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Kitabı oku: «Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4», sayfa 28

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§. V. Calabria citra. §. VI. Calabria ultra

La Calabria secondo la denominazione, che prese dagli ultimi Imperadori greci, ne' tempi di Federico era divisa in due; non già come ora diciamo in Calabria citra, ed ultra, ma in Terra Jordana, e Val di Crati, come rapporta Riccardo di S. Germano, in Calabria, Terra Jordane, et Vallis Gratae apud Cusentiam: e questi nomi anche s'osservano nelle scritture, non solo nel Regno degli Angioini, ma anche degli Aragonesi; ed in tempo del Re Alfonso I il Tutino410 fa vedere, che valevansi di questi medesimi nomi; e si dissero così dal fiume Crati, che irriga quella Valle, come rapporta il Pellegrino411; e oggi Terra Jordana diciamo la provincia di Calabria ultra, che riconosce Catanzaro per capo; e Val di Crati Calabria citra, che ha ora Cosenza per sede de' Presidi. Ambedue queste province se ne vanno dall'una e dall'altra parte dell'Appennino al Jonio ed al Tirreno. Si dividono fra loro ne' Mediterranei sopra Cosenza, andando per dritta riga all'uno ed all'altro mare, nel Jonio presso a Strongoli, e nel Tirreno al golfo Ipponiate. La Calabria citra include parte della M. Grecia, termina fra terra con Basilicata e con Principato citra, e nel monte Appennino da Ponente, e si distende all'uno, e all'altro mare; finchè dalla parte, che mira a Levante, si giunge con Calabria ultra. La Calabria ultra (ove furono i Bruzj) ha questi soli confini, dalla parte che ella riguarda Tramontana; ma nel rimanente è per tutto circondata da' mari; da levante, dal Jonio: da mezzogiorno, dal Siciliano: e da ponente, dal Tirreno.

§. VII. Terra di Bari. §. VIII. Terra di Otranto

La Puglia (secondo che pure i Greci la denominarono) la quale abbracciava ancora parte dell'antica Calabria, ora detta Terra d'Otranto, ne' tempi di Federico non era divisa, com'oggi, in due province, cioè in Terra di Bari, e Terra d'Otranto; e siccome si reputava per una provincia, così anche si denotava coll'istesso nome d'Apulia, come la chiama Riccardo. Egli è però certo, siccome anche rapporta il Pontano412, che questi nomi di Terra di Bari, e di Terra d'Otranto, nacquero ne' medesimi tempi, ne' quali Basilicata, e Capitanata acquistarono tali nomi: e presso Erchemperto413 ancor leggiamo: Barium Tellus, e nei diplomi a' tempi de' Normanni anche si legge la provincia di Terra d'Otranto. L'una di queste province fu tale appellata da Bari sua antica ed illustre metropoli, e che fu capo di quella regione. L'altra da Otranto città pur ella chiara e rinomata ne' Salentini.

Terra di Bari, già detta Puglia Peucezia, dalla parte, ch'ella è volta a ponente riceve il suo principio dal fiume Ofanto, e distendendosi per lungo, si contiene fra il lido del mar Adriatico, ch'ella ha da tramontana, e l'Appennino, che da mezzogiorno la divide da Basilicata, ov'ella termina verso levante. Si divide da Terra d'Otranto nel territorio d'Ostuni fra terra, e tra Monopoli e Brindisi nel lido del mare a Villanova, già porto d'Ostuni.

Terra d'Otranto quivi riceve il suo principio, e fu inclusa ancor'ella dagli antichi fra la Puglia, e chiamata ancora Calabria, Japigia e Salentina. Questa provincia forma quell'estremo capo di Terra, ch'è uno de' triangoli d'Italia, ove ha per fine l'uno di que' due principali capi, ne' quali si parte l'Appennino. Finisce ancora ivi il mare adriatico, e si mesce col Jonio; ed è toccata solamente fra terra da ponente con Terra di Bari, e con Basilicata. La circondano poi da Settentrione l'Adriatico, da Levante il fine di questo mare, e 'l principio del Jonio, e da mezzogiorno il golfo di Taranto nel mare Jonio. Ha nelle spiagge marittime Brindisi, Otranto, e Gallipoli e Taranto già fortissime città, e comodissime di Porto.

§. IX. Capitanata

Quella provincia, che ora diciamo di Capitanata, e che fu anticamente chiamata Puglia Daunia, e che abbracciava la Japigia nel Monte Gargano, acquistò tal nome da' Greci ne' tempi del maggior loro vigore, e quando in Bari tenevano la loro principal sede. Essi, che pensavano mantener le conquiste novellamente fatte, credendo, che col timore potessero mantener in fede que' Popoli, vi mandarono un nuovo Governadore per tener in freno la Puglia, chiamandolo non più Straticò, come gli altri di prima, ma con nome greco Catapano, cioè che ogni cosa potesse. Fra i Catapani, de' quali Lupo Protospata tessè lungo catalogo fuvvi nell'anno 1018 Basilio Bugiano, che da Guglielmo Puliese414 vien chiamato Bagiano. Questi fu, che per lasciar di se nome in Italia, tolta dal rimanente della Puglia una parte verso il Principato di Benevento, e fattane una nuova provincia, vi fabbricò ancora nuove terre e città, una delle quali nomò Troja per rinovar la memoria dell'antica: l'altre Dragonaria, Firenzuola, ed altre terre: indi la provincia, siccome altrove fu narrato, acquistò nome di Capitanata, il qual ancor oggi ritiene.

Questa provincia è divisa dal Contado di Molise col Monte Matese, e col fiume Fortore, nella foce del quale si tocca con Abruzzo citra, lasciandosi per se Termoli; e girando il monte Gargano, da Siponto pel lido del mare viene insino al fiume dell'Ofanto, col corso del quale si parte da Terra di Bari, lasciandole quelle ville, che sono nel territorio di Barletta, che arriva fin presso al lago di Versentino; col detto fiume Ofanto nel suo principio si divide da Basilicata, e coll'Appennino in Crepacuore, ed in Sferracavalli ha i suoi confini con Principato ultra.

Ne' tempi di Federico fu pure reputata una provincia; onde Riccardo la novera coll'altre del Reame col nome di Capitaniata. Egli è però vero, che ancorchè queste province di Puglia ne' tempi di Federico fossero divise, perchè tutte tre, cioè Capitanata, Terra di Bari e Terra d'Otranto, erano comprese nella Puglia, presa nel più ampio suo significato, un solo Giustiziero le governava, detto perciò il Giustiziero di Puglia.

§. X. Contado di Molise

Il Contado di Molise, che succedette al Castaldato di Bojano, diede nome ad un'altra picciola provincia, che ancor oggi il ritiene415; e 'l prese da Molise città antica del Sannio, non altramente che Isernia, Bojano, ed altri luoghi, che ne' tempi de' Longobardi componevano quel Contado, il qual diede anche nome alla famiglia Molise, oggi estinta. Anche ne' tempi di Federico fu questo Contado distinto dall'altre province, e Riccardo infra l'altre la ripone, col nome istesso di Comitatus Molisii: ond'è che sia stata riputata sempre, e sia ancor oggi la più ristretta provincia di tutte l'altre, nè ritenga sedi di Presidi, ma il di lei governo sia commesso a quel di Capitanata, colla quale si congiunge.

§. XI. Abruzzo ultra. §. XII. Abruzzo citra

Il Giustizierato d'Abruzzo ne' tempi di Federico II era riputato come una sola provincia, e quest'Imperadore costituì Sulmona per doversi ivi reggere la Corte generale, come narra Riccardo: in Justitiariatu Abrutii, apud Sulmonam. Alfonso I d'Aragona fu quegli, che per togliere i litigi, che spesso sorgevano tra i Questori delle gabelle, la divise in due parti. Fu un tempo questa regione assai chiara, e rinomata per tanti valorosi Popoli, che l'abitarono, i Preguntini, i Marrucini, Amiternini, Marsi, Vestini, Irpini, ed altri. I Longobardi vi costituirono un Castaldato, che nomarono promiscuamente ora d'Abruzzo, ora di Teramo, come si legge presso Pietro Diacono416: Castaldatus Teramnensis; poichè Teramo, detta dagli antichi Interamnia, fu la città metropoli de' Preguntini. Donde questa provincia prendesse il nome d'Abruzzo, ancorchè se le assignassero più derivazioni, chi dall'asprezza de' monti, altri dall'abbondanza de' cignali; il vero è ch'ella tale si nomasse da Teramo, che fu chiamata anche Abruzzo per esser metropoli de' Preguntini, dai Latini detti Praegutii, onde con corrotto vocabolo furon da poi chiamati Abrutii417.

Ebbe quella regione, che ora diciamo Abruzzo ultra (cioè di là dal fiume Pescara) oltre Teramo, Amiterno (dalle ruine della quale è surta l'Aquila, sede oggi de' Presidi) Forcone, Valeria, ed altre chiare città ne' Marsi. Ebbe nella regione de' Maruccini e Ferentani, oggi chiamata Abruzzo citra (cioè di qua dal fiume Pescara) Chieti, detta da Strabone Theate, che fu capo e metropoli de' Marrucini, e che oggi ancor è sede de' Presidi, Ferentana, Orione, Lanciano, Sulmona, Aterno, ed altre insigni città, delle quali alcune ancor oggi sono in piedi. Per queste province d'Abruzzo si divide il Regno dallo Stato della Chiesa romana suo confine mediterraneo, e quasi tutti i confini onde da quello si parte, si fanno con queste province, e con un poco di quella di Terra di Lavoro.

Ecco come a' tempi del nostro Federico erano disposte queste province, che oggi compongono il nostro Reame, chiamate Giustizierati, da Giustizieri, a' quali era commesso il di lor governo. Secondo il conto, che ne fa Riccardo di S. Germano Scrittor di que' tempi, non eran più che diece. Calabria, divisa in due, cioè Terra Jordana, e Val di Crati. Puglia divisa in due, Terra di Otranto, e Terra di Bari. Capitanata. Basilicata. Principato, diviso in due. Terra di Lavoro. Contado di Molise. Giustizierato d'Abruzzo, poi diviso in due.

Non ad ogn'una era destinato il Giustiziero, ma sovente un solo governava più province, come leggiamo di Giacomo Guarna Conte di Marsico, che fu Giustiziero di Puglia e Terra di Lavoro418, e di Tommaso d'Aquino, che fu Giustiziero di Puglia, sotto la cui amministrazione era tutta la Puglia, che oggi è divisa in tre province; ed anche a' nostri tempi si vede, che il Preside di Capitanata, che tiene la sua sede a Lucera, governa anche la provincia di Contado di Molise. Alle volte due Giustizieri amministravano una provincia, siccome nell'anno 1197. Roberto di Venosa, e Giovanni di Frassineto furono Giustizieri di Terra di Bari; e nell'anno 1225 Pietro d'Eboli, e Niccolò Cicala di Terra di Lavoro419. Nel Regno degli Angioini un solo Giustiziero si mandava a più d'una provincia; e così ancora si praticò sotto gli Aragonesi; e fino a' tempi del Re Filippo II per quello, che rapporta Alessandro d'Andrea420, il quale scrisse, e fu nella guerra, che questo Re ebbe col Pontefice Paolo IV, non vi erano che sei Governadori, chiamati prima Giustizieri, e poi volgarmente Vicerè, e congiungendosi intorno al governo per conto della giustizia alcune province insieme, siccome ne' due Abruzzi vi era allora un sol Preside, nel Contado di Molise, e Capitanata un altro, siccome è ancor oggi. Principato ultra ne avea un altro. Principato citra e Basilicata un altro. Uno terra di Bari, e terra d'Otranto, ed un altro le due Calabrie. Ma da poi al numero de' Ministri dell'entrate regali, chiamati Tesorieri, ovvero Percettori, a comodo de' quali, e per cagion di più diligente esazione fu fatta la divisione, fu pareggiato quello de' Governadori, onde ora, toltone il Contado di Molise, ciascuna provincia tiene il suo proprio e particolar Preside.

CAPITOLO VI
Corti generali, e Fiere istituite da Federico in queste nostre province: suoi figliuoli, che rimasero; e suo testamento

Tutti questi Giustizieri eran subordinati al Gran Giustiziero del Regno, che in tempo de' Normanni per aver que' Re collocata la loro sede regia in Palermo, quivi risedeva appresso il Re nella sua Gran Corte; ma Federico, che non seppe star fermo in alcun luogo ma per accorrere a' bisogni scorreva sempre per tutte le province de' suoi Reami, presso di lui in ogni città ove si fermava, era la sua Gran Corte, ed il Gran Giustiziero ed i Giudici, che la componevano. E questo savio Principe per meglio riordinare queste province, come amante della giustizia, avendo nell'anno 1233 convocato in Messina un general Parlamento, statuì, che due volte l'anno in certe province del nostro Regno si dovesse tener Corte generale421, ove qualunque persona, che si sentisse gravata, o mal soddisfatta de' Giustizieri, o di qualunque altro suo Ufficiale esponesse le sue querele ad un suo Nunzio, quivi a quest'effetto da lui mandato, il quale dovesse le querele di tutti porre in iscrittura, e questa ben suggellata con suo suggello, e di quattro altre persone ecclesiastiche di provata fama e probità, dovea presentarla alla sua imperial Corte.

Le querele poi date contro coloro, che non erano Ufficiali, doveano i Giustizieri delle regioni deciderle. Doveano intervenire in queste Corti generali quattro persone di ciascuna città di quella provincia delle migliori, di buona fede ed opinione, come anche di ciascuna terra o castello. E quando non gli scusasse qualche giusto impedimento, stabilì ancora, che vi dovessero assistere i Prelati di que' luoghi, i quali o per essi, quando v'intervenivano, o per altri, quando non erano presenti, dovessero denunciare se nella loro provincia vi erano Patareni, o altri infettati d'eretica pravità, affinchè fossero esterminati e severamente da lui puniti. Doveano queste Corti durare otto dì, e quando occorreva di doversi trattar negozio di momento, poteva prorogarsi il tempo per quindici giorni.

I luoghi, ove doveano celebrarsi, erano in Sicilia, Plazza. In Calabria, Cosenza, ove doveano comparire le due province, cioè Terra Jordana e Valle di Grati, oggi dette Calabria ultra, e Calabria citra. Nella città di Gravina convenir doveano le province di Puglia, Capitanata e Basilicata. Nella città di Salerno, ambedue le province Principato, Terra di Lavoro e Contado di Molise, insino a Sora. E nella città di Sulmona convenir doveano le due province d'Abruzzo.

Il tempo nel quale doveano congregarsi i Ministri per tener queste Corti, era il primo di maggio, ed il primo di novembre. Ed in esse doveano assistere in presenza del Legato, o Nunzio dell'Imperadore, il Maestro Giustiziero, i Giustizieri delle province, il Maestro Camerario, i Camerari, i Baglivi e gli altri Ufficiali della Corte ed i Prelati, i Conti, i Baroni, e' cittadini di que' luoghi e di quella provincia, che secondo erasi stabilito, doveano convenire a quella città designata per la Corte.

In questo medesimo general Parlamento tenuto in Messina, per provedere all'abbondanza di questo nostro Reame, stabilì in sette parti di quello le Fiere generali422, ove dovessero i mercatanti portar le loro merci, e sin tanto che quelle durassero, non fosse lor permesso portarle altrove. Le prime le stabilì in Sulmona, e volle che durassero, dal dì di S. Giorgio insino alla festa dell'Invenzione di S. Arcangelo. Le seconde in Capua, e volle che durassero, da' 22 di maggio, insino alli 8 di giugno. Le terze in Lucera e duravano, dal dì del B. Giovanni Papa per otto giorni. Le quarte in Bari e duravano dal dì di S. Maria Maddalena, insino alla festa di S. Lorenzo. Le quinte in Taranto, e duravano, dal dì di S. Bartolommeo, insino alla festività della Nascita della Beata Vergine. Le seste in Cosenza, e duravano dalla festa di S. Matteo, insino a quella di S. Dionigi. Le settime in Reggio, e duravano, dal dì di S. Luca, insino al primo di novembre, giorno di tutti i Santi.

Ecco come questo saviissimo Principe pose in miglior ordine lo stato di queste nostre province, alla di cui providenza e saviezza molto debbono; e se non fosse stato nel meglio de' suoi progressi tolto a' mortali, di molte altre provide leggi, e di molti altri pregi, ed utilità avrebbele fornite; ma la sua morte pur troppo immatura, troncò il corso della sua felicità, ed in istato pur troppo lagrimevole da poi si videro, quando per l'ambizione di dominare furono da più invasori combattute e perturbate, e miseramente afflitte, insino che estinta la regal stirpe degli Svevi, ad altra Gente non fossero trasferite; ciò che sarà il soggetto del libro seguente.

Lasciò Federico di varie mogli, e d'alcune concubine, molti figliuoli. Ebbe egli, secondo scrive Giovanni Cuspiniano, sei mogli. La I fu Costanza figliuola del Re Alfonso II d'Aragona e della Regina Sancia di Castiglia; dalla quale generò Errico Re di Alemagna, che morì in prigione, e Giordano, che morì fanciullo. La II fu Jole figliuola di Giovanni di Brenna, Re di Gerusalemme, la quale gli recò in dote le ragioni di quel Reame, pervenute a Jole per cagione della madre Maria, e con lei generò Corrado Re de' Romani. La III fu Agnesa figliuola d'Ottone Duca di Moravia, la quale da lui ripudiata, si maritò ad Udelrico Duca di Carintia. La IV fu Rutina figliuola d'Ottone Conte di Wolffenshausen in Baviera. La V fu Isabella figliuola di Lodovico Duca di Baviera; e di niuna di queste tre generò prole alcuna.

La VI fu pure nomata Isabella, ovvero Elisabetta nata di Giovanni Re d'Inghilterra, sorella del Principe di Galles, poi Re d'Inghilterra e detto Errico III. E notasi negli Atti pubblici di quel Regno, fatti ultimamente stampare dalla Regina Anna, che Federico per trattar questo matrimonio inviò in Inghilterra Pietro delle Vigne; dal qual matrimonio essendone nato Errico, che poi si credette essere stato fatto avvelenar da Corrado, ne nacquero que' disturbi tra il Re d'Inghilterra zio di Errico con Corrado che si noteranno appresso; dalla quale Isabella ebbe anche alcune figliuole femmine oltre Errico; onde mal credette Cuspiniano, che scrisse non esservi nato alcun maschio di questo matrimonio; poichè i più appurati Autori, e fra essi Girolamo Zurita, con più verità dicono, che di lei gli nacque Errico, a cui lasciò il padre il Reame di Gerusalemme, e centomila oncie d'oro; e fu fatto poi avvelenar da Corrado, siccome diremo nel seguente libro. Delle figliuole femmine la primiera nominata Agnesa si maritò con Corrado Langravio di Turingia, e la seconda detta Costanza con Lodovico Langravio d'Assia.

Ebbe anche di Beatrice Principessa d'Antiochia (la quale egli, come dice lo stesso Zurita, tolse illegittimamente per moglie) Federico Principe d'Antiochia, e Conte d'Albi, di Celano, e di Loreto, dal padre intitolato Re di Toscana, secondo che alcuni Autori scrivono: da costui nacque Corrado d'Antiochia, che ammogliatosi con Beatrice figliuola del Conte Galvano Lancia generò Federico, Errico e Galvano d'Antiochia; il cui legnaggio durò alcun tempo chiarissimo in Sicilia.

Generò ancora l'Imperador Federico dalla sorella di Goffredo Maletta Conte del Minio e di Trivento, Signor del Monte S. Angelo, e Gran Camerlengo del Regno, Manfredi Principe di Taranto, e poi Re di Napoli e di Sicilia, e Costanza, che si maritò in vita del padre con Carlo Gio. Vatasio Imperador di Costantinopoli scismatico e nemico della Chiesa romana, siccome appare nel reale Archivio: ciocchè gli rimproverò Innocenzio IV, quando lo privò dell'Imperio; e dal testamento di Federico si raccoglie, che Manfredi da Federico fosse stato reputato, come nato da legittimo matrimonio, giacchè, non altrimenti che Errico, vien invitato Manfredi alla successione de' suoi Stati, in mancanza de' figliuoli di Corrado, e di Errico, e così credettero alcuni Scrittori, che reputarono Manfredi figliuolo legittimo, non bastardo di Federico; ed in ciò ha preso errore Matteo Paris, mentre nella sua istoria crede, che Manfredi sia nato di Bianca Lanza, e che con lei l'Imperadore avesse celebrato il matrimonio, stando infermo poco prima di morire. E dalla detta Bianca Lanza Marchesana, come alcuni dicono, di Monferrato, e da altre donne, gli nacquero Errico Re di Sardegna, nominato comunalmente Enzio, che morì prigioniero in Bologna, ed alcune altre figliuole femmine, delle quali Selvaggia fu moglie d'Ezzelino Tiranno di Padova, un'altra di Tommaso d'Aquino Conte dell'Acerra, ed un'altra del Conte Caserta.

Federico prima di morire fece il suo testamento, nel quale lasciò erede dell'Imperio, e di tutti gli altri suoi Stati, e particolarmente del Reame di Puglia, e di Sicilia Corrado Re de' Romani suo figliuolo; e questi mancando senza figliuoli ordinò, che dovesse succedere Errico altro suo figliuolo, e questi pure morendo senza figliuoli, che gli dovesse succedere Manfredi Principe di Taranto, parimente suo figliuolo; e dimorando Corrado in Alemagna, o in qualsivoglia altro luogo, statuì per suo Balio in Italia, e particolarmente in Puglia ed in Sicilia, Manfredi con amplissima autorità. Lasciò al detto Manfredi il Principato di Taranto con li Contadi di Montescaglioso, di Tricarico e di Gravina, ed il Contado di Monte S. Angelo, con il titolo ed onor suo, che gli aveva in vita donati, con tutte le città, terre e castella, a' detti luoghi appartenenti, con riconoscere Corrado come Sovrano Signore.

Lasciò a Federico suo nipote il Ducato d'Austria, e di Stiria, con condizione, che dovesse egli riconoscerlo da Corrado, e di più diecemila once d'oro.

(Chi fosse questo Federico suo nipote, ce lo additta Matteo Paris ad An. 1251 pag. 102 il quale raccorciando il Testamento di Federico, scrisse: Item Nepoti meo, (scilicet Filii mei Henrici) relinquo Ducatum Austriae, et decem millia unciarum auri).

Lasciò a Errico per suo figliuolo il Regno di Gerusalemme, o Arelatense ad arbitrio del Re Corrado (non com'altri credettero il Regno di Sicilia, di cui insieme con quello di Puglia ne fu Corrado erede; onde mal fece d'Inveges a dividere da ora questo Regno in due, e quel ch'è peggio, chiamare la Puglia Regno di Napoli) e centomila once d'oro; ed altre centomila ne lasciò da spendersi in sussidio di Terra Santa per la salute della sua anima, secondo che avesse ordinato il medesimo Corrado, ed altri nobili Crocesegnati.

Ordinò che si restituissero tutti i beni tolti a' Templarj, ed a tutte l'altre Chiese e Religiosi, de' quali avessero da godere la solita libertà e franchezza che lor si dovea.

Lasciò ordinato, che i suoi vassalli del Reame di Napoli e di Sicilia fossero liberi ed esenti da tutte le generali Collette, secondo che erano a tempo del buon Re Guglielmo; e che tutti i Conti, Cavalieri, Baroni e Feudatarj de' suoi Regni godessero delle loro giurisdizioni, privilegi e franchezza, come goder soleano al tempo del detto Re Guglielmo.

Ordinò, che si rifacessero i danni fatti da' suoi Ministri alle Chiese di Lucera e di Sora, ed a ciascun'altra, che nell'istessa guisa fosse stata danneggiata.

Ordinò, che si ponessero in libertà tutti i prigioni, fuorchè quelli dell'Imperio e del Reame, ch'eran sostenuti per la congiura fatta contro di lui.

Ordinò parimente, che si soddisfacessero tutti coloro, che doveano aver da lui alcuna somma di moneta, e che si restituisse alla Santa Romana Chiesa tutto ciò che s'apparteneva alle ragioni dell'Imperio.

Ordinò, che il suo corpo si dovesse trasportare in Sicilia, e sepellire nel Duomo di Palermo (siccome da Manfredi suo figliuolo fu eseguito) ove eran parimente sepolti il Padre Errico, e la madre Costanza, alla qual Chiesa lasciò cinquecento once d'oro da spendersi in suo servigio per l'anima del padre, e della madre sua, secondo il parere di Bernardo Arcivescovo di Palermo, con alcune altre cose, che nel suo testamento si leggono, fatte non già come eretico o cattivo uomo, ma come buono e fedel Cristiano: il qual testamento, e per queste e per l'altre cose, che contiene degne di memoria abbiam voluto far qui imprimere, essendo l'istesso, che si vedea gli anni addietro nel regale Archivio, siccome scrive Matteo d'Afflitto nelle Costituzioni del Regno, e se ne fa menzione dal Bzovio negli Annali Ecclesiastici, e da altri Scrittori regnicoli, e che da Capece-Latro fu tolto da un original Cronaca scritta da antichissimo tempo degli avvenimenti dell'Imperador Federico, e di alcuni altri de' seguenti Re, che si conservava in suo potere: e si vede esser lo stesso, del quale han fatta menzione il Costanzo, il Summonte, il Tutini423, e gli altri Autori, che ne han favellato.

(Questo Testamento di Federico è stato anche impresso da Lunig424 il qual dice averlo trascritto ex Editione P. Octavii Cajetani in sua Isagoge ad Historiam Sacram Siculam; collatum et suppletum ex vetusto Codice Manuscripto Bibliothecae Marchionis Jurattanae.)

410.. Tutin. de' M. Giustiz. fol. 97.
411.. Camill. Pellegr. in Castig. in Anonym. Cassin. pag. 141. Sic. n. dicta olim, atque etiam nunc dicitur Vallis, regioque percelebris in Calabria citeriori supra Consentiam ad Septentrionem, Tarentinum ad usque sinum potrecta, quam praeterfluit flumen Crathis Vulgo Grati, unde illi nomen, Regiisque frequentissime Tabulariis, nec non Riccardo a S. Germano ad ann. 1234 memorata.
412.. Pont. lib. 2 de bello Neap.
413.. Erchempert. num. 29. apud Pellegr.
414.. Gul. Ap. lib. 1.
415.. Camill. Pellegr. p. 89. B.
416.. Petr. Diac. in Auct. ad Ostien. lib. 4 cap. 22.
417.. Camill. Per. in diss. ul. de Duc. Benev.
418.. Tutin. de' M. Giustizieri, in princ.
419.. Tutin. de' Contestab. p. 6.
420.. And. Ragionam. 2.
421.. Ric. a S. Germ ad ann. 1233.
422.. Ricc. a S. Germ.
423.. Tutini de' Contestabili del Reg. fol. 44.
424.. Lunig Cod. Ital. Diplom. pag. 910.
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Litres'teki yayın tarihi:
22 ekim 2017
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