Kitabı oku: «Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro»
Giovanni Pascoli
Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066070403
Indice
PREFAZIONE
LA SELVA OSCURA
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IL VESTIBOLO E IL LIMBO
I.
II.
III.
IL PASSAGGIO DELL'ACHERONTE
I.
II.
III.
IV.
V.
LE TRE FIERE
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
IL CORTO ANDARE
I.
II.
LE ROVINE E IL GRAN VEGLIO
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
L'ALTRO VIAGGIO
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
XIII.
LA FONTE PRIMA
I.
II.
III.
LA MIRABILE VISIONE
I. LA DONNA GENTILE E LUCIA
II. VIRGILIO
III. MATELDA
IV. CATONE
V. BEATRICE BEATA
VI. LA MIRABILE VISIONE
INDICE-SOMMARIO
PREFAZIONE
Indice
Questo volume sarà seguito, se la vita e la forza mi basteranno, da due altri libri: La mirabile visione, che svolgerà l'ultimo capitolo di questo; La poesia del mistero Dantesco, che tenterà di dichiarare le bellezze del poema, quali adulterate, quali celate dalla non esatta interpretazione che se ne suol dare. Sono in vero alcuni che sdegnano e schifano queste indagini del pensiero di Dante. Dicono: Lasciateci sognare! ammirare! godere! Dicono: Non c'impedite la vista del monumento solenne con le vostre catapecchie! Dicono: Non ci guastate con le vostre cantafere quel murmure infinito di musica morta e inafferrabile! Dicono: Non sollecitate la tenebra sacra con la vostra lucernina! Or io a costoro, col terzo volume, vorrò mostrare che il pensiero di Dante è meglio conoscerlo e contemplarlo qual'è, e che la sua parola echeggia da ben più profondo mistero di quel che essi credano, e che la lucernina può rivelare, in queste catacombe, qualche meandro nuovo, qualche nuovo abisso, qualche improvviso simulacro, qualche scritta ignorata. Non perde nulla Dante, a essere capito. Chè poi non è gran modestia un tale orrore allo studio diligente del Poeta. È come credere che il nostro pensiero e la nostra imaginazione siano più alti e più grandi di quelli di Dante. E potrebbe anche essere. Io dimostrerò, con quel libro, che non è. E spero che già da ora ognuno s'accorga che gli sfuggiva gran parte del bello, poichè gli era nascosta gran parte del vero. Valga per esempio il passaggio dell'Acheronte. A costoro che preferiscono sè a Dante, sembrano avvicinarsi altri, che hanno la consuetudine degli studi serii ed esatti; eppur, no, quando si tratta di Dante, cominciano a dire che non si deve ricorrere ai teologi, e non si deve sottilizzar troppo, e non si deve dar retta a Dante stesso, che vuole che il lettore aguzzi gli occhi e cerchi la sentenza nascosta e denudi le parole dalla lor vesta di figura. E a questi altri dirò che tornino a loro scienza; non altro: chè in vero il fatto loro non è un bel fatto. E prenderò in pace i loro disdegni e le loro accuse di “troppa sottiglianza„, e le loro ingiurie di sofisticheria e peggio; pago che l'ombra di Dante mi dica: Vien dietro a me, e lascia dir le genti!
Possono invece altri più ragionevolmente appuntarmi di non aver seguìta in tutto e per tutto la buona via, non vedendo in questo volume qui, come non videro nella “Minerva oscura„, col mio, riferito il lavoro altrui. A questo più ragionevole appunto risponderò col secondo volume, che dissi. La mirabile visione conterrà, con le conclusioni del presente volume spogliate della loro ridondanza d'argomenti, anche una diligente notazione delle altrui sentenze, concordanti o discordanti. E il lettore può sin d'ora da sè vedere quanto io mi accordi con alcuni interpreti di Dante; e penserà ancora che questi coi quali mi accordo io, non sono quelli coi quali più consentono gli altri. Ebbene, sono certo che la loro sorte muterà, e spero che di tal mutamento qualche merito si attribuirà a me. Come mai? È un po' difficile a dirsi. Ecco: a me pare che codesti valentuomini abbiano adoperato al contrario di me. Essi hanno avuto di mira il complesso delle dottrine filosofiche del Poeta, e appena hanno scorta la somiglianza di esse con quelle di altri filosofi, l'hanno annunziata, e sono poi discesi, quando sono discesi, a interpretare, con quella guida, i singoli luoghi del Poema. Io, no; non così; mi pare. Io ho cercato d'interpretare via via i luoghi del Poema, e da questa interpretazione mi provo di risalire alla conoscenza del sistema filosofico del Poeta. La Comedia ha per argomento l'abbandono della vita attiva per la vita contemplativa. Sta bene. Altri aveva detto questo avanti me: tutti, sto per dire. Ma tutti avevano diritto di restare in dubbio, finchè non si fosse provato che, la selva essendo il manco di prudenza, e le tre fiere essendo i vizi contrari a temperanza, fortezza e giustizia, il corto andare consisteva dunque nell'operare con queste quattro virtù: il che è “l'uso pratico dell'animo„. E potrei moltiplicare gli esempi; ma lascerò fare al lettore, che è candido. Ora a lui voglio soggiungere che le sentenze di tali nobili interpreti, quali il Bennassuti, il Perez, il Lubin, tanti altri, io riferirò, non per coscienza ch'io abbia di debito a loro, ma per conferma di ciò che essi pensarono prima di me, e di ciò che io pensai senza dipender da loro. E così mi sembra di far a quelli più degno onore. E così spero di dare alle loro dottrine quella virtù persuasiva che per ora non hanno. Ciò dunque nel volume che seguirà questo: volume in cui sarà l'indice minuto che in questo, per la sua già soverchia mole, non ha luogo.
E questo? Questo si ricongiunge alla “Minerva Oscura„.[1] La “Minerva Oscura„ si può dire che consista, quant'ell'è, nel riconoscere che i sette peccati, quanti sono enumerati da Virgilio come discendenti da incontinenza, malizia e bestialità, sono i sette peccati mortali e capitali. Non è gran che; e questa non grande cosa si ottenne con una ben menoma osservazione: che, essendovi due passioni dell'anima, la libidine e l'ira, il concupiscibile e l'irascibile, il Poeta dopo gl'incontinenti di libidine o di concupiscibile, aveva indicati, con le parole “color cui vinse l'ira„, gli incontinenti d'ira o d'irascibile. Oh! la cosa piccina! Ma questa cosa piccina era una pietra sporgente nell'impiantito d'una grande casa. Per molte generazioni quelli che abitavano o convenivano in quella casa, vi urtavano col piede. Nessuno fu che una volta presto o tardi, non inciampasse in quella piccola cosa. Finalmente uno, che non era un grand'uomo, si trovò nella grande casa, e dopo aver picchiato nella pietra, la guardò, e... fece quello che nessuno, dal primo abitatore all'ultimo, da sei secoli su per giù, aveva pensato a fare: tolse la pietra. La pietra era quella paroletta “ira„. Questo libro toglie, credo ogni questione e ogni dubbio, non dico mediante le mie argomentazioni, ma con la scoperta di quella che è la principal fonte del Poema. Dalla quale si ricava come il numero settenario nell'inferno e nel purgatorio sia richiesto dalla essenza stessa dell'argomento. L'argomento del poema in vero è l'abbandono della vita attiva per la contemplativa. La vita attiva è raffigurata in Lia, la contemplativa di Rachele. Alla contemplativa si giunge dopo l'esercizio delle virtù, diretto a mondar l'anima da ogni macchia. Ebbene questo esercizio è significato dai sette e sette anni di servaggio che Giacobbe subì per Rachele. Certo qualcuno può dire: Nulla licenzia a credere che gli ultimi tre peccati dell'inferno, i quali hanno per simboli l'ira bestiale, l'invidia prima, la superbia maledetta, siano ira, invidia e superbia: nulla licenzia a credere che il quart'ultimo, diviso in due cerchi, sia accidia: l'accidia proporzionale al lento amore in acquistare e vedere il bene; per quanto di quei peccatori gli uni non avessero “bontà„, e gli altri abbiano “mala luce„: nulla ci licenzia a crederlo, nulla... E che avrei a rispondere io? Nulla.
Per quanto questo volume si studi di persuadere i critici di “Minerva Oscura„, pure di essi critici io non ho fatto i nomi nè ho direttamente cambattuti gli argomenti. Ciò, perchè m'è parso a mano a mano che essi, già consenzienti in gran parte, avrebbero consentito in tutto; e così... E così, anche questo è difficile a dirsi: così spero che io avrò più agevolmente il loro ambito consentimento, non avendo armeggiato, sbuffato, gridato, bestemmiato. Che in verità il loro consentimento pieno mi riuscirebbe molto dolce; tanto (i più) si sono mostrati pazienti, acuti, gentili e onesti. Sì che il loro nome, taciuto nel corso del ragionamento, non posso tacer qui. Non posso tacere il nome di Corrado Zacchetti,[2] di Giuseppe Mantica,[3] di Francesco Paolo Luiso,[4] di L. M. Capelli,[5] di Giuseppe Fraccaroli,[6] i quali si occuparono della “Minerva Oscura„ con grande rispetto a Dante e con grande benevolenza per me. Essi mi hanno animato a continuare i miei studi, e vanno ringraziati, se non dagli altri, da me. E dimenticherò io il mio amorevole fratello d'arte e di studi, G. S. Gargàno? Egli ha riassunto con luminosa diligenza la “Minerva Oscura„[7] facendo quel che io non avrei saputo far meglio, facendo quel che ingegni meno alti del suo che è altissimo, non si sarebbero degnati di fare.
E un altro ringrazio, sopra tutti, uno che non mi si è mostrato se non per le iniziali del suo nome e cognome: le quali ho scritte nel cuore e non rivelo ad altrui. Se a lui cadranno sotto gli occhi queste righe, sappia che io so continuare le due sigle a formare il nome e cognome del più nobile maestro di questi tempi; sappia che io so chi è, e che io so quale e quanto è; e sappia che questo volume è suo, tanto potè in me il suo misterioso conforto; e che suo è ciò che in questo è di vero e di buono, e che negli altri miei sarà, e che è per essere negli studi dell'alacre gioventù italiana che vorrà prender le mosse di qui.
Perchè alla gioventù italiana io mi rivolgo.
I giovani non hanno ancora su tutte le questioni Dantesche la loro teorica piccina e cara, secondo l'espressione Omerica, o almeno non la tengono in bocca (mi si passi il paragone) come i cani l'osso; che, sia pure spolpato e mondo, se altri cani s'appressano, quelli ringhiano. E amano la scienza per la scienza, e la patria per la patria; sì che non dispiace loro che una delle più importanti questioni che abbia la letteratura del mondo, si avvicini alla soluzione: questo per la scienza; e ci si avvicini in Italia, per opera d'un italiano: e questo per la patria. La quale patria molti hanno in cuore, sì; ma in cuore hanno poi tanto amor di sè, che gli altri amori vi stanno in disagio e pericolo: come i piccoli della capinera nel nido ove si aprì l'ovo del cuculo. Ai giovani dunque mi rivolgo. Io posso accertarli che questa via che loro mostro, è la buona.
Ma certo bisogna camminar molto per giungere alla meta. Fare la storia di certi concetti mistici, compararli e sceverarli un per uno, ci condurrà a leggere più esattamente nel pensiero di Dante.
Ora a me pare che sì la Minerva Oscura e sì questo volume siano la pur tenue cosa; un filo, siano; ma un filo che può guidare, o giovani, le vostre orme in un laberinto. Svolgetelo con fiducia: vi condurrà alla luce. E conduca esso anche me tuttavia. Chè io vorrei, come segno che al mondo non venni in vano, lasciare un “Comento„ della Divina Comedia!, E aspettando e sperando che mi sia lecito il farlo, vi prego in tanto di lavorar con me, o giovani ingegni, o puri cuori.
Con un “poeta„?
Che poeta o non poeta! Rispondete a chi vi introna gli orecchi col solito, “È un poeta! un poeta! poeta!„, rispondete, o giovani, che le poesie si fanno pur con lo stesso cervello che le prose. Rispondetegli, o giovani, interrogando: Sai tu chi è Matelda? sai tu perchè ha gli occhi luminosi? sai tu come Virgilio conduca a Matelda, e Matelda a Beatrice? sai tu quale è il nome, in mistero, di Virgilio? sai? Studio e amore! studio o amore!
Giovanni Pascoli.
Messina
nel maggio del MCM.
LA SELVA OSCURA
Indice
I.
Indice
Nel Convivio Dante parla dell'“adolescente che entra nella selva erronea di questa vita„,[8] il quale “non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato„. Nella Comedia dice:[9]
mi ritrovai per una selva oscura
chè la diritta via era smarrita.
. . . . . . . . . . . . .
I' non so ben ridir com'io v'entrai.
Non sa Dante ridire come v'entrasse; quando v'entrasse, sappiamo da Beatrice:[10]
si tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me e diessi altrui.
. . . . . . . . . . . . . .
e volse i passi suoi per via non vera.
Beatrice saliva da carne a spirito; e Dante pien di sonno abbandonava la verace via. La donna gentilissima, agli angeli eternamente vigili che cantano intorno al suo carro, indica in certo modo l'età in cui ell'era quando morì, per dir quella in cui il suo pentito amatore si addormì e smarrì. Perchè ella sa che l'età di lei è unita da un vincolo misterioso a quella di lui: l'una è a capo, l'altra in fondo al medesimo anno; come Dante scrisse nel libello della Vita Nuova:[11] “quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono„. Quando dunque ell'era in su la soglia della seconda età, cioè della gioventù che vien dopo l'adolescenza “la quale dura infino al venticinquesimo anno„, Dante aveva passata questa soglia, e non si sarebbe potuto più dire adolescente.
Eppure in quel medesimo libello Dante racconta che almeno un anno[12] egli rimase fedele a Beatrice fatta de' cittadini di vita eterna, e che solo “alquanto tempo„ dopo l'anniversario, si mosse a pietà di sè vedendo la pietà d'una gentile donna giovane e bella molto: il che fu un togliersi a Beatrice e darsi altrui. Fu dunque un anno e alquanto tempo dopo: eppur Beatrice afferma agli angeli vigili:
Sì tosto come in su la soglia fui di mia seconda etade, e mutai vita.
Vogliam dire che Beatrice esageri, per cogliere ragione addosso all'amatore? che le sue parole non vadano prese a lettera, come di sensitiva amatrice? Per me, crederei più probabile che il poeta pareggiasse i tempi e i fatti per qualche suo fine d'arte e di dottrina. E qui il fine mi parrebbe questo, di mostrare ch'egli si smarrì adolescente, quando cioè Beatrice era in su la soglia ed esso, perciò, poco oltre la soglia, in modo da poter essere considerato ancora in quella età “la quale dura infino al venticinquesimo anno„; e così inferire che dell'adolescenza è proprio lo smarrirsi.
Così nella Vita Nuova Dante chiama puerizia l'età sua dopo la prima apparizione di Beatrice,[13] mentre un passo, controverso a dir vero, del Convivio sembra limitare la puerizia con l'ottavo anno; e a ogni modo le prime parole della Vita Nuova sembrano collocare la fanciullezza, pagine quasi bianche del libro della memoria, avanti i nove anni. Or come puerizia era l'età di Dante dopo il nono anno, così egli voleva che fosse adolescenza alla fine del suo anno vigesimo quinto.
Ma fosse adolescenza proprio o non fosse, i due luoghi del Convivio e della Comedia, dove si parla di selva erronea e di selva oscura, si riscontrano più nell'idea d'adolescenza che in quella di selva. Di vero la selva del Convivio è la vita stessa; quella della Comedia è, non la vita, ma nella vita. Nella prima l'adolescente ci si trova a ogni modo per il fatto d'essere nato e cresciuto; nella seconda Dante entra per aver abbandonata, pien di sonno, la verace via; mentre l'altro nella selva stessa travìa, poniamo, in modo da non uscirne più o così presto a salvazione. Invece, perchè l'adolescente nel Convivio può traviare? Perchè, essendo adolescente, ha bisogno che i suoi maggiori gli mostrino il buon cammino. Perchè Dante entrò nella selva? Perchè non seguì chi il buon cammino gli mostrava. Beatrice invero afferma:[14]
Alcun tempo il sostenni col mio volto;
mostrando gli occhi giovinetti a lui,
meco il menava in dritta parte volto.
Quando quelli occhi giovinetti si furono serrati, allora Dante volse i passi suoi per via non vera. Ora, perchè il pensiero di Dante è che l'adolescenza ha bisogno di chi mostri il buon cammino, egli dicendo d'aver avuto chi glielo mostrava, viene a dire che era allora adolescente: adolescente, quando era sostenuto dal volto di Beatrice viva; adolescente, quando, come egli confessa,[15]
le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che il vostro viso si nascose.
Il viso s'era nascosto, ma bellezza e virtù erano cresciute alla donna salita da carne a spirito; ed ella era per attirare a sè l'amatore più che mai. Ma egli s'addormì e smarrì.
E poi tutto parla di adolescenza nei luoghi che si riferiscono allo smarrimento. Dante afferma d'essere stato pien di sonno nel punto che si smarrì. Non è questa sonnolenza un ricordo del concetto Platonico, per il quale l'anima è attonita e trasognata sulle prime dal flusso e riflusso della materia? Dante questo concetto lo conosceva, perchè egli parla dei tempi in cui “l'anima nostra intende al crescere e allo abbellire del corpo, onde molte e grandi trasmutazioni sono nella persona„; dell'adolescenza, dunque, dell'“accrescimento di vita„.[16] E mi par naturale ch'egli attribuisca, nella Comedia, a queste molte e grandi trasmutazioni, quell'oblìo che, a dir vero, nella Vita Nuova pone solo nella puerizia: “in quella parte del libro della mia memoria, dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere„.[17] Poi, Beatrice afferma di lui:
... volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
e Dante conferma di sè:
le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi.
Or quali sono queste false imagini di bene, queste presenti cose che hanno un falso piacere? queste sirene e queste pargolette e queste vanità di cui Beatrice riparla?
perchè altra volta;
udendo le sirene sie più forte...
. . . . . . . . . . . .
Non ti dovean gravar le penne in giuso,
ad aspettar più colpi, o pargoletta,
o altra vanità con sì breve uso.[18]
Quali son esse? Sono, mi pare, molto simili alle blande dilettazioni di cui è parola nel de Monarchia:[19] “le volontà dei mortali, per cagione de' lusinghevoli diletti dell'adolescenzia, hanno bisogno di chi a bene le indirizzi„. Il qual pensiero è pur molto simile a quello citato dal Convivio: “L'adolescente ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato„. Là è l'imperatore che dirige, qui i maggiori; ma il traviare dell'adolescente del Convivio non può essere causato se non da queste blande dilettazioni contro cui è necessaria la guida sicura, o dei maggiori, o dell'imperatore, o di quelli occhi giovinetti.