in sì gran Principe questo anche annoverar si dee, fu egli versatissimo in molte lingue, così nella latina, come nella greca, nella italiana, nella francese ed anche nella saracena, oltre della tedesca sua natia; e si dilettò di poesia italiana, e vagamente molti Sonetti e Canzoni compose, che insino ad ora si leggono unite con quelle di Pietro delle Vigne, di Enzio suo figliuolo e d'alcuni altri Poeti di que' tempi, quando la nostra lingua italiana surta dal mescuglio di tante altre lingue e dalla latina precisamente, cominciava a diffondersi, e che raffinata poi da valenti Scrittori, meritò d'esser paragonata alla latina, ed alla greca istessa, anzi contendere con quelle di maggioranza, ed al suo genio verso la poesia deve questo secolo tanto numero di Poeti antichi, de' quali Lione Allacci395 tessè lungo catalogo; e fra noi l'Abate di Napoli: Giacomo dell'Uva di Capua: Folco di Calabria: Guglielmo d'Otranto: Guezolo da Taranto: Ruggiero e Giacomo Pugliesi: Cola d'Alessandro, e tanti altri antichi Rimatori nell'infanzia della lingua italiana.

Principe magnificentissimo, che ornò Italia e questo nostro Reame di molti nobili edifici, e particolarmente Capua e Napoli, avendo in questa ampliato e ridotto in miglior forma il castello Capuano; ed in quella rifatto con gran magnificenza l'antico ponte di Casilino sopra il fiume Vulturno con due fortissime torri, ove fece porre la sua statua di marmo, che ancora oggi ivi s'addita.

Fondò molte città in questi suoi Reami, le quali furono Alitea e Monte Lione in Calabria; Flagella in Terra di Lavoro a fronte di Cepparano e Dondona in Puglia, delle quali due oggi non vi è vestigio, essendo subito dopo il lor principio disfatte; Augusta ed Eraclea in Sicilia; e l'Aquila in Apruzzi a' confini del Regno per fronteggiare allo Stato della Chiesa.

Ma quello, di che questo nostro Reame è principalmente debitore a questo Principe, si è il vedere, che sotto di lui con miglior ordine e distinzione si videro divise queste nostre province: ciocchè bisogna minutamente notare, per lo rapporto, che si tiene ancora oggi di questa divisione.

CAPITOLO V
Disposizione e novero delle province, delle quali ora si compone il Regno

La presente divisione delle nostre province in dodici, che ora compongono il Regno di Napoli, dal Surgente396, dal Mazzella397, e comunemente da tutti gli Scrittori s'attribuisce a Federico II Imperadore, le quali non con nome di province, ma di Giustizierati erano dinotate. Ma questa loro opinione non è in tutto vera, poichè nè Federico fu il primo a far cotal divisione, nè a' suoi tempi il lor numero arrivava a dodici ma era minore; onde non al solo Federico, ma a Carlo I d'Angiò, ad Alfonso I d'Aragona ed a Ferdinando il Cattolico, cioè a tutti insieme dee attribuirsi, siccome molto a proposito avvertì il Tassone398.

Nè questo numero fu sempre costante: poichè in alcun tempo per le novelle prammatiche399 alcune province (per ciò che riguarda il lor governo ed amministrazione) furono unite, e da poi di nuovo divise in dodici e poste nello stato, nel quale oggi si trovano; nè in tutti i tempi ebbero le medesime città per loro metropoli e sedi de' Presidi.

Sortirono tal divisione tutta difforme dall'antica dei tempi d'Adriano, o di Costantino M. e degli altri Imperadori suoi successori; poichè mutata prima la vecchia descrizione da Longino, indi succeduti i Longobardi, avendo sotto il Ducato, e poi Principato di Benevento comprese parte intere, parte diminuite, la Campagna, la Puglia e la Calabria, la Lucania, e' Bruzi ed il Sannio; variarono in tutto l'antica divisione delle province d'Italia. Sortì ancora questa nostra cistiberina Italia altra divisione, quando di più Principati e Ducati ella si componeva: del Principato di Benevento, che fu poi diviso in altri due, in quello di Salerno, e nell'altro di Capua: indi del Principato di Bari e di quel di Taranto: de' Ducati di Napoli, di Sorrento, di Amalfi, di Gaeta, ed ultimamente di Puglia e di Calabria, siccome ne' precedenti libri di quest'Istoria si è potuto osservare.

Ma la più immediata cagione ed origine di quella divisione che oggi abbiamo di queste nostre province non deve attribuirsi ad altro, che a' Castaldati e Contadi, che v'introdussero i Longobardi; poichè avendo essi diviso il Ducato di Benevento in più Castaldati, come in province, siccome manifesto dal Capitolare del Principe Radelchi rapportato dal Pellegrino, quindi avvenne, che molti di quelli ne' tempi de' Normanni passaron in Giustizierati e da poi in Province.

Quanto fosse il numero di questi Castaldati in tempo de' Longobardi, tutta la diligenza ed accuratezza di Camillo Pellegrino non bastò per diffinirlo; poichè dalla divisione fatta del Principato di Benevento da Radelchi con Siconolfo Principe di Salerno non può certamente sapersi se tanti fossero, quanti se ne veggon in quella nominati. L'accuratissimo Pellegrino400 ne novera alcuni, de' quali i più insigni furono, quello di Capua, che verso Occidente si distendeva insino a Sora. L'altro di Cosenza, che si stendeva insino a S. Eufemia e Porto del Fico, che sono ancora oggi i confini della provincia di Calabria Citra, di cui tiene Cosenza anche ora il primato, ed è sede de' Presidi, e quello di Cassano. Il Castaldato di Chieti, che abbracciava molte città e terre, e che poi fu detto anche la Marca Teatina. Il Castaldato di Bojano, che co' luoghi adjacenti, posseduto prima da Alezeco Bulgaro sotto nome di Castaldo, passò poi dopo 200 anni a Guandelperto, di cui presso Erchemperto hassi memoria: la qual prerogativa da Bojano essendo passata a Molise, castello a Bojano vicino, sotto nome di Contado, quindi avvenne, che prima fosse detto Contado di Molise e poi provincia del Contado di Molise, il qual nome oggi ritiene.

Fuvvi ancora il Castaldato di Telese e di Sant'Agata: quello d'Avellino; e l'altro d'Acerenza. Fuvvi il Castaldato di Bari, assai celebre presso i Longobardi; onde avvenne, che a' tempi de' Normanni ottenne questa città il primato di tutta la Puglia e fosse riputata sua capo e metropoli. L'altro di Lucera e di Siponto città in Capitanata assai illustri, sotto il di cui Castaldato comprendevansi tutte quelle città e terre, che erano tra il Castaldato di Bari e quello di Chieti. Fuvvi il Castaldato di Taranto, quello di Lucania, ovvero Pesto, e l'altro assai rinomato di Salerno. In questa forma o poco dissimile divisero i Longobardi il Ducato beneventano, che in que' tempi abbracciava nove intere province di quelle, che oggi compongono il Regno di Napoli, e che sortirono questi nomi, cioè di Terra di Lavoro, toltone alcune poche città marittime, come Napoli e Gaeta; del Contado di Molise; di Abruzzo-Citra; Capitanata; Terra di Bari; Basilicata; Calabria-Citra; e l'uno e l'altro Principato; e parte ancora delle province di Terra d'Otranto, di Calabria e d'Abruzzo Ulteriore. E se presso gli Scrittori di questi tempi, e forse anche nel sermon popolare furono ritenuti gli antichi nomi di Campagna; di Calabria e di Puglia; di Lucania e Bruzj e del Sannio, non è, che secondo questi nomi serbassero gli antichi confini e la distribuzione antica; ma chi per ostentar erudizione, chi per dinotare ove erano i Castaldati collocati, d'essi valevansi, non altrimenti che presso di noi ancor rimane l'antico nome di Puglia, ancorchè niuna delle dodici province del Regno si nomini di Puglia, ma di Bari, o di Capitanata.

Succeduti a' Longobardi i Normanni, colla nuova Nazione presero nuovi nomi; e siccome presso i Longobardi, dal nome del Magistrato, al quale era commesso il governo di quelle regioni, ch'essi chiamarono Castaldo, acquistarono il nome di Castaldati: così parimente commettendo i Normanni il governo di quelle province a' loro Ufficiali; ch'essi chiamavano Giustizieri, presero parimente il nome di Giustizierati, onde sursero i nomi del Giustiziero, e Giustizierato di Terra di Lavoro, d'Apruzzo, di Puglia, di Terra di Bari, e simili. E siccome i nomi di queste province furono variati, e da Castaldati, passarono in Giustizierati; così anche ciascheduna di loro, a riserba di alcune, prese nuovo nome, ed alcune altre anche nuova divisione, come si scorgerà chiaro noverandole una per una, secondo la disposizione ed ordine, che oggi tengono presso i nostri più moderni Autori.

§. I. Terra di Lavoro

Il Castaldato di Capua, non si disse Glustizierato di Capua, ma di Terra di Lavoro. Ma in qual tempo e donde questa provincia prendesse questo nuovo nome di Terra di Lavoro, e lasciasse quello di Campagna, o di Capua, non è di tutti conforme il sentimento. Alcuni credettero, che molto prima de' Normanni avesse questa provincia acquistato tal nome, ingannati dal passo d'una lettera di Martino Romano Pontefice scritta ad Elitterio, nella quale narrando egli ciò che patì nel viaggio, che nell'anno 650 per ordine di Costanzo Imperador greco gli convenne da Roma fare in Oriente, dice: Pervenimus Kalendis Julii Misenam, in qua erat navis, id est carcer; non autem Misenae tantum, sed in Terra Laboris, et non tantum in Terra Laboris, quae subdita est magnae Urbi Romanorum (cioè a Costantinopoli) sed et in pluribus Insularum, ec. Ma siccome ben avvertì l'accuratissimo Camillo Pellegrino401, chi non vede, che in quella epistola per imperizia de' librari, in vece di dirsi Terra Liparis, siasi con errore scritto Terra Laboris? Perchè secondo il viaggio, che il Pontefice da Roma intraprendeva per Oriente, da Miseno dovea passare in Lipari, siccome da Lipari nell'altre isole, di Nasso, ed altre per condursi in Oriente. Parimente se intendeva di Terra di Lavoro, non dovea separar Miseno da questa provincia, come fece, per esser quella città compresa in quella nè porla tra le altre isole; già che Terra di Lavoro non è isola, ma Terra continente, la quale non era allora tutta sottoposta all'Imperador greco di Costantinopoli.

Non dissimile fu l'error di Narcisso Medico402, il quale presso Sebastiano Munstero, credette che Terra di Lavoro fosse stata un tempo chiamata anche Terra Leporis; quando gli antichi monumenti, ch'egli allega parlano non già della Campagna, oggi detta Terra di Lavoro, ma della Terra di Lipari: poichè prima così tutte l'isole di Lipari erano nomate: non altrimente che presso Erchemperto403 si legge, Barium Tellus ed altrove Rhegium Tellus; e noi anche diciamo perciò Terra di Bari, Terra d'Otranto, Terra di Lavoro, ec.

Più sconci, e da non condonarsi furono gli errori presi su ciò dal Biondo, e dal suo seguace Leandro Alberto, e da' nostri moderni Scrittori, che il seguitarono. Credette il Biondo nella descrizione della Campania, che essendo Capua per l'antico odio dei Romani, e per le desolazioni patite, resa infame, i Popoli delle città e terre convicine, reputando il nome de Campani ignominioso insieme e pericoloso, lasciarono di nomarsi più tali, e vollero esser chiamati non più Campani, ma Leborini: e che indi dalla loro ostinata perseveranza nacque, che tutta quella regione nella quale prima eran poste le città e luoghi della Campagna, si nomasse Terra di Lavoro.

Ma esser tutti questi sogni, appieno l'ha dimostrato il non mai a bastanza lodato Pellegrino nella sua Campania404, il quale ci ha data la vera origine di tal nome, il suo Autore, ed il tempo quando fu a questa provincia imposto. E' narra, che non prima acquistasse tal nome, se non intorno l'anno di Cristo 1091, e non da altri prima il ricevesse, che dal Principe di Capua Riccardo II e da' suoi Normanni in quell'anno, i quali da' Capuani longobardi discacciati da Capua nell'entrar di quest'anno 1091, come abbiam narrato nel nono libro di quest'Istoria, furono i primi, che disusarono nel parlare il nome del Capuano Principato, ed introdussero in suo cambio quello di Terra di Lavoro, preso dalla dolcezza del terreno atto ad ogni travaglio, e lavorio; il qual nome fu da essi ritenuto, benchè di Capua avesser poi di nuovo fatto acquisto nel 1098, sicchè quel primo sol rimase in bocca di pochi, e nelle pubbliche scritture; non in altra maniera, ch'oggi con la stessa varietà, ancor questo Regno ritiene due nomi.

Così questa provincia, che dall'oriente ha per confine il fiume Silari, dall'occaso il Garigliano, già detto Liri, da settentrione il Monte Appennino, e da mezzogiorno il mar Tirreno, acquistò non meno questo nome, che sì ampia estensione, ed oggi infra l'altre tiene nel Regno il primo luogo, non meno per le tante città che l'adornano, e per l'ubertà ed abbondanza de' suoi campi, quanto per Napoli capo già e metropoli del Regno. Ne' tempi, ne' quali siamo di Federico II questa provincia era anche per una annoverata, detta Terra Laboris, come si legge presso Riccardo di S. Germano; e ne' tempi de' Re così normanni, come svevi fu governata dal suo Giustiziero che risedeva ora in Capua, ora in Napoli, ora in altre città di quella, presso di cui erano i Giudici, e gli altri Ufficiali di Giustizia coll'Avvocato fiscale. Egli amministrava l'intera provincia, ancorchè ciascuna delle città avesse suoi particolari Capitani, da cui immediatamente eran rette, dalle determinazioni dei quali per via d'appellazione si ricorreva al Giustiziero della provincia. Anche Napoli, non dico Pozzuoli, e l'altre città, ebbe in questi tempi il suo Capitano, il quale co' suoi Giudici amministrava giustizia in Napoli, e suoi borghi405. E poichè ne' tempi di Federico cominciava ad ingrandirsi, volle questo Imperadore, che a pari di Capua, e di Messina, il suo Giustiziero, o sia Capitano potesse presso di se tener tre Giudici, e più Notai; ciò che non era permesso all'altre città minori. E narrasi, che Giudice appresso questo Capitano nell'anno 1269 fosse stato Marino di Caramanico valente Dottore di que' tempi406.

§. II. Principato citra. §. III. Principato ultra

L'altra provincia ovvero Giustizierato fu detta, ed ancora oggi ritiene il nome di Principato. Donde prendesse tal nome è assai chiaro; ed in ciò tutti i Scrittori concordano. Arechi quando, come si è narrato nel sesto libro di quest'Istoria, da Duca ch'era di Benevento, volle incoronarsi Principe, fece, che quello che prima era detto Ducato di Benevento prendesse nome di Principato; ed abbracciando allora il Ducato di Benevento, prima della divisione fatta da Radelchi con Siconolfo, anche Salerno, fatta che fu tal divisione, sursero due Principati, e quindi avvenne, che il nome di Principato convenisse ad ambedue, e questa provincia abbracciasse tante immense e spaziose regioni; in maniera che da poi per la sua estensione bisognò dividerla in due; onde surse il nome di Principato citra (l'Appenino) detta ancora Picentina, con parte della Lucania; e Principato ultra (l'Appennino) ovvero il Sannio degl'Irpini.

Il Principato citra, che abbraccia la regione, che fu anticamente abitata da' Picentini, e parte da' Lucani, si divide da Terra di Lavoro col fiume Sarno dall'occaso: da settentrione lo divide dagl'Irpini l'Appennino: dall'oriente il fiume Silario lo divide con la Basilicata; e da mezzogiorno ha per termine il Mar Tirreno, e tiene Salerno per suo capo e metropoli.

Il Principato ultra è quella provincia, che sola delle altre del Regno si allontana dal mare, essendo posta fra' monti nelle viscere dell'Appennino. Ella è nel capo del Sannio, ove furono anticamente gl'Irpini. Si divide dal Principato citra co' gioghi dell'Appennino verso mezzogiorno: da Terra di Lavoro, e Contado di Molise è partita col detto Monte Appennino sopra Nola, e con le Forche Caudine sopra Arpaja verso ponente, e col principio del Monte Matese verso settentrione, col quale ancora si divide da Capitanata verso tramontana; ma più da oriente col medesimo Appennino, col quale si parte ancora da Basilicata. Contiene una contrada detta Valle Beneventana, che fu prima parte principale del Sannio; ed avea prima per metropoli la città di Benevento: ma da poi che quella passò sotto il dominio della Chiesa di Roma, ebbe altre città per sede de' suoi Presidi.

Quindi avvenne, che i Normanni succeduti a' Longobardi nomassero questa provincia col nome di Principato; e l'Abate della Noce407, trascrivendo nelle sue note alla Cronaca Cassinense le parole del privilegio conceduto da Niccolò II R. P. all'Abate Desiderio, facendolo suo Vicario sopra i monasterj e Monaci di queste nostre province, tra l'altre, novera questa col nome di Principato, come sono le parole del Privilegio: per totam Campaniam, Principatu quoque, et Apuliam, atque Calabriam etc. E Lione Ostiense408, che scrisse quella Cronaca poco da poi della morte dell'Abate Desiderio; e poi Papa, detto Vittore III pur disse per totam Campaniam, et Principatum, Apuliam quoque, atque Calabriam, etc.

Ne' tempi del nostro Federico II, secondo che Riccardo di S. Germano, parlando delle Corti generali instituite da Federico nel Regno, rapporta, perchè questa provincia non fosse ancor divisa in due, come fu fatto da poi, perchè statuendo Salerno per città, ove dovea tenersi la general Corte, e dove doveano ricorrere le altre province, dice: In Principatu, Terra Laboris, et Comitatu Molisii usque Soram, apud Salernum.

§. IV. Basilicata

Siegue, secondo quest'ordine, la Basilicata, che occupa molta parte dell'antica Lucania, e parte della M. Grecia. Vien circondata in parte anch'ella dall'Appennino, col quale si divide da Principato ultra, e col medesimo da Principato citra. In questa provincia si divide l'Appennino in due capi principali intorno a Venosa: con quel che va a Brindisi è partita Basilicata da Terra di Bari sino ad Altamura: e con l'altro da Calabria citra infin alla metà del fiume Crati, ove entra Corianello; distendesi un poco al mare, e tocca Terra d'Otranto nel golfo di Taranto nel lido del suo mare piccolo. Confina ancora per breve spazio con Capitanata, dalla quale è divisa con una parte del fiume Ofanto fra Ascoli di Puglia, e Lavello. Ebbe questa provincia Pesto, Venosa, Acerenza, Melfi, ed altre chiare città: ora ha Matera, Potenza, Lavello, ed altre città minori, e delle antiche appena serba vestigio.

Donde questa provincia pigliasse il nome di Basilicata, ed in qual tempo, non ben seppero i nostri Scrittori rintracciarlo: ma sarà molto facile rinvenirlo, se si porrà mente a ciò che nel fine del decimo secolo avvenne a queste nostre province, per le tante spedizioni, e conquiste fattevi da' Greci, i quali siccome per un nuovo Magistrato introdotto da essi in Puglia detto Catapano, diedero nome ad una gran parte della medesima, detta ora perciò Capitanata: così ne' tempi di Basilio Imperador greco, o di qualche suo Capitano, ch'ebbe il medesimo nome, acquistò questa parte di Lucania nome di Basilicata; essendosi veduto nel libro ottavo di quest'Istoria, che nell'anno 989 mentre in Oriente imperava Basilio con Costantino suo fratello, i Greci per la famosa vittoria, che riportarono sopra Ottone II Imperador d'Occidente, non solo dominarono per lungo tempo, insino che da' Normanni non ne fossero discacciati, tutta la Puglia e la Calabria; ma anche questa parte della Lucania fu da Basilio occupata, la quale fu amministrata dagli Ufficiali greci da lui mandati, alcuni de' quali, come è manifesto nella Cronaca di Lupo Protospata, anche tennero di Basilio il nome; onde questa provincia Basilicata fu detta. Giovanni Pontano anche credette, che in questi tempi de' Greci acquistasse questa provincia tal nome; ma donde così si denominasse, soggiunse, jure anceps est, ac dubium409.

Ne' tempi di Federico II fu da Riccardo da S. Germano la Basilicata anche annoverata per una delle province del Regno, dicendo questo Scrittore, che Federico avea designata la città di Gravina per reggervi la Corte generale, ove doveano ricorrere queste tre province, cioè Apulia, Capitaniata, et Basilicata apud Gravinam.

395.. Allacc. de' Poeti antichi, tom. 1 sol. 1, 43, 50, 52, 57, 288, 372, 373.
396.. Surg. de Neap. Illust. c. 24 n. 2.
397.. Mazzella nella Descrizione del Reg. di Nap. in princ.
398.. Tassone de Antef. vers. 2 observ. 1 n. 14.
399.. Pragm. 1 de Offic. ad Reg. Majest. ejusque Vic. coll. Spect.
400.. Pellegr. in Dissert. ult. de fin. Duc. Benev.
401.. Camil. Pereg. diss. 5. Duc. Benev.
402.. Narcis. apud Munsterum in Cosmographia, lib. 2 ubi de Campania, etc.
403.. Erchemp. apud Pellegr. n. 29 et 81.
404.. Camil. Pelleg. della Campania nell'Aggiunta, pag. 701.
405.. Tutin. de' Maestri Giustiz. in princ.
406.. Fab. Jordan. in addit. ad prooem. Constit. Ursin. de success. Feud. par. 2 q. 2 art. 1 n. 43 vers. secundo respondetur. Andreys qu. Feud. c. 1 § 1 n. 2.
407.. Ab. de Nuce ad Chron. Cass. lib. 3 cap. 13 num. 1277.
408.. Ostiens. lib. 3 cap. 13.
409.. Pont. lib. 2 de bello Neap.
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